poesia
Davide Rocco Colacrai, "Polaroid"

Davide Rocco Colacrai
Polaroid
Edizioni Cinquemarzo, 2018
– Pag. 100 – Euro 12
Ho conosciuto Davide Rocco Colacrai durante il concorso di poesia Il Cipressino, dove – come spesso mi capita – facevo parte della giuria e mi sono battuto a fondo perché fosse tra i premiati, vista la profondità civile delle sue liriche e la ricerca letteraria insita nei suoi versi. Fare poesia –credo di averlo scritto fino alla noia – non significa buttare giù una serie di riflessioni in prosa e di tanto in tanto andare a capo; pure in tempi segnati dal verso libero fanno la differenza ricerca linguistica, assonanze, dissonanze, metafore, musicalità della parola, valenza delle cose da dire. Colacrai spazia dai temi intimisti alla poesia civile, fa riferimento alla Rivoluzione Cubana e al Cile, passando per la Repubblica Dominicana di Trujillo e per le problematiche di una dittatura centramericana. Temi personali e ispirazione d’autore che si abbevera alla poesia di Tondelli e di Pasolini, ma che frequenta il ritmo della poesia racconto di Pavese e di tanto simbolismo europeo. Stefano Zangheri e Federico Li Calzi scrivono due intensi saggi pubblicati in apertura e a chiusura di silloge, utili per comprendere meglio il poeta, anche se sono del parere che un buon lettore debba impadronirsi delle liriche e trovarci soprattutto se stesso. Come diceva Pavese, si cerca in quel che leggiamo soltanto noi stessi, nel preciso istante in cui facciamo nostra l’opera d’un poeta finiamo per tradire il motivo per cui è stata scritta. Ma questo è il gioco della letteratura, il suo intimo segreto. Una nota di merito va all’editore Cinquemarzo, del quale ho già avuto modo di leggere due libri (Frammento di Falesia di Stefano Giannotti è il precedente), apprezzando buon gusto e capacità di selezione. Per dare un’idea del lavoro che sta alla base della ricerca poetica di Colacrai, pubblichiamo due liriche contenute nella raccolta.
Il confino (Isole Tremiti, 1939)
Agosto trascorre lento, solo,
la notte a girare per le campagne e contare i pioppi
sugli argini
e bere[1].
Ricordo lo stomaco vuoto com’erano vuote le onde,
i giorni nella ragnatela dell’attesa,
il marchio di essere un arruso,
l’odore di quell’incubo,
e tutto nell’atto di fingere una vita diversa, forse migliore.
Zuppa di fagioli e pane,
lo sciabordare liquido dei sogni,
il gioco alla morra,
il desiderio esacerbato della carne, di virgole azzurre nella notte,
un orizzonte senza scorciatoie,
il pensiero fisso all’isola,
nostra unica donna, madre e matrigna.
Eravamo costretti in baracche, due e di legno,
prigionieri di un reticolato,
pochi metri quadrati per essere uomini,
quattro spiccioli per sopravvivere a noi stessi.
Passavano i giorni,
lenti e lontani, come risucchiati dal Cretaccio, e sospesi,
era un’isola, la nostra, che non c’era,
si faceva sempre più pesante la solitudine,
l’assenza quasi tangibile dell’amore,
un’ora come un anno
a strisciare nei solchi lasciati dalle nostre preghiere, e poi a capo.
C’era chi raschiava il silenzio,
chi dipanava la matassa di un senso fatto di sole ossa,
qualcuno annusava già la morte.
Non c’era pietà né perdono.
Addosso, con me, il dolore mai lavato della razza, del nostro essere tutti cani randagi, senza nomi.
Il peso viola del coraggio (a Oscar Wao)
Erano lenti e stanchi, gli anni di Truijllo[2], scarni e senza benedición,
e ogni figlio dell’isola aveva una stella di fukú[3] a seguitarlo
che nessuno osava scomporre in sillabe,
ancora meno nel sussurro di un sogno o di un amore,
per non scoprisi cuorecontro in un campo di canna di zucchero
prima di aver avuto il tempo di decidere
a quale Santo votarsi.
Contavamo la polvere,
molti respiravano le proprie orme, incerte ed epidermiche,
e tessevano rimorsi,
qualcuno prestava il nome alle onde corte dell’Avana
per tentare il domani,
c’erano studenti, spesso figli di zapateros, il cui incedere era lesto, quasi diafano, e d’ombra,
e tutti eravamo in attesa,
intrappolati nel grembo cavo di una terra, nostra madre,
dove il diablo seminava la sua gramigna,
l’ansia di sentire bussare alla porta,
una nota di merengue inghiottita dal silenzio di un padre che svaniva,
l’aria che si dissolveva,
e persino il vento ridotto all’accenno di un apostrofo.
La vita era una hjia dagli occhi di Atlantide, con un cuore in apocalisse,
forgiata dalla povertà primitiva quanto basta dell’Azua Profonda[4],
una parabola d’oscurità
che segnava il primo e ultimo neo del giorno
con o senza un amen,
dove la Fine del Mondo e la Mangusta[5],
tanti scordatidimé nell’educazione di un esilio,
i c’erano una volta senza epilogo,
fukú e zafa[6], e tutto al peso viola del coraje, insieme,
indovinavano un’Anacaona[7] moderna sulla iolla[8] verso una pagina bianca e innocente come questa.
[1] Altri libertini, Pier Vittorio Tondelli
[2] Dittatore della Repubblica Dominicana dal 1930 al 1961, conosciuto anche come El Jefe
[3] Maledizione mortale: “Si credeva che chiunque cospirasse contro Trujillo sarebbe incorso in un fukù potentissimo, che lo avrebbe perseguitato per oltre sette generazioni”.
[4] Una delle zone più povere della Repubblica Dominicana: “I poveri… si vestivano spesso di stracci, giravano scalzi e vivevano in case che sembravano costruite con i detriti di un mondo precedente.”
[5] Simbolo di forza e ricchezza spirituale, si nutre di serpenti (che simboleggiano odio e avidità)
[6] L’unico controincantesimo per neutralizzare la maledizione fukù
[7] Una delle Madri fondatrici del Nuovo Mondo, conosciuta anche come Fiore d’Oro
[8] Tipo di barca a vela su cui s’imbarcavano coloro che immigravano negli Stati Uniti d’America
La poesia oggi

Vi sono tante voci poetiche ai giorni nostri che sono in continua ricerca di novità, intese come un rifiuto della tradizione che ritengono, a torto, essere superata, troppo mielosa o troppo erudita. Quasi sempre tutto si riduce ad una sperimentazione di nuove formule, di nuovi linguaggi poetici, oscuri e tortuosi, che nelle intenzioni dovrebbero rappresentare il linguaggio moderno espresso, per lo più, da silenziosi esseri vaganti persi nella nebbia di piccoli mondi illuminati a stento da fievoli luci ipnotiche. La poesia quella vera non è effimera, un fenomeno transitorio legato al momento o ai tempi correnti, ma una voce che resiste nel tempo, composta da semplicità e chiarezza. La vera poesia è come un respiro caldo che nasce dall’animo di chi scrive e diventa parola, messaggio d’amore o voce che si alza forte dal fondo dei cuori. Può essere viatico di conforto, di luce consolatrice per i cuori aperti a ricevere il bello, l’amore e la storia che ci circonda. La tradizione poetica non è una catena da trascinarsi dietro come un carico inutile e noioso, ma la buona terra dove seminare i nuovi semi affinché possa continuare a esprimere valori universali che coinvolgono tutti i popoli, tutte le culture. La poesia non morirà mai se continuerà a proporsi con prepotenza di espressione, come hanno fatto i tanti poeti la cui voce si ripeterà ovunque e per sempre.
Stefano Colli, "Lettere da una bambola"

Lettere da una bambola
Stefano Colli
Giuliano Ladolfi Editore, 2018
pp 78
10,00
Questa nuova opera di Stefano Colli mi è piaciuta molto più della prima. È, oggettivamente, un testo di pregio. Si tratta di un poemetto, o, meglio, di un romanzo sotto forma di poesie l’una collegata all’altra, con una sorta di trama, di svolgimento e di conclusione.
Le liriche sono discorsive, semplici, molto caproniane e prosaiche, eppure poetiche e belle, con grande senso del ritmo, a parte qualche verso meno riuscito. Lo stile è sobrio, dimesso, scarno eppure pregno. Anche qui, come già ne La diaspora del senso, abbiamo un collage di versi di altri poeti, una serie di echi e rimandi. Non si tratta di “copiare”, bensì di usare strofe e parole altrui dopo averle introiettate e fatte proprie, quasi una specie di codice in comune col lettore.
Tutto il componimento stesso si basa su qualcosa di già esistito, poiché si rifà alle “Lettere da una bambola” scritte da Kafka, “uno scrittore di cui non ricordo il nome”, alla bambina Elsie. Qui, invece, la bambina si chiama Gioia e la bambola che le scrive Ester.
L’io narrante è una sorta di figura sospesa, che vive in un limbo costituito non si sa se dalla morte o dalla Follia, personaggio a sua volta della storia. È “un uomo senza passato”. Però, man mano che procede la narrazione, egli recupera parte della memoria, scopre di aver avuto una moglie, che ora lo tradisce col migliore amico, e due figli. Le lettere lo tengono ancorato alla terra, in bilico fra il qui e l’Altrove.
Nei viaggi fittizi raccontati nelle missive, l’uomo viene in contatto con tanti bambini che nel mondo hanno un motivo per piangere - così come piange la piccola Gioia/Elsie - per le situazioni atroci in cui sono costretti a vivere: la guerra, la barbarie, lo sfruttamento. Bambini che “non sono più in grado di sognare”. Si spazia da Pol Pot a Stalin, a Tito, su su fino ai mali dei giorni nostri, fino ai naufragi nel Mediterraneo, fino al terrorismo afghano.
C’è sempre un motivo per piangere al mondo, ma ci si può anche consolare con una flebile speranza. Speranza che queste lacrime si asciughino, che il mondo si raddrizzi, che un Dio, forse non “senza peccato”, rivolga finalmente a noi il suo sguardo. Bisogna, per permettere a questo seme di speranza di germogliare, non solo imparare a cooperare per il bene comune, ma pure far cadere gli “steccati e pregiudizi”, aprendoci a una conoscenza che è anche, per forza di cose, follia. Perché il sapere può renderci liberi ma anche sconvolgerci, scardinare le nostre comode certezze, capovolgere il nostro credo. La poesia serve a questo, a denunciare, a consolare, e a rivoluzionare.
Stefano Giannotti, "Fermento di Falesia"

Stefano Giannotti
Fermento di Falesia
Euro 12 – pag. 80
Edizioni Cinquemarzo, 2018 - www.cinquemarzo.com
Stefano Giannotti è autore che conosciamo per aver apprezzato i suoi primi romanzi editi, - Alla ricerca dell’isola perduta e La biblioteca di sabbia -, pervasi di citazioni da Borges, Proust e altri autori che compongono il suo immaginario letterario. Non conoscevamo la sua inclinazione poetica, ma questa silloge, dedicata alla città natale, dimostra che l’ispirazione lirica non è meno coinvolgente rispetto alla dimensione della prosa. La dedica compone una sorta di lirico (quanto condivisibile) incipit: A Piombino, dove sono nato,/ che da giovane ho creduto essere tutto il mondo./ Adesso che di mondo ne ho visto abbastanza,/ non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto, che dà il via a una proustiana ricerca del tempo perduto, segnata dal rimpianto e dal vivere con i ricordi, patrimonio personale irrinunciabile. Amarcord felliniano per immagini che colpiscono improvvise e scaturiscono dagli oggetti più impensati e dai luoghi ritrovati nelle vesti d’un tempo.
Il poeta percorre le strade della sua città mentre da ogni angolo fa capolino il passato, sotto forma di sensazione indelebile e di flashback della memoria che ricorda sequenze indimenticabili de Il posto delle fragole.
Il portachiavi, le camicie e l’orologio/ non sapranno mai che me ne sono andato/ ma questa città non mi abbandona/ aspetta che sia sempre parte di lei/ sono nato, sono stato e sempre starò a Falesia.
Piombino - Falesia è il nome antico che ricorda le scogliere - occupa gran parte dei componimenti, intenso come luogo dell’infanzia, la Combray indimenticabile di Proust, dove tutto comincia e dove si tende a tornare. Altre liriche sono dedicate a se stesso, ai libri, alla biblioteca, al vento che soffia dalla Provenza, alle donne del passato, a scrittori e personaggi di romanzi, ma su tutto aleggia il panorama indimenticabile d’un promontorio, dal Golfo di Baratti alla Cittadella, passando per la piazza sul mare dedicata a Giovanni Bovio.
Che ne sarà stato di quei ragazzi/ che verso il mille e novecento ottanta/ si ritrovavano su quelle panchine/ a cercare senza trovarlo/ un luogo dove spendere il tempo/ ignari del tedio che porterà il futuro/ ma felici a notte fonda di dire/ ci vediamo domani, amici.
Il rimpianto resta nota indelebile:
Cosa non darei per scambiare ancora/ le figurine in via Dalmazia/ il nascondino o un calcio al pallone/ un gioco continuo fino al tramonto.
L’Isola d’Elba all’orizzonte segna la rotta da seguire, una volta mollati gli ormeggi, lasciando alle spalle ciminiere corrose che non fanno alcun fumo/ un mostro l’altoforno di fatiscente ferro. Dal ponte della nave si ammirano le case e le strade di quel tempo perduto/ la spiaggia e gli amori di quei giorni passati. Una traversata che assomiglia alla vita, anche se il porto a vent’anni era un ponte sospeso/ verso mondi migliori e donne d’amare, mentre adesso non resta che un cupo orizzonte fatto di angoscia e paura, anche se continua la ricerca dell’isola perduta.
Nostalgia e passione sono la nota dominante di una raccolta di liriche sincera e per niente costruita, pur se lo stile denota ricerca e studio della parola per conferire al verso musicalità e ritmo. Poesia racconto che ricorda il Pavese di Lavorare stanca, ma anche molte liriche ambientate a Piombino composte da Maribruna Toni che consigliamo di rileggere con attenzione. Un piccolo grande libro da leggere e rileggere, per metabolizzarlo in profondità. Essere piombinesi aiuta ma non è indispensabile, perché le liriche rappresentano un’elegia della provincia e del tempo perduto che può essere universalizzata e rivolta a ogni luogo dell’anima. Concludiamo con un assaggio lirico, forse con il componimento più emblematico che unisce la sinfonia dei ricordi a sprazzi di poesia civile sullo stile de Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini.
Torniamo a leggere poesia. Fa bene al cuore.
FALESIA
Sono nato in un’altra città che pure si chiamava Falesia.
Ricordo ogni tipo di odore, piacevole e fastidioso,
quello acre delle polveri della fabbrica,
quello pungente delle alghe bagnate sulle spiagge,
quello di cocco della crema solare
spalmata dai bagnanti in estate,
quello arido delle reti dei pescatori al porticciolo,
quello nauseante del pesce nella pescheria di mia zia,
quello fragrante della schiaccia appena sfornata,
quello floreale delle ginestre in quelle notti di maggio,
quello silvestre degli aghi di pini nella mia spiaggia.
Ricordo la piazza dove ho imparato a leggere
ma pure giocavo a pallone con l’amico che non c’è più,
ricordo la pizzeria delle notti a ridere con gli amici,
ricordo il piazzale con le barche dove imparai a nuotare,
ricordo quel golfo dove per la prima volta mi dichiarai
ma anche l’anfratto dove in penombra detti il primo bacio.
Ricordo la granita al tamarindo con le labbra salate,
le mattine al porto a veder salpare i traghetti
credendo un giorno di partire per destinazioni sconosciute.
Ricordo lo stadio sulle cui gradinate esultavo per il gol,
il palazzetto dove gioivo per un canestro decisivo.
Ricordo la piazza con le due cabine del telefono
dove ogni giorno ritrovavo i miei amici
senza pensare che quel giorno non ci sarebbe più stato.
Ricordo l’operaio che si rifiutò di consegnare il tricolore
mentre cantava Bella ciao e quelli che occuparono la fabbrica
lasciando i figli senza pane per rivendicare i propri diritti.
Ricordo lo specchio che rifletté per l’ultima volta
il volto di mio padre.
Ora in quella città sarei un estraneo
qualcuno forse più giovane di me
non leggerà mai questa pagina
ma rimpiangerà quel campo di ulivi
e quell’amore mai sbocciato.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Un nuovo colloquio e Il tempo felice

UN NUOVO COLLOQUIO
Per non essere seppellito
Dalle suadenti parole
Di gracchianti mostri colorati
In questo mare di vacue immagini
E suoni ossessionanti
Io naufrago senza isole
Rievoco i tormentati anni
Dell’utopia sessantottina
Per dare un senso
Al tempo della mia vita
Quando il pensiero era una musica
E le parole un coro.
Per risvegliare nel cuore
Imborghesito dalla monotonia
Un nuovo colloquio
con quanto ancora c’è di buono
di concreto e di vivo
al di là del buio colpevole
dei nostri occhi silenziosi.
IL TEMPO FELICE
I poeti che hanno vissuto il sessantotto
il sessantanove
E tutti gli altri anni
Che si sono succeduti tutti uguali
Tutti inutili, inconcludenti e deludenti;
i poeti di quella generazione
che hanno sopportato anni di piombo
terrificanti e troppo pesanti
per le loro grandi e fragili idee;
questi uomini dal libero pensiero
nonostante abbiano dovuto indossare
nuovi abiti di perbenismo
sono rimasti ancora insieme
a ricordare, a dialogare, a dissertare
sul bello e sul brutto
di un tempo ormai lontano
dove nascevano sogni e utopie
fra le massime di Mao
e le canzoni di Bob Dylan.
Questi uomini
Non possono dimenticare la fiamma
Che bruciava nei loro cuori
I carri armati di Praga
Il primo uomo sulla Luna
Ma soprattutto non vogliono
Rinunciare alla nostalgia
Del loro tempo felice
Assurto agli onori della storia.
Festival Internazionale Europa in versi

Siamo lieti di presentarvi il prestigioso Festival di Poesia Europa in Versi, giunto alla sua ottava edizione, sotto la direzione della Casa della Poesia di Como.
Il Festival si terrà da venerdì 18 a domenica 20 maggio, con eventi riservati alle scuole nella prima giornata ed incontri aperti al pubblico nei due giorni seguenti.
Segnaliamo in particolare l'International Poetry Slam e Reading di poesia
che si terrà sabato 19 maggio a villa Gallia a partire dalle 15.00.
A seguire la cerimonia di proclamazione di vincitori e finalisti del Premio Europa in versi.
Da ricordare anche Di poeta in poeta, una passeggiata creativa sul lago di Como
con la partecipazione dei poeti di Europa in versi, che partirà domenica alle 14.30 da Piazza del Duomo.
Scaricate il programma dettagliato che trovate qui sotto per conoscere tutti gli incontri previsti, con orari e luoghi.
Partecipate numerosi!
Madri di guerra

Contateli
Contateli i vostri figli
O madri dolenti!
Guardate i vostri figli morti
Immobili e freddi
Allineati uno dopo l’altro
Come i grani del rosario
Che stringete fra le mani.
Cosa rimane
Dei vostri e dei loro sogni!
Labbra mute che vorrebbero gridare
Ancora canzoni d’amore.
Occhi chiusi su un passato
Troppo breve per essere ricordato.
Oh! Madri dolorose
Guardate quelle mani inermi
Senza più spade o rami d’olivo
O sogni, o lacrime, o attimi di vita
Che vorrebbero inseguire
In un cielo oscuro e lontano
Troppo lontano per le vostre preghiere.
Il vento d'inverno

Specie quando
Il vento d’inverno
Mi trafigge i capelli
Cammino sulla riva del mare.
Odo il richiamo del gabbiano
Il fremito delle vele
Sul taciturno molo.
Qui
Ritrovo chiari mattini
E suoni e aspri odori
Non dimenticati e reti.
Grovigli inestricabili
Che mani antiche
Annodano e riannodano.
Specie quando
La solitudine diventa
Un’ombra sottile e lunga
E fredda nel crepuscolo.
Quando
Gli sfaccendati granchi
E il vento
E l’onda monotona del mare
Osservano il mio passo
Affondare nella sabbia
Senza lasciare tracce
Dalle navate oscure e contorte
Di conchiglie abbandonate
Sale un lamento.
Un suono d’organo struggente
Che mi possiede
Percuote la mia anima
Fino a spezzare il cerchio
Di una tristezza antica
Che mi sovrasta come una tempesta
A volte ritornano

A volte ritornano… sì, ritornano in mente le vecchie poesie che, bambina, m’inorgoglivo di sapere tanto bene a memoria. La leggenda di Teodorico, di Giosuè Carducci, è una di queste.
Teodorico, re degli Ostrogoti ai tempi dell’Impero Romano d’Oriente, fu mandato in Italia dall’Imperatore, dopo avere sconfitti gli Eruli ed il loro re, Odoacre. Viveva nel castello di Verona.
Teodorico mise in carcere e fece uccidere il suo consigliere Severino Boezio, dopo una lunga disputa religiosa. Ma, a sentire Carducci, la giustizia divina non si fece attendere.
Su 'l castello di Verona
Batte il sole a mezzogiorno,
Da la Chiusa al pian rintrona
Solitario un suon di corno,
Mormorando per l'aprico
Verde il grande Adige va;
Ed il re Teodorico
Vecchio e triste al bagno sta.
Pensa il dí che a Tulna ei venne
Di Crimilde nel conspetto
E il cozzar di mille antenne
Ne la sala del banchetto,
Quando il ferro d'Ildebrando
Su la donna si calò
E dal funere nefando
Egli solo ritornò.
Guarda il sole sfolgorante
E il chiaro Adige che corre,
Guarda un falco roteante
Sovra i merli de la torre;
Guarda i monti da cui scese
La sua forte gioventú,
Ed il bel verde paese
Che da lui conquiso fu.
Il gridar d'un damigello
Risonò fuor de la chiostra:
— Sire, un cervo mai sí bello
Non si vide a l'età nostra.
Egli ha i pié d'acciaro a smalto,
Ha le corna tutte d'òr.
— Fuor de l'acque diede un salto
Il vegliardo cacciator.
— I miei cani, il mio morello,
Il mio spiedo — egli chiedea;
E il lenzuol quasi un mantello
A le membra si avvolgea.
I donzelli ivano. In tanto
Il bel cervo disparí,
E d'un tratto al re da canto
Un corsier nero nitrí.
Nero come un corbo vecchio,
E ne gli occhi avea carboni.
Era pronto l'apparecchio,
Ed il re balzò in arcioni.
Ma i suoi veltri ebber timore
E si misero a guair,
E guardarono il signore
E no 'l vollero seguir.
In quel mezzo il caval nero
Spiccò via come uno strale
E lontan d'ogni sentiero
Ora scende e ora sale:
Via e via e via e via,
Valli e monti esso varcò.
Il re scendere vorría,
Ma staccar non se ne può.
Il più vecchio ed il più fido
Lo seguía de' suoi scudieri,
E mettea d'angoscia un grido
Per gl'incogniti sentieri:
— O gentil re de gli Amali,
Ti seguii ne' tuoi be' dí,
Ti seguii tra lance e strali,
Ma non corsi mai cosí.
Teodorico di Verona,
Dove vai tanto di fretta?
Tornerem, sacra corona,
A la casa che ci aspetta? —
— Mala bestia è questa mia,
Mal cavallo mi toccò:
Sol la Vergine Maria
Sa quand'io ritornerò. —
Altre cure su nel cielo
Ha la Vergine Maria:
Sotto il grande azzurro velo
Ella i martiri covría,
Ella i martiri accoglieva
De la patria e de la fé;
E terribile scendeva
Dio su 'l capo al goto re.
Via e via su balzi e grotte
Va il cavallo al fren ribelle:
Ei s'immerge ne la notte,
Ei s'aderge in vèr' le stelle.
Ecco, il dorso d'Appennino
Fra le tenebre scompar,
E nel pallido mattino
Mugghia a basso il tosco mar.
Ecco Lipari, la reggia
Di Vulcano ardua che fuma
E tra i bòmbiti lampeggia
De l'ardor che la consuma:
Quivi giunto il caval nero
Contro il ciel forte springò
Annitrendo; e il cavaliero
Nel cratere inabissò.
Ma dal calabro confine
Che mai sorge in vetta al monte?
Non è il sole, è un bianco crine;
Non è il sole, è un'ampia fronte
Sanguinosa, in un sorriso
Di martirio e di splendor:
Di Boezio è il santo viso,
Del romano senator.
G. Carducci, da Rime Nuove
Siate buoni, o figli

Per continuare la serie delle poesie che ci facevano imparare a memoria - e questa è bella lunga, non so come farei adesso a recitarla a mente – ce n’è una che prediligevo e ancora oggi mi fa salire le lacrime agli occhi: Il rospo di Giovanni Pascoli.
Qui il “fanciullino” non è buono, tutt’altro, qui è semmai l’immagine della malvagità inconsapevole, quasi innocente nella sua implacabilità. A esser buono è il “mostro”, il rospo brutto, e per ciò stesso “cattivo”. Lui è l’unico ad aver l’animo tenero e sensibile, capace di vedere la bellezza della natura. Se ne sta per i fatti suoi, mentre i fanciulli, belli e amati, imperversano sul suo corpo sgraziato. Ad aver pietà di lui non è un uomo, non è una donna, ma un povero asino vecchio e macilento, vittima a sua volta di percosse e brutalità.
Era un tramonto dopo il temporale.
C'era a ponente un cumulo di cirri
color di rosa. Presso la rotaia
d'un'erbosa viottola, sull'orlo
d'una pozza, era un rospo. Egli guardava
il cielo intenerito dalla pioggia;
e le foglie degli alberi bagnate
parean tinte di porpora, e le pozze
annugolate come madreperla.
Nel dì che si velava, anche il fringuello
velava il canto, e, dopo il bombar lungo
del giorno nero, pace era nel cielo
e nella terra.
Un uomo che passava
vide la schifa bestia; e con un forte
brivido la calcò col suo calcagno...
Venne una donna con un fiore al busto,
ed in un occhio le cacciò l'ombrella...
Quattro ragazzi vennero sereni,
allegri, biondi: ognuno avea sua madre,
a scuola andava ognuno. - Ah! la bestiaccia!
dissero. Il rospo andava saltelloni
per la scabra viottola cercando
la notte e l'ombra. Ed ecco i quattro bimbi
con una brocca a pungerlo, a picchiarlo,
a straziarlo. Sotto i colpi il rospo
schiumava, e i bimbi: - Come è mai cattivo!
L'occhio strappato ed una zampa cionca,
cincischiato, slogato, insanguinato,
non era morto; e gli voleano i bimbi
gettare un laccio, ma scivolò via
arrancando. Incontrò la carreggiata,
vi si annicchiò fra l'erba verde e il fango.
Ed i fanciulli in estasi e in furore
s'erano certo divertiti un mondo.
Guarda, Piero! Di’, Carlo! Ugo, dà retta!
prendiamo, per finirlo, ora un pietrone.
E, rossi in viso, empivano di strilli
la dolce sera. Intanto uno rinvenne
con una grossa lastra: - Ecco trovato!
A stento la reggea con le due mani
piccole, e s'aiutava coi ginocchi.
Ecco! - E ristette sopra il rospo, e gli altri
a bocca aperta, senza batter ciglio,
stavano intorno con la gioia in cuore.
E quello alzò la lastra. Uno... due...
Quando
videro un carro che venia tirato,
là, da un asino vecchio, zoppo, stanco,
con gli ossi fuori e con la pelle rotta.
Il barroccio veniva cigolando
nei solchi delle ruote, trascinato
dalla povera bestia. Essa il barroccio
tirava, e avea due cestoni indosso.
La stalla, dopo un giorno di fatica,
era ancor lungi; il barrocciaio urlava,
e segnava ciascun: - «Arrì »- d'un colpo.
Il solco delle rote era profondo,
pieno di melma, e così stretto e duro
ch'ogni giro di rota era uno strappo.
L'asino s'avanzava, rantolando
tra una nuvola d'urla e di percosse.
La strada era in pendio: tutto il gran carro
pesava sopra il ciuco e lo spingeva.
Ed i fanciulli videro, e, gridando
al lor compagno: - Fermo con la pietra!
dissero: - il carro passerà sul rospo;
c'è più gusto così.
Dunque, in attesa,
sgranavano gli allegri occhi i fanciulli.
Ecco, scendendo per la carreggiata,
dove il mostro attendea d'esser infranto,
l'asino vide il rospo: e triste, curvo
sovra un più tristo, stracco, rotto, morto,
sembrò fiutarlo con la testa bassa.
Il forzato, il dannato, il torturato,
oh! fece grazia! Le sue forze spente
raccolse, e irrigidendo aspre le corde
sugli spellati muscoli, ed alzando
il grave basto, e resistendo ai colpi
del barrocciaio, trasse con un secco
scricchiolio, fuori, e deviò la ruota,
lasciando vivo dietro lui quel gramo.
Poi riprese la via sotto il randello.
Allor nel cielo azzurro, dove un astro
già pullulava, intesero i fanciulli
Uno che disse: - Siate buoni, o figli.
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