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poesia

Antonio Corona, "Controfobie"

1 Dicembre 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Controfobie di Antonio Corona (Quaderni di poesia Eretica Edizioni, 2021) è una raccolta poetica intensa e manifesta con incisiva e profonda emotività la consapevolezza degli affetti e della compassione, mutando la trascrizione e la distorsione della fobia nella comprensiva e generosa espressione dell'empatia. L'autore interpreta, nell'esperienza della pura solidarietà, l'attitudine della ragione umana d'intuire la capacità emblematica della realtà, relaziona l'approccio altruistico nella coerente osservazione del rispetto e dell'indulgenza nei riguardi di una universale disponibilità all'apertura mentale, affrontando il conflitto persistente dell'irrazionale limitazione della negazione e delle contrarietà. La materia dei versi convince la spiegazione a ogni spontanea condivisione, accoglie l'impulso motivazionale dell'universo interiore, riconosce il disorientamento degli squilibri e condanna l'inafferrabile oscurità dell'ignoranza. Antonio Corona mantiene la disinvoltura dell'indipendenza sentimentale in relazione ai principi ispiratori della libertà, percorre il sentiero compromesso dalla ferita del disagio, dal tormento dell'irresolutezza, dall'apprensione per un'intolleranza che addensa le incrinature dell'anima. Il poeta congiunge la sintonia con il lettore con l'esecuzione di un proposito di colloquio intimo, consolida il tragitto istintivo tra fiducia e affidabilità, esplora le incertezze delle frontiere intellettive, permette di distinguere la discrezione con la quale guarda al mondo attraverso il proprio vissuto e accoglie la potenzialità della diversità, accennata, e non giudicata, da un'angolatura percettiva. Le distinte prospettive delle parole seguono l'originale itinerario delle sezioni poetiche, suggerite con i colori rivelativi, Nero Fardello, Indaco Bastardo, Rosa Fragilità, Rosso Passione e Verde Speranza, per definire ogni rappresentativo stato d'animo, il segno compiuto di ogni  carico morale, l'insolenza dell'offesa, la tenerezza dello smarrimento, il desiderio resistente dell'amore, la dichiarazione profonda di ogni aspettativa. Leggere Controfobie accomuna la fermezza coraggiosa e dolorosa all'intonazione della complessità, consente di condannare i provocatori contrasti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali e di escludere dall'impostazione esistenziale il conflitto dell'incomunicabilità. Antonio Corona rivendica le occasioni perdute e le promesse ritrovate, indugia sulla consistenza del proprio sentire, scindendo la scelta di mostrare la propria identità dal timore di non essere riconosciuta, rivela un'umanità conquistata con maturità poetica, senza biasimo, predilige la capacità d'identificare il dono di agire secondo i propri sogni, divulgando la voce più autentica nell'urgenza necessaria della scrittura poetica.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Subire

 

Un vuoto a pressione

che esplode nel petto,

un gesto tagliente

che affonda nel ventre,

una frase sbagliata

che uccide da dentro.

 

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Amare nell'ombra

 

Un bacio mai dato

è un'emozione mancata

ma un bacio nascosto

è come un cuore spezzato.

 

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Pioggia d'estate

 

La senti cadere ferita smarrita

come lacrime gioiose irrompe

in cerca della terra secca zollata

che accoglie i segni dei palmi

di chi carponi cammina trafitta

in cerca di quel sole che corrompe

chi d'amore mancato perisce.

 

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Sulla fune

 

Su una fune

sospesa nel vuoto

la vita danza sulle punte

di un amor congiunto

fra anima e corpo

tra sensi e tatto

di chi ascolta e poi agisce

senza cogliere nel segno.

Mi fermo

nel fulcro della ragione

sapendo che seguirla

mi porterà altrove.

Mi muovo

in equilibrio sul cuore,

se cado volo

se arrivo cammino.

Amare è l'unica certezza.

Parole di convivenza

 

Parole cucite all'orizzonte

perse tra due mondi

uniti sulla linea del niente

congiunte solo in un miraggio

ma in realtà sempre distanti.

 

Parole vuote nell'aria

affogate nel mare

in due mondi bruciati

dal silenzio del confronto.

 

Vorrei parole unite da una lampo

riportate all'orizzonte

riflesse sul mare

proiettate lunghe sulla terra

paciere di tolleranze

ed amorevole convivenza.

 

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A piedi uniti

 

In quel punto esatto

dove a piedi uniti

premo sulla sabbia bagnata

leggermente sprofondano

pensieri, azioni ed intenti.

Guardo quell'ombra formarsi intorno

e permango in attesa

di un'onda, dell'onda

della forza che m'inonda.

Affonda e ritorna

la spuma circonda

come nebbia spettrale

l'assenza e l'essenza

la gioia e il tormento.

Mi getto mi bagno respiro

vivo. Acqua sabbia sale

un pane bagnato

indissoluto

sotto i miei piedi.

Coraggioso attendo,

il vento.

 

 

 

 

 

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Mauro De Candia, "Sundara"

4 Novembre 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il libro Sundara di Mauro De Candia (Ensemble, 2021 pp. 80 € 12.00) è un'originale, incisiva, contemplativa visione del mondo, concepita nella manifestazione profonda di liberazione dalle convenzioni culturali e sociali, una osservazione poetica oscillante tra l'intento satirico di una mitologia contemporanea  e l'inconsolabile perplessità nei confronti delle sovrapposizioni esistenziali. Il poeta risana l'equilibrio e la suggestione concedendo al titolo della raccolta l'inno evocativo dell'incanto e della grazia, all'entusiasmo vitale delle poesie il sarcasmo e la fiducia emozionale nei confronti del genere umano, conducendo ogni impressione in un universo metafisico, ammaliato da influenze espressive surreali e oniriche. La libera ed ermetica combinazione stilistica dei versi interpreta il carattere autentico e moderno della riflessione, l'imprevedibilità dell'anima e la sfrenata fantasmagoria dell'immaginazione, delinea il codice significativo con l'enigmatica impenetrabilità delle parole, con l'oscurità schematica della dimensione interiore. Mauro De Candia accoglie le indicazioni di una discontinuità ritmica e attraverso una definizione articolata della logica nella ricerca specialistica di temi filosofici risolve la risorsa speculativa nelle dinamiche rappresentative dell'uomo disponendo l'esigenza di spiegare la propria centralità contenutistica in un percorso identitario. Una poesia sensoriale che concede a ogni  intonazione ipnotica del verso la metamorfosi del discorso, la possibilità terrena dell'orientamento ispiratore. L'elemento poetico dello stupore è il filo conduttore di ogni intuitiva illuminazione e favorisce una nuova prospettiva della scrittura. L'orientamento rapido, autentico, insolito ed eccentrico dei testi dirige la perspicacia di un sillogismo necessario per affermare la verità identificativa e l'immedesimazione della realtà attraverso la meditazione con l'emblema dell'irrealtà. Sundara è un vocabolo proveniente dalla lingua sanscrita e il libro di Mauro De Candia associa al significato animato dell'essenza comunicativa l'intonazione del segnale spirituale e mentale dell'archetipo salvifico della bellezza, congiunge all'accordo poetico il prodigio e la meraviglia taumaturgica, diffonde nel verso autonomo e svincolato l'obiettivo di una eloquenza innovativa, aggiornando il carattere filologico della terminologia e il processo neologico della nuova esigenza letteraria, approfondita nella moderna apertura e nella competenza dell'effetto stilistico. L'estrazione leggendaria della rappresentazione dell'intensità del bene e dell'ostilità del male trascende l'affermazione sublime della poesia. La poesia concentra l'ammirata osservazione su se stessa, unisce la sostanza al profilo lirico, rigenera l'entità della  ricostruzione nell'estensione figurativa del potenziamento semantico, manifesta la combinazione creativa dell'iperbole rafforzando il senso vivo e intelligente del pensiero, nella ricerca rigorosa e compiuta del fondamento esistenziale, nella maturità elegiaca dell'identità.  

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

CANTOFABULA  (PARTE PRIMA)

 

Un giorno si rinchiuse, in Transilvania,

il Sole che annegava nel bromuro

narrato in un Jules Verne, in un Urania.

 

S'innamorò del buio, un corpo oscuro,

cantando storie, ergendosi più in alto,

sferzando i raggi intrepidi sul muro,

 

e illuminò così tutto il basalto,

e illuminò così l'intera valle,

e un'ombra pose un daimon in risalto,

 

e un canto pose il buio alla sue spalle:

spalle di favola, dorso di terra,

ali di indifferenza han le farfalle.

 

L'indifferenza genera la guerra,

ma io son differente, puoi scoprire

ciò che racconto, l'odio dissotterra

 

e lo tagliuzza, e poi lo fa morire.

Sei son le corde, cinque le vocali,

quattro sono le dita da accudire.

 

Tre sono i versi in bocca agli animali,

due son le mani: aspetta di capire.

 

 

CANTOFABULA (PARTE SECONDA)

 

Un mendicante ursaro era disteso,

toccato fu dal Sole che arpeggiava:

un dito gli mancava, era indifeso

 

quel giorno in cui una banda lo predava,

quando si avvicinò uno scannapane

e con la lama in mano lo sfregiava.

 

E accanto al mendicante era il suo cane.

Triunică (era il suo nome), che abbaiò

e in quel “tre” aleggiava un senso immane:

 

tre voci, tre volteggi in un rondò

compiva la sua lingua; rabbia, pianto

e infine anche la gioia lo guidò.

 

Il suo padrone diede vita a un canto,

una ghironda prese tra le mani

e con le corde il cielo mosse al vanto:

 

 

“Io canto quelle storie degli umani

che mai nessuno ha visto né sentito,

storie che ricordiamo noi zigani,

 

nei secoli il silenzio hanno subito:

io non potrei lasciarle mai morire”.

Il Sole lo ascoltava incuriosito

e vide tra le nubi comparire

le vite già vissute, e immortali

le colse tra i suoi raggi, vide uscire

 

da quella gola donne con le ali,

uomini colorati e poi cavalli,

e in sé raccolse tutti gli animali

 

mentre trascorse un secolo, e poi due,

ma il mendicante e il cane sono lì,

non sono mai invecchiati,

e neanche morti:

contaminando

non si muore

mai.

 

 

 

UN MERCATO

 

Al mercato di Z.

Una signora in carrozzina.

Un cane sul grembo della signora in carrozzina.

Un collare sul collo del cane sul grembo della signora in

carrozzina.

Un collare sulla vita della signora in carrozzina.

Accanto strepita di pece

una giovane coppia-chimera.

Un solo collare è sui colli stretti della coppia:

rimbalzano come anguille le adirate spine dorsali

imprigionate tra i banconi e i marciapiedi,

come la loro vita,

che è più in carrozzina di quella della signora.

Sorride la signora,

la sua mano alata è libera

e accarezza il cane.

 

 

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Jacques Prévert, il poeta dell'amore

3 Novembre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #poesia

 

 

 

 

Nasco a Neuilly-sur-Seine, in piena Bretagna, un dipartimento della Senna, rue de Chartres, poco dopo mezzanotte, è il 4 febbraio del nuovo secolo, appena iniziato il Millenovecento; cresco in provincia, tra usi e tradizioni che mi restano addosso come un’altra pelle. Secondo figlio di André e Suzanne, mio fratello Jean muore troppo giovane, di tifo. La mia famiglia è piccolo borghese, mio padre non se la passa niente bene, segue vaghe idee di socialismo, mi porta con sé a visitare i poveri, cerca di aiutare come può; comprendo presto quanto la vita non sia giusta. Non siamo ricchi in casa, tutt’altro, non mancano i problemi, però mio padre ama la cultura, il cinema e il teatro, fa il critico per puro passatempo, vado con lui, cresco affascinato da quel mondo di finzione e sogni, di storie appassionati e di parole che saranno il leitmotiv della mia vita. Non mi priva di niente, mio padre, caso mai tralascia cose futili, per me vuole il meglio, che cresca con l’incanto della vita vissuta dagli occhi d’un bambino. Devo dire che sono ricettivo, trova terreno fertile mio padre, amo leggere (e questo lo devo anche a mia madre), il cinema è una mia passione, certo la scuola meno, ché ci son troppe regole antiquate e io non le sopporto. Ecco, qui credo di averlo un po’ deluso, povero babbo, lascio la scuola a soli quindici anni, prendo appena la licenza media. Parigi è il mio mondo, poco a poco, ché mio padre trova lavoro all’Office Central de Pauvres, la ville lumiere mi accoglie e io ne resto affascinato, così diversa dalla mia provincia. Mi metto a lavorare, faccio un po’ di tutto per campare. A vent’anni parto militare, prima Lunéville, poi Istanbul, son antimilitarista e faccio pure propaganda, non è facile convivere con armi e superiori. Marcel Duhamel cambia la mia vita, lui è surrealista, io un giovane affascinato dalle idee, diventiamo amici, lo incontro spesso nella sue casa di Montparnasse, aperta a tutti, dove si danno appuntamento intellettuali, jazzisti, poeti e alcolizzati. Rue de Chateau è la mia seconda casa, conosco Raymond Queneau e André Breton, divento surrealista che ho vent’anni, manifesto per i diritti del lavoro, ma la fascinazione dura poco. Nel 1929 scrivo Mort d’un monsieur per dissociarmi, i surrealisti son troppo autoritari, coltivano un cadavere squisito, pure i comunisti non fan per me, troppa ideologia, poi con loro, in fondo mai son stato. Son troppo indipendente, il mio amore per gli oppressi non finisce, solo che non può essere ingabbiato, sono un artista, faccio teatro col Gruppo d’Ottobre, mettiamo in scena tematiche sociali, problemi della gente; difendo i deboli, lo farò tutta la vita, ma a modo mio, senza etichette e sigle. Scrivo Citröen che vien letto nel corso d’uno sciopero, facciamo spettacoli in fabbrica, son libertario ma non ho etichette di partito, non seguo ideologie precostituite, non fan per me. Sposo Simone Dienne, amica d’infanzia, mia prima moglie, violoncellista che mi dà una mano per le colonne sonore dei miei film. Tornano gli insegnamenti di mio padre, il cinema fa parte della mia vita, scrivo tanti soggetti, sceneggio pellicole, tra una commedia e l’altra che mettiamo in scena. Lavoro con Jean Renoir e durante la guerra proteggo amici ebrei e li nascondo, il musicista Kosma, che darà voce alla mia lirica più avanti, pure il decoratore Trauner. A scrivere poesia comincio tardi, dopo il divorzio e la fine della storia con l’attrice Jacqueline Laurent, quando sposo Janine Tricotet e nasce la mia dolce Michelle. Saranno le cose che ricorderete, soprattutto Parole, nel 1945, poi La pioggia e il bel tempoAlberiLe foglie morte. La mia poesia non è banale, deve incidere sul senso della vita, mi amano i giovani perché scrivo comprensibile e parlo d’amore, ma non faccio le rime amore e cuore, semplice mica vuol dire semplicista. Non amo il conformismo, disprezzo il potere, parlo di bimbi e animali, contrappongo il candore di chi è puro con il basso individualismo degli adulti. La mia poesia dovrebbe affrancare l’uomo dall’inutilità del vivere senza scopo, tutto si riassume con l’amore che sconfigge il male e le meschinità del mondo, pure se spesso diventa tradimento e sofferenza, ma sempre lati dell’amore sono. E io di quello parlo, voglio recitare versi pieni di sentimento, non sarò poeta di un’élite, voglio platee di umili e studenti, lavoratori, ragazze innamorate. Bastano poche pennellate per descrivere un sentimento umano, versi avvolgenti, intrisi di passione, staccandosi dal mondo e da intemperie, librandosi nel cuore delle genti. Un amore spontaneo e libero non teme cattivi sguardi, si manifesta anche se c’è chi disapprova, è sempre il momento per amarsi. Niente è più totale dell’amore, come niente è più nefasto della guerra, forse la religione, ché io son ateo e mangiapreti, più d’un vecchio comunista. Religione e guerra pari sono, due catastrofi per il genere umano, producono dolore e sofferenza, portano lontano dall’amore, che è ribellione e forza dirompente per uscire da schemi conformisti. Son giocoliere di parole, uso tutti i trucchi del francese che conosco, il mio amore, che non è mai scontato, vien messo in musica e cantato da Yves Montand, Agnes Capri, Jacques Brothers, Juliette Greco, mica poco. La poesia è cosa che sgorga naturale, come la canzone e il racconto per bambini; teatro e cinema li ho fatti in gioventù, ma una storia resta dentro al cuore: Les Enfants du Paradis. Nel 1948 rischio la vita, cado da una finestra e resto in coma, per fortuna passa il mio amico Pierre Bergé, mi vede e mi porta in ospedale. Non ne vengo fuori mica tanto bene, devo fermarmi con il cinema impegnato e dedicarmi a fare meno cose, cartoni animati e film per bambini. Vivo quasi tutta la vita negli alberghi, senza una vera casa, che decido di abitare dal 1955, un appartamento in un vicolo cieco di Grandes-Carrières, un quartiere dietro al Moulin Rouge. Rimango solo che sono in là con gli anni, qualche amico vero viene a casa, di tanto in tanto, sono malato, non voglio far sapere a tutti che la vita mi sta abbandonando. Omonville-la-Petite, ancora provincia, lontano da dove sono nato, Dipartimento della Manche, 11 aprile del 1977, muoio da poeta, ammalato di una cosa che non curi, cancro ai polmoni, che ti fa soffrire, attorno a me poche cose e troppi versi. Settantasette anni non son tanti, se non avessi fumato tre pacchetti di sigarette al giorno la mia vita avrebbe potuto essere più lunga, ma che volete farci, è stata intensa, ho vissuto d’amore, avvolto in una nuvola di fumo. Son sepolto qui, in questa provincia, accanto alla mia tomba c’è un giardino costruito da moglie, figlia e amici. So che in Francia il mio nome lo puoi leggere sulle insegne di tante piazze e strade, c’è persino qualche monumento nei giardini, ma il luogo più bello dove amo vederlo inciso è sui cornicioni delle scuole, che da ragazzo non ho mai amato ma che da vecchio ho cominciato ad apprezzare.

 

Assunto mio malgrado nella fabbrica delle idee / mi sono rifiutato di timbrare il cartellino / Mobilitato altresì nell’esercito delle idee / ho disertato / Non ho mai capito granché / Non c’è mai granché / né piccolo che / C’è altro. / Altro / vuol dire che amo chi mi piace / e ciò che faccio.

 

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Simone Corvasce, "Algoritmi di scacchi e passi d'angeli"

4 Ottobre 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Algoritmi di scacchi e passi d'angeli di Simone Corvasce (Nulladie Edizioni, 2021) è un libro interessante e un efficace strumento intellettivo, prodotto con sincera padronanza nell'inquadratura progressiva del tempo, delimitato dallo spazio emozionale del poeta. L'autore mette in risalto, attraverso uno stile solido e profondo, il principio sconfinato di simboli e immagini incarnati nelle sue poesie, riveste la transitorietà del genere umano di resistenza benevola, realizza il disegno elegiaco dell'ispirazione, disponendo l'accordo delle reazioni dell'inconscio esistenziale nello spirito della misura primitiva e dimostrativa della riflessione interiore. I testi insegnano il proposito sapiente della comunicazione con il fondamento dinamico dei quesiti filosofici e delle meditazioni religiose, manifestano la rivelazione spontanea dell'intelletto, esprimono nella direzione immaginativa del pensiero la vocazione creativa, l'avvicendamento analogico ed emblematico delle parole accostate alla forma di un divenire spirituale, rintracciando nell'osservazione delle esperienze l'adesione alle nascoste significazioni delle atmosfere archetipali. Simone Corvasce presenta una poesia lirica, classicista, procede lungo i sentieri tortuosi dell'uomo per identificare il segno della soggettività interpretativa, la sostanza primaria dei contenuti colti, l'intuizione dell'appiglio poetico come assoluta e visibile realtà esegetica. Coglie i frammenti di una esistenza frantumata dal disorientamento delle incertezze e dalla mancanza di una linearità permanente, riceve l'influenza della vulnerabilità e della consapevolezza delle reminiscenze biografiche, la consistenza quotidiana della solitudine, le risposte all'abbandono desolato, la paura suscettibile, il senso angoscioso del nulla. Algoritmi di scacchi e passi d'angeli ha il nobile carattere dell'essenzialità dialettica, restituisce alla compassione degli incontri la metafora delle sensazioni immediate, il corrispettivo ontologico della condizione drammatica dell'uomo, la rivelazione dolorosa della vita, il riflesso degli instabili volti dell'anima. Il poeta è messaggero del valore culturale, sostiene la funzione speculativa nella difesa della misericordia umana, replicando alla precarietà dei comportamenti l'intensa forza morale. La ricercata dilatazione dei fantasmi introspettivi attenua l'estensione della sottile malinconia, corregge l'equilibrio del tempo presente, compensa la condensazione della passione rinnovata oltre l'oblio dell'impulso affettivo. La sensazione inconfondibilmente tragica e tradizionale del destino concretizza, nell'orientamento sincero dei versi l'inquietudine moderna, nelle oscurità enigmatiche delle condanne la rassegnata lucidità, coniugando andamenti tormentati di contemporanea sofferenza. L'entità della realtà poetica trae ispirazione dall'esortazione della coscienza e dalle questioni funzionali della saggezza, dal significato sensibile e romantico della congiunzione inscindibile con la natura e l'armonia della conoscenza umana. Simone Corvasce dipinge una spiegazione della finitezza, delineando l'esposizione delle possibilità, la dottrina e la ragione della sensibilità, attraverso il rammarico e la continua analisi della consapevolezza, per oltrepassare la peregrinazione affannosa e disperata dei sentimenti.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Dialettica Trascendentale

 

Per sfuggire ai diluvi la colomba

s'è inoltrata più in alto d'ogni cielo.

Ho temuto per lei, ma ecco che torna:

non reca il ramoscello

d'un'altra metafisica.

 

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Non è la vita a concedere meno

di quello che promette. Anzi concede

molto più del dovuto. Per tortura.

 

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Un orologio rotto segna l'ora

giusta due volte al giorno.

Gli altri, al contrario, sbagliano

di secondi, o minuti, ogni momento.

 

Siamo sicuri di cosa vogliamo?

 

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Un pensiero scambiato a mezzanotte.

 

Un attimo che vale l'universo.

 

La tenerezza d'esser soli in due.

 

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Letteratura

 

Il treno, all'alba, ripete stazioni

di ieri: all'infinito, necessarie.

 

Ero me stesso. Adesso?

 

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                                              Ed essa inquieta chiede la tempesta,

                                                   come nelle tempeste fosse pace!

 

                                      M. Lermontov, La vela, trad. T. Landolfi, Adelphi

 

 

La tempesta è passata. Quale cuore

paventa un mare placido?, e la brezza

che accarezza i capelli non sarà

dolce da sciogliere un pianto sincero?

Ecco che a me è preclusa questa gioia

vana, il riso d'un uomo sollevato:

dammi tempesta, e un senso, anche se duole!

 

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Un turbine, un delirio,

fuoco che gonfia il petto

e che vorrebbe esplodere...

Perciò è giusto destino

vivere a patto d'essere schiacciati,

oppressi da chilometri di cielo,

forse troppo lontano.

 

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Congedo

 

Mi domando da tempo

se questa mia inquietudine,

se questa mia poesia

gioverà mai a qualcuno.

Bramo una verità

che non ho. E quel che posso

cantare è solo il dubbio.

Io non sono la luce.

Neanche posso indicarla.

Posso solo gridare nel deserto:

“Preparate la via

a colui che verrà

additando le stelle”.

 

 

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Le rose e il deserto, un progetto artistico di Luca Cassano che nasce da Pisa

27 Settembre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #musiaca, #poesia, #interviste

 

 

 

 

 

Le poesie vanno cercate sotto la sabbia: come le rose del deserto rimangono sepolte sotto la sabbia finché un Tuareg non le trova, così le parole restano confuse fra i ricordi finché un'intuizione non le mette in fila in forma di versi. Le rose e il deserto é il progetto artistico di Luca Cassano (Corigliano Calabro, 1985), un po’ calabrese, un po’ pisano, attualmente milanese. Come un Tuareg, Luca osserva le dune metropolitane alla ricerca delle poesie che spontaneamente affiorano dalle sabbie della sua immaginazione. Il testo è al centro della sua ricerca: il suo interesse è nei suoni e nelle immagini che le parole da sole, anche senza musica, sono in grado di evocare. Le rose e il deserto è un progetto con due anime. Da un lato l’esigenza di esternare le proprie inquietudini, le paure e le passioni, la malinconia. Dall'altro lato la voglia di gridare contro le ingiustizie che quotidianamente osserviamo. Le rose e il deserto ha pubblicato l'EP "Io non sono sabbia" (PFMusic) nel Giugno 2020 e la raccolta di poesie "Poesie a gettoni vol.1" (autoprodotto) nel Marzo 2021. Le rose e il deserto ha avuto il piacere di aprire i concerti di Gnut, Bianco, The Niro, kuTso, Sandro Joyeux, Gianluca De Rubertis, Federico Sirianni, Livia Ferri, Andrea Labanca e Rufus Coates & Jess Smith. Fra gli altri, Le rose e il deserto ha avuto l'opportunità di suonare a Milano nei circoli Ohibó e Bellezza e allo storico Legend Club, al circolo Tambourine di Seregno, al salotto di Mao a Torino, a Ferrara per la rassegna Il silenzio del cantautore, a Roma per la rassegna Piccoli concerti, al Joe Koala ad Osio Sopra, al teatro San Teodoro di Cantù, al circolo Scuotivento di Monza, al Catomes tot di Reggio Emilia.

 

Ciao Luca, nella bio de Le rose e il deserto (il tuo progetto artistico) si legge “Un po' calabrese, un po' pisano, attualmente milanese”. Ci spieghi?

Ciao! Beh, la questione è molto semplice: io sono nato in Calabria dove ho vissuto fino ai diciotto anni. Poi, come molti, mi sono trasferito a Pisa per studiare e lì ho passato dieci lunghissimi e bellissimi anni. Nel 2013 il lavoro mi ha portato a Milano: ecco spiegato l’arcano...

 

Pensi che nelle tue canzoni si percepisca ancora il riflesso degli anni trascorsi a Pisa?

Direi proprio di sì. Ho trascorso a Pisa gli anni fra i diciotto e i ventotto, gli anni in cui si fanno tutte le più belle esperienze, quelle che ti segnano nel profondo. Indubbiamente le mie canzoni parlano anche di situazioni, sensazioni, storie che ho vissuto a Pisa. Inoltre in quegli anni frequentavo molto l’indimenticato Rebeldia! dove passava tantissima bella musica dal vivo, e dove posso dire, senza paura di essere smentito, di essermi formato musicalmente.

 

Ti è già capitato o ti capiterà nel prossimo futuro di venire a suonare in Toscana?

Guarda, proprio qualche giorno fa (Sabato 11 Settembre 2021) ho suonato a Firenze in una serata organizzata dall'associazione Li.Be Firenze in cui ho condiviso il palco con altri cantautori toscani e non: è stato molto bello ed emozionante anche perché per la prima volta tanti vecchi amici pisani avevano l'opportunità di sentirmi suonare dal vivo. Per il futuro invece ancora nulla di definito...

 

Dici che "Un terzo" (il primo singolo pubblicato nell'Aprile 2020) è una canzone che parla di piccole grandi paure metropolitane: ci spieghi in che senso?

Come ti dicevo, io ho passato ventotto anni fra il mio piccolo paesino calabrese e Pisa, anch'essa una cittadina piccola e a misura d'uomo. I primi tempi a Milano sono stati abbastanza duri, destabilizzanti: mi sembrava che la città mangiasse le mie energie, anche nel fare le piccole attività quotidiane. "Un terzo" nasce da questo senso di spaesamento, dalla lontananza dal mare (sia esso il mio Jonio o il vostro Tirreno) dalla frenesia dei viali milanesi.

 

Per concludere, ci vuoi dire qualcosa su "Io non sono sabbia" (L'EP uscito nel Giugno 2020) e suoi tuoi progetti futuri?

"Io non sono sabbia" è la raccolta di cinque canzoni che parlano di me, delle mie paure, dei miei genitori, dell'amore per la mia nipotina. Spero di aver affrontato questi temi in maniera sufficientemente generale da poter parlare al cuore di tutti. Per il futuro: spero ci siano tanti concerti in giro per l'Italia e nel frattempo è partita l'organizzazione per il prossimo disco... stiamo a vedere!

 

Qui ci sono foto:  https://sites.google.com/view/leroseeildeserto/

L'EP è ascoltabile qui:   https://spoti.fi/2AGDbxV

 

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Paolo Parrini, "Dentro tutte le cose c'è amore"

6 Settembre 2021 , Scritto da rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il nuovo libro di Paolo Parrini Dentro tutte le cose c'è amore” (Puntoacapo Editrice, 2021) racchiude la materia della memoria, tanto cara all'autore, il continuo stato di provvisorietà e di tumulto interiore alimentato dal senso d'inafferrabile malinconia offuscata tra le righe e nell'ombra dei versi. I testi orientano e governano i luoghi e gli odori collegati ai ricordi, i correlativi oggettivi della natura, l'aspetto somatico dei sentimenti, ispirando l'universale miracolo dell'amore, la declinazione poetica di ogni più viva felicità lungo il cammino delle relazioni umane, nell'intimità degli incontri, nell'essenza delle invocazioni, nell'obbedienza nobile all'ascolto di parole coniugate alla saggezza. Il poeta difende il limite degli scenari spontanei, impressi nelle sue poesie, contempla la devozione alle emozioni mediando l'arte elegiaca con la generosa comprensione degli accadimenti della realtà, decantando la fiducia in un sorriso, ritrovando gli accordi inespressi dell'immaginario sognato e desiderato. L'alchimia degli elementi esistenziali rende unica e indissolubile ogni corrispondenza altruista, trasforma il significato spirituale del tempo, intreccia il mantenimento benevolo nei legami, dilatando il confine di ogni spazio esiliato, la considerazione della coscienza, l'infinita osservazione della reciprocità. La poesia di Paolo Parrini, innamorata dell'attesa, realizza sapientemente la sostanza di ogni piccola, grande previsione empatica, districando la cifra del dolore nella premessa del sentire, modellando l'architettura intimista di ogni distacco nel risveglio della quotidianità, nella gioia di “un filo d'erba” nel paesaggio, rispettato come elemento di riflessione e di consolazione. La perseveranza e la fedeltà al proprio cuore scolpiscono la materia dell'autore, imprimono il suo punto di vista, ricavano l'umanissimo significato delle preghiere pagane rivolte alla vita, confermano l'alleanza con le dinamiche sensibili, mutando la desolazione di ogni sofferenza in risveglio caritatevole. Il poeta è testimone dell'influenza rigeneratrice della propria anima, preserva l'integrità delle espressioni nello stile evoluto in equilibrio con l'esigenza di un indirizzo purificatore, nella vocazione di una identificazione e di un confronto ricambiato con il lettore, dedicando alla purezza di ogni risorsa percettiva l'attraversamento di ogni avversità mediante l'amore. L'amore quindi come esortazione alla cura e all'evoluzione di sé, dono di attenzione profonda al proprio esistere, dialogo nelle azioni e dolcezza nei gesti, voce e silenzio. L'altruismo poetico di Paolo Parrini rafforza l'entusiasmo e la gratitudine, salvaguarda lo svolgersi coraggioso delle separazioni, ripara le offese, accresce la limpidezza della linfa vitale, genera l'identità delle proprie intuizioni. “Dentro tutte le cose c'è amore” è un benefico sortilegio d'amore, avvolge l'universo biografico in un'aura protettiva, disegna la prospettiva struggente della commozione, adattata nella resilienza dei conflitti, adegua la dimensione intima di ogni piccola morte alla rinascita di ogni inclinazione nostalgica, superando il vuoto delle solitudini, nel vero significato della speranza, nelle parole di Pablo Neruda: "Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.”

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

 

 

Non so se fu una corda

o tutte le morti che avevi già vissuto.

Forse morire è cosa leggera

quando si spegne il sole

in un sorriso stanco.

Ma certo resta dentro

un brivido tremendo,

un foglio di giornale portato via dal vento.

 

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La goccia

Scivolo dal cielo alla terra,

nata in un'immensa nube,

brividi nella caduta,

su questa terra dolorosa

e fragile muore il mio tempo breve.

 

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Frammenti siamo

d'uno stesso dolore,

la felicità ci appare a tratti.

Lampeggia.

Come un faro nel buio.

 

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In questa mattina

che si lamenta il cielo

e la pioggia ferisce il viso,

c'è un'armonia che splende

in quelle vecchie mani.

L'amore inciso

sulla polvere degli anni.

 

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Pietre su pietre

si sommano i giorni,

si sfrangiano ruote

sulla strada in salita.

Dov'era la notte

il buio si squarcia

in atomi di stelle.

 

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Su una piazza sconosciuta

hai scolpito cicatrici nuove

ora ti guardi indietro

per scoprire nei volti

un sorriso solo tuo.

 

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È quando il respiro si fa fondo

che il mondo tace e s'attarda

ad ascoltare da finestre

il limitare scosceso di parole

smesse, smania e alba.

E mi addolcisco anch'io.

 

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In una stanza a raccontare

l'amore che non torna,

tra i fumi della nebbia

e il rosso del vino

d'un dolore da curare.

 

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Sopra la mia strada

sei il sasso che rimbalza,

la provincia allegra, il ritorno

dal bosco alla sera. Altri

saranno i carnevali del tuo cuore

che il cielo chiude, in una morsa stretta.

 

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Come non mi piaceva

1 Agosto 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

 

 

 

 

Emotività da parrucchiere

rivista sgualcita

spiegazzata a mano

increspata e gialla.

Amori di vip

vuoto da riempire

succhiando vite impossibili.

Se l’ombrellone fosse quello di una volta,

se il sole penetrasse gentile sottopelle,

se la pelle fosse com’era, livida di sole

e felice.

Se nell’aria non ci fosse

la fine di ogni speranza

e questa china che precipita fino all’ultimo dei giorni.

Se tutto tornasse com’era, come non mi piaceva,

se potessi risvegliarmi al sole,

scegliere un’altra via,

godere della via che ho

o abbandonarla per sempre.

Se il dolore fosse compagno di vita

perché senza non si può vivere.

Se dal dolore nascesse un granello di felicità

e si riscoprisse il nocciolo

duro e puro

di un’insondabile gioia.

Se i passi ritrovassero

le strade conosciute

Il muretto rosso

Intorno ai mori

che non c’è più,

che ti hanno strappato,

le chiacchiere con gli sconosciuti,

il vestito di jersey,

le mezze maniche,

la statua spostata,

l’erba del ciuco,

il bicchiere di vino,

il marcio dei fossi

che mi porto dentro

come profumo.

 

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Leonardo Manetti, "Il poeta contadino"

6 Luglio 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il poeta contadino di Leonardo Manetti (Nulla die Edizioni, 2021) è un’opera poetica impressionista, delinea il tenero equilibrio delle pennellate di un paesaggio interiore, nel quadro delle stagioni vitali, segna il valore dell’ospitalità congedando una familiarità di sentimenti e un lirismo puro, autentico. I versi fendono il terreno della vita, proiettano la radice delle passioni, colgono la distesa interiore del tempo, conservano l’integra natura della sincerità riempiendo di bellezza e di spontaneità il calice dello spirito e del suo territorio. Il poeta ricerca il dettaglio evocativo della sua terra, descrive la schiettezza delle emozioni coltivando gli aromi tenaci delle parole e i sapori immutabili delle sensazioni. Leonardo Manetti pone il suo sguardo sulla vivacità e sul calore di ogni gesto quotidiano, osservando la continua partecipazione comunicativa dell’uomo con la forza generatrice, delineando una vera e propria geografia del cuore, distribuendo ogni risorsa nostalgica nella strada dell’armonia, nell’intima unione degli scenari magici dell’esistenza contadina. La tradizione del poeta contadino rivive nella testimonianza dell’autobiografia, distilla la fedeltà dell’amore, rende omaggio alla confidenza dell’ambiente in cui è nata, coniuga il connubio fra la forza espressiva della vocazione, la creatività e il lavoro dell’uomo. La vitalità dei testi incarna l’energia dell’immaginazione, rivela l’origine della necessità umana alla comprensione, relaziona il codice della riflessione alla delicatezza dei pensieri. Leonardo Manetti ascolta il carattere conviviale dei desideri, la semplicità dei sogni e la ricchezza della speranza, osserva i filari del silenzio, respira il vento, guarda con attenzione e dedizione al mondo intorno a lui oltre ogni orizzonte d’infinito. La poesia è un inno alla spontaneità, una voce modulata sull’ispirazione suggestiva della realtà, esalta il temperamento esclusivo della sfera affettiva, sorprendendo l’istinto estetico di ogni miracolo umano. Il poeta coglie con coraggio la facoltà celebrativa dei luoghi, idealizza la percezione dei quieti colori della natura, esorta l’umanità a interrogarsi sul senso provvisorio dell’esistenza, ad abbracciare l’essenza dei valori espansivi e genuini degli uomini, diffondendo il germoglio delle parole e le promesse ampie e ininterrotte, in direzione di un vento propizio di libertà. Coltiva gli elementi nutritivi del sogno, invita a sostenere una memoria integra, istintiva, a valutare la circostanza favorevole della serenità e della innocenza esistenziale. “Il poeta contadino” è un viaggio nelle radici, compiuto per fendere i crinali della Toscana, nell’entroterra dell’anima, nella vicinanza congiunta al dono dell’emotività attraverso i dialoghi con i ricordi, amplifica il panorama lirico della sensibilità, riflettendo negli occhi degli altri il limpido conforto a un’elegia che suggerisce l’ebbrezza di felicità, adagiata sul fondo di una lunga giornata riflessa nell’arcobaleno.

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

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Fermarsi

 

Sento il mio respiro,

leggero è il mio corpo,

imparo a decifrarlo,

a distinguerne i suoni incantanti.

 

Un fiore mi saluta,

dondola nel vento,

lieve il suo fruscio

accarezza la mia pelle.

 

Un albero mi guarda

sembra dirmi qualcosa,

protegge il mio sorriso

mentre racconta la sua storia.

 

Ogni cosa è così bella,

basta avere la pazienza

di fermarsi e osservare,

di fermarsi e ascoltare.

 

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La poesia è

 

Poesia è l’odore dell’erba tagliata.

Poesia è la farfalla che si posa su un fiore.

Poesia è il sorriso di una persona cara.

Poesia è lo sguardo tra due innamorati.

 

Poesia è fare la maglia accanto a un camino acceso.

Poesia è sentire il risveglio della natura.

Poesia è vedere lo scorrere delle stagioni.

Poesia è cogliere la bellezza di ogni istante.

 

Poesia è leggere le tue parole.

Poesia è osservare le montagne con i tuoi occhi.

Poesia è pensarti qui mentre sei lontana.

Poesia è ascoltare il battito del mio cuore per te.

 

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Semino parole

 

Domande prive di risposte,

frasi piene di interrogativi,

affermazioni senza punti esclamativi,

solo con puntini di sospensione.

 

Coltivo campi di parole

seminando lettere d’amore,

forse di cento semi

almeno uno diventerà pianta!

 

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Debolezze

 

Non sfogo quanto mi deprime,

modesto nelle mie possibilità,

schivo nel parlare,

punisco le mie fragilità.

Pieno di forza e potenza,

misero di perdoni e accettazioni,

cerco me stesso

amandomi nelle deficienze.

 

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Ti cerco

 

Cerco mongolfiere

per volare

e averti vicino

tra le stelle.

 

La luce espande

la tua vita,

e io ti guardo

nell’infinito.

 

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Dissesti

 

L’acqua che scorre

ha la memoria nelle sue gocce,

è come se fosse un ponte

tra l’uomo e la natura,

e il fiume avanza inesorabile

in un letto senza casa.

 

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Ti sogno, Primavera

 

Tu sei una spiga di grano

che sorge all’alba.

Tu sei un fiore di ciliegio

che cade al tramonto.

Sogno il tuo frutto maturo

tutto il giorno,

vedo acerba la tua frutta.

nel buio della notte.

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Marco Galvagni, "Le note dell'anima"

7 Giugno 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Le note dell'anima di Marco Galvagni (Transeuropa Edizioni, 2020) riecheggiano in ogni segno virtuoso dei versi tra le annotazioni poetiche sulla vita, interpretano il suono del cuore e affermano con la dedica amorosa in epigrafe, l’insinuante e persistente fiamma della passione. Il poeta si lascia incantare dalla soavità evocativa della memoria, concede alla fantasia la forma visibile delle immagini rappresentative della realtà, per accogliere la premurosa custodia delle riflessioni attraverso la mediazione estetica della bellezza. La determinazione carismatica dell’esistenza descritta da Marco Galvagni, compone la fiducia nell’elemento sensoriale, consegnando alla poesia la misteriosa e provocante corrispondenza della coscienza e muovendo in direzione spontanea le coincidenze significative dell’esperienza. La fluida continuità della sensualità ritrova la sua malia tentatrice tra le pagine, affina l’arte della seduzione inviando segnali colti e raffinati nell’elegia autobiografica, ridesta l’ispirazione, indica il dogma enigmatico del sortilegio emotivo e la ritualità  fatale della conquista. Marco Galvagni afferma il significato dell’eloquenza, adula la strategia della percezione, strumento di comprensione, rende l’irrazionale spinta delle illusioni motivo di sofisticata indagine esistenziale e archetipo universale. Il carattere poietico dell’opera mostra l’origine della centralità charmant dell’amabilità, idealizza l’attività nostalgica del pensiero, i simboli in equilibrio sulle stagioni, esplora la fenditura profonda del soffio vitale, rivestendo la dolcezza arcana della speranza oltre l’abisso dei moti spirituali e istintivi. Il profilo del poema traccia la sensazione sincera delle rivelazioni vissute e amplia la geometria della consapevolezza. I testi affidano alla sacralità del senso il legame con il tutto, interrogano la complicità dell’umanismo, confrontano l’intenso entusiasmo dell’immaginazione con il processo inarrestabile della conoscenza, combinando la meditazione e la sapienza indistinta dell’intelletto. “Le note dell’anima” scorrono nelle vene, misurano la cifra del palpito, congiungono le infinite occasioni, magiche e segrete, del tempo, orientano la certezza e la resistenza dei gesti, riconducono la forza pulsionale dell’amore all’energia primordiale delle intuizioni. La composizione dell’anima colloca la personificazione emblematica del linguaggio nell’incarnazione della donna amata ed evocata come illuminata epifania nella tensione tra aspirazione e utopia. Il poeta adotta uno stile che è sede della propria moralità, identificata nella corporeità dei ricordi, nella consistenza erotica delle espressioni, nello sfuggente e impalpabile dominio della contemplazione, nella maturità degli affetti. Nei testi di Marco Galvagni si comprende che la bellezza diffonde il suo passaggio oltre il momento e attraversa, come possibilità, tutti i corpi. Il poeta vive l’unicità del proprio destino, disponendo alla nobilitazione di ogni ardore il vagheggiamento dell’attrazione e unendo alla libertà del sublime l’intensificazione della assolutezza apollinea della poesia.                        

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

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IL SEGRETO D’AMORE

 

Del segreto d’amore

non ancora rivelato

sappi, fata,

che ne indovinerò il mistero

dischiudendo con un chiavistello dorato

l’antico incantesimo.

Libellula volerò oltre il muro di diamante

che separa i nostri occhi,

le bocche, i baci.

Ne varcherò il limite in tre balzi

anche se la tua voce e i tuoi capelli

non hanno parlato

sino ad aprire con foggia reale

tutte le porte del cielo e della mia vita.

 

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VIENI, VIENI DA ME USIGNOLO

 

Nel fitto del mio petto

cadendo goccia a goccia sul cuore

il tuo nome come un sigillo

apre ampie conche d’oro.

 

Come in un sogno bollente estivo

da lontano mi chiami.

Anch’io rispondo a lettere di fuoco

Elisa e sussurro: “vieni, vieni da me

nella tua aura dorata

come un usignolo nel sottobosco

poiché da tempo immemore t’attendo.”

 

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MARE CRISTALLINO

 

Mare cristallino in cui perdermi

fra spume agili

in una corolla d’acqua

giungi a me, la multipla.

Nella distesa oceanica dei tuoi occhi,

fiamma di luci iridescenti

suggellata come uno sciame d’api

si cela sempre un castello incantevole

tale a una farfalla aperta alle virtù del vento

da afferrare con trepidi aneliti di baci.

 

Innamorata in segreto dietro il sorriso

con sibili di parole d’amore

si protende su di me.

Ignaro il suo cuore confida

in quella foglia d’acqua che l’avvolge

sotto le nuvole nocciola delle sue iridi.

 

Ha denti scintillanti come il fuoco,

la bocca fiamma d’ermellino.

 

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LA RINASCITA

 

Il tuo capo stupito, commosso,

visto in primo piano

si può paragonare senza civetteria

alla folgore sferica

d’una perla d’acqua,

ad una corolla blu,

alla potenza degli uragani,

al cielo trapuntato d’astri come un nasturzio luminoso.

Violentemente tenero,

delicato e indifeso

abbandona le zolle ai loro segreti;

questo eremo diseredato

ove prende forma il silenzio delle stelle

che si ferma ad ascoltare e lo persuade.

 

Qual è la rinascita che ha prevalso

ora e sempre nella mia vita?

Solo i tuoi capelli, ponti solari,

che ancora non hanno parlato

ma dapprima la fiamma dei tuoi occhi

hanno smentito per sempre.

le antiche pozzanghere lunari.

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Filomena Gagliardi, "De viris illustribus"

4 Maggio 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

De viris illustribus di Filomena Gagliardi (Nulla Die Edizioni, 2020) è un potente omaggio alla cultura classica, intesa nell'interpretazione filologica della formazione intellettuale, come patrimonio di conoscenza e di erudizione. I testi diffondono l'esperienza degli antichi e illustri ideali, rivolgono l'origine del mondo alla mitologia dell'eternamente presente, seguono il luogo sacro della comunicazione, rischiarato dalla luce della bellezza. I versi abbracciano l'armonia infinita delle citazioni esemplari e le immagini primitive arricchiscono la grazia poetica e traducono i contenuti efficaci, i motivi d'ispirazione con inesauribile energia letteraria. La mirabile, sapiente, illuminata poesia di Filomena Gagliardi è pura riconoscenza di un'epoca, recupero consapevole di un modello da ritrovare, nella gioia della sensazione del valore morale. La contemplazione degli eventi e la scoperta rivelatrice delle sentenze, tracce lasciate dalla prospettiva storica del passato, incarnano l'influenza naturale della coscienza umana, animata dall'affinità con la profonda concordia di uno stato felice della vita, in accordo con la prosperità dell'immaginazione, con la visione rigeneratrice del mito. La poetessa ripercorre l'uguaglianza dei sentimenti, la necessità spontanea di ricordare l'autenticità del bene, il rapporto tra la vita dell'uomo e le compiute aspirazioni della sua natura. Nell'evoluzione della ragione, l'uomo, nel dominio dei propri impulsi sensibili, è simbolo della virtù. Gli uomini illustri di cui parla Filomena Gagliardi sono interpreti del comune desiderio di rigenerazione e di rinascita interiore, hanno la saggezza e la sapienza dei principi supremi della verità e della fermezza vitale. L'attività dello spirito educa l'intuizione e nella libera ricerca cognitiva riscatta il senso apollineo della riflessione, muove il dubbio, è causa dell'enigma. La liberazione estetica della poesia, genera un linguaggio capace di esprimere la democrazia dei valori condivisi e dare corpo all'universalità del coraggio etico. Il tempo, conosciuto dalla poetessa, è l'espressione della memoria collettiva, la destinazione compiuta con l'esperienza del vissuto, nella volontà di comprendere la spiegazione della storia, il luogo dell'autenticità, abitato dalla dottrina speculativa del comportamento umano. Leggere De viris illustribus è scoprire il fascino inesauribile dell'antichità e la magnificenza dei classici, conoscere la concentrazione e la dilatazione dell'indagine in un mondo leggendario che ispira l'equilibrio sovrasensibile delle nobili imprese orientando l'arte della motivazione e la misura della creatività. L'autrice decifra l'epoca attuale, valuta il destino dell'umanità, sfida il prestigio dell'ars oratoria con la finalità di conoscere gli antichi per capire il presente. La cultura intesa come qualità autonoma, come esperienza delle idee, nell'inciso dei versi, in un lirismo rielaborato dalle figure eroiche e risolute, astute e fedeli metafore trasmesse nella guida di ogni insegnamento, protagoniste del desiderio di gloria e di immortalità.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

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Omero II

 

Poesia

tu stesso

fugace parola

il tuo nome

senza esistenza:

mito

senza parola scritta

logos,

parole colorate

reali

cangianti.

Tu

Omero

“il non vedente”

sei veggente

vate

rivelatore di alate parole.

 

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Esiodo

 

Primo poeta reale

primo cimelio

dell'antica Beozia

abitata dai duri contadini.

 

Artefice poetico

del Cosmo

sostenitore

fervente

della dura legge del lavoro.

 

Tu,

visitato in sogno dalle Muse,

affidi alla tua parola

la Verità

la Saggezza

la Pace fraterna.

 

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Aristotele nel cuore

 

Ascoltandoti

ti ho amato:

parlavi di musica,

di emozioni,

di uomini.

 

Cosa sei a distanza (Ulisse e dintorni)

 

Ripercorro il mare epico

narrando gli eventi

gli stessi.

 

E ci sei,

sempre,

come digressione

nella Narrazione.

 

Riaffiori

ad ogni passaggio,

ad ogni incrocio

ad ogni snodo

come tempietto perenne.

 

Lì stai

davanti a me

oltre il tempo

oltre lo spazio

al di là delle strade.

Superandoti

ti inglobo

come capitolo

archiviato

vissuto

non rinnegato

dal libro della mia Vita.

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Uomini illustri

 

Talora nascono anche oggi

uomini illustri.

Sono persone semplici

che incontriamo per caso

magari in biblioteca.

E ci entrano

nella Vita.

Ci restano accanto

quando siamo peggiori

credono in noi

quando noi smettiamo di farlo.

Ci hanno colpito

fin dall'inizio

con il calore delle loro mani.

Per chi è ferito da sempre

queste persone

Sono uomini illustri:

danno Luce!

In modo discreto

Brillano ovunque.

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