poesia
Wanda Lombardi, "Tempi inquieti e altre poesie"
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Tempi inquieti e altre poesie
Wanda Lombardi
Guido Miano Editore, Milano 2024
Torno a visitare il mondo di Wanda Lombardi, poetessa di Morcone, in provincia di Benevento, che mi sembra di conoscere da sempre. Ho percorso il viaggio a ritroso nel suo lirismo e nella sua esistenza attraverso l’Opera Omnia (2023), e sono consapevole che si tratta di una voce polifonica e di rara purezza, che ruota attraverso l’inquietudine, il misticismo e la natura.
La presente raccolta poetica ci riconduce alla sua fuga interiore, segno di un’intensa, inesausta vitalità dell’anima, mai paga del quotidiano, tesa a una meta degna dei suoi sforzi e dei suoi ideali, pur consapevole, per dirla con Vincenzo Cardarelli e la lirica Gabbiani, che il suo destino è «vivere balenando in burrasca». La cittadina nella quale l’autrice vive da sempre ha intriso la sua indole di vicoli che cercano spiragli, di scale che vorrebbero arrivare al cielo, ed è divenuta un tutt’uno con la sua intensa spiritualità: «…Il cinguettio di uccelli, / un gorgogliante rio / e da presso i rintocchi lieti / di campane della vicina chiesa / mi scuotono al loro ritmo / si affianca il cuore / in una sorta di condivisione e amore…» (La musica della vita).
Il tessuto artistico della Nostra è cucito alle radici, che rendono melodia i suoi versi; ella trae forza per affrontare le fatiche del vivere dalle atmosfere morbide, variegate del Sannio, territorio campano che raggiunge il litorale del Molise e del basso Abruzzo. Forse la sua stessa scrittura caratterizzata da una molteplicità di suoni trae origine dalla struttura variegata della regione. Il tempo di Wanda Lombardi è stato travagliato, il lirismo ne è calda, superba testimonianza, e mi viene da pensare a un’ulteriore similitudine con l’asprezza e il coraggio atavico dei sanniti, che seppero evitare le sottomissioni ai romani e opporsi ai periodi difficili. Non a caso la poesia Nell’andare recita: «Nei giovanissimi anni / ho camminato con immane dolore / che stretto ho serrato nel cuore / dinanzi a muri di ferro…».
Le sue sofferenze hanno avuto inizio negli anni della giovinezza, quelli in cui tutti abbiamo potuto tenere aperti gli oblò della speranza, perché era considerato un diritto inalienabile. Anche i grandi della nostra Letteratura, ai quali l’Autrice si ispira, descrivono gli anni giovanili in modo lieto e luminoso. Molti critici hanno definito nichilista il versificare della Nostra, e non si può dar loro torto, sebbene io scorga dietro i «muri di ferro» il concetto eracliteo dell’armonia dei contrari, la capacità del suo mondo di reggersi, di rimanere in tensione, di continuare a stupirsi: «…Malgrado gli alti e bassi, / meravigliosa è la vita / ché anche i momenti bui / forza ridanno…» (La collana della vita).
I punti di debolezza si trasformano spesso in risorse, si distilla da essi la forza per affrontare le difficoltà. E l’equilibrio tra gli opposti consente alla Lombardi di calarsi nel sociale con sguardo caldo di pietas, valutando i pericoli del male, schegge di guerra in periodi bui come quello che attraversiamo. Si coglie nei suoi versi l’esortazione a non cadere nella trappola degli oltraggi, dei pregiudizi, delle offese. Il richiamo suadente a creare ponti verso il prossimo è adamantina esplicitazione della fede, che consente all’uomo di sentirsi saldo perché appoggiato a qualcuno molto più forte e giusto di lui. Ella crede nel Dio che ha creato gli uomini, non nell’idea del Signore creata dagli esseri umani: «…Rotte difficili da seguire / e delusa pensa che i segreti / del cielo e del mare / sono solo nella mente di Dio» (Desiderio d’infinito).
In questa nuova, breve raccolta di poesie la Lombardi si sofferma sul tempo che stiamo vivendo, sull’intelligenza artificiale, ovvero l’abilità delle macchine di mostrare capacità umane quali il ragionamento, l’apprendimento e la creatività. Nella lirica Il tempo della velocità scrive: «…in un’epoca in cui sempre più veloci andiamo, / spesso dimentichiamo la necessità / di pensare, di usare il cervello / che tempi più lenti ha per lavorare…». Ed è evidente che per una poetessa il ricorso ai computer per pensare equivale a un’epidemia di sfiducia verso il futuro. Inoltre la sua lunga carriera di insegnante le ha dato modo di instaurare rapporti empatici con i ragazzi, di capire le loro esigenze, le loro fragilità. Non vuole credere che si potranno trasmettere valori alle nuove generazioni attraverso la robotica, sebbene le evidenze dimostrino che la maggior parte degli studenti faccia ricorso all’intelligenza artificiale.
La Lombardi sa dove rifugiarsi per rigenerare la mente e il corpo: tra i miracoli di madre natura. Albert Einstein asseriva che «Ogni cosa che si può immaginare, la natura l’ha già creata», e potremmo aggiungere che l’universo infinito del creato non rappresenta un luogo da visitare, è casa nostra. Purtroppo non siamo stati bravi nel rispettare un simile dono, lo abbiamo offeso, tradito, inquinato. L’Autrice dinanzi a un prato verde, a una vetta, ai fiori, al cinguettare degli uccelli si apre alla chiarezza, alla semplicità, cancella gli egoismi e pratica il rispetto. Nutre la consapevolezza che l’individuo diventa ciò che si lascia costruire attorno e che destrutturarsi equivale a restare se stessi: «Nella solitudine che deprime / amo percorrere sentieri / che non s’impongono; / essi ti ascoltano con pacatezza, / a fidarti ti invitano e a riflettere…» (Sentieri).
Struggenti i ricordi degli amori volati in cielo; l’assenza, già compagna di vita dell’Autrice, si materializza di fronte alle perdite, ma subentra il suo senso eracliteo laddove recita che la sofferenza degli addii è compensata dalla gioia di aver potuto vivere gli amori. La memoria li rende immortali. In A mio fratello Ubaldo si leva il canto più straziante: «Tenero germoglio / maldestramente strappato, / piccola goccia d’acqua / nell’aere dispersa / tu, Ubaldo, che della mamma il volto avevi e il cuore…».
Alla silloge Tempi inquieti fa seguito una breve raccolta dal titolo indicativo: Perché nulla vada perduto, quattordici componimenti estratti da opere precedenti al fine di rendere esaustiva la sua melodia. La poesia che spalanca le isole del passato la conosco bene e la reputo un gioiello a livello contenutistico e formale: «Eri venuto da lontano / a portare il tuo messaggio di speranza, / a ravvivare la nostra fede spenta…» (A Papa Wojtyla). In questi versi la Lombardi dimostra che colui che ha fede avverte l’esigenza di incontrare una persona illuminata, di sperimentare la gioia di essere di fronte a qualcuno che permetta di vibrare sullo stesso registro.
Il percorso verso la spiritualità è un cammino di crescita e di apprendimento permanenti. Il misticismo rivela un modo per avere conoscenza. Si può considerare vicino alla filosofia, tranne per il fatto che in quest’ultima il metodo di indagine è orizzontale, mentre nel misticismo è verticale. Ho già avuto modo di soffermarmi sulle concezioni religiose della meravigliosa poetessa sannita, mettendo in rilievo che i mistici non sono pensatori, ma artisti segreti: poeti senza versi; pittori senza pennello, musicisti senza note. Lei possiede la forza granitica dei versi e sa distillarla anche per la scrittura in prosa.
La cifra stilistica di Wanda Lombardi è priva di ogni figura retorica, eccezion fatta per le similitudini. Ricorre in alcune occasioni all’adozione di splendidi endecasillabi, che dimostrano la sua conoscenza delle basi della poesia. La musicalità è assordante. Stordisce i sensi, li addestra a nuovi tipi di ascolto. Il merito è soprattutto del ritmo, dato dalla posizione degli accenti tonici sulle vocali più evidenziate nella pronuncia. Nel suo caso il ritmo è naturale, i suoni sono aperti, tremano, aumentano la tensione emotiva. Si può senza dubbio parlare di un’artista ispirata. E il pensiero va ai greci che ritenevano il poeta ispirato quando cadeva in estasi e veniva trasportato vicino ai pensieri di Dio.
Pur non potendo parlare di condizione estatica, credo sia evidente che la Lombardi possieda la funzione mentale che consente di percepire le cose materiali e spirituali senza passare attraverso la logica. Non concepisce i tecnicismi, sa guardare oltre le cose ed è visionaria nel senso positivo del termine, in quanto sa anticipare ciò che deve nascere elaborando disegni che possono dirsi rivelazioni. Non credo possa esistere un poeta realista, è ossimorica la stessa definizione. Il motore del visionario è il coraggio, oltre alla creatività. E la cara, carissima poetessa delle valli che conosco bene, porta in sé il coraggio delle ferite. In natura l’ostrica produce la perla se viene offesa e resa inabitabile da corpi estranei. La conchiglia produce la madreperla per proteggere il corpo indifeso; e forma splendide perle lucenti, pregiate e diverse l’una dall’altra. Senza il dolore l’ostrica non produrrebbe perle. Si tratta di una metafora ardita, ma a mio umile avviso adatta a una donna che si è rivelata combattente in ogni giorno della sua esistenza e ha trasformato le lesioni dell’anima in perle lucenti che scaldano i giorni e le vite di coloro che le leggono e le trattengono nei cuori.
Io mi ritengo una prescelta e voglio ringraziare l’artista che sa «lenire l’altrui dolore», «avvicinarsi agli umili» e comprendere la parola di Dio. Se i critici sono deputati alle esegesi del suo dire, io entro in comunione con la sua essenza, respiro le sue storie, imparo la danza lenta del tempo e m’inchino a ogni perla deposta sul greto del Calore.
Maria Rizzi
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L’AUTRICE
Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2013). I libri di narrativa: Proverbi e modi di dire morconesi (2008), Racconti fiabeschi, letture per la scuola (2011). I romanzi: L’eco del passato (2012), Sulla scia del destino (Poppi 2016). I testi teatrali: La fortuna dietro l’angolo, commedia in tre atti (2013), Una volta… c’era, commedia in tre atti (2014), Ce la faremo, commedia in tre atti (2016).
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Wanda Lombardi, Tempi inquieti e altre poesie, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 60, isbn 979-12-81351-38-7, mianoposta@gmail.com.
Tommaso Tommasi, "Poesogni"
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Tommaso Tommasi
L’argomento dei sogni, della vita onirica, è l’esclusività di questa pubblicazione dello scrittore marchigiano, vivente nella bergamasca, Tommaso Tommasi. Il libro è stato edito nel luglio 2024 a Milano dalla Casa Editrice Guido Miano, nella collana di testi letterari “Alcyone 2000”. Reca come sottotitolo “Poesie e sogni”: si tratta infatti di un’opera costituita dall’alternanza di prosa e poesia, dal racconto dei sogni personali dell’autore, intervallati da brevi liriche. La prefazione è stata scritta da Michele Miano il quale colloca “Poesie e sogni” come la continuazione delle due opere precedenti, Ripamaro (2020) e Lamodeca (2022), in una trilogia ideale a formare “... un percorso di vita e sperimentazione linguistica”. In esergo l’autore presenta quattro versi che forse vogliono essere una traccia di lettura di tutto il complesso dei suoi testi che si sviluppano in seguito: “Vivo per sognare. / Il sogno è poesia. / Ma poi mi sveglio e trovo / intorno a me il mondo”. Il racconto della vita onirica notturna si avvale di una prosa semplice, diretta, senza pretese letterarie, ricordando i sogni che lo hanno visitato nelle fasi di sonno dell’esistenza, quasi una scrittura a briglia sciolta che sembra essere un outing dovuto ai prodotti immaginari del proprio inconscio, mentre le poesie che si intervallano posseggono un valore lirico superiore, un’intensità elevata, uno spettro immaginifico e creativo di grande suggestione ed attrattiva, pur lasciando spesso il lettore alle prese con l’interpretazione del maggior numero di esse.
Una parte delle narrazioni svela che si tratta di sogni interrotti ed il risveglio è di natura bipolare, così come il contenuto delle vicende oniriche: in altre parole il mondo dei sogni di Tommasi ha sia delle caratteristiche rosee, romantiche, amorose, positive, sia delle connotazioni contrarie, ovvero ha più senso parlare, in quei frangenti, di incubi, trame noir, situazioni angosciose (forse un po’ alla Edgar Allan Poe), negatività. Tant’è vero che abbastanza di frequente ricorre la frase: “per fortuna mi sono svegliato” (allocuzione posta anche al termine del libro, dopo l’ultimo sogno, Il mare di plastica, nel cui finale l’autore scrive: “... E poi mi trovai a galleggiare insieme a tanti oggetti di plastica. Intorno alla mia barca non c’erano più pesci, ma tanti oggetti colorati, che avevano trasformato il mare in qualcosa di orribile”). Dunque ecco che il contrasto fra sogni e realtà si può invertire rispetto a quel che comunemente si pensa: la vita onirica non è solo un viaggio beato tra le nuvole, ma si può trasformare – l’esperienza lo insegna ed anche nell’autore è così – in un viaggio all’inferno, con notti agitate e improvvisi risvegli accompagnati da stati di panico. Un altro aspetto che appare dai racconti di Tommasi è quello dei sogni-presentimento, come l’esempio sopra citato del mare di plastica, rischio di un inquinamento ambientale reale.
Narrando dei propri sogni l’autore si tiene lontano da ogni interpretazione psicanalitica (scuola freudiana, adleriana, junghiana) ma, come recita chiaramente il titolo del libro, ne trae ispirazione poetica, anche se il legame tra un sogno e la relativa lirica non è quasi mai evidente, dal momento che la raffigurazione traslata dei significati è estremamente soggettiva e quindi conosciuta in ultima analisi solo da chi la compie. Occorre ancora tener conto del linguaggio criptico, esoterico, ermetico dei testi per completare il quadro dell’irrazionalismo imperante nell’opera, del resto già insito nella materia onirica, la quale deriva da una dimensione della nostra psiche per definizione illogica, inconscia e quindi non controllabile dalla volontà e dalla ragione. Ne sono testimonianza diverse composizioni che rappresentano il sentire del poeta, il cui lessico – pur affascinante e intrigante – può sconcertare per la sua enigmatica natura: “Il diapason del merlettaio / ramifica l’ossequio del poliglotta / e gorgheggia sul monolite d’acciaio” (senza titolo); “L’apparenza sconquassa / come un cacciatore / che racconta di sommergibili / arrugginiti dell’isola / dove il tramonto dell’eloquenza / emana un iter istintivo” (senza titolo). Altrove invece il messaggio si comunica con più comprensione: “Mi sono allontanato / dal cerchio di fuoco: / non seguirò più / le lunghe strade / che non hanno / orizzonti limpidi: / resterò solo / sulle strade del cuore” (senza titolo). Tommasi ha sentito il bisogno di dar luce ai propri sogni sognati traendone poesia: potrebbe essere una nuova strada per il futuro.
Enzo Concardi
Tommaso Tommasi, Poesogni - Poesie e sogni, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-36-3, mianoposta@gmail.com.
Cesare Verlucca e Michela Mirici Cappa, "Quando la poesia incontra l'arte"
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Quando la poesia incontra l'arte... di Cesare Verlucca e Michela Mirici Cappa (Hever Edizioni, 2024 pp. 88 € 18.00) accorda, con meravigliosa corrispondenza artistica, la vivace e brillante complicità degli autori, nella relazione fortunata di rappresentare e interpretare l'evocazione poetica, nell'intensità delle parole e nell'incantevole scenario dei dipinti. Il libro racchiude poesie molto significative, dettate dalla fervida e appassionata personalità di Cesare Verlucca, animate da un sentire autentico, assiduo, consolidate dalla qualità della gratitudine e della pienezza presente della vita, ancorate all'eco sentimentale dei ricordi e alla libertà irrinunciabile dei desideri. L'incontro felice e propizio tra Cesare e Michela è la solida e luminosa dimostrazione di un percorso favorevole, tratteggiato dalla speciale e accogliente espressione di un'unica mano e un unico pensiero, nella combinazione positiva dell'attività creativa, nel nobile ed esclusivo panorama idilliaco. Cesare Verlucca elogia la preziosa e coinvolgente affinità esistente tra poesia e pittura, abbracciando la natura intimamente connessa delle immagini che rinnovano la scrittura, propone il disegno di una poesia commemorativa, capace di spiegare la raffigurazione dinamica e inquieta dell'anima, di trasmettere l'equilibrio commovente degli affetti, la percezione smarrita e apprensiva della realtà. La poesia di Cesare Verlucca evolve sempre la sua finalità letteraria nello sviluppo stilistico di una colloquiale e familiare confidenza, in cui il verso è sintesi originaria del movimento interiore, intonazione introspettiva, tensione esatta delle corde romantiche. Descrive lo svolgimento della persuasione emotiva, il passaggio esistenziale della conoscenza, adotta la sensazione esplicita della comprensione, suggerisce il dettaglio delle suggestioni, completando l'identità inscindibile tra l'estetica della fantasticheria e la verità delle riflessioni. I dipinti di Michela Mirici Cappa rivestono la poesia silenziosa delle emozioni, traducono l'indelebile capacità celebrativa degli elementi spirituali, arredano, con i colori ricchi di riflesso inconscio e di contenuti delicati e toccanti, la rivelazione della nostalgia, effige dell'impronta malinconica di ogni indugio del cuore. Trasferiscono, con ogni superba pennellata, l'osservazione e fanno emergere la complessità della condizione umana, immedesimando il lettore nello spirito segreto e crepuscolare delle cose, nella dimensione lirica che tinge la sfumatura degli stati d'animo. Cesare Verlucca utilizza ogni metafora elegiaca per comunicare la vocazione di una identità saggia e lungimirante, caratterizzata dal valore dell'esperienza e dei sentimenti, testimonia l'alleanza personale e riservata con l'avventura eccitante della vita, nell'intreccio intimo, privato, autobiografico del proprio attento e meditato pensiero. La poesia di Cesare Verlucca offre un'indagine umanistica del vissuto, contempla la struggente espressione dell'istinto e della passione, si fa portavoce di un sensibile miracolo, nella volontà di andare oltre e superare il confine della speranza. Cesare Verlucca e Michela Mirici Cappa condividono il valore oraziano nella locuzione latina “Ut pictura poesis” (Come nella pittura così nella poesia) nell'essenza divinatrice della sovrapposizione delle arti sorelle, nella loro energia eloquente.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Yuleisy Cruz Lezcano, "Di un'altra voce sarà la paura"
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Di un'altra voce sarà la paura di Yuleisy Cruz Lezcano (Leonida Edizioni, 2024 pp. € 14.00) richiama il carattere atrocemente diffuso della violazione dei diritti umani delle donne ed evidenzia il terribile atto della violenza. La poetessa include nella brutale tematica il tormentato cammino di ogni espressione di discriminazione e di ogni minacciosa intimidazione, spezza l'urlo soffocante di dolore lacerando nei versi la paura trattenuta, condanna la persecuzione del ricatto psicologico, intimo e privato, che aggredisce il genere femminile, annientando la volontà e la dignità per l'ignobile crimine dei maltrattamenti subiti. Yuleisy Cruz Lezcano cerca un'altra voce, un accento per trattenere l'angoscia e dilatare la capacità di sussurrare l'intensità emotiva, liberare la propria identità, riconoscere l'impedimento fisico e sociale di un'ideologia maschile. Mantiene alta l'attenzione nei confronti della distruttiva e pericolosa impulsività, dell'esplosiva attualità negativa, dichiara colpevole qualsiasi forma di infido dominio all'interno delle relazioni umane, l'inganno per una comunicazione abusata dall'impetuosa e incontrollata imposizione di ogni crudeltà. Descrive la gravissima costrizione dell'isolamento dal mondo esterno e dalla propria indipendenza, narrando una poetica cruda, dannosa e fatale in cui la dipendenza maschile domina la persecuzione, trafigge il cuore e uccide l'innocenza profanandone il tragico smarrimento. La poesia di Yuleisy Cruz Lezcano espone la durezza delle parole con la sequenza di un realismo drammatico, cinico e ineluttabile, mette alla prova la fragilità paralizzante del trauma con le conseguenze stremate e silenziose dell'indifesa e disarmata situazione umana, abbraccia lo sgomento di un universo devastato e sconfessato le cui impronte sono rintracciate attraverso le efferate fenditure dell'anima, le malvagie e inequivocabili impressioni, le delittuose omissioni del presentimento. Yuleisy Cruz Lezcano percorre il dilaniante itinerario verso l'estrema epigrafe della sopravvivenza, esplora lucidamente la nitida e spaventosa testimonianza di tutto ciò che si insedia, inquietante e profetico, intorno alle vittime e ai carnefici. Provoca, con la commossa e intensa denuncia dei versi, l'ineluttabile tensione dei comportamenti ostili, suscita sentimenti di rifiuto contro la perversa direzione assillante e possessiva di un'esclusività innaturale dei sentimenti umani, indica lo sdegno dell'esasperazione, il motivo irreversibile, la distruzione rovinosa della sensibilità, l'emergenza nel disagio della soggezione nociva. La poetessa lenisce la straziante ferita, ricompone i frammenti dispersi di un corpo ammantato dalla spettrale ed emaciata inafferrabilità dell'amore, nella mancanza della ragionevolezza. Il libro racchiude il naufragio dell'umanità, tracima il solco profondo del male nella voce annientata dall'inevitabilità della violenza, ferma nella cristallizzazione dell'inchiostro l'insospettabile confine tra le lesioni dello spirito e le contusioni della distruzione morale. Arriva al lettore come un macigno intollerabile nella coscienza, sfibra e scuote il reticolo dei pensieri, rinnova la prospettiva faticosa e affannosa della desolazione e della sua resistenza, la curva fragile della speranza oltre la direzione tortuosa dello sconforto. La voce della poesia dona l'ampiezza della fiducia, amplifica il mormorio della commiserazione per ogni desiderio di risollevare dalla spietatezza dell'inumanità la generosità della compassione.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Urlo rosso
Stamane ho sentito un urlo
rosso parlare da urlo,
ed era sangue di lava
che bruciava, che parlava
come il mondo
e diceva: “Ora sei
libera! Come le corde
di un'arpa, che pur se vibra,
ha scordato il senso
della vita”.
“Ora sei libera
come una poesia di riporto
che non sa dire “No”
al suo intenso sentire
passioni nel vuoto
con silenzi da urlo,
simili alle parole”.
Volontà inascoltata
Chiusa notte di vertici
bruciati, sottosuoli di canali
preannunciano tempeste, trasmigrazioni
di blocchi di nebbia sul grigio
sangue che sposta silenzio.
Mi anestetizza un grande
silenzio, due mani stringono
dove non mi concedo, dove
non voglio. Due labbra umide
cadono sulla mia impronta
e io che per morire non ero
pronta, sto morendo nel respiro
nero che evito di ascoltare
mentre dal mio cadavere
già eredito le ferite.
Conformità
Crea da un passato
la realtà pieno
di morte, pone
l'essenziale
divenuto diverso
nel falso vedere
una realtà capovolta
in uno specchio,
conosce dei giorni
l'inconfessato spazio,
nell'esercizio del sospetto
non c'è malessere
di fronte al reale,
è l'esistenza
tolleranza
della sua maschera.
Altrove
Lacrime veloci
mi portano via in luoghi
lontani, dove tutto quello che mi vede
mi riconosce in quello che si chiama donna
senza una patria, senza un nido
schiacciata da un brivido
come un fluido che perde
la forma dei pori
per poi scorrere
lontano
lontano.
Me ne vado
(ultimo saluto del poeta)
Me ne vado dove la mia accesa
indignazione non può squarciare
il mio petto. Me ne vado da queste dita
che fanno male indicando lo sguardo
che non vuole più guardare i tatuaggi
non voluti, da dove la violenza s'incammina
scuotendo la mia inerzia. Me ne vado
da questa tendenza a rimescolare
colpe che si agitano come una bestia
bagnata dalla pioggia che si scrolla
- conservando la puzza - ovunque
disseminando gocce di giudizi.
Me ne vado dalla parola, dalla voce
del nero che si contrappone all'aureola.
Me ne vado per paura d'essere la mano
dove invelenito il sangue prende forma.
Raffaele Piazza, "Del sognato"
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Raffaele Piazza
DEL SOGNATO
Raffaele Piazza, critico letterario e poeta (in quest’ordine, perché in quest’ordine l’ho conosciuto).
Tanto lineare, consequenziario, chiaro e preciso, razionale e cristallino, come critico letterario, quanto estroso, bizzarro, vago, sfuggente, misterioso, e a volte anche sibillino, criptico, nella poesia.
Ci riferiamo al suo libro di poesie dal titolo Del sognato (Guido Miano Editore, seconda edizione, 2023).
Titolo quanto mai pertinente. Infatti, accostandosi a questo libro, abbiamo l’impressione di entrare non nel campo della poesia, ma in quello del sogno. Niente di “poetato”, se così si può dire, ci adeguiamo al suo modo di esprimersi, ma tutto del “sognato”. La poesia scompare per lasciare il posto al sogno. Dunque il sogno con la sua irrazionalità, la sua stravaganza ed eccentricità.
Viene in mente il giuoco pirotecnico. Una fantasmagoria di luci, di colori, suoni e saette. Stupisce, stordisce, esplode, e sparisce. Lascia una sensazione di piacevolezza, e tutto finisce là.
Così è la poesia di Raffaele Piazza.
Colori luminosi, anche se tenui e delicati, su cui predominano il verde, come dei prati, dei boschi, il rosa delle albe e delle aurore, l’azzurro dei mari, degli oceani e dei monti in lontananza. Colori ricorrenti e accenni anche agli altri. Una poesia che è quasi una pittura perché l’autore ha un vivo senso del colore. Sbalza evidente come principale elemento. La sua poesia è un sogno, non in bianco e nero ma in technicolor.
E per entrare nella esistenza ordinaria, ecco apparire pure la tecnologia. Il computer, il cellulare; la mail, i messaggi, e così via.
Attira l’attenzione del poeta la vita di oggi nei suoi aspetti tipici più materiali: le code delle automobili in autostrada, le file agli sportelli degli uffici, aspetti propri della vita ordinaria. Aspetti prosaici, potremmo dire. Acquisisce gradevolezza la vita familiare, le consuetudini giornaliere. Insomma c’è la vita, e il tutto come un sogno. Sorprendono gli ardui accostamenti delle parole, al di fuori della logica. Insomma la poesia di Raffaele Piazza è un sogno, non nella maniera idilliaca che spesso attribuiamo a questo, e inoltre è un gioco. È un gioco il “poetato” di Raffaele Piazza, è un gioco il suo “sognato”.
Infine esso lascia una sensazione di bellezza. Quella della natura, della vita quotidiana, la bellezza della donna. Una certa sensualità permea a tratti le pagine del libro.
L’autore Raffaele Piazza mira soprattutto alle sensazioni più che ai sentimenti, alle impressioni più che alle impronte. Non ha pretese di carattere didascalico o pedagogico. Non si erge a eroe o a vate.
È un tripudio di colori, di emozioni, che, pur tuttavia, risvegliano nel lettore il senso del bello, ormai, nella società odierna, di molto assopito.
Risalta, specialmente all’inizio, l’anelito a rialzarsi dopo le cadute; vivo si sente il desiderio di rinascita, il desiderio della redenzione.
È una poesia moderna. E attuale. Che rispecchia la leggerezza del vivere.
Maria Elena Mignosi Picone
Raffaele Piazza, Del sognato, II edizione, pref. Marcella Mellea, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 60, isbn 979-12-81351-08-0, mianoposta@gmail.com.
Adriana Deminicis, "8 Infinito 8- L'arrivo del Gabbiano"
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Adriana Deminicis
8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano
8 Infinito 8 - L’arrivo del Gabbiano (Guido Miano Editore, Milano 2024), raccolta di poesie di Adriana Deminicis, presenta una prefazione acuta e centrata a firma di Enzo Concardi.
La raccolta si situa in continuum con quella precedente dell’autrice intitolata 8 Infinito 8 – La gemma di giada.
Il tema dell’infinito di leopardiana memoria è di per sé affascinante e l’insistenza della poetessa nel trattarlo ci fa pensare ad una sua intelligente coscienza letteraria sottesa alla convinzione incontrovertibile che la poesia salva la vita sia nel praticarla sia nella sua attenta lettura.
E del resto c’è anche la tematica del raggiungimento della felicità dopo il dolore e la scissione dell’io e la felicità stessa è proprio nell’arrivo del Gabbiano che non delude anche se arriva dopo un’estenuante attesa.
Le sensazioni suddette, che già si sentivano nella prima opera di questo ciclo, qui sembrano intensificarsi e se Godot, in Samuel Beckett, non giunge nonostante tante speranze, il simbolico Gabbiano della poetessa mantiene la promessa e diviene appunto metafora della gioia e della felicità che sono possibili e anche della libertà.
Del resto i gabbiani sono volatili pieni di fascino sia per l’aspetto sia per il comportamento e nessuno può dimenticare il suggestivo e magico libro di Richard Bach intitolato Il gabbiano Jonathan Livingstone anche se si tratta di un’opera in prosa e non in poesia.
Non manca nelle poesie del volume il tema della poesia nella poesia espresso dall’io-poetante nel riflettere traendo dai suoi pensieri delle conclusioni.
Diviene per il lettore spontaneo e istintivo identificarsi proprio con lo stesso io-poetante e del resto il concetto d’infinito si collega a quello dell’essere e per chi crede con l’idea di Dio.
Nel componimento eponimo che ha qualcosa di programmatico leggiamo: “Apro la porta, osservo il Cielo/ aspetto di vedere l’arrivo di un gabbiano/ per iniziare la storia/ appena un gabbiano sorvolerà il mio Cielo/ ed io stando qui sarò in grado di poterlo vedere….”.
Come ha affermato lo stesso Concardi la poesia di Adriana ha un andamento che la fa somigliare alla prosa e questo è sicuramente un fatto originale nell’essere minimo in questi versi lo scarto dalla lingua standard.
La raccolta non è scandita in sezioni e complessivamente può essere considerata un poemetto anche se alcune composizioni che la costituiscono sono dei poemetti autonomi.
In E c’erano i Gabbiani leggiamo: “E c’erano i gabbiani/ si sentiva il loro canto/ sembrava fossero lì/ sulla spiaggia da secoli/ al largo una canoa gialla/ il Sole del Tramonto/ appena giunto con le Nuvole/ appena giunto sulla spiaggia/ la parola dei Gabbiani».
Veramente alta la poesia Appuntavo i miei pensieri più belli che come altre non è legata alla tematica dominante del corposo volume: “Le parti del nostro corpo sognano?/ L’anima è più bella/ lo Spirito pure/ A volte alcuni sogni vengono ad avere origine/ da alcune singole parti del corpo,/ il corpo non doveva diventare/ un limite ai nostri pensieri/…”
Del resto la poetica dell’autrice esprime stabilmente l’emozione di una reverie di un sogno ad occhi aperti pervaso da una vaga malia.
Raffaele Piazza
Adriana Deminicis, 8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 152, isbn 979-12-81351-33-2, mianoposta@gmail.com.
Pietro Nigro, "Opera Omnia"
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OPERA OMNIA
Volume 1 – Poesie
Dopo tante fatiche letterarie Pietro Nigro, poeta e scrittore siciliano di Avola (classe 1939), si gode il meritato riposo dall’insegnamento e, giunto a un certo momento, fa il bilancio della sua vita. Comincia a riunire le sillogi poetiche sotto lo stesso titolo nell’Opera Omnia (Guido Miano Editore, Milano 2024), dedicata alla moglie da poco scomparsa. Quest’opera, negli auspici della Casa Editrice, assume il senso di “divenire e costituire una ‘memoria’ documentativa e testimoniale degli scrittori contemporanei”, rammentando che non sempre il merito giunge nell’immediato come la storia delle letterature insegna (per esempio Gianbattista Marino, Vincenzo Monti, Italo Svevo) oppure giunge in tarda età (come è successo ad Andrea Camilleri, il padre del “Commissario Montalbano”). Auspicio che serve di stimolo e di conforto per scrittrici e scrittori militanti.
Nella prefazione, il lombardo Enzo Concardi considera la vicinanza del sentire tra Guido Miano e Pietro Nigro per via delle comuni origini siciliane in terra siracusana e l’amore per la cultura classica dell’antica Grecia. Il critico si sofferma sulla struttura dell’Opera spiegando che le poesie si distendono su sette capitoli: nei primi sei confluiscono quelle selezionate e raggruppate secondo “motivi ispiratori dell’ars poetica”; e nell’ultimo, gli inediti. Infine commenta: “Lo scavo in profondità lo accomuna alla poesia d’impegno umano, intellettuale, etico, civile che tanto manca nel panorama contemporaneo”.
I motivi ispiratori sono i seguenti (molto succintamente): 1- le migrazioni dei siciliani nella grecità perduta; 2- simbiosi tra uomo e natura; 3- memoria come passato; 4- vita e amore; 5- vita e oblio; 6- divinità e trascendenza: 7- Gesù e l’attualità.
Possiamo dire di trovarci dinanzi ad una autobiografia e a una dichiarazione di poetica. Solo per dare un assaggio dell’humus poetico mi soffermo sull’Opera anche perché giovano sempre le emozioni primarie (o “primeve”, per usare un aggettivo più volte ripetuto dal Nostro). Citerò brani e omettendo le barre separatrici dei versi, considerata la loro scorrevolezza.
***
Trinacria e Magna Grecia. Pietro Nigro apre con Esodo e segue con argomenti legati alla Sicilia, il suo Sud. Appare chiaro il suo sentimento sull’emigrazione della sua “gente”, partita e destinata a vivere e a morire altrove. La sua è terra d’aranci e limoni, di fichi d’India, di zagare e salsedine, di sole e del carrubo; della bella Taormina, di Noto e di Avola. Terra dagli “aromi di pane secco d’olive e di menta”; mentre adesso si respirano gas solfidrici delle ciminiere. La sua coltre è fatta delle Madonie, dei Monti Iblei e di trazzere; vi si respira “tiepida brezza marina”; ma, sembra dire, è terra tradita dagli uomini e abbandonata da Dio. I suoi, sono “uomini duri come scorza d’ulivi”. Si chiede se la sua Isola si risolleverà, riprendendo l’antico splendore. Terra dal “sapore greco antico d’Eschilo e di Pindaro, di Teocrito, Simonide e Bacchilide.” (Indefiniti confini, p.29). Disilluso, promette: “Non voglio fiori bianchi sulla mia tomba, ma certezze.” (Ho visto seccare il torrente, p.24).
Chiaroscuri della natura, è conseguente di quanto precede: “Non mi rimane forse che sognare… Non posso credere che invano trascorra una vita per prepararsi alla fine l’oblio d’una tomba;” (Si scioglie l’inverno, p.38). Qui lo spirito si distende beandosi dei verdi campi nell’incanto della natura: “Giardini che ornate le campagne del Sud e che Goethe esaltò con le parole «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?»” (Odoranti campi di zagara, p.59).
I labirinti della memoria. Pietro Nigro si raccoglie nel silenzio delle sue meditazioni, andando all’età della spensieratezza, anche se la realtà gli sta sotto gli occhi. Affiorano così dal suo profondo frammenti di memoria, immagini evanescenti, come di fantasmi, di case distrutte, siamo nel secondo dopoguerra, di case abbandonate dai comignoli muti. Passioni esaltanti, sogni e progetti, come su “tele illusorie”; ma dentro egli piange. Si trasporta a Parigi (Montmartre, la chiesa del Sacré-Coeur, Saint-Germain, la Senna, Saint-Michel, la Sorbona). Ci offre un tocco dotto d’arte e di poesia. Ma, prossimo per un addio, sembra che i suoi passi abbiano lasciato l’impronta.
Amore è vita, evoca la sua donna “Dov’è l’amor mio mentre tra le fredde ombre di solitarie luci nell’immensa solitudine di stanche strade addormentate solo avanza la mia nostalgia di lei col passare della notte sotto i portici d’una città in attesa.” (Lontananza, p.96). Eleva un inno all’amore, riprende il motivo della ricordanza “La sera al Boulevard Saint-Michel”, in compagnia del suo amore nell’estate al Bois de Boulogne, a Montmartre, métros di Cluny, Saint-Germain, Saint-Michel, e altre località divenute luoghi dell’anima ove “parlare d’amore”.
Tra la vita e l’oblio, è canto che si fa lirica: “Non andremo più a raccogliere fiori di campo tra gli ulivi” (Caducità, p.119). Pietro Nigro ripercorre momenti che hanno preceduto la “subdola malattia, inizio di morte” (Contropartita, p.122). Piange e le certezze vengono meno, muoiono le illusioni, perfino la natura non avrà il suo profumo e il suo canto.
Dal dolore all’anima, dall’essere all’infinito. Il pensiero si fa più assertivo e rassegnato. Emergono pensieri di morte, rivolge un pensiero al proprio padre svanito in una “notte di marzo”, un pensiero pure al poeta e attore Bruno Vilar (marito dell’attrice Paola Borbone, morto in un incidente automobilistico); alla figlia Gabriella (1967-2014), prematuramente scomparsa. Si chiede: “Dov’è il segno della sua rivelazione?” (Gesù e la storia, p.177). Non resta che la fede!
Alla fine del tragitto, capitolo settimo, silloge inedita del 2023. Il Poeta considera che fin dai tempi primordiali l’essere umano ha avvertito il bisogno di rivolgersi a un Essere superiore, chiamandolo con nomi diversi. Ma man mano, bisogni indotti e superflui, hanno prodotto “malsani pensieri”. Anche qui pensieri di morte, della figlia, e dei morti recenti come nel conflitto in Israele nella Striscia di Gaza [territorio grande quanto la città di Enna o di Firenze]. Deluso dalla situazione attuale, dei molti morti. L’animo afflitto cerca conforto nell’illusione di Parigi. Infine conclude con quest’ultimo pensiero: “Se l’uomo un giorno volgesse lo sguardo dove l’orizzonte non ha più confini, … agevole sarebbe il percorso della sua vita più sopportabile il dolore della morte sublime la strada che conduce all’immenso” (La meta, p.193).
***
Penso che a un certo punto della vita poeti e poetesse ambiscano realizzare un’opera che raccolga il meglio di sé, se non addirittura una raccolta completa del proprio pensiero. Confesso di avere letto già sei o sette opere del poeta siciliano di Avola e non nascondo che ciò, forse, mi ha condizionato nel formulare la mia impressione sull’opera in parola. Altresì penso che Pietro Nigro con la sua Opera Omnia (volume 1, relativa alla poesia), riferisca un dettato sentimentale comune a tutti gli esseri umani; ma credo lo faccia semplicemente con gocce di vera poesia, degne di essere citate, che si trasformano in un fiume. Raccontare diventa un bisogno, un filo teso per unire chi ci sta vicino, che amiamo e che ci ama; raccontare vuole significare legare il presente al passato e proiettarlo nel futuro per trovare il senso della vita, ma anche “il senso della morte” (mie virgolette).
Tito Cauchi
26 luglio 2024
Pietro Nigro, Opera Omnia. Volume 1 - Poesie, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 208, isbn 979-12-81351-28-8, mianoposta@gmail.com.
Franco Colandrea, "A mio figlio Paolo"
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A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore
Franco Colandrea
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Non credo che sia necessario impiegare molte parole per descrivere il dolore cocente e insuperabile, la terribile deprivazione affettiva e intellettuale-morale, provocati nell’animo di un genitore dalla morte di un figlio, evento difficilmente concepibile e quindi razionalizzabile nella sua innaturalità.
Un maestro del pensiero antico, nonché grande scrittore, Lucio Anneo Seneca, nella Consolatio ad Marciam – un testo databile intorno al 40 dopo Cristo – si accinse a confortare la madre, figlia del senatore Cremuzio Cordo, la quale aveva perduto il suo Metilio, ricorrendo ai luoghi consueti della dissertazione filosofico-letteraria; riuscì tuttavia a focalizzare soprattutto la pena tenace e tormentosa («Tertius iam praeterit annus, cum interim nihil ex primo impetu cecidit: renovat se et corroborat cotidie luctus et iam sibi ius mora fecit eoque adductus est ut putet turpe desineret», 1 («Ormai sono passati tre anni, e ancora niente dell’originario sgomento è venuto meno: piuttosto si rinnova e rinvigorisce ogni giorno e la durata si è fatta diritto, sino a spingersi a ritenere disonorevole desistere, traduzione mia»), e a indicarne la causa precipua: «Nihil enim ad rem pertinent anni, quoniam nullum non acerbum funus est quod parens sequitur», 17 («Perché al riguardo non contano nulla gli anni, in quanto non c’è funerale, che abbia al suo seguito un genitore, che non sia prematuro»).
Franco Colandrea, nell’intento di definire la propria condizione etico-sentimentale, si affida alla rappresentazione accorata dell’analoga situazione psicologica di una “signora senz’anima”, tramite la felice soluzione narrativa della corrispondenza speculare, dell’individuazione di una “microstoria” entro la “storia” principale, secondo lo schema inventivo che i critici professionali chiamano mise en abîme: «Ogni pomeriggio giravi con la bicicletta ed una signora molto magra ti salutava sempre, il suo volto era molto scavato dalla disperazione. Un giorno mi domandasti cosa avesse quella donna e perché fosse sempre triste, ti risposi che aveva perso il suo unico figlio per un incidente stradale (…) Mi abbracciasti ed esclamasti: “Povera donna, papà!” Ora sono io che cammino nella stessa piazza» (La signora senz’anima, il secondo corsivo è mio).
L’episodio appena menzionato costituisce altresì un interessante momento di svolta nell’organizzazione strutturale-compositiva del racconto, ne precisa l’equilibrio formale e stilistico. La parte iniziale del testo, che lo comprende, è caratterizzata infatti dall’essenzialità e dalla nettezza del discorso, dominato da una simmetria basata sulle frequenti cadenze iterative e come bloccato da scoperte preoccupazioni cronistiche connesse all’obiettività di un accadimento tragico e ineluttabile, che ha imposto uno stato sconvolgente di mancanza, di sottrazione e quindi di autentica amputazione spirituale: «Ti ho voluto in vita con la forza della vita. Mi hai fatto vivere con quella magica forza della vita. Ti ho cresciuto con la potente forza dell’amore. Ci siamo tenuti in vita e siamo cresciuti insieme con la forza dell’amore e della vita (…) Appena viene a mancare la forza della vita, anche quella dell’amore lentamente passa nel buio dell’orizzonte» (A Paolo con forza, corsivo mio, come sempre dopo); «Di sera, nei momenti in cui ci vedevamo, il tuo sorriso mi caricava. Di giorno, al telefono, vedevo sempre il tuo silenzioso sorriso, era energia invisibile per tutti e due. Di notte la parte conscia del mio cervello comunicava con la parte inconscia, sorridevo col tuo sorriso. Mi manca il tuo sorriso» (Il tuo sorriso); «Sui Monti Ausoni – ricordo che avevi dieci anni – insieme abbiamo esplorato gli impenetrabili boschi di lecci, eravamo felici (…) Adesso non troverò più niente di simile, ma quello che manca veramente è il tuo sorriso» (Appunti di gioventù).
Il ricordo è straziante, e la terribile, profonda lacerazione suggerisce di conseguenza correlazioni antitetiche: «Avevi otto anni e la febbre che sfiorava i quaranta gradi (…) Era notte ed avevi paura del buio. Trovammo tre candele strette e lunghe (…) Era una luce flebile ma piena di calore. Ora quel pagliaio è vuoto e senza luce» (Il pagliaio).
In seguito però – grazie anche all’aiuto “terapeutico” della “scrittura” (mi sembra invero interessante lo spunto meta-letterario costituito dal capitoletto intitolato Amica penna: «Non ti stanchi mai, sei sempre disponibile, alle volte hai delle pause di riflessione, ogni tanto vieni buttata con rabbia nel pennaiolo, ma poi vieni ripresa e così sei di nuovo pronta a dare una mano») – il respiro sintattico si amplia, la costruzione dei periodi si fa più complessa, e l’ossessione memoriale diventa occasione per una sublimazione ideale, per un meditato trascendimento catartico del cupo animus luttuoso, attraverso un percorso lucidamente deliberato nella sua alterità qualitativa, carica di rigeneranti implicazioni emozionali e cognitive: «Non riesco ad avere pace, ma devo accettare il fatto compiuto. La strada che intendo intraprendere per comunicare con te attraverso il corpo eterico è nel campo della metafisica e spero tanto un giorno di riuscire a comunicare con te attraverso uno di questi canali» (La rassegnazione).
Così il rapporto padre/figlio riprende e si rinnova attraverso il sogno, un’esperienza che gli antichi greci ritenevano un dono della divinità (« Ὄναρ ἐκ Διός ἐστιν », si legge nel primo libro dell’Iliade): «In sogno, davanti al caminetto acceso che riscalda anche le più remote cellule del corpo, il pensiero è sempre costante verso di te, e ora riesco a vederti, ti vedo con gli occhi della mente nell’altra dimensione (…) Mentre ti volti, accenni ad un sorriso di compiacimento e durante il ritorno verso il tuo Paradiso sussurri alcune parole che sembrano dire: «Ba (Papà), io sono con te, sono sempre vicino a te» (Il sogno di ri…nascita).
È questo il cuore del libro di Colandrea: la comunicazione consentita dall’attingimento di un’altra dimensione, dall’ “oltrepassamento” dei “confini dell’Universo” (v. il racconto L’amore) non può che rivoluzionare ogni misura interiore, rivelando la grave inadeguatezza di ogni concezione relativistico-empirica ispirata al materialismo positivistico. Auspice pure l’influsso della sapienza vedica, la mente del genitore, che ora da maestro si trasforma in scolaro («Dopo la giornata lavorativa non vedo l’ora di andare a letto a dormire con la speranza di rivederti in sogno e ascoltarti ancora perché ho tanto da imparare da Te, figlio mio. Come vedi, ora i ruoli si sono invertiti» (L’ascolto), si apre al mistero, all’idea dell’anima immortale, alla prospettiva dell’incontro liberatorio e gratificante con una Presenza d’amore, la quale assicura infine uno scopo positivamente orientativo alle dinamiche dell’intero ordine vitale, datoché è convinzione conclusiva dell’autore che «tutto vada ‘come se’ il mondo fosse diretto a un fine da una volontà intelligente e superiore» (Il cervello del mondo).
Floriano Romboli
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L’AUTORE
Franco Colandrea, nato a Vallecorsa (FR), vive a Monfalcone (GO). Ha svolto il lavoro di Finanziere nelle Fiamme Gialle e poi dipendente pubblico alla Regione Friuli Venezia-Giulia. La sua vita è cambiata dopo la dipartita prematura del figlio Paolo. Oggi ha quattro lauree e si occupa di Naturopatia. Ha pubblicato i volumi: Le parole che ti ho detto e non ti ho detto in vita (2005), Dialogo inconscio da dimensioni diverse tra figlio e padre (2006), Dialoghi onirici tra padre e figlio - Paolo l’Immortale (2006), Senza Dio sono niente (2018), Rinascere a nuova vita dopo aver subito un dolore impossibile (2023).
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Franco Colandrea, A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-40-0, mianoposta@gmail.com.
Francesco Salvador, "Il dono dell'alba"
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Francesco Salvador
IL DONO DELL’ALBA
Il dono dell’alba (Guido Miano Editore, Milano 2024) è una raccolta di poesie non scandita in sezioni che risulta alla lettura magmatica per la densità metaforica dei componimenti che, pur essendo autonomi tra loro, per l’unitarietà contenutistica e formale possono in toto essere letti come un continuum di versi come se fossero collegati da un filo rosso invisibile.
Qui l’ordine del discorso è sotteso ad emozioni debordanti che crea il poeta, emozioni comunque sempre controllate a livello stilistico e formale, e per l’opera esaminata in questa sede si potrebbe arrivare alla definizione di poemetto.
Il male di vivere di montaliana memoria, e vissuto intensamente dal poeta, sembra essere il protagonista di questi versi.
E se nel titolo del volume si parla di un dono di luce è sottinteso che per una caratteristica dei versi presi in considerazione bisogna riferirsi anche ad un altro tipo di dono, che è quello del turbamento che serpeggia ridondante nei versi di Salvador.
Tuttavia, come evidenzia anche Enzo Concardi nell’acuta prefazione ricca di acribia, Francesco Salvador non sta assolutamente a piangersi addosso, affranto da una vita che dà scacco, ma reagisce conscio che la condizione umana può riservare anche tantissime gioie e che la vita stessa è degna di essere vissuta.
Già il titolo della raccolta evidenzia che la vaga luminosità dell’alba è un dono in se stesso e ci fa intendere che nella coscienza letteraria dell’autore può realizzarsi anche la felicità, forse come in momenti perfetti di sartriana provenienza.
Il poeta sa che è proprio la pratica della poesia quello che può salvarlo a prescindere da una visione trascendente dell’esistere.
E la stessa alba è luce e può divenire rigenerante e portatrice di un approccio nuovo alle cose nel confrontarsi con la realtà in tutte le sue sfaccettature e tutti i suoi settori.
In altre parole se la vita non è facile per nessuno, nonostante il pessimismo di fondo, si può varcare anche nel transito terreno la soglia della speranza.
E se Francesco affronta i temi del male, e della morte e del dolore lo fa lucidamente per esorcizzarli e poi trovare serenità.
E non a caso si ritrovano componimenti che sembrano un inno all’ottimismo che non potrebbero esserci se il poeta non avesse toccato nella sua ansia il fondo come attraverso una sintesi di sentimenti per una risalita fino ad una salvifica superficie con animo sereno e senza sforzo.
Molto bella densa e suggestiva la poesia che apre la raccolta intitolata Una mano sulle pietre componimento che ha un marcato carattere programmatico.
Nella suddetta poesia la psiche e il corpo del poeta stesso, dell’io – poetante, sembrano sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda per un magico e affascinante accadimento che trae l’incipit proprio nel toccare con una mano le pietre come nell’incipit della composizione.
“Mi è di conforto/ posare una mano sulle pietre/ della città visitata nei giorni di festa/ più degli occhi ora è forte/ l’istinto di trattenere/ quelle forme nella mente/ come chi sente la vita andare/ e stringe la mano/ dell’ospite nella casa fredda/ e non vuole lasciare la presa/ cercando così di truffare il tempo…”.
Come scrive giustamente Concardi nella prefazione «la poesia di Francesco Salvador va visitata come se contenesse un mosaico d’occasioni che la vita presenta ma che si risolvono spesso in illusioni e poi delusioni, lasciando un fondo amaro per mancanza di prospettive a lunga scadenza».
Raffaele Piazza
Francesco Salvador, Il dono dell’alba, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-32-5, mianoposta@gmail.com.
Tommaso Tommasi, "Poesogni"
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Poesogni
Tommaso Tommasi
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Io con Tommaso Tommasi mi sento in colpa per due motivi. Primo motivo: mi occupo di editoria da trent’anni; ho iniziato verso la fine anni degli anni Ottanta ancora studente liceale con i primi articoli su riviste locali e con i preziosi consigli di mio padre Guido che dirigeva la nostra Casa Editrice. Confesso anche di avere stilato centinaia di prefazioni, saggi, monografie su autori e artisti contemporanei; e tenuto conto della mediocrità dei tempi di oggi, si tratta spesso di espressioni artistiche ormai livellate su canoni estetici e formali consueti e scontati. Mai come in questo caso mi sono imbattuto in un autore sui generis che mescola brani (forse derivano da sogni interrotti?) o meglio brandelli di racconti di vita vissuta spesso dal sapore autobiografico con stralci di liriche in un vortice caotico apparentemente senza senso. E solo ora mi rendo conto della complessità del dettato poetico di Tommaso Tommasi.
Sepolto dalle urgenze redazionali, mi accingo a scoprire un autore di caratura unica. Una scrittura, la sua, che si avvale di un mosaico di frammenti, episodi, immagini, brevi accadimenti slegati tra loro. Pensieri e riflessioni in un magma di sentimenti e osservazioni, racconti e aneddoti spesso senza una logica consequenziale. Lo stesso titolo della raccolta Poesogni è frutto della fantasia dell’autore come i titoli Ripamaro (2020) e Lamodeca (2022) pubblicati da questa Casa Editrice (e non prefati da me ma dal nostro valido e storico collaboratore Enzo Concardi) e che costituiscono una sorta di triade. Tre volumi che racchiudono un percorso di vita e sperimentazione linguistica già intrapreso con la pubblicazione del primo volume Il vento dell’anima nel 1977.
Come giustamente ha notato da Enzo Concardi nella prefazione a Lamodeca «… ne risulta una sorta di zibaldone di motivi, temi, generi letterari, stili i quali sono tuttavia uniti da un principale filo conduttore: stralci di vita dell’autore tratti dalla memoria e proposti oggi come una retrospettiva di vissuti tradotti in forma letteraria in cui vi sono occasioni perdute, esperienze giovanili, prove narrative e sogni interrotti da risvegli».
Proprio in Poesogni (G. Miano Editore, 2024), in uno stato di immaginario dormiveglia, il nostro poeta alterna brani lirici con sogni o meglio brandelli di sogni in una girandola di riflessioni, episodi di vita, memorie macerate intimamente. La dimensione del sogno sempre presente nella sua produzione, qui diventa elemento catalizzante e se vogliamo un processo di “catarsi” dai mali del mondo.
Il rifiuto di una società sempre più alienata e disumanizzata con i suoi falsi miti del progresso e con le sue idolatrie lo portano a isolarsi e a costruire un’interiorità sensibilissima per cui la poesia diventa l’unico approdo “al mal di vivere”; la poesia come tutta l’arte in generale diventa l’unica corazza per difendersi da un mondo ostile e nel quale non si ritrova.
La massificazione della società moderna con la distruzione dei valori più autentici rende il mondo dominato dal caos senza più una gerarchia di valori o principi morali. Il poeta percepisce questo disagio, si sente sopraffatto e questa dolorosa osservazione del mondo rende ancora più difficile il dialogo con l’umanità. Ma Tommaso Tommasi rimane impassibile a volte; la realtà continua a conservare il carattere dell’enigma, dell’illusione, le cose rimangono prive di chiari contorni e di colori. Quasi un caos calmo, un ossimoro di morettiana memoria, dove in una dimensione caotica il poeta trova quasi una rassegnazione senza via di fuga.
La sua complessa e articolata personalità ci induce a una particolare valutazione dell’opera letteraria; oltre a dedicarsi alla poesia, Tommaso Tommasi si dedica al teatro, alla fotografia e alla pittura. Poesia sintetica nell’espressione, dotata di una notevole cadenza ritmica, che non ignora certo la frequenza con i classici, strutturata sostanzialmente tra l’immagine lirica e un ripiegarsi acuto e dolente nell’interiorità; un’interiorità che è resa più aspra dalla solitudine e dallo scorrere del tempo.
Perciò al primo impatto sembra essere una poesia caratterizzata da una visione fatalista e pessimistica della vita dove regna il caos o il disordine e i sogni aiutano ad evadere da questa realtà dolente: «I sogni non sono inutili / se poni tra le mani / un sipario di vetro. / E l’abisso risale / verso volti di uomini / che nascondono la rabbia / della palla del mondo».
Ma anche nella cupa disperazione e sensazione di angoscia si apre uno spiraglio: «Mi hai incantato col tuo caldo corpo / verso confini sconosciuti. / Suonerò il tamburo della mia vita / come il bambino che è in me. / Quel giorno sarà un sogno / e come il sogno sarà senza dimensioni. / Non potrà essere collocato / nello spazio e nel tempo. / Come un sogno / non potrà avere né un inizio né una fine. / Quel giorno sarà come una vita intera».
Ma cos’è poi l’arte, se non un tentativo di recupero del mito di quell’innocenza perduta a cui noi tutti tendiamo e di cercare di scovare negli abissi della propria coscienza quel poco di pace che tutti cerchiamo e che solo pochi raggiungono. E Tommaso Tommasi questo lo sa bene: «Libero, avrei voluto / confessare la mia malinconia. / ma il mondo lontano / abbandona le case del povero / senza graniglia di marmo / o finestre colorate di luce; / e le braccia ricadono stanche / senza le parole incantate / di un mago di bottega».
Il suo non è un canto illusorio poiché sogno, realtà e illusioni si fondono in una identità presente con il pensiero e l’azione. La poesia del nostro autore rivela anche la preoccupazione per quanto dell’uomo rimane di ciò che egli ha vissuto e sofferto nell’iter terreno e comprende che solo l’opera del pensiero individuale può continuare a vivere dopo l’annullamento fisico. Ma ecco che forse «(…) ci sarà sempre / un sorriso di donna / che guarderà felice / lontani orizzonti». Il che non è poco e lascia aperto comunque qualche barlume di speranza. Ed è in questo che risiede l’intima essenza della poesia per Tommaso Tommasi.
Il secondo motivo per cui mi sento in colpa è non avere letto prima gli altri suoi volumi precedenti.
Michele Miano
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L’AUTORE
Tommaso Tommasi è nato a Ripatransone (AP) nel 1948 e vive a Seriate (BG). Laureatosi a L’Aquila, ha insegnato teatro, fotografia, poesia, lingua italiana. È stato bibliotecario presso il Liceo Scientifico di Bergamo. Ha collaborato come pubblicista con giornali e riviste; ha pubblicato varie raccolte di poesie. Tommasi è anche pittore ed ha allestito diverse mostre personali e collettive. Nel concorso “Opera Uno 2011” si è classificato tra i vincitori.
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Tommaso Tommasi, Poesogni - Poesie e sogni, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-36-3, mianoposta@gmail.com.
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