poesia
Decomposizione psichica

Il destinorizzonte
Stracci di sonno coprono,
masticano il corpo della notte
diafano di tenerezza;
lo avvinghiano
sinuoso di buio
– flessuoso di membra stellate –
e lo attraversano d’amore.
Poi, fosforescente,
lo sguardo della nebbia,
scosso di stanchezza,
si espande lento nel cuore
come un gas di desideri
volatilizzati.
Mentre il mio destino,
guantato dalla notte,
scende nei sobborghi dell’anima:
strade oscure di pensiero
e siepi d’amore
s’intersecano nel mio nome.
Il destinorizzonte
s’attorciglia
a questa landa di tempo.
«Chi» – si domanda –
«striscerà nella roccia del canto
la gioia, turgida
come i seni di un fiore incantato?».
Danzai nelle viscere di un sentimento
all’ombra de’ tuoi occhi.
Poi l’amore s’irradiò in rivoli di tempo.
«Che sia la vita!», urlava il nostro dio
(o soltanto noi).
Ma si sbagliò (o soltanto noi sbagliammo
perché non c’era
null’altro da fare) e
fu il tempo
(o continuò… )
Parole dal silenzio
Ricorda il mistero
che fioriva in un sospiro,
dove la morte ha tessuto il nido
come una spiaggia
di parole taciute;
come un barbaglio di sogni trasparenti,
orchestra di anime perdute.
Desideri esplosi nel cielo
mimano le stelle.
Regni abissali di morte,
fiorita nel respiro di Dio.
Leggende di anime affogate nel buio
sotto la volta di sentimenti castrati.
Malinconia: il pensiero animato di sole
rattrappito
nel sonno di una dolce tristezza.
E la morte vive all’inchinarsi del tempo
all’imbrunire della voce
in questa via del pensiero
ghiaiosa d’amore.
E gli uomini
(sogno di Dio, ossessione della morte)
spengono una scintilla
umida di storia;
ascoltano un nome
raggiato di follia.
In incognito
Dormo in incognito
per non farmi riconoscere dagli incubi.
Scavano per l’aria come talpe;
hanno un paio d’occhi
larghi e fotofobici.
Sul comodino
il lume acceso mi nasconde.
Decomposizione psichica
Musica come bava alla bocca:
e il cielo si gonfia tra le urla dei pazzi,
il loro sguardo è vento
che si perde nel labirinto di stelle.
Ogni parola è una stella
che splende di saliva: e cieli agitati
innevati di stupore
tramontano lontani,
evocati dalla morte.
Il mio cielo
è questo mio cervello
pieno di tralicci spezzati
e di barriere sventrate
e d’acque ferite
e di binari sradicati
che si mordono col ferro.
Dentro le vene,
aggrovigliate come un gomitolo
di dolore,
il sangue è un fiume abbandonato
terso di rumori prosciugati.
La morte è silenzio
stonato.
La voce trasuda parole d’accento piagato
ma è tiepido il grido del tuo respiro,
le piaghe troppo soffocanti
perché tu abbia il fiato d’urlare.
Morire da te
è una fuga troppo leggera
per avere il sollievo.
Così
un pantano di figure
nel cuore
e il giorno s’increspa
a raccogliere il tuo soffio.
Morbido silenzio, soffice
come una preghiera del sonno.
Il buio che adora fruscii e parole:
il buio, affannato dal mio respiro,
può solo accarezzare la
nausea di questa vita.
Nel giorno,
sputo della notte,
fiori freddi
come steli di pioggia.
Un’orma di luce
imbavaglia lo spazio.
Morte antologica permanente

PREFAZIONE:
le parole seguenti
sono un fango di cellule nervose,
tenute insieme dal silenzio.
Il silenzio è un’isteria di solitudine
che genera e accumula:
prodotti temporali,
energie cinetiche,
reazioni di gesti a catena.
I sogni, inseriti nella rassegnazione
come in un programma di noia pianificata,
sono gli arti di questo silenzio;
o, se preferiamo,
gli organuli ciechi del silenzio
che lavorano a tastoni
dentro il suo liquido citoplasmico.
Il silenzio può anche essere
la cellula monocorde
di un sentimento spaventato,
di un amore rappreso,
di un guanto scucito:
in tal caso
trasforma la solitudine
nella raggiera cerimoniosa
d’una nausea che procede,
maestosa,
con moto uniformemente accelerato.
(Si registra un’accelerazione a sbalzi
solo quando
un’effervescente disperazione
s’intromette con scatti sismici
a deviare il corso
dell’accelerazione stessa).
Per concludere,
l’evoluzione della nausea
può secernere un vuoto,
avente più o meno
le caratteristiche della morte;
o germogliare per gemmazione
quella strana forma di vita
identificata col nome di indifferenza,
la quale risulta essere (da approfondite supposizioni)
il chiasmo di paura e odio.
POSTFAZIONE:
le parole precedenti
sono un fango di cellule nervose,
tenute insieme dal silenzio.
Ogni allusione
a sentimenti e/o fatti reali
è voluta
silenziosamente.
prima di far cena,
mangiando fette di pandoro.
Che pensieri terra terra
vengono in mente
mandando giù bocconi
pastosi di burro:
pensieri... stomaco stomaco.
Tipo: «Sono stracco di vivere
a mia rovina;
sono stracco di vivere
alle mie spalle».
Insomma è un malessere transitorio che bisogna pur soffrire passando, tutto d’improvviso, dalla gioia al dolore. È un po’ come il malore successo a quelli che han volato da un fuso orario all’altro. Poi, quando la rabbia finisce, il mio pessimismo è solo rassegnazione.
Se vedo, però, intorno a me
sorrisi di compassione
per l’enorme sfiducia
che mi affligge il cuore,
mi rincacchio con passione
e, senza nemmen finire
di rovinarmi l’appetito,
corro a letto immusonito
saltando l’antipasto
(e figurati la cena!).
«Ah, sono stracco di vivere
a mia rovina;
sono stracco di vivere
alle mie spalle».
Pomeriggio sfaticato
A casa,
nel disordine alchimistico
delle ore scapestrate,
sfoglio un libro
foruncoloso di parole.
Allora esco
e vado a guardare i miei passi
che vorrebbero tanto
(come mille moschettieri)
essere uno
per ogni raggio di sole.
«Miao», fa il micio.
«Vruum», risponde l’automobile.
«Boh!», commento io. E torno a casa
galleggiando su questi passi
che ormai hanno capito
di essere ben pochi:
«Vorremmo tanto» – pensano –
«che i raggi di sole
(come tre moschettieri)
fossero uno
per ognuno di noi».
A casa,
nel disordine alchimistico
delle ore scapestrate,
mi ritrovo a fare
la critica letteraria
di uno starnuto
o della mia
scarpa sinistra.
Il traviato
Nel vero senso del cimitero
e di un riposo ossessivo
non sa più divincolarsi
dalle materie (o macerie) di studio
che pian piano disimpara con pigrizia
nella vecchi’aia del suo podere.
Traviato da un senso malinteso d’allattamento,
al contrario dei fratelli
partiti allo sbaraglio
(coraggiosi inermi in armi),
lui cerca rifugio
nella casa di famiglia:
la masseria
prensile e sterrata.
Morte antologica permanente
Siccome la vita
ci rovina la vita
(sempre!),
a giugno ho visitato
(un po’ turista, un po’ becchino
e un po’ parente sconsolato)
l’interessante morte
antologica permanente
delle mie speranze
migliori:
quanti sogni falliti
imbalsamati in bella mostra!
Li guardavo e piangevo
desolato nero,
dannandomi frenetico
la salute.
E adesso è soltanto
stanchezza rabbiosa
resistere ogni giorno
al ripetersi ingombrante del respiro
e della luce.
Delusione

DELUSIONE
La bravura simbiotica delle rime a incastro.
Il sogno è un conservante,
l’additivo artistico
per rimodernare
ambizioni letterarie,
o speranze, sopite ad honorem.
Comunque il sole
non è bello come prima.
Adesso mi pare una vecchia fotografia.
Il particolare, anzi,
di una vecchia fotografia
... ritagliato via
dall’alone di un sorriso.
Vecchio! La vita?
Ti piaceva…
«Sissì… Beh
in fondo vivevo
solo per ricordare me stesso:
per non avere rimpianti
o rimorsi».
E la seguivi, allora.
La seguivi!
«Sissì…
Magari non per nobiltà
o entusiasmo
o speranza. Nonnò…
Per una ragione, invece,
molto più romantica:
perché non mi scacciava…
Ma sì! Poi l’eco di uno sguardo,
l’eco di uno sguardo
s’infrange nel cuore:
e tutto quello che resta da vedere
è il desiderio di guardare».
Il nulla
I miei sogni leggeri, scanalati
fra ombre creole di tenera luce
e foglie di facciata
(ovvero blande
come ballerine
morse dal vento).
E quando l’incubo arriva
il nulla esce dal suo fuori
per annuire agli occhi del presente;
«io sono» – dice –
«un barbaglio di notti camuse
e la pioggia di quel che verrà:
del futuro mi rivelo
l’unica, insomma,
l(’)abile traccia!».
Qualche indizio di materia

Aeroplano
Se tento
di raggiungere il cielo
la distanza rimane invariata.
M’avvicino
soltanto alle nubi.
Filosofia
Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio
che smette, ogni tanto,
di pronunciare il vuoto.
Allora qualche indizio di materia
deforma l’aria,
descrivendo le pause del nulla
prima che il silenzio
si richiuda.
(Le mani s’infrangono
contro un gesto incompiuto)
Gesti sinuosi
a intrecciare
il corpo di un uomo
mentre
danze attutite
risalgono il tempo
sfiorando i minuti
con un frullo di passi.
Frammento
A tratti nel buio
la filigrana di stelle
configura
la mia rabbia pensosa:
amore o incertezza, incertezza e amore.
Saette Frecce e Dardi

Saette Frecce e Dardi
– di petalo in Burrasca
in equilibrio di vertigine
– sulla pelle della pesca
l'ombra depredante – sul girotondo
vestale
oltre i vetri ispessiti dal colore
nel filtro che irrora i globi
di liquido in gocce rotolanti
come cera da una candela
urla e biancheggia
sul candelabro
tra le frasche feroci
sulla veste di smalto
incuneata nel circo
vivisezione nel cuore
fino ai vicoli della città
oltre umido buio
tra le cortine rosse
nella notte
uno sbuffo accalorato
nella presa
lei scappa
la strada divora la strada
e si arrotola arrotola
urlando (SCIANK!)
le ultime gocce
- le ultime gocce
- goccia – goccia - goccia
Stefano Colli, "La diaspora del senso"

La diaspora del senso
Stefano Colli
Edizioni Helicon, 2017
pp 78
11,00
Ancora un altro poeta, ancora un’altra silloge, La diaspora del tempo, di Stefano Colli, scritta con estrema fluidità e semplicità. Poesie non ermetiche, suddivise in tre sezioni, la prima dedicata allo scrivere versi, la seconda agli orrori della storia odierna, la terza più intima e personale.
Le liriche di Colli non rinunciano mai a soffermarsi su di sè, sull’atto stesso del poetare, sul parto delle sillabe, che è irrinunciabile, consolatorio ma spesso inutile. L'autore dialoga con Alda Merini, con Dino Campana, i riferimenti classici sono espliciti e voluti, quel non chiedere la parola di montaliana memoria ci impone di riflettere su cosa serva poetare, se debba o meno essere legato alla vita: “perché non hanno un pubblico i poeti?/se i versi non si aprono alla vita/e il poetare è questione di castelli privi di un ponte levatoio? E ancora: Un giorno senza versi è come vivere una seconda morte.
Se scrivere parole è gesto intimo, personale, liberatorio, è comunque anche un ponte, un occhio sulla realtà che ci circonda, come i naufragi nel mediterraneo, come i paesi distrutti dal terremoto o dalla guerra. Così lo scrivere assomiglia al tradurre, non da un altro mondo ma da questo, non da un iperuranio ma dalla bruta realtà che ci circonda, fatta di scene terribili, del piccolo Aylan arenato su una spiaggia, di sofferenza ma anche di una natura distaccata, a volte matrigna, sempre contemplativa e da contemplare, una natura alla quale ispirarsi per raggiungere una sorta d’indifferenza che ci protegga dal dolore. C’è un vano tentativo di comprensione, subito abbandonato a causa della diaspora del senso, che coincide con la perdita di umanità in generale ma anche con la solitudine e incomunicabilità del singolo. Il male del mondo - gli occhi dei bambini vittime della guerra - non si può redimere, il dolore sarebbe forse un poco lenito dall’amore, servirebbe il sorriso di una donna, ma anche quello ormai è negato, lei è lontana, fisicamente o moralmente, e scrivere diventa il surrogato di amare.
Lo stile è molto scorrevole e misurato, alcuni versi, però, denotano poco sforzo e potrebbero, con maggiore approfondimento, risultare meno banali, come , ad esempio “all’ineffabile angoscia del nulla”. Non basta usare parole poetiche e indefinite, come notte, luna, stelle o mare, per ottenere i risultati di Leopardi. Forse, la cosa più interessante di questa raccolta è proprio, come dicevamo prima, quel rimasticare versi già digeriti di un comune patrimonio poetico: Venne la morte e aveva occhi di follia, piegandoli ad esprimere l’indicibile orrore di momenti come l’11 settembre, anch’essi, non casualmente, parte di una storia che ci accomuna tutti.
Ci sono però picchi di splendore in alcune poesie, sia sociali che introspettive, come in Ragazza di Kobane e Surrogato di amare, di cui riportiamo alcuni versi.
Ogni mattina pregherò per rivedere
quel bagliore nello sguardo di ragazzi
ignari del tempo che impiega
una sigaretta a consumarsi, lenta
tra le rovine di una città assediata
E la vita che scorre, indomita
Con il fumo confuso tra i capelli
E in tasca soltanto la speranza. (Da Ragazza di Kobane)
***
Esposti a questo strano vento
di un ottobre malato, si levano
i tuoi capelli verso il cielo grigio
come storni impauriti
in cerca di una timida gioia.
Riempio il bianco della pagina
solo per sopravvivere, ma so
che stasera scrivere
può essere soltanto il surrogato di amare. (Da Surrogato di amare)
Stefano Labbia, "I giardini incantati"

I giardini incantati
Stefano Labbia
Talos Edizioni, 2017
Una raccolta di liriche discorsive, persino dialoganti a volte, che raccontano momenti di vita, soprattutto coniugale, o comunque un difficile rapporto con se stessi e le donne di oggi e di ieri. Un uomo insoddisfatto, il protagonista di queste poesie, che rimpiange il passato e teme un futuro troppo simile al presente.
L’interlocutore, l’altro da sé, è quasi sempre la donna: moglie, amante, arpia, nemica. Un sentimento che non è generica misoginia ma fastidio nei confronti di alcune persone specifiche, di una donna, in particolare, alla quale il protagonista si è legato con squallide catene, cosicché vive la vita per modo di dire, come purtroppo capita a molti di noi: non sentirsi più vivi, provare astio, rabbia e rancore per chi ci sta a accanto, sentirsi artefici del proprio male e chiusi in gabbia, sognando al contempo tutte le possibilità di un’altra esistenza, più piena, più ricca di emozioni autentiche, e un domani luminoso che non arriva mai.
Lo stile è semplice, crepuscolare, le ripetizioni rafforzano i concetti e illanguidiscono il verso, le domande insistenti, spesso retoriche, cercano di fare chiarezza là dove, ahimè, forse tutto è già chiaro e immobile. E c’è anche, a tratti, un sottile amaro sarcasmo (se solo pagassi tu) che ci mostra il risvolto meschino di una realtà che sarebbe tragica se non fosse anche ridicola.
Concludiamo questi brevi cenni con una delle migliori poesie
A Rina
Decantavi il valore di ogni singolo respiro,
ogni istante,
ogni fugace momento,
colla tua piccola insenatura,
al lato della bocca
ed il tuo piccolo difetto
dietro al collo.
Petali rossi
si dischiusero
per assaporare il vento...
Poi un tintinnio,
lontano,
ti fece voltare
dalla parte sbagliata.
I poeti maledetti

I poeti maledetti erano delle figure alla moda che facevano impazzire le teenager dell'epoca, così come Jim Morrison alla fine degli anni sessanta. Erano un fenomeno commerciale studiato a tavolino dagli editori, così come i Take That alla fine degli anni novanta. Avevano giusto pensato che, dato che la gente ha sempre delle regole da voler sovvertire e da cui si sente oppressa, qualche figura in posa ribelle avrebbe fatto al caso loro. Dopo il flop iniziale, la storia ha dato loro ragione, e ora Rimbaud è idolatrato come Lou Reed, Iggy Pop e David Bowie.
Del resto il suo spessore come poeta è indubbiamente evidente: soprattutto in quella poesia in cui suggerisce che, in realtà, la religione cattolica non fa altro che insinuare pensieri impuri nelle giovani fanciulle, le quali vedendo una figura seminuda, martoriata, sofferente, sanguinante, in fin di vita, torturata, inchiodata, cosa potrebbe mai pensare?
Ebbene, secondo Rimbaud, ignorando completamente i chiodi, il sangue, la faccia stravolta, la corona di spine, la ferita al costato e quant'altro, vedendo una figura del genere, le giovani fanciulle logicamente, inevitabilmente non possono far altro che chiedersi: cosa ci sarà sotto quell'esiguo panno inguinale? Beh, grazie Arthur, davvero. Un grande contributo alla poesia, alla psicologia, allo studio della religione, a quello dei panni inguinali e alla storia tutta. Il parto di un intelletto profondo: profondo più o meno come una pozzanghera. Stavi scherzando, vero, Arthur? No, diciamoci la verità: sei un coglione, e questo è quanto.
E a parte Il Battello Ebbro e qualche frammento di prosa/poesia qua e là, in cui abbatti la divisione tra elementi dell'estetica alta ed elementi prosaici e quotidiani, spiani la via alla totale frantumazione da parte delle avanguardie del novecento della stabilita gerarchia dei valori, e in particolare all'ammasso affastellato confuso e frastagliato del surrealismo - che elimina priorità e censure estetiche degli oggetti, dei pensieri e delle idee (o così ho letto) - dicevo, a parte tutto ciò: tornatene all'inferno, negriero di merda. E fatti accompagnare da Verlaine e dalle sue boiate mistiche miste alle sue poesie su lesbiche intrecciate.
Mallarmé non vale un barattolo di marmellata.
Angela Caccia, "Piccoli forse"
Piccoli forse
Angela Caccia
LietoColle, 2017
La poesia sembra appartenere a un mondo che c’è già, ecco il senso di quella lettera minuscola all’inizio di ogni lirica nella silloge Piccoli forse di Angela Caccia. Il poeta opera un’azione di maieutica e tira giù le parole da dove esse vivono di vita propria, da un altrove che è già iniziato prima che leggessimo.
Piccoli forse, dunque, piccole possibilità che si traducono in poesie dedicate al padre, alla madre, all’arte, al poetare stesso, inteso come bisogno incontenibile ma anche rifugio. Il vizio di scrivere parole/è solo un mio punto di riparo. E ancora, affidarsi a un foglio/come a un ventre. La poesia protegge e genera allo stesso tempo.
Cerchi concentrici dove la stazione di partenza è quella di arrivo, fatti di cose qualsiasi, di giardini, di aiuole, di pioggia, di sole, di rose, di terra, di porti e di navi, descritti con piccola grammatica per gente semplice. Anche l’amore, inteso come un tutto noi, ma anche come amore materno, schianto di tenerezza. Eppure, accanto a queste cose ordinarie - non nel senso di banali ma nel senso di comuni - ci sono anche le grandi tragedie, come l’attentato di Nizza, ormai, ahimè, divenute anch’esse quotidianità.
I forse sono le possibilità ma anche le incertezze del destino, gli scarti da ciò che pensavamo dovesse essere e invece, probabilmente, non sarà. La morte è una continua sottrazione, un’assenza cui ci si deve assuefare. Perché bisogna prepararci all’assenza perenne che preannuncia anche la nostra, perché i gesti sono piccoli ma il significato è grande, perché la vecchiaia non dà scampo, prima o poi tutto ci mancherà e i ricordi non basteranno a disperdere quel velo di malinconia da indossare con disinvoltura ogni giorno. La nostra bocca non si slargherà mai più in un pieno riso giovanile, ormai ne siamo certi, neppure di fronte al miracolo di una vita che nasce, di un seno che allatta.
Rispetto a Il tocco abarico del dubbio, si è persa un po’ di scorrevolezza che non guastava, si è aggiunto un po’ di ermetismo in più. Alcune parole cadono nella cacofonia o nella banalità, come ad esempio minuzzoli, ruzzolante, seno turgido. Altri momenti, però, raggiungono apici lirici non indifferenti come più di me fu l’albero oppure un santo senza chiesa o nella bella poesia dedicata alla madre invecchiata che riportiamo per intero
e sarò io domani a doverti
partorire in qualche modo,
su ogni post-it alle tre la pillola,
la conta delle gocce, un tuo necrologio
maglia a maglia disferò
l’ansia di quegli appuntamenti,
ognuno una trafittura nel petto,
da parte a parte
cancellarti da ogni giorno
inesorabilmente
inizierò così ad allattare
il tuo ricordo in un rumore
di ciabatte che
mi cammina dentro
Angela Angiuli, "Storie di un tempo minore"
Storie di un tempo minore
Angela Angiuli
Fara Editore, 2016
È come se lanciassimo qualcosa di noi - scardinato dalla nostra struttura che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale - oltre noi: sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io che l’ha generato.
È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come inesplorata, un fiato d’anima - o chi per lei - nell’attimo in cui è stritolata da un peso o avvolta da braccia possenti.
Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA silloge di Angela Angiuli, Storie di un tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che - forse … probabilmente… - non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di giovane, sorgivo.
Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro
“Questo libro è stato scritto per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno voce per tutto quello che in noi non ha suono”.
Ma, da qui, a desumere che si tratti di pagine addolorate dolenti, di quelle che ti portano, insieme all’autore, in un baratro, si sbaglia. Mai, come in questo caso, così valide le parole del filosofo ginevrino Henri Frédéric Amiel
“La poesia è liberazione, perché è una forma di libertà. Lungi dall’essere un’emozione, essa è lo specchio di un’emozione; è al di fuori e al di sopra, tranquilla e serena. Per cantare una sofferenza, bisogna esser già, se non guariti di questa sofferenza, almeno convalescenti. Il canto è sintomo di equilibrio; è una vittoria sul turbamento, è la ripresa delle forze.
E il canto dell’Angiuli ha un che di vittorioso: il dolore trova nel verso una casa, tra le tante, che fanno villaggio e forse l’anima:
A Mino (pag. 31)
Mio fratello è un tramonto di rose
a cui ha mangiato le spine
uno stormo di uccelli di cui ha preso la direzione
e vola vola e guida l’avanzata
delle stelle sul mare
che tanto ha amato fino a traboccare.
Voleva cavalcare le onde - lui - come un puledro,
ci è saltato sopra con un salto gentile
troppo alto per capire, è arrivato fino alle sirene,
ha avuto un bell’ardire.
Veleggia ancora lui dalla spiaggia,
ha mangiato la sua morte, ne ha trovato l’ormeggio
e il coraggio di dire - si -
ad un mondo nuovo che albeggia.
E ancora da pag. 24
I suicidi sono animali interessanti
hanno il becco di un picchio
con cui rompere la scorza della vita
mangiano ossa spellate dalla consunzione
quotidiana
le bucce trovano gustose e pare che gettino il frutto.
Ma io so che hanno la vista lunga
più lunga del desiderio, loro lo sanno attraversare
tarlare il creato fino in fondo
perché il loro frutto non è più qui
ha allungato i rami nel giardino del Vicino,
e loro - lì - se lo vanno a prendere.
La delicatezza di questi versi su un tema che raggela, il tutto “maneggiato” con dita di vento, sottile profumato: parole che non condannano non assolvono - e come potrebbero?... – si limitano a intravedere il giardino del Vicino che sa come prendersi ancora - e per sempre - cura di quei rami che hanno oltrepassato la staccionata.
Affascina in questi versi, in ogni pagina, una fede grande sincera spensierata perché, già da tempo, meditata e sofferta e, quindi, consolidata. E come ogni poesia di fede che si rispetti, di fatto, non parla - né può parlare - di morte, ma solo di resurrezioni.
La poesia è e sarà sempre intraducibile, resterà “regionale” anche se di tanto in tanto tenderà verso altre fonti d’ispirazione – così scrive Harry Martinson, poeta e scrittore svedese, Nobel per la letteratura nel 1974.
Forse - oso - la poesia vera è anche incommentabile: ogni lirica un viaggio, compiuto seguendo un tracciato preciso che ha escluso altre strade; occhi che hanno conservato e raccontato quei paesaggi e non altri; a chiosare un buon verso si rischia di togliere o aggiungere una foglia ad un albero, di suo, già perfetto. Da pag. 41
Scrivo fragile
sono un popolo senza storia
- tracce di mosca - tarli di carta.
Scrivo a matita per il bambino che in me aspetta il semplice
linee storte o oblique per tracciare la Speranza
che fugge ogni misura
Scrive fragile la Nostra, per non disturbare - forse - le voci che la popolano, che in lei convogliano, si intrecciano. Siamo la somma di ciò che leggiamo e più amiamo, una mirabile sintesi. Ma il superamento di quella sintesi - e Angela Angiuli lo sa bene - quando e se arriva, è voce cristallina e vergine di poeta: CHAPEAU !
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)