The Founder [2016, John Lee Hancock]
3 Agosto 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #cinema

The Founder ci mostra la nascita dell'impero di McDonald's da un semplice chiosco gestito da due fratelli, fondato sull'innovazione tecnica e la velocità nonché su valori familistici e qualitativi – fino a diventare uno squalo capitalistico guidato dall'ingorda megalomania di un commerciante ossessionato dal successo, Ray Kroc interpretato da Michael Keaton, che ne comprende le potenzialità e decide di diffonderlo in tutta la nazione, a costo di tradire e distruggere i sani principi di partenza che avevano ispirato gli umili fratelli.
Se quindi nella prima parte il film sembra la solita celebrazione mitologica del successo in America, basato su perserveranza, dedizione, determinazione e duro lavoro, nonché da magici momenti di ispirazione commerciale – ovvero uno spot di McDonald's e della sua genuinità – la frizione con la visione originaria dei fratelli crea una crepa che si allarga progressivamente in una voragine di bramosia che inghiotte quella stessa visione, la mastica, la sminuzza, ne succhia e assorbe le capacità di profitto e la risputa fuori, o la espelle – macerata, distrutta.
Kroc concepisce la catena di McDonald's come un ulteriore simbolo americano, associandolo alla bandiera a stelle e strisce, e alle croci delle chiese – bandiere e croci che sventolano e svettano in ogni cittadina – così come dovranno fare i suoi archi dorati: l'America e il capitalismo cannibale diventano quindi un'unica realtà, sovrapponibile – McDonald's è l'America, e l'America è McDonald's: la corruzione del profitto sui principi.
Così come, volendo utilizzare Michael Keaton come tramite, la croce è la copertura di crimini in Spotlight, film premio Oscar 2016 che illustra la scoperta giornalistica degli abusi sui bambini nelle chiese americane. Così come, nel film della propaganda reale, la bandiera è di volta in volta tronfio e retorico simbolo di libertà e democrazia dietro cui si espleta un espansionismo imperialistico imperniato sul bullismo internazionale a base attribuzioni di colpe mai provate e conseguenti bombardamenti.
Quel che mostra il film è in realtà il soppiantare della piccola impresa da parte dell'accentramento del capitale, che tutto fagocita e divora gonfiandosi in entità sempre più grandi – fino al formarsi di mastodonti planetari che superano i confini, le multinazionali: in questa crescita qualsiasi ostacolo si pari davanti al profitto, che sia pratico o morale, viene ignorato, attaccato, distrutto, truffato o semplicemente comprato.
Ciò detto, il solito impareggiabile professionismo hollywoodiano, macchina da guerra dell'intrattenimento, rende il film ritmato, spiritoso e guardabile – ma si distingue per il suo scrostare l'arco dorato della parabola del successo, rendendo chiaro che il più famoso degli hamburger non è nient'altro che un boccone amaro [oltre che avvelenato]. Suggerisco di sputarlo.
E di integrare la visione con Fast Food Nation di Richard Linklater.
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