poesia
Fratello sole, sorella luna

Nell’Italia dei Comuni nacque un altro grande uomo, che parlava di pace quando tutti parlavano di lotte e di sangue, e che amò la povertà in un tempo in cui tutti cercavano di arricchire: San Francesco d’Assisi.
Francesco si staccò dalla regola benedettina e fondò uno dei due grandi ordini mendicanti, quello francescano, appunto. L’altro, il domenicano, fu fondato da San Domenico Guzman per combattere l’eresia, in particolare quella catara. A questi due ordini si devono i due massimi intellettuali religiosi dell’epoca - ma tutto in quei secoli era intriso di religione e di fede: il domenicano San Tommaso d’Aquino e il francescano San Bonaventura da Bagnoregio.
Francesco amò le belle opere di Dio e della natura: l’acqua, il fuoco, la luna, le stelle, il vento, le nuvole, il cielo, la terra e l’erba. Amò, soprattutto, anche gli animali, che considerava fratelli, in senso non completamente antropocentrico. Famosa la leggenda legata al lupo che terrorizzava la città di Gubbio. Si narra che Francesco riuscì a domarlo con la dolcezza e le parole.
E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio; ed entravasi domesticamente per le case a uscio a uscio, senza fare male a persona e senza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalle genti; e andandosi così per la terra e per le case, giammai niun cane gli abbaiava dietro. (Fioretti, cap. XXI).
I Fioretti sono stati scritti dopo la morte di Francesco e fanno parte di una nutrita letteratura francescana sviluppatasi dopo la sua scomparsa.
Francesco Bernardone nacque ad Assisi nel 1182. Figlio di un ricco mercante, era vestito di stoffe pregiate ma se ne spogliò per indossare una tunica ruvida, abitava in una bella casa e scelse come alloggio una grotta, abbandonò gli amici ricchi per vivere fra i poveri, per condividere le loro sofferenze. Ebbe una giovinezza godereccia e tumultuosa, studiò latino e francese. Nel 1206 conobbe una profonda crisi, a seguito della quale fondò l’ordine dei frati minori che, come tutti i movimenti pauperistici, fu guardato con sospetto dalla Chiesa, all’interno della quale riuscì, tuttavia, a ri-convogliare le istanze evangeliche ed ereticali, rafforzandone così il prestigio. Un po’ quello che è chiamato a fare oggi l’omonimo papa argentino, eletto proprio in un momento in cui gli scandali stavano affossando la reputazione della chiesa e c’era bisogno di rinnovamento.
Francesco d’Assisi si recò in Egitto nel tentativo di convertire il sultano e, non riuscendovi, si ritirò sul monte della Verna, amareggiato dalle contese che cominciavano a dilaniare l’ordine. Ricevette le stimmate nel 1224 e nel 1226 morì alla Porziuncola.
Scrisse opere in latino, mentre in volgare compose il famoso Cantico delle creature, o Cantico di frate sole, sul modello dei salmi di Davide. Il Cantico è il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore, originariamente accompagnato da una musica andata persa. I precedenti culturali sono quelli del pensiero mistico per cui Dio è misterioso e ignoto e si fa conoscere solo attraverso la bellezza del creato. Se molti altri, come Jacopone da Todi, hanno cantato il disprezzo del mondo, Francesco ne ha esaltato, invece, la perfezione.
Data la dissonanza di tono fra l’inizio e la fine, si pensa che il Cantico sia stato composto in due tempi, con l’ultima parte scritta all’avvicinarsi della morte del santo. Sarà solo in ambito romantico che questo testo verrà rivalutato in senso poetico e non solo storico. Il pubblico cui si rivolge è quello umile delle folle dei credenti, quello stesso che imparava le storie della Bibbia e dei santi dagli affreschi di Giotto nelle basiliche.
Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
.
Il cor gentil

Cacciato dal Comune di Firenze in seguito alle lotte tra diversi gruppi cittadini, Dante non tornò più nella sua città. Durante l’esilio scrisse un libro, nel quale racconta un viaggio meraviglioso, fatto con la fantasia: la Divina Commedia. Dante attraversa l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso, dove sono punite le anime dei malvagi e sono premiate quelle dei buoni. Accanto ai santi e ai dannati, agli angeli e ai diavoli, Dante parla sempre della sua Fiorenza, con le cento torri merlate, che egli ama più di qualsiasi altra cosa e che ha dovuto abbandonare. Anche nella Divina Commedia, come nelle opere di Giotto, troviamo la descrizione del modo di vivere degli uomini medievali e dei loro sentimenti che, alla fine, sono anche i nostri.
A nove anni Dante conosce Beatrice (Bice) Portinari, la rivede poi a diciotto anni, prima che vada sposa a Simone de Bardi. Lei muore prematuramente e Dante la piange tutta la vita, nonostante si sia fatto una famiglia, sposando Gemma Donati, dalla quale avrà quattro figli. Il ricordo di Beatrice è racchiuso ne la Vita Nova, e nel Paradiso si trasforma in simbolo, in guida spirituale. Lei è l’esempio dell’amor cortese, l’amore clandestino dei trovatori, ma anche la donna angelicata dello stilnovismo, in un contesto più intellettuale. La figura femminile evolve verso la una "donna-angelo", intermediaria tra l'uomo e Dio, capace di sublimare il desiderio maschile, purché l'uomo dimostri di possedere un cuore gentile e puro, cioè nobile d'animo; amore e cuore gentile finiscono così con l'identificarsi totalmente.
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira
E al “cor gentil” “ratto si apprende amor” anche in Paolo e Francesca, nel celeberrimo Canto V de L’Inferno, quando i due, galeotto fu un libro, si abbandonano alla passione. L’amore può esplodere solo nei cuori predisposti perché sensibili e nobili, sia dell’uomo che della donna.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Una curiosità: a far rivivere l’Alighieri ha contribuito, nel 1946, Il romanzo di Dante, di Luigi Ugolini (1891 – 1980) nato anche lui a Firenze. Egli collaborò a alla rivista Nuova Antologia, insieme a Giovanni Papini, e divenne nonno della romanziera Wanna Bontà.
Verande d'azzurro

Un laghetto di fumo nel cuore… Processioni di frasi lasciano calzature d’intelligenza
prima di entrare nella moschea delle bocche.
II
I profumi sorridono tra le maschere di foglie. E lettere serpentine
indossano pastrani di luce.
III
Un gregge di bagliori
alle pendici dei versi
nasconde l’Ulisse della mia ispirazione…
Canicola di gioia, tanfo d’allegria
negli sguardi ciclopici del solo occhio giornaliero. Spranghe di felicità
negli acuti del sole
e, fra verande d’azzurro, spaventapasseri di poesia…
IV
Tachicardia di vento nei vestiti: il vento, cuore del cielo…
Le nuvole sembrano covoni di luce, capanne di fieno
intorno al pagliaio del sole. Nel raspo degli alberi
festoni d’aria, e gli occhi sono brandelli di nostalgia tra festuche di tempo allegro.
Stelle filanti d’erba, pendii agitati fra la bonaccia della pianura…
V
Terra diroccata e baracche di collina. Villaggi di sole.
Dal lievito nullo di rocce azzime,
paesini salgono
pioli di luce.
Poeti
Noi che visitiamo carmi di sole
brindiamo con versi e parole.
Scriviamo sorrisi
e sentimenti in codice;
insonni di vita
andiamo sposi
ai nostri occhi.
Se la tua voce desidera cullarsi
nel mio cuore,
troverò i sorrisi
con la mano di un giocoliere
e i miei minuti saranno il volto di acrobazie
che, da una mano all’altra,
volano fra una mano e l’altra.
In cerca di te

.
Sempre in ascesa
dal giorno del nostro incontro
rincorro il sogno che ho di te
e vengo a cercarti
nell'acqua limpida dello spirito
nell'allegria di un sorriso e
nella certezza di non trovarti
vivrò bruciando i miei giorni fino al buio.
Decomposizione psichica

Il destinorizzonte
Stracci di sonno coprono,
masticano il corpo della notte
diafano di tenerezza;
lo avvinghiano
sinuoso di buio
– flessuoso di membra stellate –
e lo attraversano d’amore.
Poi, fosforescente,
lo sguardo della nebbia,
scosso di stanchezza,
si espande lento nel cuore
come un gas di desideri
volatilizzati.
Mentre il mio destino,
guantato dalla notte,
scende nei sobborghi dell’anima:
strade oscure di pensiero
e siepi d’amore
s’intersecano nel mio nome.
Il destinorizzonte
s’attorciglia
a questa landa di tempo.
«Chi» – si domanda –
«striscerà nella roccia del canto
la gioia, turgida
come i seni di un fiore incantato?».
Danzai nelle viscere di un sentimento
all’ombra de’ tuoi occhi.
Poi l’amore s’irradiò in rivoli di tempo.
«Che sia la vita!», urlava il nostro dio
(o soltanto noi).
Ma si sbagliò (o soltanto noi sbagliammo
perché non c’era
null’altro da fare) e
fu il tempo
(o continuò… )
Parole dal silenzio
Ricorda il mistero
che fioriva in un sospiro,
dove la morte ha tessuto il nido
come una spiaggia
di parole taciute;
come un barbaglio di sogni trasparenti,
orchestra di anime perdute.
Desideri esplosi nel cielo
mimano le stelle.
Regni abissali di morte,
fiorita nel respiro di Dio.
Leggende di anime affogate nel buio
sotto la volta di sentimenti castrati.
Malinconia: il pensiero animato di sole
rattrappito
nel sonno di una dolce tristezza.
E la morte vive all’inchinarsi del tempo
all’imbrunire della voce
in questa via del pensiero
ghiaiosa d’amore.
E gli uomini
(sogno di Dio, ossessione della morte)
spengono una scintilla
umida di storia;
ascoltano un nome
raggiato di follia.
In incognito
Dormo in incognito
per non farmi riconoscere dagli incubi.
Scavano per l’aria come talpe;
hanno un paio d’occhi
larghi e fotofobici.
Sul comodino
il lume acceso mi nasconde.
Decomposizione psichica
Musica come bava alla bocca:
e il cielo si gonfia tra le urla dei pazzi,
il loro sguardo è vento
che si perde nel labirinto di stelle.
Ogni parola è una stella
che splende di saliva: e cieli agitati
innevati di stupore
tramontano lontani,
evocati dalla morte.
Il mio cielo
è questo mio cervello
pieno di tralicci spezzati
e di barriere sventrate
e d’acque ferite
e di binari sradicati
che si mordono col ferro.
Dentro le vene,
aggrovigliate come un gomitolo
di dolore,
il sangue è un fiume abbandonato
terso di rumori prosciugati.
La morte è silenzio
stonato.
La voce trasuda parole d’accento piagato
ma è tiepido il grido del tuo respiro,
le piaghe troppo soffocanti
perché tu abbia il fiato d’urlare.
Morire da te
è una fuga troppo leggera
per avere il sollievo.
Così
un pantano di figure
nel cuore
e il giorno s’increspa
a raccogliere il tuo soffio.
Morbido silenzio, soffice
come una preghiera del sonno.
Il buio che adora fruscii e parole:
il buio, affannato dal mio respiro,
può solo accarezzare la
nausea di questa vita.
Nel giorno,
sputo della notte,
fiori freddi
come steli di pioggia.
Un’orma di luce
imbavaglia lo spazio.
Morte antologica permanente

PREFAZIONE:
le parole seguenti
sono un fango di cellule nervose,
tenute insieme dal silenzio.
Il silenzio è un’isteria di solitudine
che genera e accumula:
prodotti temporali,
energie cinetiche,
reazioni di gesti a catena.
I sogni, inseriti nella rassegnazione
come in un programma di noia pianificata,
sono gli arti di questo silenzio;
o, se preferiamo,
gli organuli ciechi del silenzio
che lavorano a tastoni
dentro il suo liquido citoplasmico.
Il silenzio può anche essere
la cellula monocorde
di un sentimento spaventato,
di un amore rappreso,
di un guanto scucito:
in tal caso
trasforma la solitudine
nella raggiera cerimoniosa
d’una nausea che procede,
maestosa,
con moto uniformemente accelerato.
(Si registra un’accelerazione a sbalzi
solo quando
un’effervescente disperazione
s’intromette con scatti sismici
a deviare il corso
dell’accelerazione stessa).
Per concludere,
l’evoluzione della nausea
può secernere un vuoto,
avente più o meno
le caratteristiche della morte;
o germogliare per gemmazione
quella strana forma di vita
identificata col nome di indifferenza,
la quale risulta essere (da approfondite supposizioni)
il chiasmo di paura e odio.
POSTFAZIONE:
le parole precedenti
sono un fango di cellule nervose,
tenute insieme dal silenzio.
Ogni allusione
a sentimenti e/o fatti reali
è voluta
silenziosamente.
prima di far cena,
mangiando fette di pandoro.
Che pensieri terra terra
vengono in mente
mandando giù bocconi
pastosi di burro:
pensieri... stomaco stomaco.
Tipo: «Sono stracco di vivere
a mia rovina;
sono stracco di vivere
alle mie spalle».
Insomma è un malessere transitorio che bisogna pur soffrire passando, tutto d’improvviso, dalla gioia al dolore. È un po’ come il malore successo a quelli che han volato da un fuso orario all’altro. Poi, quando la rabbia finisce, il mio pessimismo è solo rassegnazione.
Se vedo, però, intorno a me
sorrisi di compassione
per l’enorme sfiducia
che mi affligge il cuore,
mi rincacchio con passione
e, senza nemmen finire
di rovinarmi l’appetito,
corro a letto immusonito
saltando l’antipasto
(e figurati la cena!).
«Ah, sono stracco di vivere
a mia rovina;
sono stracco di vivere
alle mie spalle».
Pomeriggio sfaticato
A casa,
nel disordine alchimistico
delle ore scapestrate,
sfoglio un libro
foruncoloso di parole.
Allora esco
e vado a guardare i miei passi
che vorrebbero tanto
(come mille moschettieri)
essere uno
per ogni raggio di sole.
«Miao», fa il micio.
«Vruum», risponde l’automobile.
«Boh!», commento io. E torno a casa
galleggiando su questi passi
che ormai hanno capito
di essere ben pochi:
«Vorremmo tanto» – pensano –
«che i raggi di sole
(come tre moschettieri)
fossero uno
per ognuno di noi».
A casa,
nel disordine alchimistico
delle ore scapestrate,
mi ritrovo a fare
la critica letteraria
di uno starnuto
o della mia
scarpa sinistra.
Il traviato
Nel vero senso del cimitero
e di un riposo ossessivo
non sa più divincolarsi
dalle materie (o macerie) di studio
che pian piano disimpara con pigrizia
nella vecchi’aia del suo podere.
Traviato da un senso malinteso d’allattamento,
al contrario dei fratelli
partiti allo sbaraglio
(coraggiosi inermi in armi),
lui cerca rifugio
nella casa di famiglia:
la masseria
prensile e sterrata.
Morte antologica permanente
Siccome la vita
ci rovina la vita
(sempre!),
a giugno ho visitato
(un po’ turista, un po’ becchino
e un po’ parente sconsolato)
l’interessante morte
antologica permanente
delle mie speranze
migliori:
quanti sogni falliti
imbalsamati in bella mostra!
Li guardavo e piangevo
desolato nero,
dannandomi frenetico
la salute.
E adesso è soltanto
stanchezza rabbiosa
resistere ogni giorno
al ripetersi ingombrante del respiro
e della luce.
Delusione

DELUSIONE
La bravura simbiotica delle rime a incastro.
Il sogno è un conservante,
l’additivo artistico
per rimodernare
ambizioni letterarie,
o speranze, sopite ad honorem.
Comunque il sole
non è bello come prima.
Adesso mi pare una vecchia fotografia.
Il particolare, anzi,
di una vecchia fotografia
... ritagliato via
dall’alone di un sorriso.
Vecchio! La vita?
Ti piaceva…
«Sissì… Beh
in fondo vivevo
solo per ricordare me stesso:
per non avere rimpianti
o rimorsi».
E la seguivi, allora.
La seguivi!
«Sissì…
Magari non per nobiltà
o entusiasmo
o speranza. Nonnò…
Per una ragione, invece,
molto più romantica:
perché non mi scacciava…
Ma sì! Poi l’eco di uno sguardo,
l’eco di uno sguardo
s’infrange nel cuore:
e tutto quello che resta da vedere
è il desiderio di guardare».
Il nulla
I miei sogni leggeri, scanalati
fra ombre creole di tenera luce
e foglie di facciata
(ovvero blande
come ballerine
morse dal vento).
E quando l’incubo arriva
il nulla esce dal suo fuori
per annuire agli occhi del presente;
«io sono» – dice –
«un barbaglio di notti camuse
e la pioggia di quel che verrà:
del futuro mi rivelo
l’unica, insomma,
l(’)abile traccia!».
Qualche indizio di materia

Aeroplano
Se tento
di raggiungere il cielo
la distanza rimane invariata.
M’avvicino
soltanto alle nubi.
Filosofia
Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio
che smette, ogni tanto,
di pronunciare il vuoto.
Allora qualche indizio di materia
deforma l’aria,
descrivendo le pause del nulla
prima che il silenzio
si richiuda.
(Le mani s’infrangono
contro un gesto incompiuto)
Gesti sinuosi
a intrecciare
il corpo di un uomo
mentre
danze attutite
risalgono il tempo
sfiorando i minuti
con un frullo di passi.
Frammento
A tratti nel buio
la filigrana di stelle
configura
la mia rabbia pensosa:
amore o incertezza, incertezza e amore.
Saette Frecce e Dardi

Saette Frecce e Dardi
– di petalo in Burrasca
in equilibrio di vertigine
– sulla pelle della pesca
l'ombra depredante – sul girotondo
vestale
oltre i vetri ispessiti dal colore
nel filtro che irrora i globi
di liquido in gocce rotolanti
come cera da una candela
urla e biancheggia
sul candelabro
tra le frasche feroci
sulla veste di smalto
incuneata nel circo
vivisezione nel cuore
fino ai vicoli della città
oltre umido buio
tra le cortine rosse
nella notte
uno sbuffo accalorato
nella presa
lei scappa
la strada divora la strada
e si arrotola arrotola
urlando (SCIANK!)
le ultime gocce
- le ultime gocce
- goccia – goccia - goccia
Stefano Colli, "La diaspora del senso"

La diaspora del senso
Stefano Colli
Edizioni Helicon, 2017
pp 78
11,00
Ancora un altro poeta, ancora un’altra silloge, La diaspora del tempo, di Stefano Colli, scritta con estrema fluidità e semplicità. Poesie non ermetiche, suddivise in tre sezioni, la prima dedicata allo scrivere versi, la seconda agli orrori della storia odierna, la terza più intima e personale.
Le liriche di Colli non rinunciano mai a soffermarsi su di sè, sull’atto stesso del poetare, sul parto delle sillabe, che è irrinunciabile, consolatorio ma spesso inutile. L'autore dialoga con Alda Merini, con Dino Campana, i riferimenti classici sono espliciti e voluti, quel non chiedere la parola di montaliana memoria ci impone di riflettere su cosa serva poetare, se debba o meno essere legato alla vita: “perché non hanno un pubblico i poeti?/se i versi non si aprono alla vita/e il poetare è questione di castelli privi di un ponte levatoio? E ancora: Un giorno senza versi è come vivere una seconda morte.
Se scrivere parole è gesto intimo, personale, liberatorio, è comunque anche un ponte, un occhio sulla realtà che ci circonda, come i naufragi nel mediterraneo, come i paesi distrutti dal terremoto o dalla guerra. Così lo scrivere assomiglia al tradurre, non da un altro mondo ma da questo, non da un iperuranio ma dalla bruta realtà che ci circonda, fatta di scene terribili, del piccolo Aylan arenato su una spiaggia, di sofferenza ma anche di una natura distaccata, a volte matrigna, sempre contemplativa e da contemplare, una natura alla quale ispirarsi per raggiungere una sorta d’indifferenza che ci protegga dal dolore. C’è un vano tentativo di comprensione, subito abbandonato a causa della diaspora del senso, che coincide con la perdita di umanità in generale ma anche con la solitudine e incomunicabilità del singolo. Il male del mondo - gli occhi dei bambini vittime della guerra - non si può redimere, il dolore sarebbe forse un poco lenito dall’amore, servirebbe il sorriso di una donna, ma anche quello ormai è negato, lei è lontana, fisicamente o moralmente, e scrivere diventa il surrogato di amare.
Lo stile è molto scorrevole e misurato, alcuni versi, però, denotano poco sforzo e potrebbero, con maggiore approfondimento, risultare meno banali, come , ad esempio “all’ineffabile angoscia del nulla”. Non basta usare parole poetiche e indefinite, come notte, luna, stelle o mare, per ottenere i risultati di Leopardi. Forse, la cosa più interessante di questa raccolta è proprio, come dicevamo prima, quel rimasticare versi già digeriti di un comune patrimonio poetico: Venne la morte e aveva occhi di follia, piegandoli ad esprimere l’indicibile orrore di momenti come l’11 settembre, anch’essi, non casualmente, parte di una storia che ci accomuna tutti.
Ci sono però picchi di splendore in alcune poesie, sia sociali che introspettive, come in Ragazza di Kobane e Surrogato di amare, di cui riportiamo alcuni versi.
Ogni mattina pregherò per rivedere
quel bagliore nello sguardo di ragazzi
ignari del tempo che impiega
una sigaretta a consumarsi, lenta
tra le rovine di una città assediata
E la vita che scorre, indomita
Con il fumo confuso tra i capelli
E in tasca soltanto la speranza. (Da Ragazza di Kobane)
***
Esposti a questo strano vento
di un ottobre malato, si levano
i tuoi capelli verso il cielo grigio
come storni impauriti
in cerca di una timida gioia.
Riempio il bianco della pagina
solo per sopravvivere, ma so
che stasera scrivere
può essere soltanto il surrogato di amare. (Da Surrogato di amare)
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