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poesia

Ceccardo Ceccardi

21 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Ceccardo Ceccardi

Ceccardo ROCCATAGLIATA CECCARDI
(1871-1919)


Nessuno m'intende!
Sono un eterno sognatore, ingenuo e fanciullo, a dispetto dei miei quarant'anni.
Solo i miei compagni d'osteria di messer Savani, oste e vivandiere amico, mi sono vicini, nei momenti di nera… e sono tanti questi momenti, in questa mia disgraziatissima avventura che gli ottimisti chiamano "vita".

Permettete che mi presenti: sono il poeta e generale Ceccardo!
Cari Manfredo e Ubaldo e Peppino! E tutti voi altri, amici, che soffrite al mio soffrire! Avventure! Quante avventure contano i miei anni, studi avventizi che mai ho portato a buon fine, collaborazioni a giornali e riviste che durarono il tempo d'una rosa (per il mio caratteraccio - dicono - ma che posso farci? Io sono fatto così).E le mie disgrazie familiari e politiche e sociali! Ed economiche. Tutte le disgrazie, mi si sono scaraventate addosso!
- Nacqui in una tetra notte di tempesta, e tempesta fu tutta la mia vita!
Ah, se io scrissi qualche bel verso nessuno saprà mai a che prezzo l'ho potuto e saputo scrivere!
Ma la mia poesia vivrà.

Quando ci rivedremo/ il tempo avrà nevicato
sul nostro capo, o amore:/ avremo quasi passato
il mare, e sarà il cuore/ più sincero e pacato.
Ma non avremo più remo:/ io ne l'onda infinita del sogno,
tu della vita,/ lo avremo infranto/
oh amore

A dispetto dei molti che non capiscono o non vogliono capire; vivrà insieme a me, in questa caotica avventura che è la mia vita. E vivrà dopo di me. Vivrà soprattutto per mia madre che mi volle poeta. Divenni fanciullo prima, ragazzo poi, grazie a te, madre! Che mi leggevi e rileggevi Shelley e Leopardi, e mi facevi entrare nel cuore il Parini e le sue Grazie. Grazie, madre! Che mi hai voluto dotto, e che mi hai sognato poeta. Il tempo pagherà, quando io non sarò più, sarò poeta allora, e tu la lassù ne avrai gioia. Ma io, allora, dove sarò?
Come eri bella e altera, madre mia! Che bel nome madre mia, il tuo: Giovanna Battistina Ceccardi! Il tuo cognome sarà sempre unito al mio; e i posteri sapranno il perché. Sapranno il perché di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Il tuo esempio e i tuoi insegnamenti m'hanno reso quello che sono.
Tre in matematica, bocciato e ribocciato in questa materia arida e a me lontana; ma sette e otto nelle classiche. E lo devo a te, madre! Oggi cerco disperatamente una o due foglie d'alloro per cingerne il capo, ma tutto mi è contro, nessuno che m'intenda! E i denari mi sfuggono. E intorno ho solo miseria e disgrazie.
Mio figlio malato - la tisi l'uccide - mia moglie che amo, lontana (spesso litigo con le sue sorelle, e questi litigi mi fanno fuggire) e io, che mi trasformo allora in eterno viandante in cerca di me stesso. E di pace.
Io, grullo e sognatore, fuori dalla realtà, forse; senza armi, se non la mia poesia e la mia eterna canna di bambù - che è la mia carta d'identità, la mia cravache - che roteo vorticosamente sopra la testa, per calarla sulle spalle ai prepotenti.
E gli amici. Quelli veri!
Mio buon Savani, che "grande volerci bene" fra di noi, oste della malora! Quante serate davanti ad un bicchiere di vino, con le carte in mano, a declamare versi tra una bevuta e l'altra!
E tu, e gli amici, i soli che mi capivano! E le fughe da casa, col quadro di Carducci stretto al petto! E Genova, Genova coi suoi caruggi, coi suoi vicoli sporchi e neri, che salgono dal porto alle stelle. Vico delle pietre, vico chiuso della rana, vico degli stoppieri, vico cicala, vico boccadoro…
Quanta nostalgia! E quante osterie! le osterie che erano casa nostra. E le panchine, col mio piccolo Tristano (triste nome, quasi un presagio… quasi un destino…) per mano… la sua mano nella mano di un padre disgraziato.
La mia barba incolta, la vecchia palandrana sempre più logora, e unta; e i riposi forzati in stanze fredde e gelide.
E la pazzia!
Che tenta di rapirmi…

"… radi capelli scuri scomposti, naso informe di un rosso purpureo, una camicia spiegazzata quasi uscente dai pantaloni malamente sorretti, sotto un ventre prominente, da quando quelle sciarpe scozzesi multicolori come usavano i carrettieri d'una volta…
Sembra un tragico clo
wn…"

marcello de santis

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Sergio Corazzini

19 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #personaggi da conoscere

Sergio Corazzini


Sergio CORAZZINI
(1886-1907)



Non vorrei morire… non ancora…
Mio Dio! Mi trema la mano, e la penna riesce solo a graffiare questo foglio ancora bianco, con fatica, senza niente scrivere… Il mio petto è in fiamme, questo male al polmone mi soffoca, mi sfianca, mi strazia ogni giorno di più. Non mi riesce non solo di scrivere, ma anche soltanto di pensare.
Voglio lasciare questo ospedale. M'hanno detto i medici che l'aria di questo mare verde di Nettuno mi gioverà senz'altro, ma io non sento alcun beneficio. Non voglio chiudere i miei vent'anni in sanatorio, non voglio, no! Non voglio.
Desidero tornare a Roma, a casa mia; se deve succedere l'irreparabile, che avvenga a casa mia, tra i miei libri, tra le mie cose, tra i miei versi.
Ho appena fatto in tempo a respirare l'aria del nuovo secolo, e già debbo salutare la vita…
Vorrei farlo senza piangere… ne sarò capace?
Caro Fausto Maria Martini abbi cura della mia memoria, e i versi che lascio e che tanto amo, leggili… Leggeteli tutti, e fatelo spesso, nei vostri lunghi silenzi; le mie Dolcezze siano le vostre, cari amici, Le piccole foglie morte vi facciano compagnia; il Libro inutile, fate che non sia inutile; se non per me che non ci sarò più.
E, nell'attesa, L'amaro calice sia amaro solo per me.
Amici, salutatemi tutti, mandate un grazie per la loro dolcezza nei miei riguardi ai grandi Palazzeschi e Govoni, - vedete, li nomino coi loro cognomi, i cari Aldo e Corrado, - ché loro sono già grandi poeti.

(Nell'anno 1906, Sergio ha solo vent'anni, la malattia del giovane poeta si aggrava, e allora a casa si decide di ricoveralo e curarlo presso l'ospedale Fatebenefratelli di Nettuno. I sanitari della casa di cura fanno tutto il possibile per lui, ma non cè niente da fare. La tisi allora era un male incurabile, ed era molto espansa per ogni e dove.
Fu qui che Sergio Corazzini prende a corrispondere con i poeti già noti Aldo Palazzeschi e Corrado Govoni.
Corrado Govoni, che il poeta aveva conosciuto e frequentato seppure per breve tempo, a Roma al Caffè Sartoris, così lo ricorda dopo la sua morte:

Il povero indimenticabile Sergio lo vedo sempre come a vent'anni, con quella sua andatura incerta, a corto respiro come il volo dell'allodola prima di prendere quota, o come quella di una bella ragazza troppo ammirata: con quella sua bella faccia un po' reclina, gli occhi sorridenti, e la voce così soave e calda in quella bocca sensuale.)

La mia anima è triste, la mia anima è dolce.
Bene mi hanno fatto, specie in questi ultimi tempi, le parole di conforto di Corrado Govoni; le sue Fiale sono gemme preziose da tenere in uno scrigno d'oro. E la presenza epistolare del caro Aldo Palazzeschi è stata una delle più belle esperienze della mia breve vita. Ho i suoi Cavalli bianchi, qui, sul comodino. E di tanto in tanto leggo qualcuna delle sue galoppate senza suoni.
Caro Aldo, caro Corrado, vogliatemi bene anche quando non ci sarò più. Abbiate nel cuore, come io ho le vostre, le mie modeste raccolte di versi.
Ho risolto il dubbio dell'amico Jammes, il caro Francis Jammes. Gli scrivevo: Io non sono un poeta, io non sono che un piccolo fanciullo che piange… Caro Francis Jammes! T'ho letto, studiato, amato; e ti ho riposto dentro la mia anima. Le tue cose… le tue cose tristi e dolci, la tua chère douceur de tes elegies, sono diventate cose mie; e non poteva essere altrimenti, tanto mi sento a te simile.
Lascerò, spero, anch'io un piccolo segno in questo nostro mondo letterario che va lentamente cambiando; un piccolissimo segno.Che resti!Non sarò stato inutile, allora…

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ha che le lag
rime da offrire
al Silenzio.

Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia
di morire.

Sono stanco, stanco di soffrire; il mio cuore è in affanno; non attendo che l'alba, ormai… Ieri ho scritto un'ultima esile poesia, esile come lo sono io in questo momento, ma penso che dia un ritratto di quello che sono e di ciò che mi sento.

Il mio cuore è una rossa/ macchia di sangue dove
io bagno senza possa/ la penna a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si move/ e la carta s'arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà, lo so/ che questo sangue ardente
a un tratto mancherà/ ché la mia penna avrà

uno schianto stridente…/ e allora morirà…

E' il mio testamento letterario, abbiatelo caro…

marcello de santis

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Guido Gozzano

17 Settembre 2015 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #personaggi da conoscere

Guido Gozzano

Guido GOZZANO
(1883-1916)



"… appena un lieve sussurro all'apice… qui… la clavicola…/
e con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro./ Nutrirsi…
non fare più versi… nessuna notte più insonne.../ non più sigarette..
non donne… tentare bei cieli più tersi:/ Nervi… Rapallo… San Remo…
cacciare la malinconia; / e se permette faremo qualche rad
ioscopia…

Leggo ancora i miei versi, in lunghi silenziosi colloqui con me stesso, stando disteso sulle foglie e sull'erba di questo prato, in questo caldo agosto che passo qui, alla casetta; lo stagno coi pesci rossi, e laggiù, il Meleto della mia infanzia. Ho appena trentadue anni, e sono già otto anni che mi rilevarono questo male al polmone. Ogni tanto sembra regredire la fiamma che brucia dentro il mio petto, ma non è così; avanza, purtroppo! E a me non resta che assistere impotente; e seguire con amarezza il corso della malattia.

"… mio cuore monello giocondo che ride pur anco nel pianto…"

E che cosa ho ancora da dirti, mio cuore!
Questo: di essere contento di vivere ancora qualche tempo, godendo questo nostro, mio e tuo, angolo di paradiso. Anche se non è più nostro il Meleto, - mio cuore - gustiamo ancora un poco la gioia di essere insieme.
Qui, l'aria è buona; abbiamo vagato tra il mare di Liguria a respirare iodio, e l'aria buona delle colline - balsamiche, a detta dei medici - per immettere ossigeno dei polmoni, che può far bene…".
Ma le crisi, ciò nonostante, continuano - più o meno leggere - ma continuano… e più o meno crudeli.
Ah, quest'edera al balcone, i glicini, gli oleandri, i limoni!
E noi, tu e io, mio povero cuore, costretti ad attendere…
Trentadue anni! e nell'attesa, vivo di ricordi…
Mia madre, giovane e bella, elegante nella sua figura minuta, che sempre mi è stata vicina, quand'ero fanciullo, oggi ha bisogno di me, nel suo male. Oggi è rimasto soltanto un fantasma, della donna di ieri.
L'immobilità l'ha toccata, e adesso sono io che l'assisto. Sono io il faccendiere di casa. Da tempo, oramai, io vivo per lei, e… per i miei versi. E nei miei versi ho descritto le cose di casa mia, quelle cose "di pessimo gusto" che ornano ancora le antiche stanze adorate.
Il mio sogno di laurea è svanito da molti anni. E sono avvocato; ma solo di nome.
Poeta? Non so.
Ho scritto tantissimi versi, ma sempre col cuore; per quel che mi resta di questa dolcissima vita, e crudele.
I miei giovani anni trascorsi in cure - inutili? - ora qua, ora là, stanno per finire. Lo sento.
E niente, niente ho creato di definitivo, se non i miei versi, i poveri miei versi…
Non l'affetto per la cara Amalia.
Non la stima degli e per gli amici e poeti. Non la corsa alla laurea, presto interrotta.
E il viaggio in India a cercare un po' di salute per i miei polmoni malati; sena risultati concreti; è stata solo un'esperienza letteraria, da terapeutica che si pensava.
I miei frammenti raccolti nelle ore che inseguivo con ansia, ora sono fissati sulla carta, e resteranno a mio ricordo; perenne, spero…


le miniature, / i dagherotipi: figure sognanti in perplessità, //
il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone /
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto, //
il cucù dell'ore che canta, le sedie parate a damasco /
cremisi... rinasco, rinasco del mille ottocento ci
nquanta!»

****

"Una cocotte!..."
"Che vuol dire, mammina?"
"Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!"
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo
e di gallina...

Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
"O piccolino, non mi vuoi più bene!..."
"È vero che tu sei una cocotte?"
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di trist
ezza piene.

Ho pudore del mio male: i dottori dicono che forse potrei metterci una pezza andandomi a chiudere in quella prigione nevosa, sterilizzata e mondana, che è il Santuario di Davos.
Non vado, io soffro il freddo.
Preferisco morire ad Aglié o a Torino, a Sturla o a Rapallo…

marcello de santis

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Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

14 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

Il fiume di Eraclito

Adriana Pedicini

Mnamon, 2015

pp 89

10,00

Dietro il lento oscillare delle acacie

Sale la filigrana del ricordo

Del lungo ramo

Che sbatteva alla finestra

E tra i fiori acri sfiorito il volto

E immobile lo sguardo.

Anche oggi

Tra i passi lenti

Di questa primavera

Solo si spande nell’aria

il profumo dolceamaro delle acacie.

Questa silloge di Adriana Pedicini, Il fiume di Eraclito, tocca e ripercorre tutti i temi cari all’autrice, in particolare uno spasmodico bisogno di vita e un immenso timore della morte. A ben guardare, salvo poche eccezioni, sono questi, uniti alla nostalgia (la nostalgia porta di una vita/che non è quella da vivere), e al triste fuggire del tempo, gli argomenti più cari agli scrittori non più giovanissimi. Il tempo scorre, come il fiume di Eraclito; mentre si vive, l’attimo presente è già diventato qualcos'altro, non viene goduto per l’ansia del futuro o il rimpianto del passato.

La vita è amata in modo pudico, trepido, ma con passione che s’intuisce violenta, quasi sconveniente, seppur tenuta a freno: più forte è il desiderio/di questa precaria vita, la vita è un desiderio/strozzato nel cuore. Si manifesta nella natura, nel ramo che fiorisce e si rinnova, nella montagna, nel lago, nel prato, nel fiume. Soprattutto nel bambino che nasce (della casa rinnovata /da rosei vagiti/al rifiorire della vita) e, per un momento, col suo venire al mondo, sconfigge la Morte, la quale, però, subito torna ad avere il sopravvento, come accadimento reale, ma anche come pensiero angoscioso, onnipresente. In questo pensiero si è soli, perché è difficile confidarsi, forse non si otterrebbe ascolto, magari solo un blando invito a essere ottimisti, magari solo un rapido e furtivo scongiuro.

Tutto è permeato di malinconia, il tessuto poetico a volte si lacera in squarci di dolore e paura, altre volte si stempera in dolcezza, verso il bimbo che nasce, verso l’amore coniugale (amore tenero e necessario) che, pur nel silenzio dei sensi, è ancora quello dolce e ardente dei primi tempi, ma è anche divenuto rifugio, consolazione quasi filiale (come piccolo bimbo), in grado di trasformare i sassi aguzzi in sassi tondi, un amore indispensabile alla sopravvivenza stessa.

Altra fonte di conforto – persino di rara gioia epifanica – è la religione. Viva la speranza di confluire in un Assoluto, capace di riscattare l’ingiustizia, se il mondo dimentica i deboli, gli emarginati, e soccombe al male, alla violenza bellica. Dio pacifica e affranca ma resta comunque un mistero inconoscibile, un abisso insondabile.

Il Weltschmerz, cui fa cenno la stessa autrice nella prefazione, è pena privata, ma anche fatto storico, senza mai perdere la sua universalità. Un dolore, come dicevamo, frenato, espresso con difficoltà, che si pone come dolenzia sorda ma, a tratti, lascia anche trapelare un orrore acuto, una sofferenza lancinante, alla quale non ci si rassegna, e che la ragione non sa accettare né combattere. Questo soffrire è romantico ma non patetico, è un dolore in cui tutti possiamo riconoscerci e che tutti, pur non ammettendolo, proviamo.

Lo stile non è moderno, queste liriche potrebbero essere state scritte nel secolo scorso, discendono dagli studi classici dell’autrice, ma vi si ritrovano anche Leopardi - spesso citato direttamente e come richiamo all’inutilità della vita (il vivere sia fatto invano) - Pascoli e Ungaretti. Ci piacciono proprio per questo, perché accantonano inconsistenti sperimentalismi per soggiacere a un imperativo di classicità, di eleganza, che non teme il suo sapore antico e i termini cari alla nostra tradizione poetica.

Così come abbiamo aperto con una delle poesie più caratteristiche, concludiamo riportando la più atipica della raccolta, che tratta il delicato tema dell’autismo, ed è bella per la rarefazione del linguaggio, qui essenziale e quasi scabro.

Senza parole

Chissà

Se il lago dei tuoi occhi

Agitano al fondo torve

Onde brune

O lo trapassano guizzi

Di luce cristallina,

se il silenzio notturno

fa della tua anima

tenda in cui cercar riparo

o se le foglie inaridite

rallentano la corsa

nell’aritmia della vita.

Nella luce del mattino

Come un bimbo

Incapace di salire

Ai piedi di una scala solitaria

Senza cordame

Miri al monte

Che in te ha inabissato

La sua cima.

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Marechiaro

11 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #luoghi da conoscere

Marechiaro

Il parapetto dal quale ci si affaccia nel breve specchio di mare su cui si apre la celebre finestrella, è un posto che pare che il cielo abbia creato solo per gli innamorati. Tutto è incanto, tutto è poesia, tutto è amore, nel silenzio dei pensieri che riportano ai versi della poesia di Salvatore Di Giacomo.
Io ci sono stato, tanti anni fa, e a mirare la lapide che ricorda la canzone, io che sono un amante incallito delle canzoni di Napoli, ho avuto un balzo al cuore, e confesso che ho represso a malapena una lacrima.

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno a ll’ammore,
se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore,
quanno sponta la lu
na a Marechiare…

A Marechiare ce sta na fenesta,

« Quando spunta la luna a Marechiaro,
anche i pesci vi fanno l'amore.
si rivoltano le onde del mare.
per l' allegrezza cambiano colore…

a marechiaro ci sta una finestra…

… e dalla mente alle orecchie il passo è breve, e così giungono gradite immediatamente le note della musica del grande Paolo Tosti.
Salvatore non amava molto questi suoi versi, tanto che non hanno mai trovato posto nelle raccolte delle sue poesie.
Era il 1885, sono passati quasi centoventi anni, ma la canzone, nel frattempo, ha varcato l'oceano (per le Americhe) e gli oceani (per il mondo), è andata a cullare le anime degli innamorati ovunque essi si trovino.
Francesco Paolo Tosti ne fu stregato immediatamente, e da quel grande autore che era, ci mise mano e creò la meraviglia delle meraviglie.
All'epoca il musicista, che non era napoletano - era nato ad Ortona - ma che aveva studiato presso il Conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli, dove si diplomò in violino e composizione nel 1866, aveva poco meno di 40 anni, ed era già noto come autore di celebri romanze, che all'epoca si eseguivano nelle famose periodiche. Il musicista, in effetti, dopo aver fatto un po' di tutto in gioventù, si mise a cantare, avendo una bella voce da tenore; allora si trovava a Roma, e qui ebbe modo di conoscere e frequentare due suoi conterranei: il vate Gabriele D'Annunzio e il pittore Francesco Paolo Michetti.
Qui insegnò canto a quella che sarebbe diventata più tardi regina d'Italia, Margherita di Savoia, e a Londra, dove si trasferì più tardi, alla corte della regina Vittoria; Edoardo VII per le sue benemerenze lo fece baronetto e gli conferì, cosa che lui accettò, la cittadinanza inglese.
Per completare la sua figura di musicista, va detto che compose più di cinquecento romanze, interpretate da tutti i più grandi suoi contemporanei, ricordiamo tra questi l'indimenticabile Enrico Caruso.
Ma una sola musica gli conferì fama nazionale e internazionale: Marechiaro.

A Marechiare ce sta na fenesta,
la passione mia ce tuzzulea,
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa ll’acqua pe sotto e murmulea…
a Marechiare ce sta na fenesta…

a mare
chiaro ci sta una finestra
scriveva il poeta Salvatore Di Giacomo, che poi vi spiegheremo meglio, non era mai stato sul posto e non conosceva quell'angolo di paradiso che era marechiaro,

… dove ci batte la passione mia
un garofano odora dentro una testa
passa l'acqua là sotto e mormora…
a mare chiaro ci sta una fi
nestra…

Il poeta, invece, ne aveva appena 25, di anni, e come detto non sapeva di marechiaro.
S'immaginò una luna che spunta su quel piccolo specchio di mare incantato, e… tutto il resto che descrisse nei suoi versi.
Napoli all'epoca è - e del resto ancora oggi -, la città per eccellenza del sole e dell'amore; e ciò fin dall'antichità non poteva che generare musiche e versi che poi sono entrati nella storia della sua storia.
Sta nascosto - quel posticino incantato - sulla collina di Posillipo nel quartiere che porta il nome, appunto di Marechiaro, che altri due grandi - poeta e musicista appunto: Ernesto Murolo e Salvatore Gambardella - alcuni anni dopo (1904) avrebbero descritto così

…. Pusilleco addiruso,
addó' stu core se n'è ghiuto 'e casa,
ce sta nu pergulato d'uva rosa...
e nu barcone cu 'e mellune appise.
...'Ncopp''o Capo 'e Pusìlleco addiruso

… Posillipo, profumato,
dove questo cuore se n'era andato, da casa,
ci sta un pergolato di uva rosa…
e un balcone coi melo
ni appesi…
… sul capo Posillipo profumato

… è un piccolissimo porticciolo di pescatori, dove s'affaccia questa finestrella, che ha sul davanzale dei garofani in vaso; è la casa di Carolina, che dorme, e un innamorato rischiarato da una pallida luna le porta la serenata.
Il padre, il giovanissimo Salvatore lo voleva medico, ma lui non amava stare tra morti e pezzi di cadaveri (come ne vedeva nelle lezioni di anatomia che era costretto a seguire, a malincuore), e abbandonò la causa paterna.
Era il 1880, quando prese la grande decisione di cambiare il suo destino.
Cominciò così a scrivere articoli e saggi, fece il giornalista, anche alle dipendenze di Matilde Serao e di Edoardo Scarfoglio, che lo inviavano a girare, per scrivere articoli, per Napoli dove ebbe modo di stare vicino alla gente e alla città vera, povera e sofferente, praticando per lavoro il tribunale, gli ospedali, e i vasci (i bassi, nei vicoli) maleodoranti e miseri.
Parallelamente a questa attività giornalistica, che però, pur ritenendola migliore delle tristi lezioni di anatomia dell'università, non lo soddisfaceva ancora, si dette alla poesia.
Che, grazie alla conoscenza dei vari musicisti del tempo, Mario Costa, per il quale scrisse Era de maggio, Enrico De Leva, cui dette le parole per la musica di 'e spingole francese, lo fecero conoscere nell'ambiente della canzone d'autore napoletana.
Non ci soffermeremo di più nella descrizione della vita del poeta, ma vorremmo invece dire della storia tutta particolare della nascita dei versi della poesia/canzone, che vale la pena riportare.


La Finestrella di Marechiaro

Chi dice ca li stelle so’ lucente
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,
sti doie stelle li saccio io sulamente,
dint’ a lu core ne tengo li pponte,
chi dice ca li stelle so’
lucente….

chi dice che le stelle sono lucenti
non conosce gli occhi che tu tieni in fronte
queste due stelle le conosco solo io…

La storia, o la leggenda, ci riporta che Salvatore Di Giacomo non era mai stato a Marechiaro; ma che si immaginò una finestrella con un vaso di garofani sul davanzale, e pensò che dietro quei vetri e quelle tendine bianche poteva benissimo starci una ragazza innamorata a dormire, mentre il suo spasimante stava a portarle la serenata; il tutto, chiaramente, sotto una luna piena che si specchiava nel breve tratto di mare sottostante.

Scétete Caruli’ ca ll’aria è doce,
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?
P’accunpagnà li suone cu la voce,
stasera la chitarra aggio purtata…
Scé Caruli’ ca ll’ari
a è doce!…

svegliati carolina, che l'aria è dolce
quado mai ho atteso tanto tempo
per accompagnare i suoni con la voce
stasera la chitarra l'ho portata…

Un'altra versione (riportata da Antonio Soccol, con il contributo di quel grande esperto di storia della canzone napoletana che è Antonio Raspaolo) racconta invece che il poeta scrisse di getto i primi versi della poesia - che poi il maestro Francesco Paolo Tosti avrebbe trasformato in canzone (e che canzone!) - trovandosi in una trattoria o un'osteria lassù, a Marechiaro, appunto, con degli amici.
L'aneddoto lo scrive lo stesso Di Giacomo, sul Corriere di Napoli, nell'anno 1894:

Facemmo una gita lungo tutto il golfo di Napoli, io ed alcuni amici, meta era l'Acquario di Via Caracciolo. Decidemmo là di fare un giro per il golfo a bordo di un vaporetto messo a disposizione dalla stazione Zoologica. Finimmo per trovarci a Marechiaro, e ci recammo a mangiare qualcosa in una osteria nei pressi del piccolo porticciolo.

l poeta vide la piccola finestra lassù, ci dipinse con i suoi versi un po' di luna, e forse (vide? non vide?) una ragazza che dava un po' d'acqua a un vaso di garofani.
Nacque la bellissima poesia, che non ha eguali nelle poesie napoletane.

Marechiaro

Quanno spónta la luna a Marechiaro,
pure li pisce nce fanno a ll'ammore...
Se revòtano ll'onne de lu mare:
pe' la priézza cágnano culore...
Quanno sponta la luna a Marechiaro.

A Marechiaro ce sta na fenesta:
la passiona mia ce tuzzuléa...
Nu garofano addora 'int'a na testa,
passa ll'acqua pe' sotto e murmuléa...

A Marechiaro ce sta na fenesta....

Chi dice ca li stelle só' lucente,
nun sape st'uocchie ca tu tiene 'nfronte!
Sti ddoje stelle li ssaccio i' sulamente:
dint'a lu core ne tengo li ppónte...

Chi dice ca li stelle só' lucente?

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce...
quanno maje tantu tiempo aggi'aspettato?!
P'accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra ag
gio purtato...

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce!..

marcello de santis

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Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

12 Agosto 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

Il fiume di Eraclito

poesie di Adriana Pedicini

prefazione di Nazario Pardini

Recensione di Renzo Montagnoli (luglio 2015)

L’amaro destino dell’uomo

L’uomo non nasce mai solo, ma con il concorso della madre; muore sempre, invece, solo, solo anche se attorniato dagli affetti più cari, perché la dipartita non può essere che un evento del tutto personale. Se nei primi anni di vita non ha la consapevolezza del suo destino e ha fretta di crescere, di procedere nel tempo, con il trascorrere degli anni ogni tanto gli appare il ricordo di quella spada di Damocle che pende sul suo capo dal momento in cui è stato generato e quando l’età, con i primi acciacchi, manifesta tutto il suo declino, è più facile che sopravvenga il timore della morte, che i tanti segni, soprattutto fisici, danno in avvicinamento. E allora tanto più avvertiamo la miseria di un’esistenza in cui più sono i misteri delle conoscenze, durante la quale non c’è mai spazio per una concreta prospettiva futura. È in quel momento, nella presa di coscienza del nostro effimero tempo, che vorremmo una risposta a tante domande, ma soprattutto a quella: perché la vita ha un termine e come sarà il dopo? Ovvio che non sempre avremo delle risposte, soprattutto per questo quesito fondamentale, ma è anche vero che è l’occasione per interrogarci, per trasporre magari in versi la nostra intima inquietudine, proprio come ha fatto Adriana Pedercini con questa silloge intitolata Il fiume di Eraclito, uscita di recente, ma, ahimè, non in cartaceo, ma come e-book. Dico ahimé poiché credo che il profumo della carta, lo scorrere dei fogli siano un elemento insostituibile e che costituiscano non tanto un corollario, ma la giusta base di partenza per leggere e gustare un’opera. Comunque, trattandosi di una silloge, composta da un certo numero di poesie, la lettura risulta meno disagevole visto che é indubbiamente meno faticosa di quella di un romanzo in formato elettronico.

Già il titolo mi ha incuriosito e allora ho pescato nella memoria, cercando di focalizzare l’opera di questo filosofo presocratico, per sua natura piuttosto criptico e mi è venuta in mente la correlazione fra il suo pensiero e il fiume. In buona sostanza, e questo lo sappiamo tramite Platone, Eraclito avrebbe detto:”che tutto si muove e nulla sta fermo" e poi confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, avrebbe aggiunto che "non potresti entrare due volte nello stesso fiume" Che cosa significa? L’uomo non può fare la stessa esperienza due volte, poiché ogni entità, nella sua fittizia dimensione reale, è soggetta alla legge inderogabile del continuo mutamento. E pertanto non c’è alternativa alla morte e non è possibile che un essere vivente, venuto a mancare, abbia l’opportunità di morire ancora, perché ciò presupporrebbe una rinascita che per esperienza millenaria non si è mai verificata.

Credo, pertanto, che il titolo sia abbastanza esaustivo dello spirito che ha animato le poesie della silloge, ma se la vita in queste condizioni può essere un’astratta e anche a volte reale sofferenza, proprio perché essa è una sola e irripetibile si deve viverla, cogliere le infinite occasioni e opportunità che può dare, al fine, in ciò parafando questa volta i versi di una mia poesia, di poter dire al termine che ogni minuto è stato degno di essere vissuto. Ma ciò non significa gioia di esistere, bensì di accettare consapevolmente il dolore di esistere, che può essere anche uno sprone per addentrarsi nel terreno nebuloso, ma gratificante della metafisica, cercando oltre il sipario dell’ignoto. Sì, la morte si sconta vivendo, ma è anche vero che è un prezzo che tutti sono disposti a pagare.

Le liriche, raccolte, permeate dello stile intimistico di cui ci ha abituato la Pedicini, pur nelle variegate espressioni, riflettono questa sofferenza interiore, che pur tuttavia, stemperata dalla ricerca di conoscenza, si tramutano in note di carezzevole malinconia. Ed è proprio questa capacità di smussare, di filtrare solitudini e ancestrali angosce, che consentono di comprendere e godere i versi che in pacato ritmo, quasi un adagio, scorrono, come il fiume di Eraclito, davanti ai nostri occhi.

Da leggere, mi sembra ovvio.

Il libro è disponibile sia nella versione ebook che in cartaceo.

http://www.amazon.it/Il-fiume-Eracl…/…/ref=sr_1_1_twi_2_pap…

Prezzo di copertina del cartaceo 10 euro
richiedendolo a

adriana.pedicini@virgilio.it

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"
Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"
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Una piccola rosa

10 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Una piccola rosa

UNA PICCOLA ROSA

di Assunta Castellano

E ti darò le spalle

perché non veda il pianto..

l'offesa del mio viso

mentre elargisci pane

perché non muoia di fame..

sapessi io donarti ciò che vorrebbe il cuore!

Ma ho solo le parole e una piccola rosa...

accettala... ti prego

e volterò il mio viso

dove l'amore Impera... di più non ti so dare

solo lacrime amare!!

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A livella

22 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia

A livella

Ricordo un aneddoto, che poi è storia vera.
Recitavamo, io e il mio Gruppo Appuntamento con la Poesia, per le Lioness di Tivoli, era il 29 novembre del 1997, un originale da me composto dal titolo "campania felix", con tanto di poesie, testi di canzoni storia e musica napoletani.
Le lioness avevano invitato alla annuale serata di beneficenza, per l'occasione, alcuni ospiti d'onore, tra cui uno dei figli del grande Mario Abbate, il celebre cantante napoletano, e la figlia di Totò, la signora Liliana de Curtis.
La poesia 'a livella non era stata inserita nell'originale recitativo da noi preparato, avendo privilegiato in esso le canzoni classiche di Napoli.
Prima di iniziare, mi fu presentata la signora De Curtis, e mi venne di coinvolgerla nella manifestazione cui stavamo per dare inizio; le chiesi che cosa faceva nelle varie serate a cui ella veniva invitata come ospite d'onore, mi rispose che in genere le richiedevano di leggere la poesia 'a livella, di suo padre.
Benissimo.
Pensai di proporre il testo nel modo che vi dirò; e lei accettò di buon grado, anzi mi sembrò entusiasta della cosa. E dunque: dopo il nostro originale recitativo, l'avremmo chiamata vicino a noi del Gruppo, e lei avrebbe letto la poesia fin quasi alla fine, lasciando solo le ultime due o tre quartine; a quel punto il nostro tecnico del suono avrebbe mandato la voce di Totò registrata su nastro a recitare l'ultima parte.
Così facemmo, e - vi dico - fu un successo.
La signora Liliana si commosse molto, e mi ringraziò abbracciandomi.
Certo di farvi cosa gradita, ecco per voi 'a livella.


'A LIVELLA
di Antonio de Curtis - Totò

Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fa' chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn'anno puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con i fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza

St'anno m'è capitata 'n'avventura...
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna), si ce penzo, che paura!
ma po' facette un'anema 'e curaggio.

'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d' 'a chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

"QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE
MORTO L'11 MAGGIO DEL '31."

'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
... sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce steva n'ata tomba piccerella
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, solamente 'na crucella.

E ncoppa 'a croce appena si liggeva:
"ESPOSITO GENNARO NETTURBINO".
Guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! 'Ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pure all'atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i' rummanette 'chiuso priggiuniero,
muorto 'e paura... nnanze 'e cannelotte.

Tutto a 'nu tratto, che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje; stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato ... dormo, o è fantasia?

Ate che' fantasia; era 'o Marchese:
c' 'o tubbo, 'a caramella e c' 'o pastrano;
chill'ato appriesso' a isso un brutto arnese:
tutto fetente e cu 'na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello... 'o scupatore.
'Int' a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se retireno a chest'ora?

Putevano stà 'a me quase 'nu palmo,
quando 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e, tomo tomo... calmo calmo,
dicette a don Gennaro: "Giovanotto!

Da voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono un blasonato?!

La casta e casta e va, sì, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura;
la vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la vostra vicinanza puzzolente.
Fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente".

"Signor Marchese, nun è colpa mia,
i' nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fessaria,
i' che putevo fa' si ero muorto'?

Si fosse vivo ve farrie cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse,
e proprio mo, obbj'... 'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa."

"E cosa aspetti, oh turpe macreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"

"Famne vedé... piglia sta violenza...
'A verità, Marché', mme so' scucciato
'e te senti; e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so' mazzate!...

Ma chi te cride d'essere... nu ddio?
Ccà dinto, 'o vvuò capì, ca simmo eguale?...
... Morto si' tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'n'ato è tale e qquale."

"Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?"

"Tu qua' Natale ... Pasca e Ppifania!!
f T' 'o vvuo' mettere 'ncapo... 'int' 'a cervella
che staje malato ancora 'e fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched'e".... e una livella.

'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,
trasenno stu canciel
lo ha fatt' 'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme
tu nun t'he fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti... nun fa' 'o restivo,
suppuorteme vicino - che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie... appartenimmo â morte!"

marcello de santis

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Vincenzo Calò, "In un bene impacchettato male"

23 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Vincenzo Calò, "In un bene impacchettato male"

In un bene impacchettato male

Vincenzo Calò

deComporre Edizioni, 2014

pp 80

8,00

Rispetto a “C’è da giurare che siamo veri”, in “In un bene impacchettato male”, Vincenzo Calò, classe 1982, opera un tentativo di uscita dal sé, sebbene un autore che ringrazia se stesso nel libro non sia propriamente centrato sull’esterno. Qui, tuttavia, lo sguardo è sul mondo, sulla società moderna, consumistica, arida, meccanizzata, sulla politica corrotta che non dà risposte ai bisogni di un’umanità imprigionata “nel presente bancario”.

La cosa più tremenda e pericolosa è essere normali, quindi non si può neanche poetare in modo comprensibile o lirico. Non ci si può amalgamare alla massa che non si pone domande. Ma nei versi di Calò non ci sono nemmeno simboli surreali, piuttosto un realismo esasperato e disperato, fatto di oggetti della vita quotidiana e vocaboli mutuati dal linguaggio dell’informazione: “con la forza sovrumana degli esodati”, “alla minima curiosità del precario”.

Il privato della prima silloge rimane, ma spalmato sul pubblico. Rimane la “solitudine votata a nessuna spiegazione”, rimane l’amore. “Mi torni in un saluto/di cui non si scusa il ritardo”.

Anche l’impegno civile è considerato da una prospettiva angolare, vissuto in una stanza, attraverso uno schermo.

Come afferma Roberto Baldini nella prefazione, le “sue parole devono scorrere liberamente, se le analizzerete una per una capirete la frase ma non il suo discorso, comprenderete la grammatica ma non il suo pensiero. Vi sembrerà di guadagnare qualcosa, quando invece perderete tutto.”

I versi diventano sempre più lunghi, gli enjambement si susseguono e le poesie, diciamolo, alla fine stancano. Questo profluvio di parole e concetti finisce per nascondere i rari guizzi di poesia autentica sparsi qua e là, come “gli occhi spettri” e “il silenzio tattile”.

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Angela Caccia, "Il tocco abarico del dubbio"

8 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #angela caccia

Il tocco abarico del dubbio

Angela Caccia

FaraEditore

pp 93

10,00

Non aver paura delle emozioni, dei sentimenti e della bellezza è una buona cosa, troppo spesso considerata fuori moda.

Il tocco abarico del dubbio” è una silloge di Angela Caccia che riesce ancora a commuoverci. Il titolo si rifà a quel punto - il punto abarico - a gravità zero, dove l’attrazione della terra e della luna si annullano. Lì risiede il dubbio, che ci permette l’indagine, la quale, a sua volta, istrada verso il sé, verso un esserci nel mondo, un Dasein di heideggeriana memoria.

Queste poesie, divise in sezioni e precedute da brevi introduzioni in prosa lirica, toccano argomenti universali che ci accomunano tutti.

La morte, in primis. “Gli occhi di una lapide mettono sempre malinconia: non guardano più nessuno”, “il sangue resta tiepido dei tanti sogni interrotti.” Da una parte essa ci limita, dall’altra, come in Heidegger, ci rende più liberi, permettendo di ripensare la nostra vita e sceglierne una più autentica.

Altro tema è il rapporto filiale, inteso come distacco dal genitore defunto, memoria dolce inasprita dall’assenza, ma anche continuazione di sé nei figli, progetto. Ma i figli, scopriamo, sono altro da noi, sono alterità e futuro, pur portandosi dietro i geni e il ricordo delle generazioni passate. Un ulteriore motivo è la nostalgia di tutto ciò che era e che non torna.

“Nei tuoi occhi

i resti di una assenza

che tu ignori e

io non perdono

-non l’ho pianta né sepolta

È lì in una leggenda

E annotta oltre le mie croci.”

Grande spazio è dato alla poesia stessa, all’atto del poetare vissuto come imprescindibile, come sfogo ma anche ricerca, genesi difficile di ogni parola: distillata, irrinunciabile, capace d’incarnare un singolo pensiero e solo quello.

“- Non serve lavorare in sottrazione –

incedono chiari i versi

si prendono per mano

le parole esatte”

“bisognerà che scavi

nelle consonanti

tra le vocali

associare al suono

odori canto immagini”

Ma la parola è comunque insufficiente (“parola che non sani”).

Le poesie nascono da riflessioni, osservazioni, quadri, accadimenti: una vita che si spezza, un funerale, una bambina che non ha conosciuto il nonno, un giorno in ospedale, lo sbarco dei migranti a Lampedusa, un cane morente, una rimpatriata con i compagni di scuola. Eventi spiccioli che diventano ispirazione poetica per un animo sensibile. La Caccia non si accontenta di viverli, ma vuole analizzare le emozioni che essi suscitano, esperirle, ricrearle con fine gnoseologico. Le poesie arginano l’emozione, la incanalano, fenomenologicamente avvalorano l’esistente perché sono scorciatoie intuitive.

Uno solo

il vocabolo giusto che

aderisce all’attimo

e trova il bandolo

di un groviglio lanoso

in petto”

Una parte non minore ha la ricerca religiosa, il bisogno di superare la morte nella fede.

C’è poi una storia antica che parla di vita oltre, di resurrezione, di eternità. Racconta che nessuno riposa nella morte, ma procede imperterrito nel suo slancio vitale, più vivo che mai. A volte questa è la risposta più adeguata.”

Concludiamo riportando una poesia, semplice e molto bella, dove l’autrice, più che trasfigurare gli eventi, è capace, attraverso la sua sensibilità, di coglierne l’aspetto poetico e la non scontata commozione.

Per i tuoi occhi

Resisti Nina

resisti da sola

così curva

in questa pozza di dolore

ci fosse un dio dei cani…

Non ho parole sacre

per i tuoi occhi

stelle senza capanna

sullo stesso meridiano dell’umano:

privilegio di chi vive

è la morte!

Laghi castani

appannati da un fondale

che la sabbia sconvolge

atolli

dove il mio amarti

ha perso le chiavi

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