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poesia

Mariangela Cutrone, "Canzoni per anime elette"

19 Giugno 2024 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Mariangela Cutrone
Canzoni per anime elette

Pubme – Collana Versi - www.versiedizioni.it
Pagine 110 – Euro 15

 

Mariangela Cutrone parla al cuore del lettore con grande sensibilità, le sue parole affascinano, non sono mai consuete, parlano d’amore, si rivolgono ad anime elette, capaci di ascoltare in silenzio e di comprendere il significato di una lirica. Il solo messaggio che l’autrice vuol far passare con le sue poesie è che l’amore è l’unica soluzione per restare a galla, mentre l’esistenza quotidiana dispensa trappole per farti affondare, grazie al sentimento possiamo costruire un mondo migliore. Poesia intima che racconta l’amore in tutte le sue sfumature, come forza necessaria per affrontare le sfide della vita, sentimento che trascende il tempo e lo spazio, che vince sopra ogni altra cosa e che si esprime soprattutto grazie alla poesia. Scrivere d’amore non è per niente facile, si rischia di cadere nelle banalità, nell’ovvio, nel già detto, pericoli che la poetessa non corre quando racconta l’amore come flusso energetico vitale che non deve essere tagliato fuori dalla nostra esistenza. A te che ogni giorno /  mi regali un sorriso / risveglia il mio cuore / quando uno stato letargico / intorpidisce le geniali idee / che tu sai mantenere vive / con la curiosità inedita / mi contagia nel profondo. Amore come spinta motrice ad agire, come motore propulsivo delle nostre azioni, non certo amore contemplativo di chi si pone fuori dalla realtà e vive nel suo mondo onirico. L’amore di Mariangela Cutrone è soprattutto azione, come spiega la poetessa in alcune brevi prose che costituiscono il momento riflessivo della raccolta. Resta spazio anche per la nostalgia del tempo perduto, di un luogo lontano negli anni che resta inossidabile nella memoria: La nebbia scende fitta / sul paese della tua adolescenza / c’è un posto incantato / lontano dalla tua quotidianità / è un posto misterioso / aspetta solo noi. Una playlist finale consiglia il tipo di musica da ascoltare mentre gustiamo questa splendida quanto atemporale silloge di poesia d’amore. Mariangela Cutrone - in arte Mary Empatika -, esperta in scienze dell’educazione e formazione, cura diversi blog culturali e collabora con molte testate; la sua prima raccolta poetica è Le parole empatiche (Rossini editore). Canzoni per anime elette è il suo secondo libro. La raccolta è arricchita da ottime illustrazioni in bianco e nero realizzate da Davide De Brita.

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Fabio Recchia, "Opera Omnia"

17 Giugno 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

Fabio Recchia

OPERA OMNIA

Poesie (2009-2023)

 

Nella prestigiosa collana di testi letterari “Il Pendolo d’Oro”, della Casa Editrice Guido Miano di Milano, è uscito nel maggio del corrente anno il volume Opera Omnia dell’artista trentino Fabio Recchia. Si tratta essenzialmente di un lavoro antologico tematico dedicato al genere poetico, ma occorre precisare che il nostro autore - come ci informa Michele Miano nella prefazione – è “poeta, pittore, scultore, artista eclettico che ha saputo fare dell’arte una ragione di vita … una missione a tutto tondo”, quale “... pura espressione della creatività dell’intelletto umano”. Infatti in questa pubblicazione vi sono testimonianze di alcune sue opere nel campo delle arti figurative, che vale la pena citare. Tra i quadri: Il cammino (2020 – tecnica mista acquerello e spray); Amore boreale (2019 – colore spray). Tra le sculture appaiono tre opere, del 2015, caratterizzate dall’utilizzo incrociato e differenziato dei materiali: due sono in stagno e pietre ed una in metallo non precisato. Reso omaggio al suo impegno nelle arti figurative – largamente visibile consultando il suo sito internet – vediamo ora il florilegio poetico riguardante la selezione delle liriche più significative, pubblicate nell’arco di circa tre lustri: Poesie 2009-2023 è infatti il sottotitolo dell’Opera Omnia.

Il libro ordina le composizioni non in sequenza cronologica, ma in cinque capitoli tematici. S’inizia con Luminosità della natura, titolo quanto mai appropriato per i giochi di luce, i colori (bianco-neve, blu-cielo, verde-prato), le immagini fotografiche di un linguaggio puramente lirico: l’autore si rivela un cantore della natura essenzialmente contemplativo, senza che si possa scorgere una visione teistica o panteistica. La Natura è comunque “eterna Madre”, costituita da realtà macroscopiche (immensità degli spazi cosmici) e microscopiche (piccole creature naviganti in minuscoli atomi spazio-temporali).

 Non è una recerche proustiana il viaggio nella memoria di Fabio Recchia, ma semplicemente un contenitore di ricordi legato a mutevoli stati d’animo, con prevalenza della consapevolezza del fine-corsa: frugando nel tempo emergono ricordi d’infanzia e scolastici, di eventi bellici, la perdita di un amico, la corrosione del tempo, la nostalgia dei più bei momenti trascorsi, un rapporto con il passato contradditorio. Questa è la tematica del secondo capitolo: Il “panta rei” memoriale. Le pagine successive sono occupate dalla poesia amorosa, qui completamente ancorata al canto per l’amata, ed infatti Amore per sempre (terza parte del libro) si confà alla sua visione del sentimento più bello ed umano esistente. Si leggano questi versi e non si avranno dubbi: amore “è vivere per te / fino alla fine dei miei giorni”. Le attese, il perdersi nei tuoi occhi, al centro dei miei pensieri, sono altre espressioni che portano all’apologia finale: “Il mio universo sei tu”.

La problematica esistenziale del poeta viene espressa nel IV capitolo: Attraverso la condizione umana. Da un lato egli sottolinea il destino di fragilità dell’uomo di fronte all’ignoto, dall’altro si china pietoso sul dolore dell’umanità, vissuto dai migranti, dai popoli dimenticati, da chi è solo un numero negli ingranaggi di sistemi alienanti. E v’è memoria dei forni crematori nazisti. Il tutto si avvale di uno stile limpido, efficace, con una parola breve e comunicativa. Ma c’è ancora la Visitazione del Cristianesimo, dove il poeta svela quasi a sorpresa il suo vero volto di credente e innamorato del Cristo, a cui dedica Ecce Homo, una via crucis che comprende anche la Resurrezione. E In Hoc Signo mette in poesia i Dieci Comandamenti, le Virtù teologali e le Virtù cardinali. E venne una luce nelle tenebre a portare nuova speranza nel cuore delle genti.

Enzo Concardi

 

 

Fabio Recchia, Opera Omnia. Poesie (2009-2023), prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 200, isbn 979-12-81351-30-1, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"

16 Giugno 2024 , Scritto da Tito Cauchi Con tag #tito cauchi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Pietro Rosetta

POESIE NASCOSTE NELLA DISPENSA

 

Succede non di rado che a una certa soglia della vita si decida di tirare fuori dal proverbiale cassetto delle carte custodite. È quello che è avvenuto al medico oculista dott. Pietro Rosetta che esordisce con la silloge di Poesie nascoste nella dispensa (Guido Miano Editore, Milano 2024), dedicata alla madre “che ha saputo esaudire ogni mio desiderio trasformandolo in un insegnamento”. Egli si era affacciato già, sul finire del secolo scorso, a partecipazioni varie in ambito letterario, versato alla poesia di emozioni, ivi comprese le proprie radici. Di ciò abbiamo riscontro nei temi trattati: “amore, malinconia, solitudine, disagio esistenziale, memorie d’infanzia; la sua si potrebbe definire poesia dei sentimenti”. Il Nostro risiede a Milano ove svolge l’attività presso strutture ospedaliere prestigiose: per professione redige relazioni essenziali, e questo si riflette nella sua scrittura creatrice, il modo di porgersi sereno, conversevole e con rilassatezza, “l’ungarettiano sentimento del tempo”.

Enzo Concardi, poeta, critico e giornalista, nella prefazione individua due tematiche prevalenti, l’amore e la ricerca esistenziale che, comunque, sono interconnessi; quindi abbiamo romanticismo sentimentale con echi leopardiani su amore e morte, velati di incertezza anche nella espressione, o di vaghezza che crea mistero e il “fascino dell’ignoto”. Insomma eleva un inno all’amore, legato a un inno alla morte e rivolge le domande di sempre; ovvero, luci e ombre, Eros e Thanatos. Così commenta: per il senso della morte, il componimento d’apertura “I canti delle vedove”; e per l’amore, “A Paola”. Inoltre evidenzia l’uso delle immagini marine (compreso il naufragio) come mezzo per simboleggiare un amore “agonizzante”, l’uso di un ventaglio espressivo dei sentimenti d’amore dal tenero all’appassionato ed anche alla dolcezza materna. Le anafore sono utilizzate in tutta la raccolta per amplificarne il contenuto.

 

***

 

Si tratta di 64 Poesie nascoste nella dispensa, ma a quanto sembra nella dispensa della cucina erano custodite anche altre cose, come vedremo (a p.33). Pietro Rosetta si confessa o semplicemente narra del suo vissuto familiare e intimo, delle sue aspirazioni e dei suoi tentennamenti. Ne I canti delle vedove, componimento di apertura, abbiamo uno spaccato realistico che rispecchia i tempi andati specialmente nelle regioni del sud, quando le anziane, coperte con mantelline nere, si riunivano a recitare il rosario. Immagine forte: “tutte le sere ad ingannare l’attesa / di un destino che tarda ad arrivare” dove il titolo fa da refrain, motivo portante come una nenia, una rassegnazione. Sul fronte dell’amore, non so se il Poeta voglia illudersi o se combatta contro sé stesso, e se il linguaggio aspro nasconda una sua ribellione, consapevole del tormento che crea l’amore, come nel caso seguente: Dalle pieghe della gonna stropicciata / dalle ciocche spettinate dei capelli / dai palpiti incerti degli occhi ostili / dal piglio dei gesti / dalle mani indecise / dall’orgoglio trafelato / sgorga il nostro amore / così bello da vedere quando ti guardo.” (p.17, Lite).

Talvolta l’uso della congiunzione (e) ripetuta, moltiplica l’emozione, come un sussulto del cuore o un incubo di cui voglia liberarsi. Un continuo inno all’amore, sì, ma è un” sogno che non si vuole realizzare”; pensieri d’amore degni di figurare nei bigliettini dei più famosi innamorati, così: “frutto acerbo”, “fiore rosso tra i fiori”. Un amore che è ondivago, forse, o comunque che richiama metafore legate al mare, al naufragio, come si è scritto sopra. Passioni travolgenti e frasi ardite, dolcezze soavi che paiono portarlo altrove. È un riannodare memorie che rischiano di sbiadirsi, che rimandano alle proprie radici; forse un grande amore, sofferto e “annegato”. Abbiamo un concentrato di sentimenti intimi che sono il nocciolo della sua poetica. Così ne Il tempo è maturo (p.29) verifichiamo accentuato l’uso dell’anafora, dove l’immagine che esprime “e noi come cipressi saremo là / ritti ad aspettare gioie e dolori / con le radici abbracciate alla vita”, comunica la domanda e il dubbio esistenzialista sul senso della vita propria; e nei momenti di sconforto invoca la madre.

La poesia, si sa, è evocativa e si lascia interpretare affidandosi anche alle aspettative soggettive del lettore; ciò detto, mi sembra che la donna da lui ammirata, si sia votata ad una missione umanitarista o sia diventata una religiosa laica. Difatti: “Io me lo domando, mentre tu /senza parlare preghi quel tuo / Gesù che da sempre nascondi / in cucina nella dispensa.” (p.33); o forse, si tratta della sua compassione verso le suore che assistono gli infermi, fra panni sporchi e maleodoranti; ma potrebbe anche riferirsi alla madre; così le tre figure (donna, suora, madre) diventano una sola.

Abbiamo qualche diversivo per stemperare un po’, come pausa, per esempio dove ‘Amore’ può essere inteso in senso dialogico tanto per la donna desiderata, quanto per la madre. L’Autore ci introduce nella sua stanza, abbandonata, il cui tempo è segnato da “i vecchi orologi fermi, la cenere tra le lenzuola //e io qui ad ansimare / tra i rottami della mia vita” (p.*35). Oppure interloquisce con i fantasmi del passato, così “Maria, stanca Maria / lascia che ascolti il silenzio” (p.*36); oppure dice “oltre non scorreranno le nostre lacrime / quando Cassandra ti dirà di una stagione / dove non più occhi osano indovinare l’orizzonte.” (p.*37); o anche si riflette nella propria figura giovane in un rimando di immagini, l’una sull’altra come quando “per cercare il fiore / appassito dei tuoi vent’anni / e invece, te ne vai sorda e uguale” (p.38, Follia). Giochi d’amore giovanile, “nel colore blu dei tuoi occhi / Francesca mia.” (p.*59); elevazione dello spirito: “È l’alba e tu stai dormendo” (p.60, A Paola).

Naturalmente Pietro Rosetta non mette paratie stagne nelle varie espressioni che invece si intrecciano, come ho scritto sopra; così abbiamo anche il senso di solitudine, di abbandono, raramente di estasi. Il suo è un discorso interiore; meditazioni che costringono, noi lettori, a unirsi in queste riflessioni, per esempio: “A cosa pensano le case / quando non ci siamo / e restano sole ad aspettarci?” (p.*39). Ma anche tristezza per una sorta di mancamento o di capovolgimento di morale, nella leggendaria regina egizia: “Leggeranno di ventri impomatati, / di amori stonati, di cosce spalancate, / di mediocrità esibita. //.../ di Berenice uscita dalle acque / per svelarmi il suo segreto / con un bacio.” (p.*46); o deluso perché abbracciato da “chele di granchio”. (p.*51). Sono come un bruciore allo stomaco, violento, molto sofferto o forse l’ammissione della inutilità per avere “rubato tempo al tempo” (p.*56), cioè una corsa contro il tempo, per poi voltarsi indietro.

Nella vastità dei pensieri c’è “il deluso dolore di una figlia /come rumore confuso nel nostro silenzio”. (p.*64) che suona come un bilancio in negativo; l’ammissione di una (sua) “bambina nascosta, mai dimenticata” (p.65, Chiaro di luna). Troviamo frasi intime, forti, metafore ardite nella coppia, o frasi d’affetto che celano “parole non dette”, desideri inesprimibili. Una sorta di bilancio della propria vita, una specie di ripensamento, aspettative disattese. “E invece torneranno, aridi di lacrime” (p.*68). Il Poeta assume diversi volti e vive diverse stagioni della vita; abituato a osservare gli occhi, come un iridologo, individua diverse identità.

Omettendo la barra spaziatrice cito per esteso un pensiero autobiografico che lo fa uomo del Sud, anzi di un’isola del Sud: “Oggi ho lasciato l’isola, seduto sulla nave dei ricordi e ancora volevo aggrapparmi alle case che mi guardavano allontanare dal porto e avevo paura di abbandonarti come mille e mille volte avevo già fatto.” (p.*69). Un sentimento disperato che conoscono tutti quelli che lasciano la propria terra; riemergono i pensieri dei tanti sacrifici affrontati dalla madre (emerge un senso di abbandono): “Anche oggi, mamma, entrando nella mia stanza tra mille sacrifici indaffarata / mi sembravi serena meravigliosa resurrezione la tua” (p.*73).

Pietro Rosetta ci ha aperto una “porta”, ci ha introdotto nella sua “stanza”. La “dispensa” ha custodito i sogni del giovane poeta e pure la fede della giovane madre, fra “onde” emotive. Avere evocato la madre, è come averne prolungato la presenza, è come volerle dire “mamma resta ancora con me, non te ne andare” (mie virgolette). Ci regala l’insegnamento del rispetto dovuto alla madre, verso la quale non facciamo mai troppo. Tanti sentimenti strazianti e dignitosamente espressi; e noi ne varchiamo la soglia. La sua vita forse è stata un rosario e perciò le sue Poesie nascoste nella dispensa, meritatamente ricordano le anime “aggrappate a brandelli di verità malcelato spettacolo di miseria … nel silenzio della preghiera rifugiarsi chiedendo perdono” (p.*77). È vero, restiamo nel vago, tuttavia le parole usate ‘sipario’ e ‘ruoli’ mi suggeriscono le maschere e le tante vite vissute sul palcoscenico della vita; sta a noi comprendere. Perciò mi pare che meglio di così non poteva concludere: “Con dignità, vorrei incontrarti finalmente / mistica rivelazione.” (p.*80).

Tito Cauchi

 

Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.

 

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Luis García Montero, "Un romanticismo illuminato"

4 Giugno 2024 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Luis García Montero
Un romanticismo illuminato
Crocetti Editore – Pag. 400 – Euro 20

 

Luis García Montero (Granada, 1958) è al primo libro edito in Italia, dopo essere uscito su rivista, in uno degli ultimi numeri di Poesia, lasciando il segno nel lettore preparato, avido di procurarsi altre letture così ispirate, mature e degne di considerazione. Professore di letteratura spagnola all’Università di Granada, premiato in Spagna e in Italia, tradotto in diverse lingue, compone un’antologia che gode del testo originale e di una notevole traduzione curata da Gabriele Morelli. La raccolta delle sue opere è contenuta in Poesía completa (1980 - 2017), seguita da Un año y tres meses (2022), volume uscito dopo la morte della moglie, la popolare scrittrice iberica Almudena Grandes (Le età di Lulù). Autore anche di saggistica e prosa, compone questa antologia personale della quale decide anche il titolo - Un romanticismo illuminato -, selezionando tra le sue poesie quelle che ritiene ancora attuali e da salvare. Tema ricorrente l’amore, il privato, un’autobiografia lirica, gli eventi del quotidiano e il ricordo del passato, la ricerca del tempo perduto, gli anni di un’adolescenza indimenticata.  Gabriele Morelli non si limita a tradurre, scrive anche una forbita introduzione che esalta Montero come poeta necessario, a suo agio nella dimensione del privato, territorio al quale la sua opera attinge di continuo, facendo leva sull’elemento riflessivo e ideologico. Fa parte della vita del poeta il rapporto con la metropoli (Madrid) che spesso si riflette nelle liriche, con il racconto della vita notturna e delle serate passate al bar con gli amici. Tema dolente la perdita della moglie che ritorna nelle ultime liriche, il senso della vita che scorre e della vecchiaia che avanza, l’ineluttabilità della morte e del passare del tempo. Poesia sentimentale ma non avulsa dal contesto sociale, autobiografia a base di sentimento e riflessione, confessione più che esibizione – dice l’acuto Morelli – un diario intimo che accoglie lotte e sconfitte, illusioni personali e sociali. Molte citazioni classiche (Garcilaso, Lope de Vega, Gongóra) e moderne (Machado, Neruda, Alberti …), persino di poeti italiani a lui vicini come Petrarca e Pasolini. Fede laica e fede marxista, storia d’amore e racconto doloroso, versi permeati di amore per la vita e per i suoi cari, siano i figli come la moglie perduta: una storia d’amore, / quest’anno e tre mesi, / questi giorni finali che già sono, / ora, nel ricordo, / i più felici della mia vita. In definitiva il poeta sa che Quando la morte vorrà / prendere la verità dalle mie mani / le troverà vuote. Nel chiudermi gli occhi / si bagnerà le dita con la pioggia. / Ci duole invecchiare, / ma è ancora più difficile / capire che si ama solamente / ciò che invecchia. Il poeta ha da tempo capito che i sogni si corrompono. E ha smesso di sognare. Un libro bellissimo, da leggere e rileggere. Vera letteratura europea.

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Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"

29 Maggio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pietro Rosetta

POESIE NASCOSTE NELLA DISPENSA

 

Pietro Rosetta è un affermato medico oculista che nel 1997 ha pubblicato qualche poesia nel volume antologico Scrittori Italiani del II Dopoguerra. La poesia contemporanea edito da Guido Miano Editore.         

Nel mese di aprile del 2024, per la stessa Casa Editrice, ha dato alle stampe la sua raccolta di poesie, un’opera prima, silloge nella quale si rivela come un poeta eccellente, una vera scoperta letteraria il cui merito va proprio a Guido Miano Editore che lo ha incoraggiato e spinto ad uscire dal suo silenzio.

Evocativo il titolo della raccolta che sembra mettere in luce la riservatezza del Nostro perché ha tenuto nascoste queste poesie presumibilmente per molto tempo prima di pubblicarle, cosa che accomuna molti poeti.

Ora Rosetta è uscito allo scoperto con questa raccolta e ha fatto bene perché le sue composizioni sono splendide nel loro essere connotate da vaghezza e grande originalità e bellezza affascinante.

Ha tolto metaforicamente i componimenti dalla dispensa, elemento che evoca qualcosa di domestico, e senza esitare più ha messo le poesie nella bottiglia del messaggio e le ha lanciate nel mare magnum del circuito letterario con il volume che prendiamo in considerazione in questa sede.

Veramente centrata e ricca di acribia la prefazione di Enzo Concardi a questa silloge nella quale il critico individua il tema dominante dei versi che è quello del dualismo amore - morte interiorizzato dal poeta; dualismo che emerge nel suo approccio alla poesia, alla scrittura che è la vita perché si scrive sempre di sé stessi e la poesia stessa è sempre d’occasione.

La raccolta non è suddivisa in sezioni e per la sua unitarietà tematica, formale e stilistica potrebbe essere considerata un poemetto.

Ad una prima lettura si nota nei versi un forte senso del dolore sotteso alla condizione umana e anche nell’approccio alla dimensione amorosa e si potrebbe pensare a questo proposito al pessimismo cosmico di Leopardi e al male di vivere di Montale.

Tuttavia ci sono poesie connotate da un atteggiamento positivo verso la vita e l’amore e la poetica di Rosetta è piena della raffinatezza delle parole controllatissime e debordanti nella stesso tempo e i versi sono generati da una forte urgenza del dire e risultano chiari e complessi nello stesso tempo.

Si tratta di poesie icastiche e leggere nello stesso tempo che si possono definire neo liriche e che hanno intrinseca una componente riflessiva e intellettualistica.

«Un sottile brivido sbocciato / d’improvviso nel mio giardino / viene a sussurrare l’estate / ai miei pensieri, fioriti nella mente / senza più trovare le parole» scrive Rosetta in una poesia senza titolo (pag.16) che è affascinante perché per argomento ha il rapporto tra detto e non detto che crea nel breve tessuto linguistico una forte tensione che si lega a un senso di sospensione e di forte solipsismo nell’io-poetante molto autocentrato; anche un senso di magia e di malia emerge da questa poesia raffinata e ben cesellata come del resto sono tutti i componimenti del Nostro che nella maggioranza dei casi non presentano titolo e ciò ne accresce il senso del mistero.

«Il tempo è sbocciato / figlio di un sogno che non si vuole realizzare // e le mie mani tra le tue mani / e la mia pelle contro la tua pelle / e i miei occhi dentro i tuoi occhi / e il mio domani, forse anche il tuo domani // sono magici incantesimi che le parole / trascinano impetuose al tribunale della realtà // il tempo è sbocciato / figlio legittimo di una pienezza sconosciuta / e le voci della città / sono fiori, sono frutti che tu hai sparso / intorno a me…».

Nella suddetta poesia (pag.19) densa metaforicamente si respira un senso di ottimismo e molto bella è l’espressione anaforica «Il tempo è sbocciato» per la quale il tempo stesso è figlio di un sogno che non si vuole realizzare e figlio legittimo di una pienezza sconosciuta.

Nel componimento è centrale il tema amoroso erotico e sensuale quando sono nominati gli occhi, la pelle e le mani del poeta e dell’amata che divengono biblicamente una sola carne.

Quindi è una poetica quella di Rosetta in bilico tra gioia e dolore e la complicità, la connivenza che l’io – poetante cerca nell’amata è sicuramente un sintomo di positività nel credere fermamente che l’amore ricambiato stesso possa aprire le porte alla felicità.

Si può definire una ricerca del senso vero e profondo della vita quella di Pietro, una tensione stabile verso la realizzazione dei desideri dettati dai sentimenti soprattutto nel campo amoroso.

E se la poesia è la leggerezza e la quotidianità con il suo eterno ritorno è il vero esistere, Rosetta dimostra che lo strumento umano per riuscire a trovare sicurezza consiste nel creare un’osmosi tra poesia e vita che richiede una grande attenzione che salva e fa realizzare l’individuo in amore, nel lavoro e in tutto.

Il discorso del Nostro affascina perché ogni suo lettore s’identifica in lui che è portatore di sentimenti e valori universali con profondità e fertile intelligenza.

Raffaele Piazza

 

Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Antonino Stampa, "Fiori di calendula maritima"

25 Maggio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Antonino Stampa

FIORI DI CALENDULA MARITIMA

 

 «Il titolo Fiori di Calendula maritima (pianticella salvata dall’estinzione che cresce solo in una piccola parte costiera della Sicilia trapanese) ci colloca subito nella terra di Antonino Stampa, alla quale lo scrittore ci trasporta attraverso i suoi occhi innamorati»: così Marco Zelioli in apertura della sua prefazione alla raccolta poetica in questione (pubblicata da Guido Miano Editore, 2024). In effetti è l’attaccamento radicale alla sua terra d’origine una delle più fertili fonti d’ispirazione lirica: così, fra le varie parti del libro – Come un battito d’ali; Noi e gli altri; Quel che lasciamo; Universoè la quinta quella che mi pare risulti più efficace ed avvincente nelle formulazioni stilistiche ed immaginifiche, come nei contenuti umani, sociali e culturali: “Belice 1968-2018 (Quadri di un terremoto e del prima e del dopo. Un itinerario tra emozioni e ricordi)”.

La tragedia che si abbatté sulla Sicilia per lo scatenamento delle forze incontrollabili della natura viene rivissuta nelle sue componenti individuali e collettive attraverso alcune liriche temporalmente dislocate tra un prima, un durante e un dopo. Il come procedeva la vita dell’autore prima del terremoto viene scolpito da versi scarni ed essenziali, nei quali il destino della terra e del suo lavoro di contadino traspaiono con afflato epocale, intrisi di fatica e senza prospettive: «Solitario il mio passo / solitario il mio lavoro /… / Risalgo la valle /…/ oltre, / s’innalza la montagna / scabra…» (Del Prima). Poi il ritmo ripetitivo dei soliti gesti quotidiani che, tuttavia, hanno il sapore d’una cantilena poetica: «… Con me / la mula, / la bisaccia ai fianchi. / Mi lavo il viso / alla cisterna, / accanto la mula si disseta» (ivi). Ci sarà la biada per la mula e la tavola apparecchiata per la cena. Infine il presagio, o meglio, la certezza di quel che sarà il futuro della sua montagna, ovvero l’abbandono delle nuove generazioni, partite per altri mondi: «Questa mia terra /… / incolta alla mia morte / perché il figlio, / altrove, / altro mestiere, / altra vita conduce» (ivi).

Il momento della prima forte scossa per Antonino Stampa è simile ad un mare sconvolto che rovescia impietosamente le sue onde addosso a case e persone e «nel nero della notte / s’aprì la terra» e tutto divenne l’impero della morte, da cui scampa solo qualche sopravvissuto che s’aggira barcollante fra pietraie e macerie. Ma le scosse si ripetono: «…Ancora / la terra trema, / vibra, / si scuote. / Case sventrate svelano / pudori d’affetti. / Sotto le pietraie / giace la memoria» (15 gennaio 1968, ore 3, minuti 10). Sugli effetti della strage del sisma, una lapidaria riflessione del poeta: «Quella notte / morì una Sicilia. / Dopo / nulla è nato, / qualcos’altro / è venuto» (Premessa). Del dopo terremoto abbiamo due immagini in contrasto tra loro: quella della poesia Gibellina nuova - Le tre piazze, un quadro della ricostruzione che, tuttavia, appare ammantata da asetticità e distacco, forse nel rimpianto del vecchio nucleo abitativo distrutto dal sisma. E quella dei Ruderi di Poggioreale, dove il poeta rivive il dolore antico ma sempre vivo: «Il vento / fra i muri / urla, / piange nel mio cuore».

Anche altrove il richiamo delle origini è forte e consapevole, la lirica Siciliano è l’emblema delle sue radici: «Sono / di questa terra, / zattera a genti in fuga / nel vasto mare / o qui venute / per sete di dominio. / Non conto i popoli / che nelle mie vene / hanno versato il sangue. // Canto / questa terra arsa / che mi asciuga, / questo vento / che mi leviga, / questo mare che s’alza / in tempesta». E così troviamo anche un riferimento a Levanzo, pitture rupestri. Grotta del Genovese, dove gli antenati preistorici vivevano, cacciavano, pescavano il tonno, pregavano ed «abitavano questa terra, / la loro terra, / così diversa, / così uguale». Un canto al sole e alla luce diviene la poesia di Antonino Stampa nelle altre parti del libro: associandosi alla purezza del mare esso dà voce alla sapienza del gabbiano e non a «quanti della vita fanno commercio». Ma c’è spazio ancora per considerazioni e riflessioni sulla nostra esistenza, spesso così superficiale e frettolosa da trasformarsi in un monumento all’incomunicabilità e al conformismo; su chi siamo come abitatori del pianeta terra, che non è nostro, né dei nostri figli; sul futuro che è solo di Dio, mentre a noi appartiene il presente, forse. Ed infine le dediche all’amato Leopardi, col quale canta l’infinito e le stelle della «stanza smisurata e superba» (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

Enzo Concardi

 

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Antonino Stampa è nato nel 1946 a Trapani dove attualmente risiede; laureatosi in Filosofia presso l’Università di Palermo, ha insegnato Lettere nelle scuole medie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Marine. Trasparenze in frammenti (1995), Specchio nascosto (2002), Distesi silenzi del mare (2003), Nei gorghi del tempo (2012), Chiedersi (2014), E non distinguo approdi (2017).

 

 

Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Poesia 25

24 Maggio 2024 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia, #riviste letterarie

 

 

 

 

Poesia 25 - Maggio / Giugno 2024
Feltrinelli - Euro 14 - Pagine 130

 

La rivista libro di Nicola Crocetti edita da Feltrinelli realizza il consueto mix tra poesia conosciuta e nuove proposte, autori italiani e stranieri, in lingua originale e con traduzioni a fianco. Si parte con Giorgio Caproni e un’interessante intervista al figlio Attilio Mauro che rievoca il suo ruolo educativo di genitore e di maestro elementare. Daniele Piccini cura la sezione antologica e compone un ritratto del poeta con alcune liriche ormai diventate classiche (A mio padre, Preghiera, A Rina, A mio figlio), tutte di impronta familiare. Anima mia, fa’ in fretta / ti presto la bicicletta / ma corri e con la gente / (ti prego sii prudente) / non ti fermare a parlare / smettendo di pedalare. Bellissima. Tutte le poesie di Caproni (irrinunciabili e da rileggere in eterno) le trovate da Garzanti in un bel volume edito nel 2016. Silvio Ramat ci fa conoscere una poetessa non indispensabile (amica di Gozzano) come Amalia Guglielminetti. Rosaria Lo Russo traduce le Favole da incubo di Anne Sexton, vero e proprio fenomeno pop anni Settanta riproposto a distanza di cinquant’anni; tra le pagine della rivista leggiamo un delizioso quanto insolito Cappuccetto Rosso, che ricorda opere analoghe di Gianni Rodari e Aldo Zelli. Ad abundantiam, pure chi scrive si è cimentato con un Cappuccetto Rosso horror sceneggiando un film indipendente uscito circa vent’anni fa. Ispirazioni comuni, pare. Graziano Krätli narra la vita e le opere di Weldon Kees che ha fatto poesia anche con la sua morte misteriosa, scomparso dopo un incidente stradale (suicidio?), il corpo svanito in un dirupo, cosa che ha alimentato una ridda di leggende metropolitane. Tomasz Rózycky è un poeta polacco che scrive sonetti - tre quartine e un distico - molto musicali, leggibili e intensi, ben tradotti da Andrea Ceccherelli. Gabriele Tinti traduce John Gould Fletcher (1886 - 1950), morto suicida, anche se la sua poesia nella versione italiana perde il ritmo e la cadenza del verso che per l’autore sono più importanti della rima. Poesia autobiografica, a tratti dolente, versi che s’interrogano sul ruolo del poeta: La primavera della mia vita è ormai alle spalle / e la quieta pace dell’estate non tornerà più …, a giudizio di chi scrive le traduzioni sono molto ben fatte. Giulia Martini si occupa di voci nuove, in questo numero nel suo opificio (ci spiega pure il significato della parola e l’etimologia latina) propone Silvia Atzori (1998), Giulio Zambon (1998) e Fael Marescotti (2000). Ammetto la mia scarsa capacità di apprezzare sperimentalismi e modernismi estremi, ognuno ha i suoi limiti, ragion per cui non mi pronuncio e rimando alla colta introduzione. Monica Ruocco parla del poeta palestinese Mahmud Darwish, scomparso quattro anni fa e del recente volume Non scusarti per quel che hai fatto, a cura di Sana Darghmouni e Pina Piccolo (Crocetti Editore). Bellissima e dolente A casa di mia madre con il poeta che si sente ospite di un se stesso che vede ritratto in foto, molti anni dopo la sua partenza. Alessandro Cenni ci regala 7 poesie da Felo de se e Giulia Martini chiude il volume con il suo Tresor, poesia ispirata ad atti notarili e contratti. Poesia è una rivista libro ricca di contenuti, che da anni riesce a sopravvivere nel complesso panorama letterario italiano, prima come mensile da edicola, adesso come volume da libreria. Unica nel suo genere, anche per questo da promuovere e da difendere. Leggetela, non ve ne pentirete!

Gordiano Lupi
www.gordianolupi.it

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Roberto Casati, "Come armonie disattese"

18 Maggio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Roberto Casati

COME ARMONIE DISATTESE

 

Con la sua nuova raccolta di poesie Roberto Casati emerge ancora una volta come una delle figure più significative della poesia italiana contemporanea.

Come armonie disattese (Guido Miano Editore, Milano 2024) è una raccolta che, come scrive giustamente Enzo Concardi nella prefazione, si situa come continuum rispetto al suo libro di poesie precedente Appunti e carte ritrovate (pubblicato sempre con Guido Miano Editore), libro che meritatamente ha riportato eccellenti consensi dalla critica che si possono tra l’altro leggere nelle motivazioni delle giurie dei premi letterari che ha vinto.

Il Nostro in Come armonie disattese, pur partendo dalle esperienze precedenti, accentua il tono di vaghezza, di sospensione nei suoi componimenti che sembrano il precipitato di sogni ad occhi aperti che hanno anche una patina di espressione surreale e prevalgono anche qui i temi dell’amore per l’amata e della capacità di stupirsi di fronte alla bellezza della natura.

Denominatore comune del poiein di Casati in tutta la sua produzione di poeta neolirico tout-court è quello di produrre tramite le metafore frequenti memorabili epifanie, accensioni subitanee e folgoranti che vengono percepite dal fortunato lettore, per la loro chiarezza già da una prima lettura.

Rarefatta, ben cesellata e raffinata, icastica e nello stesso tempo leggera la forma di questi componimenti sublimi che hanno per tema un amore sensuale per la figura femminile che pare avere qualcosa di salvifico e qui s’innesta il discorso sulla capacità d’amare e sull’eterno femminino perché la stessa amata e amante si fa musa e ispiratrice di versi memorabili.

«Ho rubato i tuoi occhi / sulla linea del non visto, / dove la notte / non è più il pensiero perduto ieri, / dove il giorno / non è ancora il colore sui tuoi anticipi. // Sono rimasto troppo / davanti a te, / cercando con le dita / di sfiorare l’ombra / sugli angoli dimenticati. // Nel tempo che conosco da ieri / sguardo / dato e ripreso / mille volte per sempre».

Nella suddetta poesia si nota anche una forte sensibilità verso il tema del tempo nel nominare con urgenza notte e giorno, e come scrive Casati si può avere anche una conoscenza del tempo e uno sguardo può essere dato e ripreso mille volte ma anche per sempre e qui viene in mente l’attimo heidegeriano feritoia tra passato e futuro quando il tempo virtualmente si ferma in un presente infinito.

‘Armonie’, come leggiamo nel titolo della raccolta, ma ‘disattese’ come se entrasse nella poetica di questo volume di Casati, rispetto agli altri libri un fattore x, una nuova tonalità giocata sulla tastiera analogica.

Con la sua scaltra coscienza letteraria nomina la parola disattese per farci comprendere tutto il pathos che ci può essere in una relazione amorosa che la stessa donna-musa traduce in poesia, come se dettasse lei i versi al poeta stesso, versi, e questo va sottolineato, sempre controllatissimi pur nella loro fortissima carica d’ipersegno.

Disatteso infatti è un termine forte e ricco di significati come dimenticato, tralasciato, non considerato, non osservato e definire le armonie disattese è un modo di farci intendere che nei sentimenti come nella scrittura poetica è sempre tutto sospeso e non scontato e vengono in mente i versi di Goethe a questo proposito: «essere tutto gioia e patimenti… / felice è solo l’anima che ama».

Raffaele Piazza      

 

 

Roberto Casati, Come armonie disattese, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 164, isbn 979-12-81351-31-8, mianoposta@gmail.com.

   

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Roberto Casati, "Come armonie disattese"

16 Maggio 2024 , Scritto da Fulvia Donatella Narciso Con tag #fulvia donatella narciso, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Roberto Casati

 Come armonie disattese

 Guido Miano Editore, Milano 2024

 

Nell’opera poetica di Roberto Casati, Come armonie disattese (Guido Miano Editore, Milano 2024) ritroviamo un motivo romantico decadentemente-nostalgico («…ho fermato le tue mani sulle mie labbra, / e rubato ciò che resta / di quello che non saremo mai più domani», p.21; «…il freddo di una primavera / che come te tarda ad arrivare», p.31); nonché similitudini e metafore («Il tempo breve alle distanze», p.33;  «sapori non banali dell’essere», p.34); nonché la propensione verso l’oltre e la dimensione umana temporale; nonché il cesello letterario («sento il non scontato del tuo profumo», p.37; «cruda realtà l’indifferenza che / ancora una volta uccide donna e amore», p.73); nonché il lirismo («…Sorridi nell’ultima foto / reggendo con dolce carezza / la vita del tuo bimbo…», p.73; «…solo cerco in silenzio / la fragile lucciola accolta nella mano», p.72); nonché la passione («…la febbre indefinita / che ridona tensione al sospiro d’amore», p.22; «domani forse ricorderai /… la tua mano dimenticata nella mia…», p.48).

Il rifugiarsi nella natura ed esaltarne la bellezza, per consolarsi delle più o meno avverse vicissitudini esistenziali («il vociare della piazza in primavera», p.48) è un motivo ricorrente.

Ci complimentiamo per i buoni sentimenti e la sensibilità cromatico-affettiva dimostrata nell’esposizione accoratamente poetica di luoghi e stati d’animo, augurando al Casati, in un futuro non lontano, di poter coronare i suoi lirici sogni di pace e benessere comune.

 

Poetessa Fulvia Donatella Narciso

(in arte Viulfa Scaroni)

 

 

POESIE

 

*

 

Quello che capita

in stanchi momenti

rimuove dal cuore le disattenzioni,

scivolando oltre il già visto,

forse un grido più volte riconosciuto.

 

Dietro l’angolo

sfuggono parole antiche,

e quello che mi confonde

sono i tuoi sguardi,

oltre gli angoli a dare senso alla notte.

 

Ho bruciato parole

e raccolto fiordalisi ormai appassiti,

ho fermato le tue mani sulle mie labbra,

e rubato ciò che resta

di quello che non saremo mai più domani.

 

 

*

 

Scivolano dimenticati sguardi

stanche ipotesi

sulla sabbia alzata dal vento,

segreto svelato in crepe antiche.

 

Ti aspetto ancora qui,

frase improbabile

di un percorso già abbandonato.

 

Sfidando il freddo di una primavera

che come te tarda ad arrivare.

 

 

*

 

Attraversi l’ombra all’ultimo bagliore

portandomi nel tuo tempo,

in una sera inquieta che

copre le spalle di un velo leggero.

 

Cammini, guardando il mare,

un sorriso di breve felicità,

gli occhi fatti di segrete parole e

i piedi bagnati dalla risacca.

 

Mentre mi passi accanto 

sento il non scontato del tuo profumo 

raccontare l’origine della meraviglia,

una imperdonabile lusinga.

 

Allora capisco che voglio portarti 

nel mio orizzonte, nascondendoti al mondo

per il tempo esatto in cui i nostri occhi 

vedranno insieme alba e tramonto.

 

 

L’AUTORE

 

Roberto Casati (Vigevano, PV,  1958) si è occupato di informatica gestionale. Ha pubblicato i libri di poesie: Amore e disamore (1984), Roma e Alessandra (1986), Coincidenze massime (1988), Ipotesi di fuga (1992), In navigazione per Capo-Horn (1999), Carte di viaggio (2016), Appunti e carte ritrovate (2020). Ha conseguito molti premi e riconoscimenti; tra i più recenti ricordiamo il primo posto al "Premio Letterario Internazionale Tulliola-Renato Filippelli" del 2023.

 

 

 

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Antonino Stampa, "Fiori di Calendula maritima"

13 Maggio 2024 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Fiori di Calendula maritima

Antonino Stampa

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Il titolo Fiori di Calendula maritima (pianticella salvata dall’estinzione che cresce solo in una piccola parte costiera della Sicilia trapanese) ci colloca subito nella terra di Antonino Stampa, alla quale lo scrittore ci trasporta attraverso i suoi occhi innamorati. Perché, come recitano i versi introduttivi, riecheggiando quanto Goethe diceva della bellezza: «La poesia / non è nelle cose, / ma negli occhi / di chi / le guarda». Ed è così che l’autore ci accompagna lungo le cinque parti che compongono l’opera. Le prime quattro (Come un battito d’ali, Noi e gli altri, Quel che lasciamo, Universo) sono tanto connesse tra loro che le poesie che le compongono sono numerate in sequenza dalla I alla XXXI; la quinta (Belice 1968-2018) è una sorta di poemetto interamente dedicato, a cinquant’anni dall’evento, al drammatico terremoto che colpì Gibellina e dintorni.

L’espressione è affidata a versi brevi, che evocano più che descrivere. Versi tanto spontanei quanto meditati: ad esempio, l’immagine di una tenda da sole basta a richiamare la siepe dell’Infinito leopardiano, e lo scrittore ne fa scaturire una asciutta meditazione sulla vita: «Scorrono ombre / sulla tenda / da sole. // Oltre, / nel limpido azzurro, / voli d’uccelli» (Oltre, poesia IX di Come un battito d’ali). Proprio con una citazione dell’Infinito di Leopardi si apre poi la lirica XXIX della sezione Universo: «Nero, / infinito silenzio / solitudine di spazi / ove smarrirsi…», quasi una personale nota esplicativa della citazione. Leopardi è citato anche nella breve ultima lirica XXXI (della stessa sezione), quasi a testimoniare una fonte d’ispirazione ricorrente.

Antonino Stampa ci offre un’osservazione disincantata della realtà, presentata in genere solo per accenni fugaci, come in una apparentemente placida contemplazione del reale: le parole del poeta, infatti, sono sempre lineari, non ‘aggrediscono’ il lettore con immagini disturbanti. Neppure quando descrivono (nell’ultima parte) le ore drammatiche del terremoto del Belice; né quando accennano ad autentici drammi dell’esistenza, come qui: «…Quanti / in ordinati governi, / ignorati, / senza lasciare traccia / nella nera terra / chiusero / una vita di stenti?» (poesia XXVIII di Quel che lasciamo). E nemmeno quando, con pungente ironia, ricorda: «… Non tingerti la canizie, / non questo / ti renderà giovane» (poesia XXV, ivi), perché: «Di Dio / è il futuro / dell’uomo, / forse, / il presente. // Giorno dopo giorno / affronta la vita, / più non è dato» (poesia XXIII, ivi).

Si può certamente sottoscrivere quanto considerato da Enzo Concardi nel presentare l’opera poetica di Antonino Stampa nell’ampio saggio I motivi lirici predominanti della poetica di Antonino Stampa: «Le opere poetiche di Antonino Stampa percorrono l’essenziale tragitto della condizione umana attraverso una meditazione spesso in solitudine sul senso del tempo, sulla presenza magica e simbolica della natura, sul mistero dell’Incarnazione, riferito alla storia come interprete della perenne lotta tra il Bene e il Male, sul senso della sofferenza».

Al di là della scorrevolezza quasi pacificante dei versi di Antonino Stampa, però, affiorano molti tratti di sofferenza da diverse liriche. Tratti quasi nascosti, ma non trascurabili; ad esempio in Siciliano (lirica XIII di Noi e gli altri), il cui incipit allude a sofferenze secolari, storiche, di vasta portata e non solo individuali: «Sono / di questa terra, / zattera a genti in fuga / nel vasto mare / o qui venute / per sete di dominio…» (il corsivo del testo è mio). La leggerezza dei versi fluenti, liberi da metrica e rime, quasi copre anche sofferenze più intime, forse taciute per timore del disinteresse altrui, come nella lirica XVI di Noi e gli altri, che per intero recita: «“Ciao, / come stai?”. / “Bene…”. // Abbiamo l’obbligo / di stare bene. / Dovrei aprirti il mio privato, / forse quello dei miei familiari…? / E tu? / Ascolteresti attento, / qualche parola / di solidarietà. / Poi ti allontaneresti. / Per i tuoi urgenti impegni».

La sofferenza emerge più esplicita nell’ultima parte della raccolta, Belice 1968-2018, con undici Quadri di un terremoto e del prima e del dopo – come recita il primo dei due sottotitoli. Qui si palesa come condizione vissuta da un intero popolo, cui il poeta dà personalissima voce: si veda la poesia VI (Ruderi di Poggioreale) che chiude con questi versi struggenti: «… Il vento / fra i muri / urla, / piange nel mio cuore». Un’altra immagine, in particolare, può farci focalizzare su quanto dolore c’è in eventi come il terremoto che colpì il Belice; un dolore intenso, che il poeta sa rievocare con poche asciutte parole: «… il muro di una casa / aperta, / memoria / d’intimità perduta …» (poesia III, Gibellina nuova - Le tre piazze). Parole non tese solo a documentare quella sofferenza, ma «… perché ti si pieghino / i ginocchi / e ascolti nel vento / le voci di quanti / qui ebbero / forma d’uomini …» (poesia VIII, Gibellina - ‘Cretto sui ruderi’ di Burri); parole scritte soprattutto per ricordarla ai giovani - e ce n’è motivo - perché: «… Non hanno memoria / i giovani / immersi in un eterno / presente» (poesia X, Con arroganza).

Insomma, con Antonino Stampa siamo introdotti quasi con dolcezza (la dolcezza del suo linguaggio che scivola via leggero) nell’aspetto forse meno amato, ma più presente in ogni vicenda umana nel mondo: la sofferenza. Che resta tale, anche se la si guarda con animo pieno di speranza perché la speranza permette di collocare tutto il male del mondo all’interno di un disegno positivo, ma non toglie dalla vita la dura esperienza del dolore. Speranza non declamata con pur giuste asserzioni teoriche, ma sommessamente suggerita al lettore con l’immagine umile e concretissima del contadino che «… Apre il solco / e vi depone il seme / e in giugno / campi fecondi / di giallo grano / falcia nel sole, / quel pane / che Dio / con l’uomo ha diviso …» (poesia V di Belice 1968-2018): è la speranza che chi semina possa anche raccogliere.

Dobbiamo essere grati a chi, come Antonino Stampa, con suoi versi pensati «con voce scabra» (come egli stesso scrive nell’ultima poesia XI, Congedo) aiuta a meditare sul dolori e sui mali piccoli e grandi della vita, con una visione sofferente, sì, ma serena, consapevole che tali dolori e mali non dicono l’ultima parola sull’esistenza umana. Uno scrittore che ci dona i suoi pensieri con una poesia rara come i Fiori di Calendula maritima.

Marco Zelioli

 

 

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L’AUTORE

 

Antonino Stampa è nato nel 1946 a Trapani dove attualmente risiede; laureatosi in Filosofia presso l’Università di Palermo, ha insegnato Lettere nelle scuole medie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Marine. Trasparenze in frammenti (1995), Specchio nascosto (2002), Distesi silenzi del mare (2003), Nei gorghi del tempo (2012), Chiedersi (2014), E non distinguo approdi (2017).

 

 

Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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