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poesia

Enzo Concardi, "Il volto e gli sguardi"

9 Giugno 2026 , Scritto da Gabriella Veschi Con tag #gabriella veschi, #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #arte, #pittura

 

 

 

 

Il volto e gli sguardi

Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Il Vangelo di Giovanni è il fondamento su cui Enzo Concardi edifica una tra le sue opere poetiche più intense e significative, Il volto e gli sguardi, dove l’incontro tra diverse arti è l’occasione per sviluppare una profonda indagine gnoseologica e cogliere il vero senso della realtà. Concardi, educatore, docente, poeta, illustre critico e saggista, scrittore che vanta un’abbondante produzione con la Casa Editrice Guido Miano, in questa silloge trasforma l’anaforica ripetizione dell’Ecce Homo nel cuore pulsante della sua poetica. Il refrain, posto in corsivo come titolo della prima lirica, composta in un’ampia architettura e disseminato anche tra gli altri componimenti, è un grido doloroso che attraversa la raccolta come una cassa di risonanza, amplificando la dolente fragilità dell’uomo, infinitesimale corpuscolo nell’immensità dell’universo, come si evince dalla poesia incipitaria: «Semi fosforescenti in balia del vento/ impazzano nella metafisica dei cieli./ Luminosi granelli di sabbie desertiche/ dorate finissime selvagge/ svaniscono nelle immensità galattiche…». La citazione in apertura - E gli uomini preferirono le tenebre alla luce (Gv.3,19) - è la chiave di interpretazione dell’intera opera, le cui liriche insistono sulla tensione dicotomica tra la metafora del maligno e la salvezza della grazia divina (Città terrena e città celeste).

In tutta la raccolta, sapienti figure di enumerazione danno vita a climax ascendenti e discendenti che dettano il ritmo di un andare e venire, tra tensione verso l’assoluto e consapevolezza della propria finitudine, come si avverte nell’alternarsi di percezioni sinestetiche («Bruciori di laceranti ferite», Ecce Homo) e nella particolare e innovativa veste grafica. Ma l’io lirico resiste e si accende di nuova luce nell’affascinante interconnessione tra codice visivo e codice linguistico che Concardi istituisce con i rimandi ai più grandi capolavori delle arti figurative, in un periodo che si estende dal Barocco al Rinascimento; il poeta usa la parola con intensi tocchi, tra le sue mani si anima una tavolozza colma di preziosi sostantivi e aggettivi con cui trasporre nei versi la potenza dei dipinti, ritraendo i diversi gradi della sofferenza.

Si inizia con l’Ecce Homo di Antonello da Messina, di cui lo scrittore milanese mette in rilievo la drammaticità attraverso la minuziosa descrizione del volto, soffermandosi sull’«amara piega delle labbra» e sull’atmosfera minacciosa: le nubi appaiono foriere di tempeste e il ricorso al nero allude all’oscurità del male insito nell’incombente pericolo. Un rincorrersi di versi antitetici mettono a confronto il finito e l’infinito, la putredine della terra e la superiore bellezza del cielo, in un percorso che conduce lentamente verso la speranza, come sottolineato dalla struttura stessa del verso: l’apparato lessicale scivola verso «candidi gigli» e il «lieve volo degli ibis», simboli di purezza e libertà, mentre lentamente le vocali cupe lasciano spazio a suoni più aperti, che accompagnano il lettore verso quello che diverrà il glorioso tripudio del Salvatore.

L’Ecce Homo non è solo un riferimento religioso, ma è anche lo strumento con cui sondare la precarietà dell’esistenza: l’uomo, spogliato di ogni sovrastruttura, prima si innalza nei vortici iperbolici di atmosfere oniriche («Come elemosinanti d’eternità silenti») per poi precipitare inesorabilmente sulla terra, approdando verso miti e archetipi evocati da un pensiero che torna continuamente su sé stesso, in una circolarità esemplificata dall’occorrenza del verso «Tu sei polvere e in polvere tornerai», che apre e chiude questa prima sezione, ma senza mai perdere la speranza: «Ma in quella polvere vive l’anima immortale/ (...) l’eterno spirito che morte non ha mai vinto».

La lirica si snoda come una iconografica Via Crucis, in cui la storia di Cristo flagellato, deriso e consegnato ai suoi aguzzini da Ponzio Pilato assume le dimensioni di un viaggio al confine tra immanente e trascendente, in uno scorrere del tempo che attraversa i secoli; il linguaggio aulico e ricercato conferisce un tono solenne, mentre le potenti immagini oscillano tra la propria interiorità e l’immensità del cosmo: «erra la Terra su binari d’infinito/ mentre le nostre vite/ s’avvitano su sé stesse».

Nella seconda stazione, Concardi descrive l’umanità «armata urlante eccitata» del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, posta di fronte a un Cristo che «Curvo e umiliato… soggiace». Qui l’irrazionalismo dilaga «sullo sfondo d’una città turrita», dove l’assenza di nessi logici e di punteggiatura rende il ritmo frenetico, riflesso di una violenza che trasforma i volti in maschere grottesche; è evidente il contrasto tra la dolcezza della virtuosa «pulsatilla/solitaria», fiore in cui si riflette il sacrificio di Gesù e la «brutalità» della «moltitudine», evocata dal «gufo» e del «rospo», incarnazione del male e del peccato nell’iconografia medioevale ripresa da Bosch.

La natura straziata è nuovamente personificata nella terza tappa dedicata a Tiziano: le calendule «lacrimano… sotto piogge/ sottili pungenti nel campi del dolore», dove le allitterazioni delle sibilanti e delle dentali intensificano la sensazione tattile della sofferenza. In questo maestoso scenario, Cristo è circondato da una variegata folla acclamante, l’innocenza tradita è rappresentata dall’immagine di «un esile fanciullo» con la paura scolpita sul volto, mentre la torsione degli ulivi sembra accompagnare con pietosa vicinanza il corpo flagellato del Nazareno.

Lo «sguardo… dolente ma composto» della strofa successiva riprende l’estremo realismo di Mantegna, reso anche per mezzo di una raffinata ed efficace successione di chiasmi: «Legate le mani, emaciato il torace./ Corda al collo, corona di spine/ lividi delle feroci frustate». Qui la composta rassegnazione del Messia si distanzia dagli abissi di un’umanità degradata e indegna di questo nome, anche se poi le «Sottili canne di bambù» mosse dal «lieve vento/ crepuscolare», si trasfigurano in strumenti musicali e con i loro melodiosi canti alludono già alla Resurrezione.

Il cerchio si chiude con Correggio e Caravaggio: nel primo, l’antinomia tra umiliazione e accettazione, tra corpo dolente e anima vivida rimane al centro, l’io poetico si focalizza sullo «sguardo fisso» che «colpisce nel profondo» nell’assenza della folla; il corpo parla, trasmettendo sensazioni di «innocenza» e «candore», mentre la parola poetica sottolinea il dolore di Maria, che «sviene e graffia, aggrappandosi/ con le unghie» ad una «marmorea balaustra», fredda, inerte, sul limitare di un precipizio che equivale ad una morte dell’anima.

Con Caravaggio si giunge alla totale esaltazione: il pittore Merisi gioca sul contrasto cromatico tra la purezza del Redentore e i toni cupi di Ponzio Pilato e dei persecutori, Concardi traduce la maestria caravaggesca con un linguaggio simbolico che attraversa il «buio delle coscienze», per confluire in un rovesciamento di prospettive. Il Dio apparentemente sconfitto vince contro le tenebre, «attira invece sul suo volto/ la grande Luce della vittoria» e la carrellata artistica si conclude con una sfolgorante metafora: «Si fece buio fino alle tre del pomeriggio/ poi, per l’eternità, fu apoteosi di Luce».

Ma la raccolta va oltre la descrizione dell’iconografia sacra, la passione di Cristo è anche quella che si legge nelle sofferenze di ogni epoca, giungendo fino all’attuale: il passaggio dalla contemplazione estatica all’immersione nel contingente si avverte già nella lirica Il volto dei volti, dove gli uomini perdono del tutto la loro umanità, trasformandosi in «licantropi ululanti a lune indifferenti», capaci di compiere inaudite violenze.

Così Concardi sposta il suo sguardo facendo scendere l’io lirico dalla tela, rappresentando il quotidiano calvario di individui alienati, in un mondo in preda alle turpitudini folli dei potenti. L’analogia tra il martirio e l’orrore davanti a guerre insensate è raggelante e l’io lirico si perde tra «deserti», «ortiche» e «filo spinato», in un groviglio di dentali e fricative indicanti una prigionia da cui l’uomo deve liberarsi per recuperare la propria autenticità: «La nostra libertà d’azione sia libera/ ed appartenga agli uomini per essere infinito».

Dopo il puntuale e minuzioso excursus sui capolavori della pittura, Concardi, nelle liriche centrali, riconosce il messaggio evangelico nei volti della moltitudine che riempie le strade: «Siamo anonimi cuori di latta/ o intensi sguardi rivolti all’umano./ Siamo nevrosi e crisi isteriche senza fine/ o forti anime pacificate dopo la lotta./ Siamo ali tarpate da fragilità e rinunce/o intensi desideri di profonda sete./ Siamo terreni aridi e siccitosi/ o esuberanti fioriture di glicini e sambuchi (…)» (Terre selvagge). Il sacrificio di Cristo diviene così paradigmatico del destino di tutti coloro che soffrono e la poesia testimonia vigorosamente quanto accade nella valle di lacrime abitata dall’umanità (Anima mundi); il suo volto riflette quello di migliaia di altri sguardi che nei componimenti si esplicano nelle figure dei vinti, dei naviganti, ma anche della natura stessa.

Così, la visione si dilata in una dimensione più ampia, suggerita dalla bellissima lirica Nessun uomo è un’isola, crogiolo in cui si intersecano la meditazione di John Donne, la spiritualità di Thomas Merton e la poetica del naufragio. L’esistenza è infatti un pericoloso viaggio tra «fragili navigli di giunchiglia» e l’uomo-navigante passa attraverso «mari burrascosi», sfidando «giganteschi iceberg alla deriva», ma, in questo sprofondare, non è solo: si coglie infatti il messaggio leopardiano di un incontro che affratella, poiché sempre «s’incrociano le nostre rotte per le vie del mondo», contro i «ciechi del narcisismo» e le «effimere illusioni di potenza», in un moto di condivisione che diviene unico antidoto alle forze disgregatrici dell’anima e dell’universo (Radici remote). Il medesimo invito, sigillato in chiusura dalla citazione evangelica del perdono («Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno») ritorna con forza nella lirica Sapere e amare, in un accorato appello alla responsabilità individuale: «Uomini che amate e uomini che sapete/ non siate mai separati in questa nostra storia/ non dividete mai i cuori dalle menti/ unite sentimento e ragione/ se non volete generare altri mostri/ se non volete il dominio di chi non ama/ di chi non sa» (Eterni ritorni), perché «Il sonno della ragione genera mostri» (Cogito ergo sum).

La raccolta presenta un’originale fragranza, in virtù di uno sperimentalismo che diviene la peculiare cifra stilistica di Concardi. Il verso appare spesso aspro, scarnificato, l’accumulo, le anafore e le allitterazioni sono figure prevalenti (Ironico sogghigno, I volti dell’amore), con frasi spesso accostate in un crescendo emotivo e tramate di fulminanti analogie (Foreste di simboli). Una prorompente intertestualità, testimonianza della vastissima cultura di una personalità poliedrica come è quella del Nostro, apre al confronto con figure importanti della cultura universale, spaziando da Dante a Doré, da Mozart a Hemingway e Lee Masters, Munch, De Chirico, per citare solo alcune delle presenze evocate dallo stesso autore e che suggellano la necessità di un dialogo ininterrotto tra la parola poetica e le altre arti, fondamento della civiltà. Ne è un esempio calzante la lirica Arcane folate di vento, dove l’io lirico si abbandona all’ «infinito intrigante romanzo del vento» e, di fronte all’ignoto, si lascia incantare dalla magia della parola, spaziando dalle «candide banchise polari» ai «petrosi mistici deserti dei tropici». La voce del vento, fortemente desiderata dall’io lirico pronto a cogliere impercettibili presenze, è dunque quella di una «celeste arpa» che risveglia l’uomo dal suo torpore, rievocando miti letterari, come il «veliero di Achab a caccia della balena bianca», simbolo della costante ricerca del senso della vita oltre le apparenze, oltre il nulla. Concardi sublima gli elementi della natura che si trasfigurano in organismi senzienti con un linguaggio aulico e ricercato, si alternano paesaggi lussureggianti o atmosfere apocalittiche, insieme all’eterno mutare delle stagioni, proiezioni degli stati d’animo dell’autore (Foreste di simboli, Scenari surreali).

La struttura ad anello della raccolta giunge a compimento con la lirica conclusiva Il volto e gli sguardi da cui lo scrittore lancia segnali per salvarsi dal naufragio: «(…) se nei nostri sguardi morirà ogni speranza/ ci spegneremo in crepuscoli indistinti e vaghi/ e avremo perso il nucleo vero della vita…». Resta scolpita come un timbro a fuoco la necessità di salvaguardare l’Ecce Homo per non perdersi nella nebbia dell’indifferenza e riconoscere la propria sofferenza come riflesso del dolore altrui, per non perdere la dignità e continuare il cammino terreno guidati dalla luce, vero leitmotiv della silloge (Stagioni di luce). Così se il volto del titolo rimanda a Cristo come unica possibilità di salvezza, i volti dispiegati in tutta l’opera sono quelli dell’umanità che rivolge a lui i propri sguardi, in cerca di uno spiraglio che illumini con la sua luce: «Solo con il grido “Ecce Homo! ”  potremo/ salvare noi stessi, la purezza del volto/ e la profondità degli sguardi».

Gabriella Veschi

 

Enzo Concardi, Il volto e gli sguardi, prefazione di Gabriella Veschi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 108, isbn 979-12-81351-84-4, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

 

Enzo Concardi (Zibido San Giacomo, Milano, 1949) ha pubblicato le raccolte di poesie Carovane di sabbia (1981), Sentinelle del nulla (1984), Foglie e clessidre (1989), Strade (1999), Cristalli (2011), Chiara fontana (2017), Naif (2019) e il libro di narrativa La mente e i luoghi - Montagne, viaggi e avventure (2022). Collabora fin dai primi anni ‘80 con la Casa Editrice Guido Miano (Milano) in veste di critico letterario stilando prefazioni e saggi a varie pubblicazioni, soprattutto di poesia; ha inoltre partecipato attivamente alla realizzazione delle seguenti opere: Dizionario Autori Italiani Contemporanei (in cinque edizioni) e Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento (in tre edizioni). 

 

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Il  vitalismo  “sacro” nella  poesia  di  Marina  Enrichi

26 Maggio 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

M. Enrichi Cariolaro

Eros e Logos. Poesie

Guido Miano Editore, Milano 2026

 pp. 84.

 

 

Se si dovesse indicare un motivo fra i principali, e quindi un aspetto invero caratterizzante la produzione lirica di Marina Enrichi, ginecologa padovana e altresì donna di raffinata cultura estetica e umanistico-letteraria, porrei in risalto la fervida tensione vitalistica, l’apertura partecipe e convinta al ritmo stesso, traente e corroborante, dell’esistenza: “Schiudi le labbra/ che il fiato della vita/ possa entrare/ fino a baciarti il cuore (…) Stupisci il mondo/ perché il riscatto esiste/ e tu sei pronta a nuova primavera” (Schiudi le labbra, corsivi miei, come sempre in seguito).

Tale propensione fondamentale si obiettiva ora nella condizione etico-psicologica dell’attesa colma di speranza e sottolineata dalla studiata sequenza anaforica (“Attendo un altro giorno/ un’altra festa/ un’altra Pasqua./ Attendo un’altra primavera/ dove germoglino speranze./ Attendo una rinascita/ un altro splendido/ bianchissimo Natale”, Attendo), ora assume la forma esplicitamente dichiarata dell’amor vitae e della passione amorosa, prepotente e imperativa: “…Ho le braccia ricolme/ di gioiose memorie/ di speranze sfiorate/ di parole in sordina.// Ora tutto è versato.// Ma i cascami del glicine/ che si avvolgono in danza/ mi commuovono ancora/ mentre vivo la luce…” (Forse impallidirà); (“Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio…”, Bruciami il respiro); “Ti sembrerà che/ il mondo intero ti travolga/ e che tutti conoscano il segreto/ che volevi celare.// Ma è l’amore, tesoro./ Prorompe/ senza veli” (E sentirai commuoversi una lacrima).

Il sentimento d’amore si nutre di sguardi d’intesa sul fondamento di suggestioni di antica ascendenza stilnovistica (“Un amore di sguardi/ mai toccato/ né congiunto e consumato.// Un amore di frasi/ di sorrisi scambiati/ intuizioni velate…”, Un amore di sguardi) e nondimeno conosce il tratto dell’ardore erotico-sensuale, dell’unione fisicamente appagante: “…Chi sei tu/ che trascini il mio corpo/ tra le onde in rivolta/ e non concedi spazio/ a strapparmi da te.// Tu mi fai presagire/ che la spiaggia all’arrivo/ non sarà che un abbraccio/ immersione di corpi/ l’uno e l’altro all’amore nel laccio” (Chi sei tu).

L’esperienza amorosa è altresì fatta oggetto di analisi, diviene materia di indagine logico-riflessiva scandita dalle “pause” meditative degli enjambements: “…Avevamo vent’anni/ nelle braccia sempiterne le leggi/ che insegnavano al mondo/ come vivere in pace.// Molti anni vissuti (…) Ma sciogliamo le ore/ e torniamo ai vent’anni/ di esaltante splendore” (Avevamo vent’anni).

 L’eros non è comunque costante nella positività, è contraddistinto da intimi conflitti, appare coinvolto in situazioni antitetiche: “Qualche volta si sceglie/ di saltare nel vuoto./ E nell’aria rimane/ come un cappio svuotato/ e una gerla ricolma/ di profumo di vita/ rovesciata sul nulla.// (…) All’oscuro profondo/ il mio sguardo si adegua/ nell’attesa che appaia/ la fiammella di luce…” (Il salto).

La poetessa coglie prontamente nell’intensità della corrispondenza d’amore l’insopprimibile vocazione ascendente (“…È una nuvola strana che rompe gli ormeggi/ e si inerpica a vette impossibili”, È un respiro di troppo che soffoca), il bisogno di un ubi consistam ideale da questa presupposto e rinviante – ad esempio per la donna che è madre – all’incontro nobilitante e salvifico con la Divinità: “…Essere il suo Divino braccio destro/ la Culla che raccoglie e porta al mondo/ la Vita che egli crea, la più preziosa/ perché ha voluto farla simile a se stesso…” (Sei tu, donna, consacrata creatura).

Una scintilla divina accomuna d’altronde l’amore e l’arte, come nel caso della grande arte pittorica di Giotto affrescatore superbo della Cappella degli Scrovegni in Padova: “…Troppi anni di vita/ chiederebbe il racconto/ che tu, Giotto, dispieghi/ su pareti affrescate/ al Divino/ che in ognuno di noi/ nel profondo dimora…” (Santa Maria della Carità).

Floriano Romboli

 

 

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Semplici considerazioni su alcuni aspetti dell’opera "Lo Stato Pontificio" di Ivan Pozzoni

24 Maggio 2026 , Scritto da Teresa Cassani Con tag #teresa cassani, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ivan Pozzoni

Lo Stato Pontificio

Edizioni Divinafollia, 2026

p p.58,

12€

 

Ciò che cattura subito l’attenzione, quando si esaminano le pubblicazioni impegnate di Ivan Pozzoni, che costituiscono impegnativa lettura, è il linguaggio. Nel linguaggio diretto e sagace, dinamico ed espressivo, composto da numerosi riferimenti e dall’ibridazione tra la lingua colta e la lingua comune, il lettore cerca i motivi fonda(n)ti delle manifeste provocazioni, che risuonano lucide e avvertite quando non dissacranti. Come un novello Cecco Angiolieri, anche nell’opera Lo Stato Pontificio, Pozzoni fa uso di esagerazioni e paradossi per lanciare, a tutta forza, la sua invettiva contro il sistema mondo, permeato da convenzioni e ipocrisia, conformismo e banalità, sovrastrutture ingannevoli e alienanti. I bersagli della critica veemente e mordace, che pare insita nel DNA dello scrittore e che comunque non sottace autentiche esigenze di limpidezza e giustizia, sono, per esempio, i poeti attuali. Di costoro Pozzoni rileva l’esibito alibi dei buoni sentimenti, dietro ai quali si celano invero desistenza e passività opportunista. Si legge in Sono diventato buono: “Tanto l’artista internazionale crede in Gesù e nel mito di Atlante (?) rifuggendo ogni guerra a tutela dei diseredati […] senza nessun sostegno contro il capitalismo nomade delle multinazionali”. L’irriverenza, che informa un’onomastica di aristofanesca memoria, non arretra neanche di fronte al papa neoeletto, ritratto come un docile allineato del sistema. Il L’ernia di Leone (XIV) leggiamo: “Prevost, nomen omen, sarà un estremo militante della liturgia […] è un cittadino sovrano di uno stato straniero extracomunitario […] l’importante è che, schiavo delle democrazie, non bombardi il Molise”. La scrittura di Pozzoni procede come un uragano nella sua formazione e sviluppo: in un vortice che si ingrossa veloce, succhia molteplici elementi per poi gettarli addosso al pubblico di lettori sotto forma di similitudini, iperboli, parallelismi, rimandi, citazioni e digressioni spesso di tipo meta. Il poeta sorprende quando demolisce con toni parodici l’analisi della grecità e dei miti, fondamenti della cultura occidentale, prodotta da penne di rilievo: “Non contento di aver travisato Esiodo […], mr. Alzheimer sostiene l’esistenza di Omero” (Il vaso di Pandoro). Con la sua vis comica e sarcastica Pozzoni stigmatizza e indaga implacabile sulle precipue caratteristiche dell’arte scrittoria attuale. Lo Stato Pontificio si configura come un’opera densa, comprensiva di studi autorevoli e di approdi di maturazione; un’opera performante nella rappresentazione della realtà e nello scandaglio dell’Io; un’opera di indubbio interesse nel panorama letterario e culturale contemporaneo. 

 

Teresa Cassani

 

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d'avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

 

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Don giovanni Mangiapane, "Omaggio a Papa Francesco"

23 Maggio 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Don Giovanni Mangiapane

Omaggio a Papa Francesco - Poesie in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte

Guido Miano Editore

Milano 2025

 

 

Don Giovanni Mangiapane è nato il 24 maggio 1944 a Cammarata (AG) dove attualmente risiede; sacerdote in pensione, è stato parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, dal 1970 fino al 2023. Ama scrivere preghiere e poesie a tema religioso in lingua siciliana. Ha pubblicato tre raccolte di poesie tra le quali nel  2024 Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, realizzata per i tipi di Guido Miano Editore di Milano.

La raccolta di poesie Omaggio a Papa Francesco non è scandita in sezioni e scorrendo l’indice del volume dalla prima all’ultima poesia ci accorgiamo del senso diacronico che il Nostro ha dato alla sua opera che si apre con una poesia dedicata alla Vergine Maria.

Alla suddetta composizione seguono in ordine poesie per il Pontefice nel narrare la storia del suo pontificato durato dodici anni soffermandosi soprattutto sul dolore per la malattia e la morte di Francesco provato dai fedeli in preghiera per lui, definito da Mangiapane grande regalo che ci ha fatto il Signore.

Seguono due poesie sulla morte e la sepoltura del Papa una sulla Sede vacante fino a una poesia su Papa Leone che è un altro Papa che piace a Don Giovanni.

Preliminarmente si deve sottolineare come affermato da Enzo Concardi nella prefazione che queste poesie sono scritte in lingua siciliana e non in dialetto siciliano: «Ciò per una ragione ben precisa: egli ritiene il primo come un’entità viva, presente ed anche proiettata nel futuro, mentre il secondo è sinonimo di complesso linguistico morto, in via di estinzione» (Enzo Concardi).

Leggiamo la poesia dedicata alla Madonna che è testimonianza di una forte Fede: «Vergine Maria, Madre di Cristo/ e di chi abbraccia il Crocifisso./ Tu che vieni in aiuto a chi ha bisogno,/ anche se non ti chiama “Io ci sono”.// Considera la Chiesa:/ ha paura,/ vita del Papa ad un filo appesa./ Sostieni il dolore di chi soffre,/ dona più fede a chi preghiere offre.// Il mondo intero ha il fiatone,/ perché non si aspettava ruzzolone./ A chi ti onora con amore speciale,/ donagli una grazia eccezionale.// la Chiesa tutta già canta a Te:/ Ti resta attaccata comunque e “se”./ Ave Maria».

Spontaneo e confidenziale il modo di Don Giovanni Mangiapane nel rivolgersi alla Madonna e in un’altra poesia anche a Gesù.

Molto suggestiva è la poesia senza titolo che inizia con l’incipit «C’è un uomo vestito di bianco,/ s’affaccia alla finestra, ma di fianco/…»; leggendo questi versi non possono essere dimenticate le immagini mediatiche di Papa Francesco entrate nelle nostre case, e Papa Francesco aveva un grande affetto per i poveri e per i migranti per i quali per lui era incontrovertibile il dovere dell’accoglienza nei paesi privilegiati.

Inoltre questo Papa amava profondamente la pace dichiarando che aveva il cuore straziato per le tante morti nelle guerre del suo e nostro tempo e proprio la guerra stessa è stata da lui definita come il controsenso della creazione.

Raffaele Piazza

                                      

 

Don Giovanni Mangiapane, Omaggio a Papa Francesco, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-76-9, mianoposta@gmail.com.

   

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Maurizio Zanon, "Poesie nascoste e poi ritrovate"

13 Maggio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Poesie nascoste e poi ritrovate

Maurizio Zanon

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Le Poesie nascoste e poi ritrovate - ultima fatica letteraria della lunga e feconda testimonianza lirica di Maurizio Zanon - non guidano, già dal titolo, all’intuizione di una tematica, per il semplice motivo che anche le singole poesie sono state decapitate della titolazione, sostituita da asterischi. Per venire in soccorso al lettore tradizionale, abituato a riconoscere le composizioni dalla loro identità denominativa, propongo l’utilizzo di tre sostantivi che possono racchiudere, al loro interno, una chiave interpretativa di questa raccolta poetica. Essi sono: ventaglio, caleidoscopio, mosaico. Mi spiego meglio: la realtà odierna, che è quella di un mondo in profonda trasformazione - e Zanon ne è perfettamente consapevole - può essere paragonata alla natura intrinseca richiamata da essi, ovvero dalla rappresentazione dinamica di un mondo frammentato, spazialmente aperto, liquido, in continua evoluzione, non sempre progressiva e, soprattutto, privo di punti stabili di riferimento.

Il poeta, facendosi cantore delle contraddizioni umane, diviene il portavoce talvolta del cosiddetto male di vivere, talaltra delle armonie della natura e dell’anima, e ancora dei motivi che sono suggeriti da realtà identificate dai nomi dell’ingiustizia, o della speranza, della malinconia, della guerra e della morte, della memoria, della funzione poetica. Si aprono così in lui ventagli tematici che costituiscono parte della struttura letteraria del libro, la quale a fisarmonica si apre e si chiude senza un ordine logico, ma con gli stimoli che giungono dalla sua interiorità e dall’osservazione del mondo esterno. Le lenti utilizzate dal poeta per scrutare il dissolvimento spirituale e morale dell’essere contemporaneo, storico e dell’esser-ci, secondo il linguaggio di Heidegger, si compongono e ricompongono come i cristalli di un caleidoscopio dalle colorazioni mutanti e dalle forme labili. E, in terza istanza, il mosaico che ne esce tenta di fissare sulla pagina poetica tutte le aspirazioni, i sogni, i bisogni della dimensione psicologica che albergano nell’io collettivo e personale di un’umanità dispersa in ricerca di nuovi volti per sopravvivere, dare un senso all’esistenza che ci è stata data quaggiù.

Si comprenderà meglio il discorso-messaggio di Zanon, visitandolo più da vicino. C’è un gruppo di liriche, la maggior parte collocate all’inizio della raccolta, ma anche sparse qua e là in tutto il testo, che sono un inno alle bellezze naturalistiche, contemplate con occhi poetici e rese liricamente con immagini soffuse e soavi: sembrano degli haiku dilatati (non hanno la forma tradizionale giapponese, composta da soli tre versi per un totale di 17 sillabe dallo schema 5-7-5) poiché sono comunque essenziali e come contenuto si avvalgono dell’amore verso la Natura. È sufficiente citare una di tali creazioni per accorgersi di una similitudine sostanziale: «I fiori donano il cuore/ alle variopinte farfalle/ e intonano/ una sinfonia di colori./ Nell’aria s’alzano delicati/ i profumi d’un’insolita primavera».

Il microcosmo qui dipinto si ritrova nelle altre liriche con altri soggetti ed altre immagini: v’è il merlo che saltella nel bosco e si cela fra le fronde degli alberi; v’è la luce del tramonto che rosea se ne va verso l’orizzonte; vi sono acque silenziose che si posano nei mattini dorati; sulla battigia s’infrange la salsedine marina… tali attimi di natura semplice, vergine, innocente sono il preludio - nel canto del poeta - al grido di denuncia contro l’assassinio, perpetrato da mano umana, del Creato; grido di dolore che prorompe più avanti con forza: «Cicale diurne al sole/ grilli notturni sotto la luna/ intonano un canto/ di sincera disperazione./ Non temono la fine della loro esistenza/ ma un clima assassino che muta.// L’uomo intanto si tiene in disparte/ ignorando d’essere il problema». Il messaggio ambientalista ed ecologico è uno dei più sentiti ed accorati di tutta la poetica zanoniana.

Natura e anima in lui convivono e sono due realtà che dovrebbero crescere con un’intesa perfetta. In un mio verso ispiratomi dalla contemplazione di un betulleto riposante sul fianco della montagna, così esprimo la suggestione apparsa davanti ai miei occhi: «L’anima mia è come corteccia di bianche betulle». Proprio in tale simbiosi naturalistica e spirituale penso avvenga lo sposalizio atteso dal poeta: purtroppo i tempi in cui viviamo sono lontani dal favorire l’unione, e ciò è motivo di sofferenza per vittime e carnefici della suddetta relazione. Ecco allora che compaiono incrinature ed ostacoli al progetto dell’armonia: «Fluttuano assetati i sogni/ occupano gli spazi del desiderio/ s’arrestano a ogni contrarietà dell’anima/ fino a sciogliersi in placidi silenzi». Ma, altrove, miracolosamente l’ahimsa si realizza: «Ho vissuto il mare/ nei suoi moti d’onde/ nei suoi silenzi salati.// E le volte che chiamò/ con insistenza l’anima mia/ risposi sempre di sì».

Oggi il male di vivere assume volti diversi in contesti di causa-effetto, i cui esiti finali sono sempre negativi per la vita umana, l’equilibrio interiore, la dimensione sociale. Il poeta mette il dito nella piaga e, il suo innato senso di giustizia, lo porta ad abbracciare una poesia di denuncia che altro non è se non l’etica dell’impegno civile e l’amore per il prossimo. «Dovremmo celebrare/ il dono della vita/ invece siamo qui a osservare in tivù/ bambini denutriti morenti/ distrutti da una barbarie infinita». Questi versi e altri simili sono paradigmatici degli abissi ancor oggi esistenti fra I dannati della Terra (Franz Fanon) e le ricche, opulente società occidentali. Ed appaiono nuove alienazioni, individui schiavi delle moderne tecnologie, sudditi di intelligenze artificiali, esistenze in preda al tarlo del nichilismo, uomini che abdicano dalla ragione per disegni di morte. Una forte e sentita poetica del dolore qui trova il suo compimento.

Talora il canto del poeta assume toni esistenziali crepuscolari, specchiandosi nel proprio io mediante un ossimoro, ovvero triste e vivace allo stesso tempo: «La malinconia/ l’ho incrociata la prima volta per via/ e da allora non è più andata via:/ io e lei una quieta accesa sinfonia». Gli stati d’animo sono altalenanti toccando picchi di ottimismo e ipogei di pessimismo: quest’ultimi sono rappresentati da due simbolici versi («… Aspirazioni e speranze s’infrangono:/ affondano in oceani di vuoti profondi»), mentre i primi sono lacerti che affiorano dalla scrittura e sono invocazioni per continuare a vivere sotto l’egida delle luce, nel tempo lieto che lenisce la vecchiaia, confidando nel domani nel quale coniugare costantemente verbi importanti come creare, sognare, amare, vivere, scrivere, sentire. Non manca «…un fragore di pensieri/ uno schiumare di ricordi…» in taluni momenti dedicati alle suggestioni memoriali.

Ogni tanto sorprendiamo il poeta nel parlare con le cose, a dare del tu all’estate, alla notte, alla luna. «Dimmi che ritornerai/ mia calda dolce estate…» chiede in tono confidenziale alla stagione della luce solare, suscitando magari i ricordi letterari de La bella estate di Pavese, che hanno accompagnato gli anni della nostra crescita; rimembranze leopardiane si possono rintracciare altrove, quando egli ricorda «le sere che solo/ parlavo alla luna…», ma non ci è dato sapere quali fossero gli interrogativi a lei posti; ancora da altri versi emerge il ruolo prezioso svolto dalla notte nell’accompagnarlo nel faticoso ma essenziale cammino della poesia, e qui sarà meglio citarli per carpire nel profondo il suo pensiero: «Notte, guardami:/ dimmi, come stai?/ Quante volte/ ti ho abbracciato/ in silenzio, lo sai/ mentre sostenevi/ la mia creatività/ il mio essere/ così da non indurmi/ a parole insensate!/ Ti ho amato, oh notte/ hai dato un senso/ alla mia vita/ alla mia scrittura/ senza farmi sentire/ un uomo inutile!». Accorate parole di ringraziamento per un’ancora di salvezza vitale, che si sintetizzano in un alter ego: «Ho scritto/ quasi sempre di notte./ E la notte/ ha scritto di me».

Mi piace concludere questa prefazione continuando a seguire il poeta nelle sue comunicazioni riguardo la poesia, arte posta in cima ai suoi valori, insostituibile compagna di vita, passione e ragione del suo essere. Sono lampi d’amore poco corrisposti dai contemporanei, ma inattaccabili nella sua anima: «Nel mondo che corre/ la poesia va adagio:/ si ferma, scruta, ascolta./ E raramente viene colta». Oppure: «I poeti/ ci inducono a pensare./ Per questo motivo/ sono poco di moda». Dichiara che nella vita non ha fatto altro che scrivere, non sapendo fare altro ed ora è ancor più, se non totalmente, rapito dalla poesia, non esistendo al di fuori di essa nulla a cui valga la pena dedicare il proprio tempo.

Scrivi, Maurizio… scrivi!

 

Enzo Concardi

 

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L’AUTORE

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive;  laureato in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari, ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte di liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali: Mario Stefani, Flavio Andreoli ed Enzo Concardi.

 

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Maurizio Zanon, Poesie nascoste e poi ritrovate, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 60, isbn 978-88-31497-90-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Pietro Nigro, "Notazioni estemporanee e varietà, vol.IX"

18 Aprile 2026 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Notazioni estemporanee e varie

Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Notazioni estemporanee e varietà di Pietro Nigro si inserisce in quella linea della scrittura contemporanea che unisce la concentrazione del pensiero alla leggerezza del frammento. È un libro che lavora sulla soglia: tra diario e meditazione, tra osservazione e intuizione, tra poesia e micro‑saggio. In questo spazio intermedio, Nigro costruisce una voce riconoscibile, capace di trasformare l’immediatezza in forma.

La brevità, in queste pagine, non è un espediente stilistico ma un metodo conoscitivo. Ogni nota nasce come gesto rapido, quasi un appunto, ma si condensa subito in una riflessione che supera il contingente. La varietà evocata dal titolo non disperde: al contrario, permette all’autore di interrogare la realtà da angolazioni molteplici, mantenendo una sorprendente coerenza interna. È una scrittura che procede per illuminazioni, per scarti minimi, per dettagli che diventano nuclei di senso.

Nigro attraversa registri diversi - lirico, aforistico, narrativo - senza mai perdere il controllo della forma. La sua parola è essenziale, asciutta, refrattaria alla retorica. In questa essenzialità si rivela la sua forza: la capacità di restituire la complessità del vivere senza sovraccarichi, affidandosi a un linguaggio che cerca la precisione più che l’enfasi, la risonanza più che l’effetto.

Notazioni estemporanee e varietà è un libro che invita a pensare e, allo stesso tempo, a sostare. Un libro che chiede attenzione, ma offre in cambio una limpidezza rara. È un contributo significativo alla scrittura di riflessione contemporanea, perché mostra come il frammento possa ancora essere un luogo fertile: un laboratorio in cui la parola, liberata dal superfluo, torna a essere strumento di conoscenza.

Ci sono libri che non si limitano a raccogliere testi, ma testimoniano un percorso interiore, una ricerca che attraversa gli anni e si rinnova a ogni nuova opera. Notazioni estemporanee e varietà, giunto al suo nono volume, appartiene a questa categoria: è un libro che non si esaurisce nella lettura, ma continua a risuonare, perché nasce da un’urgenza autentica - quella di comprendere l’uomo, la sua storia, il suo dolore, la sua speranza.

Pietro Nigro, con la consueta lucidità, costruisce un’opera che è insieme diario, meditazione, dialogo filosofico, testimonianza morale e atto poetico. La varietà annunciata dal titolo non è dispersione, ma metodo: ogni sezione illumina l’altra, ogni riflessione trova eco in un verso, ogni commento critico rivela un tratto della sua visione del mondo.

 

1. Il dialogo con l’IA: un nuovo spazio di interrogazione

Il volume si apre con un dialogo tra l’autore e un’intelligenza artificiale. Non è un semplice esperimento tecnologico: è un confronto tra due forme di conoscenza, tra la profondità dell’esperienza umana e la logica algoritmica. Nigro interroga la macchina su Akhenaton, sul monoteismo, sulle origini del pensiero religioso, e lo fa con la stessa serietà con cui si rivolgerebbe a un interlocutore umano. In un passaggio emblematico, afferma: «Sempre di monoteismo si tratta sia in Akhenaton che nei Giudei. Nessuno dei due… potevano avere idee chiare sul tipo di monoteismo da loro professato». Questa osservazione, apparentemente storica, rivela in realtà una domanda più profonda: quanto possiamo davvero conoscere del divino? Quanto è affidabile la nostra interpretazione del mistero? Il dialogo diventa così un pretesto per riflettere sulla natura stessa della conoscenza umana, sui suoi limiti e sulle sue possibilità.

 

2. Il dolore come origine della parola poetica

 

Una delle sezioni più intense del volume è il commento alla prefazione di Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, dove Pietro Nigro racconta la perdita della moglie Giovanna. Sono pagine di rara sincerità, in cui la biografia diventa materia poetica e la poesia diventa strumento di sopravvivenza.

Scrive: «Un improvviso e rapido malore me la portò via. Ed io piombai nel buio cunicolo di un dolore dell’anima… Unico mio conforto la poesia a lenire il mio dolore». Questa confessione non è solo un ricordo personale: è la chiave per comprendere l’intera opera di Nigro. La sua poesia nasce dal bisogno di dare forma all’indicibile, di trasformare la sofferenza in conoscenza, di cercare - anche nel buio - un varco verso la luce.

 

3. La memoria come fondamento della sua identità letteraria

 

Nigro intreccia costantemente la propria storia con quella della Casa Editrice Miano, in un dialogo che dura da oltre quarant’anni. Il ricordo del suo primo incontro con Guido Miano, nel 1982, non è nostalgia, ma riconoscimento di un’origine. Rievoca così quel momento: «Diedi a Guido un certo numero di componimenti poetici e alcuni mesi dopo… uscì il mio primo libro Il deserto e il cactus».

Questa memoria non è un semplice dato biografico: è la testimonianza di un rapporto editoriale e umano che ha accompagnato tutta la sua produzione. Ogni nuovo volume è anche un atto di fedeltà a quella storia condivisa.

 

 

4. La riflessione morale: l’uomo al centro del problema

 

Le pagine dedicate alle riflessioni civili e morali sono tra le più incisive del libro. Nigro non teme di affrontare temi complessi - il potere, la democrazia, la violenza, la corruzione - e lo fa con una franchezza che ricorda i grandi moralisti del Novecento. In un passaggio che colpisce per la sua radicalità, afferma: «Il male assoluto non è il potere… È l’uomo stesso».

Questa frase, che potrebbe sembrare pessimistica, è in realtà un invito alla responsabilità: se il male nasce dall’uomo, allora è nell’uomo che si può cercare anche il rimedio. Nigro non si limita a denunciare: indica una via, una possibilità di riscatto, una speranza che non si arrende.

 

 

5. La poesia come conoscenza e come preghiera

 

Le poesie e i commenti critici presenti nel volume mostrano un autore che considera la poesia non come ornamento, ma come strumento di verità. Nigro legge i testi altrui - come quelli di Michele Miano - con una profondità che rivela la sua stessa poetica. A proposito della lirica Verso sera di Michele Miano, osserva: «E il cielo sembra annegare/ in un mare di stelle».

E accosta questi versi a Leopardi, mostrando come la poesia contemporanea possa ancora dialogare con la grande tradizione. La sua interpretazione non è mai puramente tecnica: è sempre un atto di partecipazione emotiva e spirituale.

 

 

6. La tensione metafisica: l’uomo davanti al mistero

 

Molte pagine del volume sono dedicate alla domanda sul destino, sull’anima, sull’aldilà. Nigro non offre risposte definitive - sarebbe contrario alla sua onestà intellettuale - ma esplora il mistero con rispetto e con inquietudine. Scrive: «Progredire, anche oltre la morte. Non sappiamo. Grande è il mistero».

Questa sospensione, questa apertura, è forse il tratto più autentico della sua scrittura: la consapevolezza che la verità non si possiede, ma si cerca; che la vita non si spiega, ma si attraversa; che il mistero non si dissolve, ma si contempla.

 

 

7. Un libro che è un cammino

 

Notazioni estemporanee e varietà non è un’opera unitaria nel senso tradizionale, ma è unitaria nella sua intenzione profonda: raccogliere i frammenti di un pensiero in cammino, di una vita che continua a interrogarsi, di una coscienza che non rinuncia alla ricerca.

È un libro che chiede attenzione, perché ogni pagina contiene un nucleo di riflessione; è un libro che invita alla lentezza, perché la sua ricchezza non si coglie in fretta; è un libro che restituisce al lettore qualcosa di raro: la sensazione di essere accompagnato da una voce sincera, vigile, profondamente umana e che racchiude in fondo non solo alcune sue liriche ma anche una commovente foto di Pietro Nigro quasi in fasce insieme alla zia Angelina Suma, una parente della famosa attrice Marina Suma.

Pietro Nigro ci ricorda che la letteratura non è evasione, ma conoscenza; che la poesia non è decorazione, ma verità; che la riflessione non è un lusso, ma un dovere morale. E che, nonostante tutto, l’uomo può ancora cercare - e forse trovare - un varco verso la luce.

Michele Miano

 

Pietro Nigro, Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX,  prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-89-9, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

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Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"

17 Aprile 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Nella Pulvirenti

Nel mio cuore

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

L’uso della rima cuore fiore amore è una costante nei giardini della poesia e non sorprende che la poetessa Nella Pulvirenti nata a Catania nel 1966 e medico, che ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali e internazionali, abbia intitolato la raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, Nel mio cuore, nominazione che fa intendere la presenza di un sentimento profondo e sentito nell’essenza dell’interiorità dell’autrice che si traduce nei versi.

Se in poesia tutto è presunto per cuore la poeta intende presumibilmente la sua anima, la sua camera della mente nella quale sono segretamente custodite le parole che emergendo, sporgendo da un nulla che si fa essere divengono poesia.

Come afferma il prefatore Floriano Romboli la poesia stessa è consapevolmente, in altre parole, per la Nostra la leggerezza nella vita, il varco che porta alla salvezza per vincere il male di vivere e anche il mal d’aurora, il senso di inadeguatezza e intimo disagio nell’approccio quotidiano con la vita nel nostro liquido e alienato postmoderno occidentale.

Cifra distintiva della poetica della Pulvirenti è quella di un poiein neo lirico tout-court, che esprime uno stato d’animo sempre in bilico tra gioia e dolore e la raccolta non è scandita in sezioni.

In Equilibrio leggiamo: «Fragile equilibrio/ di anime deluse/ vago nella nebbia/ di luci soffuse/ che mi danno torpore/ e che senza calore/ mi ricordano un passato/ oramai violato/ da ricordi di sorrisi/ puniti e divisi/ da ciò che è successo/ in quel giorno funesto/ ancora non dimenticato/ che non fa parte del passato/ ma che dorme tra i meandri/ di un cuore svuotato».

Qui le rime baciate rafforzano l’icasticità del dettato nell’evocazione vaga di un passato che non tornerà mai più soffuso di speranza da individuare nel nome del titolo della lirica che è Equilibrio.

Tutto si realizza in un contesto dove anche i sorrisi sono puniti e divisi da ciò che è successo ma ciò che è successo rimane in sospeso in un limbo nel non detto e ciò genera un’atmosfera di onirismo purgatoriale nel serpeggiare di una forma di pessimismo se anche il cuore è svuotato.

In Empatia, che tende ad un certo ottimismo leggiamo: «Empatia era quella/ che ci legava/ una connessione emotiva ci pervadeva/ un amore profondo/ ci attraversava/ un pensiero empatico/ ci conduceva/ ad un’amicizia unica e sincera».

Quindi una vena anche intellettualistica connota queste poesie dove protagoniste sono le sensazioni che prevalgono sulle descrizioni.

Emblematica rispetto a quanto suddetto è la poesia Morire quando il morire stesso, ovviamente in modo metaforico, c’insegna a vivere e rinascere perché è affermato nella chiusa che rinascere è vivere quando si muore dentro.

E il morire e il rinascere avvengono in un solo attimo quando il tempo si ferma e così viene superato il limite e si esce dal tempo lineare.

Molte volte viene detto il peggio come nel componimento Tutto piange ma questo accade per il lucido proposito di toccare il fondo, il massimo nel dolore e della disperazione, ma con la segreta certezza che tale condizione verrà superata come si evince nei versi di chiusura: «…Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno», versi che ci fanno intendere che il riscatto è possibile non solo tramite la poesia ma anche attraverso la religiosità quando sono detti gli angeli.

Quindi tutto il lavoro della Nostra è un consapevole esercizio di conoscenza che diacronicamente partendo dal dolore di una vita che dà scacco nella sua progressione porta alla consolazione e ad una felicità da realizzarsi proprio nell’empatia con coloro che ci amano e noi amiamo e con l’aiuto degli angeli stessi.

Raffaele Piazza

      

  Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.

 

           

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Alfredo Alessio Conti, "Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali"

8 Aprile 2026 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali di Alfredo Alessio Conti (Independently published, 2025 pp.66 € 8.50) espone le convenzioni espressive dell'attualità, analizza lo studio consapevole delle parole e della loro influenza, illustra l'informazione cognitiva di un modo di scrivere, ancorato ai dettami della contemporaneità. Alfredo Alessio Conti trasmette al lettore una disorientante e significativa alienazione digitale, alimenta un'alterazione delle percezioni che, nei testi, traduce il modello deformante della realtà e delle emozioni, compone un potente stravolgimento della poesia dell'aspetto esistenziale in cui verità e inganno si confondono e intensificano le previsioni illusorie, nel contrasto interiore tra una pulsione sensibile e il suo disadattamento. L'autore osserva il cambiamento inesorabile della personalità umana, condizionato dall'impiego irresistibile, ossessivo e maniacale delle connessioni digitali, descrive l'utilizzo eccessivo di un vocabolario affrancato alle regole di una evoluzione linguistica alla deriva, spiega l'esperienza immersiva di un'interazione sociale nel rapido e frammentato contesto delle proprietà virtuali. Il libro mostra, anche visivamente, attraverso l'uso del carattere maiuscolo in alcuni versi, la sperimentazione artistica di ogni parola, collegata a un'estetica interpretativa dal forte impatto psicologico e analitico. Raccoglie il contenuto magnetico e iperbolico delle sensazioni artificiali, la scissione della coscienza, la dispersione dell'identità, laddove la mente e i pensieri sono sopraffatti da una dipendenza destabilizzante, i comportamenti umani elaborano una persistente contraddizione interferendo con le relazioni e la vita quotidiana. Alfredo Alessio Conti accoglie la sua poesia come la corrispondenza di un'indagine introspettiva alimentata dallo sbilanciamento affettivo e dalla sovraesposizione mediatica, la cronaca lucida e spietata di una riduzione comunicativa, di una sorveglianza di incomunicabilità e di superficialità che nutre il vuoto tra l'invadenza preoccupante e disarmante degli effimeri rapporti interpersonali e la simulazione del sentire. Consuma la destrezza sapiente dei versi per circoscrivere il disegno costrittivo dell'uomo, nella morsa che attanaglia le sue esitazioni, nella condizione di estraneità e di distacco da una frattura empatica tra ciò che si è e ciò che si vive senza la sensazione di una tangibile partecipazione al circuito del cuore. La poesia di Alfredo Alessio Conti rivela la vulnerabilità dell'uomo, spettatore di se stesso nel suggestivo palcoscenico della vita, vincolato nelle trame di un processo degenerativo, inadeguato alle deterioranti contrazioni di una lingua che trattiene la sua decadenza nel codice incisivo di una struttura disumanizzante, imposta da una sintassi opprimente e spersonalizzante. La costruzione poetica dell'autore si fa integrazione di un discorso che fortifica la densità eloquente dei segni e dei simboli, compone un valore terapeutico dinamico di comprensione, riconosce le interazioni disturbanti e minacciose tra individuo e società, l'assenza perturbante della congiunzione dialettica in un dialogo artificiale, la dimensione patologica del dire, la maglia intricata dei confronti in un sistema senza stabilità. Il libro rappresenta il groviglio enigmatico degli agguati mentali, una risposta esplicita alla crisi esistenziale, il disorientamento e lo smarrimento della solitudine, la vertigine dell'isolamento, nel passaggio destrutturato dove la capacità di perdersi diventa indispensabile per ritrovare se stessi e la propria valenza trasformativa.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

UN NULLA

 

Ho scritto centinaia

 

di PAROLE

 

in Internet.

 

Ho ricevuto migliaia di

 

MI PIACE

 

sulle mie pagine.

 

Di tutto questo

 

UN NULLA

 

mi è rimasto.

 

-------------------------

 

IPHONE

 

Scorro con le dita

sul mio

 

IPHONE

 

alla ricerca

 

del mio

 

PASSATO.

 

Non trovo NULLA

 

che mi

 

RICORDI veramente

 

CHI SONO.

 

---------------------------

 

 

MAGAZZINO BYTE

 

Oggi sono

 

quel che non sono.

 

ATTACCATO

 

ad una FLEBO DI CAVI

 

connessi alla rete

 

IMMAGAZINO byte

 

per sopravvivere

 

alla mia INCOSCIENZA.

 

-----------------------------

 

 

SPAZIO CYBER

 

Nel cyberspazio

 

mi rappresento

 

con la mia identità digitale

 

nell'AVATERRA

 

annuncerò

 

la mia FINE CORSA.

 

----------------------------

 

 

ORMAI PER DIRTI

 

Ormai per dirti ti amo

non mi resta che inviare

 

un messaggio whatsapp

 

una pagina Facebook

 

un video Tik Tok

 

un Twitt, un Instagram

 

non ho più parole

 

sulla bocca.

 

 

 

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"Diario poetico di Maurizio Zanon", a cura di Enzo Concardi

5 Aprile 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Diario poetico di Maurizio Zanon

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia, dove attualmente vive.

Il binomio diario–poesia si rivela nuovamente vincente come idea di una vita inserita in un felice cronotopo su un pianeta da abitare appunto poeticamente.

E qui il diario diviene il supporto temporale e fisico dove annotare le emozioni, ovviamente controllate, con saggezza in poesie, come se fossero metaforicamente i negativi delle molteplici situazioni della vita, delle sue fotografie del reale da trasmettere ai fortunati lettori in un gioco di specchi.

Si intersecano e si sovrappongono le due linee di codice, quella della scrittura in versi e quella della critica letteraria che si realizza attraverso la curatela di Enzo Concardi, che comprende un prologo, la sezione eponima Diario poetico con le poesie ognuna delle quali associate ad un close-reading e l’epilogo.

Da notare che le poesie si snodano con la forma di agenda poetica con i componimenti ordinati in ordine cronologico a partire dal 1979, anno dell’esordio poetico del Nostro quattordicenne con la poesia Cimitero.

Maurizio Zanon è veneziano e il suo poiein quasi inevitabilmente è pervaso dal fascino della sua magica terra, la sua città, con la sua laguna e i suoi palazzi, le sue inconfondibili atmosfere, introiettate nella mente e nell’anima del Nostro e tradotte in versi.

In preghiera tra i monti (del 2018) leggiamo: «Fai, o Signore, che nel distacco graduale/ da tutto quello che vive intorno a me/ e che mi appartiene/ mi convinca che tutto passa ed è vanità/ mentre resta e vale/ ciò che è eterno». In questo componimento è espressa la visione cattolica e trascendente del poeta, in particolare in consonanza con il veterotestamentario libro del Qoèlet e alla sua notissima massima Tutto è vanità solo vanità. Come scrive a questo proposito Concardi questa è una preghiera in prospettiva escatologica, che riguarda l’essere e non l’avere.

Leggiamo Nebbia: «Tu che nascondi le cose/ nascondimi quelle lontane/ gli amari ricordi e le piaghe/ del tempo deluso e sconfitto». Poesia ben lontana da San Martino di Carducci che esprimeva una visione ottimistica della vita e comunque le due composizioni hanno il comune denominatore della nebbia stessa nominata, protagonista che per tutti e non solo i poeti ha il potere di creare suggestione e atmosfere con tonalità affettive multiformi ed effetti dissolventi.

In Versi alla memoria di Guido Miano, inedito, 21 novembre 2025, leggiamo: «Resiste ancora la tua voce/ in quelle lunghe chiacchierate/ a telefono, sino a tarda sera/ ove si discuteva a come fare letteratura./ Parlare con te era aprirsi/ ad un mondo di idee mai banali/ ma fertili, come la natura a primavera./ Per destino, non ci siamo mai incontrati./ Pur tuttavia, caro Guido/ ci siamo visti/ specchiandoci entrambi sulle nitide acque della Poesia».

Poesia accorata piena di un pathos che però si apre all’ottimismo e non all’autocompiacimento, al dolore nostalgico, ma al contrario alla riattualizzazione della figura dell’Editore amico, scomparso ma presene attraverso il ricordo nell’anima forse ora ancora più vivo.

          Raffaele Piazza

 

Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"

29 Marzo 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Nel mio cuore

Nella Pulvirenti

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Non sorprende che nei tristi versi di questa raccolta poetica il rapporto vita/morte conosca coerentemente una formalizzazione antitetica, segnatamente tramite la polarizzazione “luce/buio”: «Siete la mia alba, siete il mio tramonto/ siete le mie lacrime di ogni giorno,/ laggiù oltre la luce vi cerco e vi trovo/ di notte nel buio e nel sonno profondo» (Per voi, corsivi miei, come sempre in seguito).

La morte prematura ha drammaticamente annullato l’esistenza di due cari amici, provocando in chi è rimasto lo sbigottimento sconfortato di coloro che non sanno trovare una ragione all’evento luttuoso che non possono accettare: «Increduli e smarriti/ siamo solo anime in frantumi/ che cercano invano la luce,/ nessuna ragione potrà mai accettare/ l’infausto destino che la vita/ ci ha destinato/ (…) Silenzi incomprensibili/ fiumi di lacrime/ domande senza risposte/ (…) Viviamo di ricordi/ per non morire dentro/ in questa buia e incomprensibile realtà» (Disperazione).

È proprio di quell’animale “speciale” che è l’uomo accompagnare al semplice vivere, comune a tutte le altre creature, il costante “vedersi vivere”, e quindi associare al fatto di essere al mondo la dolorosa consapevolezza dell’epilogo inevitabile di tale condizione, del necessario scomparire – prima o dopo è in fondo secondario – di ognuno dal campo luminoso e appagante della vita, di cui rimarrà soltanto il mesto ricordo, qui posto in risalto dall’insistenza dell’anafora: «Ti ricordi i tramonti insieme/ ti ricordi le risate vere/ ti ricordi i nostri viaggi sognati/ con grande impegno organizzati,/ le lunghe sere d’estate/ con gioia improvvisate/ con semplicità e allegria vissute/ non potranno più ritornare/ ma saranno cibo quotidiano/ per il cuore e per la mente…» (Ricordi). 

Risulta d’altronde degno di nota che i Greci collegassero strettamente l’origine della speculazione filosofica all’idea tormentosa della morte (meléte thanátu); e i pensatori dell’antichità offrirono, ovviamente, soluzioni teoretiche diverse al problema primario della fine dell’esistenza individuale, dal Platone del Fedone al “tetrafarmaco” di Epicuro, che raccomandava al proposito l’indifferenza intellettuale-morale, a causa dell’intima estraneità della medesima alla tensione cosciente connaturata all’esistere e perciò della sua sostanziale insignificanza.

A ben vedere questo era più facile ad asserirsi in astratto che a praticarsi in concreto, e la stessa cultura classica non se ne nascondeva le forti implicazioni disorientanti e angosciose, delle quali è un’eco rilevante nella poesia di un autore italiano moderno, Giovanni Pascoli, che affidava tale amaro, criptico aforisma alla conclusione de L’ultimo viaggio, il più celebre e forse meglio riuscito dei Poemi conviviali (1904), composto a partire del settembre-ottobre 1903: «- Non esser mai! non esser mai! più nulla/ ma meno morte che non esser più! - » (XXIV, Calypso, vv.52-53 , cioè: «è meglio non essere nati, che nascere e vivere una vita caratterizzata dalla penosa ossessione della morte»).

Si coglie traccia di una concezione siffatta altresì in talune liriche, di lontana ascendenza quasimodiana, di Nella Pulvirenti: «Legati ad un filo/ stiamo sulla terra/ che ignava ci accoglie/ ognuno con il suo destino/ sperando di vivere/ sognando di vincere/ una lotta continua/ contro il tempo/ ma la vita ci avverte/ che la morte si avvicina» (Sulla terra);  l’autrice manifesta apertamente la propria rabbia dinanzi alla subitanea cancellazione della vicenda etico-psicologica di determinate persone, dei loro progetti, delle loro aspirazioni, dei loro sogni: «Siete il mio sorriso/ dopo urla di pianto/ siete il mio coraggio/ in mezzo al mare in tempesta/ siete il mio esempio/ nell’affrontare la vita/ che ingiustamente/ ha chiuso una partita/ ancora tutta da giocare/ rimasta ancora aperta/ che ci ha lasciato dolore e sgomento/ che ci ricorda ogni giorno/ come tutto può finire in un secondo…» (Ancora in viaggio); «Gioia vera colpita da una bufera/ che ha distrutto tante e tante vite/ giovani e meno giovani/ ancora pesantemente incredule e stupite,/ non si può accettare che siate volati via/ lassù su quelle nuvole oltre il mare/ ma vi sento ancora sorridere e sussurrare/ che la vita vera non è quella vissuta sulla terra/ma è ciò che io ancora non riesco ad accettare…» (Bufera).

Gli è che in generale la morte ha il potere sinistro e terribile di lacerare violentemente la rete delle relazioni sentimentali-affettive fra gli individui, deprivando e “svuotando” l’esistenza dei suoi valori più veri e preziosi, dei suoi contenuti fondamentali: «In questo mondo complicato/ c’era stato con voi uno spiraglio/ di gioia, amore e di felicità/ di leggerezza, rispetto e complicità/ di vera e sincera intimità/ ma tutto improvvisamente si è spento/ in quel tragico momento/ non mi aspettavo che tutto questo tormento/ arrivasse nella mia vita/ già ricolma sia di gioia che di dolore/ dove lotto da sempre per far vincere l’amore…» (È stato un sogno); «I giorni bui e le notti insonni/ le lacrime agli occhi/ che non vedono più/ le mani non stringono/ si sono arenate/ i volti amici/ non sorridono più,/ il sole non sorge, il buio non cala/ perché il tramonto non si colora più…» (Per ricordare); e la relazione stessa con la realtà cambia repentinamente e intensamente di segno, stando all’accorata confessione del grande economista e sociologo Vilfredo Pareto, che in una lettera del gennaio 1919 all’amico Guido Sensini con queste parole rammentava, a distanza di molti anni, lo strazio patito per la scomparsa della madre Marie Métenier avvenuta nel settembre 1889: «Quando ho perduto la mia (madre) mi è parso che il mondo diventasse interamente diverso da quello di prima». Lo stesso attesta puntualmente la scrittrice siciliana: «Vi ascolto ogni dì sia all’alba che al tramonto/ vi sento vicini parlare e sorridere/ ma sento una ferita profonda nel cuore/ che non mi dà pace neanche nel sonno più profondo/ vago sperduta fra i meandri della mia mente/ mentre cerco maledettamente di comprendere/ ciò che è potuto succedere sulla nostra strada…» (Dolore).

Nei suoi testi tale situazione morale appare crudelmente bloccata e resa con sistematica, sofferta incisività attraverso un linguaggio contraddistinto da linearità essenziale, eppure non privo di accuratezza ritmico-letteraria, come dimostra il diffuso, elegante ricorso alla rima («Potrà mai tornare la primavera/ dopo questa incontenibile bufera/ che si è abbattuta tra le nostre vite/ ancora incredule e stupite…/ (…) Potrà mai allontanarsi questo dolore/ silenzioso compagno di notti insonni/ che non può  rispondere ai perché impossibili/ ma che trasforma l’assenza in presenza/ rendendo così più accettabile questa esistenza»  (Vuoto); «Volate più in alto/ fra nubi dorate/ intensamente colorate/ da un sole al tramonto/ che illumina un mondo/ ormai moribondo» (Sgomento) e più raramente all’enjambement: «In mezzo a tutto questo dolore/ che non può svanire/ che devo obbligatoriamente sentire/ dentro un cuore svuotato/ da tutti questi meravigliosi/ ricordi del passato…» (Vi cerco); «Dopo una notte di dolore/ che ha acceso un calore/ nelle mie membra un malore/ che sento dormendo/ con gli occhi sbarrati/ ancora catturati/ da immagini smarrite/ di foto poco definite/ che riempiono la mia mente/ ancora sofferente…» (Notte di dolore).

La visione della dottoressa Pulvirenti non è tuttavia completamente negativa; essa dissemina nei varî componimenti così malinconicamente intonati spunti contrastanti, “segnali” di attesa positiva: «Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno» (Tutto piange); «Mi alzo con fatica/ spinta da una luce amica/ che mi toglie il torpore/ di un cronico dolore…» (Notte di dolore, cit.); «La notte mi schiaccia il cuore/ e l’alba mi dà una nuova speranza» (Se avessi immaginato).

Mi preme infine sottolineare le potenzialità purificatrici e finalizzanti connesse alla capacità di «immaginare un’altra vita» (Squallore);  in questa prospettiva anche  per la poetessa è forse la condizione della giustificazione e del superamento delle sofferenze terrene per quanto prolungate e profonde: «Siete rifugio, siete guida/ siete il segnale/ di un’altra vita…» (Un’altra vita).

Floriano  Romboli

 

Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Nella Pulvirenti è nata a Catania nel 1966 e risiede a Giarre (CT). Si è laureata in Medicina e Chirurgia nel 1994 presso l’Università di Catania, con specializzazione nel 1998 in Dermatologia. Nel 2003 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in farmacologia preclinica e clinica (dermato-farmacologia). Esercita a tutt’oggi con dedizione la professione di medico ma la poesia è per la Pulvirenti un rifugio dell’anima dove ritrovare se stessa.

 

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