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poesia

Laboratorio di poesia: Anonimo

1 Gennaio 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #Laboratorio di poesia

 

 

Domina la poesia Rapture (di Anonimo) inizialmente un’istintiva speranza di bene, nella convinzione che anche dal nulla possa nascere il tutto e dal buio possa tornare a splendere la luce, come avviene nell’infinito avvicendarsi dei giorni e delle notti. Ma troppe volte l’istinto è regolato dalla ragione che ode solo le voci della condanna, incapace di dare ascolto a chi vorrebbe condurci per mano sulla via del perdono. Non rimane che la doppia frustrazione dell’ostinazione nella condizione di offesi e del senso di inutilità quando tale ostinazione si ammorbidisce e subentra la consapevolezza triste che la felicità era a portata di mano, se solo, deposti i risentimenti, si fosse stati capaci di pronunciare almeno il nome della persona amata, primo passo per una nuova e più profonda intesa.

Sicuramente la poesia palpita delle contraddizioni di sentimenti che lacerano l’animo, spingendolo a comportamenti assurdi o finanche drammatici. Peccato che dal punto di vista stilistico dia il senso fastidioso della commistione tra andamento prosastico e tentativo di rime. In ogni caso la forma va sottoposta a un severo labor limae, va snellita e puntualizzata, togliendo il superfluo e rendendo conciso il pensiero perché assuma - anche mediante l’uso delle figure retoriche - una veste più consona alla Poesia.

 

Adriana Pedicini

 

 

Rapture

Mentre il cielo tossiva cristallo
in un mattino di gelido Inverno
ho sognato il più fortunato dei doni,
il più diletto perdono.
Dopo l'ennesima notte, per quanto lunga,
le braccia del sole si distendono
anche sull'estrema, innominabile pena,
sul buio del fato, sui corpi deformi
delle anime scomposte.

In un trionfo di lacrime, dal più soave sorriso
avvenne il risveglio: 
se solo anche allora avessi guardato 
più da vicino
avrei scorto la camera oscura del mondo 
dove dal Nulla nasce il Tutto,
l'impeccabile geometria del tuo cuore, 
l'ultima porta.
Ora so dove finisce l'arcobaleno. 

Invece, in preda ad un disperato disgusto
mi dileguai, accartocciandomi nel silenzio
mi coprii gli occhi con le mani contorte
e sibilai vuote condanne,
come fanno le creature dell'Oscuro 
sotto gli occhi 
di chi illumina la loro spregevole miseria
dinnanzi a chi ode i mormorii delle loro funebri vanità.

Strisciando se ne va l'offeso 
senza conoscere la strada,
oppresso dal peso di uno spettro del passato
che suggerisce facili risposte. 
Eppure se siamo qui non è perché quest'anima
deve cambiare?

In questo momento, nemmeno per tutto l'amore del mondo
accetterei di ripetere certe vili assurdità.

In qualche modo
hai conquistato il mio cuore. 
Non credevo che la salvezza
fosse pronunciare un nome.

 

Cristina Teresa Valerio

 

Inviate le vostre poesia a adriana.pedicini@virgilio.it

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Nonna

8 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #postaunpresepe, #unasettimanamagica

 

Attorno alla capannuccia

fatta a mano dal bisnonno

mettevi il filo luccicante

un pezzo di latta

divenuto cometa

e accendevi le lucine.

M’inginocchiavo

dicevo le preghiere

a Gesù Bambino

toccavo i pastori in fila

rigidi come soldati

fermi nei loro eterni mestieri

suonavo la campanella

di un’incongrua chiesa

nell’odore di muschio secco

sempre lo stesso

di anno in anno

cantavo

tu scendi dalle stelle.

La ballerina dei datteri

eburnea

ballava sulle punte

e la Befana calava due volte

dal mio camino e dal tuo

la Befana col ciuco

con l’erba del Villano

il bicchiere rosso

del vino

e un infinito cielo di stelle

di stagnola.

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    Mia madre aveva gli occhi azzurri

    3 Dicembre 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

     

    Non si tratta di una poesia ma di un pensiero rivolto a chi, anche se non è più fra noi, ci resta sempre accanto. La gioia incommensurabile di una nascita in famiglia va condivisa anche con coloro che ci hanno dato tutto, ci hanno insegnato tutto, trasmesso i valori che ci consentono di camminare orgogliosi a testa alta. Mia madre è tanto cara al cuore di mia figlia Veronica a cui dedico questo breve componimento e che ringrazio. Anche la fotografia la riguarda, essendo rappresentato il fiore che porta il suo nome “veronica“, più conosciuto come “occhi della Madonna”.

     

     

     

     Mia madre aveva gli occhi

     

     azzurri

     

     il cuore grande

     

     e la testa piena di sogni.

     

    Le piaceva il calcio, andare a

     

    cavallo e sognava di vincere una

     

    gara in bicicletta.

     

    Invece, rimasta sola troppo

     

    presto, ha allevato

     

    con amore e sacrifici due figli

     

    e due nipoti.

     

    Voleva andare in aereo e fare

     

    un lungo viaggio

     

    poi un giorno è partita

     

    all'improvviso,

     

    senza aspettare che le comprassi il biglietto.

     

    Mi mancano sempre il calore

     

    della sua presenza e la dolcezza del suo sorriso.

     

    Quando la cerco guardo il

     

    cielo...

     

    Mio nipote ha gli occhi azzurri.

     

     

     

     (Franca Poli)

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    Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume

    7 Ottobre 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #Laboratorio di poesia

    Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume

    Il testo si snoda con riflessioni chiare e fluide, anche se prive di musicalità che sempre dovrebbe attenere alla poesia, anche quella in versi sciolti o liberi. Indubbiamente si coglie un pensiero importante, vale a dire il dissidio tra l'essere e l'apparire. L'interlocutrice silenziosa evidentemente conduce una vita di apparenza, senza profondità, preoccupata solo di far bella figura. La giovane poetessa, con l'entusiasmo che sconfina nella certezza a quell'età, si propone consigliera, suggeritrice di comportamenti altri che hanno bisogno solo di un po' di autenticità per condurre una vita più vera e consapevole. Ed è questa la differenza che apre spazi insondabili di verità e di soddisfazione.

    Adriana Pedicini

    La signora

    Buon serata del sabato signora
    Con la tua borsa piena di chiacchiere
    mentre cerchi gli sguardi ben disp
    osti

    sai di saper parlare,

    sai che non sbaglierai i tempi.
    spingerai la porta aperta
    ,

    e non inciamperai più

    con le luci accese
    Vorrei sapere un po’ più di te
    Vorrei aiutarti ad imparare
    Senza peso, senza sforzo,
    solo pensie
    ri leggeri

    senza più vigilie
    Stai ridendo sul tuo segreto
    sul tuo sogno più leggero della nebbia
    E’ solo un piccolo segreto
    Stai pensando: avrò nuove verità
    Ti stai innamorando del coraggio?
    è questione di poco, di niente
    Forse se fai un passo più in là
    e forse se a
    scegliere sei tu

    Il tuo segreto lo nascondi
    dove nessuno lo trove
    rà.

    Minerva del Fiume

    Inviate le vostre poesie a: adriana.pedicini@virgilio.it

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    Carlo Cipparrone "Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi"

    13 Giugno 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia, #personaggi da conoscere

    Carlo Cipparrone  "Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi"

    Carlo Cipparrone

    Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi

    Edizioni Orizzonti Meridionali - Pag. 132 – Euro 12

    Carlo Cipparrone scrive un ispirato ricordo di Carlo Betocchi, poeta conosciuto nella sua Cosenza molti anni fa, quando lui era soltanto un aspirante poeta in cerca di consigli e voleva entrare in sintonia con un grande autore della nostra letteratura. La parte più affascinante del libro vede la riproduzione de Il vetturale di Cosenza di Carlo Betocchi (contenuta ne L’estate di San Martino, Mondadori 1961), pubblicata su concessione della casa editrice milanese, che ripercorre le emozioni suscitate nel poeta dal viaggio in terra calabrese. Altrettanto interessante Betocchi (e la comune strada), lirica ispirata e sentita, composta da Cipparrone in ricordo del poeta e del loro incontro, che rievoca la nascita di un’amicizia e gli scambi epistolari, le confidenze, gli incentivi a continuare e a pubblicare liriche, ricevuti dal poeta.

    Il libro è corredato da lettere e cartoline postali - non le fredde mail dei nostri giorni - che Betocchi e Cipparrone si sono scambiate nel corso degli anni, vero e proprio monumento alla disponibilità e all’altruismo di un uomo che non pensava soltanto alla sua arte ma trovava il tempo per leggere manoscritti e non mancava di dare consigli ai giovani poeti. Interessante la parte in cui Betocchi fa capire a Cipparrone che per scrivere poesia non è necessario aver compiuto studi classici, perché la lirica è soprattutto tecnica e - a suo parere - mestieri diversi possono coesistere. Betocchi porta se stesso come esempio, geometra impegnato nei cantieri, ma anche i colleghi Quasimodo, Lisi, Bargellini e gli ingegneri Gadda, Sinisgalli e Vittorini.

    Ne vien fuori un bel ritratto di Betocchi, sobrio nel mangiare, attento a curare la sua ulcera gastrica, prodigo di consigli, curioso mentre visita una terra sconosciuta e chiede di leggere autori promettenti.

    Carlo Cipparrone conclude un libro interessante con una breve antologia di poeti calabresi: Lorenzo Calogero, Nerio Nunziata, Ermelinda Oliva, Gilda Trisolini, Silvio Vetere. Un solo appunto. Non sarebbe stata di troppo una piccola antologia contenente i versi degli autori citati, perché del solo Nunziata possiamo leggere alcuni passi ispirati, mentre gli altri restano ingabbiati in una sterile biografia con elencazione di titoli. Sarà per la prossima edizione aggiornata.

    Gordiano Lupi
    www.infol.it/lu
    pi

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    V.Tedeschi, "La mia napoletanità"

    5 Giugno 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #recensioni

    V.Tedeschi, "La mia napoletanità"


    La mia napoletanità
    V. Tedeschi

    Loffredo Editore

    Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.
    Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa ‘na manera pe’ tirà a campà.

    Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.
    Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,

    nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),

    e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui, con somma emozione, ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.

    papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)

    E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.

    Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)

    Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.
    Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.
    ‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.

    Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…
    Addò steva papà nun s’assapeva….
    …‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fene
    tte…

    E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.

    Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.

    Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.

    è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)

    Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente, perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici.

    nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)

    L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.
    Infatti, nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.
    Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.

    ..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)

    L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare

    Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)

    Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)

    Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato, trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.

    Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia... (‘O paiese mio)

    Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.
    Un esempio di latinismo stupendo: Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo). Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.

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    Michela Zanarella, "Tragicamente rosso"

    5 Maggio 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia, #recensioni

    Michela Zanarella, "Tragicamente rosso"

    Il titolo è già una poesia e verrebbe da pensare che questo libro covi violenza e manchi di pudore, invece è proprio il contrario. Tragicamente rosso è una suite per parola e silenzio scritta da passione e pensiero. La suite è composta da cinque movimenti: rosso donna, rosso shoah, rosso mondo, rosso natura e rosso guerra. Ogni movimento è composto da un minimo di sei e un massimo di quindici poesie. Si chiude con un monologo che ben si presta ad adattamenti teatrali, e infatti è stato già più volte rappresentato riscuotendo numerosi successi.

    Ma veniamo al libro: potrebbe essere definito una silloge, un libro di poesia, una raccolta, ma in realtà è ben altro, perché raccoglie in un corpo perimetrico cinque fascicoli molto ben delineati, come se le sillogi fossero cinque, oppure cinque fossero i temi trattati con intonazioni diverse, quindi, come dicevo, una suite che in cinque movimenti racchiude l’estro creativo di un musicista romantico.

    Cosa dice l’autrice in questa suite? O meglio, cosa cerca? Già, perché dire e cercare sono due cose molto diverse. Dire significa imporre un proprio suono e ritmo, esprimere idee o proporre pensieri. Da -> a, mai al contrario, l’ascolto non è contemplato nel dire. Cercare significa scavare, esplorare, scoprire, scoperchiare, spostare i mobili, alzare i tappeti e… guardare, ascoltare, toccare, annusare con attenzione, quindi ricevere tutti gli stimoli sensoriali, attivare i neuroni dell’ascolto e rendersi disponibili a ricevere. Ricevere cosa? Per ora basti sapere che cercare è anche predisporsi a ricevere.

    La parola è lo strumento, ma non solo, c’è il silenzio, la pausa, l’intenzione… il tutto condito da interiorità inespressa che attende di farsi spazio nella luce.

    Bene, allora, la poesia? È questo: ricerca! Leggendo i versi di Michela Zanarella non si trova, ma si cerca. Le poesie non sono risposte ai nostri quesiti, ma scaturigine di altri quesiti. Per questo non occorre capire, ma solo lasciarsi andare già dall’inizio:

    Appesa ad un silenzio

    nel precipizio di un amore

    tragicamente rosso

    cedo e m’adeguo

    alle forme del dolore.

    L’autrice non descrive luoghi o contesti, semmai definisce una presenza che si identifica con la nostra. E quando dice

    La pelle cosparsa di dolore

    Non grida

    E cede il respiro

    Ad un silenzio

    Che lacera e nasconde

    Vuoto intorno

    Non denuncia, ma comunica con le fibre più intime di ogni lettore rendendolo protagonista della lettura.

    Molto più esplicita, invece, quando scrive

    Aggrappata al sangue dell’odio

    Anche la neve ha sguardi neri

    Hanno inghiottito il grano e le epidermidi

    Le oscurità di Auschwitz.

    Il linguaggio che sembrerebbe tenue invece stringe come una tagliola. Già, non è un linguaggio facile, non è chiaro né immediato, ha qualcosa di subdolo, perché ti accerchia con le sue poco effusive moine, e se fai attenzione ti accorgi che il messaggio veste un velo di seta che lo rende all’apparenza dolce. Ma si sa, il velo è anche un simbolo profondo: ciò che si squarcia quando muore Cristo, è l’imene custode della verginità, è il pudore che si stende come l’ombra delle nuvole, è ciò che nel suo “velare” giustifica la menzogna, perché sotto il velo c’è la verità che non ha pudore, che è cinica, che è sempre preferibile alla falsità, ma che atterrisce!

    Non ha motivo

    di insistere il dolore

    nei palmi tesi del mendicante

    nelle infanzie infrante

    di un bambino

    nel respiro muto

    di una terra

    che inciampa tra le mine,

    nel grembo in croce

    di una donna

    dove il falso amore

    ricalca prepotente

    lividi e promesse.

    La vita

    non ha bisogno di lacrime

    o avidità del tempo.

    Dove piange il mondo

    è debole la radice di ogni uomo

    che ha macerie

    incise sulla pelle,

    come silenzi

    addestrati ad ignorare

    il sangue e il sudore

    delle epoche.

    L’autrice non sentenzia né impone il suo pensiero, ma attraverso un verso libero, quasi scarno, assolutamente privo di pizzi e merletti, apre le porte della percezione e mette l’uomo di fronte all’abisso, là dove non sapevi che un giorno saresti arrivato e dove potresti cadere. Del resto questo deve proporre la poesia: l’abisso! Quindi

    Toglietemi la vostra giacca

    D’incenso,

    il furore assurdo,

    l’intreccio di logiche assenti.

    E lasciatemi così, mentre

    Intorno a me follie bellissime

    Rovesciano la mente

    E mi schiantano nel buio

    Ad imparare l’assurdo.

    Perché nell’assurdo c’è verità nuda, e imparando l’assurdo saluto questo libro che disegna un percorso poetico dipinto di tragico e meraviglioso rosso, e musicato da un iride di parole e silenzi.

    Claudio Fiorentini

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    Per certi versi

    13 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poesia

    Per certi versi

    Ci scrive Matteo Bianchi.


    "Riapre i battenti “Per certi versi”, la rassegna poetica di Cagliari, organizzata dall’Associazione “Il Grimorio delle Arti”, in collaborazione con la compagnia teatrale “Il Crogiuolo” e la Libreria “Murru”. Il ciclo che comincerà a breve, s’intitola “Letture di primavera” e avrà lo scopo di far volare in alto le parole, parafrasando Mario Luzi, alla maniera delle rondini che riempiono il cielo appena si fa caldo e sostano sui fili della luce come virgole tra le righe, o note sul pentagramma.
    Senza trascurare né il significato né la musicalità dei versi, lo scopo dell’associazione culturale è quello di portare in Sardegna le voci più significative del panorama lirico contemporaneo. Infatti, presentando autori dagli stili più disparati, chiunque potrà avvicinarsi a un genere oggi più che mai sotto tono, anche i non addetti ai lavori. La rassegna nasce da un’idea della scrittrice Valentina Neri, che modererà la maggior parte degli appuntamenti. Giovedì 21 aprile, alle 20, saranno Gianfranco Bertagni e Silvia Bre al Teatro Fucina Ex Vetreria a inaugurare il palinsesto, due autori che hanno raggiunto risultati molto diversi, accomunati però dalla stessa concezione meditativa. Se l’intervento del primo sarà su “Lo Zen e la poesia occidentale”, la seconda dimostrerà che “L’assenza del mago annulla il sortilegio”, ispirandosi a Emily Dickinson, per poi leggere brani dalla sua produzione per la “Bianca” Einaudi. Venerdì 22, alle 21, Maria Grazia Calandrone e Claudio Pozzani saranno accolti nel Teatro ArcoStudio, dove la rassegna proseguirà sino alla conclusione. Entrambi sono molto legati all’incisività della modulazione, arrivando persino a concepire i versi “ad alta voce”. “Ogni cosa che ho visto di te, te la restituisco amata”, sarà la testimonianza della poetessa, apprezzata per il suo timbro diretto e per l’incessante lavoro di scoperta che opera sui giovani. Mentre il poeta performer di fama oramai internazionale, si concentrerà sulla “Ricostruzione poetica dell’universo”.
    Solo sabato 21 maggio, alle 20.30, gli ospiti saranno tre. Due rappresentano correnti milanesi, ossia Anna Maria Carpi e Giancarlo Pontiggia. La terza, più giovane ma ugualmente incisiva, arriva dalla Rimini felliniana, della quale veste la sospensione: Isabella Leardini. “Poesia, pazza sorella della prosa” sarà l’esperienza raccontata dalla Carpi, da sempre divisa tra il romanzo e la lirica. Inoltre sarà per l’autrice l’occasione di presentare per la prima volta l’antologia che raccoglie la sua intera carriera, E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015, edita da Marcos y Marcos. A seguire le “Origini della vita”, il tributo che Pontiggia dedicherà al mondo classico per mettere in luce le nostre radici culturali e quanto siano ancora immerse nel patrimonio del mythos greco e latino. Infine la Leardini si addentrerà nel frangente in cui il poeta non è altro che un medium, un tramite cosciente dell’atto creativo, ma che non può possederlo: “La giungla tra il silenzio e l’opera”. Venerdì 27, alle 20.30, Giuseppe Mereu incontrerà Lello Voce e Alessandra Racca sul tema “Poetryslam e blogpoetry: la poesia italiana nell’era digitale”. Portando a compimento il percorso avviato in aprile, gli autori coinvolti daranno prova della necessità di tali contaminazioni tecnologiche, specie per portare la letteratura in mano ai ragazzi tramite il web e gli smartscreen. Voce, nomen omen, e la Racca si battono da tempo perché i versi non perdano di dignità una volta abbandonata la carta, ma restino un sedimento del proprio vissuto.
    Le “Letture di primavera” dureranno ben tre mesi, esaurendosi sulla porta dell’estate. A chiudere letteralmente il cerchio sarà l’a-solo di Mara Macrì, sabato 4 giugno, sempre alle 20.30, sempre al Teatro ArcoStudio. La scrittrice, nonché psicologa e sociologa, si focalizzerà su “Il potere spirituale della parola”. Fidarsi della poesia significa avvicinarsi a sé stessi, alla propria interiorità perché, come le altre forme d’arte, la scrittura immediata e densa dei versi possiede la capacità di estrarre la verità di ciascuno e condividerla con gli altri. La capacità di accompagnarla dall’individuo all’universo circostante.
    La funzione maieutica di chi scrive con consapevolezza non ha bisogno di passare per i cinque sensi, ma va oltre; si appella all’emotività. Per questo motivo l’Associazione “Il Grimorio delle Arti” ha investito risorse e speranze, oltre che una considerevole dose di volontà. La poesia si fa quasi preghiera, laica e orizzontale: ascoltare dieci poeti provenienti da tutta Italia consentirà alla platea di conoscere altre realtà, entrando nelle loro emozioni, di immedesimarsi e uscire più consapevoli.

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    Heberto Padilla, "Fuera del juego"

    6 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

    Heberto Padilla, "Fuera del juego"

    Fuera del juego

    Heberto Padilla

    Traduzione di Gordiano Lupi

    Edizioni Il Foglio

    pp 157

    12,00

    “The knock at our door came around seven in the morning.” Così Cuza Malè racconta il momento dell’arresto del marito, il poeta cubano, di lingua castigliana, Heberto Padilla.

    Dopo che, nel 1968, la raccolta di poesie Fuera del juego, di Padilla, vinse il premio UNEAC, il libro venne considerato controrivoluzionario e pubblicato con un’appendice che ne stigmatizzava il contenuto come anticastrista. Padilla fu arrestato nel 1971 e, per riottenere la libertà, fu costretto ad apparire davanti al collegio degli scrittori e fare pubblica abiura di se stesso, dei suoi scritti, “confessando” supposti crimini suoi e della moglie contro la Rivoluzione. Così si esprimeva Padilla riguardo alla sua “autocritica”:

    “Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche. Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione.”

    Molte personalità, fra le quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia – con alcune eccezioni illustri come Gabriel Garcia Marquez - firmarono una petizione per chiederne la liberazione. L’affare Padilla segnò la fine del sostegno degli intellettuali di sinistra alla Rivoluzione Cubana, che aveva perso i suoi connotati libertari per trasformarsi in un regime autoritario, castrista e castrante.

    I versi di Padilla sono semplici, discorsivi ma solo in apparenza. Parlano di cose concrete, di vita di tutti i giorni, dell’irruzione della storia e della politica nel privato del cittadino che vorrebbe prescinderne ma non può.

    “Sono sempre stato fuori dal gioco, forse è la condizione di poeta che non permette di stare dentro, per noi non è possibile, siamo destinati a raccontare una spiacevole verità in faccia al tiranno. Un poeta è bene non averlo intorno, è un triste personaggio che trova sempre da ridire, che non è mai contento, soprattutto non serve al potere.”

    Come dice il traduttore (ed editore) Gordiano Lupi, “Padilla non è un dissidente ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa.”

    Fuera del juego “è un canto di libertà”, “il simbolo della disillusione rivoluzionaria” (sempre Lupi).

    Padilla è stato parte sogno, vi ha creduto ma ha visto naufragare le aspettative di un mondo migliore, ha capito che quella che vedeva in atto non era più la “sua” rivoluzione, ha scritto versi “che fanno male al sogno”, che denunciano la violenza dietro la speranza diffusa dagli eroi.

    Intorno agli eroi

    Gli eroi

    Sempre vengono attesi

    Perché sono clandestini

    E sconvolgono l’ordine delle cose.

    Appaiono un giorno

    Affaticati e rauchi

    Nei carri da guerra, coperti dalla polvere del cammino,

    facendo rumore con gli stivali.

    Gli eroi non dialogano,

    ma progettano con emozione

    la vita affascinante del domani.

    Gli eroi ci dirigono

    E ci pongono davanti allo stupore del mondo.

    Ci concedono perfino

    La loro parte di Immortali.

    Lottano

    Con la nostra solitudine

    E i nostri vituperi.

    Modificano a loro modo il terrore.

    E alla fine ci impongono

    La violenta speranza.

    La sua “colpa” è stata

    “Non dare ascolto a chi diceva che esistono libri da non scrivere e soprattutto da non pubblicare, perché fanno male al sogno e soltanto dentro la rivoluzione può esserci libertà, ma per chi si chiama fuori non esistono diritti.”

    I poeti cubani non sognano più

    I poeti cubani non sognano più

    (neppure di notte)

    Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine

    Quando scricchiola, all'improvviso, il legno:

    il vento li spinge alla deriva;

    alcune mani li prendono per le spalle,

    li rovesciano

    li mettono di fronte ad altre facce

    (affondate nei pantani, bruciando nel napalm)

    e il mondo sopra le loro bocche scorre

    e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere

    Fuera del juego è anche un inno d’amore alla patria, a Cuba, sempre portata nel cuore. “Cuba è la mia terra, la mia isola calda e selvaggia.” “Ho sempre vissuto a Cuba anche quando partivo.”

    Sempre ho vissuto a Cuba

    Io vivo a Cuba. Sempre

    Ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare

    Per il mondo dei quali tanto hanno parlato,

    sono mie menzogne, mie falsificazioni.

    Perché io sempre sono stato a Cuba.

    Ed è certo

    che ci furono giorni della Rivoluzione

    nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;

    però negli aeroporti

    e nei luoghi dove sono stato

    sentii che mi chiamavano

    con il mio nome

    e quando rispondevo

    io mi trovavo in questa sponda

    sudando

    camminando,

    in maniche di camicia,

    ebbro di vento e di fogliame,

    quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze

    e cantano la loro alleluia

    Sopra a tutto, aleggia un potente senso di nostalgia, più di ogni altra considerazione umana, sociale e politica. Nostalgia che abbraccia ogni cosa: l’amore, il sesso, la patria, il sogno rivoluzionario, il ricordo di quartieri fatiscenti, di cartelloni slabbrati, di case diroccate eppure amate.

    Il ritorno

    Ti sei risvegliato almeno mille volte

    cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal mal

    tempo, cercando

    il pozzo nero dove ascoltavi la ressa

    delle rane, le falene che il vento faceva volare

    a ogni istante.

    E adesso che è impossibile

    ti metti a gridare nella stanza vuota

    quando persino l’albero del campo

    canta meglio di te l’aria degli anni perduti.

    Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,

    preso, irrimediabile, per quel che vedi

    e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei

    a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace

    di comprenderlo,

    e il pozzo continuerà cantando pieno di rane

    e non potrai sentirle

    anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;

    e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio

    ha già cominciato a divorarti

    e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,

    pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,

    i tuoi occhi e tu come se niente fosse.

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    "Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città"

    2 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #saggi

    "Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città"

    Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città

    Omaggio a Giorgio Caproni

    a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi

    Edizioni Il Foglio, 2013

    pp. 110

    Ci sono saggi letterari che illuminano, arricchiscono, fanno dire: “Ecco, questo è proprio ciò che pensavo e sentivo”. Ce ne sono altri che grondano accademia, ad esempio quelli letti nei giorni dell’università, quando dovevi perdere un’ora, non per studiare il poeta o il romanziere in questione, ma solo per capire cosa intendesse il critico con la sua nebulosa accozzaglia di parole. Si finiva per telefonarci l’un l’altro fra studenti, chiedendo: “Ma tu cosa hai recepito?” Si cercava di ricostruire il filo del discorso, di “tradurre” il testo in un italiano comprensibile, mettendo faticosamente in relazione soggetto e predicato. Spesso, alla fine, una volta parafrasato e volgarizzato, il saggio era riassumibile in tre o quattro concetti cardine. Provavamo, allora, il bisogno di allontanarci da un mondo fatto solo di gente che si parlava addosso, e immergerci nella vita reale, nelle cose concrete.

    Questa premessa per segnalarvi una raccolta di saggi su Giorgio Caproni - poeta più che mai alla ricerca del contatto totale fra parola e cosa – che contiene testi sia dell’uno e che dell’altro stampo. Per fortuna sono prevalenti di gran lunga quelli del primo tipo.

    Tra Livorno e Genova, il poeta della due città, a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi, è un omaggio a Giorgio Caproni, che si sviluppa in dodici saggi, alcuni frutto di due convegni organizzati da una delle curatrici, a Palermo e a Bologna, altri opera di studiosi e cultori e persino dello stesso figlio di Caproni. Molti emozionano, uno in particolare annoia perché scritto in un linguaggio intellettualmente auto compiaciuto.

    La raccolta si apre con un’intervista che il figlio di Caproni, Attilio Mauro, ha rilasciato a Matteo Bianchi. Caproni figlio sostiene che scrivere versi è una pratica difficilissima, non è sufficiente mettere parole in colonna per essere poeti, non si deve rispecchiare un’epoca specifica, bensì avere intuizioni che scavalcano il tempo e restano valide a distanza di secoli. Il poeta raggiunge la maturità artistica attorno ai quaranta anni, dopo di che la creatività scema e si ripercorrono i propri passi con meri esercizi di stile.

    Il secondo saggio, di Angelo Andreotti, si occupa della raccolta Res amissa, uscita postuma nel 1991 a cura del filosofo Giorgio Agamben. La res amissa è la cosa che si può perdere, la cosa che c’era ma di cui si è smarrito anche il ricordo, la cosa nascosta così bene da essere scomparsa e che permane solo come assenza, come nostalgia di un Dono ormai inconoscibile: forse la Grazia, forse la Vita, forse la Poesia stessa, in ogni caso il Bene.

    “Gli ultimi versi della sua produzione poetica, e in particolare quelli di Res amissa, risultano franti, in parte anche sincopati, interrotti da trattini e parentesi, separati da spazi bianchi e puntini (di “canto spezzato parla Agamben”); e con questa disarmonia – con questo respiro affannato, ansioso – sembra voler negare al lettore la piacevolezza della lettura, o per lo meno imporgli un ritmo rigido, per nulla naturale”. (Angelo Andreotti)

    Il terzo saggio, ancora a firma Matteo Bianchi, è indicativo di una tendenza che, ultimamente, si sta diffondendo nella critica, quella, cioè, di essere multimediale, di mescolare “alto e basso”. (La candidatura di Vecchioni al Nobel per la letteratura ne è un esempio.) In questo saggio, Bianchi accosta il testo di Canzone, di Lucio Dalla e Samuele Bersani, con la poesia di Caproni Preghiera. E, nonostante la disparità di valore, come dimenticare che la poesia è nata proprio con accompagnamento di musica? Come dimenticare il video nel quale Caproni stesso confessa di essersi avvicinato alla poesia da paroliere dei propri componimenti musicali?

    Bianchi rimarca il rifiuto del classicismo in Caproni, il suo aggancio con la tradizione popolare di Genova e di Livorno, la facilità e, insieme, la sapienza estrema della rima, l’eco nei suoi versi di Cavalcanti e dei primitivi.

    Il quarto saggio, di Fabio Canessa, si sofferma sui temi del congedo e del viaggio, cari al poeta livornese: il congedo è da una vita cara, amata e superiore alla poesia, una vita che nessuna parola riesce a rendere.

    “Io son giunto alla disperazione calma,

    senza sgomenti.”

    “Nella musicalità affabulatoria orchestrata dagli enjambement, nel lessico discorsivo del tono colloquiale c’è tutta la “calma disperazione” dell’accettazione della vita e della morte.”

    Anche il viaggio si fonde con il suo contrario, con “la negazione della partenza e il corto circuito fra passato, presente e futuro sfiora il nonsense.”

    Nel quinto pezzo, Maurizio Caruso parla degli elementi che hanno ispirato il quadro di Caproni riprodotto sulla copertina.

    Nel sesto, Cinzia Demi si occupa della raccolta Il seme del piangere (1959) e, in particolare, degli splendidi Versi livornesi. Se Genova è la città della maturità, dell’essere a pieno se stesso, Livorno è il luogo dell’anima, dell’infanzia, del re-incontro con la madre giovane. Il dolore è modulato con disincanto come in “Ad portam inferi” che qui riproponiamo per la sua semplice bellezza.

    Chi avrebbe mai pensato, allora,

    di doverla incontrare

    un'alba (così sola

    e debole, e senza

    l'appoggio di una parola)

    seduta in quella stazione,

    la mano sul tavolino

    freddo, ad aspettare

    l'ultima coincidenza

    per l'ultima stazione?

    Posato il fagottino

    in terra, con una cocca

    del fazzoletto (di nebbia

    e di vapori è piena

    la sala, e vi si sfanno

    i treni che vengono e vanno

    senza fermarsi) asciuga

    di soppiatto - in fretta

    come fa la servetta

    scacciata, che del servizio

    nuovo ignora il padrone

    e il vizio - la sola

    lacrima che le sgorga

    calda, e le brucia la gola.

    Davanti al cappuccino

    che si raffredda, Annina

    di nuovo senza anello, pensa

    di scrivere al suo bambino

    almeno una cartolina:

    "Caro, son qui: ti scrivo

    per dirti ..." Ma invano tenta

    di ricordare: non sa

    nemmeno lei, non rammenta

    se è morto o se ancora è vivo,

    e si confonde (la testa

    le gira vuota) e intanto,

    mentre le cresce il pianto

    in petto, cerca

    confusa nella borsetta

    la matita, scordata

    (s'accorge con una stretta

    al cuore) con le chiavi di casa.

    Vorrebbe anche al suo marito

    scrivere due righe, in fretta.

    Dirgli, come faceva

    quando in giorni più netti

    andava a Colle Salvetti,

    "Attilio caro, ho lasciato

    il caffè sul gas e il burro

    nella credenza: compra

    solo un pò di spaghetti,

    e vedi di non lavorare

    troppo (non ti stancare

    come al solito) e fuma

    un poco meno, senza,

    ti prego, approfittare

    ancora della mia partenza,

    chiudendo il contatore,

    se esci, anche per poche ore."

    Ma poi s'accorge che al dito

    non ha più anello, e il cervello

    di nuovo le si confonde

    smarrito; e mentre

    cerca invano di bere

    freddo ormai il cappuccino

    (la mano le trema: non riesce,

    con tanta gente che esce

    ed entra, ad alzare il bicchiere)

    ritorna col suo pensiero

    (guardando il cameriere

    che intanto sparecchia, serio,

    lasciando sul tavolino

    il resto) al suo bambino.

    Almeno le venisse in mente

    che quel bambino è sparito!

    E' cresciuto, ha tradito,

    fugge ora rincorso

    pel mondo dall'errore

    e dal peccato, e morso

    dal cane del suo rimorso

    inutile, solo

    è rimasto a nutrire,

    smilzo come un usignolo,

    la sua magra famiglia

    (il maschio, Rina, la figlia)

    con colpe da non finire.

    Ma lei, anche se le si strappa

    il cuore, come può ricordare,

    con tutti quei cacciatori

    intorno, tutta quella grappa,

    i cani che a muso chino

    fiutano il suo fagottino

    misero, e poi da un angolo

    scodinzolano e la stanno a guardare

    con occhi che subito piangono?

    Nemmeno sa distinguere bene,

    ormai tra marito e figliolo.

    Vorrebbe piangere, cerca

    sul marmo il tovagliolo

    già tolto, e in terra

    (vagamente la guerra

    le torna in mente, e fischiare

    a lungo nell'alba sente

    un treno militare)

    guarda fra tanto fumo

    e tante bucce d'arancio

    (fra tanto odore di rancio

    e di pioggia) il solo

    ed unico tesoro

    che ha potuto salvare

    e che (lei non può capire)

    fra i piedi di tanta gente

    i cani stanno a annusare.

    "Signore cosa devo fare,"

    quasi vorrebbe urlare,

    come il giorno che il letto

    pieno di lei, stretto

    sentì il cuore svanire

    in un così lungo morire.

    Guarda l'orologio: è fermo.

    Vorrebbe domandare

    al capotreno. Vorrebbe

    sapere se deve aspettare

    ancora molto. Ma come,

    come può, lei, sentire,

    mentre le resta in gola

    (c'è un fumo) la parola,

    ch'è proprio negli occhi dei cani

    la nebbia del suo domani?

    La Demi avvicina Caproni a Saba, anch’egli controcorrente per lo stile umile.

    Annina è un archetipo femminile, una cavalcantiana e stilnovistica figura guida, che accompagna l’anima del poeta ormai vecchio attraverso una Livorno popolare, gioiosa, mattutina e non ancora bombardata. La madre diventa fidanzata del figlio ma non in un rapporto incestuoso, bensì atemporale, che ricongiunge e fonde le anime; così come la poesia A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre, contenuta in Il muro della terra (del 75), crea un legame astorico fra padre e figlio, dove il padre diventa figlio di suo figlio (quasi un’eco, ancora una volta, del paradiso dantesco e della Vergine Maria) e viene trasportato in quel futuro che non gli apparterrà.

    Portami con te lontano

    ...lontano...

    nel tuo futuro.

    Diventa mio padre, portami

    per la mano

    dov'è diretto sicuro

    il tuo passo d'Irlanda

    l'arpa del tuo profilo

    biondo, alto

    già più di me che inclino

    già verso l'erba.

    Serba

    di me questo ricordo vano

    che scrivo mentre la mano

    mi trema.

    Rema

    con me negli occhi allargo

    del tuo futuro, mentre odo

    (non odio) abbrunato il sordo

    battito del tamburo

    che rulla - come il mio cuore: in nome

    di nulla - la Dedizione.

    Il settimo saggio, scritto da Flora di Legami, è il più ostico, indigesto e compiaciuto. Si occupa delle raccolte Il Franco Cacciatore (1982)“ e Il conte di Kevenhüller (1986), già di per sé difficili per il linguaggio franto e l’ardua ricerca stilistica.

    Il franco cacciatore è ispirato a un’opera di Weber, su libretto di Kind, ma s’inserisce in una tradizione che, come dice la di Legami, “da Dante a Boccaccio, da Petrarca a Poliziano, da Marino a Bruno, giunge alla modernità con Valery e Melville”. Le metafore venatorie e mitologiche e il motivo del viaggio sono la traccia per una discesa all’interno del sé alla ricerca di valori universali. “Bellezza e orrore, attesa e vuoto, vitalità e morte, parola e silenzio, sono i nuclei di un racconto, disposto sul metro della mitica caccia.” (Flora di Legami)

    La caccia è nei confronti di Dio, la morte del cacciatore è il sacrificio della parola al silenzio. I continui punti di sospensione, le parentesi, le frasi spezzate indicano un’ indagine che si avvita su se stessa aspirando a un’inattingibile essenzialità.

    “Atteone è segno del lavorio ininterrotto per dire l’indicibile.” “Per via di continui slittamenti inversioni e giochi di antifrasi, il poeta compone inediti arabeschi di sovversione logica, con cui rendere gli scarti disarmonici dell’esistere e del pensiero.”

    Il conte di Kevenhüller (1986) è una sorta di “operetta morale” basata sulla caccia a una feroce Bestia che altri non è che la parola stessa.

    “Se la parola è l’involucro in cui prendono forma e consistenza angosce, tremori, interrogazioni e dubbi di una ricerca esistenziale, nessuna meraviglia che proprio questa divenga la preda mitica del poeta cacciatore.”

    Alla fine si ha un’infinita e ossimorica coincidenza di opposti, una myse en abyme fra vita e morte, cacciatore e preda.

    L’ottavo saggio, di Rosa Elisa Giangoia, si riferisce al poemetto Ballo a Fontanigorda (1938), evidenziando il legame di Caproni con la val Trebbia, i suoi boschi, i suoi villaggi e la statale 45. Qui Caproni fu maestro elementare e partigiano. Qui la sua poesia, basata più “sul togliere parole che sull’aggiungerne”, arriva al definitivo superamento della concezione romantica e decadente di paesaggio come specchio dello stato d’animo e ritratto di luogo ameno e pittoresco. Il paesaggio non comunica emozioni, è uno spazio rarefatto, semplificato, è un luogo da cui tutti se ne vanno, lasciandoci soli con il bosco e il fiume, mentre, man mano, le certezze svaniscono e le risposte ridiventano domande.

    Il nono saggio, di Gianfranco Lauretano, parte dalla raccolta Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee (1965) per mostrarci come dal ‘65 al ‘90 Caproni non abbia fatto che congedarsi da tutto, dalla vita, dalla famiglia, dagli amici, da quello che chiamava mézigue, cioè “me stesso”. Già da cinquantenne inizia a salutare, mentre la sua poesia sempre più si rastrema, mentre la storia lo delude, mentre il concetto di Dio, per lui ateo, diventa sempre più sfuggente e, insieme, paradossalmente desiderabile.

    Il decimo saggio, del linguista Fabio Marri, ci mostra nei particolari come lavora il poeta Caproni, come la sua lingua facile, quasi elementare - se sottoposta ad analisi tecnica - sveli tutta la sua sapienza e l’artificio.

    Il linguaggio è semplice ma composto anche di termini rari e aulici, di aggettivi inusuali, il senso letterale delle parole è trasformato e arricchito dalla loro forma fonica, dall’armonia all’interno della frase, dalla posizione nel discorso poetico, dalla disposizione sintattica. Il verso è agile, si allunga nell’enjambement, si dispiega in rime baciate, prima chiare, poi, con l’acuirsi del tormento interiore e della ricerca, sempre più scure. La rima serve ad accostare fra loro parole che possono fondersi o cozzare, come in Cavalcanti, Carducci, Pascoli, prima, e Ungaretti, Montale, Saba, Luzi, poi. Le parentesi, invece di isolare, evidenziano concetti fondamentali, epifanici, le frasi diventano esclamative e interrogative, a sottolineare riflessioni dolorose.

    Tutto questo, a detta di Caproni stesso, senza formalismi forzati, senza ritorni anacronistici ad avanguardie superate, senza anticonformismo obbligato, ma anche senza nessuna musicalità consolatoria.

    L’undicesimo saggio, di Paolo Ruffilli, mette in collegamento la poesia di Caproni con l’opera lirica settecentesca e con la cultura illuminista.

    Infine l’ultimo, di Massimo Scrignoli, evidenzia l’immagine ricorrente in Caproni della “stella nera”, luce spenta ma pur sempre luce, collegata al ricordo della perduta sorella minore, Marcella.

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