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poesia

Maria Antonietta Rotter, "Tempus fugit"

13 Gennaio 2024 , Scritto da Luisa Martiniello Con tag #luisa martiniello, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Maria Antonietta Rotter

Tempus fugit

 Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

 

Il titolo di oraziana memoria, a sua volta erede del πάντα ῥεῖ eracliteo, nelle liriche della poetessa Rotter assume nei colori delle stagioni la sua percezione più incisiva: la neve invernale, i candidi e lievi fiocchi, divenuti «manto» con il loro peso spezzano «quel ramo vecchio» e l’evento è rimarcato dalla similitudine «come accade a un cuore/oppresso da un fardello di dolore».

Le voci dell’autunno si odono nel «vento» personificato, «che spettina i capelli», nei «mulinelli di foglie gialle / verdi fino a ieri», nella «nebbiosa coltre» che tutto ricopre.

Il male di vivere montaliano nella “foglia accartocciata” diviene compartecipe dolore della poetessa nel «feroce ghigno», nelle «armi brandite per straziare» le donne che «non sono erbacce da strappare via».

La morte, «discreta come amica», la sente al fianco e deve poter prendere per mano e dire: «adesso andiamo», a quella soglia senza aver paura.

Nella lirica Ricchezze, al ricco di turno la poetessa fa notare: «non puoi comprarti un alito di vita / quando il tuo tempo sarà terminato».

Il ciclo della vita e della morte ben si staglia in quello che può a primo acchito far pensare a una filastrocca con le soppesate rime, una «melina» si chiede perché è nata, dal vecchio e saggio tronco ha una risposta: nessuno nasce invano. Nell’inverno diviene «cibo a un uccellino /… al suolo, lo fu di un topolino /…. e sotto foglie morte / si mise per dormire ad aiutare il melo / a marzo a rifiorire».

In Temporale notturno la metafora sinestetica di memoria pascoliana “un gran pianto” diviene «un gran pianto di ciliegie rosse» dopo la burrasca: la morte è nelle cose e il colore rosso rimanda non solo alla maturità del frutto, ma alla sua vulnerabilità, quella stessa che è nel tormento prima della caduta della maggior parte delle foglie d’autunno. La rotacizzazione rende più crudo e sonoro il quadro: scarruffato, burrasca, torceva i rami… spezzava qualche frasca.

A rendere più acuto il dolore delle assenze in Casa di ombre, «risuona il piede / dentro il vuoto!».

Il passato e il presente si specchiano, l’infanzia passata velocemente è resa con due similitudini: «come un alito di vento / come una scia di barca che si chiude». Così una promessa di ritorno è associata al Fiore di spino, che diviene «veleno amaro nel suo profumo lieve». La rivisitazione dei luoghi del cuore offre uno spettacolo deludente del grande oleandro, anch’esso connotato dal profumo amaro: «il pozzo è abbandonato, / tu disseccato e morto / e tutt’intorno è pieno / solo di solitudine e sconforto». Ciò che è stato non ha più vigore, è soggetto alla legge della trasformazione, della solitudine palpabile. Così nel cassetto dei ricordi lettere d’amore che vanno in cenere, lasciano solo  «una favilla» che ancora scotta nel cuore e la vita è resa pienamente con la metafora del viaggio: «quando hai ben appreso le leggi del volante, / la macchina si ferma», per il viandante «dalle molte speranze inavverate». Lo scoramento per un mondo privo di umanità, ricco di solitudini, di compiti e ruoli demandati si legge nel non voler vedere dei vecchi, utili una volta, ora soppiantati da nonna tv. Si è reciso anche il filo di lana della nonna, il «filo della memoria», sì che la vita vissuta è paragonata ad una «vecchia barca sulla spiaggia» e Villa Regina, ritrovo di «ex della vita» abbandona ogni passato nelle mani giovanili stipendiate. Con i suoi colori variabili per stagioni, rapiti alle cose accarezzate, il vento, simbolo più consono del «tempus fugit», ci lascia con il colore dei crisantemi, il colore del perpetuo autunno della vita.

Luisa Martiniello

 

 

Maria Antonietta Rotter, Tempus fugit, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-00-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Carla Malerba, "La milionesima notte"

12 Gennaio 2024 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

La milionesima notte di Carla Malerba (FaraEditore, 2023 pp. 64 € 12.00) è una raccolta poetica delicata e preziosa che consegna la sottile inquietudine di un tempo in bilico, arreso ai titoli delle sezioni che compongono la silloge. “Attese”, “Segnali”, “Tracce”  danno già il significato interpretativo del percorso introspettivo dell'autrice e delineano l'espressione ermeneutica delle parole. Carla Malerba affronta la consuetudine insistente e ossessiva della vulnerabilità umana, comprende la dolorosa invariabilità dell'inconsistenza, subita nell'assenza, canta la superficie delle emozioni, descrive la percezione della malinconia e la consapevolezza della proiezione inesorabile della fragilità, insegue la luminosa nostalgia del desiderio, contro la crudele vacuità del tutto. Diffonde l'inclinazione del suo pensiero poetico, attinge nella risorsa spazio-temporale dell'attesa l'indicazione positiva per accogliere l'evoluzione dell'anima, esplora la forza inalterabile dell'invocazione, intonata alla toccante solennità della propria sensibilità, nel vivo clamore di ogni risonanza, capace di amplificare l'oscillazione delle immagini nell'inabissamento prolungato della memoria, di rimuovere l'intervallo incerto e indolente della dissolvenza. Concentra l'illuminazione di una trasmutazione vitale, cerca con energica fermezza di oltrepassare l'indefinita e assorta provvisorietà per poter infine manifestare le indicazioni della gioia, attraversare il confine silenzioso di un epilogo e di un nuovo principio. La poesia di Carla Malerba si posa lungo gli argini dell'oscurità, nell'indugio esitante delle notti insonni, nella mancanza, nella speranza fiduciosa di poter recuperare l'agilità della vita. Nel torpore del succedersi tra il giorno e la notte la protettiva salvaguardia dei luoghi familiari subisce un restringimento, ma il segnale inequivocabile della presenza consola e incoraggia la conversazione dei pensieri, valica la fenditura degli eventi angosciosi degli ultimi anni, affianca l'epifania del vivere e del morire. La milionesima notte conta la progressione della parabola esistenziale, include la disorientante discordanza delle reazioni dell'uomo, spiega l'inafferrabile solitudine della comunità, commenta il lento affievolimento delle relazioni nel tentativo vano del loro annientamento, trasferisce la mutevole e indefinita destinazione della psiche nelle confessioni delle percezioni intime e confidenziali. Carla Malerba riscatta il proprio turbamento attraverso la pacatezza dei versi, guida la trasparenza sensibile della funzione disvelativa della sua poesia. Legge la propria realtà nelle pagine tracciate dalla tenerezza dell'inconscio, stimola l'orizzonte empatico della riflessione e lo svolgimento autentico dell'osservazione quotidiana. L'espansione dell'esclusione dei contatti umani, subita nel devastante provvedimento durante la pandemia, è per l'autrice una nota fondamentale per la sua poesia che affranca il tracciamento e l'identità di ogni territorio interiore, finalizza una lacerazione nel presente, indispensabile per riscrivere la biografia dei ricordi, per inseguire le tracce che riportano l'energia coraggiosa della vigilanza al senso dell'appartenenza. L'agguato disincantato della consapevolezza di sé è un'interazione privilegiata con la necessità di illuminare le esperienze in sintonia con l'esilio poetico e l'attitudine generosa di amare.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il buio ci sorprende

quando la luce indora

un poco le montagne

e precipita il giorno

oltre il crinale

così di fretta

tra un aprire al mattino una finestra

e richiuderla appena si fa sera.

 

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Un piccolo lume

in questa veglia

nel chiuso delle case

l'amore un filamento

di fumo parola impastata

dal sonno corrotta

dall'abitudine.

Lo sguardo

si allunga a spiare

barlumi di faville

che brillano nel buio

il tempo di un batter di ciglia.

 

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Quello che resta in fondo

è la poesia.

Non ti ricorderai

di chi l'ha scritta,

ma sempre e perdurante

il senso dato,

il respiro allargato

nella sosta, nel sogno

dire ti ho incontrato,

ho provato in quel giorno

ed in quell'ora lo smarrimento

dell'anima che sola

ancora

non ha scorto la salita.

 

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L'oro dei girasoli

mi hai portato

invade la stanza

riverbera di luce

tra pareti che sanno

quanto vorremmo

per un giorno almeno

essere girasoli

in mezzo a un campo.

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Se qualcosa ci è stato donato

non è da dire con astruse parole

ma col piano linguaggio dei baci

che si unisce assai bene

al volo delle api

e allo stormire leggero del vento

al raggio di sole

che s'infiltra fra i rami

e crea sospese

cattedrali di luce.

 

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Nella milionesima notte

il plenilunio rischiara

l'astro trafitto

da un nero ramo.

L'ombra percorre i fossati

scivola lungo gli argini:

troppo lieve la speranza

i gesti ormai racchiusi

nei fardelli della memoria

nei rigagnoli di neve

di un maledetto febbraio.

 

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Mi disegna la notte

un ventaglio di immagini

sparse

tra il vero e l'ombra

che mai mi abbandona.

Al buio scrivo parole

che la mente illumina

e guida la mano

il pensiero del nulla che siamo.

 

 

 

 

 

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Wanda Lombardi, "Opera Omnia" II edizione

9 Gennaio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Wanda Lombardi

OPERA OMNIA

II edizione

 

Wanda Lombardi, scrittrice e poetessa, è nata e vive a Morcone (Benevento), pittoresca cittadella dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato materie letterarie nelle scuole secondarie. Ha partecipato a concorsi letterari, nazionali e internazionali, ottenendo numerosi riconoscimenti. Fa parte di Accademie e Associazioni Culturali. L’autrice in gioventù ha sofferto per malattie e incomprensioni, ma l’ha aiutata sempre la Fede in particolare la devozione a Padre Pio.

Come scrive Maria Rizzi nella sua prefazione approfondita e ricca di acribia «La presente Opera Omnia, arrivata alla seconda edizione (la prima è uscita nel 2018), è una scelta antologica molto vasta delle poesie di Wanda Lombardi, nella quale sono concentrati i suoi migliori motivi ispiratori». Data la vastità del volume, in questa sede preferisco soffermarmi sulle poesie di carattere religioso e su quelle dedicate ai giovani e ai loro problemi.

La poetica della Lombardi è pervasa da religiosità, misticismo e coscienza etica e si può considerare neolirica tout-court. L’autrice ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.

Ella si proietta in una felicità grandiosa e senza paura nella figura di Dio Creatore che, oltre a essere onnipotente e onnisciente, potrebbe essere inteso in senso immanente come amico per antonomasia dell’uomo roccia, rifugio, fortezza e giustiziere, protezione da ogni male per chi confida in Lui come si evince dalla lettura dei Salmi veterotestamentari.

Nella lirica Eterno leggiamo: «Ultimo rifugio sei Tu, Signore, / avvolgimi nella Tua luce / allevia il mio penoso andare. / La mia vita si vesta di Te…» a conferma della fortissima grande Fede della poetessa. Ci rendiamo conto della cifra distintiva del poiein di Wanda che si potrebbe definire realismo mistico e che è veramente unica e originalissima, per la sua chiarezza e le parole procedono per accumulo e per il lettore divengono come acqua sorgiva da bere per la loro luminosità, precisione e bellezza.

In Violenza giovanile leggiamo: «Nel labirinto dell’odio / inconsciamente ti aggiri, / giovane insicuro, / per superare la frustrazione, / la sofferenza, le difficoltà. / In cerca di affermazione, / violi la legge, il tuo istinto segui…». In questo testo ci si riferisce al disagio giovanile tipico della contemporaneità nella quale prevale la mentalità dell’avere su quella dell’essere, nel mondo alienato e non meritocratico ma consumistico e liquido in cui c’è stata una caduta di valori.  

Il lavoro della Lombardi va controcorrente nella produzione poetica contemporanea, perché gli scrittori del nostro tempo si esprimono prevalentemente tramite sperimentazioni e neo-orfismi connotati da complessità e spesso oscurità nella forma e nei contenuti, mentre la  poesia di Wanda Lombardi si distingue per limpidezza e chiarezza di linguaggio, per linearità dell’incanto, leggerezza e  notevole icasticità.

In questa sede, nello spazio di una recensione, è impossibile soffermarsi su tutte le raccolte pubblicate nell’Opera Omnia, tutte dense e caratterizzate da un magistrale controllo formale. Globalmente si intende, leggendo questi testi, che la figura della scrittrice è conscia che attraverso la Fede, strettamente legata alla poesia, può elevarsi da creatura a persona.

La Lombardi, che nei suoi versi sintetizza un discorso esteticamente valido e carico di bellezza e fascino, nutrito, come si diceva, da misticismo e anche da un grande amore per la natura, getta l’ansia e l’angoscia proprio su Dio che diviene amore e conseguentemente gioia, proprio perché ha donato la vita e ha fatto Lui il primo passo verso l’uomo; invito che Wanda accetta con gioia nell’esaltare proprio il Signore stesso, il creato e la natura.

Raffaele Piazza

 

 

 

Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.

 

   

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Poesia 22

16 Dicembre 2023 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Poesia
Rivista Libro numero 22
Crocetti Editore – Feltrinelli – Euro 14 – pag. 130

Apre con una bella copertina dedicata a Dylan Thomas la rivista Poesia di fine anno (Novembre / Dicembre), giunta al numero 22 della nuova serie, disponibile non più in edicola ma in libreria. Emiliano Sciuba traduce dieci preziose poesie - inedite in Italia - di Thomas (1914 - 1953) come anticipazione di un volume di prossima pubblicazione per Crocetti. Si passa alla Grecia - da sempre Crocetti riserva un’attenzione particolare alla poesia ellenica -, con Krystalli Glyniadaki (Atene, 1979) e una profonda riflessione sul male, voce significativa della lirica greca contemporanea, presentata da Elisabetta Garnieri. Sappiamo a che somiglia il Male. / Pensa / Il Bene pensa come sarebbe / su scala di massa. Daniele Piccini (1972, condirettore di Poesia) ci regala un pugno di liriche riunite in un contenitore omogeneo intitolato Cos’è la verità. Amo le età che sei stata, il passato / di quando non sapevo, andavo in circolo; / amo in te la ragazza che eri, / che traspare e ritorna e che allora / non fui pronto a cogliere. Malgorzata Lebda, polacca di trentotto anni, tradotta da Linda Del Sarto, scrive poesia paesaggistica e naturalistica, i suoi versi compongono un organismo vivo che freme e respira. La poesia è un bosco, un animale, un corpo. Giovanni Papini (1881 - 1953) è la riscoperta italiana dal passato, curata da Silvio Ramat, che ci presenta le raccolte Un uomo finito e Opera prima, con alcuni estratti che sono vera e propria autobiografia lirica del poeta - polemista. A questo punto tocca a Emilio Isgrò, il maestro delle cancellature, a cura di Daniele Piccini, con il sonetto in rima e l’opera Sì alla notte, edita da Guanda nel 2022. Per la rubrica I poeti di trent’anni, curata da Milo De Angelis, si parla di Luigi Fasciana, tra luce e sangue, tra tono colloquiale e labirinti psichici da indagare. Per paura dei vetri quasi corri. / Sentivamo la grandine / e adesso il prato è spalancato, si sta coprendo. / Mai vista così grande, mentre l’abbiamo tra le mani / e già ti sporgi, per chiudere le imposte: / schiena e cielo - poi noi in penombra. Narian Matos (1975) è un poeta brasiliano che vive negli Stati Uniti, già letto in passato su Poesia, presentato e tradotto da Manuela Colombo. Nei suoi versi troviamo una fusione lirica di memoria del passato e suggestione naturalistica, frammista a ricordi d’infanzia e adolescenza. Ah, Itaquara ombra / Itaquara sole. / banane a guastarsi al sole sulle bancarelle / vecchi dallo sguardo profondo alle finestre / soltanto gli orologi a pendolo parlavano del tempo / c’era bambini per le vie a cantar girotondi … Infine leggiamo alcune intense liriche di Sohrab Sepehri, poeta viandante iraniano, indagatore dell’anima. Non c’è nuvola. / Non c’è vento. / Siedo ai bordi della vasca in cortile: / pesciolini, luce, io, fiore, acqua. / Grappolo puro della vita. Notevole epilogo per una rivista preziosa.

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Marco Zelioli, "Momenti"

15 Dicembre 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Marco Zelioli

 Momenti

Guido Miano Editore 2023

 

Per la collana di testi letterari Alcyone 2000 della Casa Editrice Guido Miano di Milano, nel mese di novembre 2023 è stata edita la raccolta poetica di Marco Zelioli: Momenti. Quest’ultimo lavoro segue altri che hanno visto la luce nel recente passato: Come spuma di onde (2017), Coriandoli di vita e di pensieri (2019), Briciole di vita (2020), Frammenti di luce (2021), Le mie lune e altre poesie (2021). Un’antologia essenziale della critica informa il lettore sulla poetica e lo stile dell’autore: vi sono i contributi di Lorenzo Spurio, Enzo Concardi, Ester Monachino, Nazario Pardini, Gabriella Veschi, Maria Rizzi, Marcella Mellea.

Marco Zelioli ha voluto suddividere le sue composizioni in quattro parti: Per quanto mi concerne (pensieri di ogni genere), una sorta di ‘zibaldone’ che spazia dalla memoria storica alla politica, dalle profonde domande esistenziali (il senso della vita è indispensabile) al mondo della scuola, dalla letteratura agli affetti domestici, dalla dimensione religiosa al dolore umano. Intermezzo, costituita da un’unica lirica (Ode al ladro di bicicletta) autobiografica e rievocativa di una curiosa coincidenza. Strade compiute, dediche a persone care vicine e lontane che ‘sono andate avanti’, simili nel genere letterario agli epicedi degli antichi greci, con la sostanziale differenza esistente tra il canto funebre corale ad intonazione drammatica e la preghiera cristiana nella certezza della vita eterna dopo la morte. Appendice: un indovinello, versi per sorridere, i ricordi … e quattro aforismi, brevi pagine di disimpegno, quasi uno sberleffo alla seriosità accademica.

Anche in questa occasione l’autore si dimostra affezionato alla poetica del frammento, simile alla tendenza letteraria sviluppatasi in Italia nei primi anni del Novecento, ovvero alla costruzione di un’opera tramite un mosaico di frammenti, di immagini, di episodi, anche slegati fra di loro. In Zelioli ciò si rivela fin dalla titolazione della maggior parte delle sue sillogi: coriandoli e briciole di vita, frammenti di luce e qui momenti, in sostanza una frantumazione del tempo. Quindi molto ruota intorno ad esperienze e vissuti personali (Per quanto mi concerne, Intermezzo), a legami affettivi, amicali, di stima (Strade compiute) e ad un cocktail di generi appena abbozzati (Appendice …). Tuttavia tale scelta della struttura letteraria non significa in alcun modo irrazionalità del pensiero, anzi come sottolinea Floriano Romboli nella prefazione: «... La ricchezza tematica e le diversità tonali, che si riscontrano nei testi dell’autore, rinviano nondimeno a una concezione della realtà storico-umana unitaria e coerente, organicamente definita intorno a precise idee-valore, sempre sostenuta da solide convinzioni intellettuali-morali».

A questa annotazione del prefatore se ne possono aggiungere, per meglio chiarire, altre, ovvero quelle che riguardano le fonti, le origini di ciò che è in ultima analisi l’ispirazione religiosa della poetica di Marco Zelioli. I suoi versi sono rivelatori – in modo incontrovertibile – di una visione provvidenziale dell’esistenza di tipo cristiano-manzoniano: nei Promessi Sposi la vera protagonista è la Provvidenza Divina che tutto regola e sistema, poiché «... Dio scrive diritto anche là dove l’uomo scrive storto», e in Momenti troviamo spesso espressioni similari. Rivelano poi che nel rapporto Dio-uomo è Dio ad aver sempre ragione, ed è da questa dinamica rovesciata che derivano tutte le sciagure terrene, dal momento che esiste una Verità che non viene riconosciuta e ci si trova così in una «... selva oscura / ché la dritta via era smarrita» (Dante): vediamo nel libro dell’autore numerose situazioni create da una umanità dispersa: guerre, violenze, ingiustizie, disamore, egoismi.

Ed ancora emerge la sua visione escatologica, convinto com’è che la soluzione di tutti i nostri problemi avverrà solo in quella dimensione: lo afferma a piè sospinto in particolare nella terza parte (Strade compiute) dedicata alle persone defunte, dove non troviamo una poesia funebre ma una poesia della speranza, generata dalla fede nella vita eterna («... Ritorneranno i giorni dei sorrisi / e non potrai lasciarteli sfuggire, / fissati nel tuo tempo fatto eterno», Savina).

E non possiamo trascurare la centralità del Cristo nella storia umana: «Il mio regno non è di questo mondo» e Zelioli scrive che Tutto è compiuto in Lui e che la Resurrezione cambia tutto. Infatti si verifica la contrapposizione mondo-salvezza: «…Per te è giunto molto presto il tempo / di lasciare il disordine del mondo. // Ma ogni cosa, adesso, è al posto giusto» (A Elisabetta).

Enzo Concardi

 

 

Marco Zelioli, Momenti, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-17-2, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Francesco Terrone, "Quando finisce la luce"

14 Dicembre 2023 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia, #arte

 

 

 

 

Francesco Terrone

QUANDO FINISCE LA LUCE

 

Francesco Terrone è nato a Mercato San Severino (SA); è autore di numerose raccolte di poesia. La sua produzione poetica è trattata in varie opere pubblicate da Guido Miano Editore tra cui Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento, vol. IV (2015), Itinerario Organico delle Critiche Letterarie alle Poesie di Francesco Terrone (2016). Dizionario Autori Italiani Contemporanei (2017), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Francesco Terrone.

Quando finisce la luce (Guido Miano Editore, Milano 2019) il libro di poesia di Francesco Terrone che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Nazario Pardini esauriente e ricca di acribia. L’opera è illustrata con fotografie di dipinti eseguiti con varie tecniche e di sculture in legno di molteplici autori. Si crea così una interessante osmosi tra poesia e arti figurative anche se non necessariamente le poesie hanno un’attinenza con le sculture e i dipinti. Del resto è indicativo a tale proposito l’inserimento nel testo prima della prefazione dello scritto Parallelismo delle arti di Michele Miano.

Il titolo della raccolta è tratto dall’ultimo verso del primo componimento intitolato La rondine e la zanzara: «Un sogno non muore / quando è guidato / da ali d’amore. / Le rondini volano in aria / alla ricerca / di piccoli insetti / che volano anch’essi nell’aria, / ma il loro volo, / pur essendo utile, / è fastidioso e senza speranza: / finisce / quando finisce la luce». Lo stesso titolo evoca un senso di perdita e di pessimismo un sentore di spleen che è tipico nelle opere anche di poeti contemporanei. Del resto i poeti sono spesso ultrasensibili e la loro produzione poetica stessa diviene il viatico per superare le difficoltà della vita che non è arte e spesso dà scacco all’individuo.

La raccolta non scandita potrebbe essere letta come un poemetto o canzoniere amoroso e se è vero che l’amore stesso fa soffrire può riservare gioie ineffabili connesse alla capacità di controllare le emozioni e tutto questo discorso è connesso alla capacità d’amare che è espressione nelle persone di intelligenza e sensibilità nel manifestare i propri sentimenti.

Le poesie di Terrone neo liriche tout-court sono sempre in bilico tra gioia e dolore nel relazionarsi dell’io-poetante alla figura dell’amata nel creare situazioni nelle quali tutti potrebbero identificarsi. È struggente il pathos espresso da Francesco in molte poesie per il manifestato timore di non essere ricambiato dalla sua donna.

Come contraltare incontriamo anche componimenti nei quali l’autore manifesta intima e profonda gioia vincendo la malinconia nel vivere lasciandosi andare nella sua passione.

Nella lirica Ti amo il poeta ci presenta la rima cuore-amore che è tipica di molti poeti del passato. L’amore stesso trova sfondo in contesti naturalistici anche idilliaci e le emozioni provate dal lettore si amplificano attraverso la contemporanea fruizione delle opere figurative che sono di grande pregio.

Il poeta esprime una notevole linearità dell’incanto attraverso composizioni che sfiorano anche l’elegiaco e si esprime con un versificare luminoso e narrativo nella sua forte chiarezza e immediatezza che ha una forte presa sul lettore.

Raffaele Piazza

  

 

Francesco Terrone, Quando finisce la luce, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2019, pp. 80, mianoposta@gmail.com.

 

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Gabriella Frenna, "Regina Nefertiti"

13 Dicembre 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Gabriella Frenna

 

REGINA NEFERTITI

 

L’ultima opera di Gabriella Frenna, Regina Nefertiti (Guido Miano Editore, Milano 2023), ci trasporta completamente nel mondo meraviglioso delle antiche civiltà mediterranee, in specifico nella millenaria società e cultura dell’antico Egitto faraonico. Consiste in un racconto in versi o, se si vuole, in una poesia-prosa che si sofferma a lungo sull’unico tema del libro, anche con reiterazioni insistite tendenti ad esaltare la grandezza e la bellezza di quel mondo, di cui oggi abbiamo ancora vivide testimonianze nei musei e nelle realizzazioni architettoniche, nonché nella misteriosa scrittura geroglifica. La fonte ispiratrice delle liriche proviene dall’attività professionale ed artistica del padre Michele, creatore di mosaici, alcuni dei quali sono raffigurati accanto alle poesie: è l’arte musiva raccontata dal genitore alle figlie, anche attraverso frequenti visite ai siti archeologi e ai musei egizi, fin dalla loro giovinezza, in slanci passionali senza confini.

Tassello per tassello, come avviene nella costruzione di un mosaico, la scrittrice visita i vari aspetti del mondo egizio e faraonico per trasmettere al lettore le informazioni essenziali da cui partire nella conoscenza di una civiltà ricca di sorprese e stupori. Inizia col sottolineare l’importanza del grande fiume Nilo, sul cui delta essa si sviluppò, il quale rendeva fertile il terreno, favorendo così lo sviluppo delle coltivazioni e dell’economia (Civiltà mirifica, Egitto faraonico). Ella poi ci rende edotti del grande fascino sempre esercitato su di lei dai tanti segreti non ancora decifrati conservati nelle piramidi e nei papiri, così come dall’imponenza delle grandi opere faraoniche (Cultura egizia, Antico Egitto). Subentra, ad un certo punto del libro, la memoria viva dei racconti paterni intorno ai mosaici dedicati ai personaggi, alle realizzazioni, ai luoghi in cui si svolsero le vicende storiche per circa tre millenni: la contemplazione del cielo con l’astronomia; lo studio del flusso e deflusso delle acque del Nilo e le ricerche sulla sua vegetazione; il culto degli astri; il pensiero sacrale (Rimembro, Antica civiltà mediterranea). Si sofferma sugli enigmatici geroglifici incisi su monumenti, statue, obelischi e templi: essi furono una scrittura considerata sacra dagli egizi e ricevuta in dono dagli dèi (Enigmatica scrittura).

Talvolta la scena si sposta, per poco tempo, abbandonando la culla di quella civiltà per trasferirsi, ad esempio, al Museo del Louvre a Parigi, ove coll’amato padre visita i reperti millenari là custoditi: vi sono anche oggetti di pesca e caccia, strumenti musicali, gioielli, giochi, utensili della vita domestica (Louvre). Subito l’attenzione torna ai simboli in terra egiziana: la Sfinge con il suo enigma risolto da Edipo (Sfinge, Enigma della Sfinge); le Piramidi, simbolo del potere faraonico, che accompagnavano verso il cielo l’ultimo viaggio del supremo (Piramidi). E finalmente ecco il personaggio centrale del libro a cui dà il titolo: Regina Nefertiti. È sempre il padre la voce narrante di tutto: «…Amava raccontare / la storia di  Nefertiti / regina e sposa amata / del faraone Akhenaton, / la loro rivoluzione / politica e religiosa, / ritraendo in mosaico / il carismatico ritratto / e la beltà della regina» (Storia millenaria).

L’epilogo del libro è centrato sui particolari dell’opera della regina e del faraone, dall’introduzione del monoteismo con il dio Aton alla riforma artistica con immagini ritraenti la famiglia reale (Faraone Amenofi IV, Akhenaton Faraone). Indubbiamente il fascino di Nefertiti è il nucleo centrale dei mosaici del padre: «…Nefertiti chiamata “perfetta” / come la perfezione di Aton, / “Meravigliosa bellezza di Aton”. / Solo a lei furono concessi titoli / di “Grande sposa reale” / e “Signora delle due terre”» (Ritratto); «… Dei piccoli tasselli di vetro / definiscono il volto regale, / rivelano soavi lineamenti / della regina Nefertiti, / perpetuando splendore, / storia e leggende lontane» (Piccoli tasselli di vetro).

Enzo Concardi

         

 

 

Gabriella Frenna, Regina Nefertiti, pref. Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-18-9, mianoposta@gmail.com.

 

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Domenico Minardi, "Quand 'ca sémia burdèl"

11 Dicembre 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

 

 

 

Quand ’ca sémia burdèl (“Quando eravamo ragazzi”)

Domenico Minardi 

Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

«Sfogliando la tua vecchia agenda dove negli anni hai fissato le immagini più significative della tua vita, abbiamo scelto alcune delle tue più belle poesie e le abbiamo raccolte perché la nipote Daniela, quando le leggerà, possa conoscere la sensibilità del nonno» (Lucia e Giuliano, Natale 1980). Queste affettuose parole si leggono nell’incipit del libro di Domenico Minardi Quando eravamo ragazzi e ne spiegano la genesi letteraria: sarà infatti proprio la cara nipote, divenuta la professoressa Daniela Romanelli, a commissionare la pubblicazione dei testi alla Casa Editrice Guido Miano. Dalla data della dedica ad oggi sono trascorsi oltre quarant’anni, ma evidentemente il tempo non è nulla di fronte ai sentimenti autentici che albergano nei cuori delle persone veramente legate alla memoria dei propri cari: e questo libro, a sua volta, è assolutamente un’opera in cui la memoria è la protagonista principale.

Si legge anche, nel sottotitolo, che si tratta di Poesie nel dialetto di Castel Bolognese (tradotte qui ovviamente in italiano). Siamo dunque di fronte ad un genere letterario, da sempre classificato a parte rispetto alla produzione nella lingua del sì, senza che ciò - aggiungo io - debba necessariamente implicare un pregiudizio di valore. Indica, piuttosto, questa caratteristica idiomatica, la presenza di radici identitarie ben salde che affondano nella propria terra e nella propria gente, oltre che essere il modo di pensare e di vivere del microcosmo a cui appartengono.

Domenico Minardi (Castel Bolognese, 1923 - ivi, 2002) si era laureato in Medicina e Chirurgia veterinaria all’Università di Bologna, esercitando la professione fino agli anni ‘90. Ha insegnato matematica e scienze nelle scuole medie statali. Si è sempre dilettato a comporre e recitare poesie dialettali: c’è dunque da presupporre che in lui l’anima scientifica abbia sovente convissuto con l’anima umanistica e che i due aspetti culturali, spesso, ma a torto, messi in contrapposizione, nella sua esistenza, invece, si siano armonicamente sviluppati, integrandosi dialetticamente. Come adesso vedremo, nell’analisi critica delle sue liriche, le corde del sentimento sono in ogni composizione toccate delicatamente e con pudore, ovvero non gridate ed ostentate, ma chiaramente espresse perché ritenute vere, appartenenti alla sua storia, vissute senza alcuna retorica o nostalgico vittimismo.

Il punto di partenza di ogni lirica del poeta è sempre il passato, il rimpianto di ciò che è stato e che non potrà mai più essere: questa chiara coscienza del lavorio deterministico del tempo suscita in lui stati di commozione, nei quali il lettore può sentirsi coinvolto se ha vissuto le stesse vicende esistenziali, oppure se con l’immaginazione cerca di entrare nel mondo interiore dell’autore. Va da sé, come si diceva in precedenza, che la rivisitazione del passato implica automaticamente un viaggio, degli itinerari nelle dimensioni memoriali, letterariamente paragonabili alla proustiana ricerca del tempo perduto.

Altre componenti non entrano in tale scrittura, per cui si potrebbe pensare ad un’ispirazione monotematica - ed in parte è così - ma solo in parte, poiché Minardi allarga poi lo sguardo sulla civiltà contadina, la campagna, l’infanzia come da lui vissute, certamente, ma da individuali le sue immagini si trasformano in universali, storiche di uno spaccato della nostra società, dal momento che hanno rappresentato una fase del nostro vivere.

Va sottolineato ancora che il carattere fondamentale della sua poesia trae prevalentemente origine da esperienze autobiografiche, dunque soggettive, tuttavia trasformate in temi e miti comuni e ricorrenti anche in autori maggiori della nostra letteratura: il mondo agreste e sensitivo della natura, con gli affetti familiari e l’attaccamento alla terra di pascoliana elaborazione; l’idealizzazione della giovinezza come l’età della felicità temporanea e illusoria, presente negli idilli leopardiani e nella narrativa di Pavese. Ed inizierei proprio dai ricordi dell’infanzia e giovanili la disanima particolare dei suoi testi. C’è la titolazione di una lirica, Quando eravamo ragazzi - che non a caso dà il titolo alla raccolta - paradigmatica di altre dello stesso genere, che racchiude il bisogno profondo, sentito, quasi una necessità vitale, di riandare indietro nel tempo, di rivivere ad occhi aperti quegli anni e quei sogni: nelle sei quartine della poesia agili immagini e pennellate di espressioni visive ci raccontano di una capanna di lamiera sopra un fosso, il centro d’incontro dei ragazzi della contrada, centro di giochi infiniti e un drappo sventolava sopra di essa, come una bandiera di riconoscimento. Tutto era bello, dice il poeta: fare a botte per un amico, rincorrere il treno a vapore, cantare nel silenzio della notte, cacciare con le fionde, divertirsi con poco. Ora di quei ragazzi qualcuno non risponde all’appello, se li è portati via la morte; ma ecco la speranza: «…in alto sulla capanna / c’era un pezzo di latta con su stampato un cuore: / il cuore dei ragazzi della mia Romagna / che dopo morti sembra che vivano ancora».

 Un’altra rievocazione gioiosa dei giochi d’infanzia la incontriamo in Speranza: il poeta ricorda un gran correre spingendo una giostrina e sempre si correva per guadagnarsi un bel giocattolo, l’oggetto preferito di quell’età. E nell’ultima strofa una semplice riflessione ci svela la sua visione ottimistica della vita: «…Tutto quel correre, da grandi dura ancora / perché nella vita manca sempre qualche cosa: / quel giro che da ragazzi facevamo allora / dura sempre, ed è sempre bello!».

Nelle sei quartine de La statuina le memorie del poeta assumono toni pascoliani, legati alla poetica delle piccole cose, del ‘fanciullino’ e degli affetti domestici: ne è occasione il ritrovamento in soffitta, dentro una vecchia scatola, di una statuina rotta del presepe. Ciò lo riporta ai Natali trascorsi, alle battaglie con le palle di neve, ai primi biglietti d’amore nascosti nelle pagine di un libro, alle calze appese al camino per l’Epifania, alla mamma che gli rimboccava le coperte… Una ricostruzione delle atmosfere natalizie piena di pathos e di emozioni, per successivamente ricostruire in tre versi le gioie della vita: «... e poi ecco la pagina più bella: / la mia donna e poi le carezze della mia bambina / e l’interminabile rosario della nonna».

La cascata dei ricordi di Domenico Minardi è inesauribile: ora è la volta della Vecchia Pocca, «una località della campagna di Castel Bolognese, con un bel bosco, una radura per i balli e una fresca fontana di acqua sulfurea» dice la nota a piè di pagina. Era una meta frequentata dai ragazzi del borgo, sempre «in bolletta» sì, ma a vent’anni avevano quello che era necessario per essere felici: la voglia di cantare, le ragazze, l’amore. Ora è rimasta solo la fontana, e la consapevolezza, con «il groppo in gola», che quell’età e quel mondo non potranno più tornare.

Quando eravamo ragazzi, intesa come scrittura del ritorno alla giovinezza, è il binario sul quale si muove il convoglio di Domenico Minardi anche quando l’accento si sposta maggiormente sul tema del legame con la terra natale: esaminando alcune liriche di questo genere risulterà subito evidente il vincolo con le radici. La voce del gallo risuona nella campagna e diviene occasione per rievocare le origini mai dimenticate: «… Oh, bel gallo della cavéja canterina / fammi contento, fammi tornare fanciullo / fa che baci la terra di Romagna, / che riveda il campanile della mia Castello!». Campagna, nell’ottava d’esordio, è lirica realistica ed efficace, con le sue immagini rudi ed evocative, per stendere un elogio alla civiltà contadina, poiché è lì, in mezzo a quel mondo, che si trova l’armonia e la felicità degli affetti: «Una bicocca fatta da cent’anni, / una porta sgangherata, due finestrelle, / un nastro rosso per tener lontano il maligno, / un pozzo nell’aia, un abbeveratoio, un acquitrino, / una pagliaia con due buchi in mezzo, / un aratro vecchio, una botte già sfasciata, / colombi che si levano con degli svolazzi, / una scrofa nel fango là sdraiata...». E dopo tale elencazione sparpagliata di oggetti alla rinfusa, nell’altra ottava che chiude il canto, il poeta afferma con candore: «... basta una carezza fatta di sera / per essere contenti e vivere in fortuna!».

Le liriche Ritorno e Ritorno in Romagna coniugano il verbo forse più caro all’autore: rivisitare i luoghi natii, le favole in cui allora si credeva, riavvicinarsi al calore dell’antico casolare, risentire il profumo della campagna, ascoltare il cuore della Romagna. E sentirsi in amicizia con le piccole creature della natura, il grillo, la lucertola, la cicala, la cavalletta: un mondo pre-industriale, pre-tecnologico e pre-virtuale, amato così intensamente da essere rimasto attaccato profondamente all’essere, alla materia e allo spirito di questo suo figlio.

E ancora, infine, ritornare Fuori nella notte a contemplare «... il colore del sangue della tua Romagna, / della terra che ti aspetta per accoglierti, / della terra che ti vide correr bambino». Qui il poeta vive un rapporto madre-figlio con la sua terra, che potrebbe provenire quasi da un substrato onirico, se non addirittura psicanalitico, o, più semplicemente, riesce ad essere se stesso solo in tale dimensione.

L’amore che ha sempre sorretto la vita di Domenico Minardi si è concretizzato, oltre che nel rapporto coniugale, anche con la nascita della figlia Lucia e con la venuta della nipote Daniela, presenze importanti che lo hanno ispirato poeticamente: ne abbiamo qui testimonianza nelle liriche A mia figlia e A Daniela. Emerge dai versi un grande senso di tenerezza e protezione nei loro confronti ed anche la sincera ammissione di un errore, cioè di averle avvolte troppo nel mondo delle favole per tenerle al riparo dai mali del mondo: l’affetto col quale è stato ricambiato è segno invece di un modello educativo vincente.

Enzo Concardi

 

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L’AUTORE

Domenico Minardi (Castel Bolognese, 30 marzo 1923 - ivi, 13 marzo 2002) si è laureato in Medicina e Chirurgia veterinaria all’Università di Bologna. Ha esercitato la professione veterinaria prima a Casola Valsenio e poi a Castel Bolognese fino agli anni ‘90. Dagli anni ‘60 in poi ha anche insegnato nelle scuole medie statali matematica e scienze. Membro della rivista “La Piè”, si è sempre dilettato a comporre poesie dialettali tanto da essere invitato a declamarle in numerosi convegni e trasmissioni radiofoniche dedicate. Alcune poesie sono state anche pubblicate in antologie della letteratura italiana.

 

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Domenico Minardi, Quand ’ca sémia burdèl (Quando eravamo ragazzi), prefazione di Enzo Concardi, postfazione di Pier Guido Raggini, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-11-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Nicola Crocetti e Davide Brullo, "Dammi un verso anima mia - Antologia della poesia universale"

10 Dicembre 2023 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Nicola Crocetti e Davide Brullo
Dimmi un verso anima mia - Antologia della poesia universale
Crocetti Editore - Euro 50 - Pag. 1250

 

Dopo Poesie da spiaggia realizzato con Jovanotti, Nicola Crocetti sceglie un altro compagno d’avventura (Davide Brullo) per compiere un progetto ambizioso come un’Antologia della poesia universale, partendo dagli albori della lirica indiana, cinese e atzeca per arrivare a Vera Linder e Blu Temperini, passando per Thomas Eliot e Tristan Corbière, senza dimenticare la grande poesia italiana, greca, tedesca, orientale e sudamericana. Le introduzioni dei curatori sono già poesia, forse sarà uno dei rari casi in cui le prefazioni si leggono, ché sono importanti e pesanti, con Crocetti e Brullo alla ricerca non del tempo perduto, ma del motivo per cui si scrive ancora poesia, cercando di negare la presunta inutilità della forma letteraria più nobile.  Crocetti, per motivi di nascita, nutre particolare predilezione per la poesia greca, che traduce da anni, quindi dedica molte pagine dell’introduzione a presentare Ghiannis Ritsos, poeta comunista ribelle al regime dei colonnelli, ma anche l’immenso Kavafis e il grande Kazantzakis (autore di un’Odissea contemporanea). Cercare di far leggere poesia - sembra dire Crocetti con le parole di Ulisse - sarà anche una battaglia persa in partenza, ma proprio per questo dobbiamo combatterla. Brullo, invece, sceglie un registro lirico per introdurre alle atmosfere di un libro che va letto come si sfoglia una carta del cielo, aprendolo a caso, cercando un verso, seguendo il ritmo d’un poema. E qualcosa manca di sicuro in questo libro, pur denso, pur corposo, 1300 pagine scarse con indice dei nomi, bibliografia, persino i traduttori indicati in calce alle liriche. Ma noi non siamo frustrati, non andremo alla ricerca di chi manca, ci sentiamo puri di cuore, consapevoli che l’assoluto si tiene a debita distanza dalle statistiche e dai grafici di copie vendute. Ergo, ci limitiamo a stupirci, con Brullo, e ci meravigliamo pure leggendo il nostro microscopico nome sotto una poesia dell’immenso Nicolas Guillén (Parole nel tropico), poeta nazionale cubano di cui abbiamo tradotto ogni lirica, pubblicando con Il Foglio Letterario due enormi volumi che nessuno ha letto. La miglior definizione dell’Antologia della poesia universale sono le parole di Brullo, direttore di Pangea e Magog: “La poesia celebra la vita, addestra a morire. Questo non è un libro: è un incendio, un immenso atto d’amore”. Lo stesso amore che Crocetti prova per la poesia da sempre, genere letterario che ha portato per anni in edicola (dal 1988) con la rivista Poesia, serbatoio inesauribile per la realizzazione di un inestimabile prodotto antologico. Se avete un amico che ama la poesia è il dono di Natale perfetto, intelligente e inesauribile. Per me sarebbe il regalo ideale.

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Francesco Terrone, "Le valli del tempo"

9 Dicembre 2023 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Francesco Terrone

 

LE VALLI DEL TEMPO

 

 

Francesco Terrone è nato a Mercato San Severino (SA): è autore di numerose raccolte di poesia. La sua produzione poetica è trattata in varie opere pubblicate da Guido Miano Editore tra cui Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento, vol. IV (2015), Itinerario Organico delle Critiche Letterarie alle Poesie di Francesco Terrone (2016). Dizionario Autori Italiani Contemporanei (2017), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Francesco Terrone.

Le valli del tempo (G. Miano Editore, 2015), la raccolta di poesie di Francesco Terrone che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una premessa dell’Editore ed è suddivisa in cinque parti che sono precedute ciascuna da uno scritto introduttivo.

I suddetti brani sono: L’incanto della memoria nei testi di Francesco Terrone e Juan Ramòn Jiménez a firma di Angela Ambrosini, Le problematiche dell’essere in Francesco Terrone e Jorge Gullén della stessa Ambrosini, Il tema dell’amore nei testi di Francesco Terrone, Franz Werfel e Martinus Nijhoff di Guido Miano, Il percorso della spiritualità in Francesco Terrone e Guido Gezelle di Enzo Concardi e Il tema della Natura Medicatrix in Francesco Terrone e Johannes Bobrowski di Fabio Amato. Seguono, in appendice, la prefazione al libro Pitagora, sempre opera del Nostro, intitolata Una poesia “interlocutoria” a cura di Gaetano Iaia e la presentazione al libro Via Crucis di Giuseppe Agostino Arcivescovo Emerito di Cosenza-Bisignano.

Tutti i componimenti racchiusi nel volume presentano il titolo della raccolta da cui sono tratti e l’anno di pubblicazione.

Quindi il testo può considerarsi un’antologia di poesie composta da eterogenee composizioni della copiosa produzione di Terrone pubblicate prima del 2015.

Si prenderà in considerazione la sublime poesia eponima situata nella terza scansione, componimento rarefatto e concentrato verticale tout-court in quanto alcuni versi sono composti da un solo vocabolo. Si tratta di una poesia luminosa e magica, icastica e leggera che sorprende nella sua metafisica bellezza in un panorama come il nostro dominato dagli sperimentalismi e dai neo - orfismi.

 Vale la pena riportare integralmente il testo perché si tratta davvero di un momento alto nella sua chiarezza ed è doveroso mettere in rilievo che la composizione è tratta dalla raccolta Pitagora del 2014. Ecco la poesia: «Bagno / le mie mani / nell’acqua / delle tue acque / ed accarezzo / la vita / che da secoli / riempie le valli / del tempo. / Leggere diventano / le mie mani / come ali / spiccano il volo / e conducono / il mio cuore / verso / l’infinito mare / verso / l’infinito amore» (Le valli del tempo).

Protagonista del componimento sono le mani dell’io - poetante in questa poesia neolirica come del tutto neolirica è la cifra della poetica di Terrone di raccolta in raccolta.

Quando il poeta dice con urgenza di bagnare le sue mani nell’acqua delle acque del tu al quale si rivolge si assiste ad un interanimarsi mistico-naturalistico dell’io poetante con lo stesso tu al quale si rivolge del quale ogni riferimento resta taciuto e che è presumibilmente l’amata.

Del resto l’archetipo dell’acqua riporta ad amniotiche fonti dalle quali sgorga la vita. Sembra di uscire dal tempo lineare leggendo questa composizione e questo è un fatto affascinante quando il poeta afferma di accarezzare la vita che da secoli riempie le valli del tempo ed è detto l’infinito non a caso come attimo dell’atemporalità che sottende l’intero componimento.

Raffaele Piazza

 

 

 

Francesco Terrone, Le valli del tempo, a cura di Angela Ambrosini, Guido Miano, Enzo Concardi, Fabio Amato; Guido Miano Editore, Milano 2015, pp. 84, mianoposta@gmail.com.

 

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