poesia
Qualche indizio di materia

Aeroplano
Se tento
di raggiungere il cielo
la distanza rimane invariata.
M’avvicino
soltanto alle nubi.
Filosofia
Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio
che smette, ogni tanto,
di pronunciare il vuoto.
Allora qualche indizio di materia
deforma l’aria,
descrivendo le pause del nulla
prima che il silenzio
si richiuda.
(Le mani s’infrangono
contro un gesto incompiuto)
Gesti sinuosi
a intrecciare
il corpo di un uomo
mentre
danze attutite
risalgono il tempo
sfiorando i minuti
con un frullo di passi.
Frammento
A tratti nel buio
la filigrana di stelle
configura
la mia rabbia pensosa:
amore o incertezza, incertezza e amore.
Saette Frecce e Dardi

Saette Frecce e Dardi
– di petalo in Burrasca
in equilibrio di vertigine
– sulla pelle della pesca
l'ombra depredante – sul girotondo
vestale
oltre i vetri ispessiti dal colore
nel filtro che irrora i globi
di liquido in gocce rotolanti
come cera da una candela
urla e biancheggia
sul candelabro
tra le frasche feroci
sulla veste di smalto
incuneata nel circo
vivisezione nel cuore
fino ai vicoli della città
oltre umido buio
tra le cortine rosse
nella notte
uno sbuffo accalorato
nella presa
lei scappa
la strada divora la strada
e si arrotola arrotola
urlando (SCIANK!)
le ultime gocce
- le ultime gocce
- goccia – goccia - goccia
Stefano Colli, "La diaspora del senso"

La diaspora del senso
Stefano Colli
Edizioni Helicon, 2017
pp 78
11,00
Ancora un altro poeta, ancora un’altra silloge, La diaspora del tempo, di Stefano Colli, scritta con estrema fluidità e semplicità. Poesie non ermetiche, suddivise in tre sezioni, la prima dedicata allo scrivere versi, la seconda agli orrori della storia odierna, la terza più intima e personale.
Le liriche di Colli non rinunciano mai a soffermarsi su di sè, sull’atto stesso del poetare, sul parto delle sillabe, che è irrinunciabile, consolatorio ma spesso inutile. L'autore dialoga con Alda Merini, con Dino Campana, i riferimenti classici sono espliciti e voluti, quel non chiedere la parola di montaliana memoria ci impone di riflettere su cosa serva poetare, se debba o meno essere legato alla vita: “perché non hanno un pubblico i poeti?/se i versi non si aprono alla vita/e il poetare è questione di castelli privi di un ponte levatoio? E ancora: Un giorno senza versi è come vivere una seconda morte.
Se scrivere parole è gesto intimo, personale, liberatorio, è comunque anche un ponte, un occhio sulla realtà che ci circonda, come i naufragi nel mediterraneo, come i paesi distrutti dal terremoto o dalla guerra. Così lo scrivere assomiglia al tradurre, non da un altro mondo ma da questo, non da un iperuranio ma dalla bruta realtà che ci circonda, fatta di scene terribili, del piccolo Aylan arenato su una spiaggia, di sofferenza ma anche di una natura distaccata, a volte matrigna, sempre contemplativa e da contemplare, una natura alla quale ispirarsi per raggiungere una sorta d’indifferenza che ci protegga dal dolore. C’è un vano tentativo di comprensione, subito abbandonato a causa della diaspora del senso, che coincide con la perdita di umanità in generale ma anche con la solitudine e incomunicabilità del singolo. Il male del mondo - gli occhi dei bambini vittime della guerra - non si può redimere, il dolore sarebbe forse un poco lenito dall’amore, servirebbe il sorriso di una donna, ma anche quello ormai è negato, lei è lontana, fisicamente o moralmente, e scrivere diventa il surrogato di amare.
Lo stile è molto scorrevole e misurato, alcuni versi, però, denotano poco sforzo e potrebbero, con maggiore approfondimento, risultare meno banali, come , ad esempio “all’ineffabile angoscia del nulla”. Non basta usare parole poetiche e indefinite, come notte, luna, stelle o mare, per ottenere i risultati di Leopardi. Forse, la cosa più interessante di questa raccolta è proprio, come dicevamo prima, quel rimasticare versi già digeriti di un comune patrimonio poetico: Venne la morte e aveva occhi di follia, piegandoli ad esprimere l’indicibile orrore di momenti come l’11 settembre, anch’essi, non casualmente, parte di una storia che ci accomuna tutti.
Ci sono però picchi di splendore in alcune poesie, sia sociali che introspettive, come in Ragazza di Kobane e Surrogato di amare, di cui riportiamo alcuni versi.
Ogni mattina pregherò per rivedere
quel bagliore nello sguardo di ragazzi
ignari del tempo che impiega
una sigaretta a consumarsi, lenta
tra le rovine di una città assediata
E la vita che scorre, indomita
Con il fumo confuso tra i capelli
E in tasca soltanto la speranza. (Da Ragazza di Kobane)
***
Esposti a questo strano vento
di un ottobre malato, si levano
i tuoi capelli verso il cielo grigio
come storni impauriti
in cerca di una timida gioia.
Riempio il bianco della pagina
solo per sopravvivere, ma so
che stasera scrivere
può essere soltanto il surrogato di amare. (Da Surrogato di amare)
Stefano Labbia, "I giardini incantati"

I giardini incantati
Stefano Labbia
Talos Edizioni, 2017
Una raccolta di liriche discorsive, persino dialoganti a volte, che raccontano momenti di vita, soprattutto coniugale, o comunque un difficile rapporto con se stessi e le donne di oggi e di ieri. Un uomo insoddisfatto, il protagonista di queste poesie, che rimpiange il passato e teme un futuro troppo simile al presente.
L’interlocutore, l’altro da sé, è quasi sempre la donna: moglie, amante, arpia, nemica. Un sentimento che non è generica misoginia ma fastidio nei confronti di alcune persone specifiche, di una donna, in particolare, alla quale il protagonista si è legato con squallide catene, cosicché vive la vita per modo di dire, come purtroppo capita a molti di noi: non sentirsi più vivi, provare astio, rabbia e rancore per chi ci sta a accanto, sentirsi artefici del proprio male e chiusi in gabbia, sognando al contempo tutte le possibilità di un’altra esistenza, più piena, più ricca di emozioni autentiche, e un domani luminoso che non arriva mai.
Lo stile è semplice, crepuscolare, le ripetizioni rafforzano i concetti e illanguidiscono il verso, le domande insistenti, spesso retoriche, cercano di fare chiarezza là dove, ahimè, forse tutto è già chiaro e immobile. E c’è anche, a tratti, un sottile amaro sarcasmo (se solo pagassi tu) che ci mostra il risvolto meschino di una realtà che sarebbe tragica se non fosse anche ridicola.
Concludiamo questi brevi cenni con una delle migliori poesie
A Rina
Decantavi il valore di ogni singolo respiro,
ogni istante,
ogni fugace momento,
colla tua piccola insenatura,
al lato della bocca
ed il tuo piccolo difetto
dietro al collo.
Petali rossi
si dischiusero
per assaporare il vento...
Poi un tintinnio,
lontano,
ti fece voltare
dalla parte sbagliata.
I poeti maledetti

I poeti maledetti erano delle figure alla moda che facevano impazzire le teenager dell'epoca, così come Jim Morrison alla fine degli anni sessanta. Erano un fenomeno commerciale studiato a tavolino dagli editori, così come i Take That alla fine degli anni novanta. Avevano giusto pensato che, dato che la gente ha sempre delle regole da voler sovvertire e da cui si sente oppressa, qualche figura in posa ribelle avrebbe fatto al caso loro. Dopo il flop iniziale, la storia ha dato loro ragione, e ora Rimbaud è idolatrato come Lou Reed, Iggy Pop e David Bowie.
Del resto il suo spessore come poeta è indubbiamente evidente: soprattutto in quella poesia in cui suggerisce che, in realtà, la religione cattolica non fa altro che insinuare pensieri impuri nelle giovani fanciulle, le quali vedendo una figura seminuda, martoriata, sofferente, sanguinante, in fin di vita, torturata, inchiodata, cosa potrebbe mai pensare?
Ebbene, secondo Rimbaud, ignorando completamente i chiodi, il sangue, la faccia stravolta, la corona di spine, la ferita al costato e quant'altro, vedendo una figura del genere, le giovani fanciulle logicamente, inevitabilmente non possono far altro che chiedersi: cosa ci sarà sotto quell'esiguo panno inguinale? Beh, grazie Arthur, davvero. Un grande contributo alla poesia, alla psicologia, allo studio della religione, a quello dei panni inguinali e alla storia tutta. Il parto di un intelletto profondo: profondo più o meno come una pozzanghera. Stavi scherzando, vero, Arthur? No, diciamoci la verità: sei un coglione, e questo è quanto.
E a parte Il Battello Ebbro e qualche frammento di prosa/poesia qua e là, in cui abbatti la divisione tra elementi dell'estetica alta ed elementi prosaici e quotidiani, spiani la via alla totale frantumazione da parte delle avanguardie del novecento della stabilita gerarchia dei valori, e in particolare all'ammasso affastellato confuso e frastagliato del surrealismo - che elimina priorità e censure estetiche degli oggetti, dei pensieri e delle idee (o così ho letto) - dicevo, a parte tutto ciò: tornatene all'inferno, negriero di merda. E fatti accompagnare da Verlaine e dalle sue boiate mistiche miste alle sue poesie su lesbiche intrecciate.
Mallarmé non vale un barattolo di marmellata.
Angela Caccia, "Piccoli forse"
Piccoli forse
Angela Caccia
LietoColle, 2017
La poesia sembra appartenere a un mondo che c’è già, ecco il senso di quella lettera minuscola all’inizio di ogni lirica nella silloge Piccoli forse di Angela Caccia. Il poeta opera un’azione di maieutica e tira giù le parole da dove esse vivono di vita propria, da un altrove che è già iniziato prima che leggessimo.
Piccoli forse, dunque, piccole possibilità che si traducono in poesie dedicate al padre, alla madre, all’arte, al poetare stesso, inteso come bisogno incontenibile ma anche rifugio. Il vizio di scrivere parole/è solo un mio punto di riparo. E ancora, affidarsi a un foglio/come a un ventre. La poesia protegge e genera allo stesso tempo.
Cerchi concentrici dove la stazione di partenza è quella di arrivo, fatti di cose qualsiasi, di giardini, di aiuole, di pioggia, di sole, di rose, di terra, di porti e di navi, descritti con piccola grammatica per gente semplice. Anche l’amore, inteso come un tutto noi, ma anche come amore materno, schianto di tenerezza. Eppure, accanto a queste cose ordinarie - non nel senso di banali ma nel senso di comuni - ci sono anche le grandi tragedie, come l’attentato di Nizza, ormai, ahimè, divenute anch’esse quotidianità.
I forse sono le possibilità ma anche le incertezze del destino, gli scarti da ciò che pensavamo dovesse essere e invece, probabilmente, non sarà. La morte è una continua sottrazione, un’assenza cui ci si deve assuefare. Perché bisogna prepararci all’assenza perenne che preannuncia anche la nostra, perché i gesti sono piccoli ma il significato è grande, perché la vecchiaia non dà scampo, prima o poi tutto ci mancherà e i ricordi non basteranno a disperdere quel velo di malinconia da indossare con disinvoltura ogni giorno. La nostra bocca non si slargherà mai più in un pieno riso giovanile, ormai ne siamo certi, neppure di fronte al miracolo di una vita che nasce, di un seno che allatta.
Rispetto a Il tocco abarico del dubbio, si è persa un po’ di scorrevolezza che non guastava, si è aggiunto un po’ di ermetismo in più. Alcune parole cadono nella cacofonia o nella banalità, come ad esempio minuzzoli, ruzzolante, seno turgido. Altri momenti, però, raggiungono apici lirici non indifferenti come più di me fu l’albero oppure un santo senza chiesa o nella bella poesia dedicata alla madre invecchiata che riportiamo per intero
e sarò io domani a doverti
partorire in qualche modo,
su ogni post-it alle tre la pillola,
la conta delle gocce, un tuo necrologio
maglia a maglia disferò
l’ansia di quegli appuntamenti,
ognuno una trafittura nel petto,
da parte a parte
cancellarti da ogni giorno
inesorabilmente
inizierò così ad allattare
il tuo ricordo in un rumore
di ciabatte che
mi cammina dentro
Angela Angiuli, "Storie di un tempo minore"
Storie di un tempo minore
Angela Angiuli
Fara Editore, 2016
È come se lanciassimo qualcosa di noi - scardinato dalla nostra struttura che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale - oltre noi: sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io che l’ha generato.
È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come inesplorata, un fiato d’anima - o chi per lei - nell’attimo in cui è stritolata da un peso o avvolta da braccia possenti.
Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA silloge di Angela Angiuli, Storie di un tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che - forse … probabilmente… - non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di giovane, sorgivo.
Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro
“Questo libro è stato scritto per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno voce per tutto quello che in noi non ha suono”.
Ma, da qui, a desumere che si tratti di pagine addolorate dolenti, di quelle che ti portano, insieme all’autore, in un baratro, si sbaglia. Mai, come in questo caso, così valide le parole del filosofo ginevrino Henri Frédéric Amiel
“La poesia è liberazione, perché è una forma di libertà. Lungi dall’essere un’emozione, essa è lo specchio di un’emozione; è al di fuori e al di sopra, tranquilla e serena. Per cantare una sofferenza, bisogna esser già, se non guariti di questa sofferenza, almeno convalescenti. Il canto è sintomo di equilibrio; è una vittoria sul turbamento, è la ripresa delle forze.
E il canto dell’Angiuli ha un che di vittorioso: il dolore trova nel verso una casa, tra le tante, che fanno villaggio e forse l’anima:
A Mino (pag. 31)
Mio fratello è un tramonto di rose
a cui ha mangiato le spine
uno stormo di uccelli di cui ha preso la direzione
e vola vola e guida l’avanzata
delle stelle sul mare
che tanto ha amato fino a traboccare.
Voleva cavalcare le onde - lui - come un puledro,
ci è saltato sopra con un salto gentile
troppo alto per capire, è arrivato fino alle sirene,
ha avuto un bell’ardire.
Veleggia ancora lui dalla spiaggia,
ha mangiato la sua morte, ne ha trovato l’ormeggio
e il coraggio di dire - si -
ad un mondo nuovo che albeggia.
E ancora da pag. 24
I suicidi sono animali interessanti
hanno il becco di un picchio
con cui rompere la scorza della vita
mangiano ossa spellate dalla consunzione
quotidiana
le bucce trovano gustose e pare che gettino il frutto.
Ma io so che hanno la vista lunga
più lunga del desiderio, loro lo sanno attraversare
tarlare il creato fino in fondo
perché il loro frutto non è più qui
ha allungato i rami nel giardino del Vicino,
e loro - lì - se lo vanno a prendere.
La delicatezza di questi versi su un tema che raggela, il tutto “maneggiato” con dita di vento, sottile profumato: parole che non condannano non assolvono - e come potrebbero?... – si limitano a intravedere il giardino del Vicino che sa come prendersi ancora - e per sempre - cura di quei rami che hanno oltrepassato la staccionata.
Affascina in questi versi, in ogni pagina, una fede grande sincera spensierata perché, già da tempo, meditata e sofferta e, quindi, consolidata. E come ogni poesia di fede che si rispetti, di fatto, non parla - né può parlare - di morte, ma solo di resurrezioni.
La poesia è e sarà sempre intraducibile, resterà “regionale” anche se di tanto in tanto tenderà verso altre fonti d’ispirazione – così scrive Harry Martinson, poeta e scrittore svedese, Nobel per la letteratura nel 1974.
Forse - oso - la poesia vera è anche incommentabile: ogni lirica un viaggio, compiuto seguendo un tracciato preciso che ha escluso altre strade; occhi che hanno conservato e raccontato quei paesaggi e non altri; a chiosare un buon verso si rischia di togliere o aggiungere una foglia ad un albero, di suo, già perfetto. Da pag. 41
Scrivo fragile
sono un popolo senza storia
- tracce di mosca - tarli di carta.
Scrivo a matita per il bambino che in me aspetta il semplice
linee storte o oblique per tracciare la Speranza
che fugge ogni misura
Scrive fragile la Nostra, per non disturbare - forse - le voci che la popolano, che in lei convogliano, si intrecciano. Siamo la somma di ciò che leggiamo e più amiamo, una mirabile sintesi. Ma il superamento di quella sintesi - e Angela Angiuli lo sa bene - quando e se arriva, è voce cristallina e vergine di poeta: CHAPEAU !
Miriam Bruni, "Credere nell'attesa"

Da Le lettere di Berlicche di Clive Staples Lewis
Caro Malacoda - è il diavolo Berlicche che scrive al nipote imbranato per addestrarlo al male-, se tenti gli uomini al piacere non fai nulla di utile per noi, in quanto soddisfi anche il nostro Nemico, poiché il piacere fa parte della sua creazione; tenta invece l’uomo all’aridità, all’apatia, portalo adagio adagio nel deserto, e quando è nel deserto impediscigli di pregare: allora avrai vinto anche l’ultima battaglia.
E inizio da qui a parlare di questo libro/scrigno, Credere nell’attesa di Miriam Bruni, Terra d’Ulivi Edizioni. Un qui molto lontano e ancestrale, com’è solo la preghiera, e il brano di Lewis la dice lunga, seppur implicitamente, sull’origine e motivazioni del pregare. Il deserto è sempre dietro la porta di casa, né l’abitudine a sgranare rosari immunizza da quell’aridità: ci vuole un cuore pulsante e un digiuno che graffia perché consapevole di potersi placare solo in quel dire e ribadire a Lui la nostra fiducia – da pag. 5
Solo Tu, solo Tu mi vedi intera e sai
lenire l'incomprensione amara, che ci
rode e a tratti ci sbrana. Non credessi
all'invisibile, Signore, una fossa avrei
scavata, quante volte, a seppellirmi
viva. Ma sei tu l'Oltre che vado cercando.
Che sento, che vedo, è a Te che io chiedo
protezione profonda, l'incursione del Bene
nelle mie piazze, e la pace tua dolce
sulle mie pene. E un poco di luce, quel
tanto che basta per avanzare senza
troppa paura e a sera renderti ogni mia
cosa, sia essa gaia e fiduciosa, oppure
triste e polverosa. Che vita vien fuori,
sarai Tu a dirlo, alla mia fronte
imperlata di Cielo, e alle mie mani
tese a raccogliere del tuo splendore
l'eterna manna, mio Redentore.
Si dice che la poesia non preghi ma faccia pregare, eppure in questo libro, tra queste pagina, sembra di cogliere l’hic et nunc in cui s’aggruma una sofferenza tra le più acute che l’autrice spande sul foglio affinché, alchemicamente, attraverso i segni che ribolliranno sul bianco, si trasformi nella meta più ambita: la speranza. È un filo sottilissimo a separare questa dall’illusione: il rischio è di adagiarsi troppo nell’attesa di tempi migliori e crogiolarsi non attivandosi, o di scattare troppo in avanti sostenuti da una visione che non appartiene al presente.
È necessario quindi rimanere ben radicati alla realtà, per quanto dolorosa e inaccettabile, perché la speranza sia sempre più credibile e si concretizzi in un ventaglio di possibilità. Una strada tutta in salita: è sperare la cosa più difficile, a voce bassa e vergognosamente. La cosa facile è disperare ed è la grande tentazione (Charles Peguy)
Ecco che “vedo” Miriam chiamare per nome il suo dolore e, pensosa ma ritta, affrontarlo … - da pag. 59
E' agosto e ho iniziato la chemio.
Nello sforzo costante alla pazienza
le mie labbra sono chiuse.
Devi guardarmi
come una muta nube, madre.
Agli uccelli di cui odo il suono
cerco di dare un nome,
come col verso delle bestie
di fattoria o di cortile. Ma qual è
il verbo dei cortei celesti?
E' da sola che lo imparo,
nella pace che mi coglie
se li guardo, come quando
sul finire del fuoco puntualmente
mi ristoro di brace
e ancora – da pag. 12
Spoliazione
Dei due massimi emblemi
del femminile: capelli e seno;
caduti entrambi in una
manciata di settimane.
Ma resto donna e a tratti
mi assale una pena
che mi schiude e poi richiude
come il sogno che non si fa
reale. Fossi di pietra, ora,
non sentirei dolore
per le miriadi di cellule
programmate a morire.
Non sentirei pesantezze,
fastidi, nausee, timori.
Ma nemmeno questa musica
o le vostre preghiere.
Ma faremmo un torto a questo bel libro, alla sua autrice, se non mostrassimo anche il “lato rosato” delle sue parole. Rosata com’è la quiete, una modalità altra di essere felici. In essa non si soffre più la resistenza, l’assenza di fatica nella vita normale è inedia, ma nella quiete diventa l’attimo più vicino all’infinito – da pag. 62
Le foglie d'ottobre
cominciano a cadere, sì,
a scricchiolare
sotto le suole, mentre noi
di felicità
fatichiamo anche solo
a parlare. Invece
del cielo
gli stormi d'uccelli
fan piste di ghiaccio
su cui eseguire
-beati e veloci -coreografie
da lasciare estasiati.
Ancora la calura
non raggiunge
i piani alti.
Si irradia mansueta
la sera e San Luca
è una torta illuminata.
Sono tornate
le rondini
a graffiare la luna,
a suonare
i tasti del cielo
-spensierate.
E ancora – da pag. 35
Per chi può volare alto
il pervinca
è un aperto nascondiglio,
non li puoi vedere in cielo,
ti accontenti
dei rubini tra le spighe verde-luce,
delle api a crogiolarsi,
strofinarsi
dentro i fiori. Per chi è povero
di sogni realizzati è ricchissima
miniera la natura; le colline
a inizio giugno
ricoperte da criniere
e le nubi a incoronare
l'orizzonte così belle che vi affondi
con la mano della mente,
mentre foglie, fili d'erba
e petali leggeri, tutto ti ricorda
che da un vento
di carezze tu nascevi.
Ciò che barra il cammino è sempre la paura - s’incarna, stravolge, sa come sradicare i piedi dal reale - così la strada si biforca: da una parte la disperazione, quello stare nel deserto che è fissità e attesa dell’ineluttabile di cui parla il vecchio diavolo Berlicche; l’altra… l’altra esige un colpo di reni per approdare al coraggio della vita e della sua difesa estrema: e la preghiera, qui, non è l’auspicio di una maggiore energia che ci faccia approdare al coraggio di cui sopra, ma è già quel colpo di reni.
E termino con una breve poesia che, a mio avviso, appartiene a tutti noi, a me che mi diletto di poesia sino a scriverne più o meno indegnamente – da pag. 9
Sono loro ad ordinare
“Fammi fiume, fammi pane”.
Sono loro, le parole
a farsi vive, necessarie.
E quanto siano necessarie e salvifiche a Miriam, a tutti noi che continuiamo a proteggere la parte migliore, l’essenza, quella, forse, più vicina all’anima, lo spiega ancora e mirabilmente Shakespeare
Dà al tuo dolore le parole che esige. Il dolore che non parla, sussurra
bensì a un cuore troppo affranto l'ordine di schiantarsi.
CON UN SORRISO SULLE LABBRA

Mi salutò con un sorriso sulle labbra.
Ma non sull'Anima.
Nemmeno sul Cuore.
Un'Anima ed un Cuore aridi, sterili e vuoti.
Nessuna fertilità, fecondità e pienezza.
Un sorriso sulle labbra.
Labbra come se avessero contratto la lebbra.
Un contratto non rispettato che dal sottoscritto a cui erano stati diretti il saluto ed il sorriso.
Un saluto che mi ha procurato un salto nel buio, nel vuoto.
Io: un vuoto a perdere!!!
Luca Lapi
Fiorenza dentro da la cerchia antica

Le prime città italiane a divenire libere e ricche furono le città marinare. Ma anche i borghi dell’interno ambivano a maggiore indipendenza e libertà di scambio e di commercio, contrastati, però, in questo, dalla prepotenza dei feudatari. Allora i borghesi si riunirono, si giurarono reciprocamente fedeltà e chiamarono il loro raggruppamento (coniuratio) Comune. Lottarono contro i feudatari, rivolgendosi persino all’Imperatore per ottenere il diritto di governarsi da soli, in cambio di una tassa da pagare.
I contadini lasciavano i campi e si aggregavano alle città che divennero sempre più grandi e ottennero l'indipendenza, trasformandosi in vere e proprie città stato. All'interno delle mura vennero a convivere uomini di estrazione sociale molto diversa: contadini inurbati in seguito all'eccedenza di manodopera nei campi, feudatari minori che cercavano di sottrarsi ai vincoli verso i grandi feudatari trasferendosi in città, oltre che notai, giudici, medici, piccoli artigiani e mercanti. Questi costituivano la borghesia.
In Italia meridionale l'ascesa dei Comuni fu ostacolata dal centralismo normanno mentre essi raggiunsero un eccezionale sviluppo a Nord, espandendosi dalle città alle campagne. Ciò spiega il mantenimento al sud di grandi latifondi e baronie, retaggio del periodo feudale.
Il potere del comune si estese anche alle campagne circostanti, spesso di proprietà di alcuni valvassori che erano fra i notabili del Comune. Nacque così il concetto di contado.
Durante l'età comunale germogliarono anche le corporazioni di arti e mestieri, cioè mercanti e artigiani riuniti secondo il mestiere che praticavano.
In linea generale, il Comune si basò su principi opposti a quelli del feudalesimo. Mentre il mondo feudale fu agricolo e militare, fondato su una rigida gerarchia, il mondo comunale, che raccoglieva l'eredità della città-stato antica, fu cittadino e mercantile, prevedendo la partecipazione al governo di una buona parte dei cittadini. Di riflesso, l'arma tipica del feudalesimo fu la cavalleria, i Comuni, invece, misero in campo eserciti cittadini.
I Comuni si svilupparono anche in Francia, in Germania e in Inghilterra ma il fenomeno fu essenzialmente italiano.
Eppure già a quei tempi c’era chi si lamentava per l’espansione delle città, per il degrado e per i mutamenti nel costume.
Così Dante fa parlare l’avo Cacciaguida nel Canto XV del Paradiso
Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond'ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché 'l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
Non avea case di famiglia vòte;
non v'era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che 'n camera si puote.
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