poesia
Luis García Montero, "Un romanticismo illuminato"
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Luis García Montero
Un romanticismo illuminato
Crocetti Editore – Pag. 400 – Euro 20
Luis García Montero (Granada, 1958) è al primo libro edito in Italia, dopo essere uscito su rivista, in uno degli ultimi numeri di Poesia, lasciando il segno nel lettore preparato, avido di procurarsi altre letture così ispirate, mature e degne di considerazione. Professore di letteratura spagnola all’Università di Granada, premiato in Spagna e in Italia, tradotto in diverse lingue, compone un’antologia che gode del testo originale e di una notevole traduzione curata da Gabriele Morelli. La raccolta delle sue opere è contenuta in Poesía completa (1980 - 2017), seguita da Un año y tres meses (2022), volume uscito dopo la morte della moglie, la popolare scrittrice iberica Almudena Grandes (Le età di Lulù). Autore anche di saggistica e prosa, compone questa antologia personale della quale decide anche il titolo - Un romanticismo illuminato -, selezionando tra le sue poesie quelle che ritiene ancora attuali e da salvare. Tema ricorrente l’amore, il privato, un’autobiografia lirica, gli eventi del quotidiano e il ricordo del passato, la ricerca del tempo perduto, gli anni di un’adolescenza indimenticata. Gabriele Morelli non si limita a tradurre, scrive anche una forbita introduzione che esalta Montero come poeta necessario, a suo agio nella dimensione del privato, territorio al quale la sua opera attinge di continuo, facendo leva sull’elemento riflessivo e ideologico. Fa parte della vita del poeta il rapporto con la metropoli (Madrid) che spesso si riflette nelle liriche, con il racconto della vita notturna e delle serate passate al bar con gli amici. Tema dolente la perdita della moglie che ritorna nelle ultime liriche, il senso della vita che scorre e della vecchiaia che avanza, l’ineluttabilità della morte e del passare del tempo. Poesia sentimentale ma non avulsa dal contesto sociale, autobiografia a base di sentimento e riflessione, confessione più che esibizione – dice l’acuto Morelli – un diario intimo che accoglie lotte e sconfitte, illusioni personali e sociali. Molte citazioni classiche (Garcilaso, Lope de Vega, Gongóra) e moderne (Machado, Neruda, Alberti …), persino di poeti italiani a lui vicini come Petrarca e Pasolini. Fede laica e fede marxista, storia d’amore e racconto doloroso, versi permeati di amore per la vita e per i suoi cari, siano i figli come la moglie perduta: una storia d’amore, / quest’anno e tre mesi, / questi giorni finali che già sono, / ora, nel ricordo, / i più felici della mia vita. In definitiva il poeta sa che Quando la morte vorrà / prendere la verità dalle mie mani / le troverà vuote. Nel chiudermi gli occhi / si bagnerà le dita con la pioggia. / Ci duole invecchiare, / ma è ancora più difficile / capire che si ama solamente / ciò che invecchia. Il poeta ha da tempo capito che i sogni si corrompono. E ha smesso di sognare. Un libro bellissimo, da leggere e rileggere. Vera letteratura europea.
Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"
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Pietro Rosetta
POESIE NASCOSTE NELLA DISPENSA
Pietro Rosetta è un affermato medico oculista che nel 1997 ha pubblicato qualche poesia nel volume antologico Scrittori Italiani del II Dopoguerra. La poesia contemporanea edito da Guido Miano Editore.
Nel mese di aprile del 2024, per la stessa Casa Editrice, ha dato alle stampe la sua raccolta di poesie, un’opera prima, silloge nella quale si rivela come un poeta eccellente, una vera scoperta letteraria il cui merito va proprio a Guido Miano Editore che lo ha incoraggiato e spinto ad uscire dal suo silenzio.
Evocativo il titolo della raccolta che sembra mettere in luce la riservatezza del Nostro perché ha tenuto nascoste queste poesie presumibilmente per molto tempo prima di pubblicarle, cosa che accomuna molti poeti.
Ora Rosetta è uscito allo scoperto con questa raccolta e ha fatto bene perché le sue composizioni sono splendide nel loro essere connotate da vaghezza e grande originalità e bellezza affascinante.
Ha tolto metaforicamente i componimenti dalla dispensa, elemento che evoca qualcosa di domestico, e senza esitare più ha messo le poesie nella bottiglia del messaggio e le ha lanciate nel mare magnum del circuito letterario con il volume che prendiamo in considerazione in questa sede.
Veramente centrata e ricca di acribia la prefazione di Enzo Concardi a questa silloge nella quale il critico individua il tema dominante dei versi che è quello del dualismo amore - morte interiorizzato dal poeta; dualismo che emerge nel suo approccio alla poesia, alla scrittura che è la vita perché si scrive sempre di sé stessi e la poesia stessa è sempre d’occasione.
La raccolta non è suddivisa in sezioni e per la sua unitarietà tematica, formale e stilistica potrebbe essere considerata un poemetto.
Ad una prima lettura si nota nei versi un forte senso del dolore sotteso alla condizione umana e anche nell’approccio alla dimensione amorosa e si potrebbe pensare a questo proposito al pessimismo cosmico di Leopardi e al male di vivere di Montale.
Tuttavia ci sono poesie connotate da un atteggiamento positivo verso la vita e l’amore e la poetica di Rosetta è piena della raffinatezza delle parole controllatissime e debordanti nella stesso tempo e i versi sono generati da una forte urgenza del dire e risultano chiari e complessi nello stesso tempo.
Si tratta di poesie icastiche e leggere nello stesso tempo che si possono definire neo liriche e che hanno intrinseca una componente riflessiva e intellettualistica.
«Un sottile brivido sbocciato / d’improvviso nel mio giardino / viene a sussurrare l’estate / ai miei pensieri, fioriti nella mente / senza più trovare le parole» scrive Rosetta in una poesia senza titolo (pag.16) che è affascinante perché per argomento ha il rapporto tra detto e non detto che crea nel breve tessuto linguistico una forte tensione che si lega a un senso di sospensione e di forte solipsismo nell’io-poetante molto autocentrato; anche un senso di magia e di malia emerge da questa poesia raffinata e ben cesellata come del resto sono tutti i componimenti del Nostro che nella maggioranza dei casi non presentano titolo e ciò ne accresce il senso del mistero.
«Il tempo è sbocciato / figlio di un sogno che non si vuole realizzare // e le mie mani tra le tue mani / e la mia pelle contro la tua pelle / e i miei occhi dentro i tuoi occhi / e il mio domani, forse anche il tuo domani // sono magici incantesimi che le parole / trascinano impetuose al tribunale della realtà // il tempo è sbocciato / figlio legittimo di una pienezza sconosciuta / e le voci della città / sono fiori, sono frutti che tu hai sparso / intorno a me…».
Nella suddetta poesia (pag.19) densa metaforicamente si respira un senso di ottimismo e molto bella è l’espressione anaforica «Il tempo è sbocciato» per la quale il tempo stesso è figlio di un sogno che non si vuole realizzare e figlio legittimo di una pienezza sconosciuta.
Nel componimento è centrale il tema amoroso erotico e sensuale quando sono nominati gli occhi, la pelle e le mani del poeta e dell’amata che divengono biblicamente una sola carne.
Quindi è una poetica quella di Rosetta in bilico tra gioia e dolore e la complicità, la connivenza che l’io – poetante cerca nell’amata è sicuramente un sintomo di positività nel credere fermamente che l’amore ricambiato stesso possa aprire le porte alla felicità.
Si può definire una ricerca del senso vero e profondo della vita quella di Pietro, una tensione stabile verso la realizzazione dei desideri dettati dai sentimenti soprattutto nel campo amoroso.
E se la poesia è la leggerezza e la quotidianità con il suo eterno ritorno è il vero esistere, Rosetta dimostra che lo strumento umano per riuscire a trovare sicurezza consiste nel creare un’osmosi tra poesia e vita che richiede una grande attenzione che salva e fa realizzare l’individuo in amore, nel lavoro e in tutto.
Il discorso del Nostro affascina perché ogni suo lettore s’identifica in lui che è portatore di sentimenti e valori universali con profondità e fertile intelligenza.
Raffaele Piazza
Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.
Antonino Stampa, "Fiori di calendula maritima"
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Antonino Stampa
FIORI DI CALENDULA MARITIMA
«Il titolo Fiori di Calendula maritima (pianticella salvata dall’estinzione che cresce solo in una piccola parte costiera della Sicilia trapanese) ci colloca subito nella terra di Antonino Stampa, alla quale lo scrittore ci trasporta attraverso i suoi occhi innamorati»: così Marco Zelioli in apertura della sua prefazione alla raccolta poetica in questione (pubblicata da Guido Miano Editore, 2024). In effetti è l’attaccamento radicale alla sua terra d’origine una delle più fertili fonti d’ispirazione lirica: così, fra le varie parti del libro – Come un battito d’ali; Noi e gli altri; Quel che lasciamo; Universo – è la quinta quella che mi pare risulti più efficace ed avvincente nelle formulazioni stilistiche ed immaginifiche, come nei contenuti umani, sociali e culturali: “Belice 1968-2018 (Quadri di un terremoto e del prima e del dopo. Un itinerario tra emozioni e ricordi)”.
La tragedia che si abbatté sulla Sicilia per lo scatenamento delle forze incontrollabili della natura viene rivissuta nelle sue componenti individuali e collettive attraverso alcune liriche temporalmente dislocate tra un prima, un durante e un dopo. Il come procedeva la vita dell’autore prima del terremoto viene scolpito da versi scarni ed essenziali, nei quali il destino della terra e del suo lavoro di contadino traspaiono con afflato epocale, intrisi di fatica e senza prospettive: «Solitario il mio passo / solitario il mio lavoro /… / Risalgo la valle /…/ oltre, / s’innalza la montagna / scabra…» (Del Prima). Poi il ritmo ripetitivo dei soliti gesti quotidiani che, tuttavia, hanno il sapore d’una cantilena poetica: «… Con me / la mula, / la bisaccia ai fianchi. / Mi lavo il viso / alla cisterna, / accanto la mula si disseta» (ivi). Ci sarà la biada per la mula e la tavola apparecchiata per la cena. Infine il presagio, o meglio, la certezza di quel che sarà il futuro della sua montagna, ovvero l’abbandono delle nuove generazioni, partite per altri mondi: «Questa mia terra /… / incolta alla mia morte / perché il figlio, / altrove, / altro mestiere, / altra vita conduce» (ivi).
Il momento della prima forte scossa per Antonino Stampa è simile ad un mare sconvolto che rovescia impietosamente le sue onde addosso a case e persone e «nel nero della notte / s’aprì la terra» e tutto divenne l’impero della morte, da cui scampa solo qualche sopravvissuto che s’aggira barcollante fra pietraie e macerie. Ma le scosse si ripetono: «…Ancora / la terra trema, / vibra, / si scuote. / Case sventrate svelano / pudori d’affetti. / Sotto le pietraie / giace la memoria» (15 gennaio 1968, ore 3, minuti 10). Sugli effetti della strage del sisma, una lapidaria riflessione del poeta: «Quella notte / morì una Sicilia. / Dopo / nulla è nato, / qualcos’altro / è venuto» (Premessa). Del dopo terremoto abbiamo due immagini in contrasto tra loro: quella della poesia Gibellina nuova - Le tre piazze, un quadro della ricostruzione che, tuttavia, appare ammantata da asetticità e distacco, forse nel rimpianto del vecchio nucleo abitativo distrutto dal sisma. E quella dei Ruderi di Poggioreale, dove il poeta rivive il dolore antico ma sempre vivo: «Il vento / fra i muri / urla, / piange nel mio cuore».
Anche altrove il richiamo delle origini è forte e consapevole, la lirica Siciliano è l’emblema delle sue radici: «Sono / di questa terra, / zattera a genti in fuga / nel vasto mare / o qui venute / per sete di dominio. / Non conto i popoli / che nelle mie vene / hanno versato il sangue. // Canto / questa terra arsa / che mi asciuga, / questo vento / che mi leviga, / questo mare che s’alza / in tempesta». E così troviamo anche un riferimento a Levanzo, pitture rupestri. Grotta del Genovese, dove gli antenati preistorici vivevano, cacciavano, pescavano il tonno, pregavano ed «abitavano questa terra, / la loro terra, / così diversa, / così uguale». Un canto al sole e alla luce diviene la poesia di Antonino Stampa nelle altre parti del libro: associandosi alla purezza del mare esso dà voce alla sapienza del gabbiano e non a «quanti della vita fanno commercio». Ma c’è spazio ancora per considerazioni e riflessioni sulla nostra esistenza, spesso così superficiale e frettolosa da trasformarsi in un monumento all’incomunicabilità e al conformismo; su chi siamo come abitatori del pianeta terra, che non è nostro, né dei nostri figli; sul futuro che è solo di Dio, mentre a noi appartiene il presente, forse. Ed infine le dediche all’amato Leopardi, col quale canta l’infinito e le stelle della «stanza smisurata e superba» (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).
Enzo Concardi
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Antonino Stampa è nato nel 1946 a Trapani dove attualmente risiede; laureatosi in Filosofia presso l’Università di Palermo, ha insegnato Lettere nelle scuole medie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Marine. Trasparenze in frammenti (1995), Specchio nascosto (2002), Distesi silenzi del mare (2003), Nei gorghi del tempo (2012), Chiedersi (2014), E non distinguo approdi (2017).
Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.
Poesia 25
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Poesia 25 - Maggio / Giugno 2024
Feltrinelli - Euro 14 - Pagine 130
La rivista libro di Nicola Crocetti edita da Feltrinelli realizza il consueto mix tra poesia conosciuta e nuove proposte, autori italiani e stranieri, in lingua originale e con traduzioni a fianco. Si parte con Giorgio Caproni e un’interessante intervista al figlio Attilio Mauro che rievoca il suo ruolo educativo di genitore e di maestro elementare. Daniele Piccini cura la sezione antologica e compone un ritratto del poeta con alcune liriche ormai diventate classiche (A mio padre, Preghiera, A Rina, A mio figlio), tutte di impronta familiare. Anima mia, fa’ in fretta / ti presto la bicicletta / ma corri e con la gente / (ti prego sii prudente) / non ti fermare a parlare / smettendo di pedalare. Bellissima. Tutte le poesie di Caproni (irrinunciabili e da rileggere in eterno) le trovate da Garzanti in un bel volume edito nel 2016. Silvio Ramat ci fa conoscere una poetessa non indispensabile (amica di Gozzano) come Amalia Guglielminetti. Rosaria Lo Russo traduce le Favole da incubo di Anne Sexton, vero e proprio fenomeno pop anni Settanta riproposto a distanza di cinquant’anni; tra le pagine della rivista leggiamo un delizioso quanto insolito Cappuccetto Rosso, che ricorda opere analoghe di Gianni Rodari e Aldo Zelli. Ad abundantiam, pure chi scrive si è cimentato con un Cappuccetto Rosso horror sceneggiando un film indipendente uscito circa vent’anni fa. Ispirazioni comuni, pare. Graziano Krätli narra la vita e le opere di Weldon Kees che ha fatto poesia anche con la sua morte misteriosa, scomparso dopo un incidente stradale (suicidio?), il corpo svanito in un dirupo, cosa che ha alimentato una ridda di leggende metropolitane. Tomasz Rózycky è un poeta polacco che scrive sonetti - tre quartine e un distico - molto musicali, leggibili e intensi, ben tradotti da Andrea Ceccherelli. Gabriele Tinti traduce John Gould Fletcher (1886 - 1950), morto suicida, anche se la sua poesia nella versione italiana perde il ritmo e la cadenza del verso che per l’autore sono più importanti della rima. Poesia autobiografica, a tratti dolente, versi che s’interrogano sul ruolo del poeta: La primavera della mia vita è ormai alle spalle / e la quieta pace dell’estate non tornerà più …, a giudizio di chi scrive le traduzioni sono molto ben fatte. Giulia Martini si occupa di voci nuove, in questo numero nel suo opificio (ci spiega pure il significato della parola e l’etimologia latina) propone Silvia Atzori (1998), Giulio Zambon (1998) e Fael Marescotti (2000). Ammetto la mia scarsa capacità di apprezzare sperimentalismi e modernismi estremi, ognuno ha i suoi limiti, ragion per cui non mi pronuncio e rimando alla colta introduzione. Monica Ruocco parla del poeta palestinese Mahmud Darwish, scomparso quattro anni fa e del recente volume Non scusarti per quel che hai fatto, a cura di Sana Darghmouni e Pina Piccolo (Crocetti Editore). Bellissima e dolente A casa di mia madre con il poeta che si sente ospite di un se stesso che vede ritratto in foto, molti anni dopo la sua partenza. Alessandro Cenni ci regala 7 poesie da Felo de se e Giulia Martini chiude il volume con il suo Tresor, poesia ispirata ad atti notarili e contratti. Poesia è una rivista libro ricca di contenuti, che da anni riesce a sopravvivere nel complesso panorama letterario italiano, prima come mensile da edicola, adesso come volume da libreria. Unica nel suo genere, anche per questo da promuovere e da difendere. Leggetela, non ve ne pentirete!
Gordiano Lupi
www.gordianolupi.it
Roberto Casati, "Come armonie disattese"
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Roberto Casati
COME ARMONIE DISATTESE
Con la sua nuova raccolta di poesie Roberto Casati emerge ancora una volta come una delle figure più significative della poesia italiana contemporanea.
Come armonie disattese (Guido Miano Editore, Milano 2024) è una raccolta che, come scrive giustamente Enzo Concardi nella prefazione, si situa come continuum rispetto al suo libro di poesie precedente Appunti e carte ritrovate (pubblicato sempre con Guido Miano Editore), libro che meritatamente ha riportato eccellenti consensi dalla critica che si possono tra l’altro leggere nelle motivazioni delle giurie dei premi letterari che ha vinto.
Il Nostro in Come armonie disattese, pur partendo dalle esperienze precedenti, accentua il tono di vaghezza, di sospensione nei suoi componimenti che sembrano il precipitato di sogni ad occhi aperti che hanno anche una patina di espressione surreale e prevalgono anche qui i temi dell’amore per l’amata e della capacità di stupirsi di fronte alla bellezza della natura.
Denominatore comune del poiein di Casati in tutta la sua produzione di poeta neolirico tout-court è quello di produrre tramite le metafore frequenti memorabili epifanie, accensioni subitanee e folgoranti che vengono percepite dal fortunato lettore, per la loro chiarezza già da una prima lettura.
Rarefatta, ben cesellata e raffinata, icastica e nello stesso tempo leggera la forma di questi componimenti sublimi che hanno per tema un amore sensuale per la figura femminile che pare avere qualcosa di salvifico e qui s’innesta il discorso sulla capacità d’amare e sull’eterno femminino perché la stessa amata e amante si fa musa e ispiratrice di versi memorabili.
«Ho rubato i tuoi occhi / sulla linea del non visto, / dove la notte / non è più il pensiero perduto ieri, / dove il giorno / non è ancora il colore sui tuoi anticipi. // Sono rimasto troppo / davanti a te, / cercando con le dita / di sfiorare l’ombra / sugli angoli dimenticati. // Nel tempo che conosco da ieri / sguardo / dato e ripreso / mille volte per sempre».
Nella suddetta poesia si nota anche una forte sensibilità verso il tema del tempo nel nominare con urgenza notte e giorno, e come scrive Casati si può avere anche una conoscenza del tempo e uno sguardo può essere dato e ripreso mille volte ma anche per sempre e qui viene in mente l’attimo heidegeriano feritoia tra passato e futuro quando il tempo virtualmente si ferma in un presente infinito.
‘Armonie’, come leggiamo nel titolo della raccolta, ma ‘disattese’ come se entrasse nella poetica di questo volume di Casati, rispetto agli altri libri un fattore x, una nuova tonalità giocata sulla tastiera analogica.
Con la sua scaltra coscienza letteraria nomina la parola disattese per farci comprendere tutto il pathos che ci può essere in una relazione amorosa che la stessa donna-musa traduce in poesia, come se dettasse lei i versi al poeta stesso, versi, e questo va sottolineato, sempre controllatissimi pur nella loro fortissima carica d’ipersegno.
Disatteso infatti è un termine forte e ricco di significati come dimenticato, tralasciato, non considerato, non osservato e definire le armonie disattese è un modo di farci intendere che nei sentimenti come nella scrittura poetica è sempre tutto sospeso e non scontato e vengono in mente i versi di Goethe a questo proposito: «essere tutto gioia e patimenti… / felice è solo l’anima che ama».
Raffaele Piazza
Roberto Casati, Come armonie disattese, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 164, isbn 979-12-81351-31-8, mianoposta@gmail.com.
Roberto Casati, "Come armonie disattese"
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Roberto Casati
Come armonie disattese
Guido Miano Editore, Milano 2024
Nell’opera poetica di Roberto Casati, Come armonie disattese (Guido Miano Editore, Milano 2024) ritroviamo un motivo romantico decadentemente-nostalgico («…ho fermato le tue mani sulle mie labbra, / e rubato ciò che resta / di quello che non saremo mai più domani», p.21; «…il freddo di una primavera / che come te tarda ad arrivare», p.31); nonché similitudini e metafore («Il tempo breve alle distanze», p.33; «sapori non banali dell’essere», p.34); nonché la propensione verso l’oltre e la dimensione umana temporale; nonché il cesello letterario («sento il non scontato del tuo profumo», p.37; «cruda realtà l’indifferenza che / ancora una volta uccide donna e amore», p.73); nonché il lirismo («…Sorridi nell’ultima foto / reggendo con dolce carezza / la vita del tuo bimbo…», p.73; «…solo cerco in silenzio / la fragile lucciola accolta nella mano», p.72); nonché la passione («…la febbre indefinita / che ridona tensione al sospiro d’amore», p.22; «domani forse ricorderai /… la tua mano dimenticata nella mia…», p.48).
Il rifugiarsi nella natura ed esaltarne la bellezza, per consolarsi delle più o meno avverse vicissitudini esistenziali («il vociare della piazza in primavera», p.48) è un motivo ricorrente.
Ci complimentiamo per i buoni sentimenti e la sensibilità cromatico-affettiva dimostrata nell’esposizione accoratamente poetica di luoghi e stati d’animo, augurando al Casati, in un futuro non lontano, di poter coronare i suoi lirici sogni di pace e benessere comune.
Poetessa Fulvia Donatella Narciso
(in arte Viulfa Scaroni)
POESIE
*
Quello che capita
in stanchi momenti
rimuove dal cuore le disattenzioni,
scivolando oltre il già visto,
forse un grido più volte riconosciuto.
Dietro l’angolo
sfuggono parole antiche,
e quello che mi confonde
sono i tuoi sguardi,
oltre gli angoli a dare senso alla notte.
Ho bruciato parole
e raccolto fiordalisi ormai appassiti,
ho fermato le tue mani sulle mie labbra,
e rubato ciò che resta
di quello che non saremo mai più domani.
*
Scivolano dimenticati sguardi
stanche ipotesi
sulla sabbia alzata dal vento,
segreto svelato in crepe antiche.
Ti aspetto ancora qui,
frase improbabile
di un percorso già abbandonato.
Sfidando il freddo di una primavera
che come te tarda ad arrivare.
Attraversi l’ombra all’ultimo bagliore
portandomi nel tuo tempo,
in una sera inquieta che
copre le spalle di un velo leggero.
Cammini, guardando il mare,
un sorriso di breve felicità,
gli occhi fatti di segrete parole e
i piedi bagnati dalla risacca.
Mentre mi passi accanto
sento il non scontato del tuo profumo
raccontare l’origine della meraviglia,
una imperdonabile lusinga.
Allora capisco che voglio portarti
nel mio orizzonte, nascondendoti al mondo
per il tempo esatto in cui i nostri occhi
vedranno insieme alba e tramonto.
L’AUTORE
Roberto Casati (Vigevano, PV, 1958) si è occupato di informatica gestionale. Ha pubblicato i libri di poesie: Amore e disamore (1984), Roma e Alessandra (1986), Coincidenze massime (1988), Ipotesi di fuga (1992), In navigazione per Capo-Horn (1999), Carte di viaggio (2016), Appunti e carte ritrovate (2020). Ha conseguito molti premi e riconoscimenti; tra i più recenti ricordiamo il primo posto al "Premio Letterario Internazionale Tulliola-Renato Filippelli" del 2023.
Antonino Stampa, "Fiori di Calendula maritima"
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Fiori di Calendula maritima
Antonino Stampa
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Il titolo Fiori di Calendula maritima (pianticella salvata dall’estinzione che cresce solo in una piccola parte costiera della Sicilia trapanese) ci colloca subito nella terra di Antonino Stampa, alla quale lo scrittore ci trasporta attraverso i suoi occhi innamorati. Perché, come recitano i versi introduttivi, riecheggiando quanto Goethe diceva della bellezza: «La poesia / non è nelle cose, / ma negli occhi / di chi / le guarda». Ed è così che l’autore ci accompagna lungo le cinque parti che compongono l’opera. Le prime quattro (Come un battito d’ali, Noi e gli altri, Quel che lasciamo, Universo) sono tanto connesse tra loro che le poesie che le compongono sono numerate in sequenza dalla I alla XXXI; la quinta (Belice 1968-2018) è una sorta di poemetto interamente dedicato, a cinquant’anni dall’evento, al drammatico terremoto che colpì Gibellina e dintorni.
L’espressione è affidata a versi brevi, che evocano più che descrivere. Versi tanto spontanei quanto meditati: ad esempio, l’immagine di una tenda da sole basta a richiamare la siepe dell’Infinito leopardiano, e lo scrittore ne fa scaturire una asciutta meditazione sulla vita: «Scorrono ombre / sulla tenda / da sole. // Oltre, / nel limpido azzurro, / voli d’uccelli» (Oltre, poesia IX di Come un battito d’ali). Proprio con una citazione dell’Infinito di Leopardi si apre poi la lirica XXIX della sezione Universo: «Nero, / infinito silenzio / solitudine di spazi / ove smarrirsi…», quasi una personale nota esplicativa della citazione. Leopardi è citato anche nella breve ultima lirica XXXI (della stessa sezione), quasi a testimoniare una fonte d’ispirazione ricorrente.
Antonino Stampa ci offre un’osservazione disincantata della realtà, presentata in genere solo per accenni fugaci, come in una apparentemente placida contemplazione del reale: le parole del poeta, infatti, sono sempre lineari, non ‘aggrediscono’ il lettore con immagini disturbanti. Neppure quando descrivono (nell’ultima parte) le ore drammatiche del terremoto del Belice; né quando accennano ad autentici drammi dell’esistenza, come qui: «…Quanti / in ordinati governi, / ignorati, / senza lasciare traccia / nella nera terra / chiusero / una vita di stenti?» (poesia XXVIII di Quel che lasciamo). E nemmeno quando, con pungente ironia, ricorda: «… Non tingerti la canizie, / non questo / ti renderà giovane» (poesia XXV, ivi), perché: «Di Dio / è il futuro / dell’uomo, / forse, / il presente. // Giorno dopo giorno / affronta la vita, / più non è dato» (poesia XXIII, ivi).
Si può certamente sottoscrivere quanto considerato da Enzo Concardi nel presentare l’opera poetica di Antonino Stampa nell’ampio saggio I motivi lirici predominanti della poetica di Antonino Stampa: «Le opere poetiche di Antonino Stampa percorrono l’essenziale tragitto della condizione umana attraverso una meditazione spesso in solitudine sul senso del tempo, sulla presenza magica e simbolica della natura, sul mistero dell’Incarnazione, riferito alla storia come interprete della perenne lotta tra il Bene e il Male, sul senso della sofferenza».
Al di là della scorrevolezza quasi pacificante dei versi di Antonino Stampa, però, affiorano molti tratti di sofferenza da diverse liriche. Tratti quasi nascosti, ma non trascurabili; ad esempio in Siciliano (lirica XIII di Noi e gli altri), il cui incipit allude a sofferenze secolari, storiche, di vasta portata e non solo individuali: «Sono / di questa terra, / zattera a genti in fuga / nel vasto mare / o qui venute / per sete di dominio…» (il corsivo del testo è mio). La leggerezza dei versi fluenti, liberi da metrica e rime, quasi copre anche sofferenze più intime, forse taciute per timore del disinteresse altrui, come nella lirica XVI di Noi e gli altri, che per intero recita: «“Ciao, / come stai?”. / “Bene…”. // Abbiamo l’obbligo / di stare bene. / Dovrei aprirti il mio privato, / forse quello dei miei familiari…? / E tu? / Ascolteresti attento, / qualche parola / di solidarietà. / Poi ti allontaneresti. / Per i tuoi urgenti impegni».
La sofferenza emerge più esplicita nell’ultima parte della raccolta, Belice 1968-2018, con undici Quadri di un terremoto e del prima e del dopo – come recita il primo dei due sottotitoli. Qui si palesa come condizione vissuta da un intero popolo, cui il poeta dà personalissima voce: si veda la poesia VI (Ruderi di Poggioreale) che chiude con questi versi struggenti: «… Il vento / fra i muri / urla, / piange nel mio cuore». Un’altra immagine, in particolare, può farci focalizzare su quanto dolore c’è in eventi come il terremoto che colpì il Belice; un dolore intenso, che il poeta sa rievocare con poche asciutte parole: «… il muro di una casa / aperta, / memoria / d’intimità perduta …» (poesia III, Gibellina nuova - Le tre piazze). Parole non tese solo a documentare quella sofferenza, ma «… perché ti si pieghino / i ginocchi / e ascolti nel vento / le voci di quanti / qui ebbero / forma d’uomini …» (poesia VIII, Gibellina - ‘Cretto sui ruderi’ di Burri); parole scritte soprattutto per ricordarla ai giovani - e ce n’è motivo - perché: «… Non hanno memoria / i giovani / immersi in un eterno / presente» (poesia X, Con arroganza).
Insomma, con Antonino Stampa siamo introdotti quasi con dolcezza (la dolcezza del suo linguaggio che scivola via leggero) nell’aspetto forse meno amato, ma più presente in ogni vicenda umana nel mondo: la sofferenza. Che resta tale, anche se la si guarda con animo pieno di speranza perché la speranza permette di collocare tutto il male del mondo all’interno di un disegno positivo, ma non toglie dalla vita la dura esperienza del dolore. Speranza non declamata con pur giuste asserzioni teoriche, ma sommessamente suggerita al lettore con l’immagine umile e concretissima del contadino che «… Apre il solco / e vi depone il seme / e in giugno / campi fecondi / di giallo grano / falcia nel sole, / quel pane / che Dio / con l’uomo ha diviso …» (poesia V di Belice 1968-2018): è la speranza che chi semina possa anche raccogliere.
Dobbiamo essere grati a chi, come Antonino Stampa, con suoi versi pensati «con voce scabra» (come egli stesso scrive nell’ultima poesia XI, Congedo) aiuta a meditare sul dolori e sui mali piccoli e grandi della vita, con una visione sofferente, sì, ma serena, consapevole che tali dolori e mali non dicono l’ultima parola sull’esistenza umana. Uno scrittore che ci dona i suoi pensieri con una poesia rara come i Fiori di Calendula maritima.
Marco Zelioli
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L’AUTORE
Antonino Stampa è nato nel 1946 a Trapani dove attualmente risiede; laureatosi in Filosofia presso l’Università di Palermo, ha insegnato Lettere nelle scuole medie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Marine. Trasparenze in frammenti (1995), Specchio nascosto (2002), Distesi silenzi del mare (2003), Nei gorghi del tempo (2012), Chiedersi (2014), E non distinguo approdi (2017).
Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.
Francesco Salvador, "Il dono dell'alba"
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Il dono dell’alba
Francesco Salvador
Guido Miano Editore, Milano 2024.
La poesia di Francesco Salvador va visitata come se contenesse un mosaico di occasioni che la vita presenta, ma che spesso tuttavia si trasformano in illusioni e poi delusioni, lasciando un fondo amaro per mancanza di prospettive a lunga scadenza. Si tratta di testi di non facile lettura ed interpretazione, sia per la presenza di numerose espressioni, immagini, allocuzioni bipolari, antitetiche, opposte (motivo linguistico), sia per un’incertezza dell’anima che si riflette sul messaggio letterario del poeta veneto (motivo contenutistico).
Il suo pregio maggiore può essere ravvisato nella capacità di creare atmosfere suggestive ed accattivanti attraverso la cifra della sintesi: bastano pochi versi, alcune pennellate metriche, altri coinvolgenti ossimori, per conferire ai suoi ritmi ed alle sue scansioni armonie, emozioni, suoni che proiettano il lettore nel mondo della poesia. Anche il titolo della raccolta - Il dono dell’alba - corrisponde a tali caratteristiche, lasciando tuttavia in sospeso l’aspettativa creata con un’immagine molto lirica; nel testo conclusivo, Volti, ecco gli ultimi due versi («…Tutti nell’attesa / di un dono all’alba») che sospendono la definizione del domani, del futuro: viviamo una speranza forse troppo vaga per essere chiamata tale. E, in tutto il libro, un crepuscolarismo strisciante avvolge la visione del mondo dell’autore.
Non per nulla uno dei temi più ricorrenti nel suo ventaglio creativo è quello esistenziale, dall’interrogarsi sull’essenza del tempo fino all’incombente senso e realtà della morte. Ciò lo possiamo evincere visitando le più significative pagine a proposito dell’essere o non essere. In apertura molto ci dice Una mano sulle pietre. Qui il poeta vorrebbe fermare il tempo, ma vano è lottare contro tutto ciò che è «già scritto nel palmo di una mano», ovvero il nostro destino. Sorte che si concretizza con un’intuizione interiore: «come chi sente la vita andare»; ed altri versi testimoniano l’illusione di restare qui più del dovuto, «perché l’ignoto fa tremare», cioè il pensiero della morte («casa fredda») e di quel che ci aspetta dopo.
Più esplicita e lapidaria è la poesia All’asta dell’addio: «Inventari / rimangono al vecchio / solitario malato / dalle forze spremute / domani chi / verrà alla soglia / della casa / per dare sorrisi? / Re Mida della morte / ad ogni passo stanco / sarà solo all’asta / dell’addio». La senilità è dunque vissuta come l’anticamera della morte, e non come una stagione della vita con le sue luci ed ombre. Si può inserire in questi contesti tematici anche Non sei più tornata, un sogno – incontro immaginario con la madre tacita («madre perché non mi parli?») nella sua dimensione ultraterrena: non si crea così un dialogo, una “corrispondenza di amorosi sensi” tra madre e figlio. La ricerca filosofica, da parte dell’autore, di approdi o comunque di direzioni sicure è di difficile ed ostica esperienza, poiché non riesce a distinguere tra ciò che appartiene alla realtà abitata dall’uomo o alla dimensione metafisica e divina: «...Così potremmo / sperare di scorgere / l’amalgama tra l’immanente / e il trascendente / nell’ultima libertà di pensiero...» (Non oltre il mare).
In un’altra delle sue metafore (un certo simbolismo abita i testi di Francesco Salvador) appare – insieme al suo – il pianto di un neonato e di un gatto e ci dice: «…È il pianto di chi / non sa gestire l’ignoto, / e quella disperazione / ci accomuna, rende noi tre / fratelli per sempre: / io, il neonato e il gatto, / una triade terrena / che non aspira / alla conquista dell’eternità» (Verso la città morta). Dunque siamo giunti alla rinuncia, non c’è alcun risultato, sbocco apparente alla ricerca dell’autore, fino al punto di svilire anche la ragione, dal momento che l’uomo è inserito in una «triade terrena» disperante, in cui non si è sviluppata un’evoluzione qualsiasi. Stesse note troviamo ne Il mare della vita, in cui una similitudine sorregge versi sia dubitativi che affermativi, ma dove regna ancora un’atmosfera di desolazione: «È dunque questo / il mare della vita? / Un eterno oblio / che cerca per compagno / lo stordimento? / E quante oasi false / prima di giungere / alla fine che fine non è!...».
E troviamo ancora parole che suggeriscono «il disagio di essere uomo» (Per le parole dei poeti), forse quel ‘male di vivere’ o quel ‘male oscuro’ che è di casa in molta parte della letteratura contemporanea di derivazione ideologica. Ed anche parole di solitudine, inevitabili in una condizione umana giocata sul minimalismo ribassista: le Nuvole grigie che vestono il cielo sono paragonate ai fantasmi della nostra mente, ma in soccorso giungono «i carillon delle giostre» che proiettano il poeta in uno stato letargico, «nel tepore rassicurante di una fiaba».
Vi sono tuttavia, tra le poesie della presente raccolta, parentesi, pause, soste - rispetto ad un certo pessimismo antropologico e filosofico - che potremmo definire di ‘realismo magico’, ovvero sulla base descrittiva di realtà tangibili s’innesta la fantasia immaginifica del poeta, in parte di derivazione naturalistica. Sono tali le seguenti composizioni, paradigmatiche ed esemplari di questo genere. Citiamo allora Insegnami, dove si segnala la scomparsa di personalità artistiche con forti identità e radici, vicine al popolo e alla gente autentica, poiché hanno preso il loro posto creature evanescenti e anonime: «Chiedimi cosa / potrei raccontare / alle sedie occupate / dei bar / sono scomparsi i poeti d’osteria / e non da oggi / come poter instaurare dialoghi / con i fantasmi / insegnami». Indi la più articolata e lirica Ciò che resta nei paesi, che può essere assunta anche come rappresentante della tipologia salvadoriana dei testi d’atmosfera, come si diceva nel secondo capoverso di questa prefazione; il poeta infatti crea immagini lampanti e segrete della vita di borgo: lo sguardo da certe finestre, le vie più nascoste, l’aria fresca della domenica, un bar invecchiato negli anni, finestre di cucine illuminate… dove l’elemento onirico è dato da un improbabile ‘genio del luogo’ o ‘sognando un folletto’ nelle sere sprigionanti talora calore umano, talaltra situazioni di solitudine.
Ed ancora Conchiglie, che ricostruisce il gioco dei mondi ascoltati ponendo l’orecchio su di esse, gioco tramontato appartenuto alle avventure sognate nella nostra adolescenza: «Portano dentro / il suono della nave pirata / le urla dei corsari / tutti i fantasmi / conservati dal mare. // In quel fruscio magico / vi è il mondo sparito / del capitano Nemo». E concludiamo le citazioni del ‘realismo magico’ con Canto di sabbia, il cui titolo è già un ossimoro, che prelude all’altro gruppo di poesie di Salvador, ossia quello della bipolarità. Canto di sabbia mi pare essere una delle più riuscite liriche del libro ed associa immagini forti a strutture linguistiche soavi, con un messaggio finale sull’aggressione perpetrata nei confronti del pianeta Terra: «Un canto di sabbia / viene da lontani deserti / lo spartito fatto di polvere / lancia le note fino a qui. / L’ululato feroce del vento / è la melodia che sentiamo / a volte dolce a volte selvatica / come artigli d’aquila sulla preda. / Sa consolare la ninna nanna / del suo fischio insistente. / Altrove sciacalli banchettano / confusi nell’ocra gialla / di una terra friabile e ferita».
Ed eccoci finalmente ad alcuni annunciati passi contenenti antitesi, che quindi affermano e negano allo stesso tempo. Di nebbia questo cuore si avvale di figure retoriche: c’è l’anafora «di nebbia questo…» come incipit delle due strofe; ci sono ossimori come «il cuore vestito di nebbia» e «canto muto»; c’è la sinestesia del «giorno dal respiro affannoso»; e l’antitesi consiste nella dichiarazione del poeta che, nonostante il «grigio inerme» e il canto inudibile, ringrazia «chi quella musica / ha scritto». Il significato del testo potrebbe nascondersi proprio qui, nel tentativo di apprezzare tutto ciò che rompe l’apparente non senso dell’esistenza. L’alba verrà (in sintonia con il titolo della raccolta) apporta tre antitesi: verrà l’alba a guidare i tuoi passi, ma sarà tardi per cantare; la confusione attuata dal soggetto fra il sangue (primo polo) e l’oro (secondo polo); bacerai le perle, ma sarai preda del marmo. L’autore vuole rappresentare indubbiamente le contraddizioni della vita e dell’animo umano, la sua natura scissa sempre tra due opposte tendenze, come nelle conclamate realtà: bene-male, luce-tenebre, vita-morte, piacere-dolore…
Chiarissima nella sua sintesi dualistica è Legami, che rimanda anche ad una tipica problematica pirandelliana: il desiderio di libertà ed il bisogno di avere nel contempo una vita d’affetti e sociale, la quale comporta appunto dei legami e delle responsabilità. Scrive il poeta: «In alcuni giorni / non vorrei avere legami. // Camminare per orti e stelle / sarebbe il mio sogno. // Anche un torrente lurido / mi darebbe allegria…». (Questa prima parte è il sogno della libertà senza condizioni e impedimenti, anarchica). Tuttavia scrive nella seconda parte: «…Ma poi penso / che senza certe catene / non avrei potuto vivere / e mi sarebbe ora impossibile / contare i passi del mio domani» (Accettazione delle sicurezze economiche, professionali, familiari, affettive: ciò che Pirandello chiama la ragnatela delle convenzioni sociali cristallizzate).
Pochissimi sono i riferimenti alla poesia amorosa ne Il dono dell’alba, mentre non poteva essere l’amore il più bel dono dell’alba? Forse non basta Un tuo capello perché il lettore possa pensare a ciò: «Un tuo capello / mi è rimasto / sulla spalla / di una camicia / da te stirata / in tempi lontani. / Era un tuo bacio / inconsapevole (così ho pensato) / ma prezioso ora per me / come le tue labbra / ora che sei lontana». In definitiva il poeta però recupera il valore della vita (Un treno in corsa) e valorizza positivamente quelle occasioni che anche per Montale costituivano lo stimolo per andare avanti, nonostante l’enigma esistenziale: «...Il treno non si chiede / a cosa vale aver vissuto / e neppure chi di noi / morirà in pace / ignorando il valore / degli attimi trascorsi».
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (tv); ha vissuto per molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e lavora come insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti in riviste letterarie.
Francesco Salvador, Il dono dell’alba, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-32-5, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Opera Omnia"
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Wanda Lombardi
OPERA OMNIA
II edizione
Wanda Lombardi è nativa di Morcone (Benevento) dove risiede, tranne una parentesi di vent’anni nel Nord Italia per la docenza negli Istituti Superiori. È dall’inizio di questo millennio che si dedica alla scrittura, occupandosi di teatro, romanzi, narrativa e poesia. Per quest’ultimo genere ha pubblicato una decina di opere, decidendo di realizzare un’Opera Omnia (Guido Miano Editore, Milano 2023, in copertina “Il cammino”, 2020, dipinto su tela di Fabio Recchia). A tal proposito, la nota dell’Editore chiarisce che l’intento è quello di costituire «una ‘memoria’ documentativa e testimoniale degli scrittori contemporanei». Per il successo non è male avere ‘fortuna e virtù’, avverte che a volte arriva per via della moda effimera, altre volte giunge quando meno ce lo aspettiamo, e non mancano esempi (Italo Svevo, Andrea Camilleri). La poesia della Nostra ruota intorno alla sua esistenza molto travagliata.
Maria Rizzi, nella prefazione, chiarisce che il volume raccoglie composizioni delle sillogi, in senso cronologico decrescente, dal 2022 al 2001, in pari sezioni su cui brevemente sosta, facendo alcuni collegamenti con i grandi poeti del passato. In particolare pone l’accento sugli echi leopardiani del ricordo e su un contenuto che sa di «innocenza che commuove», sulla sofferenza che le proviene dalla vita vissuta. La prefatrice entra in sintonia con la poetessa; spiega che le sofferenze l’hanno minata nel corpo e nello spirito, i suoi pensieri si pietrificano; ma ne hanno irrobustito il carattere, così poco per volta il suo Io si fa Noi, e sente dentro di sé il mondo intero, amandolo.
Adesso soffermarsi sui versi di Wanda Lombardi, in modo stringato, non aggiunge molto, sanno di una religiosità profonda (si rivolge al Signore, a Papa Wojtyla, a Padre Pio di Pietrelcina, eleva più volte il canto al suo luogo natio, Morcone e a borghi vicini, e a luoghi visitati). Sanno di amore umanitario, di vocazione musiva. Tutt’e dieci le sillogi della raccolta, direi, sono sulle medesime corde. Ugualmente facciamo delle soste a conferma. Intanto cominciamo a osservare che i titoli delle sillogi, già da soli, promettono ricchezza interiore profonda e aspirazioni mirabili. Possiamo attingere a piene mani e trarne spunti psicosociali, ma mi limito in modo esemplificativo. L’ordine regressivo della raccolta potrebbe ingannarci, perché apriamo da oggi per andare a ieri.
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Miti e Realtà, 2022. Wanda Lombardi, adesso che è diventata “viandante stanca”, fin dalla prima poesia ci fa palpare il suo contatto con «l’eco di un evento lontano / che in me poco visse» (Vento inclemente, p.14); il desiderio del «sorriso di lei / quel cuore rifugio per tutti» (ibid.) nel bisogno di farsi cullare ancora dalla madre. Si sente “raggomitolata” nel suo dolore, reale, perciò trova sollievo tra i miti classici (Apollo e Dafne, Afrodite ed Enea e la progenie Giulia; Nike e Cassandra). E di tutto ciò si è nutrita.
Volo nell’arte, 2021. Ricorda Federico Zandomeneghi, pittore impressionista; il Canova e la scultura di Paolina Bonaparte, «stella che smise presto di brillare» (Una scultura del Canova, p.31). Ricorda le dolci nostalgiche «note di Beethoven /… il Notturno di Chopin / (…) / ‘Le quattro stagioni’ di Vivaldi» (Nella musica, p.32). Nel cinquantesimo della morte della madre: «Trattengo tra le mani la tua foto» (Mamma, p.34), commentando «Un secolo di affetti perduti» (Un album di fotografie, p.36). Pur di vedere la madre, anche per un solo attimo, farebbe come Orfeo che strappò dalle ombre Euridice. Questa sezione è sull’orma della precedente.
Nel vento dell’esistere, 2020. Haiku in cui la Poetessa evidenzia la gioia attraverso i colori, in particolare del rosso nelle sue sfumature (del ciliegio, dell’alba e degli ardori), gli affetti, gli anni giovani che sono «l’età del sorriso, / l’età più bella” (La giovinezza, p.46). Ma purtroppo osserva intorno che vengono «Negati a molti / una carezza, un pane» (La società, p52), mentre vi sono «Troppo viziati / i figli del benessere» (ivi, p.53).
Il senso della vita, 2019. Qui sembra proseguire le considerazioni precedenti sui giovani. Si fa più intima e toccante la voce, su l’infanzia negata, sull’amicizia resa senza valore. Sembra volere dire che tutto avviene sotto lo sguardo della luna, significando che tutto passa in ombra, forse.
Gocce di rugiada, 2017. La tua voce (p.68) diventa refrain di una vita ridotta in frantumi e desolazione, per una voce che non si fa sentire. Si vive uno stato d’ansia e il passato sembra trasparire dai ruderi, dagli oggetti, dai luoghi vissuti. Vorrebbe parlare, immergersi nel mondo classico, ma la realtà la schiaccia penosamente. Trova sollievo nel «sorriso di un bimbo / o dinanzi a un foglio bianco / inseguendo un nuovo sogno» (Piccole, grandi cose, p.74). Tuttavia sa che l’incomunicabilità rende «vana chimera / un senso alla vita» (Approdo, p.77); perciò si rifugia nei luoghi amati fra le ninfe rupestri.
Attimi lievi, 2018. Come è noto l’haiku è un componimento composto da soli tre versi per complessivi diciassette sillabe (5-7-5), dal senso semplice e compiuto; nato in Giappone nel Seicento e diffuso nel mondo, variamente modificato nei contenuti. Molti sono i nessi con la natura, le stagioni e l’amore, regalandoci sempre nuovi colori ed emozioni. La bella stagione fa nascere l’amore che è «un tuffo al cuore» (L’amore, p.90), e rende «parole traballanti» (ivi, p.91), senza dimenticare i temi sociali.
Voci dell’anima, 2016. Ci confida: «fragile e tormentata è la mia anima» (Fragile e tormentata la mia vita, p.96). Leva un inno alla donna, ma anche un biasimo a tutte quelle donne che uccidono i figli o si addolora per quelle che diventano martiri per mano dei figli. Anche lei: «All’ombra di mura austere son vissuta / con pochi affetti» (Destino, p.100). Considerando che tutte le persone aspirano a un futuro, Wanda Lombardi commenta: «In questo mio dolore / è il senso della vita» (Il senso della vita, p.101). Sarebbe semplice ritrovare la bellezza della natura in un quadro, nell’amicizia «niente offese» (L’amicizia, p.111), e invocare la Musa.
Luce nella sera, 2011. La sua vita è come un barlume: «La vita mi versò da bere / nel calice del dolore / reso più amaro nel fondo/ da una solitudine immane» (Perduti affetti, p.119). Osserva il dispregio verso la natura e il paesaggio; nei borghi oggi «Ovunque case abbandonate» (Natale nel borgo, p.121). Forse vittima di un abbandono, rimasta in attesa di una parola che non giunse, trasferisce la sua infanzia negata in un «Bimbo di prima media, / avevi il cuore spezzato / per i genitori divisi / e cercavi in qualcuno l’affetto, / (…) / e che tanto avrei voluto/ fosse un caro mio figlio» (A Valentino Rossi, p.127). Questi pensieri trovano naturale epilogo in un sentimento umanitario rivolto ai Paesi dell’Est, ai migranti; e religioso rivolto a Padre Pio in «colloquio con nostro Signore» (Il dono di Padre Pio).
Nel silenzio, 2002. Pensa al suo piccolo paradiso perduto, ma sembra che nel silenzio regni l’abbandono; così la terra arida diventa metafora della sua esistenza; così i giovani non guidati spiegano la violenza; mentre gli emigranti sono sorretti dalla speranza. Rivolta alla madre: «ascoltavi in silenzio / le mie amarezze, i miei errori, / (…) / L’umiltà fu la tua grandezza, /la bontà l’ineffabile tuo valore» (A mia madre, p.147). Rivolta al padre: «Scrutatore e ammaliante, / il tuo sguardo mi incantava, / (…) / generoso, attivo, /premuroso, attento, /indimenticabile papà, /uomo senza tempo» (Uomo senza tempo, p.157).
Sensazioni, 2001. In quest’ultima silloge (che in realtà è la prima in ordine di tempo) abbiamo la conclusione (che in realtà si tratta di prodromi) della poetica di Wanda Lombardi. Difatti troviamo il suo pianto e i sogni svaniti; abbiamo la sua attenzione da educatrice rivolta ai giovani, che esorta all’abbandono della droga, spiegando che «La felicità è un delicato fiore, / ha un profumo che ti inebria, / ti stordisce, (…) / È una farfalla che ti sfiora / con lieve frullo» (La felicità, p.171). Troviamo tanti temi sociali attuali del mondo la cui soluzione affida al Signore. Evoca il suo paradiso perduto con tocchi di un pennello, cioè dei luoghi dell’anima (Morcone «All’occhiello del Sannio» e Cusano Mutri), ma anche del Passo Pordoi nella Valle delle Dolomiti, di Saariselkä in Finlandia («terra di Lapponi»), di Capo Nord, della Valle san Marco. Dona la sua tenerezza di donna verso un bimbo, «I tuoi occhi tristi, imploranti, / (…) / Carezzarti vorrei, / darti il mio affetto» (Esile bimbo, p.176). Abbiamo il suo sentimento inespresso che esplode verso il padre «ogni tuo scritto ho riletto / per udire ancora la tua voce» (Smarrimento, p.183).
***
Wanda Lombardi con la sua Opera Omnia di poesia-prosa, si fa coinvolgente, si eleva e tocca il cuore, come quando evoca i genitori e il bimbo Ubaldo «esile fiore anzitempo reciso» (p.150), in cui forse si riflette. Quanto alla versificazione, usa marcatori come voci desuete quale speme, verbi in forma indefinita per prolungarne la durata; abbiamo qualche rima, ma anche parole tronche che, a parere del sottoscritto, stridono quando precedono parole inizianti con altra consonante. Rivela l’impronta pedagogica dell’insegnante, educa ai buoni sentimenti, accenna con garbo qualche precetto. Dallo stato soggettivo umano che l’aveva imprigionata, risorge “Araba Fenice”, un profilo poetico dolce e sognante che la protegge e la rende protettrice allo stesso tempo.
Tito Cauchi
Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.
Alfredo Alessio Conti, "Liriche scelte"
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Alfredo Alessio Conti
LIRICHE SCELTE
Composita per tematiche nettamente diverse tra loro e stati d’animo la poetica che, attraverso i suoi versi chiari, leggeri e icastici, esprime Alfredo Alessio Conti (scrittore di Livigno, SO); tuttavia sia che il Nostro tocchi il tema del pessimismo (che sottende però sempre un riscatto), sia che l’ispirazione sia di tipo amorosa-erotica, sia che sia di stampo religioso, si riscontra in tutte le composizioni un comune denominatore, un filo rosso che è quello di un io-poetante sempre molto autocentrato, che scava nel fondo della propria anima e proprio in questa sede si generano le parole della sua ricerca esistenziale quando dal nulla del mondo emerge un brandello d’essere che può essere una tonalità affettiva o un elemento naturalistico per esempio una foglia nella quale trasformarsi per una magica metamorfosi o un’indicibile gioia davanti a un tramonto o nel dolore nel contemplare il mare per fare qualche esempio.
Conti si esprime attraverso una forma elegante e tutti i componimenti sono raffinati e ben cesellati e risolti con un perfetto controllo.
Il volume Liriche scelte (Guido Miano Editore, Milano 2024) è un testo che scandaglia a fondo il poiein di Conti e presenta oltre la premessa di Guido Miano, tre prefazioni, nel campo della letteratura comparata, a firma di tre diversi critici (Enzo Concardi, Gabriella Veschi, Floriano Romboli) a tre sillogi di poesie accomunate ognuna da una delle tematiche (che sono anche problematiche) dell’autore (problematiche esistenziali, tema dell’amore, e spiritualità).
Se neanche Conti come Montale non può non confrontarsi con il male di vivere, tuttavia trova la forza nella parola stessa che è sottesa alla visione e alla certezza di un ideale trascendente come termine e inizio di una vita infinita al termine del tempo terreno che è sempre breve.
Quindi Conti riesce a fermare il tempo o lo vorrebbe per trovare una risposta alle aspettative di una vita di credente e in un bellissimo componimento intitolato E passeggio scrive: «Fermati, fermati primavera/ il bucaneve/ è già spuntato nel prato/ le giornate si sono allungate/ tra poco fioriranno/ anche le rose con le loro spine/ e gli alberi con le loro gemme/ si risveglia la natura/ sorrido/ chino il capo/ e passeggio/ attendendo l’inverno». Anche il tempo, dunque è un argomento centrale in questo autore; tempo che passa e che è scandito dal susseguirsi delle stagioni in attese, malinconie, gioie e stupori che Conti sa fare vivere anche nelle anime dei fortunati lettori delle sue poesie.
Nelle poesie amorose serpeggia un tu al quale il poeta si rivolge in modo molto sentito come in Non sono più: «L’ho sepolto lì/ in quel piccolo cimitero di montagna/ il desiderio d’incontrarti/ su quelle vette impervie/ ad osservare il cielo/ e il mondo da lassù…».
Sembra che i versi nascano da sogni ad occhi aperti, quasi come se il poeta con una cinepresa virtuale riuscisse a captare i dati più profondi della realtà che non è solo la natura che lo circonda e trasferire questi dati in versi che talvolta hanno qualcosa di epigrammatico.
Tutto l’ordine del discorso è sotteso ad accensioni e spegnimenti improvvisi paralleli nella mente e nelle parole del poeta sempre in bilico tra gioia e dolore e tuttavia c’è la sicurezza che la felicità può essere raggiunta anche con l’intelligenza oltre che con il credere nelle bibliche parole che affermano che chi semina appunto nel dolore mieterà con giubilo.
Raffaele Piazza
Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp.104, isbn 979-12-81351-25-7, mianoposta@gmail.com.
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