Angela Caccia, "Piccoli forse"
4 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #angela caccia, #recensioni, #poesia
Piccoli forse
Angela Caccia
LietoColle, 2017
La poesia sembra appartenere a un mondo che c’è già, ecco il senso di quella lettera minuscola all’inizio di ogni lirica nella silloge Piccoli forse di Angela Caccia. Il poeta opera un’azione di maieutica e tira giù le parole da dove esse vivono di vita propria, da un altrove che è già iniziato prima che leggessimo.
Piccoli forse, dunque, piccole possibilità che si traducono in poesie dedicate al padre, alla madre, all’arte, al poetare stesso, inteso come bisogno incontenibile ma anche rifugio. Il vizio di scrivere parole/è solo un mio punto di riparo. E ancora, affidarsi a un foglio/come a un ventre. La poesia protegge e genera allo stesso tempo.
Cerchi concentrici dove la stazione di partenza è quella di arrivo, fatti di cose qualsiasi, di giardini, di aiuole, di pioggia, di sole, di rose, di terra, di porti e di navi, descritti con piccola grammatica per gente semplice. Anche l’amore, inteso come un tutto noi, ma anche come amore materno, schianto di tenerezza. Eppure, accanto a queste cose ordinarie - non nel senso di banali ma nel senso di comuni - ci sono anche le grandi tragedie, come l’attentato di Nizza, ormai, ahimè, divenute anch’esse quotidianità.
I forse sono le possibilità ma anche le incertezze del destino, gli scarti da ciò che pensavamo dovesse essere e invece, probabilmente, non sarà. La morte è una continua sottrazione, un’assenza cui ci si deve assuefare. Perché bisogna prepararci all’assenza perenne che preannuncia anche la nostra, perché i gesti sono piccoli ma il significato è grande, perché la vecchiaia non dà scampo, prima o poi tutto ci mancherà e i ricordi non basteranno a disperdere quel velo di malinconia da indossare con disinvoltura ogni giorno. La nostra bocca non si slargherà mai più in un pieno riso giovanile, ormai ne siamo certi, neppure di fronte al miracolo di una vita che nasce, di un seno che allatta.
Rispetto a Il tocco abarico del dubbio, si è persa un po’ di scorrevolezza che non guastava, si è aggiunto un po’ di ermetismo in più. Alcune parole cadono nella cacofonia o nella banalità, come ad esempio minuzzoli, ruzzolante, seno turgido. Altri momenti, però, raggiungono apici lirici non indifferenti come più di me fu l’albero oppure un santo senza chiesa o nella bella poesia dedicata alla madre invecchiata che riportiamo per intero
e sarò io domani a doverti
partorire in qualche modo,
su ogni post-it alle tre la pillola,
la conta delle gocce, un tuo necrologio
maglia a maglia disferò
l’ansia di quegli appuntamenti,
ognuno una trafittura nel petto,
da parte a parte
cancellarti da ogni giorno
inesorabilmente
inizierò così ad allattare
il tuo ricordo in un rumore
di ciabatte che
mi cammina dentro
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