poesia
L'angolo della poesia: Antonietta Viscusi
IL PASSO
E' che è sempre più senza tempo la percezione che ho di te.
Non te lo saprei spiegare.
Non te lo potrei dire.
Non te lo lascerei domandare.
Perchè passa.............
E all'odore di ciò che era,
ciò che sono non si abitua, non si capacita.
Come cammini ora?
A volte me lo domando.
Ho chiaro ancora il rumore del passo,
ma non il suo tempo, non il suo ritmo.
Perciò ti perdo.
E ti ritrovo indietro,
o ancora avanti,
ma senza sosta, così che il fiato si spezza,
ed io devo fermarmi, per forza, a riposare.
Io, tu, questo angolo di mondo.........
e ciò che di diverso riusciamo a vedere.
(Antonietta Viscusi)
Solitamente sono i sogni a diventare realtà, o almeno questo è l’augurio, talvolta invece accade il contrario: la realtà si trasforma e subisce una palingenesi accogliendo le sfumature incerte del sogno, i colori di certe albe che diventano d’improvviso plumbee. Si cerca, si tenta di ritrovare qualcosa di antico, ma non rimane che il senso impalpabile, il ricordo vivo eppure sfumato, come un antico sapore proustiano che all’improvviso ritorna alla mente e se ne gusta in bocca l’aroma, ma vanamente, perché quel che non è più non è concretezza. (Adriana Pedicini)
COME ELLA
Come ella io,
come lui tu,
nulla più.
Frescura tu,
fosti,
fuoco io.
Rimbomba di lontano
quell’assenza che non so meditare.
Fracassa le ossa,
quella distanza che non ho più mezzi per colmare.
Vorrei aquiloni,
vorrei rossi fuoco di tramonti,
vorrei rugiada al posto delle lacrime.
Ma tutto in solitudine.
Perché qualunque cosa di questo che ti ho raccontato,
non si deve e non si deve spiegare.
Vietato è ricolmare l’anima mia.
Adesso, solo, è consentito
Il delirio dell’incompiuto..
(Antonietta Viscusi)
Ancora una volta il franare delle illusioni, lo spegnersi dei sogni e la presa di coscienza della livida realtà. Eppure è possibile vagheggiare bellezza e sentimenti positivi, ma forse per una estrema difesa, porse come riparo da nuove delusioni, forse perché l’animo ferito ha diritto al grido esacerbato come fiera colpita al fianco, tutto avvenga in solitudine. Nessuno, neppure lui, deve poter affondare la mano nella ferita. (Adriana Pedicini)
MARE IMMOTO
E' come mare immoto
la nostalgia che ho di te,
rigorosa, tenace, ferma.
E' come ombra che si allunga
sul dispiegarsi dei giorni miei.
Dicono,
che è male questo immoto permanere di te.
Ma io resisto,
resisto e coltivo la tua assenza.
Nulla mi insegna di più.
Nel silenzio finalmente comprendo.
Nel non detto finalmente mi riposo.
Non tornare ti prego.
Non pensare mai di potermi reincontrare.
O questo incanto finirebbe.
Ho bisogno della tua assenza
come non ho mai avuto bisogno di te.
(Antonietta Viscusi)
Il dolore e la sofferenza conseguenti a una delusione sono aspri da sopportare. L’anima stilla sangue: solo nel silenzio totale può accadere che tutto si trasformi e si idealizzi, anche la sofferenza. Un muto parlare, dove il colloquio e più che altro con se stessi, piuttosto che con l’interlocutore assente, di cui, forse volutamente, si trattengono nell’anima i segni positivi. Allora perfino l’assenza diventa una compagnia nostalgica più complice di una presenza che dia solo turbamento. (Adriana Pedicini)
COME QUANDO MI EMOZIONO
E' come quando mi emoziono,
che l'anima, soltanto l'anima riluce.
E tremo,
di dilatata ebbrezza,
di smodata voracità.
E' come quando mi emoziono,
che gli occhi, soltanto gli occhi parlano.
E mordo,
di labbra che schiudono,
di mani che serrano.
E' come quando mi emoziono,
che la pelle, e non soltanto la pelle,
racconta di me!
(Antonietta Viscusi)
Inno del cuore, alla vita che dispiega in emozione, attraverso le emozioni, che , non più trattenute, volano libere a raccontare l’animo, la passione, la gioia e il tormento di un cuore. (Adriana Pedicini)
BRUMA
Come fai a dimenticarti di me,
come fai a non arrossire più al solo pensiero delle mani mie,
e della bocca mia, e della lingua mia.
Come fai a non respirare ovunque, amore mio,
quell'odore di bruma che da sola sprigiono
quando penso a te.
Come osi liberarti dell'abbraccio mio,
dello sguardo incantato degli occhi miei,
che bruciano, che infiammano, che su di te rivendicano diritto arcano d'anima e sangue.
Come fai, or ora, dopo avermi posseduta,
a pensare di voler andare, di voler respirare senza di me.
Nulla più ti è concesso, lo sai bene, amor mio.
Quando carne si fonde a carne, quando odore riconosce odore,
quando sguardo ritrova sguardo,
quando senso e seme e bruma un tutt'uno sono,
nulla più ci è concesso : nè paura nè dolore.
Incantati solo possiamo stare in questo idillio.
(Antonietta Viscusi)
Tutto può l’amore: anche fermare il mondo, anche sopravvivere al disfacimento, anche rendere eterno un attimo. Tremenda illusione? Eppure è un’illusione che basta a se stessa, in quell’unicum che allontana gli orizzonti e fonde in un’alchimia irrepetibile due esseri viventi fino a farne un corpo solo e un’anima sola. Di più non è dato avere, anzi non sarebbe dato, perché l’idillio è destinato talvolta a infrangersi: Ancora una volta la realtà che diventa sogno, sogno che rischia di infrangersi sotto il peso delle domande che con ritmo incalzante scivolano tra i versi di questa delicata eppure sofferta poesia che nell’ultimo verso ripone la sola possibilità di vivere l’amore: “Incantati solo possiamo stare in questo idillio” (Adriana Pedicini)
SILENTE
E’ come acqua che scorre,
questa tristezza di te!
E’ lenta nel cuore,
silente come notte d’inverno,
amata al pari tuo.
Se solo essa mi resta,
voglio che mi stia daccanto,
ombra cara dei sogni miei e tuoi.
(Antonietta Viscusi)
Dolore e nostalgia, nostalgia della persona amata, ritorno alla sua immagine, e rievocazione nell’assenza con toni pacati, amorevoli, ombra di un sogno!
(Adriana Pedicini)
NOTIZIE BIOGRAFICHE di Antonietta Viscusi
NATA A TORRECUSO(BN) IL 26 APRILE 1968
RESIDENTE A FRASSO TELESINO (BN)
STUDI LICEALI CLASSICI
LAUREA IN ECONOMIA DEI TRASPORTI CON MASTER IN “CONTROLLO DI GESTIONE”
ABILITATA ALLA PROFESSIONE DI DOTTORE COMMERCIALISTA
CONSULENTE IN “CONTROLLO DI GESTIONE E FINANZA AGEVOLATA” CON STUDIO A NAPOLI E COPROPRIETARIA DI UNA PICCOLA SOCIETA’ DI STAMPAGGIO TERMOPLASTICO IN BASILICATA
NONOSTANTE GLI STUDI UNIVERSITARI E LA PROFESSIONE VADANO IN TUTT’ALTRA DIREZIONE CONTINUO AD ADORARE I CLASSICI LATINI E GRECI, LA LETTERATURA, LA POESIA, L’ARTE.
PER DILETTO TRADUCO ANCORA DAL LATINO E DAL GRECO.
ALTRE PASSIONI IL CINEMA, VIAGGIARE, L’ENIGMISTICA, I CANI E IN MODO PARTICOLARE IL MIO CHE ADORO E CHE SI CHIAMA LEDA.
L'angolo della poesia: Morgana Nardone
VEGA CHIAMA ALTAIR
(I pomeriggi dopo il temporale)
Profumo di cola e limone
venti violenti, corse leggere.
Fontane secche
davanti a portoni verdi e screpolati.
Giri di sguardi e parole
avevo bisogno di noi e di parole azzurre,
di noi e di te come vorrei.
Le fughe etiliche…
Se avessi ascoltato la mia stella…
Le scale, anche se mobili, non portano al cielo.
In questa lirica, sottile si percepisce il contrasto tra il desiderio/bisogno di certezza, di luce a dare sollievo a un‘anima in pena. Ci vorrebbe così poco ad essere stelle luminose dello stesso firmamento affettivo, come Vega e Altair in una notte d’estate, ma invece tutto appare arido e arso. Allora il desiderio si estenua, il bisogno illanguidisce nei fumi dell’artificiale conforto. Non è la stessa cosa perché si possa toccare il cielo della felicità.
MAUDIT
E’ come rimorchiare quando esci in tuta.
Che occhi spersi e
grandi
era nera non aveva la falce e mi sfiorò le labbra.
Ognuno avrebbe fatto le facce di prima alla ricerca della felicità
e cantato la canzone dei puffi per rimanere lucidi e non solo…
E tu che ancora mi cerco,
te lo avevo detto che mi sarebbe bastato un sospiro,
un colpo.
Un colpo di fortuna
girando su me stessa e continuando
a cercare e non credere ,
cercare e non credere
cercare cercare cercare.
Non cercare e non voler più credere…
Non basta un bacio!
Continuare ad abbassare la testa
come un cavallo che ha imparato a contare.
Il nefasto sogno del nefasto nostro incontro
quando con le tue
riprovevoli mani riprovevoli
accarezzasti incauto i miei capelli…
Maledetta me e le scale del centro!
In questa lirica è il racconto di un sogno deluso, di attese vane a seguito di un incontro che si presagiva quello di senso, che senso non ha. Recisa la speranza condivisa nei progetti, non rimane che percorrere strade senza senso e senza sensi direzionali. L’unica possibilità di riscatto è maledire del passato quel momento cruciale.
NON TU, NON ORA
Vorrei tanto insegnare a mio figlio a fare l’albero di Natale.
Vorrei essere un viaggiatore distratto.
E i miei occhi hanno visto troppo .
Zampe di gallina,
petrolio.
Argani disfatti
dall’umiliante benessere…
Calpestare ginestre,
pensare a te
come ai tempi della peste
come ai tempi
tutto è tuo
tutto è fermo
e se ti sfugge
qualcuno ti dirà che hai imparato a vivere.
E poi ci vorrebbe più tempo
e poi ci vorrebbe più vita
e tu non vieni a cercarmi
e il fegato piange
e del mare non hai più paura
e ti guardi
e ti aspetti
però poi decidi
e tutto quello che ti resta
non è tutto.
Un giorno nel tramonto
ci sarai anche tu
è il tumore dei pensieri
il perché in decomposizione
la rivoltante voglia di chiusura
e la tua bicicletta rossa!
Hai sbagliato a guardare il cielo quel giorno…
Ancora il bisogno lacerante di normalità, di appagante normalità in un contesto esistenziale caratterizzato da troppe ansie, contraddizioni, fughe in avanti e chiusure tremende. Eppure si avverte il piacere della semplicità di vita, della bellezza sentita fisicamente nel contatto naturalistico (Calpestare ginestre) e un desiderio spasmodico di vita (E poi ci vorrebbe più tempo
e poi ci vorrebbe più vita). Ma qualcosa o qualcuno ancora una volta non consente questa possibilità.
Nella chiusa ancora la contraddizione tra “voglia di chiusura” e il rosso della bicicletta, simbolo do passione, di vita!
In tutte le poesie si evidenzia uno stile personalissimo, a tratti ermetico, che si dipana in discorsi a volte apparentemente diretti e altre volte in improvvise involuzioni che rimandano allusivamente a metafore da interpretare.
Adriana Pedicini
Rosaria Morgana Nardone dice:
Sono nata a Benevento il 15 giugno 1985. Ho frequentato il Liceo classico e attualmente (spero ancora per poco) studio Lettere all'Università di Salerno. Ho vissuto sette anni a Perugia dove, oltre a studiare ogni tanto, ho avuto delle esperienze nel campo del volontariato (quello vero e indipendente), ho conosciuto tanta gente dalla quale ho appreso molto,sono scesa in strada, ho vissuto con loro e ho ascoltato le loro storie e le ho fatte mie. Questa esperienza è stata una delle mie fonti di ispirazione. Quando ho deciso di tornare per motivi economici dai miei genitori ho scoperto di essere incinta. Da questo momento ho cominciato a sentirmi sempre più vicina alla mia infanzia a riscoprirla, il pensiero su come avrei cresciuto mio figlio mi ha riportata alla mente ricordi bellissimi... Di vita facile, semplice, di un mondo incantato che ancora adesso mi aiuta a sopravvivere. Così devo anche ai miei genitori, a mio figlio, alla mia famiglia, migliaia di colpi di penna. Il mio piccolo paese però (che adoro anche perché credo che la sensibilità e la ricerca delle piccole cose nasce maggiormente a chi è cresciuto in un posto come questo, nel borgo lento, nella natura, nell'alzare spesso gli occhi al cielo, nell'osservare le formiche) è cominciato a starmi stretto, così ho deciso di trasferirmi a Tunisi per un anno e poi a Parigi per nove mesi. Adoro viaggiare e ogni viaggio mi riempie di qualcosa. Se avessi potuto scegliere il Paese dove vivere avrei scelto la Grecia... Ogni anno da quando sono nata sento il bisogno di passare almeno una settimana lì...Tutte queste esperienze, la mia vita, le mie emozioni, le sensazioni che provo in modo spontaneo, dirompente, non posso fare a meno di non scriverle... Da quando ho imparato a scrivere lo faccio... Sono le mie foto, il mio resoconto, i miei diari.
Pascoli a Livorno

“Penso a Livorno, a un vecchio cimitero
di vecchi morti; ove a dormir con essi
niuno più scende; sempre chiuso; nero
d'alti cipressi.
Tra i loro tronchi che mai niuno vede,
di là dell'erto muro e delle porte
ch'hanno obliato i cardini, si crede
morta la Morte,
anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,
sopra quel nero vidi, roseo, fresco,
vivo, dal muro sporgere un sottile
ramo di pesco.
Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora
sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?
Ed ora invidi i mandorli che indora
l'alba negli orti?
Od i cipressi, gracile e selvaggio,
dimenticati, col tuo riso allieti,
tu trovatello in un eremitaggio
d'anacoreti?”
Giunge improvvisa, nel 1887, a Giovanni Pascoli (1855 – 1912) la notizia che il ministero lo ha trasferito da Massa a Livorno, dove ha ottenuto un incarico presso il liceo Niccolini Guerrazzi. Sgomento, si confida col Carducci che lo esorta comunque ad andare verso il cambiamento. Sappiamo tutto del trasferimento grazie agli scritti della sorella Maria, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”.
Dopo l’uccisione del padre e gli altri tragici lutti familiari, Giovannino ha preso con sé Ida e Maria, le due sorelle, e con loro si trasferisce nella nostra città. Il 31 ottobre parte in treno, le sorelle lo raggiungono su un barroccio carico di mobili, con la gabbia dell’uccellino Ciribì. La gattina di famiglia sfugge dal canestro e non si fa trovare. Sarà un bravo vicino a riconsegnarla la settimana successiva.
Dal luminoso alloggio campestre di Massa si ritrovano catapultati al quarto piano di uno squallido appartamento in via Micali. Giovanni comincia a insegnare al liceo, dà anche molte lezioni private ma i soldi non bastano mai, fra cambiali da pagare, mobili da acquistare e libri indispensabili per l’insegnamento e gli studi.
La famiglia vive in grandi ristrettezze, Giovanni non si integra subito sul luogo di lavoro e si sente poco stimato dai colleghi. Continua ad aspirare, come tutti gli insegnati livornesi, a un posto in Accademia, ma intanto accetta anche un incarico in un collegio di Ardenza. Ha solo una mezz’ora d’intervallo nella quale corre a casa per mangiare un boccone ma finisce, come ci racconta Maria, per addentare pane e salame in carrozza. Prende anche in casa uno studente che prepara senza successo per gli esami.
Il tempo libero è poco, con due sorelle a carico c’è da pensare solo a sbarcare il lunario. Nonostante ciò, è qui che prende corpo parte della raccolta Myricae, poi pubblicata dall’editore Raffaello Giusti, è qui che si delinea al poetica pascoliana, antiretorica, aderente alle cose.
Ed è in questo periodo che Giovanni s’innamora di Lia, una giovane cantante figlia di un musicista che abita davanti al liceo. In una poesia ce la descrive con le vesti troppo corte per l’età.
“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;
di’: « Cara madre, corta è piú la gonna
che non convenga; or pensa ad allungarla.
Fiere pupille seguono moleste
i passi miei di giovinetta donna;
ond’io vorrei piú schermo della veste ».
Troppo io so bene quale a me talora
da te derivi immemore malia,
che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;
di che tu avvampi, o giovinetta Lia!”
Vicissitudini familiari, la possibilità poi evitata che la sorella Ida sposi un giovane non gradito, gli fanno volgere le spalle all’amore per concentrarsi sui doveri di famiglia.
Anche se gravata da pensieri economici, la vita dei fratelli è serena. Frequenta casa il poeta Giovanni Marradi; Pietro Mascagni musica la lirica “Sera d’ottobre”.
“Lungo la strada vedi sulla siepe
Ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.
Vien per la strada un povero che il lento
Passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
fiore di spina!”
Sono frequenti le incursioni alla fiaschetteria in via Maggi, insieme a Carducci, o le passeggiate fino a piazza Cavour per acquistare dolci che allietano le serate. La casa si riempie di uccellini ma il preferito resta sempre Ciribì.
Quando i problemi economici un poco si acquetano, si trasferiscono tutti in una villetta con giardino, sempre in via Micali. Giovanni vince il Veianus, un concorso olandese di poesia latina, ma è costretto a impegnarsi la medaglia per risolvere il problema di una certa cambiale e le sorelle finiscono per mettersi nelle mani di un usuraio.
Il soggiorno labronico termina nel 1895 con una nomina in altra città. Livorno, che lo aveva accolto con freddezza, gli tributa stima e onori, richiamandolo nel 1911 per fargli tenere un discorso all’Accademia in occasione del cinquantenario dell’unità d’Italia.
Il legame con la città resta e se ne sentono gli influssi in numerose poesie, fra le quali Il conte Ugolino.
“Ero all'Ardenza, sopra la rotonda
dei bagni, e so che lunga ora guardai
un correre, nell'acqua, onda su onda,
di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»
(era il Mare, in un suo grave anelare)
«io vado sempre e non avanzo mai».
E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare
succhiò lo scoglio e scivolò via, forse
piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»
E l'occhio, vago qua e là mi corse
alla Meloria...”
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“Penso a Livorno, a un vecchio cimitero
di vecchi morti; ove a dormir con essi
niuno più scende; sempre chiuso; nero
d'alti cipressi.
Tra i loro tronchi che mai niuno vede,
di là dell'erto muro e delle porte
ch'hanno obliato i cardini, si crede
morta la Morte,
anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,
sopra quel nero vidi, roseo, fresco,
vivo, dal muro sporgere un sottile
ramo di pesco.
Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora
sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?
Ed ora invidi i mandorli che indora
l'alba negli orti?
Od i cipressi, gracile e selvaggio,
dimenticati, col tuo riso allieti,
tu trovatello in un eremitaggio
d'anacoreti?”
Suddenly, in 1887, Giovanni Pascoli (1855 - 1912) got the news that the ministry had transferred him from Massa to Livorno, where he got an assignment at the Niccolini Guerrazzi high school. Dismayed, he confided in Carducci who urged him to go anyway. We know all about the transfer thanks to the writings of his sister Maria, "Along the life of Giovanni Pascoli".
After the killing of his father and the other tragic family bereavements, Giovannino took Ida and Maria, the two sisters, with him and moved with them to the Tuscan city. On October 31, he leaves by train, the sisters join him on a cart loaded of furniture, with the bird cage of Ciribì. The family kitten escapes from the basket and is not found. He will be returned by a good neighbour the following week.
From the bright country accommodation in Massa they find themselves catapulted to the fourth floor of a squalid apartment in via Micali. Giovanni starts teaching in high school, he also gives many private lessons but the money is never enough, including bills of exchange to be paid, furniture to buy and books essential for teaching and studying.
The family lives in a straitened financial situation, Giovanni does not immediately integrate into the workplace and feels little esteemed by his colleagues. He continues to aspire, like all Livorno teachers, to a place in the Academy, but in the meantime he also accepts an assignment in a boarding school in Ardenza. He has only half an hour's break in which he runs home to have a bite to eat but ends up, as Maria tells us, to bite bread and salami in a carriage. He also takes a student home whom he prepares for exams without success.
There is little free time, with two dependent sisters there is only room for making ends meet. Despite this, it is here that part of the Myricae collection takes shape, then published by the publisher Raffaello Giusti, it is here that anti-rhetorical, adhering to things Pascoli’s poetry is outlined .
And it is in this period that Giovanni falls in love with Lia, a young singer, daughter of a musician who lives in front of the high school. In a poem he describes her with clothes too short for her age.
“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;
di’: « Cara madre, corta è piú la gonna
che non convenga; or pensa ad allungarla.
Fiere pupille seguono moleste
i passi miei di giovinetta donna;
ond’io vorrei piú schermo della veste ».
Troppo io so bene quale a me talora
da te derivi immemore malia,
che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;
di che tu avvampi, o giovinetta Lia!”
Family vicissitudes, the possibility then avoided that his sister Ida marries an unwelcome young man, make him turn his back on love to focus on family duties.
Even if burdened by economic thoughts, the life of the brother and sisters is peaceful. The poet Giovanni Marradi frequented the house; Pietro Mascagni music the lyric "Evening of October".
“Lungo la strada vedi sulla siepe
Ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.
Vien per la strada un povero che il lento
Passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
fiore di spina!”
Incursions to the tavern in Via Maggi, along with Carducci, or walks to Piazza Cavour to buy sweets that cheer the evenings, are frequent. The house is filled with birds but the favorite is always Ciribì.
When the economic problems subside a little, they all move to a house with a garden, always in via Micali. Giovanni wins the Veianus, a Dutch Latin poetry competition, but is forced to bring the medal to the pawn to solve the problem of a certain bill of exchange and the sisters end up putting themselves in the hands of a usurer.
The Labronic stay ends in 1895 with a nomination in another city. Livorno, who had greeted him coldly, pays him esteem and honuors, calling him back in 1911 to have him give a speech at the Academy on the occasion of the fiftieth anniversary of the unification of Italy.
The link with the city remains and its influences can be felt in numerous poems, including Il Ugolino.
“Ero all'Ardenza, sopra la rotonda
dei bagni, e so che lunga ora guardai
un correre, nell'acqua, onda su onda,
di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»
(era il Mare, in un suo grave anelare)
«io vado sempre e non avanzo mai».
E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare
succhiò lo scoglio e scivolò via, forse
piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»
E l'occhio, vago qua e là mi corse
alla Meloria...”
due poesie di Adriana Pedicini
L’ora della sera.
Si ferma il tempo
nell’ala che si stende
a sfogliare piumate ombre
sui tetti mentre in cielo
sola e lontana
posa la luna
a cui pur s’àncora il mio cuore.
Soffuso
l’eco della vita
mi ritorna e gioioso
stupore bambino
sul limitare
di giorni sconosciuti,
nelle vene tremito
sul ciglio dell’ignoto
attese e desideri
sulla corda sottile
di sogni giovanili
infranti o pronti a germogliare
da cuore saggio che oblia
con gli anni e accorto
impara a raccattare
splendidi tesori
nel ritmo di legge sovrumana
che sveste dei respiri
ma poi di folate di luce
all’improvviso investe.
Ammassati
nel granaio della memoria
-sedula formica-
i frustoli di un lungo faticare
della vita sicura dote
e cibo per l’anima
al tempo dei marosi.
E pur son giunti e non pochi
e ogni volta la tenue speranza
si è slabbrata in incubo.
Ogni volta non so se io viva
o sono un’altra
che ricorda il suo passato
o interpreta una parte non sua
in pirandelliana scena.
Non so se il sipario cali ora
ma vorrei che quest’ora
fosse segno e sintomo d’amore,
ultima battuta in forma di sorriso
aura perenne sul cammino
di chi resta.
L’ultimo bacio
Vorrei che l’ultimo bacio
sfiorasse le mie labbra
come il primo,
quando petalo
di rosa odorosa umido posava
con lama di luna
sulla bocca mentre a stento
il pudore frenava
il carro impazzito del cuore.
Lacrime di ambra
saranno a me diadema
e lieve mi coprirai con coltre
di purpuree foglie
sazie di luce e
gialli petali stanchi di sole.
Adriana Pedicini
Memorie
Un salacchino per pranzo
mentre fai gramigna
ISOLA
a casa ti aspetta
il bastone di tuo padre
la promessa di lasciarti
senza un soldo
e dar tutto ai tuoi fratelli.
Meglio seguire
le signorine
a servizio giù in città
col vento di libeccio
e i gabbiani.
Bello
le ghette e i baffi
t’innamora e ti sposa
tuo marito
ti porta con sé
al numero uno
portiera di ebrei
ricchi corallai.
Alle dame sorride
non ha voglia di lavorare
ma è una pasta d’uomo
e i tuoi tre figli devi crescerli da sola.
Ti afferra la caviglia
quando la passione
esplode
ma tu dici no
e i gatti miagolano in soffitta.
IDA
bella e altera
il passo lungo e fiero
le mani di fata alacre
cuci i tuoi merletti
ragazza di Rosachiara
quando arrivano le signore
posa il lavoro
e corri a spogliarti
le spalle nude negli stanzoni ghiacci
la povera biancheria dimessa
le dita bucate dall’ago
sei più bella di loro
più bella di tutte
in quegli abiti che
non saranno mai tuoi
ma indossi come una regina.
Ti vogliono i figli dei notai
degli avvocati
al gran ballo per l’inizio del novecento
e nasce l’amore segreto
proibito
di cui non ci parlavi
e che ancora ti faceva
luccicare di pianto gli occhi
nascosto
negato
diviso dalle convenzioni
perché ognuno deve stare al suo posto
e i gatti miagolano sulle scale.
ADA
Morettina svelta
figlia minore
madre di mia madre
onda di capelli sulle ventitré
occhi di carbone
caratterino aspro
così simile al mio
moglie di camerata
madre di piccola italiana.
Sotto le bombe
sul carro
col gatto in collo
risoluta e forte
tu scricciolo
dalla pelle bianca
e dal profilo delicato
energica e battagliera
a tener testa a quel tuo marito
con gli occhi di mio fratello.
Mi hai insegnato
la misura
molto più di LEI
mi hai cresciuto
amandomi
forse più di quanto
tu abbia amato LEI
e i gatti dormono
sul mio divano.
Cuore di uomo
Mano lieve sulla porta
sorriso imbarazzato.
Come tutti i piccoli uomini
cammini sulle punte
in un’angosciata simpatia
che sprizza triste dagli occhi umidi
di cane malizioso.
Un fremito di nervi incontrollato
contro l’allegria degli occhi
e il sommo della bocca
a contrastare il moto di anni
che scendono giù
dove non ci sarà più fremito
né occhi, né bocca
dove il mio amore ti cercherà
sfondando le barriere fra i mondi.
Succhia col palato
i sapori della terra
pane, vino e odori di donna.
Pedina della dama, carta, tg2,
figura degli scacchi, mago Zurlì
così io ti vedo.
Brucio di gelosia fuori di te.
Ma se pungessi
con le mie maledette antenne
il tuo concreto cuore di uomo
forse non troverei quello che cerco.
Non sei morto e io sto così
Non sei morto e io sto così
respiro nella mia paura
sopporto quello che non si può sopportare.
Nella tua stanza c’è chi è convinto di essere a casa,
e ogni giorno crede di passeggiare sul lungomare
e descrive le onde, piccole e chiare.
Pensavo dov’è la nostra vita
dove siamo noi
dov’è tutto quello che avevamo
che ci spettava,
da qualche parte ci devi essere ancora
forse in cielo, su una stella.
Mi manchi in casa, fuori, in ogni gesto.
Eri come un padre, ora sei mio figlio
Sei un pezzo di me anche se non lo ricordi più.
C’è una mano dietro tutto questo, c’è una regia,
ci deve essere un senso, una malignità, un destino cattivo.
Però oggi ti ho visto ridere, era la tua espressione, erano i tuoi occhi.
Turkimera
“Un occhio di Allah per te, uno per lei”
Una tartaruga di pietra, una con gli occhi blu.
Un punto sul foglio con tante frecce che s’irraggiano,
che vorrebbero espandersi, che pulsano un ritorno
d’amore su di sé.
Il bisogno è così grande che non si può colmare,
come un grande lago salato, amaro, refrattario,
che si asciuga da solo per farsi del male.
Una paura infantile, dilagante, dilatata.
Vorrei baciare ad uno ad uno tutti i fiori blu
della tua camicia
e la tua mano che mi rialza (allegra)
dal tappeto della moschea.
I baci al telefono mi stridono nelle orecchie.
Vorrei perdermi nel muezzin delle cinque a Santa Sofia
Nell’attesa delle navi che passano il Bosforo.
Terra smossa
La terra si è mossa
un buco nero di luce
mi attrae
costi quel che costi
anni di compromessi
di aggiustamenti
di doveri autoimposti
ossessivi
camminando verso la luce
mi sfinisco
le contraddizioni sono la mia ricchezza
vivere qui, ora, adesso
Canzoni stonate
E' notte fonda in quel sonno vuoto e senza senso
inganno la mente e mi lascio incantare.
Le stelle sbiadiscono una volta di più mentre randagio
vago verso i confini dell'alba su quel monte con la testa china,
a cercare sentieri liberi e sicuri su questa terra
dove l'ingordigia preme, infetta e piaga le ferite.
Il cuore trattiene e rimescola le parole, zittisce i sogni.
Troppa rabbia esplode sotto i piedi.
Ripartono le nenie antiche su quelle note non dimenticate
tra una strada di periferia e troppi chilometri fuoricittà.
Cambia il tempo e nulla vale quei ricordi,
che ti saltano addosso, pesanti come macigni.
Fosse bello, almeno, tornare ad urlare al cielo le canzoni stonate
ma è il risveglio del pensiero, a turbare il domani.
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