poesia
Il sogno, la vita e la poesia nella raccolta “Epifanie” di Enza Sanna
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Enza Sanna predilige anche in questo volume di versi recentemente pubblicato dalla Casa Editrice Miano un discorso lirico ampio, diffuso, sostenuto da un abito metodicamente esplorativo e da un intento di analisi lucida e ad un tempo appassionata, che sa unire l’efficacia evocativa all’impegno conoscitivo.
La poetessa ligure nutre un indubbio, profondo amore per la vita, pur non ignorandone le asprezze e le contraddizioni tormentose, e segnatamente la precarietà dolorosa resa più evidente in quest’ultimo tempo dalla triste esperienza dell’emergenza pandemica: “Siamo nel cuore della pandemia/ ma continua a scorrere la vita/ nei giochi dei bimbi, le speranze dei giovani/ le attese dei meno giovani/ nel ricordo di chi non è più,/ felice ossimoro/ che dà vita e senso./ E intanto segna il tempo i suoi passi/ e tu declini, ma questa è la nostra condizione/ anch’essa da amare” (Condizione da amare, corsivo mio, come sempre in seguito).
L’animo umano sa comunque riplasmare gli aspetti inamabili dell’esistenza mediante l’abbandono alla sublimazione “onirica”, alla seduzione riparatrice del sogno, indagato dall’autrice quale momento prezioso di incontro fra oggettività e soggettività, realtà e idealità, delusione e speranza: “Perché la metafora del sogno,/ nei secoli piccolo genio,/ è esigenza dello spirito/ alternativa a quella detta realtà/ non fuga nel tempo/ ma pannello che apre al futuro/ uno sguardo nuovo/ capace di scorger relazioni altre/ tra cose e persone./ Sogna il mistero del nostro esistere/ il sogno, figlio della notte/ e lascia senza risposte” (L’esigenza del sogno).
Alcune risposte importanti sono suggerite dalla parola poetica, che nella sua ricchezza espressiva (“una polisemica scrittura schiusa a significati ed emozioni infinite”, In attesa d’una palingenesi sperata) è in grado di rielaborare i contenuti coinvolgenti dei sogni e farsi ponte intellettuale-morale fra finito (i dati concreti e quotidiani della condizione di ognuno) e infinito (la proiezione spirituale oltre lo spazio e il tempo): “Perché l’estro poetico non è menzogna/ parola contro ragione e coscienza/ ma secondo ragione/ la cosa come doveva essere e non è stata./ Ti fingi nel pensiero/ luoghi, eventi immaginari/ per vedere oltre l’orizzonte” (Dell’invenzione poetica).
L’evidente spunto leopardiano converge con altre “allusioni” e richiami storico-letterarî (da Calderón de la Barca a Shakespeare, da Orazio a Ungaretti al Vangelo di Giovanni) a rivendicare la forza critico-culturale e il beneficio irrinunciabile della poesia, miracolo etico e civile d’incalcolabile valore, capace di comporre le antitesi primarie proponendosi come vera e propria “preghiera”: “È vita fatta verbo (…) Fa conoscere al di là delle apparenze/ ciò che veramente conta,/ l’“invisibile e misterioso”/ nel cui alone l’esperienza di ciascuno/ trova la sua collocazione./ È chiarore d’una fiamma lontana/ che illumina ma non brucia,/ capace di portare la trama di una vita dall’oscurità alla luce” (Ripensando la poesia).
Il linguaggio dell’arte trasferisce in un sistema di segni le tante voci della natura, la cui così variegata fisionomia, i cui molteplici aspetti acquistano sovente la rilevanza di altrettanti “correlativi oggettivi” di determinate situazioni psicologico-sentimentali: “Un cielo grigio ha anticipato la sera (…) La nebbia che all’improvviso compare/ e all’improvviso si dissolve/ annulla le distanze/ cancella la geometria della realtà./ Scende nell’anima questa nebbia/ e riporta alla memoria/ le brume delle verdi vallate d’Irlanda./ Le nebbie dell’anima” (Le nebbie dell’anima); “L’arte, che rende visibile l’invisibile/ quel che nessuno riesce a scorgere/ capace sempre di reinventare la realtà;/ e la natura nei suoi colori profumati d’azzurro/ cangianti nei giorni ma anche nelle ore” (Padrone del mondo).
L’ultimo mio corsivo è in funzione della sottolineatura della raffinatezza retorica di una poetessa come Enza Sanna, che sa permettersi il ricorso alla sinestesia, nell’àmbito di un sistema di soluzioni linguistiche sempre attentamente sorvegliate, ma di solito piane e scorrevoli.
Concludo osservando che anche la trama lessicale denota una generale coerenza con tale opzione stilistico-formale, nonostante alcune eccezioni: ad esempio l’arcaismo in quel verso che si legge nel componimento Nessuno è solo: “Colman lo spazio i vanni degli alati tesi al cielo”; oppure il latinismo ricercato in Le insoddisfazioni dell’anima: “In questo tempo inconcinno al nostro sentire/nemico della nostra interiore giovinezza”.
Floriano Romboli
E. Sanna, Epifanie, Guido Miano Editore, Milano, 2025, pp.100
Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"
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Pietro Rosetta
Poesie nascoste nella dispensa
Guido Miano Editore, Milano 2024
Versi suggestivi, simili a un canto antico che riemerge lentamente e riporta alla luce frammenti del passato, risuonano nella raccolta Poesie nascoste nella dispensa (Guido Miano Editore, Milano 2024), di Pietro Rosetta, oftalmologo, responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Si tratta dunque di un professionista con la passione per la scrittura, il cui esordio poetico risale al 1997, con la pubblicazione di alcuni testi nell’antologia Scrittori Italiani del II Dopoguerra. La poesia contemporanea (Guido Miano Editore). Con la nuova silloge, dedicata alla propria madre, Rosetta ha riallacciato con grande vigore un filo rimasto forse in sospeso da tempo, riportando alla luce le sue eleganti e struggenti poesie nascoste nella dispensa, come recita il titolo, simili a preziose gemme racchiuse in uno scrigno. Dalla raccolta emerge un ricamato ventaglio di temi, che spaziano da quelli universali, come il significato della nostra esistenza e il trascorrere del tempo, fino a toccare le corde più intime della propria interiorità, dalla quale si dipanano alcune interessanti dicotomie, come aridità/fertilità, presenza/assenza, ma a dominare la raccolta, come osserva E. Concardi nella sua intensa e puntuale Prefazione, è un particolare intreccio di Eros e Thanatos, che appaiono uniti in un legame indissolubile: «[…]fradici i nostri cuori, sulla riva,/ rabbrividiscono al confondersi/ di amore e morte/ gelide ombre mescolate nella corrente» (Nudi i nostri cuori). Così, in Il tempo è sbocciato, l’intensità del sentimento amoroso, una forza irrefrenabile, si esplica attraverso la fitta trama di percezioni e di metafore sinestetiche che rendono quasi tangibile la sofferenza.
La silloge assume i toni di un viaggio interiore sullo sfondo di uno scenario onirico e i testi spesso prendono l’avvio da una percezione, come «pensieri, fioriti nella mente» (Un sottile brivido) per dilatarsi in ulteriori significati; il sapiente uso dell’apparato lessicale e retorico conferisce un alone di mistero, suggerito anche da una sinuosa musicalità dovuta al succedersi delle ripetute allitterazioni e delle frequenti anafore, in un turbinio di avvincenti emozioni che le figure di suono esaltano all’ennesima potenza. Nella maggior parte dei componimenti, l’assenza del titolo, sostituito da un asterisco, contribuisce a incrementare uno stimolante senso di indeterminatezza e una certa ambiguità. Talora l’io poetico sembra inviare un monito, un invito ad acquisire una maggiore consapevolezza della fragilità e dell’ineluttabilità di un destino comune, nel tentativo di dare un senso alla vita degli uomini, semplici e occasionali viandanti su questa terra.
Nella poesia incipitaria, I canti delle vedove, si sprigiona il dolore per l’assenza dei propri cari, ma si istituisce un trait d’union, un anello di congiunzione tra chi non c’è più e le anziane vedove, che hanno la funzione di tramandarne il ricordo e la memoria; il sintagma si ripete innumerevoli volte e l’insistita iterazione degli stessi versi e degli stessi gruppi di parole danno vita a un ritmo caratterizzato da una sottile monotonia, come quello di una lieve cantilena, mentre le percezioni visive («acqua di torrente», «rosari») sembrano cullare i sentimenti e le aspirazioni di un io poetico che si dibatte tra un presente che appare vietato e un futuro comunque possibile, senza mai perdere la speranza, anche nei momenti più bui.
In Lite, la figura retorica dell’accumulo introduce una serie di particolari fisici e caratteriali connotati da aggettivi antitetici e contrastanti, volti a sottolineare uno scenario denso di tensione; essi si tramutano negli elementi di un climax ascendente, dove lo sguardo compie un movimento dal basso verso l’alto, dalla gonna agli occhi: «Dalle pieghe della gonna stropicciata/ dalle ciocche spettinate dei capelli/ dai palpiti incerti degli occhi ostili/ dal piglio dei gesti/ dalle mani indecise/ dall’orgoglio trafelato// sgorga il nostro amore/ così bello da vedere quando ti guardo». L’amore, dopo una fase di conflittualità, riprende il suo corso ed erompe in tutta la sua potenza, simile all’impetuosa acqua di un fiume che riprende il suo corso dopo essersi fermata, rievocando a livello fonico il gorgoglio del montaliano rivo strozzato. Molte liriche esplorano l’amore nelle sue molteplici sfaccettature; si evince un sentimento profondo, alimentato dal desiderio, ma di cui l’io poetico, consapevole delle reali difficoltà della vita, si nutre senza poterne fare a meno e la mancanza è insopportabile: «Dove sei?/ Mi manchi sai./ È chiusa quella porta.// Come stai?/ Non ti sento più./ È chiusa quella porta.// E ritornano i giorni che non finiscono.// È chiusa quella porta//… E io non trovo più la tua voce».
Siamo di fronte ad un intimo diario poetico che si incentra sulla capacità di affrontare con tenacia le avversità: «Sospinto dai terremoti/ spesso il palazzo ha tremato:/ e tu, mio cuore,/ costretto a galoppare impazzito/ tra gli scogli inesplorati/ di questo strano film/ ansimante, anche al buio,/ mi hai detto di voler continuare». Un triste presagio viene ad essere il leit motive e l’avvertimento della fine aleggia tutto intorno: «Varcata la soglia/ cercherò nelle tue labbra/ il presentimento della morte o il fiore nuovo della vita/ chiedendoti perdono/ di essere schiavo del tuo amore» (Ho rincorso il tempo). Spesso eventi imprevisti arrivano a sconvolgere l’esistenza, come inaspettati bagliori che squarciano il cielo: «Dormire, aspettare e dormire/ non resta altro/ quando il cielo incrinato dai lampi/ apre crepe affilate/ nella calma piatta delle certezze» (Urla di tuono).
In Aggrappato al sollievo di un dolore scampato, poesia che chiude la raccolta, dopo la tempesta che lo ha travolto fino a farlo quasi naufragare, l’io poetico è intrappolato nelle spire di un’effimera illusione, poiché, consapevole di essere «solo polvere, che nell’universo si guarda», si dibatte agonicamente, cercando di sfuggire alle ragnatele della sua mente, bramoso di scoprire quella mistica rivelazione che lo guidi nel trovare il suo posto nel mondo.
Le liriche di Poesie nascoste nella dispensa sono intessute di immagini potenti, rese attraverso un linguaggio chiaro ma raffinato; i versi evocativi e la musicalità avvolgente evidenziano luci e ombre dell’esistenza, incoraggiando a viverla nella sua complessità e bellezza, anche nelle situazioni più complicate.
Gabriella Veschi
Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.
Albino Barresi, Ricordi lievi ed oltre
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Ricordi lievi ed oltre
Albino Barresi
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Di origine calabrese, Albino Barresi si dedica all’insegnamento dopo avere esercitato per qualche tempo l’attività forense. Menzionato in vari premi di poesia, sue liriche sono state editate in repertori letterari. Ha pubblicato nel 1991 il volume di poesia Il dolore dell’uomo. Ha al suo attivo anche pubblicazioni in campo scolastico.
«Una vita
solo una vita
vorrò sentire
perché il profumo della zagara
non resti un sogno di una terra
di un ideale
di un essere che non c’è…» (Solo una vita).
Già il titolo della silloge d’esordio racchiude quel sentimento ineluttabile in chiave ungarettiana che è poi quel substrato che sta alla base dell’ispirazione poetica di Albino Barresi.
Una poesia che sa di aerea luce, aggiungiamo, reduci dalla lettura delle sue liriche, terse di quell’aria che penetra nel profondo, col suo profumo d’azzurro, certe mattine d’inverno e che ti fa ricordare che sei vivo. È una poesia che porta in sé il raro dono dell’immediatezza, che si spinge oltre l’attitudine figurativa, intrinseca ad ogni atto genuinamente poetico, per farsi voce delle cose più semplici per modularsi in versi di consistenza impalpabile. Immagini che lievitano sulle trame dei pensieri, quasi a confondersi con essi in tenui dissolvenze. Nel fluire dei suoi versi emerge il senso profondo di una corrispondenza simpatetica con la natura, che rifugge gli oscuramenti che si lascia inondare dalla luce del sole. Il suo verso si rivolge proprio alle estreme resistenze dell’animo umano a quel guizzo d’infanzia represso che improvviso risignifica lo squallore della totale alienazione assurda della nostra quotidianità. Si leggano i seguenti versi emblematici:
«… uomini che vivono nonostante tutto
nel magma di un’umanità cancrenosa
incandescente ed utopica dentro...» (Sentieri interiori).
E ancora:
«… In quest’orgia
di illusioni
alti e bassi di emozioni
naufragando mi cullo
nel mare infinito» (Un giorno).
Ma se il poeta si dimostra a disagio nelle ristrettezze dell’esistenza, lo stesso dedica un canto che nascendo dal cuore intende privilegiare la mente e lo spirito.
«… Oggi così viviamo
come in attesa
in bilico tra un mare di sogni
e una realtà costellata
di amari drammi…» (Flebile luce).
Albino Barresi cerca nel tessuto del pensiero di giungere a conoscere il mistero della vita, tentando di coglierne quella essenza che spesso sfugge al controllo razionale. Il poeta si riallaccia a canoni culturali sempre presenti nella poesia di ogni tempo, confermando che nell’uomo taluni valori non possono essere perduti. Questo accade quando il poeta cerca negli abissi della propria coscienza una risposta alle proprie speranze, come in Amico:
«…Voglia di sentimenti forti
affetti diffusamente sentiti
dentro le vie del cuore
eternamente racchiusi»
o Dentro il mio cuore:
«…Dentro il mio cuore
dissonanti armonie
hanno crogiolato
i pensieri
che affollano
e si disperdono…».
L’intensità del sentimento in alcune liriche lascia il posto ad immagini piene di pathos dove i contenuti assumono una certa consistenza e che trascendono il dato reale. La sua poesia è un libro aperto dell’anima così sensibile e traboccante di desiderio di conoscenza ma anche di volontà di creare attingendo ad una esperienza di vita vissuta. Egli trae dalla viva realtà del vissuto gran parte della sua opera, ma non disdegna le istanze del pensiero quando i versi nascono da una profonda meditazione sugli eventi e sui fatti umani. Severo con se stesso, il poeta spesso infonde nel verso i segni di una profonda spiritualità.
In sintesi la poesia di Albino Barresi porta un messaggio pienamente costruttivo: assume una pienezza di vita non fine a se stessa ma aperta a richiami che portano a pensare e a meditare sulle fondamentali ragioni dell’esistenza. Una poesia che scava nel profondo quale parametro del mondo esterno e che indaga nella speranza di capirsi meglio.
E di questi tempi dobbiamo solo trarne ammonimento.
Michele Miano
Albino Barresi, Ricordi lievi ed oltre, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-58-5, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Albino Barresi, nato a Villa San Giovanni (R.C.), ha una lunga carriera nel Ministero dell’Istruzione come docente, preside, dirigente scolastico e dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Verona per un triennio. Ha al suo attivo numerose esperienze amministrative, gestionali e formative nel Comparto Scuola per conto del MIUR. Ha pubblicato vari testi in ambito scolastico e la raccolta di poesie Il dolore dell’uomo (1991).
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Il fascino seducente e doloroso della vita nella lirica di Pietro Rosetta
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Pietro Rosetta
Poesie nascoste nella dispensa
Guido Miano Editore, 2024
Non è nuova l’idea della vita come viaggio, che, nella raccolta di versi di Pietro Rosetta Poesie nascoste nella dispensa, pubblicata dalla Casa Editrice Miano nel 2024, appare un itinerario accidentato eppur appassionante, fatto di tappe assai diverse, tormentoso e stimolante, portatore ad un tempo di quiete e di insoddisfazione: “Si compie inarrestabile il viaggio,/ sfiorare la quiete di un approdo e poi/ seguitare la rotta/ questo mi hai domandato” (corsivo mio, come sempre in seguito); “Mi rassegno al viaggio/ ti sveglierò solo per chiederti una carezza,/ dissetarmi e ripartire”; “Finalmente escono le parole/ a lungo rinchiuse da una assenza./ È tardi, nuovi sguardi/ mi attendono,/ devo ripartire”.
Tale immagine emblematica e pervadente è all’origine di una serie di suggestive metafore, che assicurano densità sentimentale e coerenza ideale al discorso poetico: “Essere marinai di tutte le tempeste/ nudi a volte agli occhi/ di una madre che aspetta./ Ci è costata l’esperienza”; “Dal ponte della mia nave,/ senza nostalgia,/ guardo allontanarsi i fantasmi/ che il cuore ha finalmente liberato,/ al tramonto di un incubo/ assetato di un senso/ la rotta è cambiata/ e il vento tiepido dell’estate/ gonfia di nuovi progetti/le vele dell’entusiasmo”; “Sento il rumore dei miei passi/ irrequieto presagio di un’alba ancora possibile”; “Divinità corsare,/ impadronite dell’inverno/ scorgeranno impronte/ di umanità scolpite nella sabbia,/ indovinando appunti dimenticati/ nella fretta del passaggio”.
Il percorso vitale di ognuno risulta animato da un moto duplice e contraddittorio, da una sollecitazione attiva ed energetica a cui corrispondono - in intima correlazione dialettica - un ripiegamento amaro, la mesta constatazione di un esito deludente delle attese emotive, dell’aspettativa di felicità e di amore.
Non sorprende al proposito che la figura dell’antitesi si riveli centrale nella sua valenza unificante e formalmente ordinativa, organizzando incisivamente i tanti aspetti contrastivi, che innervano la vicenda esistenziale, dall’opposizione “gioia/dolore” (“Il tempo è maturo/ e noi come cipressi saremo là/ ritti ad aspettare gioie e dolori/ con le radici abbracciate alla vita”), “buio/luce” (“Le sere d’estate l’aria umida d’insonnia/spalanca le porte della notte (…) sarà l’aurora a sbiadirne il ricordo”), “sogno/realtà” (“In riva al mare dei sogni/ il nostro amore si è fermato a morire,/ il viso riverso nella sabbia, si è fermato a morire”), al conflitto di “vita e morte” (“Varcata la soglia/ cercherò nelle tue labbra/ il presentimento della morte/ o il fiore nuovo della vita), nonché a quello – di ascendenza leopardiana e posto in risalto con la consueta lucidità dal prefatore Enzo Concardi – di “amore e morte”: “Rifugiato nel tuo corpo/ cercando protezione./ Come un fiume in piena/ allagarti, tra brandelli di vita/ per annebbiare la certezza di morire solo”.
In alcune liriche l’autore esprime la convinzione che il fremito vitalistico non soltanto preceda, ma vada oltre la riflessione intellettuale, a causa di una ricchezza e di una profondità razionalmente male inquadrabili e pertanto non agevolmente definibili: “Eppure vorrei incontrarti per caso/ e abbandonarmi nel torrente/ delle frasi mai pronunciate/ e possederti/ senza la colpa di averlo deciso/ e invece distillo brividi/ sopravvissuti alla noia/ di lucidare lo specchio dei nostri errori”; “Devo ancora arrivare o è già passato/il tuo tempo?/ Il mio tempo non lo sa e/ abbracciato ai tuoi occhi/ si ostina a non volerlo sapere”.
Ciò dà ragione delle frequenti ed efficaci similitudini naturistiche (“Il tempo è sbocciato/ figlio di gesti ritrosi,/ sogno che non si vuole realizzare/ e noi due aggrappati al destino/ come larici sbattuti dal vento di primavera/ sentirci dentro un frutto acerbo/ nostro intimo desiderio venuto/ a sfidare il presente”; “Ti parlerò ancora/ per pochi giorni,/ poi, come le onde che impetuose/ si impennano al vento e muoiono,/ anch’io mi confonderò col mare”) e soprattutto, anche dinanzi all’esperienza di un dolore intenso (“Questa notte piangerò per te lacrime disperate/ ma tu non mi sentirai/ e il tempo appassisce il fiore che/ abbiamo abbandonato all’ombra del silenzio”), del desiderio, sempre risorgente, di aprirsi positivamente all’avventura della vita, di attingere alle illimitate risorse di essa: “Non è rimorso ma preghiera/ questa luce diafana filtrata da veli (…) cerca proprio noi, inquilini di una storia/ affacciati ad aspettare il sole”; “Non so quali umori ci scuote il vento/ e fino a quando il tuo sorriso dalle/ labbra sottili dirà al mio/ di giocare con lui./ Non so dove andiamo, amore,/ ma ti prego resta qui vicino”.
La sottolineatura dell’ultima citazione non è nel testo ed è in funzione del rilievo di un’altra figura retorica, l’anafora, spesso impiegata dallo scrittore e sintomatica del suo animus indagatore, della propensione all’approfondimento critico personale delle varie situazioni etico-spirituali. Ne è testimonianza perspicua il bellissimo componimento incipitario che ha per titolo I canti delle vedove: “I canti delle vedove/ nelle vecchie chiese di periferia/ sono le voci delle nonne e delle vecchie zie (…) I canti delle vedove sono il lamento indifeso/ di chi si ostina a non capire (…) I canti delle vedove… sono disperazione (…) I canti delle vedove sono la speranza cieca/che ognuno di noi porta dentro”; la consueta antitesi (in questo caso “disperazione/speranza”) attesta l’importanza di un comportamento moralmente esemplare: “Così nella mia stanza/sono i canti delle vedove la mia preghiera”.
Floriano Romboli
P. Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, Milano, Guido Miano Editore, 2024, pp.88
Lorena Quarta, "La simmetria dell'orchidea"
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La simmetria dell'orchidea di Lorena Quarta (Eretica Edizioni, 2024 pp. 146 € 15.00) custodisce, nella rispondenza e nell'equilibrio interiore, l'osservazione di un pensiero poetico che ha, nella distribuzione capillare della sua suggestiva ispirazione, la proporzione autentica e intensa delle parole. Lorena Quarta adotta la particolare similitudine della simmetria per rivestire i suoi versi di un equilibrio armonico, uniforme, dettato dal contesto emotivo, nei contenuti ricchi di significati e simbolismi indistinti, misura lo stupore nello scenario di una forza ordinatrice, sullo sfondo di un'altra efficace coniugazione dell'anima, in analogia con il dispiegamento intenso e commosso di un linguaggio elegiaco, condensa, nelle affermazioni cadenzate dell'esistenza, la circolarità di un itinerario ermeneutico. La simmetria dell'orchidea include le dimensioni vitali dell'uomo, il riscontro dei suoi stati d'animo, l'analisi di una disposizione d'identità, nello sguardo consapevole e inesorabile di un'umanità turbata e timorosa, tratteggia la linea inarrestabile del tempo come rappresentazione dell'orientamento introspettivo, coglie la soglia dell'esitazione nelle incertezze quotidiane, donando al lettore sensazioni di suadente coinvolgimento, in analogia con la percezione diretta e spontanea dell'incompiutezza e della caducità della sorte. Lorena Quarta sorveglia il chiaroscuro dei suoi contenuti, intreccia il dettaglio di ogni riflesso del senso intuitivo e riflessivo dei personali presentimenti, comunica, con l'efficacia alchemica di uno stile incarnato nella propria efficacia esplicativa, il tracciato di ogni percorso sensibile, indica i luoghi accessibili della memoria come dimore metaforiche delle proprie rimozioni, accoglie la natura come la manifestazione di luce e ombra, il passaggio di illuminazione, l'indirizzo di un impulso fragile e forte al tempo stesso, nella costante grazia dell'io poetico e del lirismo epigrammatico. L'inevitabile confessione della vulnerabile condizione umana, svela l'attenzione intimista alla precisa cognizione dell'inquietudine, l'imperfetta e indecifrabile conseguenza di ogni interrogativo inconscio assorbe i testi poetici e fa da sfondo all'avvertimento del caos, al recupero dei ricordi lungo l'invisibile asse della partecipazione affettiva. La poesia di Lorena Quarta evidenzia la presenza incisiva delle conferme coraggiose della volontà, rinnova le spiegazioni dei comportamenti in relazione con l'irrequietezza delle situazioni, richiama e conserva il valore fermo dell'esperienza, segue l'ascolto della natura e delle sue trasformazioni, mantiene incontaminata la resistenza dello stare al mondo, in un intonato parallelismo tra desideri e illusioni, tra certezze e perplessità, dove la comprensione dell'arrendevolezza è il segno realistico della provvisorietà. Il libro è anche un devoto omaggio alla lingua italiana, alla sua tradizione latina, alle componenti eloquenti e interpretative della linguistica, ricca di allegorie, arguzie stilistiche, decifra la compostezza dei componimenti con il compimento dell'ars oratoria. La scrittura di Lorena Quarta contempla l'accordo dei segmenti affascinanti del talento nella maturità di esprimersi, affida l'esercizio del discorso al rigoroso dilemma tra ragione e sentimento, l'interferenza della realtà e il conflitto dell'immaginazione, riscopre il tributo nella preghiera laica dedicata all'irresolutezza del buio, nell'intesa di un'esigenza, solenne e profetica, di condividere la luce delle storie.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
SCRUPOLI
Venti di coscienza
che spirano sempre
in direzione contraria
ai tuoi desideri.
SOGNI
Fintanto
che i castelli
sono in aria
nessuno
può udire
il loro crollo.
SUPER PARTES
Siamo bravi
a sputare sentenze,
meno bravi
a digerire giudizi.
TEMPUS FUGIT
Tempo tiranno, tempo al tempo,
e intanto i momenti si sprecano,
messi uno accanto all'altro,
pile di istanti e di rimpianti,
uccisi da errori di percorso
senza possibilità di correzione.
Fugge il tempo ma lo rincorro,
un ultimo attimo da assaporare,
gioco con l'orologio una guerra
impari con la speranza che il mio
treno non sia ancora partito.
IMPRIMATUR
Impresso a fuoco nella
materna memoria tutto
prende la forma di
roccia sedimentaria
immanente e imponente,
massi accumulati
a strati nel tempo che
tenaci resistono all'
usura di un'intenzionale e
ragionata rimozione.
NOIA
Non si contano ormai più le
ore sempre uguali a se stesse e l'
inerzia nel non cambiare le cose
aleggia come un fortunoso alibi.
DESTINO
Domandami del futuro
e aspetta la mia risposta,
scoprirai che non sono io a
tenere le fila dell'esistenza.
Il mondo è governato dal caso ma
nel caos di mille avvenimenti
ogni coincidenza la chiami destino.
Giorgio Bolla, "Navigando sotto il sole"
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Giorgio Bolla
Navigando sotto il sole
Guido Miano Editore
Milano 2025
Navigando sotto il sole di Giorgio Bolla è una raccolta lirica suddivisa in tre parti, poiché oltre al testo in lingua italiana, contiene una traduzione in inglese – Sailing the sun – e un epilogo di varie terzine, alle quali l’autore ha conferito il titolo di Progressione poetica: si tratta di 42 terzine consecutive senza denominazione, datate dal 20 agosto al 30 settembre 2018. Essendo il libro dai contenuti quasi sempre criptici, simbolici, che si avvale di una scrittura-soliloquio sorgente dall’essere-io del poeta, dunque ascrivibile a quelle letture interpretative, esegetiche, di natura particolarmente soggettiva ed intuitiva che lasciano larghi spazi al dubbio, è opportuno nell’interesse del lettore, accedere alla breve premessa dell’autore per rintracciare almeno alcune possibili chiavi semantiche, sebbene anch’essa non sia esaustiva del tutto. Così scrive Giorgio Bolla circa la sua pubblicazione: “Sciogliere il nodo è quello che conta. La tua professione è nobile al punto che può farti credere di essere invincibile, di essere il cavaliere che sconfigge la morte. L’aria calda, prima di entrare in Sala Operatoria, ti cade addosso ma tu devi fare bene. È una Professione, null’altro. Dopo, rimangono gli sguardi dei bambini che hai operato. Non ti chiedono più niente, ringraziano solamente, con il loro silenzio. Navigando sotto il sole (Sailing the sun) nasce dalle impressioni vissute nella mia esperienza come chirurgo pediatra nell’Ospedale pediatrico di “Medici senza Frontiere” in Monrovia, capitale della Liberia, nato con l’epidemia di virus Ebola nel 2014”.
Gli scritti sono posteriori, ma la data di pubblicazione recentissima, febbraio 2025. Il libro, con la prefazione di Michele Miano, è entrato a far parte dei volumi della Casa Editrice Guido Miano di Milano, nella collana di testi letterari Alcyone 2000. Lo stile dell’autore può essere definito di provenienza ermetica: stringatissimo utilizzo della punteggiatura, metrica costituita da brevi lacerti d’immagini o folgorazioni, significati riposti, riferimenti alla realtà naturale e umana ma spesso trasfigurata in dimensioni metafisiche-filosofiche, sintesi estreme aperte ad ulteriori sviluppi (il non detto…). Il messaggio vuole essere un appello all’umanità e alla solidarietà per vincere le battaglie contro il dolore, la solitudine, le ingiustizie di questo mondo: perciò numerose liriche sono un richiamo all’impegno, alla responsabilità, allo stare con… all’esserci più che ad un essere ontologico. In Africa, ad esempio, si respira un’atmosfera di attenzione all’altro che emerge da gorghi immaginifici per sfociare nel finale in versi palpitanti: “… accompagnato vado/ nell’intimo della vita/ raccolgo stanchezze,/ e perdoni”. E così la sequela della poesia impegnata sbatte contro pregiudizi e false certezze: non esistono mondi migliori degli altri (Abbiamo forse); superiamo le stoltezze della storia (Raggiungi il bordo); sudore e speranza coesistono in noi (Acqua torta); accogliamo ‘beatitudine e fortezza’; i colori della pelle e dei corpi non eliminano la nostra uguaglianza d’esseri umani (Bianca sclera negli occhi); vinciamo insieme la paura, “entro nella vostra / vita” (Il vostro sguardo); nei sogni vivono ancora i profeti, coloro che anticipano i tempi (Le isole del mondo). Incertezze e dubbi, memorie e rimpianti se ne vengono con noi, sempre, nei viali dell’esistenza e proprio con parole sulla condizione umana si conclude Navigando sotto il sole: “Le polveri delle strade/ sono il destino/ di ognuno,/ tra selve e spiagge/ tra porti e sudori/ tra libertà e dolore” (Le polveri delle strade).
Vi sono infine i simil-haiku della Progressione poetica: senza rispettare i canoni giapponesi (tranne la strofa di tre versi) sono ispirati ad essi per la metrica delle immagini delicate e liriche della natura, per la raffinatezza dei sentimenti, per il gusto degli accostamenti inusitati: da leggere.
Enzo Concardi
Bolla Giorgio, Navigando sotto il sole, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 70, isbn 979-12-81351-56-1, mianoposta@gmail.com.
Enza Sanna, "Epifanie"
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Epifanie
Enza Sanna
Guido Miano Editore, Milano 2025
Torno sui passi di questa meravigliosa poetessa genovese, che ho avuto l’onore e la gioia di prefare nella precedente raccolta di poesie Nei giorni. Le liriche di questa silloge sono state concepite in gran parte nel periodo della pandemia, eppure si intitola Epifanie, che etimologicamente significa ‘manifestazioni’. E i versi di Enza Sanna sono autentiche illuminazioni su eventi che celano significati inaspettati. La poesia in esergo di Emily Dickinson «Non c’è nessun vascello/ che, come un libro,/ possa portarci in paesi lontani…» è una sollecitazione a intraprendere il viaggio con l’artista, a evadere dal reale per scoprire isole inesplorate. La nostra destinazione non è un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose. Cambiare prospettiva non significa cancellare o rimuovere, ma ampliare, elevare la nostra consapevolezza.
La poetessa realizza la prima fuga dal quotidiano nella natura: il suo spirito entra negli alberi, nei prati, nel mare: «…Unico sollievo la natura,/ l’azzurra apoteosi del mare/ nello screziato polverio dell’onda,/ un’aria di primavera/ nel sorriso di pace del mezzogiorno…» (Pandemia). In effetti sono bastate alcune settimane di chiusura a causa del Coronavirus perché la natura cominciasse a uscire dagli interstizi, dove solitamente è relegata dalla presenza dell’uomo, conquistando le strade, i giardini, le piazze. Mentre mezzo pianeta sopravviveva in una bolla di sospensione il creato non si fermava, anzi una delle più belle primavere di sempre sbocciava impavida. I pensieri affioravano contrastanti: la meraviglia di respirare aria pulita e il senso di colpa per esserci spinti troppo oltre nel nostro rapporto con il pianeta e le sue risorse. Nel senso di spaesamento dovuto al lockdown l’autrice cerca le sue rivelazioni nei luoghi che contengono una dimensione magica come l’isola di Arturo, ovvero la coloratissima Procida, situata nel golfo di Napoli e particolarmente cara anche al cuore della sottoscritta. La porzione di terra emersa dell’arcipelago campano, di ancestrale bellezza, è detta di Arturo perché ispirò Elsa Morante nella scrittura dell’opera omonima e il libro nel 1957 le valse il premio Strega. La Sanna si rifugia nell’isola tufacea, dall’aspetto aspro e selvaggio, in quanto avverte quanto l’esistenza sia un naufragare costante verso luoghi che ci attendono.
Ella insegue i sogni e la memoria, le nostre zattere e le nostre macchine del tempo. I primi spingono avanti, i secondi riportano indietro. «…Ci si lascia trasportare/ verso una vertigine di sogni/ inconsapevoli delle ferite dell’ora/ dello stridio stesso dei giorni…» (Esposti all’infinito). L’artista tesa alle epifanie, è donna che ha sofferto e soffre, ma la sua Parola si prefigge di sciogliere il dolore e diviene scoperta quotidiana, respiro, aggiunta, brivido, incanto. Fu Charlie Chaplin a dire: «La poesia è una lettera d’amore indirizzata al mondo». Un atto di pace e di sangue che diviene luce. Lei figlia di una terra di monti a picco sul mare, di punte argentee che sembrano trafiggere il cielo, in risposta al richiamo degli ulivi, ha una trentennale esperienza di lirismo e possiede un linguaggio e un violino che le permettono di scalare il cielo. (…)
Maria Rizzi
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Immanenza e trascendenza: ecco due delle dimensioni o categorie filosofiche bipolari che mi pare attraversino la poetica dell’autrice, in altre parole una coesistenza in lei di radici profonde, di legami con le origini, di visitazioni della realtà e contemporaneamente di voli pindarici, d’amore per la vita onirica, di proiezioni nel futuro e nella spiritualità. Un tempo si sarebbe detto un desiderio non conflittuale tra Terra e Cielo, ma un bisogno di entrambi per realizzare uno sviluppo integrale dell’uomo. La poetessa sembra smentire questa interpretazione critica della sua visione del mondo, soprattutto nella lirica Dal fango al cielo, quando nei primi versi afferma: «La mia vita non ha radici in questo mondo,/ cammino su ponti tibetani sospesi nel cosmo/ senza riferimenti, senza rimpianti…». Tuttavia, nel medesimo testo, paragonando la natura del “fior di loto” alla condizione umana ideale, scrive: «…Affonda nel fango, ma la bellezza è intatta» e «splendido esempio dal fango al cielo».
Per non dire della sua osmosi con la Natura, appartenente a questo mondo, o del frequente riferimento alle sue origini liguri e mediterranee, nelle quali s’incardina la sua identità: «Chi sarei oggi/ se non fossi nata sul mare…» distico anaforico iniziale e finale della lirica Nata sul mare. E nel mezzo un’apologetica, appassionata dichiarazione d’amore per il mare, ovvero il mondo acqueo - uno dei quattro elementi delle cosmogonie antiche insieme alla terra, al fuoco, all’aria - che culmina nei versi: «Mistero d’amore, di vita, di gioia» e «Accolta dal tuo abbraccio/ caldo, avvolgente».
Un’altra tematica sviluppata dalla poetessa ligure può richiamare culturalmente il famoso interrogativo di Benedetto Croce relativo alla valutazione della poetica pascoliana: «È il Pascoli il grande poeta delle piccole cose o il piccolo poeta delle grandi cose?». Sembra rispondergli indirettamente Enza Sanna laddove - nella composizione Esposti all’infinito - chiaramente il verso di chiusura non lascia alcun dubbio in proposito: «Perché niente è più grande delle piccole cose». Lei stessa in Epifanie dipana un canto che si posa sulle une e le altre, attuando un rovesciamento della realtà dominante, in base a criteri valoriali che pongono in primo piano ciò che nell’attuale società è praticamente negato e ai margini, e relegando invece decisamente l’apparenza dell’essere odierno fra le vacuità e l’effimero del mondo.
Possiamo senz’altro ricercare le piccole cose della Sanna nella vita quotidiana, nella vita domestica, negli affetti familiari anche se perduti, oppure ancora nella Natura medicatrix, quando questa attrae la contemplazione meravigliata degli occhi della sua anima: «…Mi tende una mano amica la natura/ che non ha spazi vuoti/ e lo sguardo cade/ per la gioia degli occhi e del cuore/ su una crepa del muro in giardino/ dove fa capolino un ciuffo di piccoli fiori/ incredibilmente d’oro nel gelo/ incredibilmente vivi/ nei loro solidi umori» (Antidoto agli spazi vuoti). È con lo stupore della “fanciullina” pascoliana - ricordiamoci che il poeta romagnolo non parla solo al maschile, ma espressamente anche al femminile - che l’autrice attribuisce alla poesia la stessa funzione rigeneratrice della giovinezza interiore, tipica della visione emotiva e irrazionale della sensibilità post-carducciana. (…)
Enzo Concardi
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L’AUTRICE
Poetessa, scrittrice, saggista, critico-letterario Enza Sanna è nata a Genova, dove vive, opera e ha svolto una lunga carriera di Docente di Lettere nella Scuola Media Superiore. Pluriaccademica, ha ottenuto molti Primi Premi Nazionali e Internazionali, partecipando più volte a numerosi Concorsi letterari. Tra la raccolte poetiche più recenti ricordiamo: Quando gemmano i pruni (2003), Amore di mamma (2004), Per vene d’acqua e di terra (2006), Gocce d’arcobaleno (2008), Viaggio nella parola (2009), Per segreti varchi (20109), Kaleidos (2012), Frammenti lirici… ai margini del viaggio (2014), Percorsi d’utopia (2017), Oltre la parola (2020), Nei giorni (2022).
Enza Sanna, Epifanie, prefazione di Maria Rizzi, postfazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 100, isbn 979-12-81351-48-6, mianoposta@gmail.com.
Amelio Cimini, "In cammino, 50 anni di poesia in musica"
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Amelio Cimini
In cammino, 50 anni di poesia in musica
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Di recentissima pubblicazione – gennaio 2025 – questo libro di don Amelio Cimini ci conduce nel mondo della Musica Sacra, genere di cui egli è appassionato studioso ed autore, divulgatore e docente con varie specializzazioni acquisite in materia. Opportunamente il titolo, In cammino, è accompagnato da un sottotitolo esplicativo (50 anni di poesia in musica), che ne indica il genere: testi lirici di canti musicati, ma senza note nella pubblicazione. Ha visto la luce a Milano ad opera della Casa Editrice Guido Miano, nella collana di testi letterari Alcyone 2000, ed è introdotto dalla competente prefazione di Marco Zelioli. Data la peculiarità della formula editoriale, mi sembra un servizio dovuto al lettore ascoltare le motivazioni di tale scelta dalle parole stesse dell'autore, espresse nella sua premessa.
Così scrive Amelio Cimini: «Questi testi non nascono come poesie, ma come canti. Mancando qui dell’importante supporto della rispettiva musica, ogni testo risulta quindi (per forza di cose) solo un disarmato tentativo per portare la musica nella vita e la vita nella musica, con linguaggio diretto e nella luce della fede. Certo, “la musica non può cambiare il mondo, solo la gente può farlo. Ma la musica può cambiare la gente” (V. Havel). Questi canti-poesie sono nati sull’urgenza e (spesso) nella frenesia del quotidiano, ma anche sulla necessità, come ricorda il saggio A.J. Heschel, di “pensare all’uomo in termini umani”, visto che viviamo in un’epoca in cui l’uomo, “invece di comprendere, scatta una foto; invece di ascoltare la voce, la registra”. Senza ammantare pretese assurde, questi testi vorrebbero semplicemente trasmettere (riprendendo ancora Heschel) “più che un’emozione, un modo di comprendere e di intuire un significato più grande di noi e farci sentire, nel flusso di ciò che è passeggero, il silenzio di ciò che è eterno”».
Ovviamente il lettore, mediante la lettura, trarrà da sé i messaggi dell'opera, mentre qui mi sembra opportuno attirare l'attenzione anche sullo specifico della forma poetica, sottolineandone la metrica e i passaggi maggiormente ispirati e quindi propriamente dotati di liricità, immagini e suggestioni. Ogni componimento è preceduto da un incipit riflessivo di due righe in prosa (corsivo) che sintetizza il tema. I testi sono composti da strofe prevalentemente costituite da quartine, ma anche da distici, terzine, sestine ed ottave. V'è ancora, trattandosi di canzoni, un ritornello, ma non sempre, che per sua natura prende il ritmo di un'anafora. L'insieme canta la grandezza di Dio, la profondità della fede, i valori del Cristianesimo, la ricerca della verità e della bellezza, le virtù teologali, la centralità cristologica, la devozione mariana. I capitoli di questo cammino prima esistenziale, indi spirituale, sono stati pensati dall'autore come un susseguirsi di tappe verso la conquista di una pienezza di umanità e di religiosità: la vita, simboli e segnali, la ricerca, la scoperta, il mistero, l'annuncio, donna e madre.
Da essi cerchiamo allora di trarre alcune lacerti tra i più significativi, sia dagli incipit in prosa, che dai versi in poesia. In Allora capirai c'è l'invito a non fuggire, ad aprire gli occhi, così troverai la vera risposta a tanti perché: “La luce di una goccia di rugiada, / la voce del silenzio nella sera / son orme di un Eterno che ci è Padre, / scintille di un Amore che ci avvolge”. In Lungo i fiumi si suggerisce di diventare seminatori d'infinito, oltre la frenesia della corsa ai risultati: “Se ogni incontro con i fratelli, / se ogni sguardo dei nostri figli / ha il sapore di un triste addio, / tradiremo il mistero dell’uomo”. È esaltata a lungo dall'autore l'opera del Cristo: “Per cambiare l’umanità non ha solo parlato, / ma si è fatto umiltà, misericordia, carità e servizio” (Per un mondo); si tratta del “più grande e incredibile racconto della storia umana, / nonostante l’indifferenza e lo scetticismo degli umani”: “Voglio narrarti una storia, / la storia d’un Dio fatto uomo: / Verbo divino in eterno / e fragile carne nel tempo” (Voglio narrarti). Il libro si chiude con la celebrazione della grandezza della Madre di Dio: “Ti saluto, Maria, / lampada vivissima, /nel tuo grembo dimora / la Sapienza eterna; / donna forte, nuova Eva, / prediletta e conquistata dall’Amore” (Ti saluto Maria).
Se vogliamo trarre una conclusione al termine di questo cammino, dobbiamo ricorrere a Marco Zelioli: «“Chi canta prega due volte”: cito Sant’Agostino per dire che questo libro è un chiaro invito alla preghiera». Un'attività che oggi a molti può apparire anacronistica ed inutile, ma che invece serba in sé potenzialità insospettate per l'anima umana.
Enzo Concardi
Amelio Cimini, In cammino – 50 anni di poesia in musica; a cura di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-10-3, mianoposta@gmail.com.
Giorgio Bolla, "Navigando sotto il sole"
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Navigando sotto il sole
Giorgio Bolla
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Non è sempre facile inquadrare il nucleo ispiratore della tematica di Giorgio Bolla, medico chirurgo con una vita avventurosa alle spalle. Medico alpinista in missioni himalayane in Nepal. Ma anche pilota automobilistico in circuito. Ha corso un po’ ovunque e naturalmente anche in altri continenti. Saggista in campo scientifico clinico ha pubblicato più di 70 lavori, anche in riviste sia nazionali che internazionali.
La raccolta di liriche Navigando sotto il sole nasce dalla sua sofferta esperienza di chirurgo pediatra, dalle vicende vissute nell’Ospedale pediatrico di “Medici senza Frontiere” in Monrovia, capitale della Liberia, nato con l’epidemia di virus Ebola nel 2014.
La poesia di Bolla è un incessante riflettere su se stessa, alla ricerca di un ritmo e di una misura che oscillano tra la tradizione ed una ricerca singolare e che consente contaminazioni spesso felici tra ambiti lessicali apparentemente non contigui. Si potrebbe dire che la riflessione esistenziale si trasformi in un articolato interrogativo sulla possibilità della poesia di cogliere una qualche parvenza di risposta, di essenziale certezza nei momenti in cui, per dirla con Montale, il nostro «seguitare la muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia» lascia uno spiraglio all’animo sempre assetato dell’artista.
La sua poesia infatti esplora il sentimento dell’amore, ma anche la ricerca sensoriale e filosofica. Una poesia suggestiva, ricca di simbolismo e di metafore: un enigmatico peregrinare, un trasfigurarsi da un’apparenza a un’altra.
Quello di Giorgio Bolla è un continuo navigare di pensiero in pensiero, perennemente in bilico tra l’uomo e la natura e in questo compenetrarsi si rivela il senso delle cose. La parola è nuda, scabra; è più incisiva, probabilmente in rapporto a quello smagrire di assonanze e ricerche formali, nella misura in cui il quesito esistenziale e un certo dolore panico hanno tentato il sopravvento radicandosi nella innata facoltà evocativa della natura e dei suoi eventi. Emblematica la lirica Dietro la notte:
«Dietro la notte
arriva il vento
dietro l’albero
la notte arriva
dove uomini soli
scelgono il tempo
nella loro costruzione
io guardo il passo
ma dove sta il tempo
quando io non so?».
Per Giorgio Bolla la medicina è una missione; ne è consapevole e lo dimostrano le sue avventure in mezzo mondo. Come anche la poesia: anima e corpo sono tra loro inscindibili. La storia è piena di esempi di medici scrittori a dimostrazione che sono due discipline intimamente connesse. Non sarà forse un caso che tanti scrittori hanno esercitato la professione di medico. Del resto, lo scrittore è non solo un «fabbro del parlar materno», ma anche un rivelatore dell’anima.
L’evangelista Luca era un medico e scrisse un vangelo colto e letterario. Dante si iscrisse alla corporazione dei medici e degli speziali per poter partecipare alla vita politica fiorentina. Tra i tanti medici scrittori basti ricordarne alcuni: nel Cinquecento François Rabelais, nell’Ottocento Anton Čechov, nel Novecento Michail Bulgakov.
Nelle nostre più umili cronache editoriali, piace ricordare alcune opere di medici edite da questa Casa editrice ad esempio: Luigi Manzi con Dietro la maschera di garza la cronistoria umana e professionale di un ginecologo oppure il romanzo La lunga notte dei siluri di Eugenio Fontana con prefazione di Giulio Bedeschi (per intenderci: l’autore del best seller Centomila gavette di ghiaccio) opere edite negli anni Ottanta. Ancora più di recente: la poetessa Angela Ragozzino, medico rianimatore, lo psicologo Sergio Camellini tutti della scuderia Miano. Come dire, sulla scia di quel sensibile e laico senso di umanesimo consapevole di chi vede e affronta ogni giorno tanta sofferenza, dolore, senso di rabbia e di impotenza non può non amare il prossimo incondizionatamente.
È la gratuità, l’amore in silenzio verso il prossimo che aiuta il medico scrittore a dare un senso alla propria vita di uomo e di medico. Quasi come portare il peso di un “fardello” di tanta sofferenza, in questo caso, patita nell’ospedale da campo in Monrovia, in mezzo a tanta miseria, al virus Ebola e alle guerre civili. Si legga la lirica Suona la sua voce:
«Suona la sua voce
l’uccello del mattino
ed io levo il mio corpo
e preparo il mio sangue
al sudore del giorno».
Come se i medici scrittori avessero sviluppato una particolare sensibilità tutta loro, proprio per le sofferenze, atrocità, privazioni vissute in prima persona nei vari campi d’azione. Amare e basta, incondizionatamente. Giorgio Bolla questo lo sa: come medico per la sua professione che si rivela poi una vera e propria missione e come umanista con i suoi versi.
Il poeta sembra quindi suggerire al mondo intero:
«Avrò la libertà
di spingerti
di là del cuore».
E di questo dobbiamo essergliene grati.
Michele Miano
Bolla Giorgio, Navigando sotto il sole, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 70, isbn 979-12-81351-56-1, mianoposta@gmail.com.
Don Giovanni Mangiapane, "Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis"
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Don Giovanni Mangiapane
Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis
Guido Miano Editore, Milano 2025.
A gennaio 2025 è stato pubblicata dalla Casa Editrice Miano di Milano – collana di testi letterari Alcyone 2000 - un’opera a carattere religioso dal titolo Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, con la dotta prefazione di Marco Zelioli. L’originalità di tale libro, non l’unica a dire il vero, risiede nel fatto che è stato scritto nella lingua siciliana, con ovviamente la traduzione italiana a fronte, a beneficio di tutti i lettori, i quali dovrebbero, a mio parere, leggere comunque qualcuna delle composizioni poetiche dell’autore agrigentino Don Giovanni Mangiapane, per constatare l’efficacia della madre lingua isolana nei confronti della traduzione in lingua nazionale: è nota, talvolta, la perdita di liricità e di semantica che avviene nella traslazione operata dal traduttore, per l’impossibilità di rendere fedelmente le espressioni e i ritmi relativi.
Nel panorama culturale e letterario attuale la poesia religiosa ha sicuramente perso il primato che le era stato conferito dal sommo poeta Dante Alighieri nel Medio Evo, con la Divina Commedia di carattere didascalico-allegorico-dogmatico-escatologico, sebbene essa riportasse anche contenuti politici. Tuttavia ancora nell’Ottocento il Manzoni pubblicava gli Inni Sacri, frutto dell’entusiasmo giovanile del neofita convertito al Cristianesimo, nei quali celebrava le principali feste cristiane, con un’ispirazione appesantita, a dire il vero, dai riferimenti dogmatici. E ancora nel Novecento il frate servita Padre David Maria Turoldo nelle sue poesie salmodianti e liturgiche esprimeva una fede tormentata ed un’alta spiritualità cristologica e mariana. Oggi la poesia religiosa può considerarsi episodica, ed uno di questi episodi ve lo raccontiamo qui, commentando le preghiere di Don Giovanni Mangiapane, laudi saldamente legate alla Tradizione (Santo Rosario, Via Crucis), al Credo delle certezze, alla visione del mondo integralmente cristiana. Tuttavia il suo porre al centro di tutta l’opera la figura del Cristo e il trarre da questa realtà delle intenzioni ed orazioni per l’umanità sofferente e dimenticata, costituisce a mio avviso un’altra originalità dell’opera, che quindi non si ferma alla memoria dell’avvenuto, ma si sviluppa nel presente, assegnando al credente dei compiti precisi nella sua missione mondana.
Interessante anche l’architettura e la struttura metrica, che risponde a forme ben definite. Nella prima parte dedicata al Santo Rosario (misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi) ogni composizione è composta da quattro quartine e un distico finale, il cui contenuto cambia ad ogni mistero. Nella Via Crucis l’impostazione è diversa, anche perché appaiono brani in prosa: ogni Stazione riporta, prima della parte poetica, una citazione evangelica (Giovanni, Luca, Matteo più volte) o biblica (Isaia, Salmi), un commento (prosa), la preghiera dedicata (prosa); da notare che le parti in prosa sono solo in lingua italiana. Indi tre quartine e due distici, il secondo anaforizzato per tutte le stazioni (“O gran Vergine Maria, / la vostra pena è colpa mia”), tranne l’ultima, che ha un solo distico. È dunque nella Via Crucis che il sacerdote diventa pastore ed esterna la sua compartecipazione con gli altri, come in questi esempi: “Preghiamo per i tanti volontari dediti al servizio dei molti provati da epidemie e terremoti e altro”; “ Preghiamo per i tanti ammalati nel corpo e nello spirito che restano soli e senza conforto”; “Preghiamo per tutte le donne che fanno fatica ad affermare la loro condizione, perché siano riconosciuti i loro veri diritti”.
Ultima stazione / Risuscità: “Tomba nova è già vacanti / comu fussi statu nenti / netta bedda profumata / e linzola sistimata. // L’arrubaru l’ammucciaru / li sò apostuli c’amaru. / Gira ancor sta ‘nfamaria / nun ci stannu a retta via. // Ci lu dissi a cantari / cu cuntava a vigliari / oru stoppa verità / Spiritu ‘ntempu rivelà. // Mi rimettu pi la via cu / Gesuzzu e cu Maria”. Siciliano doc.
Enzo Concardi
Don Giovanni Mangiapane, Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 72, isbn 979-12-81351-52-3, mianoposta@gmail.com.
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