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poesia

Valore  morale  delle  radici  e  amore  per  la vita  nella  poesia  dialettale  di  Domenico  Minardi

3 Marzo 2024 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Domenico Minardi

 

QUAND ’CA SÉMIA BURDÈL

 (Quando eravamo ragazzi)

 

 

 

È noto come il processo di crescita personale di ognuno comporti un distacco inevitabile dal proprio contesto adolescenziale, necessiti di una sostanziale “rottura delle radici” quale premessa della maturazione intellettuale-morale, quale condizione irrinunciabile per la conquista di una sana autonomia individuale, contraddistinta in seguito da aspirazioni ideali, progetti di vita, programmi di lavoro, impegni umani e professionali progressivamente meglio definiti, più precisamente determinati.

Nella stagione dell’esistenza in cui sembra attenuarsi tale tensione progettuale, quando si avvicina l’età della pensione, appare spontaneo il bisogno di tornare indietro nel tempo, di “ricomporre le radici”, di riappropriarsi delle antiche esperienze, in un delicato recupero memoriale vòlto ad assicurare loro una collocazione adeguata all’interno di un itinerario, i cui valori si intende consegnare ai discendenti, chiamati alla funzione di una preziosa, confortante testimonianza, come credo sia capitato al medico veterinario Domenico Minardi nei riguardi della figlia Lucia e della diletta nipote Daniela, le quali hanno curato la pubblicazione per i tipi dell’Editore Guido Miano di una raccolta di versi originariamente redatti nel dialetto nativo della Romagna faentina, e specificamente in quello di Castel Bolognese, e poi accompagnati dalla traduzione in italiano. Il libro si intitola dal componimento incipitario Quand ’ca sémia burdèl (Quando eravamo ragazzi): “Tot’gnì quèl l’era bon: cun un scjòp rot / andimia a càza par ciapé un usél: / par un amìg us potèva fer al bôt / cun gnìnt ’as divartèma e l’era bel! / L’era bel a corer drì e vapòr / ’che fiscjéva e us pardéva a fè d’la strȇ, / l’era bel t’la not, senz’armòr canté, / cardénd d’essar guinté di ré” (“Ogni cosa era buona: con un fucile scassato / andavamo a caccia per uccidere un uccello, / per un amico si poteva fare a botte, / con poco ci divertivamo ed era bello! / Era bello rincorrere il treno a vapore / che fischiando si perdeva in fondo alla strada, / era bello nel silenzio della notte cantare, / sognando di essere diventati dei re”).

Un grande storico francese, Lucien Febvre, ha sostenuto che gli uomini non ricordano mai meccanicamente la loro storia, bensì la rielaborano sempre, ripensandola in base alle nuove problematiche etico-civili che il tempo presente propone di continuo; ritengo che qualcosa di analogo avvenga anche nella memoria del singolo, che si rivela giocoforza selettiva a seconda delle sollecitazioni psicologico-affettive dell’età adulta: “Era un correre per comprare un pallone, / una ciambellina, un bel trenino; / ci sfiatavamo a soffiare in una grossa piva, / ci facevamo in quattro per avere un bel giocattolo. / Tutto quel correre, da grandi dura ancora / perché nella vita manca sempre qualcosa: / quel giro che da ragazzi facevamo allora / dura sempre, / ed è sempre bello!” (Speranza, da ora citando solo in lingua). Ne consegue un’indubbia curvatura nostalgica: “Voglio tornare a cantare senza pensieri, / voglio tornare in braccio alla mia mamma, / voglio ancora correre quei sentieri / e cantare gli stornelli alla castellana”, La voce del gallo), con prevedibili esiti “idillici”: “Quando crescevano tanti e tanti bimbi, / con le mani che abbracciate al cielo / sembrava cercassero una loro strada: / una strada in un mondo che fosse sempre bello!” (Ritorno).

L’autore sa comunque costruire il discorso lirico in una forma più complessa, poiché non elimina le note malinconiche (“Quando ti guardo, o bella fontanina, / mi sovviene il ricordo di un mondo che non può tornare: / l’avevo in mente l’altra mattina / e mi venne il groppo in gola”, Vecchia Pocca), curando l’esattezza delle rappresentazioni descrittive (“Il grillo scappa via quatto quatto / la lucertola è distesa al sole, / la cicala chiacchiera inquieta, / la cavalletta si è librata in volo”, Ritorno in Romagna), aprendosi altresì – in testi come Un intervento o Chiamata notturna – a situazioni di curioso divertissement, che assicurano alla silloge varietà tonale e felice equilibrio compositivo. D’altronde, nonostante che la vita ci riservi prove e dolori, la stessa non è mai priva di splendide sorprese: “Un giorno mi ha sfiorato la morte in una cantina / e poi ecco la pagina più bella: la mia donna / e poi le carezze della mia bambina / e l’interminabile rosario della nonna” (La statuina).

Floriano  Romboli

 

Domenico Minardi, Quand ’ca sémia burdèl (Quando eravamo ragazzi), prefazione di Enzo Concardi, postfazione di Pier Guido Raggini, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-11-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

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Fabio Dainotti, "L'albergo dei morti"

2 Marzo 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

Fabio Dainotti

 L’albergo dei morti

 

 

L’albergo dei morti è una miscellanea di liriche del poeta, nativo di Pavia, Fabio Dainotti, poi trasferitosi al Sud – una sorta di emigrazione a rovescio – e stabilitosi a Cava dei Tirreni nel Salernitano. Il libro ha visto la luce nell’ottobre del 2023 ad opera di Manni Editori. Stranamente non vi si legge una prefazione, mentre Nicola Maglino è il curatore di una succinta postfazione. È  proprio qui che possiamo apprendere alcune notizie sugli interessi culturali del poeta, o almeno su alcune letture giovanili degli endecasillabi di Camillo Sbarbaro, delle perplessità letterarie di Sergio Corazzini, di un paio di opere di Arthur Rimbaud: Vocali e Battello ebbro, così come dell’incontro fecondo con il romanzo di Alain Fournier Le grand Meaulnes, in cui trovò un’immedesimazione ideale con i sogni, i progetti, le illusioni dell’adolescenza. Interessi che si allargarono al cinema (film di Bergman) e alla musica classica (Bach, Mozart, Beethoven).

Nonostante l’acquisizione di un certo spessore culturale, il linguaggio poetico di Dainotti non è influenzato, se non in minima parte e marginalmente, da strutture metriche e costruzioni stilistiche accademiche o complesse, frutto di un labor limae sulla parola: possiamo considerarlo certamente un cesellatore istintivo, primitivo e naif, ovvero un poeta dall’ispirazione spontanea, diretta, senza mediazioni intellettuali. Il lessico volutamente non curato, assume forme spesso sperimentaliste accessibili tuttavia alla massa dei lettori, che si possono ritrovare in questo cantore del minimalismo quotidiano specchiati nei loro reconditi pensieri. I suoi nonsense rappresentano accostamenti imprevedibili, sorprendenti di immagini analogiche e sinestetiche, mentre altri termini diminutivi rimati e le atmosfere a cui ci rimandano sovente le sue creazioni, sono indubbiamente di sapore crepuscolare, sia nel significato poetico del termine (tendenza letteraria del primo Novecento), sia nel senso etimologico, ovvero aggettivo di crepuscolo, che tende al tramonto, al termine della vita terrena.

Le sue creazioni poetiche, talora con la misura dei brevi poemetti, sono altrettanti quadretti di vita vissuta, intrisi di autobiografismo, di rimpianti memoriali per la giovinezza trascorsa e non più revocabile, di ‘racconti’ di affetti familiari non retorici ed originali, di raffigurazioni di una serie di personaggi pervasi in gran parte da un indefinito senso di fallimento esistenziale, portatori di esistenze ‘sgangherate’, del contemporaneo ‘male di vivere’, quasi catalogabili – con diverse motivazioni – alla stregua dei ‘vinti’ verghiani, ma senza l’afflato storico-drammatico dello scrittore catanese. Il titolo del libro non è ovviamente beffardo, ma reale, poiché quasi tutte le sue figure ritratte sono già morte e questo albergo dei morti gli appartiene, è il luogo dove può radunarle, ricordarle, sempre con affetto e grande sentimento, anche quando l’ironia o la satira sembrano indicare l’opposto. Lui si sente quasi un sopravvissuto precario a parenti e amici defunti, coi quali rimane un legame indissolubile. L’umanità dispersa di Dainotti rappresenta l’anelito ad andare oltre, all’amore, al fondo dell’umano per sentirci tutti insieme in questa avventura terrena misteriosa ed inesplicabile: «La bianca gleba sotto i ginocchi / pastosa, friabile avevo; / ma vuoto il cielo, se alzavo gli occhi; / Signore non ti vedevo» (Un cielo vuoto).

Tra i versi più significativi del ‘male oscuro’ esistenziale si trovano questi: «... dover andare dove / non ti aspetta nessuno / quanti fiori ho calpestato / quanti amori ho rifiutato» (Viaggi); «… e moriamo ogni giorno, ogni momento; / ma il faut tenter di vivre (verso di Paul Valery), sì, tentare / di vivere sapendo di vivere” (L’albergo dei morti); «Distesi sotto terra, allineati / o sovrapposti, a strati, / allungati, con le mani in croce; / placidi, con la luce / fioca del sorriso, / ci aspettano laggiù i nostri morti» (Musica d’altri tempi); «... E non ci andrò mai più in quella casa, / dove c’eri tu, la mia seconda madre, madre buona, / dove risuonava la tua voce, / come una musica dolce e segreta. // Tutto questo eri tu per me, per noi; / e ora che sei partita per sempre, con te / tutta la nostra casa è seppellita» (Lamento per la morte di Gina: epicedio non corale per l’amata zia Gina). Segnalo ancora Pioggettina, quadro naif di un interno; Sera, 38 pièces amoroso-esistenziali; Campane di Lombardia, commoventi nostalgie di gioventù; Novecento, accattivanti immagini dai tavolini d’un caffè; Ritorno, la perdita delle radici; Sospensione, il vuoto del non-amore; Cimitero marino, ironica poesia sul suo luogo di sepoltura in riva al mare.

Enzo Concardi

 

     

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Poesia 23 - Gennaio/Febbraio

24 Febbraio 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #riviste letterarie, #poesia

 

 

 

 

Poesia 23 - Gennaio /Febbraio
Crocetti / Feltrinelli
Pag. 130 - Euro 14

 

Poesia di Crocetti è diventata una rivista libro ormai da cinque anni, mantenendo la sua caratura internazionale e la volontà di presentare voci meno note della lirica mondiale accanto a poeti più conosciuti, pubblicati in traduzioni originali e fedeli. In questo numero si comincia con la scandalosa poesia di Forugh Farrokhzad (1934 - 1967) che sconvolge l’Iran con immagini intense di erotismo al femminile. Sono poesie degli anni Cinquanta che solo adesso escono per Bompiani grazie a Domenico Ingenito. Poetessa tormentata, una vita costellata da molti tentativi di suicidio, internata in manicomio, osteggiata dalla cultura ufficiale, muore a soli 33 anni in un incidente d’auto. Passiamo a Elena Švarc (Leningrado, 1948 - Pietroburgo, 2010), che si faceva chiamare Schwarz, tradotta da Alessandro Niero e presentata da Marco Sabatini, per rileggere il mito di Pietroburgo e Leningrado. Donna impulsiva e ribelle, interessata a teatro, musica e cinema grazie alla cultura della madre, resta una voce originale e fuori dal coro con la sua poesia provocatoria che trova spazio in patria solo dopo Gorbaciov (1989). Interessante una sua monografia su Gabriele D’Annunzio ma tutto il suo corpus poetico merita una riscoperta per complessità e profondità di temi. Uscito adesso per Bompiani Mattino della seconda neve. La terza poetessa che scopriamo è la russa Marina Cvetaeva (Mosca, 1892 - Elabugo, 1941), pure nel suo caso morte per suicidio. Un itinerario letterario orgogliosamente autonomo, lontano da mode e scuole, caratterizzato da poesia - fiaba tendente al folclore, poemi lirici, tragedie su temi attuali e lirica pura. Paolo Galvagni, che la introduce e traduce, afferma che buona parte della critica contrappone Cvetaeva ad Achmatova per il suo stile inquieto. Silvio Ramat ci fa riscoprire Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871 - 1919), un poeta non molto noto vissuto tra le Alpi Apuane e La Spezia, una gloria delle sue terre (dove spesso è stato ristampato da piccoli editori) che vanno dalla Lunigiana all’Appennino Modenese. “Poeta per intero, anche se non si rese mai conto dei suoi mezzi”, scrive Montale. I suoi temi sono la storia e la natura, soprattutto il racconto della tanto amata Luni, il metro preferito è il sonetto. Blu Temperini, invece, è una giovane poetessa, presentata da Davide Brullo in modo poetico e originale come un’autrice da leggere e scoprire, molto più antica di quanto non dica l’anagrafe e non in perfetta sintonia con il suo tempo. Geoffrey Chaucer è una lieta riscoperta che avrebbe fatto la gioia di Pasolini con i suoi Racconti di Canterbury presentati e tradotti da Massimiliano Morini. Nelle pagine successive apprezziamo - per contrasto - la poesia moderna e simbolista di Valeria Rossella (1953). Molto interessante Delmore Schwartz (tradotto da Angelo Guida) con il suo America! America! che ricorda Walt Whitman, grande poeta di cui ricalca lo stile. Un poeta del fiume Hudson, che si sente americano perché discende da immigrati, in una terra composta da immigrati, un ebreo di origine rumena. Il pezzo forte della rivista è la presentazione di un gioiello come Bei cipresseti, cipressetti miei - Poesie per bambini vecchi e nuovi, a cura di Nicola Crocetti e Vivian Lamarque, un libro prezioso nel quale il lettore potrà ritrovare le poesie amate nell’infanzia e nella giovinezza. La scelta di testi segue la prefazione poetica di Vivian Lamarque che va da parvemi riveder nonna Lucia a l’albero ove tendevi la pargoletta mano, fino a T’amo pio bove e la nebbia agli irti colli, passando per Fiocca la neve lenta lenta lenta. Bellissime le poesie pubblicate, da Il padre di Sbarbaro alle filastrocche di Scialoja, passando per Orfano di Pascoli, Goal di Saba (da sempre la mia preferita), fino a La noia di Cappello e Per lei di Caproni. Un libro da leggere e conservare. La rivista termina con Rudyard Kipling poeta, tradotto e presentato da Davide Brullo, che ammonisce il lettore in procinto di compiere un’esperienza nuova: “Per leggere Kipling bisogna entrare nel fango, camminare a piedi nudi, abbandonare il salotto”. La poesia di Kipling va cercata, individuata e apprezzata, perché si trova sempre nascosta nel racconto e nella fiaba.

Per ordinare: https://www.ibs.it/poesia-rivista-internazionale-di-cultura-libro-vari/e/9788883064111?queryId=4459a6053fb3e4fbd6521a5657525740

Gordiano Lupi
www.gordianolupi.it

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Zoé Valdés, "Anatomia dello sguardo"

23 Febbraio 2024 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

Zoé Valdès
Anatomia de la mirada
poesie d’amore e di esilio
Traduzione di
Gordiano Lupi

Ho tradotto quasi tutta l’opera poetica di Zoé Valdés, dalle rime giovanili de La gana sagrada e la prima raccolta consapevole Respuestas para vivir, fino a Tradurre la notte (dal francese, insieme all’amico Patrizio Avella), passando per Todo para una sombra e Breve beso de la espera. Sono un suo lettore assiduo di narrativa, dai tempi in cui Frassinelli e Giunti la pubblicavano in Italia (fine anni Novanta); mi sono innamorato di Cafè nostalgia, Te dí la vida entera e La nada cotidiana, romanzi che raccontavano tutte le contraddizioni di una Cuba post rivoluzionaria. Zoé Valdés è una scrittrice cubana che ha saputo rappresentare il dolore dell’esule e la tristezza dell’abbandono di una patria con gli strumenti della letteratura, traducendolo in poesia. Anatomia de la mirada comincia da José Martí e Juana Borrero, veri simboli poetici, perché (proprio come lei) si sono misurati fino alle estreme conseguenze con amicizia, amore e passione, esperimentando il tradimento, l’abbandono, persino l’esilio. La poesia fluisce languida sul filo del rimpianto per un paese perduto, soffusa di amarezza per una terra dove arrestano i poeti, per un mare lontano, irraggiungibile, per le strade d’una città che sono vive - proprio come il ricordo della madre - soltanto nel sogno. I versi passano da Parigi, con i caffè all’aperto e i locali dove non si incontrano più le persone d’un tempo, al pensiero della sua Avana perduta, luogo dell’anima dove libertà significa sogno, citando Kavafis, ricordando un Malecón illuminato dalle fioche luci della sera e da una luna malinconica. Zoé Valdés non rimpiange niente di Cuba, le restano poche cose: una figlia, un marito, i fratelli nel New Jersey, i suoi libri, i film, le poesie, un cugino all’Avana che sogna con la paura. Le poesie testimoniano il grande amore per la figlia Luna, adolescente irrequieta che sostiene in un dito la primavera, così diversa da lei (ma così simile alla nonna) che non è mai stata a un concerto rock e non possiede il suo accento francese. La raccolta passa senza soluzione di continuità dai toni sentimentali e dolenti, al ricordo per i genitori sepolti in un cimitero lontano, alla dolcezza per una figlia che cresce, al rimpianto per gli amici perduti, per un parco infantile soltanto da immaginare, per sfociare nella rabbia contro una dittatura che ha cambiato un paese, modificando il corso della storia, costringendo intere famiglie a un triste esilio. Amara la consapevolezza che aleggia sull’intera opera di dover morire senza poter tornare a guardare la luna alta nel cielo, gigante giallo, come una notte di tanti anni fa, sulla riva d’un bacio, innamorata e ardente, sul lungomare del suo paese.

 

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Valentina Marzulli, "Divenire"

6 Febbraio 2024 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Divenire di Valentina Marzulli (Eretica Edizioni, 2023 pp. 60 € 15.00) cattura l'energia ispiratrice dello svolgimento del tempo intorno al passaggio esistenziale del mutamento. La poetessa intuisce nel divenire qualcosa che diviene, nel movimento interpretativo della realtà, che si manifesta e si dissolve nelle contraddizioni emotive, non disperde l'essenza originaria dell'evoluzione passionale ma la rinnova. La visione ontologica di Valentina Marzulli accoglie la molteplicità della vita, dilata il contenuto incondizionato dell'amore, include la progressiva conversione attraverso l'illusoria provenienza delle aspettative e la concreta destinazione dell'assenza, realizza l'incessante necessità di presagire le espressioni del desiderio e la sospensione del sentimento, di riconoscere, nelle relazioni, l'intensità del coinvolgimento e di dare un significato profondo al qualcos'altro che anima la percezione sensuale della carnalità e la coscienza sincera della spiritualità. Valentina Marzulli concretizza il simbolico richiamo del passato nella concezione dialettica delle vibrazioni evocative del cuore, alterna l'indeterminatezza del silenzio con la risolutezza delle parole, scrive versi incisi nel carattere coraggioso ed efficace di una poetica che adotta il sentire in tutte le sue carismatiche declinazioni. Divulga la sconfinata estensione di ogni orizzonte sensitivo attraverso la viscerale, impulsiva e ineluttabile prospettiva dei ricordi, distende la deviazione impetuosa degli affetti nei provocanti intrecci lirici e romantici dell'anima, assapora l'inquieto profumo della malinconia, esplora l'intonazione suggestiva delle divagazioni autobiografiche, affianca alla riflessione sul cambiamento la conservazione autentica della speranza. Divenire svolge il suo insegnamento poetico intorno alla discordanza irrequieta degli interrogativi, evidenzia lo stridore dei contrasti, mostra il turbamento della fragilità, pone l'accento sui discorsi interrotti e sospesi, consuma la dolcezza dei baci e il fascino ineluttabile degli incontri, l'impronta infinita e imprevista del destino, oppone all'oscurità del vuoto la limpidezza dei giorni, mantiene la lacerazione delle ferite interiori, trattiene l'equilibrio della verità per lenire il dolore e saldare i margini di ogni guarigione. “Divenire” è tramutare le sensazioni provate e vissute lungo lo spostamento introspettivo del pensiero, è il valico che collega la prospettiva dinamica della trasformazione alla libertà di affidarsi alla vita e al suo sincero entusiasmo, sostiene la proiezione della consapevolezza. Valentina Marzulli invita il lettore a prestare attenzione e cura alle occasioni e a credere alla straordinaria forza delle corrispondenze, a imparare a sorprendersi e a svincolarsi serenamente da tutto ciò che non è più un giovamento e limita il nostro essere, a seguire l'indicazione positiva delle decisioni, a ricevere tutto ciò che accade e allontanare tutto ciò che vaga. La poesia di Valentina Marzulli approccia la metamorfosi dell'anima, fa spazio all'inarrestabile ribaltamento delle situazioni, nella dimensione seducente e sconosciuta  del diventare altro, fluisce naturalmente nel luogo simbolico del riscatto e della serenità che protegge l'identità sacra dell'amore, culla l'immutabilità del bene e tutto quello che resta.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

IL SUO VUOTO

 

Il suo vuoto

aveva il colore

di tutti gli occhi malati,

delle mani sgarbate,

del suo corpo

per sempre marchiato.

Il suo vuoto

era pieno di sale,

e di terra,

e di strappi,

e di piccoli pezzi di cuore.

 

STATO DI NATURA

 

Come acqua scorro,

turbolenta, tra i miei pensieri.

Come un sasso affondo,

tutta intera, tra le mie voglie.

Come un naufrago mi abbandono,

miserabile, ai miei tormenti.

 

CONTRASTI

 

Bianco.

L'orlo

del vestito

sul ginocchio.

Il seme

che si sparge

e cola piano.

Il cielo

che risplende

e, anche oggi,

scorre invano.

È nero.

 

AUT AUT

 

Vedere, non guardare.

Volere, non toccare.

Sentire, non pensare.

Capire, non parlare.

Amare.

 

 

UTOPIE

 

E domani amore,

             domani tu incontrami.

Lasciamo una volta,

              che la vita poi scorra,

              che la Luna rinasca,

              che il destino si compia,

che nei tuoi baci io muoia.

 

LE STELLE POI CADRANNO

 

Verranno giorni limpidi,

le nubi passeranno.

Al mare in pieno Agosto,

le stelle poi cadranno.

 

12 LUGLIO

 

Io non lo so

dove poi ce ne andiamo

quando smettiamo di esserci.

Dove finisce

tutto il nostro incessante pensare?

E tutti quei sogni, l'anima, i baci?

So di certo,

che quel mattino d'estate,

quando mi hanno chiamato,

io nel mio corpo esistevo

tanto quanto tu,

forse, dal tuo già te ne andavi.

Ed è stato un bene

che poi tu sia restato,

come avremmo saputo altrimenti,

in tanta confusione, dove ritrovarci?

La vita, come la morte,

è solo un passaggio,

così mi hai insegnato.

La prossima volta,

allora, ricordati di lasciarmi

il tuo nuovo recapito.

 

 

 

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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon

30 Gennaio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi, #poesia

 

 

 

 

Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, 2024.

 

Il presente lavoro si prefigge la finalità di ordinare il materiale costituito dai contributi della critica letteraria a commento delle opere poetiche di Maurizio Zanon. Il contesto nel quale si può inquadrare riguarda le principali tendenze contemporanee circa le metodiche degli aspetti filologici, circa le analisi comparative testuali, altresì in relazione alle varie interpretazioni scaturenti dalle diverse scuole di pensiero. Un autore attento a quanto è stato scritto su di lui, si dimostra sensibile all’importante ruolo che la critica letteraria svolge nella storia culturale, poiché percepisce che la comunicazione e la divulgazione dei messaggi insiti nella sua scrittura hanno bisogno di una mediazione tra il soggetto creativo e il soggetto ricettivo, comunemente identificato nel lettore. Non esistendo tuttavia un unico modello di lettore, ma tanti lettori ognuno con la propria preparazione culturale e con i propri gusti letterari, ecco la necessità di quella che abbiamo chiamato mediazione, che viene solitamente attribuita appunto ad un terzo soggetto, il critico letterario, che potremmo definire un lettore speciale che possiede gli strumenti esegetici per sviscerare integralmente o quasi, lessico e contenuti specifici del soggetto creativo.  

Maurizio Zanon, consapevole di tutto ciò, ha voluto dare alle stampe questa sorta di opera omnia della critica a suggello di una carriera letteraria che lo ha visto esprimersi soprattutto attraverso la poesia. Ed è da qui che partiamo, col definire ed inquadrare, seppur con una certa sintesi, i cardini principali della critica letteraria italiana, con cenni storici e tendenze attuali. Si potrà così acquisire una visione più pertinente delle basi culturali dinamiche dell’analisi critica ed applicarle, nello specifico, alle opere di Maurizio Zanon. (…).

C’è nella poesia di Zanon un filone d’ispirazione naturalistica, che visita i luoghi nei quali è attratto dagli incanti della natura, dalle misure cosmiche, dalle metamorfosi stagionali: non sono solo luoghi fisici, geografici, paesaggistici, dal momento che queste contemplazioni si trasformano, attraverso l’elaborazione del pensiero, in luoghi dell’anima e dello spirito e nasce così certamente una sorta di filosofia della natura. Accanto, c’è poi un viscerale attaccamento alle radici lagunari che, nel suo caso, sono cittadine e il suo rapporto duale, conflittuale con Venezia rappresenta un altro ceppo lirico di somma rilevanza, poiché mette in gioco le origini e il destino di quella che è la patria del poeta, che sfida i suoi sentimenti d’amore infinito, mostrando un volto diverso da quello desiderato dal figlio tradito. Nasce qui, invece, una specie di canto civile di sofferta testimonianza. Su tali tracce si muovono i critici analisti dei testi in tema, che suddividiamo in due parti. (…)

Sul filo del rasoio delle varie dimensioni temporali si sviluppano spesso i legami esistenti tra le nostre rimembranze in generale, i nostri vissuti sentimentali in particolare. Gli amori posseggono tutti l’itinerario che percorre l’oggi, ma con riverberi appartenenti a ieri e con proiezioni verso il domani. I grandi maestri del vivere umano insistono, nei loro insegnamenti di saggezza, sulle caratteristiche valoriali delle filosofie del tempo e dell’essere, sulla gestione sapienziale del panta rei da parte dell’individuo e dei gruppi umani. Così la letteratura e la poesia hanno sempre attinto a piene mani a queste tematiche, perché appartenenti alla vita concreta e a quella sognata. Così le opere di Maurizio Zanon riflettono tutte ampiamente una problematica direi quasi ineludibile per un poeta come lui, abituato a riflessioni profonde, filosofiche e nello stesso tempo attente ai cosiddetti “segni dei tempi”, ovvero agli stili di vita contemporanei. Così la critica ha registrato tali aspetti della sua poetica, mettendo in risalto la sua ricerca e il suo viaggio nell’avventura umana. (…).

Enzo Concardi

 

 

Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 100, isbn 979-12-81351-24-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Wanda Lombardi, "Opera Omnia" II Edizione

16 Gennaio 2024 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Wanda Lombardi

OPERA OMNIA

II edizione

 

Guido Miano Editore propone nella sua prestigiosa collana “Il Pendolo d’Oro” la seconda edizione dell’Opera Omnia di Wanda Lombardi, che raccoglie molte delle poesie pubblicate della scrittrice di Morcone (BN) nell’arco di un ventennio, permettendo al lettore di ripercorrere la sua felice parabola.

Va subito notato che si avverte appena il distacco che c’è tra le poesie proposte, che sono scelte da Miti e realtà del 2022 andando a ritroso nel tempo dell’Autrice fino alla sua prima raccolta Nel silenzio, che risale al 2001. Se distacco c’è, questo è solo temporale, non tematico. Si può davvero dire che a tutte le composizioni proposte, comprese le due raccolte di haiku (Nel vento dell'esistere, 2020, e Attimi lievi, 2018), è sotteso un robusto fil rouge che le unifica lungo pochi percorsi argomentativi, che Enzo Concardi, nel suo recente saggio Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi (Guido Miano Editore, Milano 2022), riassume in: «il tempo, il cosmo, l’oggi, il divino»; il tutto è passato attraverso il filtro della memoria, che purifica e rende limpido ogni pensiero e aiuta anche a comprendere come sia scaturita nella Lombardi la voglia di scrivere poesie.

L’alternanza dei toni delle composizioni contribuisce a tener viva l’attenzione del lettore. Sono toni a volte elegiaci, come nell’inizio di Vento inclemente: «Vento che con le foglie / i sogni porti via, la vita, / lasciami l’eco di un evento lontano / che in me poco visse, / crollato qual castello di sabbia!…» (poesia dedicata al ricordo della madre, cui, nel cinquantesimo della morte, la poetessa ha dedicato anche la composizione Mamma); tono che ritorna, ad esempio, nel finale di Sogni nel vento, in cui rimpiange i suoi «giovani giorni» ormai passati: «…Ideali smarriti in roveti spinosi / senza altro lasciare / della loro fuggevole esistenza / che lacrime». Altrove si trovano, invece, toni severi, tesi a difendere con ardore i propri sentimenti, come nel finale di Specchio: «… / Sol cosa grande / non riesce ad afferrare: / la mia sensibilità. / Essa appartiene solo a me, / non vacilla con gli anni / e non invecchia; / nessuno me la può sottrarre / o modificare, / né mai si perderà». Toni anche duri, quasi di ribellione, come in Turbini d’indifferenza, in Tempi assurdi e ne I mali del mondo, dove si legge: «…Ho visto l’onestà / come foglie marcire, / la viltà come gramigna diffondersi. / Travolti i sentimenti, diritti negati, / individualismo e parco pensare / per fretta di andare…». E toni leggeri, pacificanti, capaci di far sorridere, come in questo haiku: «Col buonumore / della vita s’accetta / ogni colore».

Il ricorso a differenti modalità espressive vivacizza la lettura. Echeggiano qua e là delle similitudini esplicite, a volta struggenti (come in Canto: «…Qual pianta che al gelo non s’arrende / e nella sua invernal secchezza / risparmia forze per svegliarsi in pienezza, / così il pensier mio, da scosse contrastato / minuzie varie adorna / da render singolari; / a volte diamanti appaiono / dalle molte varietà, / altre echi sottili risonanti qua e là…»). Altrove invece si trovano similitudini implicite, nascoste: leggere, come in Una nuvola, o nostalgiche, come in Ora che… E non manca mai il ricorso al colloquio interiore – un esempio per tutti si ha in Mio cuore.

Pur con l’alternarsi di poesie di media lunghezza (in genere non più d’una pagina l’una) e delle brevi terzine che compongono ciascun haiku, prevale su tutto l’unità dell’ispirazione dell’Autrice, che nelle pur diverse forme delle sue composizioni avvince il lettore con la chiarezza del suo esprimersi. Anche quando il colloquio col lettore prende i toni dell’esortazione – quasi a richiamare la funzione pedagogica svolta dalla Lombardi nei suoi anni d’insegnamento – come nella breve poesia Umanità: «Abbandonare l’egoismo o il rancore / e vestirsi di bontà / per accogliere in braccia d’amore / il dolore a te accanto, / e nel fonderlo col tuo / un conforto trovare, uno sprone / per proseguire con l’altro / nel mai sopito sogno / di dialogo e di pace». A proposito di insegnamento, non sfugge a chi legge che diverse poesie sono basate sugli studi dell’Autrice, che li richiama con immagini dipinte senza manierismo in diverse composizioni, come Ad Afrodite, A Nike àptera (Alla vittoria senza ali), Ricordando Cassandra; altre figure mitologiche o storiche compaiono qua e là, come il Nettuno de L’invidia, gli Argonauti e le Vestali (citati in Non scriverò…), o Tito Livio (ricordato in Ruderi): figure rievocate soprattutto nella seconda sezione della raccolta, che riprende la silloge Volo nell’arte del 2021. Reminiscenze che sono «…Perle, / di cui si è persa la memoria» (ultimi due versi di Perle del passato).

Si può ben concludere con l’osservazione di Maria Rizzi, nella Prefazione ad Opera Omnia di Wanda Lombardi: che «... i poeti scrivono di soppiatto, quasi all'insaputa di se stessi» (p. 8); una osservazione che sottolinea insieme la freschezza quasi inconsapevole della poesia dell’Autrice e la sorpresa che i suoi versi destano a ogni pagina per il lettore, che facilmente può riconoscersi in essi. Del resto, è famoso il detto di Salvatore Quasimodo, che «la poesia è la rivelazione di un sentimento che il poeta crede che sia interiore e personale, che il lettore riconosce come proprio»; e qui sta anche il segreto fascino della poesia della Lombardi, che sprona proprio alla lettura.

Marco Zelioli

 

 

Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Maria Antonietta Rotter, "Tempus fugit"

13 Gennaio 2024 , Scritto da Luisa Martiniello Con tag #luisa martiniello, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Maria Antonietta Rotter

Tempus fugit

 Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

 

Il titolo di oraziana memoria, a sua volta erede del πάντα ῥεῖ eracliteo, nelle liriche della poetessa Rotter assume nei colori delle stagioni la sua percezione più incisiva: la neve invernale, i candidi e lievi fiocchi, divenuti «manto» con il loro peso spezzano «quel ramo vecchio» e l’evento è rimarcato dalla similitudine «come accade a un cuore/oppresso da un fardello di dolore».

Le voci dell’autunno si odono nel «vento» personificato, «che spettina i capelli», nei «mulinelli di foglie gialle / verdi fino a ieri», nella «nebbiosa coltre» che tutto ricopre.

Il male di vivere montaliano nella “foglia accartocciata” diviene compartecipe dolore della poetessa nel «feroce ghigno», nelle «armi brandite per straziare» le donne che «non sono erbacce da strappare via».

La morte, «discreta come amica», la sente al fianco e deve poter prendere per mano e dire: «adesso andiamo», a quella soglia senza aver paura.

Nella lirica Ricchezze, al ricco di turno la poetessa fa notare: «non puoi comprarti un alito di vita / quando il tuo tempo sarà terminato».

Il ciclo della vita e della morte ben si staglia in quello che può a primo acchito far pensare a una filastrocca con le soppesate rime, una «melina» si chiede perché è nata, dal vecchio e saggio tronco ha una risposta: nessuno nasce invano. Nell’inverno diviene «cibo a un uccellino /… al suolo, lo fu di un topolino /…. e sotto foglie morte / si mise per dormire ad aiutare il melo / a marzo a rifiorire».

In Temporale notturno la metafora sinestetica di memoria pascoliana “un gran pianto” diviene «un gran pianto di ciliegie rosse» dopo la burrasca: la morte è nelle cose e il colore rosso rimanda non solo alla maturità del frutto, ma alla sua vulnerabilità, quella stessa che è nel tormento prima della caduta della maggior parte delle foglie d’autunno. La rotacizzazione rende più crudo e sonoro il quadro: scarruffato, burrasca, torceva i rami… spezzava qualche frasca.

A rendere più acuto il dolore delle assenze in Casa di ombre, «risuona il piede / dentro il vuoto!».

Il passato e il presente si specchiano, l’infanzia passata velocemente è resa con due similitudini: «come un alito di vento / come una scia di barca che si chiude». Così una promessa di ritorno è associata al Fiore di spino, che diviene «veleno amaro nel suo profumo lieve». La rivisitazione dei luoghi del cuore offre uno spettacolo deludente del grande oleandro, anch’esso connotato dal profumo amaro: «il pozzo è abbandonato, / tu disseccato e morto / e tutt’intorno è pieno / solo di solitudine e sconforto». Ciò che è stato non ha più vigore, è soggetto alla legge della trasformazione, della solitudine palpabile. Così nel cassetto dei ricordi lettere d’amore che vanno in cenere, lasciano solo  «una favilla» che ancora scotta nel cuore e la vita è resa pienamente con la metafora del viaggio: «quando hai ben appreso le leggi del volante, / la macchina si ferma», per il viandante «dalle molte speranze inavverate». Lo scoramento per un mondo privo di umanità, ricco di solitudini, di compiti e ruoli demandati si legge nel non voler vedere dei vecchi, utili una volta, ora soppiantati da nonna tv. Si è reciso anche il filo di lana della nonna, il «filo della memoria», sì che la vita vissuta è paragonata ad una «vecchia barca sulla spiaggia» e Villa Regina, ritrovo di «ex della vita» abbandona ogni passato nelle mani giovanili stipendiate. Con i suoi colori variabili per stagioni, rapiti alle cose accarezzate, il vento, simbolo più consono del «tempus fugit», ci lascia con il colore dei crisantemi, il colore del perpetuo autunno della vita.

Luisa Martiniello

 

 

Maria Antonietta Rotter, Tempus fugit, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-00-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Carla Malerba, "La milionesima notte"

12 Gennaio 2024 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

La milionesima notte di Carla Malerba (FaraEditore, 2023 pp. 64 € 12.00) è una raccolta poetica delicata e preziosa che consegna la sottile inquietudine di un tempo in bilico, arreso ai titoli delle sezioni che compongono la silloge. “Attese”, “Segnali”, “Tracce”  danno già il significato interpretativo del percorso introspettivo dell'autrice e delineano l'espressione ermeneutica delle parole. Carla Malerba affronta la consuetudine insistente e ossessiva della vulnerabilità umana, comprende la dolorosa invariabilità dell'inconsistenza, subita nell'assenza, canta la superficie delle emozioni, descrive la percezione della malinconia e la consapevolezza della proiezione inesorabile della fragilità, insegue la luminosa nostalgia del desiderio, contro la crudele vacuità del tutto. Diffonde l'inclinazione del suo pensiero poetico, attinge nella risorsa spazio-temporale dell'attesa l'indicazione positiva per accogliere l'evoluzione dell'anima, esplora la forza inalterabile dell'invocazione, intonata alla toccante solennità della propria sensibilità, nel vivo clamore di ogni risonanza, capace di amplificare l'oscillazione delle immagini nell'inabissamento prolungato della memoria, di rimuovere l'intervallo incerto e indolente della dissolvenza. Concentra l'illuminazione di una trasmutazione vitale, cerca con energica fermezza di oltrepassare l'indefinita e assorta provvisorietà per poter infine manifestare le indicazioni della gioia, attraversare il confine silenzioso di un epilogo e di un nuovo principio. La poesia di Carla Malerba si posa lungo gli argini dell'oscurità, nell'indugio esitante delle notti insonni, nella mancanza, nella speranza fiduciosa di poter recuperare l'agilità della vita. Nel torpore del succedersi tra il giorno e la notte la protettiva salvaguardia dei luoghi familiari subisce un restringimento, ma il segnale inequivocabile della presenza consola e incoraggia la conversazione dei pensieri, valica la fenditura degli eventi angosciosi degli ultimi anni, affianca l'epifania del vivere e del morire. La milionesima notte conta la progressione della parabola esistenziale, include la disorientante discordanza delle reazioni dell'uomo, spiega l'inafferrabile solitudine della comunità, commenta il lento affievolimento delle relazioni nel tentativo vano del loro annientamento, trasferisce la mutevole e indefinita destinazione della psiche nelle confessioni delle percezioni intime e confidenziali. Carla Malerba riscatta il proprio turbamento attraverso la pacatezza dei versi, guida la trasparenza sensibile della funzione disvelativa della sua poesia. Legge la propria realtà nelle pagine tracciate dalla tenerezza dell'inconscio, stimola l'orizzonte empatico della riflessione e lo svolgimento autentico dell'osservazione quotidiana. L'espansione dell'esclusione dei contatti umani, subita nel devastante provvedimento durante la pandemia, è per l'autrice una nota fondamentale per la sua poesia che affranca il tracciamento e l'identità di ogni territorio interiore, finalizza una lacerazione nel presente, indispensabile per riscrivere la biografia dei ricordi, per inseguire le tracce che riportano l'energia coraggiosa della vigilanza al senso dell'appartenenza. L'agguato disincantato della consapevolezza di sé è un'interazione privilegiata con la necessità di illuminare le esperienze in sintonia con l'esilio poetico e l'attitudine generosa di amare.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il buio ci sorprende

quando la luce indora

un poco le montagne

e precipita il giorno

oltre il crinale

così di fretta

tra un aprire al mattino una finestra

e richiuderla appena si fa sera.

 

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Un piccolo lume

in questa veglia

nel chiuso delle case

l'amore un filamento

di fumo parola impastata

dal sonno corrotta

dall'abitudine.

Lo sguardo

si allunga a spiare

barlumi di faville

che brillano nel buio

il tempo di un batter di ciglia.

 

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Quello che resta in fondo

è la poesia.

Non ti ricorderai

di chi l'ha scritta,

ma sempre e perdurante

il senso dato,

il respiro allargato

nella sosta, nel sogno

dire ti ho incontrato,

ho provato in quel giorno

ed in quell'ora lo smarrimento

dell'anima che sola

ancora

non ha scorto la salita.

 

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L'oro dei girasoli

mi hai portato

invade la stanza

riverbera di luce

tra pareti che sanno

quanto vorremmo

per un giorno almeno

essere girasoli

in mezzo a un campo.

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Se qualcosa ci è stato donato

non è da dire con astruse parole

ma col piano linguaggio dei baci

che si unisce assai bene

al volo delle api

e allo stormire leggero del vento

al raggio di sole

che s'infiltra fra i rami

e crea sospese

cattedrali di luce.

 

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Nella milionesima notte

il plenilunio rischiara

l'astro trafitto

da un nero ramo.

L'ombra percorre i fossati

scivola lungo gli argini:

troppo lieve la speranza

i gesti ormai racchiusi

nei fardelli della memoria

nei rigagnoli di neve

di un maledetto febbraio.

 

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Mi disegna la notte

un ventaglio di immagini

sparse

tra il vero e l'ombra

che mai mi abbandona.

Al buio scrivo parole

che la mente illumina

e guida la mano

il pensiero del nulla che siamo.

 

 

 

 

 

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Wanda Lombardi, "Opera Omnia" II edizione

9 Gennaio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Wanda Lombardi

OPERA OMNIA

II edizione

 

Wanda Lombardi, scrittrice e poetessa, è nata e vive a Morcone (Benevento), pittoresca cittadella dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato materie letterarie nelle scuole secondarie. Ha partecipato a concorsi letterari, nazionali e internazionali, ottenendo numerosi riconoscimenti. Fa parte di Accademie e Associazioni Culturali. L’autrice in gioventù ha sofferto per malattie e incomprensioni, ma l’ha aiutata sempre la Fede in particolare la devozione a Padre Pio.

Come scrive Maria Rizzi nella sua prefazione approfondita e ricca di acribia «La presente Opera Omnia, arrivata alla seconda edizione (la prima è uscita nel 2018), è una scelta antologica molto vasta delle poesie di Wanda Lombardi, nella quale sono concentrati i suoi migliori motivi ispiratori». Data la vastità del volume, in questa sede preferisco soffermarmi sulle poesie di carattere religioso e su quelle dedicate ai giovani e ai loro problemi.

La poetica della Lombardi è pervasa da religiosità, misticismo e coscienza etica e si può considerare neolirica tout-court. L’autrice ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.

Ella si proietta in una felicità grandiosa e senza paura nella figura di Dio Creatore che, oltre a essere onnipotente e onnisciente, potrebbe essere inteso in senso immanente come amico per antonomasia dell’uomo roccia, rifugio, fortezza e giustiziere, protezione da ogni male per chi confida in Lui come si evince dalla lettura dei Salmi veterotestamentari.

Nella lirica Eterno leggiamo: «Ultimo rifugio sei Tu, Signore, / avvolgimi nella Tua luce / allevia il mio penoso andare. / La mia vita si vesta di Te…» a conferma della fortissima grande Fede della poetessa. Ci rendiamo conto della cifra distintiva del poiein di Wanda che si potrebbe definire realismo mistico e che è veramente unica e originalissima, per la sua chiarezza e le parole procedono per accumulo e per il lettore divengono come acqua sorgiva da bere per la loro luminosità, precisione e bellezza.

In Violenza giovanile leggiamo: «Nel labirinto dell’odio / inconsciamente ti aggiri, / giovane insicuro, / per superare la frustrazione, / la sofferenza, le difficoltà. / In cerca di affermazione, / violi la legge, il tuo istinto segui…». In questo testo ci si riferisce al disagio giovanile tipico della contemporaneità nella quale prevale la mentalità dell’avere su quella dell’essere, nel mondo alienato e non meritocratico ma consumistico e liquido in cui c’è stata una caduta di valori.  

Il lavoro della Lombardi va controcorrente nella produzione poetica contemporanea, perché gli scrittori del nostro tempo si esprimono prevalentemente tramite sperimentazioni e neo-orfismi connotati da complessità e spesso oscurità nella forma e nei contenuti, mentre la  poesia di Wanda Lombardi si distingue per limpidezza e chiarezza di linguaggio, per linearità dell’incanto, leggerezza e  notevole icasticità.

In questa sede, nello spazio di una recensione, è impossibile soffermarsi su tutte le raccolte pubblicate nell’Opera Omnia, tutte dense e caratterizzate da un magistrale controllo formale. Globalmente si intende, leggendo questi testi, che la figura della scrittrice è conscia che attraverso la Fede, strettamente legata alla poesia, può elevarsi da creatura a persona.

La Lombardi, che nei suoi versi sintetizza un discorso esteticamente valido e carico di bellezza e fascino, nutrito, come si diceva, da misticismo e anche da un grande amore per la natura, getta l’ansia e l’angoscia proprio su Dio che diviene amore e conseguentemente gioia, proprio perché ha donato la vita e ha fatto Lui il primo passo verso l’uomo; invito che Wanda accetta con gioia nell’esaltare proprio il Signore stesso, il creato e la natura.

Raffaele Piazza

 

 

 

Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.

 

   

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