poesia
Francesco Salvador, "Il dono dell'alba"
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Il dono dell’alba
Francesco Salvador
Guido Miano Editore, Milano 2024.
La poesia di Francesco Salvador va visitata come se contenesse un mosaico di occasioni che la vita presenta, ma che spesso tuttavia si trasformano in illusioni e poi delusioni, lasciando un fondo amaro per mancanza di prospettive a lunga scadenza. Si tratta di testi di non facile lettura ed interpretazione, sia per la presenza di numerose espressioni, immagini, allocuzioni bipolari, antitetiche, opposte (motivo linguistico), sia per un’incertezza dell’anima che si riflette sul messaggio letterario del poeta veneto (motivo contenutistico).
Il suo pregio maggiore può essere ravvisato nella capacità di creare atmosfere suggestive ed accattivanti attraverso la cifra della sintesi: bastano pochi versi, alcune pennellate metriche, altri coinvolgenti ossimori, per conferire ai suoi ritmi ed alle sue scansioni armonie, emozioni, suoni che proiettano il lettore nel mondo della poesia. Anche il titolo della raccolta - Il dono dell’alba - corrisponde a tali caratteristiche, lasciando tuttavia in sospeso l’aspettativa creata con un’immagine molto lirica; nel testo conclusivo, Volti, ecco gli ultimi due versi («…Tutti nell’attesa / di un dono all’alba») che sospendono la definizione del domani, del futuro: viviamo una speranza forse troppo vaga per essere chiamata tale. E, in tutto il libro, un crepuscolarismo strisciante avvolge la visione del mondo dell’autore.
Non per nulla uno dei temi più ricorrenti nel suo ventaglio creativo è quello esistenziale, dall’interrogarsi sull’essenza del tempo fino all’incombente senso e realtà della morte. Ciò lo possiamo evincere visitando le più significative pagine a proposito dell’essere o non essere. In apertura molto ci dice Una mano sulle pietre. Qui il poeta vorrebbe fermare il tempo, ma vano è lottare contro tutto ciò che è «già scritto nel palmo di una mano», ovvero il nostro destino. Sorte che si concretizza con un’intuizione interiore: «come chi sente la vita andare»; ed altri versi testimoniano l’illusione di restare qui più del dovuto, «perché l’ignoto fa tremare», cioè il pensiero della morte («casa fredda») e di quel che ci aspetta dopo.
Più esplicita e lapidaria è la poesia All’asta dell’addio: «Inventari / rimangono al vecchio / solitario malato / dalle forze spremute / domani chi / verrà alla soglia / della casa / per dare sorrisi? / Re Mida della morte / ad ogni passo stanco / sarà solo all’asta / dell’addio». La senilità è dunque vissuta come l’anticamera della morte, e non come una stagione della vita con le sue luci ed ombre. Si può inserire in questi contesti tematici anche Non sei più tornata, un sogno – incontro immaginario con la madre tacita («madre perché non mi parli?») nella sua dimensione ultraterrena: non si crea così un dialogo, una “corrispondenza di amorosi sensi” tra madre e figlio. La ricerca filosofica, da parte dell’autore, di approdi o comunque di direzioni sicure è di difficile ed ostica esperienza, poiché non riesce a distinguere tra ciò che appartiene alla realtà abitata dall’uomo o alla dimensione metafisica e divina: «...Così potremmo / sperare di scorgere / l’amalgama tra l’immanente / e il trascendente / nell’ultima libertà di pensiero...» (Non oltre il mare).
In un’altra delle sue metafore (un certo simbolismo abita i testi di Francesco Salvador) appare – insieme al suo – il pianto di un neonato e di un gatto e ci dice: «…È il pianto di chi / non sa gestire l’ignoto, / e quella disperazione / ci accomuna, rende noi tre / fratelli per sempre: / io, il neonato e il gatto, / una triade terrena / che non aspira / alla conquista dell’eternità» (Verso la città morta). Dunque siamo giunti alla rinuncia, non c’è alcun risultato, sbocco apparente alla ricerca dell’autore, fino al punto di svilire anche la ragione, dal momento che l’uomo è inserito in una «triade terrena» disperante, in cui non si è sviluppata un’evoluzione qualsiasi. Stesse note troviamo ne Il mare della vita, in cui una similitudine sorregge versi sia dubitativi che affermativi, ma dove regna ancora un’atmosfera di desolazione: «È dunque questo / il mare della vita? / Un eterno oblio / che cerca per compagno / lo stordimento? / E quante oasi false / prima di giungere / alla fine che fine non è!...».
E troviamo ancora parole che suggeriscono «il disagio di essere uomo» (Per le parole dei poeti), forse quel ‘male di vivere’ o quel ‘male oscuro’ che è di casa in molta parte della letteratura contemporanea di derivazione ideologica. Ed anche parole di solitudine, inevitabili in una condizione umana giocata sul minimalismo ribassista: le Nuvole grigie che vestono il cielo sono paragonate ai fantasmi della nostra mente, ma in soccorso giungono «i carillon delle giostre» che proiettano il poeta in uno stato letargico, «nel tepore rassicurante di una fiaba».
Vi sono tuttavia, tra le poesie della presente raccolta, parentesi, pause, soste - rispetto ad un certo pessimismo antropologico e filosofico - che potremmo definire di ‘realismo magico’, ovvero sulla base descrittiva di realtà tangibili s’innesta la fantasia immaginifica del poeta, in parte di derivazione naturalistica. Sono tali le seguenti composizioni, paradigmatiche ed esemplari di questo genere. Citiamo allora Insegnami, dove si segnala la scomparsa di personalità artistiche con forti identità e radici, vicine al popolo e alla gente autentica, poiché hanno preso il loro posto creature evanescenti e anonime: «Chiedimi cosa / potrei raccontare / alle sedie occupate / dei bar / sono scomparsi i poeti d’osteria / e non da oggi / come poter instaurare dialoghi / con i fantasmi / insegnami». Indi la più articolata e lirica Ciò che resta nei paesi, che può essere assunta anche come rappresentante della tipologia salvadoriana dei testi d’atmosfera, come si diceva nel secondo capoverso di questa prefazione; il poeta infatti crea immagini lampanti e segrete della vita di borgo: lo sguardo da certe finestre, le vie più nascoste, l’aria fresca della domenica, un bar invecchiato negli anni, finestre di cucine illuminate… dove l’elemento onirico è dato da un improbabile ‘genio del luogo’ o ‘sognando un folletto’ nelle sere sprigionanti talora calore umano, talaltra situazioni di solitudine.
Ed ancora Conchiglie, che ricostruisce il gioco dei mondi ascoltati ponendo l’orecchio su di esse, gioco tramontato appartenuto alle avventure sognate nella nostra adolescenza: «Portano dentro / il suono della nave pirata / le urla dei corsari / tutti i fantasmi / conservati dal mare. // In quel fruscio magico / vi è il mondo sparito / del capitano Nemo». E concludiamo le citazioni del ‘realismo magico’ con Canto di sabbia, il cui titolo è già un ossimoro, che prelude all’altro gruppo di poesie di Salvador, ossia quello della bipolarità. Canto di sabbia mi pare essere una delle più riuscite liriche del libro ed associa immagini forti a strutture linguistiche soavi, con un messaggio finale sull’aggressione perpetrata nei confronti del pianeta Terra: «Un canto di sabbia / viene da lontani deserti / lo spartito fatto di polvere / lancia le note fino a qui. / L’ululato feroce del vento / è la melodia che sentiamo / a volte dolce a volte selvatica / come artigli d’aquila sulla preda. / Sa consolare la ninna nanna / del suo fischio insistente. / Altrove sciacalli banchettano / confusi nell’ocra gialla / di una terra friabile e ferita».
Ed eccoci finalmente ad alcuni annunciati passi contenenti antitesi, che quindi affermano e negano allo stesso tempo. Di nebbia questo cuore si avvale di figure retoriche: c’è l’anafora «di nebbia questo…» come incipit delle due strofe; ci sono ossimori come «il cuore vestito di nebbia» e «canto muto»; c’è la sinestesia del «giorno dal respiro affannoso»; e l’antitesi consiste nella dichiarazione del poeta che, nonostante il «grigio inerme» e il canto inudibile, ringrazia «chi quella musica / ha scritto». Il significato del testo potrebbe nascondersi proprio qui, nel tentativo di apprezzare tutto ciò che rompe l’apparente non senso dell’esistenza. L’alba verrà (in sintonia con il titolo della raccolta) apporta tre antitesi: verrà l’alba a guidare i tuoi passi, ma sarà tardi per cantare; la confusione attuata dal soggetto fra il sangue (primo polo) e l’oro (secondo polo); bacerai le perle, ma sarai preda del marmo. L’autore vuole rappresentare indubbiamente le contraddizioni della vita e dell’animo umano, la sua natura scissa sempre tra due opposte tendenze, come nelle conclamate realtà: bene-male, luce-tenebre, vita-morte, piacere-dolore…
Chiarissima nella sua sintesi dualistica è Legami, che rimanda anche ad una tipica problematica pirandelliana: il desiderio di libertà ed il bisogno di avere nel contempo una vita d’affetti e sociale, la quale comporta appunto dei legami e delle responsabilità. Scrive il poeta: «In alcuni giorni / non vorrei avere legami. // Camminare per orti e stelle / sarebbe il mio sogno. // Anche un torrente lurido / mi darebbe allegria…». (Questa prima parte è il sogno della libertà senza condizioni e impedimenti, anarchica). Tuttavia scrive nella seconda parte: «…Ma poi penso / che senza certe catene / non avrei potuto vivere / e mi sarebbe ora impossibile / contare i passi del mio domani» (Accettazione delle sicurezze economiche, professionali, familiari, affettive: ciò che Pirandello chiama la ragnatela delle convenzioni sociali cristallizzate).
Pochissimi sono i riferimenti alla poesia amorosa ne Il dono dell’alba, mentre non poteva essere l’amore il più bel dono dell’alba? Forse non basta Un tuo capello perché il lettore possa pensare a ciò: «Un tuo capello / mi è rimasto / sulla spalla / di una camicia / da te stirata / in tempi lontani. / Era un tuo bacio / inconsapevole (così ho pensato) / ma prezioso ora per me / come le tue labbra / ora che sei lontana». In definitiva il poeta però recupera il valore della vita (Un treno in corsa) e valorizza positivamente quelle occasioni che anche per Montale costituivano lo stimolo per andare avanti, nonostante l’enigma esistenziale: «...Il treno non si chiede / a cosa vale aver vissuto / e neppure chi di noi / morirà in pace / ignorando il valore / degli attimi trascorsi».
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (tv); ha vissuto per molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e lavora come insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti in riviste letterarie.
Francesco Salvador, Il dono dell’alba, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-32-5, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Opera Omnia"
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Wanda Lombardi
OPERA OMNIA
II edizione
Wanda Lombardi è nativa di Morcone (Benevento) dove risiede, tranne una parentesi di vent’anni nel Nord Italia per la docenza negli Istituti Superiori. È dall’inizio di questo millennio che si dedica alla scrittura, occupandosi di teatro, romanzi, narrativa e poesia. Per quest’ultimo genere ha pubblicato una decina di opere, decidendo di realizzare un’Opera Omnia (Guido Miano Editore, Milano 2023, in copertina “Il cammino”, 2020, dipinto su tela di Fabio Recchia). A tal proposito, la nota dell’Editore chiarisce che l’intento è quello di costituire «una ‘memoria’ documentativa e testimoniale degli scrittori contemporanei». Per il successo non è male avere ‘fortuna e virtù’, avverte che a volte arriva per via della moda effimera, altre volte giunge quando meno ce lo aspettiamo, e non mancano esempi (Italo Svevo, Andrea Camilleri). La poesia della Nostra ruota intorno alla sua esistenza molto travagliata.
Maria Rizzi, nella prefazione, chiarisce che il volume raccoglie composizioni delle sillogi, in senso cronologico decrescente, dal 2022 al 2001, in pari sezioni su cui brevemente sosta, facendo alcuni collegamenti con i grandi poeti del passato. In particolare pone l’accento sugli echi leopardiani del ricordo e su un contenuto che sa di «innocenza che commuove», sulla sofferenza che le proviene dalla vita vissuta. La prefatrice entra in sintonia con la poetessa; spiega che le sofferenze l’hanno minata nel corpo e nello spirito, i suoi pensieri si pietrificano; ma ne hanno irrobustito il carattere, così poco per volta il suo Io si fa Noi, e sente dentro di sé il mondo intero, amandolo.
Adesso soffermarsi sui versi di Wanda Lombardi, in modo stringato, non aggiunge molto, sanno di una religiosità profonda (si rivolge al Signore, a Papa Wojtyla, a Padre Pio di Pietrelcina, eleva più volte il canto al suo luogo natio, Morcone e a borghi vicini, e a luoghi visitati). Sanno di amore umanitario, di vocazione musiva. Tutt’e dieci le sillogi della raccolta, direi, sono sulle medesime corde. Ugualmente facciamo delle soste a conferma. Intanto cominciamo a osservare che i titoli delle sillogi, già da soli, promettono ricchezza interiore profonda e aspirazioni mirabili. Possiamo attingere a piene mani e trarne spunti psicosociali, ma mi limito in modo esemplificativo. L’ordine regressivo della raccolta potrebbe ingannarci, perché apriamo da oggi per andare a ieri.
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Miti e Realtà, 2022. Wanda Lombardi, adesso che è diventata “viandante stanca”, fin dalla prima poesia ci fa palpare il suo contatto con «l’eco di un evento lontano / che in me poco visse» (Vento inclemente, p.14); il desiderio del «sorriso di lei / quel cuore rifugio per tutti» (ibid.) nel bisogno di farsi cullare ancora dalla madre. Si sente “raggomitolata” nel suo dolore, reale, perciò trova sollievo tra i miti classici (Apollo e Dafne, Afrodite ed Enea e la progenie Giulia; Nike e Cassandra). E di tutto ciò si è nutrita.
Volo nell’arte, 2021. Ricorda Federico Zandomeneghi, pittore impressionista; il Canova e la scultura di Paolina Bonaparte, «stella che smise presto di brillare» (Una scultura del Canova, p.31). Ricorda le dolci nostalgiche «note di Beethoven /… il Notturno di Chopin / (…) / ‘Le quattro stagioni’ di Vivaldi» (Nella musica, p.32). Nel cinquantesimo della morte della madre: «Trattengo tra le mani la tua foto» (Mamma, p.34), commentando «Un secolo di affetti perduti» (Un album di fotografie, p.36). Pur di vedere la madre, anche per un solo attimo, farebbe come Orfeo che strappò dalle ombre Euridice. Questa sezione è sull’orma della precedente.
Nel vento dell’esistere, 2020. Haiku in cui la Poetessa evidenzia la gioia attraverso i colori, in particolare del rosso nelle sue sfumature (del ciliegio, dell’alba e degli ardori), gli affetti, gli anni giovani che sono «l’età del sorriso, / l’età più bella” (La giovinezza, p.46). Ma purtroppo osserva intorno che vengono «Negati a molti / una carezza, un pane» (La società, p52), mentre vi sono «Troppo viziati / i figli del benessere» (ivi, p.53).
Il senso della vita, 2019. Qui sembra proseguire le considerazioni precedenti sui giovani. Si fa più intima e toccante la voce, su l’infanzia negata, sull’amicizia resa senza valore. Sembra volere dire che tutto avviene sotto lo sguardo della luna, significando che tutto passa in ombra, forse.
Gocce di rugiada, 2017. La tua voce (p.68) diventa refrain di una vita ridotta in frantumi e desolazione, per una voce che non si fa sentire. Si vive uno stato d’ansia e il passato sembra trasparire dai ruderi, dagli oggetti, dai luoghi vissuti. Vorrebbe parlare, immergersi nel mondo classico, ma la realtà la schiaccia penosamente. Trova sollievo nel «sorriso di un bimbo / o dinanzi a un foglio bianco / inseguendo un nuovo sogno» (Piccole, grandi cose, p.74). Tuttavia sa che l’incomunicabilità rende «vana chimera / un senso alla vita» (Approdo, p.77); perciò si rifugia nei luoghi amati fra le ninfe rupestri.
Attimi lievi, 2018. Come è noto l’haiku è un componimento composto da soli tre versi per complessivi diciassette sillabe (5-7-5), dal senso semplice e compiuto; nato in Giappone nel Seicento e diffuso nel mondo, variamente modificato nei contenuti. Molti sono i nessi con la natura, le stagioni e l’amore, regalandoci sempre nuovi colori ed emozioni. La bella stagione fa nascere l’amore che è «un tuffo al cuore» (L’amore, p.90), e rende «parole traballanti» (ivi, p.91), senza dimenticare i temi sociali.
Voci dell’anima, 2016. Ci confida: «fragile e tormentata è la mia anima» (Fragile e tormentata la mia vita, p.96). Leva un inno alla donna, ma anche un biasimo a tutte quelle donne che uccidono i figli o si addolora per quelle che diventano martiri per mano dei figli. Anche lei: «All’ombra di mura austere son vissuta / con pochi affetti» (Destino, p.100). Considerando che tutte le persone aspirano a un futuro, Wanda Lombardi commenta: «In questo mio dolore / è il senso della vita» (Il senso della vita, p.101). Sarebbe semplice ritrovare la bellezza della natura in un quadro, nell’amicizia «niente offese» (L’amicizia, p.111), e invocare la Musa.
Luce nella sera, 2011. La sua vita è come un barlume: «La vita mi versò da bere / nel calice del dolore / reso più amaro nel fondo/ da una solitudine immane» (Perduti affetti, p.119). Osserva il dispregio verso la natura e il paesaggio; nei borghi oggi «Ovunque case abbandonate» (Natale nel borgo, p.121). Forse vittima di un abbandono, rimasta in attesa di una parola che non giunse, trasferisce la sua infanzia negata in un «Bimbo di prima media, / avevi il cuore spezzato / per i genitori divisi / e cercavi in qualcuno l’affetto, / (…) / e che tanto avrei voluto/ fosse un caro mio figlio» (A Valentino Rossi, p.127). Questi pensieri trovano naturale epilogo in un sentimento umanitario rivolto ai Paesi dell’Est, ai migranti; e religioso rivolto a Padre Pio in «colloquio con nostro Signore» (Il dono di Padre Pio).
Nel silenzio, 2002. Pensa al suo piccolo paradiso perduto, ma sembra che nel silenzio regni l’abbandono; così la terra arida diventa metafora della sua esistenza; così i giovani non guidati spiegano la violenza; mentre gli emigranti sono sorretti dalla speranza. Rivolta alla madre: «ascoltavi in silenzio / le mie amarezze, i miei errori, / (…) / L’umiltà fu la tua grandezza, /la bontà l’ineffabile tuo valore» (A mia madre, p.147). Rivolta al padre: «Scrutatore e ammaliante, / il tuo sguardo mi incantava, / (…) / generoso, attivo, /premuroso, attento, /indimenticabile papà, /uomo senza tempo» (Uomo senza tempo, p.157).
Sensazioni, 2001. In quest’ultima silloge (che in realtà è la prima in ordine di tempo) abbiamo la conclusione (che in realtà si tratta di prodromi) della poetica di Wanda Lombardi. Difatti troviamo il suo pianto e i sogni svaniti; abbiamo la sua attenzione da educatrice rivolta ai giovani, che esorta all’abbandono della droga, spiegando che «La felicità è un delicato fiore, / ha un profumo che ti inebria, / ti stordisce, (…) / È una farfalla che ti sfiora / con lieve frullo» (La felicità, p.171). Troviamo tanti temi sociali attuali del mondo la cui soluzione affida al Signore. Evoca il suo paradiso perduto con tocchi di un pennello, cioè dei luoghi dell’anima (Morcone «All’occhiello del Sannio» e Cusano Mutri), ma anche del Passo Pordoi nella Valle delle Dolomiti, di Saariselkä in Finlandia («terra di Lapponi»), di Capo Nord, della Valle san Marco. Dona la sua tenerezza di donna verso un bimbo, «I tuoi occhi tristi, imploranti, / (…) / Carezzarti vorrei, / darti il mio affetto» (Esile bimbo, p.176). Abbiamo il suo sentimento inespresso che esplode verso il padre «ogni tuo scritto ho riletto / per udire ancora la tua voce» (Smarrimento, p.183).
***
Wanda Lombardi con la sua Opera Omnia di poesia-prosa, si fa coinvolgente, si eleva e tocca il cuore, come quando evoca i genitori e il bimbo Ubaldo «esile fiore anzitempo reciso» (p.150), in cui forse si riflette. Quanto alla versificazione, usa marcatori come voci desuete quale speme, verbi in forma indefinita per prolungarne la durata; abbiamo qualche rima, ma anche parole tronche che, a parere del sottoscritto, stridono quando precedono parole inizianti con altra consonante. Rivela l’impronta pedagogica dell’insegnante, educa ai buoni sentimenti, accenna con garbo qualche precetto. Dallo stato soggettivo umano che l’aveva imprigionata, risorge “Araba Fenice”, un profilo poetico dolce e sognante che la protegge e la rende protettrice allo stesso tempo.
Tito Cauchi
Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.
Alfredo Alessio Conti, "Liriche scelte"
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Alfredo Alessio Conti
LIRICHE SCELTE
Composita per tematiche nettamente diverse tra loro e stati d’animo la poetica che, attraverso i suoi versi chiari, leggeri e icastici, esprime Alfredo Alessio Conti (scrittore di Livigno, SO); tuttavia sia che il Nostro tocchi il tema del pessimismo (che sottende però sempre un riscatto), sia che l’ispirazione sia di tipo amorosa-erotica, sia che sia di stampo religioso, si riscontra in tutte le composizioni un comune denominatore, un filo rosso che è quello di un io-poetante sempre molto autocentrato, che scava nel fondo della propria anima e proprio in questa sede si generano le parole della sua ricerca esistenziale quando dal nulla del mondo emerge un brandello d’essere che può essere una tonalità affettiva o un elemento naturalistico per esempio una foglia nella quale trasformarsi per una magica metamorfosi o un’indicibile gioia davanti a un tramonto o nel dolore nel contemplare il mare per fare qualche esempio.
Conti si esprime attraverso una forma elegante e tutti i componimenti sono raffinati e ben cesellati e risolti con un perfetto controllo.
Il volume Liriche scelte (Guido Miano Editore, Milano 2024) è un testo che scandaglia a fondo il poiein di Conti e presenta oltre la premessa di Guido Miano, tre prefazioni, nel campo della letteratura comparata, a firma di tre diversi critici (Enzo Concardi, Gabriella Veschi, Floriano Romboli) a tre sillogi di poesie accomunate ognuna da una delle tematiche (che sono anche problematiche) dell’autore (problematiche esistenziali, tema dell’amore, e spiritualità).
Se neanche Conti come Montale non può non confrontarsi con il male di vivere, tuttavia trova la forza nella parola stessa che è sottesa alla visione e alla certezza di un ideale trascendente come termine e inizio di una vita infinita al termine del tempo terreno che è sempre breve.
Quindi Conti riesce a fermare il tempo o lo vorrebbe per trovare una risposta alle aspettative di una vita di credente e in un bellissimo componimento intitolato E passeggio scrive: «Fermati, fermati primavera/ il bucaneve/ è già spuntato nel prato/ le giornate si sono allungate/ tra poco fioriranno/ anche le rose con le loro spine/ e gli alberi con le loro gemme/ si risveglia la natura/ sorrido/ chino il capo/ e passeggio/ attendendo l’inverno». Anche il tempo, dunque è un argomento centrale in questo autore; tempo che passa e che è scandito dal susseguirsi delle stagioni in attese, malinconie, gioie e stupori che Conti sa fare vivere anche nelle anime dei fortunati lettori delle sue poesie.
Nelle poesie amorose serpeggia un tu al quale il poeta si rivolge in modo molto sentito come in Non sono più: «L’ho sepolto lì/ in quel piccolo cimitero di montagna/ il desiderio d’incontrarti/ su quelle vette impervie/ ad osservare il cielo/ e il mondo da lassù…».
Sembra che i versi nascano da sogni ad occhi aperti, quasi come se il poeta con una cinepresa virtuale riuscisse a captare i dati più profondi della realtà che non è solo la natura che lo circonda e trasferire questi dati in versi che talvolta hanno qualcosa di epigrammatico.
Tutto l’ordine del discorso è sotteso ad accensioni e spegnimenti improvvisi paralleli nella mente e nelle parole del poeta sempre in bilico tra gioia e dolore e tuttavia c’è la sicurezza che la felicità può essere raggiunta anche con l’intelligenza oltre che con il credere nelle bibliche parole che affermano che chi semina appunto nel dolore mieterà con giubilo.
Raffaele Piazza
Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp.104, isbn 979-12-81351-25-7, mianoposta@gmail.com.
Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"
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Poesie nascoste nella dispensa
Pietro Rosetta
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Questa prima raccolta poetica di Pietro Rosetta naviga a vista tra il canto d’amore e la ricerca esistenziale senza approdi. Per la prima tematica vale tout court il richiamo al leopardiano amore e morte, nel senso di un romanticismo sentimentale che nel nostro autore trova dimora in quasi tutte le composizioni: vedremo più avanti nell’analisi dei testi quante numerose siano le immagini, le espressioni e le atmosfere che ‘affratellano’ l’amore con la morte. Trattasi quindi di un sentimento forte, passionale, che non fa sconti alle banalità e ai luoghi comuni di tanta poesia amorosa contemporanea; che traccia la sua rotta spesso lontano dalla felicità, condizione sporadica e quasi casuale, forse più assenza di dolore al posto di una vera gioia; che appare romanzato e senza un fine, assumendo la forma di un isolato e spinoso canto del transfert realizzato solo parzialmente, poiché vissuto con intensa problematicità.
Talvolta sembra un andare e riandare nella memoria, in bilico fra esperienza ed immaginazione, talaltra s’imbatte - lo sviluppo della scrittura - in una sorta di ermetismo di significati, in quanto il poeta crea delle pièces, anche oniriche, sospese nel vago e nell’indefinito, dove è presente un ‘tu’ nel ruolo di interlocutore che potrebbe essere sia un altro-da-sé, che il suo alter-ego. La mancanza di titoli - sostituiti da asterischi - nella quasi totalità delle poesie, accentua tale impressione di mistero e vaghezza che, tuttavia, conferiscono alle liriche un senso di fascino dell’ignoto.
Per la tematica esistenziale stile e contenuti non si discostano granché da quel che abbiamo detto finora, tanto che si potrebbe definire, l’amore stesso, un fatto esistenziale, parte integrante di una vita concepita come viaggio, avventura umana, naufragio nella follia e nella morte, intese non in senso biologico, ma come condizioni interiori e spirituali. Ma il poeta non vorrebbe naufragare, per cui la lotta fra Eros e Thanatos è incessante e spossante. Le opposte tendenze, la luce e le tenebre, l’angoscia e la speranza e tutto ciò che è dualistico, bipolare costituiscono forze sempre attive, al lavoro nell’io, impedendo la pace in ultima istanza agognata.
Non per nulla la raccolta inizia con un inusuale - per la mentalità odierna - inno al dolore umano maturato nel nascondimento: tale è la lirica d’apertura, I canti delle vedove. Essa è degna di nota per più di un motivo. Innanzitutto vi sono espressioni di una religiosità antica ma popolare che assumono valore poetico, come: «vecchie chiese di periferia», «luci di candele ingiallite», «parrocchie dove c’è un prete solo», «quei vecchi rosari».
In secondo luogo tali canti vengono definiti, di strofa in strofa, in un modo diverso assumendo significati plurimi e connotando la profondità del dolore: sono voci destinate a spegnersi ma senza tempo; sono reiterati come cantilene infinite dai ritmi battenti nell’arcano silenzio; sono disperazione e lucida follia, adombrando la condizione spirituale di chi li vive; sono «…la speranza cieca / che ognuno di noi porta dentro…», ossimoro ad indicare che «…il presente è vietato / ma il futuro è possibile…»; ed infine c’è l’immedesimazione fra i canti delle vedove e la preghiera personale del poeta nel chiuso e nel raccoglimento della sua stanza, similitudine che ci induce a vedere in lui un soggetto travagliato nei gorghi esistenziali dell’avventura umana. Inoltre, il titolo trasformato in anafore all’inizio di ogni strofa tranne l’ultima, assume valore di nenia quasi tragica, richiamante il lutto, il dolore, la morte.
Tale canone metrico, sintattico e contenutistico è il più utilizzato dall’autore in tutto il libro, che prende così la forma di un poemetto unitario, dalle tematiche esperienziali altalenanti ed autobiografiche senza tempo, sempre teso su livelli di comunicabilità intensa e profonda, che immerge il lettore nel suo messaggio traslato come una carica elettrica. Si diceva all’inizio di amore e morte come leitmotiv della sua poesia amorosa, ed ecco le prove. «Ti parlerò ancora / per pochi giorni / poi, come le onde impetuose / s’impennano al vento e muoiono, // anch’io mi confonderò nel mare, / culla e cimitero di tutti noi, / onde della stessa acqua» (poesia senza titolo, p. 18). In un’altra lirica il connubio è esplicito: «Nudi i nostri corpi la passione trascina / lungo il fiume che ha inghiottito / il mio intimo più segreto insieme al tuo / torrida e infinita // fradici i nostri cuori, sulla riva, / rabbrividiscono al confondersi / di amore e morte / gelide ombre mescolate nella corrente» (poesia senza titolo, p. 19). Anche nella lirica «In riva al mare i sogni…» (poesia senza titolo, p. 22) la fine di un amore viene espressa con il verbo morire e sulla spiaggia amara giace l’amore esanime.
Vi è poi la variante dell’amore agonizzante, non ancora morto, ma prossimo alla fine. Bastano due liriche per capirne il respiro. Nella prima (p. 27) la perplessità su una relazione si esprime con immagini forti: «…Non so se le tue mani si confonderanno / alle mie, nelle carezze vellutate / o se la morte lucida già nel marmo / i nostri nomi scolpiti…». Nell’altra (p. 69) immagini marine simboleggiano un imminente naufragio, difficile da evitare: «... e in balia di una zattera / ho abbandonato il nostro amore / che ogni giorno rischia di annegare».
Ma la poesia amorosa di Pietro Rosetta contempla pure l’altra faccia della medaglia, dove l’amore si concede agli amanti, nonostante, talvolta, incontri contrasti. E il poeta ci parla di un amore bello da vedere, di un tempo che è sbocciato per unire corpi e anime, di un tempo che è maturo nonostante aspri e contorti intrecci, di sogni angelici, di assenze dolorose, di notti rubate al sonno, di schiavitù d’amore, di complicità profonde per dar senso alla vita… e finalmente il canto A Paola, l’amore dissetante per una donna: divinità terrena, musa della vita, senso del domani, compagna di viaggio e di ripartenze.
Oltre la dimensione del sentimento umano, il poeta accoglie nella sua sensibilità le vibrazioni esterne dei vuoti interiori, dei deliri e delle follie individuali e sociali, dei pericoli dentro mari tormentati, della paura di solitudini disperate, del rischio di vivere in isole solo per sopravvivere ai naufragi dilaganti.
Sopraggiungono momenti nostalgici di un passato ormai lontano, memorie di radici della terra ora chissà dove abbarbicate e la tenerezza di un volto materno il cui sguardo fa intuire che solo per te, figlio, io ho vissuto.
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Pietro Rosetta vive a Milano; dopo avere conseguito la maturità classica, si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1989, e si è specializzato in Oftalmologia presso la Clinica Oculistica dell’ospedale San Raffaele di Milano. Dopo una esperienza presso la Fondation Rothschild di Parigi, ha lavorato dal 1997 al 2019 presso l’istituto Clinico Humanitas di Rozzano, come specialista nella chirurgia del segmento anteriore e dei trapianti corneali. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche ed ha inoltre partecipato, in qualità di relatore ad innumerevoli congressi nazionali ed internazionali.
Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.
"Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon" a cura di Enzo Concardi
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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Nel testo Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon (Guido Miano Editore, 2024), è condotta un’ottima, interessantissima disamina del poeta, saggista e narratore veneziano attraverso le voci dei critici che hanno dato contributi ai contenuti e allo stile delle suo numerose Opere. Vengono citati, tra gli altri, Giampietro Cudin, Mario Stefani, Enzo Concardi, Nazario Pardini, Guido Miano, Angela Ambrosini. Conosco questo prolifero artista tramite due sue Sillogi, che ho recensito e amato molto: Tutto fu bello qui del 2020 e Fralezze del 2023. Trovarlo in un’Opera di ampio respiro come l’Analisi ragionata mi ha spinto a ripercorrere le sue orme dagli esordi, con Prime poesie, attraverso le splendide derive dei saggi che celebri Autori, come Dino Manzelli e Flavio Andreoli hanno dedicato a Zanon.
In questo splendido libro, corredato di foto che riprendono alcuni momenti artistici del Nostro, non manca una collana di cammei lirici, intitolata “Antologia essenziale delle poesie”. Sul greto del tempo in versi del Poeta sembra siano state raccolte perle sparse, concepite nel corso di circa quarant’anni di attività. Il tempo funge da lente d’ingrandimento per rendere nitida la visione del mondo di un autore e i suoi eventuali cambi di passo. Talvolta da giovani si tende a procedere in un orizzonte infinito, mentre con il trascorrere del tempo si riconoscono le parti e i confini. Non è il caso di Maurizio Zanon, o almeno non mi sembra. Leggendo la lirica del 1987 Andando e ascoltando, tratta dall’omonima silloge, sono stata immediatamente trafitta dalle emozioni che mi rapirono nella raccolta Tutto fu bello qui: “Andando e ascoltando / i discorsi del vento / più leggero io mi sento / tra i misteri del tempo”. Il canto si srotola in quattro settenari che racchiudono il mestiere del Poeta, il suo spartito sempre spalancato, le note che si alzano lievi e danzano dolcissime nella brezza e nello scorrere dei giorni, e la capacità, data solo agli artisti, di trarre enigmi anche dalle soluzioni. Attraverso i versi è possibile imbrigliare l’energia e plasmare la realtà percorrendo grandi distanze in un istante. Il mistero non rappresenta un muro, ma un orizzonte: “Felicità sta nel non sapere / ogni passo che verrà di nostra vita” (Felicità, da Liriche scelte, 2010).
Tema ricorrente di Zanon è il cammino, inteso come ‘andare verso’, un senso eracliteo dell’esistenza, vista in continuo divenire. Si muove il cielo, il mare, si muovono gli anni. La destinazione dei percorsi non sono luoghi, ma nuovi modi di vedere le cose. “… Nulla rimane / nello scorrere inesorabile : questo radicato / cammino di storia è destinato a dissolversi” (da Come il sole d’autunno, 2011). Restano intatti l’amore per la donna e la fede, punti cardine di un’anima che non vaga inquieta tra le burrasche, ma sa posarsi lieve sulle sponde della laguna, a meditare, a fare bilanci, a visitare le isole care della memoria. “Non finirà questo amore /che rinasce ogni giorno al canto d’usignoli!” (Non finirà questo amore, da Poesie d’amore, 1991). Trovo straordinario tra anime inquiete, disorientate, che cercano nei versi una catarsi, scoprire un uomo che smentisce l’assunto della vocazione artistica sposa dell’infelicità.
L’autore concepisce il sentimento per eccellenza come un viaggio ai confini di se stesso, un’esperienza che consente di essere simili a fuoco, di bruciarsi ed esplodere dentro “Un fuoco interiore che mai si spegne / brucia l’anima nel costante pensiero” (Passione, da Fralezze, 2023). E sa intendere la fede come una continua evoluzione spirituale, un cammino in verticalità nella certezza che “Dio è sensibile al cuore, non alla ragione” (Blaise Pascal). Nelle liriche sparse è presente una preghiera a David Maria Turoldo, presbitero, teologo e filosofo, nato nei primi anni del ‘900, che sostenne il progetto Nomadelfia per accogliere gli orfani di guerra; un sacerdote che condusse una grande avventura nella storia e nella chiesa italiana schierandosi sempre a favore del civile, del sociale.
In riferimento alle rimembranze, il tempo in fieri dell’Autore non concede di tornare indietro. Zanon, come tutti i grandi sognatori, è consapevole che basta sfiorare il filo teso di un profumo per far risuonare i ricordi. “Vivo l’oggi / pensando a come vivere il domani / ma è l’ieri che non si può più: / attendo allora un tempo senza tempo” (da Un tempo senza tempo, 2007). Il tempo cui allude il Nostro è quello che consente di restare a stretto contatto con l’anima, di attribuire senso al passaggio terreno. Nel tempo senza tempo nulla si crea o si distrugge, è la stessa essenza che continua a esistere assumendo varie forme, trasformandosi di continuo. “Ci siamo consumati fino a morire / sotto un cielo da cui ci aspettiamo ancora grandi cose” (Tutto fu bello qui, da Tutto passa, 2019). Da Eraclito si passa a Platone nel suo vertiginoso dialogo intitolato “Il Parmenide”, che asseriva. “La natura dell’istante è qualcosa di assurdo (atopos), che giace tra la quiete e il moto, al di fuori di ogni tempo”.
Quando ho avuto l’onore di recensire questo meraviglioso artista, che non ha bisogno di ricorrere alle figure retoriche per rendere superbo il suo canto, mi soffermai sull’amore per Venezia, una città che ben s’identifica con il non tempo, in quanto esiste in una dimensione esotica, in una sorta di gioco illusionistico, in una delle forme del mistero e dell’altrove. Zanon non poteva che nascere lì, un luogo che emerge dal mare o forse affonda nel mare. “Venezia bizantina / si stende in riflessi dorati / rivivo memorie passate / su carezze d’onde / ove si posano / gondole d’opaca luce” (Venezia bizantina, da Giallo oro di sole, 1995). La forza del sentimento amoroso, della spiritualità e del legame alle radici dà risalto a un aspetto tanto intrigante quanto raro, che caratterizza il Poeta veneziano: la costanza, intesa non come energia ferma, ma come volontà di raggiungere le più alte vette, non attraverso improvvisi scatti, ma lavorando anche di notte sugli obiettivi raggiunti.
Maria Rizzi
Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 100, isbn 979-12-81351-24-0, mianoposta@gmail.com.
Alfredo Alessio Conti, "Liriche scelte"
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Alfredo Alessio Conti
LIRICHE SCELTE
Alfredo Alessio Conti è lombardo nativo di Bosisio (nel 1967) in provincia di Lecco e vive a Livigno (Sondrio). Ha un curriculum culturale e professionale di tutto rispetto: ha studiato Filosofia, ha formazione teologica, è un educatore, svolge convegni sulle problematiche giovanili e sul disagio sociale; ha pubblicato una ventina di opere tra poesia e prosa. Quest’opera, dal titolo trasparente, Liriche scelte (Guido Miano Editore, Milano 2024), contiene raggruppate poesie in tre capitoli, ciascuno con prefazione a sé.
Il volume è presentato dall’editore Guido Miano, il quale fra l’altro sottolinea le finalità di “indicare di taluni autori un solco di scrittura nella quale sia da individuare una sorta di fratellanza d’arte, nel nostro caso della poesia”, entro una cornice sovranazionale. Ecco le Letterature comparate che consentono accostamenti tra il Nostro e tre illustri autori stranieri, scegliendo le liriche in base alle tematiche più rilevanti, rispettivamente: l’esistenza, l’amore, la religiosità. Così di seguito.
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Enzo Concardi (Zibido S. Giacomo, Milano, 1949), poeta e critico letterario, svolge la sua disamina sulla prima sezione della raccolta, denominando la sua prefazione con il titolo “Le problematiche esistenziali in Alfredo Alessio Conti e in Fernando Pessoa” (1888-1935), poeta portoghese autore di Ho pena delle stelle. Il Critico vuole evidenziare che “Nel groviglio esistenziale vissuto dal poeta” i vari aspetti presenti nella nostra società contemporanea vengono oggettivati seguendo tre direttrici (per esemplificare): bibliche, socratiche, ungarettiane, citandone versi in tal senso. Qui anticipo rispettivamente: l’essere e ritornare “polvere”, il “conosci te stesso”, sentirsi fragili come “foglia d’autunno”. Inoltre avverte che i vari contrasti lirici sono segni di una certa “disperazione ontologica”; tuttavia conclude spiegando che “Se Pessoa è considerato poeta del ‘pessimismo totale’, Conti lo affianca fino ad un certo punto (…) per poi accedere ad una teleologia sostenuta in ultima analisi da speranze metafisiche ed escatologiche con bagliori divini”. Insomma sull’esistenzialismo, nel Nostro, è una continua ricerca, anch’essa tripartita: sull’origine, sul destino e sul senso della vita. Argomenti sui quali il Poeta insiste (con anafore) per rafforzare il proprio sentire e i contrasti apparenti (ossimori) sui quali riflette, sono un bisogno biologico di rassicurazione.
La lettura del testo poetico difatti ci conferma il pensiero di Alfredo Alessio Conti, ossia l’argomento comparativo proposto sull’esistenza, ci accompagna tutta la vita. Citerò alcuni versi che reputo molto significativi, per dare ulteriore conferma del sentire intimo del Nostro. Verrebbe da dire che al di là del big bang, l’essere umano rimane con domande irrisolte. Ci affanniamo a rincorrere mete, come ricchezza e carriera, ma poi assistiamo al fallimento della società opulenta ed egoista, senza volerci rendere conto della precarietà della vita, così il Poeta commenta: “Nel respiro del vento/ vivo/ come foglia d’autunno” (p.13, Esistenza) con chiaro richiamo a Ungaretti. Egli sente su di sé le sofferenze degli ultimi, considerati come fratelli; sente che questa è “la bellezza/ dell’essere, dell’esserci” (p.16). È consapevole del travaglio che vive, sa che la morte non guarda nessuno in faccia; difatti considera la vita già un “sarcofago” e indica la terra come “materna morte” (p.17).
Riscontriamo il richiamo dell’antico motto socratico per conoscersi dentro e comprendere meglio gli altri. Il tempo scorre inesorabilmente: “Anni/ di solitudine e silenzi/ di sofferenze/ (…) / mi sono messo/ in disparte/ e tutte le porte/ si chiusero.” (p.23). Opponiamo fra noi steccati e muri, la diffidenza ci allontana dalla bellezza della natura, dalla sua armonia. Si chiede: “Quali domande avranno risposte/ prima che la mia vita finisca, ma/ rimarranno sepolte con me.” (p. 28). Siamo mutevoli: “sento/ l’usura del mio corpo/ andarsene/ con le energie spese/ in queste inutili/ battaglie.” (p.31). Infine: “naufrago/ nella mia/ solitudine” (p.32); e ancora: Siamo “un alito di vento/ immortale/ sul finire/ della vita” (p.33). Sono parole molto significative, dal senso compiuto, provengono dal fondo dell’anima e racchiudono travaglio interiore e riflessione.
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Gabriella Veschi (Ancona 1959) formatasi in Lingue e Letterature comparate, tratta “Il tema dell’amore in Alfredo Alessio Conti e in Pablo Neruda” (1904-1973), cileno, uno dei massimi scrittori del Novecento, autore di Cento sonetti d’amore. Per entrambi i poeti la donna è tutto; nel Nostro la malinconia d’amore per una donna lontana palpita struggente; il suo è un inno all’amore che si eterna grazie alla sua intensità. La Critica sottolinea, da parte del Nostro, il modo oculato del lessico che gli consente di esprimere sentimenti pure contrastanti come iperboliche note di sensualità senza scadere nel banale e nel volgare; così l’uso di “un armonioso succedersi di sinestesie, allitterazioni e paronomasie”, accorgimenti stilistici tali da suscitare le sensazioni desiderate.
Perciò passo ai testi poetici senza andare oltre, poiché il tema dell’amore è così universalmente trattato e abusato, e non vorrei ripetere cose ovvie. La lettura conferma la continua dichiarazione d’amore in cui il Poeta pone un’aura intorno alla donna amata elevata sopra ogni cosa; così “L’amore è un fiume travolgente/ sempre in piena/ dirompente” (p.49). È noto che quando si è innamorati si tocca il cielo con un dito, ma pure si sprofonda in un abisso; il Poeta crede che, comunque sia, gli spiriti di entrambi si uniscano dopo la morte, perché intenso è l’amore suo per lei. Lo struggimento di cui si è scritto sopra, è palpabile; nondimeno alcuni passi, toccano o forse nascondono, una perdita o un distacco come in questi versi: “L’ho sepolto lì/ in quel piccolo cimitero di montagna/ il desiderio d’incontrarti” (p.38); perciò questa dichiarazione assomiglia ad una ammissione di conforto.
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Ed eccoci al toscano Floriano Romboli (Pontedera, 1949), docente di materie letterarie, che tratta del tema della religiosità, al terzo capitolo intitolato “L’incontro con Dio e con le creature nell’itinerario spirituale di Alfredo Alessio Conti. Il lascito poetico di Paul Claudel” (1868-1955). Il poeta francese nelle sue Opere poetiche “amò declinare la fede religiosa” e anche in Conti “è ricorrente l’idea dell’esistenza individuale come itinerario, come cammino” in cui è possibile incontrare Dio e acquisire una giusta direzione o condotta di vita, fra tante perplessità e attese. Il Critico osserva quanto i limiti umani siano un ostacolo per compenetrarsi negli altri; nel Nostro ammira l’accuratezza lessicale di forma discorsiva e lineare; parla di naturale slancio religioso nel poeta Conti, “di un senso di sincera comunione fisica e spirituale con tutti gli esseri” (p.65); parla dell’intimo interiore che il poeta riesce a “esteriorizzare” ricorrendo alle similitudini.
Conti, poeta dell’amore verso la natura, verso il creato che è armonia, pur dichiarandosi “nomade spirituale”, scrive: “se ne va/ ramingo/ nell’anima nel cuore nelle membra/ e ritorna a Te/ con parole semplici/ a Te che leggi/ e vivi/ ed è un ritrovarsi/ sullo stesso cammino” (p.68). Si raccoglie nel silenzio delle tombe e pensa che le anime siano in attesa della resurrezione; con il suo carico di debolezze chiede perdono a Dio e aiuto, ma continua a confidare in “quell’altra vita” che “prima o poi verrà” (p.78). La sua spiritualità si riflette in un ‘tu’ discorsivo che si allarga all’altro; “Osservo la luna/ riflessa nel ruscello/ (…) //Lassù/ è magia, è poesia.” (p.73). Il tema dell’esistenza è presente anche qui; e il verbo, mi viene da dire, che si fa carne è nel più volte indicato “logos”, che vuol dire parola quanto discorso, seme quanto vita, sta a noi essere predisposti all’ascolto. Ascoltare così i passi che ci stanno vicini, per un amore fraterno. “Veglia/ sulla mia esule vita/ e/ riconducimi/ piano piano/ a Te.” (p.87). Sentendosi, come è naturale, un nulla nei confronti di Dio infinito, promette che non si stancherà di cercarlo: “Ti cercherò/ (…) // Ti cercherò…/ fino a quando/ TU/ mi aprirai la porta.” (p.93), una invocazione che sa di dichiarazione di fede; dopo di che il Poeta si assolve da solo.
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Fin qui ho cercato di seguire nell’ordine il volume di Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, anche nella sua architettura, nel rispetto verso l’Autore. Tornano utili al lettore i tre contributi critici (oltre quello dell’Editore); tuttavia confesso che, per via dello stacco tra un capitolo e l’altro, mi sono sentito un po’ spiazzato, è stato come se mi fossi trovato tre volumi e non uno solo (Disorientato forse per la poca dimestichezza, del sottoscritto, alla lettura del digitale). Mi sembra chiaro l’intento del volume circa la comparazione del Conti ai tre poeti stranieri (Pessoa, Neruda, Claudel, dei quali sono citati i titoli delle rispettive opere di comparazione). Così facendo viene ampliata la conoscenza oltre confine, il che conferisce maggiore prestigio all’Autore. Comunque, le singole tre tesi, circa l’esistenza, l’amore, la spiritualità del Nostro, si reggono da sole.
Generalmente le poesie sono brevi e in stile discorsivo, dialogo-monologo, come è in uso da alcuni decenni; il numero delle sillabe è variabile e tendenzialmente fa percepire un senso di palpitazione. Le oltre settanta poesie, pressocché equamente distribuite nelle tre sezioni, propongono liriche scelte dalle medesime raccolte pubblicate, tranne una particolarità singola, a partire dalle più recenti e a scendere, oltre che ad altre forse inedite. Per completezza aggiungo l’elenco dei titoli delle raccolte anche per il loro significato intrinseco: Il mistero ultimo della vita (2022), Tutto è respiro (2021), Sulla soglia dell’infinito (2021), La verità nascosta (2020), Quando un poeta se ne va (2019). Inoltre ciascun capitolo ha attinto in modo esclusivo ad altre sillogi, nell’ordine: il primo capitolo, E in questo mal di vivere (2002); il secondo, Avvolto dal tuo tenero amore (1998); e il terzo, Salmodiando Dio oggi (2008) e Vivo di te (2007). Lo sguardo sui titoli, come sui versi, non ci restituisce meri elementi decorativi, ma un’anima. Si sa che la poesia, come tutte le arti, si presta all’interpretazione, è suggestiva. Salvo interpretazioni che possono sviarmi, reputo titoli che fanno intuire un animo che rivela ricerca, indaga e sonda i misteri primordiali della vita.
Tito Cauchi
Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp.104, isbn 979-12-81351-25-7, mianoposta@gmail.com.
Giovanni Peli, "Poesie 1994 - 2024"
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Giovanni Peli
Poesie 1994 – 2024
Calibano Editore – Euro 13 – pag. 130
www.calibanoeditore.com – info@calibanoeditore.com
Le parole non appartengono alla poesia è il giusto sottotitolo di una raccolta poetica che racchiude trent’anni di attività, selezionata in 130 pagine che rappresentano un lungo addio alla scrittura poetica, ritenuta ormai inutile dal bresciano Giovanni Peli, autore di testi per canzoni, prose poetiche, romanzi e libri per bambini. Dieci raccolte edite - dal 1995 al 2023 - riunite in un solo libro, composto dalle poesie migliori, disposte non in ordine cronologico, ma per comporre un coerente discorso lirico; una serie di versi raggruppati per stile e per tema, mai in rima, solo assonanze e musicalità della parola prescelta. Prefazione (molto colta e incisiva) di Gian Ruggero Manzoni, che spiega la lirica di Peli come ricerca interiore e indagine morale, ispirata da una sorta di politica etica. Parole che diventano musica di delusioni, sinfonia di amarezze e rimpianti, eco di fallimenti e dolore. Una poesia che parla di natura, uomini e animali, soprattutto gatti che fraintendono la notte, ma anche compagni a quattro zampe che ti vengono a cercare proprio quando hai appena detto che avresti fatto a meno di loro, chiedendo una scodella di cibo e un po’ d’amore. Una raccolta a base di poesie brevi - spesso una terzina, in certi casi persino due strofe - ma intense: Mi manca di te / ciò che non sei / stereotipata stella / unica amica mia / guarda come è bella / la nostra bugia. I seni della donna sono pugni di neve, le mani sono lame profonde, la pelle è asfalto che brucia e alla fine il poeta conclude che sa amare solo se stesso che ama. Molte poesie sono rapide frecciate di dolore: Novembre si è preso tutto il merito / si è aperto come una finestra: / sono nato in un grande cimitero. Tra i versi si avverte l’inutilità della scrittura: Coi versi e con la musica son solo: / è così: non c’entro niente con voi. La solitudine dell’artista è sempre in primo piano, mentre tu stai piangendo perché la vita è questa. Il poeta ammonisce: Non devi darti da fare per essere / qualcuno e men che meno qualcosa: / portami via il dolore e poi sorridimi. La conclusione, condivisibile da chiunque oggi tenti di comunicare con la scrittura, è pessimista: È morta la poesia / specialmente la mia … / i lettori fanno le fotografie / prima di arrivare in fondo. Il poeta, pertanto, si chiude in se stesso: Nella pura falsità della poesia, / ci siamo chiesti che cosa, oggi, valesse la pena di raccontarsi. La chiusura del volume è negativa nei confronti della letteratura e per chi fa della scrittura il suo mondo espressivo: Il nostro tempo è passato nel migliore dei modi / e sarà presto dimenticato, anche perché serve tempo per scrivere / quel tempo vuoto / dove non batte il cuore. Ed è proprio il tempo che troppo spesso manca. Non solo al poeta. Non solo a Giovanni Peli. Un libro da leggere e meditare.
Il valore culturale della lettura critica della poesia
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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Recensione di Floriano Romboli
Enzo Concardi premette al suo lavoro antologico - che raccoglie e sistema i molti giudizî critici stilati nel tempo sull’attività poetica di Maurizio Zanon – alcune riflessioni metodologiche e teorico-culturali con le quali concordo pienamente. Queste concernono l’importanza della critica ai fini del corretto intendimento dei risultati di una ricerca artistico-letteraria, ne sottolineano la preziosa funzione di mediazione interpretativa e verificatrice degli autentici valori estetici di essa, nella prospettiva di una lettura non ridotta a una semplice reazione impressionistica, a una sintonia soggettiva ed estemporanea con i testi.
Zanon, interessante scrittore veneto, nato a Venezia nel 1954, si segnala per la ricchezza, non soltanto quantitativa, della produzione lirica, contrassegnata com’è dalla varietà dei motivi e da suggestiva eleganza stilistica e ritmica. A questo proposito mi piace citare il parere di chi, come Nazario Pardini - in riferimento specifico alla fondamentale silloge Tutto fu bello qui, stampata nel febbraio 2021 dalla Casa Editrice Miano, ma con lo scopo evidente di una caratterizzazione d’assieme – ha segnalato “l’empatica visione della vita e del suo rapporto con tempo e spazio”, giungendo a un riconoscimento invero significativo: “Non è facile trovare poeti che facciano della vita un’opera d’arte. E Zanon ne è capace. I sentimenti si concretizzano in visioni calde e brillanti, in oggettive sensazioni di metamorfiche vertigini personali”.
D’altra parte gli è connaturale una delicata nota vitalistica: “Eri chiara/ di luce splendente/ come una stella/ e ora che non ti ho più/ sei ancora più bella” (Alla prima giovinezza, in L’uomo narciso, 1987).
Concardi organizza con lucidità e sicurezza il vasto materiale storico-critico in cinque sezioni, iniziando coll’esaminare gli studi concepiti attorno al rapporto fra poetica ed estetica, cioè fra assunti programmatici, fra convinzioni generali, intenzioni progettuali, e concrete realizzazioni formali, obiettive peculiarità compositive. Se il compianto Guido Miano poneva opportunamente in risalto la centralità dei temi del tempo, del nesso problematico vita-morte, della memoria e delle illusioni, in relazione palese con la grande lezione leopardiana, Mario Stefani indicava nella condizione di sofferta solitudine un tratto distintivo della spiritualità zanoniana, il coefficiente essenziale di una “profondità interiore”, un abito “della riflessione e della meditazione” aliene dai profetismi e aperte alla pietas etico-intellettuale e al vigore testimoniale.
Riguardo poi allo stile dell’autore il medesimo studioso, al quale dobbiamo la monografia Il canto di una voce solitaria (1999), si sofferma sulla frequente alternanza nei suoi versi di tensione e musicalità, spezzature e soluzioni euritmiche, di cui hanno scritto con acutezza pure lettori autorevoli quali Angela Ambrosini, Raffaele Piazza e Maria Rizzi.
Seguono le sezioni dedicate all’ambiente naturale e lagunare – ove lo stesso Concardi sviluppa il tema della natura medicatrix, del potere consolatore della stessa, còlto e illustrato attraverso il fascino sempre vivo di Venezia -, alla dimensione memoriale e all’amore (dalle ascendenze letterarie anche remote, addirittura stilnovistiche, come hanno dimostrato interpreti raffinati come Mario Santoro e Dino Manzelli), al tormento esistenziale e alla ricerca di Dio nella società sempre più secolarizzata e votata al culto spersonalizzante e moralmente opacizzante dei “consumi”. Mi sembra in questo senso degno d’interesse il richiamo a un componimento senz’altro riuscito occasionato dalla ricorrenza del Natale di Cristo, intitolato Senza più misure e compreso nella raccolta Liriche scelte (2010): “Che Natale vuoi che sia? / Lo sai che non amo tanto / il Natale di questi anni! / Mi sembra tutto così orientato / all’apparenza delle futili cose, / al consumismo senza più misure. / Basta ingrassare / fra noci e panettoni: / a distanze sempre più accorciate / c’è chi soffre e muore! / Ma vieni ugualmente, mio Dio, / con la tua povertà / in questa festa che magari per me / non è più festa, vieni / ed offrici pure la tua luce/ qui che il buio è quasi sempre”.
Nell’ultima sua parte il volume ospita alcuni saggi di analisi critica comparata e quindi insistente sulle affinità ideali, sulle attinenze tematico-elaborative che il percorso d’arte di Zanon rivela con quello proprio di altre voci poetiche straniere moderne e contemporanee.
Floriano Romboli
Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 100, isbn 979-12-81351-24-0, mianoposta@gmail.com.
Marisa Marchesi Carli, "Il portolano"
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Marisa Marchesi Carli
IL PORTOLANO
S’intrecciano variegati motivi in questa raccolta elegante, raffinata e commossa della poetessa ferrarese Marisa Marchesi Carli. Intrecciarsi significa sovrapporsi, compenetrarsi, sgorgare dall’interiorità in libere associazioni per comporre e scomporre caleidoscopici fraseggi di varia intensità, leggerezza, pregnanza di significati. È un ricostruire, ricapitolare, rivisitare le stagioni dell’esistenza alla luce dell’esperienza e del giudizio postumo: siamo davanti a una poesia della memoria, delle memorie e degli affetti che hanno accompagnato la vita rendendola degna d’essere vissuta. È un prendere coscienza della condizione umana di dolore: un patire personale che non si ferma nella circonferenza dell’io, ma che va incontro alla dimensione universale nella comprensione della sofferenza dell’altro. Un patire che non ristagna nella propria commiserazione, ma che valica i suoi stessi confini per abbracciare le ragioni della speranza e le ragioni del sentimento. In tal modo l’autrice può sentirsi grata, debitrice verso coloro che sono stati i suoi fari nel cammino poetico e letterario; verso i luoghi geografici del cuore, divenuti così momenti dell’anima in una metamorfosi culturale e spirituale; verso le creature amate nella famiglia e nel mondo della scuola, i suoi mondi elettivi; verso madre natura medicatrice e donatrice di emozioni, suggestioni, voli pindarici.
Le prime chiavi di lettura simboliche del libro, penso vadano ricercate nelle immagini e metafore marinaresche, ad iniziare dal titolo, chiaramente un nome del gergo dei lavoratori addetti alla navigazione costiera. È Il portolano, un manuale che contiene anche le carte nautiche indicanti la rotta, quindi ecco il viaggio dell’esistenza e la necessità di conoscere la strada: «Il portolano, / pensieri a bordo / della vita, / intreccio d’eventi». In perfetto stile ermetico l’ultima lirica della silloge, dalla stessa titolazione generale, ne sintetizza in modo estremo il senso e il contenuto. A rafforzare la poesia esistenziale della Carli sopraggiunge Quanti i porti, canto dell’affanno e della deriva di chi non trova dove posare il capo: «Quanti i porti / della vita / remoti tra lidi / senza approdo. / Imbarcaderi flangiflutti, / miraggi d’ancore, / cancellano orme / … / Naviga regatante smarrito / accecato dal luminoso / roco». Rientro al porto, potrebbe in apparenza rientrare in tali problematiche, ma in realtà è una lirica dalle suggestive immagini, dedicata alla fatica del lavoro marinaresco.
La palude del dolore attraversata dalla poetessa è stata un’esperienza che l’ha messa a dura prova ed ovviamente ne troviamo traccia nella sua poetica, come ne L’assenza, un nome del dolore, dove sono «lacerati sogni / promesse e vita». Come ne La chiesetta dei malati, dove la condivisione del male fisico svela una scoperta importante: «... / ho conosciuto che il mio / dramma non era il solo». Ed ancora come in Spesso la sofferenza, che sembra ispirata al famoso male di vivere montaliano, ed è così, ma solo nel richiamo metrico, mentre il contenuto non è filosofico come nel poeta ligure, ma esistenziale in quanto la poetessa legge la sofferenza concreta colta nei volti, nei gesti, nelle speranze spente, nelle ceneri della rassegnazione: è una sofferenza umanizzata. Tale e quale al dolore per l’assenza di un affetto espresso: «…Quanto avrei voluto / giorni di abbracci e confidenze, / ma il pudore d’allora, / ritrosia all’amore / manifesto, / ce ne ha private. / Il non vissuto / riempie questo tempo, / lancinante rimpianto / d’amore non detto» (Mamma).
Ma ecco che, per gli insondabili istinti di sopravvivenza umani, dal dolore fiorisce la speranza, ovvero la possibilità di un futuro roseo: la vita serba in sé ancora tanti doni e «dove caddero lacrime / cresceranno fiori … / fili d’oro ricameranno / prezioso avvenire» (Pieni di dolore). Ed è chiara e forte la sua voglia di speranza, tanto che a chiusura del libro, cita versi di Ungaretti: «Dopo tanta / nebbia / a una / a una / si svelano / le stelle». Testimonianza dell’amore verso la vita sono anche le numerose liriche in cui la natura è protagonista: al lettore scoprirle e centellinarle.
Enzo Concardi
Marisa Marchesi Carli, Il portolano, prefazione di Marcella Mellea, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-22-6, mianoposta@gmail.com.
Roberto Casati, "Come armonie disattese"
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Come armonie disattese
Roberto Casati
Guido Miano Editore, Milano 2024
La presente raccolta poetica di Roberto Casati, Come armonie disattese, costituisce in sostanza, tranne per alcuni aspetti della sezione Corrotti sguardi dedicata ad accadimenti e personaggi della vita sociale e storica, una continuazione ideale, tematica ed estetica della precedente opera Appunti e carte ritrovate (2020). Colpisce anche lo sguardo del critico il successo avuto da tale libro, sempre pubblicato da Guido Miano Editore, che ha conseguito ben 53 riconoscimenti di vario tipo, come sottolineato dalla rivista “L’Araldo Lomellino” del 15 dicembre 2023, in un’intervista di Davide Zardo al poeta. Se la bacheca dei riconoscimenti è importante, per chi scrive più importanti ancora sono le motivazioni delle giurie qualificate: ne riportiamo alcune, dal momento che possono essere considerate altresì quale introduzione alla poetica di Come armonie disattese e come rassegna critica, sebbene parziale, riguardante la scrittura dell’autore.
«Sensuali metafore marinaresche per raccontare una passione tra vento e maree. Ti viene voglia di conoscere questa donna indimenticabile che – reale o meno che sia – seduce anche il lettore con la sua figura sfuggente… Quelle di Roberto Casati sono poesie ricche e allo stesso tempo leggere, scorrono con ritmo incalzante a furia di figure etimologiche che rendono la narrazione sempre vivida...» (“Premio Letterario Nazionale EquiLibri”, Anguillara Sabazia, RM, 27 maggio 2023). «Il mare come metafora della vita. Tutta l’opera ne fa riferimento e con uno stile ricercato ma mai ostico parla della vita e dei sentimenti...» (“Premio Internazionale degli Scrittori Italiani”, Prato, 6 maggio 2023). «Un’opera poetica verticale e profonda. L’autore conosce intimamente la metrica dell’eros descrittivo, ma non si limita al mero esercizio stilistico, anzi scavalca le formalità e consegna al lettore una nuova lente ottica esistenziale» (“Premio Letterario Città di Asti”, Asti, 29 gennaio 2023). «L’Autore evidenzia una fervida immaginazione che trova, in ogni brano, una sua giusta misura ritmica e compositiva, dando luogo ad un’intera struttura espositiva che risulta viva e vitale, crea attese ed emozioni» (“Concorso Internazionale di Poesia Universum Basilicata”, Potenza, 21 marzo 2022).
Da tali annotazioni ripartiamo per l’analisi critica delle “disarmonie” casatiane, poiché tali sono le “armonie disattese” che hanno subito una metamorfosi, come le dinamiche “illusioni-delusioni” di tanta letteratura romantica: qui tuttavia occorre aggiungere che la sua poesia, per taluni risvolti, visita anche le regioni psicologiche di certo crepuscolarismo che, nel suo caso, possiamo considerare moderno nel linguaggio ed attuale nelle nostalgie memoriali, dal momento che lascia le porte aperte al futuro e alla speranza di nuovi eventi. Come sottolineato anche nelle motivazioni anzidette, Casati è un lirico che ama molto immergere il lettore in realtà rarefatte, impalpabili e sfumate, dove l’intuizione di chi legge può giocare un ruolo importante, creando così un filo diretto, un coinvolgimento intellettuale ed emotivo nelle dimensioni comunicative: pare essere questa la funzione principale che egli assegna alla poesia, anch’essa derivante dalla concezione pascoliana, ovvero da un poeta dell’irrazionale sensitivo e misterico del periodo della civiltà letteraria decadentistica, un grande alveo culturale sviluppatosi in Italia e in Europa tra fine Ottocento ed inizi Novecento.
Si sovrappongono inoltre a tutto ciò, nella poetica dell’autore, complessa e variamente articolata, taluni ermetismi, allusioni e metafore appartenenti come derivazione letteraria al Novecento analogico e sintetico, tipico della poesia sorta fra le due guerre mondiali e protrattasi oltre, come reazione ideale e formale ai toni ridondanti, retorici ed aggressivi del futurismo e del dannunzianesimo: affermazione dei valori fondamentali dell’uomo e della persona, sottesi talvolta ed espliciti altrove, nella concezione del nostro (vedi ad esempio la sezione Corrotti sguardi delle sue ‘disarmonie’). Nonostante che i pilastri fondamentali di Come armonie disattese siano costituiti dal rapporto con l’amore e con la natura - di per sé portatori di esigenze conoscitive e comunicative - si riscontrano nei testi del libro non poche allocuzioni in senso opposto, cioè riconducibili alle problematiche contemporanee dell’incomunicabilità, la cui lirica emblematica potrebbe essere individuata in Istante sospeso, dove il verso rivelatore è: «il rimpianto del non detto», ovvero il desiderio di ‘parlare’ e l’impossibilità di tradurlo in azione.
Abbondano dunque nel soliloquio poetico, nel viaggio per avventure interiori e geografiche, nelle oscillazioni sentimentali dell’amore vissuto e ricercato, negli sguardi addolorati sulle tragedie del nostro mondo, le incessanti auto-interrogazioni sul senso delle cose, delle memorie, del tempo che passa, dei messaggi del mare-mito e lezione per l’uomo navigante verso altri lidi ed approdi. Si tratta nel complesso di liriche aperte ad una ricerca di “passaggi a nordovest”, per utilizzare la terminologia marinara tanto cara all’autore, per la quale il viaggio non è mai finito, ma continua sempre anche in altre dimensioni. Il linguaggio raffinato, elegante, sottile, talvolta ricercato ma mai accademico, dalla fonetica spontaneamente e/o volutamente armonica e musicale, favorisce l’approccio, l’ingresso nel mondo interiore del poeta alla scoperta del suo ‘io’: le reiterazioni dei motivi, delle immagini, delle tematiche, posseggono le stesse caratteristiche delle anafore, quindi rafforzano il messaggio, ricordando al lettore la necessità di procedere in profondità più che in estensione.
Il libro è suddiviso in quattro parti, a cui l’autore ha assegnato titoli suggestivi ed accattivanti: Ho rubato i tuoi occhi (1), Corrotti sguardi (2), Rose nel vento (3), Scivola il tempo della luna (4). La poesia amorosa è presente soprattutto nella prima parte, ma ne troviamo traccia anche nella quarta. L’amore non ha spiegazioni è forse l’unica lirica dove si cerca una soluzione definitoria, ma che non viene trovata poiché esso è contraddizione ed antitesi: «L’amore non ha spiegazioni, / è vento sulle labbra, / è parola fragile scritta sul non detto, / è senza certezze, / è lentezza di passo appesa alla nudità, / è stanchezza quando non siamo noi. // L’amore è tutto e niente, / è voglia di vedere ancora / naufragare le vele oltre Capo Horn». Tutto l’altro è contemplazione di lei, a partire dagli sguardi: dentro ai suoi occhi la notte riapre il discorso; negli occhi del poeta lei troverà sempre intatto l’amore degli inizi; lui riconosce gli occhi di lei negli attimi di silenzio. Per continuare con il tempo dei ricordi nei momenti d’assenza, con la memoria di lei come la ragazza dei baci perduti, con il bruciore degli abbracci mancati. Per finire con le originali immagini del suo erotismo pudico: «... Nello stanco tepore di ceneri / parole disordinate / segnano la notte di vento. // Rivelando tracce / di intravista nudità a prima mattina» (Dentro stanche follie); «... Ciò che resta / sono semplici inseguimenti, / attimi svelati / dalla luna sul tuo seno» (Dilagano verso sud); «... così che io ti senta vicina / sulla linea dove combattono le tue gambe...». (Lascia aperta la porta).
La seconda parte, come già sottolineato in precedenza, contiene liriche che si discostano dai soliti motivi della poetica casatiana, e che la trasformano dunque in canto di testimonianza ed impegno civile, nonché in memoria storica e solidarietà verso vittime di calamità naturali o di responsabilità umane criminali, sia individuali che collettive. Tali sono le composizioni scritte nel periodo della pandemia (i «giorni strani e folli», «il senso, / il valore delle parole e degli abbracci» dimenticati, il vuoto dell’assenza e della distanza, la scoperta della fragilità…). Quelle sgorgate dall’anima in corrispondenza dell’invasione dell’Ucraina («… brucerà la notte e sarà / come fosse giorno, farà urlare / forte di dolore la madre colpita al cuore…» (Sbattono forte le persiane); le altre vergate in memoria di tutte le donne vittime di violenza e in particolare a Giulia Tramontano ed al suo piccolo che portava in grembo. Ed ancora rientrano in questo capitolo eventi come la strage neofascista alla stazione di Bologna; la morte di Masha Amini in Iran, colpevole di non indossare «correttamente l’hijab»; l’alluvione in Emilia Romagna; la strage di Ustica del giugno 1980 (a Rosa De Dominicis, assistente di volo); l’attentato al giudice Borsellino da parte della mafia siciliana (a Emanuela Loi componente della scorta).
Le Rose nel vento (terza parte) profumano di momenti memoriali che poi ritroveremo sparsi anche in Scivola il tempo della luna (quarta parte). Sono rivisitazioni e nostalgie di varia natura che vanno dal ricordo di baci a ritorni verso casa; dagli affetti perduti alla dipartita dolorosa della madre, alla rievocazione dei giorni felici dei giochi d’infanzia, senza pensieri e senza solitudine (Quel cortile era un puzzle). I percorsi della memoria risvegliano riflessioni sul tempo: «... ciò che resta / è l’attimo ritrovato ieri. // Domani saremo già / così lontani da qui» (Così lentamente bianche). È un panta rei che tuttavia gonfia le tue vele se «...sei anima libera / nel mare sterminato del tempo» (Vorrei essere come te). Ma la legge degli opposti s’impone forte anche in queste dimensioni che sfiorano l’astratto, così ecco apparire alla vista del poeta un tempo disabitato, paesaggi desolati e un senso d’estraneità in un mondo forse sempre più incomprensibile (Forse domani ancora).
Il poeta, fedele a se stesso, può concedersi ancora sogni e fantasie: c’è Dragut, corsaro ottomano del 1.400; Gibilterra e gli echi lontani dei mari del sud; il non visto che ancora attrae nonostante i percorsi senza meta; l’ultimo viaggio misterioso dove regna un agnosticismo senza sbocchi… e la compagnia delle lettere, forse più concreta, che s’incarna in Cesare Pavese, Pablo Neruda, Milan Kundera.
E lasciarsi catturare dalla contemplazione della natura, finché l’eternità del mare sarà dentro di noi.
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Roberto Casati (Vigevano, PV, 1958) si è occupato di informatica gestionale. Ha pubblicato i libri di poesie: Amore e disamore (1984), Roma e Alessandra (1986), Coincidenze massime (1988), Ipotesi di fuga (1992), In navigazione per Capo-Horn (1999), Carte di viaggio (2016), Appunti e carte ritrovate (2020). Ha conseguito molti premi e riconoscimenti; tra i più recenti ricordiamo il primo posto al "Premio Letterario Internazionale Tulliola-Renato Filippelli" del 2023.
Roberto Casati, Come armonie disattese, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 164, isbn 979-12-81351-31-8, mianoposta@gmail.com.
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