poesia
Silenzioso saluto
Goccia su goccia
scivola muta.
Dentro la gemma
mi sento
sentire
…un lieve stupore…
un piccolo tuffo…
che scivola sul cuore,
mi prende
…goccia su goccia
canta in silenzio
un giorno…
grigio immobile
grigio leggero
grigio che sta su tutto
e su tutto sta bene
la pioggia.
Dentro la gemma
si sfuoca
a sparire
…un lieve dispiacere…
un piccolo stupore…
che si tuffa nel cuore,
mi annega
Parlarti quando non c’eri
pensarti se c’eri
regalarti un fiore
baciarti su un angolo
scriverti nel bosco
portarti una poesia
fermarti a pensare,
accompagnarti e
immergermi con te
Guardarti
con tutti gli occhi
che sento dentro
Parlarti
nelle mie lingue
di brezza calda
Accarezzarti i capelli
di paglia umida,
odorosi di mare,
dopo la pioggia.
Dirti che sei stupida
instupidendomi a dirtelo
Arrabbiarmi su uno spigolo
lasciandoti a sorridere
Rincorrerti,
in un campo
minuscolo
di grano giallo,
perderti
…
Nella pioggia,
grigia,
all’angolo,
invisibile,
fuori fuoco,
fuori tempo,
adesso sorridi.
Sei Bella
e
sei felice.
Oltre la pioggia,
oltre ogni goccia,
ballano
solo lune,
oramai,
nude…
Goccia su goccia
sempre
scivola muta
goccia
su
goccia…
Cheikh Tidiane Gaye, "Curve alfabetiche"
CURVE ALFABETICHE
di Cheikh Tidiane Gaye
Si corre il rischio, parlando di Cheikh Tidiane Gaye e della sua poesia, di scrivere cose scontate o luoghi comuni. Arduo pertanto il compito di evitarli.
Non si può non notare, scorrendo la sua biografia e le sue stesse dichiarazioni, l’amore che egli porta per la lingua italiana, dolce, sinuosa, ammaliante, porto sicuro di emozioni e pensieri. Una lingua che oggi si arricchisce del contributo formativo di generazioni di uomini e donne che nella declinazione orale del mezzo espressivo veicolano le primigenie strutture della cultura di provenienza attuando un’operazione, per così dire, di sincretismo linguistico che va a tutto vantaggio della lingua di arrivo che, secondo le più semplici teorie della evoluzione del linguaggio, si sveste dei termini obsoleti ignoti alle nuove generazioni, e, non svestendosi della dignità ad opera di facili slang, si arricchisce di moduli espressivi nuovi, veicoli di cultura altra.
E la lingua italiana è la prescelta dal Poeta per manifestare il suo amore per la parola poetica e le inevitabili riflessioni su di essa. Una sorta di metapoesia risulta dunque la raccolta Curve alfabetiche.
Alla prima lettura sembrerebbe di avvertire un modo spontaneo di giocare con l’alfabeto e con l’utilizzo della parola. Subito però ne avvertiamo la sacralità:
..sei l’incenso…
Ma man mano che si procede notiamo l’attenta riflessione sulle potenzialità infinite del mezzo espressivo
la parola il pozzo/ che non si asciuga mai
che a ventaglio si apre alle esperienze del/nel mondo
è l’attore che recita le nostre/peripezie
e poi reclina chiudendosi sugli intimi pensieri, sulle ansie e sulle emozioni che affondano nel ricordo le loro radici.
..la parola/irrora la mia anima
parola…./cerco il tuo rifugio/per sfuggire/all’oscuro destino/della fatalità
…è una carezza che ci addormenta/sotto l’ombrello delle nostre ansie
Sono nato nella capanna dei versi/che la mia lingua tesse e la mia bocca sforna/voglio spegnermi in piedi/stringendo il flauto/della mia oralità
Le note delle tue rime/ritmate saranno indossate/la memoria della mia memoria.
Ma la parola, sostiene Cheikh Tidiane Gaye, è anche bellezza, capacità di sedurre,
i tuoi suoni odoranti di fragola/attraenti e seducenti/sei il sapore bevuto al tramonto/
il che ci richiama alla mente il λόγος di Gorgia da Leontini con cui il retore e filosofo siceliota risalente al 483 a.Ch. nell’Encomio di Elena esaltava le potenzialità della parola e della intera frase ordinata come capacità non solo persuasiva, ma anche estetica e gnoseologica, oltre che capacità di plasmare gli animi producendo piacere e dolore.
la tua ala la mia melodia/che eccita le mie vene
ringrazio la tua limpidezza/la tua dimora di segreti/il tuo nido di doni che mi regali nella solitudine.
voglio il passato dorato che disegna il mio percorso/nei corsi delle periferie/abbandonate.
Ma la parola è anche redenzione dal male del mondo, libera dall’odio, permette la speranza
Odio questo tempo guidato da cuori scuri/dai silenzi reclusi e dalle parole vane/
Prestami l’orgoglio tuo/………….per farmi ritrovare il sogno/..
Non si pensi tuttavia che la poesia sia intesa come esercitazione retorica modulando parole e versi in forma più o meno suadente. La poesia si nutre di parole che danno forma alla commozione spontanea dell’animo quando rimane investito dalla Bellezza e dall’Essenza.
Il linguaggio è il mio metro/nel perimetro del mio sogno/…./ma il muro che mi rispecchia/sarà sempre il canto del gallo/ nelle albe profumate dei ricordi
..so che la poesia /è la tomba che accoglie/i silenzi delle parole/gli applausi dell’ansia/e il sorriso della primavera.
Oserei definire Cheikh Tidiane Gaye un moderno umanista, un umanista che in questa raccolta si prefigge di insegnare con la parola innanzitutto ad essere uomo attraverso la parola.
l’umanità dorme tra le mie labbra/sono ritmo e canto-la chitarra-/che suona la melodia del cuore
…l’amore nasce tramite la parola/….
I suoi versi sono semplici e ornati, metaforici e immaginifici, che tuttavia non escludono da sé l’estrema precisione di un’analisi critica lucidamente pensata e chiaramente espressa. Credo che i suoi versi contengano anche l’appello ad una civiltà letteraria che rischia di dissolversi se non sa aprirsi al nuovo. Lo stile presenta come peculiarità l’uso transitivo di alcuni verbi, in contrasto con un uso più frequente nella forma intransitiva, ma soprattutto presenta neologismi che risplendono come fiori esotici di meravigliosa bellezza in un giardino peraltro ben coltivato.
Un’arte che non è un gioco automatico, ma purezza della parola in un momento storico in cui da una parte c’è ridondanza di parole vuote, dall’altra si vorrebbe privare della parola chi ha molto da dire e da trasmettere. La Storia, come la natura, fa il suo corso. Farebbero bene ad avvedersene quanti sono al chiuso delle loro mente ristrette.
Della sua umanità serena e fiduciosa è testimonianza diretta questa raccolta di poesie. Poesie fortemente espressive della volontà dell’Autore di aderire alla vita, dovunque si trovi, collaborando alla storia di tutti e promuovendone le forme. Affidandosi alla potenza della parola e alla sua dolcezza persuasiva.
Infine sei canto
sei canzone
danza
disegno
è cenere
tenera come sostanza
essenza della nostra vita
parola, sei tutto
il nostro respiro e il nostro risveglio
ti cantiamo e ti lodiamo
poiché sei la vita.
Biografia:
Cheikh Tidiane Gaye, italo senegalese è poeta e scrittore, nato a Thiès in Senegal.
E’ Membro di Pen Club Internazionale Svizzera Italiana Retoromancia di Lugano. Da sempre partecipa a diversi incontri sulle tematiche legate all’Africa, all’integrazione, all’intercultura e alla Letteratura della Migrazione.
Ha ottenuto significativi e numerosi riconoscimenti letterari ed è presente sulla scena culturale italiana attraverso interventi, letture, antologie e performance poetiche che testimoniano una coerente partecipazione alla vita del suo nuovo paese. Nel 2010 l’autore segna il suo ingresso al Festival di Letteratura di Mantova, dove presenta Ode nascente premiato al Premio Internazionale di Poesia Europeo a Lugano in Svizzera. Nello stesso anno vince il Premio Anguillara Sabazia.
Ha pubblicato:Il giuramento (Liberodiscrivere editore, 2001), seguito da Méry principessa albina (2005), Il canto del djali (2007), e Ode nascente (opera bilingue italiano-francese 2009), tre ultime opere pubblicate dalle edizioni dell’Arco.
Attualmente vive e lavora a Milano. Curve alfabetiche è la sua ultima fatica letteraria.
Recensione di
Adriana Pedicini
Autrice di
I luoghi della memoria. Narrativa A.Sacco 2011
Noemàtia poesie Lineeinfinite 2012
Sazia di luce poesie Il foglio 2013
QUESTA VANA STAGIONE DI MIA VITA
Marcello De Santis, ci ha abituato ai suoi saggi sempre interessanti su personaggi della musica e dello spettacolo, ma oggi ci regala una bella poesia, un malinconico pensiero sulla vita che scorre e che spesso vediamo passare veloce come il panorama dal finestrino di un treno in corsa. Una riflessione sugli anni che volano via e ci lasciano invecchiati, inariditi in attesa dell'ultima stazione. (F.P.)
QUESTA VANA STAGIONE DI MIA VITA
Stride un treno in frenata
vagoni arrugginiti
che sanno solo la monotonia
dei binari infuocati
e della scia
del fumo che si scioglie nell’azzurro
mentre sonnecchio chino sul mio petto
e non so come e quando
raggiungerò la meta
conosco solo il tempo
che azzurra i miei capelli
e inaridisce dentro i sentimenti
e si mangia i ricordi
e li trasforma in lacrime silenti
la stazione è deserta
e il treno non riparte
solitario ristà al binario morto
come l’anima mia
arida nella brina che scolora
definitivamente
questa vana stagione di mia vita
marcello de santis
Marco Milone, "Le stagioni della memoria"
Le stagioni della memoria
Marco Milone
Narcissus, 2014
Sembrano trascorsi secoli da “Dove va il mondo” e “Anime nude” a “Le stagioni della memoria”, terza silloge di poesie di Marco Milone, non perché ci sia un cambio di rotta stilistico o contenutistico, ma per come, non conoscendo l’età dell’autore, si potrebbe qui pensare ad un artista anziano. Milone, invece, è un trentenne senza speranze, senza illusioni leopardiane: “giammai vedrò sorgere il sole”, “di speranze irrealizzabili m’illudo, “e non ci rimane altro” .
Difficile smettere di illudersi, attendere, sperare, anche quando la vita passa davanti e non siamo in grado di saltarci dentro, anche quando essa sembra appartenere agli altri, scorrere di là da un vetro, anche quando soggiaciamo alla regola di un “si passivante” che ci rende non autentici; è difficile perché, nonostante l’atteggiamento stanco e demotivato, giovani lo si è davvero e la speranza non vuol morire: “So che non arriverai eppure son qui e aspetto”, “illusione di un futuro, di qualcosa che non giunge.”
Se tutto il meglio pare ormai alle spalle, pure la memoria non è dolce, non è consolatoria, ha stanze oscure, ancora da svelare, e noi vorremmo essere come bruti per non avvertire il peso dell’esistenza. Il futuro non c’è, è come se fosse già stato esperito, lasciato indietro: “rievoco il futuro”, e rievocarlo vuol dire farne memoria e non aspettativa, trasformarlo in qualcosa che non ci sarà mai perché c’è già stato, perché sarà uguale al presente, e così le “luminose strade” del possibile saranno cancellate dagli “oscuri labirinti” di una memoria congelata.
Ricorrono le parole “sommerso”, nel senso di avviluppato, appesantito, e “oscuro”, inteso come inconoscibile ma anche doloroso, ansiogeno. I riferimenti leopardiani sono tanti, fra stelle, ginestre, dolore senza uscita, caduta delle illusioni. I temi sono i soliti in Milone: solitudine, morte, incomunicabilità ma anche, soprattutto, memoria.
Si spargono i semi
della polvere
Nei tempi che furono
Rivedo la vita, rievoco
Il futuro. Una branda,
un giaciglio da cui percorrere
ancora ancora
le strade del passato
Palestina ti sogno
“Sono nato poeta, ho il verso sulle mie labbra, la rima nelle mie mani, la strofa nei miei occhi…”
E da poeta, l’italo-senegalese Cheikh Tidiane Gaye eleva un canto lirico alla terra di Palestina. E’ un canto d’amore e di dolore; un inno alla Pace, un’accorata invocazione alla rinascita. “il mio paese”, la “mia terra”, dice il Poeta, perché sua è ogni terra martoriata, “soffocata, ingoiata, scacciata dal monte di Dio” ; suo è l’urlo di chi soffre. E lui, cittadino del mondo, attende che il mondo sorrida ancora e che rispunti la “luna della concordia”. (Ida Verrei)
Palestina ti sogno
Paese mio dall’alito verde
verde di pace e puro di pace
svegliati!
La mia terra piange
le lacrime di sangue che straripano
le sabbie di pace
ti voglio terra dalle sabbie d’oro
Che Pace sia con te,
che il Sole illumini
i tuoi sentieri
il mio paese deve rinascere
seppellire le macerie
terra avvelenata
terra ingioiata
terra soffocata
terra scacciata
dal Monte di Dio,
la mia Ramallah ti chiamo,
piangono i bambini
muoiono le donne
Betlemme non sorride,
sorrisi spenti
il fiato in prigione
la speranza sepolta
Gaza non si sveglia più
Gerusalemme mortificata
il mondo non sorride più
Paese mio dall’alito verde
verde di pace e puro di pace
svegliati!
Cosa ti manca?
Hai accolto la nascita dei profeti
hai curato le piaghe
hai dato il sorriso al mondo
hai acceso gli sguardi
e oggi il cuore non pulsa
Paese mio dall’alito verde
verde di pace e puro di pace
svegliati!
Vorrei alzare la chioma di pace
e gridare giustizia
voglio piantare il profumo
di pace
voglio che i tuoi polmoni siano forti
per sollevare l’aria di libertà
sei la terra di sabbia
e non di sangue
i nostri occhi
come le nostre orecchie
non devono più testimoniare
la tua sofferenza
Il tuo nome è l’albero
ombreggiante di pace
robusto e forte
forte e robusto
chi può cancellare l’ombra?
Sei l’ombra che nessuno
può seppellire
il tuo nome è poesia
ti voglio cantante di rime
la tua vita è lirica
ti voglio tessitrice di prose
pastore dell’orto di pace
regista delle coreografie di pace
che la tua bandiera sventoli
per svegliare la luna della concordia
e la tua ala volteggi
per designare la strada dell’unità
Paese mio dall’alito verde
verde di pace e puro di pace
svegliati!
Il tuo nome è storia
i tuoi morti martiri
ma i veri martiri lottano per la libertà
ti voglio curatrice delle piaghe
Il tuo nome è libertà
libera sei
come liberi sono i tuoi figli
alza la mano per condurre il corteo
apri le catene della disperazione
canta il canto della liberazione
Palestina la mia la nostra
voglio alzare i tuoi minareti
sentire la tua voce scandire
vocali di libertà
consonanti di pace
voglio che le tue acque siano pacificatrici.
CHEIKH TIDIANE GAYE
Smodatamente Aspro&Dolce
"...in questa locanda si suona Blues... le sue note ti portano a galleggiare sulle nuvole...dove, dall'alto, si riesce a dare una dimensione anche alla Tristezza. Bevete alla mia salute. Tanto. Smodatamente..."
Bevete alla mia salute!
…estinguete quest’ultimo sorso…
Bevete alla mia salute!
di Uomo solo
solitario
quasi perduto…
X stasera
X domani
X l’Ieri
e i giorni che saranno!
Bevete a me!
Alle mie mani sporche
di vene
e fildiferro
Ai miei zoccoli
da muflone
Ai miei occhi di Lupo
che ti bucano
Al mio cuore solo e gonfio di farfalle
spaccato sull’orlo dell’abisso
Bevi x te!
Ragazza…
sarò l’ultimo sogno della notte
che fa sudare e sognare
Bevi x te!
Signora…
sarò la roccia di rughe e pieghe
che vuoi arrampicare
Bevi x te!
Compagna…
sarò il cane Libero pronto a buttarsi nel fuoco
ma che ti sfugge come un lupo
Bevete alla mia salute…
e addio
non “ciao”…
non “arrivederci”…
Bevete alla mia salute…
salite…
e quando sarete in cima
alzate lo sguardo e trovatemi a volare!
Solo
sulla brezza solitaria
Bevete alla mia salute.
Come può il cielo...
Come può il cielo non apparire bello, la notte, se è trainato da una flotta di stelle?
Come può il mare sbiadire i pensieri o le persone, se porta con sé la vita?
Come può l’uomo farsi la guerra, uccidere, ergersi a dominatore, stabilire cos’è il bene e cos’è il male?
Di fronte alla bellezza di un cielo adornato da masse stellari, da sguardi umani, da carri che corrono su piste invisibili, c’è la certezza dell’esistenza. Sei di fronte a questo enorme spettacolo e non tieni le parole giuste per vestire le tue emozioni. Sei di fronte alla stessa natura che ti ha partorito, ti ha reso centro del tuo mondo, ti ha dato ossigeno. Sei fermo ad aspettare nuovi segni dall’alto e forse speri. Di fronte alla danza delle stelle, pensi di essere immune al male delle persone, al veleno gettato in faccia, ai castighi che hai dovuto subire. Diventi una fortezza, un castello incantato, un palazzo di nuove idee. Poi il cielo prende le tue sembianze e tu per gentilezza o forse per coscienza ti mischi a lui, ma non puoi prendere le redini fin quando non sei consapevole. La tua biga non è alata e rimane immobile in mezzo ad un sentiero di pietre. Passi dal benedire il silenzio al maledire tutto il cielo, passando dalle stelle fino ad arrivare alle più sparute e lontane galassie. Sei nel tuo limbo e ritrovi una pace, ma deve passare del tempo per iniziare tutto da capo. Dentro noi restano eserciti e poi sopravvengono avventurieri.
Vorremmo capire gli altri, ma noi stessi non ci capiamo.
Le more
Ripercorrere i giorni della fanciullezza fa riaffiorare alla labbra il sapore dimenticato, dolce e amaro a un tempo, delle more. Frutto selvatico, gusto antico, vecchi ricordi, Assunta Castellano ci invia una nuova poesia intrisa di sentimenti e passioni. (Franca Poli)
LE MORE
Giorno d'estate
in cui brillava il sole
son ritornata a riveder le more...
quanta gioia e che sapore antico
mi dava il sol vederle
e il rimembrar di quando
da bambina
le mani e la bocca mi sporcavo
di quel nettare dolce e saporito...
mi rivedevo Io giocar felice e spensierata...
coi vestitini laceri e scucitì
per il mio monellar che ancora oggi
mi resta dentro e alla prima occasione
mi bussa sulla spalla e si presenta...
te ne rammenti tu... vecchia signora...
delle tue scorribande
e le argentine risate di bambina??
Si... le rammento e non rinnego nulla di quel tempo
che anche delle miserie io vedo solo
il rifiorir delle mie amate more!!
... come l'amore
Arriva dal buio che ci appartiene
come l'ululato di notte
a indicarci una strada nuova
Appare nella pioggia,
l'arcobaleno sospeso,
a colorare quanto di grigio c'è
E' improvviso come il baleno
il falco
l'ondata alle spalle
una pacca sulle spalle
il fischio del treno
Una faina davanti al flash
Un regalo davanti a un bimbo felice
Un mazzo di fiori che non aspetti
Ma viene lentamente
diventa grande col tempo
Una luna piena
tra brandelli di nuvole
Il sole che sorge,
raggio a raggio,
dall'aspra cresta
Soffice e gentile
come il fiore che sboccia
la mattina
come la mattina lenta e tiepida
d'estate
come l'estate che non passa
lungo mare
Come il mare che si muove
arriva
ti bagna
se ne va
...
arriva
ti solletica i piedi
se ne va
...
arriva
ti profuma di sale
se ne va
...
si muove
arriva
se ne va
Ma c'è sempre:
la notte mentre dormi,
poi ti svegli,
e c'è.
Ti volti, sorridi abbassi gli occhi,
ti volti per giocare
ma lui c'è.
Te ne vai, corri veloce,
via! risali i monti le valli
dalla cima...lui c'è...
E' la brace
dell'ultimo fuoco
nella sera
Che dorme con te
E si sveglia grazie a te
E' lume e
calore
da tenere stretto
tra il cuore
e il resto
in questa
fredda bufera...
M.
Maria Grazia Di Biagio, "Nella disarmonia dell'inatteso"
Maria Grazia Di Biagio
Nella disarmonia dell’inatteso
Bel Ami Edizioni – Pag. 80 – Euro 10
Maria Grazia Di Biagio è una vera poetessa, una che non si limita a scrivere versi senza leggere, per essere originale e non avere padrini letterari. Sembra impossibile ma ne ho conosciuti tanti di (presunti) poeti che non leggono poesia ma si credono vati e fanno i sostenuti se non li leggi. I versi di Maria Grazia Di Biagio raccontano un amore che non fa rima con cuore ma è ricco di metafore straordinarie e di versi suadenti.
È un anno di parole che non scrivo
e non c’è incuria o disamore, credi,
se ho lavato la matassa dei pensieri
e l’ho stesa al silenzio ad asciugare.
Renato Fiorito - autore di un’ispirata postfazione - ha avuto la mia stessa sensazione di struggente tenerezza nel leggere i versi sopra riportati, forse perché anche lui aveva bisogno di rispecchiare in altrui parole il proprio dolore. Questa è la forza della vera poesia, ma anche della vera letteratura, di una scrittura profonda che non sia volta a realizzare il mero intrattenimento.
Non è cambiato molto da quel giorno
cado ancora come allora
mi sbuccio le ginocchia
ma non piango più, purtroppo
e questo è male, perché il pianto cura,
è pioggia che consola, il pianto.
Ho letto questi versi a mia figlia, certo lei che ha sette anni non ha pensato al male di vivere di montaliana memoria, né al vizio assurdo di Pavese, ma alle sue ginocchia sbucciate e al pianto, facendomi notare che le lacrime sono una pioggia metaforica che cade dai suoi occhi quando è triste, addolorata o soffre. Grandezza della vera poesia che si fa apprezzare da una bambina, come quella del mio amico cubano Felix Luis Viera che parla della figlia lasciata a Cuba per un doloroso esilio quando aveva quindici anni, racconta la sofferenza tangibile d’un padre in fuga.
Cerco in ogni libro una rivelazione
oppure un’intuizione condivisa,
una piccola cosa impertinente,
una violetta sbucata dalla neve
che mi faccia sentire meno assurda.
Cerco la bellezza delle cose
nella disarmonia dell’inatteso,
nelle parole, il senso primo del significato.
Altri versi che raccontano l’importanza di un libro, di una storia, di una pagina scritta, dove cerchiamo soprattutto noi stessi, il senso profondo delle cose, per recuperare stupefatti una metaforica violetta sbucata dalla neve.
Ho mentito.
Non è vero che non sto scrivendo
sono solo versi bianchi
ma ho finito i fogli colorati.
Stupenda la chiusura della raccolta. Il poeta non può fare a meno di scrivere, se ti dice che non sta scrivendo sta mentendo, il poeta è un fingitore, come scrive Pessoa, ma nel caso della Di Biagio è un sincero dispensatore d’amore, che quando finisce i fogli colorati scrive solo versi bianchi.
Gordiano Lupi
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