poesia
Ivo De Palma recita 5 poesie da Sazia di luce di Adriana Pedicini ed. Il Foglio, musiche di Carlo De Filippo
Poesie tratte dalla silloge Sazia di luce, il Foglio edizioni 2013
quello che sono
Non sono un Grande Poeta…
…“Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi”…
non voglio declamarti immagini
non riesco a ricamare vento
a tessere stelle per i tuoi occhi…
…“Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima”…
Non riesco a recitarti
per sembrarti nobile,
solo per apparire al mondo
solo per lasciarci un segno…
Non sono un Grande Poeta…
…io sono un piccolo muratore
che suda roccia
e respira polvere
Che apre finestre e porte,
scavando dure pareti,
Sono un cercatore di luce!
Un topo nell’anima,
che gratta leggero,
e lascia briciole di conchiglia…
Non sono un Grande Attore…
affabulatore di menti,
prestigiatore del niente.
…“Essere o non essere, questo è il problema”…
Non ti inganno con artifici
fuochi e luci in mezzo agli occhi.
Parole ben copiate
Voci recitate
Suadenti artefatte carezze
Languide ammalianti certezze
solo per apparire al mondo
solo per lasciarci un segno…
Non sono un Grande Attore…
…io sono un piccolo matto
che tartaglia
frasi sconnesse
Che borbotta cose grandi
non ascoltato.
Si volta e riparte
andando leggero nel vuoto
Sono un solitario pescatore
su uno scoglio ad amare
per non disturbare.
Non sono un Grande Scienziato…
non dispenso certezze & fredde carezze
non guato le masse
da torri dorate
Non salgo su cattedre,
non mi ergo su piedistalli,
non vivo per farmi più grande.
Non partorisco inutili idee,
con voce stentorea.
Non abortisco inutili scritti,
in polmoni d’acciaio
solo per apparire al mondo
solo per lasciarci un segno…
Non sono un Grande Scienziato…
…io sono un piccolo alchimista
mescolo profumi a caso
sotto un cappello a punta.
Agito bacchette e farfuglio formule,
sputacchiando minime verità.
Sono un cercatore di perle,
tesori nascosti,
pietre filosofali…
…trattengo il fiato,
inseguo animali,
nel profondo blu.
Non sono un Grande Pittore
un Sommo Maestro!
Imbianchino di pietre colorate
stilista di Maye Desnude!
Mèntore di se’ stesso,
di pochi invasati
apostoli del nulla…
Non ricopro con carte da parati
la natura perfetta
dai perfetti colori
Non dipingo scene per teatri,
falsario di palcoscenici illuminati,
solo per apparire al mondo
solo per lasciarci un segno…
Non sono un Grande Pittore
…io sono un piccolo minatore
Sporco
Nero
Brutto con occhi azzurri
Non vedo la luce
ma pianto fiori nel buio
cerco cosa c’è in fondo
cerco l’anima da dentro
scavo gallerie
per uscire nel bianco.
Seguo lunghe strade ventose
lunghe strade nevose
Corro sui tornanti
Scatto verso la cima
Bevo dalla riva
e mi lavo immerso
in cristalli di
acque salate.
Quello che sono
a volte è silenzio
altre è roccia
a volte è vento che urla
tuono lontano
altre è sussurro
è diafano raggio che scalda
a volte brucia
a volte bacia…
Il mondo può aspettare
La vita può aspettare…
La ruota può continuare
a girare…
Quello che sono,
lo sai,
è solo per te.
M. (Eccomi!)
#unasettimanamagica Nadel
NADEL
Nadel l’è apanna pasè
Anc par st’an al lus al s’en smurzè
A ni è piò par la vì
Tot che scaramai
Tot che via vai
E c’la nuiousa sinfunì
La zaint l’ha smess
Anc ed suridar e ed dir “Bon An che ven!”
I reddan soul i mamaloc
E i fangen
I reddan sol lour
Parchè i en i onic che i han vest e Signour!!!
NATALE
Natale è appena trascorso
Anche per quest’anno le luci si sono spente
Non c’è più per la via
Tutto quel chiasso
Tutto quel via vai
E quella noiosa atmosfera
La gente ha smesso
Anche di sorridere e di dire “Buon Anno Nuovo!”
Ridono solo gli stupidi
E i bambini
Ridono solo loro
Perché sono gli unici che hanno visto il Signore!
#unasettimanamagica Profumo di Natale
Timida e rossa
come le mie gote giovinette
la piccola euphorbia
dall'angolo riposto
tinge di colore
la mia anima,
sommessa luce
in uggioso avvento.
Una gemma di vita e
di speranza
ha baluginato
tra le ombre incerte
delle ore mattutine
tra le foglie
ascose del tuo amore
Ho respirato
profumo di Natale.
Tratta da "Sazia di Luce"
#unasettimanamagica Natale
NATALE
Non v’è parola più dolce più piana
per ogni cuore che attende la speme
di un giorno di trepida pace
di gioia in una notte di Luce.
Ognuno si aggrappa a una stella
che guidi nel cammino alla stalla
dov’è il primo Bambino del mondo
che ogni uomo stupito circonda
di sguardi smarriti e incantati
per l’Amor tante volte donato.
Ognuno s’inchina a quel viso
al tenero e dischiuso sorriso
che affanni e dolori lenisce
e pensieri di bontà suggerisce.
Gloria Alleluia è Natale!
vibra ogni cuore mortale.
#unasettimanamagica Natale
Quella che inizia con oggi è una settimana magica: ogni giorno vi proporremo un contenuto in pieno spirito natalizio, sarà come aprire la finestrella di un nostro specialissimo Calendario dell'Avvento!
Tanti auguri da tutti noi.
Cominciamo con due poesie di Luciano Tarabella, una in italiano e l'altra in vernacolo livornese
Natale
Il Natale è una festa fanciulla,
il Natale è un ricordo lontano,
il Natale è mia madre alla culla che mi segna in ginocchio pian piano,
il Natale è una Grotta un po' tetra
e una Sacra Famiglia di pietra.
E' una notte trascorsa in attesa
che s'avveri chissà quale evento aspettando la bella sorpresa
che con poco mi faccia contento perché allora,
nel troppo bisogno, un pupazzo per me era un sogno.
Il Natale cos'è diventato?
Una corsa a comprare il regalo, un'offerta, uno sconto, un mercato
una gara a chi fa più gran scialo, uno spot che ho visto e rivisto
dove comprano e vendono Cristo.
Ma la Pace, purtroppo, non c'è. Se la guerra la fa da padrone
tu, Signore, mi spieghi perché non proteggi migliaia di persone?
Che vuol dir fratellanza, uguaglianza quando l'odio fa grande mattanza?
Il Natale è un affetto lontano,
il Natale è una casa fanciulla
il Natale è mia madre alla culla
che mi dice il rosario pian piano,
il Natale è un antico rimpianto
e una fiaba bambina soltanto.
Come ti sciagatto Ungaretti
'Un ciò mìa voglia di buttàmmi
in un grovìgliolo di strade
ciò un branco di stanchezza sul groppone.
Lasciatemi vì come un troiaio
arronzato in un cantino e dimetìato.
C'è un calduccino che è una bellezza.
E siccome ir caminetto 'un ce l'ho
m'accontento delle 'vattro capriole
di fumo der cardano.
recensione Planando nell'aria di V. Principe by Adriana Pedicini
Il titolo – Planando nell’aria - della raccolta di poesie di Vittoria Principe potrebbe essere la chiave di lettura della personalità che è sottesa ai versi e che viene fuori a sprazzi, a momenti non univoci nella fase descrittiva, ma pur legati da un doppio filo che da una parte conduce al bisogno insopprimibile di libertà (questa è la mia storia, simile a quella di un uccello), dall’altro alla necessità di essere, cercare e mostrare amore, come novella eroina sofoclea (eppure sento di essere fatta per amare). Vale a dire che Vittoria rappresenta un universo (femminile) oscillante perennemente tra il desiderio di affermarsi per quello che sente di essere, e i vincoli, ora gioiosi ora dolenti (i momenti felici che si trasformano in dolori …), che la legano alle persone care e alla vita quotidiana.
Una ghirlanda di libertà
È da sempre che cerco la mia libertà.
Perduta in cieli infiniti,
in abissi spaventosi,
in deserti illimitati.
Nell’universo senza fine,vago,
alla ricerca della mia libertà.
La colgo nella luna, in una stella, nel sole.
Ma guardando un prato,
la colgo in un fiore.
La stringo, la bacio, la guardo….dov’eri?
Angosciata e felice la pongo nel mio cuore.
Ora è al sicuro in me.
Mi volto; guardo il mondo,
incatenato, sofferente, schiavo.
Io sono libera,
le mie catene sono sciolte,
per sempre…
è una ghirlanda di fiori
il mio unico vincolo.
Dio l’ha posta al mio collo,
come un giogo soave e lieve.
Di qui i dissidi, di qui le fughe in avanti (un sogno sospeso nell’aria, una disperata fuga) e i ritorni (tornerai a brillare…l’anima mia allora ti parlerà), di qui pianti e scoppi di gioia (come una tempesta...quest’ira furibonda… Ma d’improvviso un raggio di sole...placa il tutto in un silenzio di pace).
Talora prende il sopravvento la nostalgia, che è sempre desiderio di qualcosa, già compiuta, anche se il solo ricordo fa male (Tutto è stato avvolto in un velo di ricordi...aver vissuto momenti terribili)) o agognata, contro cui si profilano i fantasmi del dubbio, dell’incertezza, della paura (Ho paura. Diroccata in lontananza c’è la sede dei fantasmi..) e ancora della vacuità e dell’inutilità (Ecco ti assale il nulla).
Sicché l’oasi tanto desiderata talora sembra scomparire risucchiata dal vuoto, dalla sterilità dei sentimenti intorno a lei o semplicemente dal nonsense della vita. Ma la ricerca di serenità permane immutabile (troverò mai la mia oasi di pace?)
Diventa allora spasmodica anche la ricerca del divino, che pure rimane la suprema àncora, ma con mille domande, anzi con la suprema domanda vibrante come un urlo disperato: Dio, dove sei?
La ricerca della felicità infine è quasi un’ossessione (anima mia…urla con dolore la tua voglia di felicità), che la porta però a scandagliare, ad esaminare, a leggere la realtà che la circonda, per concludere che la felicità ha un unico ritrovo, un’unica sede: il proprio cuore (Il mio cuore resterà sempre al sicuro in me)(Un giorno…mi sono accorta che essa è dentro di noi).
E dal cuore sente tracimare l’affetto per i figli in particolare. Due realtà che danno senso alla sua vita, l’uno perché ha realizzato il sogno quasi adolescenziale della maternità (il mio bambino sarà un mondo incantato), l’altro perché costituisce un’applicazione costante del suo saper e voler essere mamma.
Alla fine sul senso di solitudine (quell’angosciosa presenza del niente) di cui sono testimonianza alcune liriche prevale il giudizio sentenzioso (Se questa è la vita viviamola pure), non senza l’amabile speranza (c’è un fiore appena sbocciato), non senza la curiosità (fruga nella vita, come in un sacco colmo), non senza la fratellanza (se tutti siamo insieme…viviamo), non senza in ultimo l’appello all’amore da donare e da ricevere (se un giorno interrogassi il mio cuore…non tormentarlo. Amalo...)(se un giorno mi verrai a cercare…entrerai nel mio cuore e vi troverai scritto un solo nome AMORE).
Per concludere aggiungerei che la silloge è di piacevole lettura, sobria e scorrevole, senza tranelli o incertezze interpretative, e ancora una volta la limpidezza dichiara la volontà tetragona di un donna che pur sentendo la sofferenza dell’esistenza, ama la sfida, il volo, per poi abbandonarsi dolcemente, planando nell’aria, all’unica vera forza, l’Amore.
Adriana Pedicini
Eran tre frati apostoli
PREFAZIONE
Poeta e gentiluomo
I poeti son filosofi rimatori. E quando c’è di mezzo il vernacolo o il dialetto, rimano in sonetti. Come Luciano Tarabella, della prolifica scuola dei poeti popolari toscani. Livornesi, nel suo caso. Che alla tipica acutezza dissacratoria della toscanità uniscono il tipicissimo linguaggio dei Quattro Mori, così spesso intriso di quei termini gastro-ano-genitali che racchiudono un po’ tutta la visione che del mondo hanno i figli di Labrone: mangiare-cacare-trombare, a racchiudere tutto l’arco della parabola esistenziale. Col sesso a far da scena totale sul teatro della vita. E con tante parolacce, come le definiscono gli altri. Quelli che "sannounasega" loro com’è che l’imprecazione antidivina o il vaffanculo antiumano non sono a Livorno mera volgarità ma forma linguistica d’una mentalità ch’è filosofia di vita. Insofferente di perbenismo e d’autorità. Ché a mandà ‘nculo ‘r re il livornese ci mette quanto a mandà ‘n culo anche ‘r papa. Una lingua ch’è filosofia, insomma. O una filosofia parlata.
Senti per esempio il Tarabella, in questo “Testa e lische”:
Si sognava la topa da ragazzi a occhi aperti ma cor pipi ritto e c'era un solo modo d'esse’ sazzi sebbene che l'amore sia un diritto.
Ortre la mano, nun ce n'era spazzi perché la donna, lei, voleva ir citto; a occhi chiusi e a parità di cazzi sceglieva sempre quello cor profitto.
Ora che sono pieno di vaìni cor conto in banca che mi son sudato batto ancora musate. Come sai
la topa viene data ai ragazzini perché l'anziano nun è più caàto: budello cane, un c'indovino mai!
Oddìo, non è più quel Tarabella giovanilmente pimpante che cominciai a pubblicare sul Vernacoliere nei focosi anni ’80, quando l’uccello tirava a lui e lui tirava moccoli agli dei. Sì, qualche ricordo c’è di quei tempi, in questa raccolta di sonetti. Ma ci si respira più che altro la malinconia del tempo andato, degli amori sperati e non vissuti, dei sogni mai realizzati.
Piglia “Ir destino”, per capire: (in corsivo)
La sorte umana è drento un canterale con chissà quanti mai cassetti in fila però è nascosta da una grande pila di passioni diverse e messe male.
Ognuno, per istinto naturale, vorrebbe la migliore e la trafila, la mia, la tua o d'artri centomila, è la stessa per tutti, tale e quale.
Buttate all'aria tutte l'occasioni la ricerca ci lascia inappagati e ci si scopre vecchi con stupore.
Allora si fa ir conto: d’illusioni, magari vattro sogni irrealizzati, eppoi? Mi vien da ride’: eppoi si mòre!
Ma l’animo acceso, la caratterialità ironica e sfottente del livornese non cedono. E neppure nel ricordo malinconico manca la rabbia vitale.
Come in “Ficona”: (in corsivo)
Com'eri bella cinquant'anni fa, solo a guardatti mi mancava ir fiato e quanti... sogni mi ci son tirato perché un me la volevi propio da’!
Io chi ero? Un ragazzo innamorato che un ciaveva più voglia di ampà e che avevi ridotto in uno stato che neanco si pòle immaginà.
Eppure stamattina dar norcino, pagando un etto e mezzo di preciutto, m'hai sorriso iudendo ir borsellino.
Sicché ho pensato: ora ti decidi? Ora che sei cicciona, ma di brutto, mi mostri la dentiera e mi sorridi?
Con quer culo che 'un passa dall'androni con quer naso moccioso fatto a becco con quelle puppe mosce ciondoloni...
speravi di trovammi cèo secco?
E certo manca un vaffanculo, a chiusura del tutto: perché Tarabella è sì poeta, ma è anche un gentiluomo. Malgrado la livornesità.
Mario Cardinali
(Direttore de " IL VERNACOLIERE" di Livorno)
POST FAZIONE
Livorno ha alcuni cantori accaniti e fra questi c’è Luciano Tarabella, che da cinquanta anni scrive le sue poesie in italiano e in vernacolo. Quelle raccolte qui costituiscono una dichiarazione d’amore, innanzi tutto per la sua città, salsa e libera, di cui sa cogliere gli aspetti lirici ma anche il degrado e l’abbandono con un amore totale e senza riserve. “Noiartri ci s'ha il Porto, ir mercatino via Grande, la Sambuca, le Fortezze... “ Lo sguardo è attento, curioso, personale, irriverente come irriverenti sono tutti i livornesi. Persino i famosi 4 Mori, simbolo della città, diventano “quattro vucumprà senz’accendino.” Ma l’amore è anche per la vita in generale, per la famiglia, per il cane, per la moglie, ricordata nei momenti della passione giovanile, quando “s’andava al bubbocine”, ma amata tanto più adesso, nella dolce complicità degli anni che si fanno sentire. Gli argomenti spaziano dalla rievocazione di figure tipiche nostrane come il reietto Cutolo, alla citazione dantesca ironica, alla vita quotidiana, alla politica e al costume, ai fatti di cronaca cittadina, fino addirittura ad un tentativo di cosmogonia filosofica. Tarabella ha una parola per tutto, s’interessa di tutto, senza intellettualismi né orpelli ma anche senza superficialità e con uno sguardo morale. Racconta anche se stesso, la sua vita quotidiana che diventa la vita di ognuno di noi, uomo o donna. Lo stile è sboccato, semplice, arrabbiato con bonarietà, ironico e divertente anche fra le lacrime.
Patrizia Poli
Sonetto d'amore
Sonetto d'amore
Corri sonetto, va', non inciampare!
Vola e raggiungi presto l'amor mio
tu sai perché la penso e non scordare
di dirle tutto come fossi io.
Racconta che non faccio che sognare
il suo ritorno da quel triste addio,
che in ogni volto che confronto e spio
un altro come il suo non so trovare.
Dille, magari, tutto il mio tormento
che mi trascino ancora nella vita
più quello che tu sai nel cuore preme.
Descrivile con calma cosa sento
ma se t'accorgi che per lei è finita,
ritorna qui da me: si piange insieme.
Autore: Luciano Tarabella
Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"
Sazia di Luce
Adriana Pedicini
Edizioni Il Foglio
pp 79
10,00
“Ogni volta non so se io viva o se sia un’altra che ricorda il passato”
Adriana Pedicini è una poetessa di talento che ha portato avanti per molti anni la sua attività di docente di lettere classiche, e ora, dopo il pensionamento, nella piena maturità, presenta in pubblico la sua attività di scrittrice e il suo amore per la poesia.
Il libro, edito da Il Foglio, elegante, arricchito dai disegni di Anna Perrone, è una silloge di cinquantasette liriche che, come chiarisce la stessa autrice, si muovono circolarmente tra quei due poli antitetici che corrispondono al dolore che annienta e alla rinascita nella Fede.
Una raccolta di liriche che ripercorre sentieri dolorosi, esperienze che tracciano solchi profondi e si fanno poesia: versi che trovano, nell’espressività delle immagini e nella suggestione evocativa, la forza per ricreare atmosfere e stati d’animo.
Sazia di Luce, recita il titolo, e la sovrabbondanza di luce nasce dall’anima della poetessa, …e mi adagerò petalo impalpabile/ all’ombra del cipresso ad attendere/dietro la falcata nuvola nera/ l’indice di luce ad indicarmi la via…”, pur nella disperazione, nell’angoscia del rapido fluire delle cose, nello sconforto della malattia come metafora di uno stato di disfacimento dell’intera vita: “… Oggi è la storia/ cruenta di sempre”
In tutta la raccolta ricorre il registro elegiaco del ricordo, ma anche del senso amaro e duro della realtà, del mondo penoso dell’infermità fisica: … Ancora per poco vive/ libera la mia ansia e/ su muro bianco/di sole settembrino/si stempera/mentre sulle orme della sera/già plana l’angoscia. È lo sguardo attonito di fronte al mistero della morte, è il timore dell’inconoscibile, è il rimpianto per i chiarori di albe profumate di tiglio, per il profumo di mosto/e aria ebbra di vino. E allora nascono le interrogazioni, le domande perenni che dilaniano l’animo: che sarà di questo brandello di vita? Ricucirò i lembi di vecchia placenta?
Ma a questa dimensione crepuscolare si oppone la volontà di vivere e di agire, l’amore per la vita espresso nella quotidianità, negli affetti, nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.
“Il faut tenter de vivre”, recita Paul Valery, e Adriana, anche attraverso la fede, ritrova il senso della rinascita; la sofferenza si muta in luce che “sazia”, una gemma di vita e di speranza… profumo del Natale.
E allora, dopo la rivelazione del senso amaro della realtà, del mondo angoscioso della malattia, i versi rivisitano un mondo rassicurante, ritrovano la magia dei sentimenti, dei valori più autentici, la natura, le stagioni, la luce e i paesaggi, i suoni, gli odori, i colori: “Pigolio/il bisbiglio d’amore/ dei miei piccoli/ mi ha resa rondine/ che torna al suo nido/ con rinnovata scorta/ d’amore
… È tempo di cantare/ più dolci melodie
Il mutamento del paesaggio e delle atmosfere trova uno spiraglio di evasione e di sogno, pause contemplative, luoghi evocati e rivissuti attraverso l’emozione, ma anche con l’esercizio delicato dei sensi: “… a sera nel tremolio/ delle membra sotto turchina luce./ Ascolto solo/ la mia piccola città/ che pettegola, mormora…” È una provincia quasi appartata, ancora silenziosa, dove ha ancora un senso scorgere negli occhi un timido sorriso, legata alla dimensione della levità, come conquista di una serenità recuperata: è “Vita”.
La silloge si chiude con la domanda estrema/ che fu anche la prima./ Chi siamo? Adriana Pedicini trova la sua risposta nella Poesia e nella Fede. La vita non offre mai niente senza controparte, ma talvolta restituisce ciò che toglie.
Adriana Pedicini è imbevuta di studi classici. Lo stile di questa silloge lo dimostra, al punto da farne la sua peculiarità. I suoi sono versi dal sapore antico, con parole scelte e desuete. Ma non è il classicismo la sua vena migliore. Queste poesie sono state scritte in un momento difficilissimo della sua vita, ed ella, in lotta quotidiana con la malattia che devasta e toglie, le ha usate come sfogo ad un dolore che inchioda, come argine alla paura che mozza il respiro e “tinge di nero la prossima alba”. E i momenti più alti, più sublimi, non sono quelli in cui dà ordine al sentimento costringendolo nella forma classica, bensì quelli dove lo stile composto, trattenuto, lascia trapelare squarci di verità nuda, di parole scabre, quasi caproniane.
“Vita”
Non conosco
la folla dei mercati
dei bar e delle piazze
delle strade lunghe
che nascono in periferia
silenziose e si svegliano
alle porte dei cantieri.
Non so
le brevi strade
colorate al mattino
di voci giovanili,
bisbiglianti amore
nei tardi crepuscoli,
silenti di parole
a sera nel tremolio
delle membra sotto turchina luce.
Ascolto solo
la mia piccola città
che pettegola, mormora,
trepida, soffre,
amo la vita della mia città antica
dove ha ancora un senso
scorgere negli occhi un timido sorriso.
Miracolo vivente
Mi hai appellata così,
vedendo la mia testa rasa,
sì, miracolo è vedermi
“senza” e non “con”,
vedere,
mentre a pezzi cade il corpo,
un’anima bambina
slanciarsi come sempre
ad afferrare lo spicchio di sole
che sbianca la parete
spalancare avidi gli occhi
sull’alba che fuga
i fantasmi della notte.
Il cuore piange e ride, giammai tedioso,
riposa sulla coltre grigia
della insensata calma.
Ogni giorno un guadagno,
ogni giorno un sassolino
bianco di luce segna i passi
dell’amore da fare insieme
finché…
finché l’ultima ora
scioglierà la promessa
di pur breve cammino.
Allora sarò ovunque
Ma sempre a voi vicina
Piccolo lume di fiamma viva a scaldarvi il cuore.
Qui non c’è artificio, non c’è manierismo, c’è solo un grumo di dolore che esplode, che dilania, un lago fondo di paura, il terrore della nera signora in agguato, pronta a strapparci ai figli, al sole, all’amore del compagno di una vita - uomo taciturno, forse austero, che ora frana nel dolore di lei. La malattia assale, la cura è ancor peggiore del male, si teme che non ci sia più tempo per gli affetti, e il panico tracima: “sarò cuore di cerbiatta spaurito, allo strepito dei rami di mirto”, diventando anche rabbia. “Non vorrei che la mano del destino/assetata arpia/mi trascinasse via/mentre spuma di rabbia/m’illividisce il volto. L’autrice si abbarbica all’amore dei figli che mai vorrebbe lasciare: “Saranno miei rami le braccia dei figli”, si ribella a un destino che nessuno di noi accetta.
Il rifugio nella fede è, sì, consolazione ma raramente abbandono, la ferita è troppo aspra, la lacerazione troppo insopportabile. Qualunque cosa è meglio che morire, qualunque cosa è vita, anche i ricordi della guerra, di un tempo amaro in cui, almeno, si aveva la possibilità di lottare e la speranza di sopravvivere.
Ma le radici sono forti, lo spirito è come roccia tenace che sa sempre risorgere, aggrapparsi, se non proprio alla speranza, almeno agli sprazzi di vita, alla natura, al profumo del Natale, (sia pur in “uggioso avvento”), della primavera, della natura. Così si ritagliano “lampi di serene giornate” mentre la fiducia rinasce, così si ha anche un pensiero cristiano per i poveri, gli abbandonati, i derelitti.
L’autrice si mostra in tutta la sua fragilità, con i suoi timidi rossori, il suo cuore di cerbiatta spaurita di fronte al fucile puntato, i suoi pudori che nascondono passioni sotterranee. L’impatto emotivo è immediato - nonostante il filtro della tecnica - dirompente, commovente. Le poesie migliori sono quelle dove non si cercano belle immagini ma ci si mette a nudo, crocifissi dal dolore, e le parola vita, vivente, sono ripetute ad esorcizzare il buio, a gridare il proprio incrollabile desiderio di rimanere ancora su questa terra.
Ida Verrei e Patrizia Poli
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