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poesia

Alfredo Alessio Conti, "Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali"

8 Aprile 2026 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali di Alfredo Alessio Conti (Independently published, 2025 pp.66 € 8.50) espone le convenzioni espressive dell'attualità, analizza lo studio consapevole delle parole e della loro influenza, illustra l'informazione cognitiva di un modo di scrivere, ancorato ai dettami della contemporaneità. Alfredo Alessio Conti trasmette al lettore una disorientante e significativa alienazione digitale, alimenta un'alterazione delle percezioni che, nei testi, traduce il modello deformante della realtà e delle emozioni, compone un potente stravolgimento della poesia dell'aspetto esistenziale in cui verità e inganno si confondono e intensificano le previsioni illusorie, nel contrasto interiore tra una pulsione sensibile e il suo disadattamento. L'autore osserva il cambiamento inesorabile della personalità umana, condizionato dall'impiego irresistibile, ossessivo e maniacale delle connessioni digitali, descrive l'utilizzo eccessivo di un vocabolario affrancato alle regole di una evoluzione linguistica alla deriva, spiega l'esperienza immersiva di un'interazione sociale nel rapido e frammentato contesto delle proprietà virtuali. Il libro mostra, anche visivamente, attraverso l'uso del carattere maiuscolo in alcuni versi, la sperimentazione artistica di ogni parola, collegata a un'estetica interpretativa dal forte impatto psicologico e analitico. Raccoglie il contenuto magnetico e iperbolico delle sensazioni artificiali, la scissione della coscienza, la dispersione dell'identità, laddove la mente e i pensieri sono sopraffatti da una dipendenza destabilizzante, i comportamenti umani elaborano una persistente contraddizione interferendo con le relazioni e la vita quotidiana. Alfredo Alessio Conti accoglie la sua poesia come la corrispondenza di un'indagine introspettiva alimentata dallo sbilanciamento affettivo e dalla sovraesposizione mediatica, la cronaca lucida e spietata di una riduzione comunicativa, di una sorveglianza di incomunicabilità e di superficialità che nutre il vuoto tra l'invadenza preoccupante e disarmante degli effimeri rapporti interpersonali e la simulazione del sentire. Consuma la destrezza sapiente dei versi per circoscrivere il disegno costrittivo dell'uomo, nella morsa che attanaglia le sue esitazioni, nella condizione di estraneità e di distacco da una frattura empatica tra ciò che si è e ciò che si vive senza la sensazione di una tangibile partecipazione al circuito del cuore. La poesia di Alfredo Alessio Conti rivela la vulnerabilità dell'uomo, spettatore di se stesso nel suggestivo palcoscenico della vita, vincolato nelle trame di un processo degenerativo, inadeguato alle deterioranti contrazioni di una lingua che trattiene la sua decadenza nel codice incisivo di una struttura disumanizzante, imposta da una sintassi opprimente e spersonalizzante. La costruzione poetica dell'autore si fa integrazione di un discorso che fortifica la densità eloquente dei segni e dei simboli, compone un valore terapeutico dinamico di comprensione, riconosce le interazioni disturbanti e minacciose tra individuo e società, l'assenza perturbante della congiunzione dialettica in un dialogo artificiale, la dimensione patologica del dire, la maglia intricata dei confronti in un sistema senza stabilità. Il libro rappresenta il groviglio enigmatico degli agguati mentali, una risposta esplicita alla crisi esistenziale, il disorientamento e lo smarrimento della solitudine, la vertigine dell'isolamento, nel passaggio destrutturato dove la capacità di perdersi diventa indispensabile per ritrovare se stessi e la propria valenza trasformativa.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

UN NULLA

 

Ho scritto centinaia

 

di PAROLE

 

in Internet.

 

Ho ricevuto migliaia di

 

MI PIACE

 

sulle mie pagine.

 

Di tutto questo

 

UN NULLA

 

mi è rimasto.

 

-------------------------

 

IPHONE

 

Scorro con le dita

sul mio

 

IPHONE

 

alla ricerca

 

del mio

 

PASSATO.

 

Non trovo NULLA

 

che mi

 

RICORDI veramente

 

CHI SONO.

 

---------------------------

 

 

MAGAZZINO BYTE

 

Oggi sono

 

quel che non sono.

 

ATTACCATO

 

ad una FLEBO DI CAVI

 

connessi alla rete

 

IMMAGAZINO byte

 

per sopravvivere

 

alla mia INCOSCIENZA.

 

-----------------------------

 

 

SPAZIO CYBER

 

Nel cyberspazio

 

mi rappresento

 

con la mia identità digitale

 

nell'AVATERRA

 

annuncerò

 

la mia FINE CORSA.

 

----------------------------

 

 

ORMAI PER DIRTI

 

Ormai per dirti ti amo

non mi resta che inviare

 

un messaggio whatsapp

 

una pagina Facebook

 

un video Tik Tok

 

un Twitt, un Instagram

 

non ho più parole

 

sulla bocca.

 

 

 

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"Diario poetico di Maurizio Zanon", a cura di Enzo Concardi

5 Aprile 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Diario poetico di Maurizio Zanon

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia, dove attualmente vive.

Il binomio diario–poesia si rivela nuovamente vincente come idea di una vita inserita in un felice cronotopo su un pianeta da abitare appunto poeticamente.

E qui il diario diviene il supporto temporale e fisico dove annotare le emozioni, ovviamente controllate, con saggezza in poesie, come se fossero metaforicamente i negativi delle molteplici situazioni della vita, delle sue fotografie del reale da trasmettere ai fortunati lettori in un gioco di specchi.

Si intersecano e si sovrappongono le due linee di codice, quella della scrittura in versi e quella della critica letteraria che si realizza attraverso la curatela di Enzo Concardi, che comprende un prologo, la sezione eponima Diario poetico con le poesie ognuna delle quali associate ad un close-reading e l’epilogo.

Da notare che le poesie si snodano con la forma di agenda poetica con i componimenti ordinati in ordine cronologico a partire dal 1979, anno dell’esordio poetico del Nostro quattordicenne con la poesia Cimitero.

Maurizio Zanon è veneziano e il suo poiein quasi inevitabilmente è pervaso dal fascino della sua magica terra, la sua città, con la sua laguna e i suoi palazzi, le sue inconfondibili atmosfere, introiettate nella mente e nell’anima del Nostro e tradotte in versi.

In preghiera tra i monti (del 2018) leggiamo: «Fai, o Signore, che nel distacco graduale/ da tutto quello che vive intorno a me/ e che mi appartiene/ mi convinca che tutto passa ed è vanità/ mentre resta e vale/ ciò che è eterno». In questo componimento è espressa la visione cattolica e trascendente del poeta, in particolare in consonanza con il veterotestamentario libro del Qoèlet e alla sua notissima massima Tutto è vanità solo vanità. Come scrive a questo proposito Concardi questa è una preghiera in prospettiva escatologica, che riguarda l’essere e non l’avere.

Leggiamo Nebbia: «Tu che nascondi le cose/ nascondimi quelle lontane/ gli amari ricordi e le piaghe/ del tempo deluso e sconfitto». Poesia ben lontana da San Martino di Carducci che esprimeva una visione ottimistica della vita e comunque le due composizioni hanno il comune denominatore della nebbia stessa nominata, protagonista che per tutti e non solo i poeti ha il potere di creare suggestione e atmosfere con tonalità affettive multiformi ed effetti dissolventi.

In Versi alla memoria di Guido Miano, inedito, 21 novembre 2025, leggiamo: «Resiste ancora la tua voce/ in quelle lunghe chiacchierate/ a telefono, sino a tarda sera/ ove si discuteva a come fare letteratura./ Parlare con te era aprirsi/ ad un mondo di idee mai banali/ ma fertili, come la natura a primavera./ Per destino, non ci siamo mai incontrati./ Pur tuttavia, caro Guido/ ci siamo visti/ specchiandoci entrambi sulle nitide acque della Poesia».

Poesia accorata piena di un pathos che però si apre all’ottimismo e non all’autocompiacimento, al dolore nostalgico, ma al contrario alla riattualizzazione della figura dell’Editore amico, scomparso ma presene attraverso il ricordo nell’anima forse ora ancora più vivo.

          Raffaele Piazza

 

Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"

29 Marzo 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Nel mio cuore

Nella Pulvirenti

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Non sorprende che nei tristi versi di questa raccolta poetica il rapporto vita/morte conosca coerentemente una formalizzazione antitetica, segnatamente tramite la polarizzazione “luce/buio”: «Siete la mia alba, siete il mio tramonto/ siete le mie lacrime di ogni giorno,/ laggiù oltre la luce vi cerco e vi trovo/ di notte nel buio e nel sonno profondo» (Per voi, corsivi miei, come sempre in seguito).

La morte prematura ha drammaticamente annullato l’esistenza di due cari amici, provocando in chi è rimasto lo sbigottimento sconfortato di coloro che non sanno trovare una ragione all’evento luttuoso che non possono accettare: «Increduli e smarriti/ siamo solo anime in frantumi/ che cercano invano la luce,/ nessuna ragione potrà mai accettare/ l’infausto destino che la vita/ ci ha destinato/ (…) Silenzi incomprensibili/ fiumi di lacrime/ domande senza risposte/ (…) Viviamo di ricordi/ per non morire dentro/ in questa buia e incomprensibile realtà» (Disperazione).

È proprio di quell’animale “speciale” che è l’uomo accompagnare al semplice vivere, comune a tutte le altre creature, il costante “vedersi vivere”, e quindi associare al fatto di essere al mondo la dolorosa consapevolezza dell’epilogo inevitabile di tale condizione, del necessario scomparire – prima o dopo è in fondo secondario – di ognuno dal campo luminoso e appagante della vita, di cui rimarrà soltanto il mesto ricordo, qui posto in risalto dall’insistenza dell’anafora: «Ti ricordi i tramonti insieme/ ti ricordi le risate vere/ ti ricordi i nostri viaggi sognati/ con grande impegno organizzati,/ le lunghe sere d’estate/ con gioia improvvisate/ con semplicità e allegria vissute/ non potranno più ritornare/ ma saranno cibo quotidiano/ per il cuore e per la mente…» (Ricordi). 

Risulta d’altronde degno di nota che i Greci collegassero strettamente l’origine della speculazione filosofica all’idea tormentosa della morte (meléte thanátu); e i pensatori dell’antichità offrirono, ovviamente, soluzioni teoretiche diverse al problema primario della fine dell’esistenza individuale, dal Platone del Fedone al “tetrafarmaco” di Epicuro, che raccomandava al proposito l’indifferenza intellettuale-morale, a causa dell’intima estraneità della medesima alla tensione cosciente connaturata all’esistere e perciò della sua sostanziale insignificanza.

A ben vedere questo era più facile ad asserirsi in astratto che a praticarsi in concreto, e la stessa cultura classica non se ne nascondeva le forti implicazioni disorientanti e angosciose, delle quali è un’eco rilevante nella poesia di un autore italiano moderno, Giovanni Pascoli, che affidava tale amaro, criptico aforisma alla conclusione de L’ultimo viaggio, il più celebre e forse meglio riuscito dei Poemi conviviali (1904), composto a partire del settembre-ottobre 1903: «- Non esser mai! non esser mai! più nulla/ ma meno morte che non esser più! - » (XXIV, Calypso, vv.52-53 , cioè: «è meglio non essere nati, che nascere e vivere una vita caratterizzata dalla penosa ossessione della morte»).

Si coglie traccia di una concezione siffatta altresì in talune liriche, di lontana ascendenza quasimodiana, di Nella Pulvirenti: «Legati ad un filo/ stiamo sulla terra/ che ignava ci accoglie/ ognuno con il suo destino/ sperando di vivere/ sognando di vincere/ una lotta continua/ contro il tempo/ ma la vita ci avverte/ che la morte si avvicina» (Sulla terra);  l’autrice manifesta apertamente la propria rabbia dinanzi alla subitanea cancellazione della vicenda etico-psicologica di determinate persone, dei loro progetti, delle loro aspirazioni, dei loro sogni: «Siete il mio sorriso/ dopo urla di pianto/ siete il mio coraggio/ in mezzo al mare in tempesta/ siete il mio esempio/ nell’affrontare la vita/ che ingiustamente/ ha chiuso una partita/ ancora tutta da giocare/ rimasta ancora aperta/ che ci ha lasciato dolore e sgomento/ che ci ricorda ogni giorno/ come tutto può finire in un secondo…» (Ancora in viaggio); «Gioia vera colpita da una bufera/ che ha distrutto tante e tante vite/ giovani e meno giovani/ ancora pesantemente incredule e stupite,/ non si può accettare che siate volati via/ lassù su quelle nuvole oltre il mare/ ma vi sento ancora sorridere e sussurrare/ che la vita vera non è quella vissuta sulla terra/ma è ciò che io ancora non riesco ad accettare…» (Bufera).

Gli è che in generale la morte ha il potere sinistro e terribile di lacerare violentemente la rete delle relazioni sentimentali-affettive fra gli individui, deprivando e “svuotando” l’esistenza dei suoi valori più veri e preziosi, dei suoi contenuti fondamentali: «In questo mondo complicato/ c’era stato con voi uno spiraglio/ di gioia, amore e di felicità/ di leggerezza, rispetto e complicità/ di vera e sincera intimità/ ma tutto improvvisamente si è spento/ in quel tragico momento/ non mi aspettavo che tutto questo tormento/ arrivasse nella mia vita/ già ricolma sia di gioia che di dolore/ dove lotto da sempre per far vincere l’amore…» (È stato un sogno); «I giorni bui e le notti insonni/ le lacrime agli occhi/ che non vedono più/ le mani non stringono/ si sono arenate/ i volti amici/ non sorridono più,/ il sole non sorge, il buio non cala/ perché il tramonto non si colora più…» (Per ricordare); e la relazione stessa con la realtà cambia repentinamente e intensamente di segno, stando all’accorata confessione del grande economista e sociologo Vilfredo Pareto, che in una lettera del gennaio 1919 all’amico Guido Sensini con queste parole rammentava, a distanza di molti anni, lo strazio patito per la scomparsa della madre Marie Métenier avvenuta nel settembre 1889: «Quando ho perduto la mia (madre) mi è parso che il mondo diventasse interamente diverso da quello di prima». Lo stesso attesta puntualmente la scrittrice siciliana: «Vi ascolto ogni dì sia all’alba che al tramonto/ vi sento vicini parlare e sorridere/ ma sento una ferita profonda nel cuore/ che non mi dà pace neanche nel sonno più profondo/ vago sperduta fra i meandri della mia mente/ mentre cerco maledettamente di comprendere/ ciò che è potuto succedere sulla nostra strada…» (Dolore).

Nei suoi testi tale situazione morale appare crudelmente bloccata e resa con sistematica, sofferta incisività attraverso un linguaggio contraddistinto da linearità essenziale, eppure non privo di accuratezza ritmico-letteraria, come dimostra il diffuso, elegante ricorso alla rima («Potrà mai tornare la primavera/ dopo questa incontenibile bufera/ che si è abbattuta tra le nostre vite/ ancora incredule e stupite…/ (…) Potrà mai allontanarsi questo dolore/ silenzioso compagno di notti insonni/ che non può  rispondere ai perché impossibili/ ma che trasforma l’assenza in presenza/ rendendo così più accettabile questa esistenza»  (Vuoto); «Volate più in alto/ fra nubi dorate/ intensamente colorate/ da un sole al tramonto/ che illumina un mondo/ ormai moribondo» (Sgomento) e più raramente all’enjambement: «In mezzo a tutto questo dolore/ che non può svanire/ che devo obbligatoriamente sentire/ dentro un cuore svuotato/ da tutti questi meravigliosi/ ricordi del passato…» (Vi cerco); «Dopo una notte di dolore/ che ha acceso un calore/ nelle mie membra un malore/ che sento dormendo/ con gli occhi sbarrati/ ancora catturati/ da immagini smarrite/ di foto poco definite/ che riempiono la mia mente/ ancora sofferente…» (Notte di dolore).

La visione della dottoressa Pulvirenti non è tuttavia completamente negativa; essa dissemina nei varî componimenti così malinconicamente intonati spunti contrastanti, “segnali” di attesa positiva: «Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno» (Tutto piange); «Mi alzo con fatica/ spinta da una luce amica/ che mi toglie il torpore/ di un cronico dolore…» (Notte di dolore, cit.); «La notte mi schiaccia il cuore/ e l’alba mi dà una nuova speranza» (Se avessi immaginato).

Mi preme infine sottolineare le potenzialità purificatrici e finalizzanti connesse alla capacità di «immaginare un’altra vita» (Squallore);  in questa prospettiva anche  per la poetessa è forse la condizione della giustificazione e del superamento delle sofferenze terrene per quanto prolungate e profonde: «Siete rifugio, siete guida/ siete il segnale/ di un’altra vita…» (Un’altra vita).

Floriano  Romboli

 

Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Nella Pulvirenti è nata a Catania nel 1966 e risiede a Giarre (CT). Si è laureata in Medicina e Chirurgia nel 1994 presso l’Università di Catania, con specializzazione nel 1998 in Dermatologia. Nel 2003 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in farmacologia preclinica e clinica (dermato-farmacologia). Esercita a tutt’oggi con dedizione la professione di medico ma la poesia è per la Pulvirenti un rifugio dell’anima dove ritrovare se stessa.

 

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A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Maurizio Zanon"

21 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #saggi

 

 

 

Diario poetico di Maurizio Zanon

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive. Ha conseguito la maturità scientifica presso il Liceo Benedetti e si è laureato nel 1980 in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie; poco dopo ha conosciuto il poeta Mario Stefani che lo ha incoraggiato a proseguire e lo ha seguito nelle successive raccolte spesso scrivendo per lui. In occasione dei primi vent’anni di attività poetica, nel 1999, Stefani gli ha dedicato la monografia Maurizio Zanon: il canto di una voce solitaria. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali Flavio Andreoli, autore nel 2006 dello studio Erat Verbum. La poesia di Maurizio Zanon, e più recentemente da Enzo Concardi. Ha conosciuto vari poeti famosi: Diego Valeri, quando risiedeva a Venezia, Giovanni Giudici con Ignazio Buttitta e Andrea Zanzotto, presso lo Studio Museo “Augusto Murer” di Falcade, Luciano Luisi, alla presentazione di un suo libro a Mestre, Maria Luisa Spaziani, in occasione della sua partecipazione al “Premio Eugenio Montale” a Roma, Patrizia Valduga, negli anni dell’università a Venezia, Paolo Ruffilli ed il poeta vernacolare Attilio Carminati. Vicino fin dalla giovinezza al mondo dell’arte, Maurizio Zanon ha conosciuto e presentato vari pittori e scultori in manifestazioni artistico-letterarie; ha collaborato con loro alla stesura di cartelle grafiche.

Gli amici artisti hanno ispirato e/o illustrato alcune sue produzioni poetiche; tra questi Bruno Blenner (pittore), Virgilio Guidi (pittore e poeta), Giampietro Cudin (pittore, scultore e grafico), Elio Jodice (pittore), Fabio Heinz (orafo), Guido Baldessari (pittore), Franco Murer (pittore e scultore), Stefano Zanus (pittore). Ha conseguito vari premi di livello nazionale e internazionale; sue poesie sono state tradotte in ungherese, inglese, francese, tedesco e spagnolo.

Questa essenziale mia stesura del curriculum vitae, apparsa nel lavoro Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon (Miano Editore, Milano 2024) proseguiva con la lunga elencazione delle sue opere di poesia – parte preponderante – narrativa, CD, e della saggistica critica sui suoi testi.

In questo Diario poetico andiamo alla ricerca dell’identità più intima dell’artista, che si evince anche nell’ascolto della sua voce auto-narrantesi e nel mettere a nudo un’anima dalla sincerità cristallina. Come nella scoperta di Diego Valeri del quale dice: «Ho amato fin da ragazzo questo grande poeta del Novecento… E così, fin dalle prime poesie, ho iniziato ad approfondire la tematica del tempo, nucleo centrale della mia poetica, seguendo un po’ la traccia segnata dal poeta, così sensibile e colto...». Scriveva infatti Diego Valeri: «L’istante che non sta/ che mentre è, già non è più/ l’innumerevole istante./ Tu vedi: è stolto temere la morte/ se vivendo/ ogni istante si muore». Riprende Zanon: «Un rapporto dunque impari fra l’eternità del tempo e la limitatezza del nostro arco di sviluppo biologico. Forse, per questo motivo, la malinconia è stata la mia fedele compagna di vita. Ho intuito subito che una cosa che comincia è già finita, sprecando così l’occasione di vivere pienamente l’istante, il presente, a guisa di nevrosi temporale».

 

Ma Zanon è troppo severo verso sé stesso: qui tace almeno un altro nucleo essenziale della sua poetica e della sua vita: la grande sete del poeta si definisce con più nomi, che tutti però hanno per radice il nome dell’amore: amore per la vita, amore per la libertà, amore per l’amore, amore per la natura, amore per l’eterno, passione per Venezia.

Enzo Concardi

 

Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"

18 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #floriano romboli

 

 

 

 

Floriano Romboli (a cura di)

Diario poetico di Tommaso Tommasi

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Per i tipi della Casa Editrice “Guido Miano” - che opera nella metropoli milanese - è stato pubblicato a gennaio 2026, nella collana “Il Cammeo d’Oro”, il Diario poetico del poeta ascolano Tommaso Tommasi. Sono qui raccolte alcune poesie e taluni lacerti di prosa tratti da sue precedenti raccolte e precisamente, in ordine cronologico: Poesie di vita quotidiana (1990); Poesie del caos (1996); Sul mare azzurro della notte (2019); Lamodeca (2022); Poesogni (2024). Il lavoro si apre con un Prologo informativo e qualche nota di inquadramento critico, tanto per partire, scritto dal critico toscano Floriano Romboli e tale ‘incipit’ svolge la funzione di quella che tradizionalmente è la prefazione. Tuttavia il contributo del critico non si ferma qui, come solitamente avviene, ma prosegue nel corso di tutte le pagine del testo, in quanto esso è strutturato in modo tale che ad ogni lirica dell’autore segue il commento critico di Romboli: il risultato per il lettore è quanto meno interessante, poiché può avere a disposizione un parere autorevole interpretativo sulla poetica dell’autore, sul suo pensiero e sui significati da attribuire alle parti eventualmente più ostiche come linguaggio, oltre che consentire un confronto tra il lettore stesso e l’analisi critica. In più, occorre aggiungere che l’intervento specifico e particolareggiato su ogni composizione, rende possibile e facilita un’esegesi più mirata anche per chi legge, purché non si scada nello scolastico e nell’accademico, evento che non appartiene assolutamente al caso del nostro curatore.

E ciò risulta evidente se proponiamo in questa recensione un esempio paradigmatico, applicato a una lirica del Tommasi: Il suono del vento. Ecco il testo: «Sulla strada polverosa/ dove non passa nessuno/ mi sono fermato/ a sentire il suono del vento./ Le canne spuntano tra i rovi/ e sembrano urlare la loro paura,/ la paura di soffocare/  mentre viviamo muti». Ed ecco la nota critica: «Un paesaggio descritto nei suoi aspetti negativi e respingenti diviene l’emblema del ‘male di vivere’ contemporaneo, contrassegnato soprattutto da solitudine, intima tensione, assenza drammatica di comunicazione. Lo stato d’animo dominante è la paura - il vocabolo è ripetuto fra la fine e l’inizio di due versi - , in una condizione esistenziale oppressa e paralizzata dall’inquietudine». In questa prima poesia incontriamo già espressa con immagini suggestive ed efficaci la condizione umana del vivere odierno, una delle due tematiche fondamentali del poeta, l’altra è il canto d’ amore.

Utilizzando una reminiscenza eliotiana – la terra desolata – possiamo addentrarci in quella che è la ‘disumanizzazione’ della vita contemporanea, chiamata da Montale ‘pietrificazione’, e descritta dall’autore in diverse poesie.

Nella lirica L’uomo metropolitano appare evidente l’alienazione dell’esistenza urbana, dove l’individuo è anonimo nella massa, un ingranaggio del sistema, un ‘signor nessuno’ fra tanti ‘nessuno’. È una di quelle composizioni scritte con parole che sembrano ritagliate dai giornali, affastellate tra di loro in maniera disordinata, caotica: appunto, per significare il disorientamento ontologico e spirituale contemporaneo, il poeta le ha definite Poesie del caos, titolo di una sua raccolta. Le antitesi, i contrasti fra ombre e luci, la speleologia della vita interiore e il mondo esterno sono bipolarità che caratterizzano le sue simbologie, come nella accattivante Le grotte del poeta, il cui testo recita: «Vola il pipistrello/ nelle grotte del poeta./ Il disordine ruota nel cervello/ e l’altalena del sogno/ si siede ad ascoltare/ musica ad alto volume./ Dalla grotta salgo le scale/ fino al paradiso della vita./ Fuori dal mondo/ per sfidare la vita,/ per vivere un altro sé/ nell’immagine dell’ignoto».

Per Tommasi l’amore ha il nome di Syl (Silvia):  «Ti amo così,/ nel silenzio./ Ti amo così,/ al buio./ Ti amo così,/ e mi basta per vivere,/ anche se tu non sei qui./ Ti amo così,/ ma ti aspetto.// Ti amo» (Ti amo). «Non riesco a dormire/ con te lontana./ Sogno dei miei sogni/ desiderio dei miei desideri./ Chissà se anche tu mi pensi/ chissà se anche tu mi sogni./ Io ti stringo nel tuo respiro/ e tutto il mondo scompare/ perché sei tu il mio mondo/ sei tu il mio inno alla vita./ Non riesco a vivere/ con te lontana» (Le ore di Syl).

Poetica dell’essere e del non essere e poesia amorosa, nostalgica e romantica, si fondono dunque in lui in un messaggio universale.

Enzo Concardi

 

Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.

 

Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"
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Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"

14 Marzo 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

ANNA SCARPETTA

Chiaroscuri. Antologia poetica

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Pubblicata nella collana “Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio” di Guido Miano Editore, l’antologia poetica Chiaroscuri, costituita da una scelta delle poesie di Anna Scarpetta, è suddivisa in tre capitoli, ognuno dei quali è introdotto da una prefazione a firma di un prestigioso critico letterario.

Il testo presenta una premessa dell’Editore illuminante ed esaustiva per comprendere il senso del lavoro composito e approfondito di letteratura comparata che prendiamo in considerazione in questa sede.

È scritto nella premessa che questa collana di libri non ambisce ad esaurire una rassegna della poesia italiana contemporanea, quanto piuttosto a indicare di taluni autori un solco di scrittura nella quale ci sia da individuare una sorta di fratellanza d’arte, nel nostro caso della poesia.

In sintesi le poesie della Nostra preliminarmente sono state raccolte in tre insiemi, ognuno all’insegna di una tematica e poi ognuno dei tre critici, per uno dei singoli settori da analizzare, ha lavorato nel senso di trovare un poeta straniero che avesse un’affinità estetica e stilistica con la scrittura di Anna, sotto il denominatore di uno dei temi comuni; e poi i letterati hanno analizzato le affinità letterarie della Scarpetta con ogni poeta straniero e ovviamente anche le diversità nell’approccio alla materia trattata.

Il capitolo 1: Nei labirinti dell’amore in Anna Scarpetta Jacques Prevert si avvale di una prefazione di Gabriella Veschi.

Il capitolo 2: Le problematiche esistenziali: l’io e il mondo in Anna Scarpetta e in Charles Baudelaire è prefato da Floriano Romboli.

Il capitolo 3: Nei dintorni dell’anima e della coscienza in Anna Scarpetta e in Fernando Pessoa è introdotto da Floriano Romboli.

Nella prima sezione incontriamo il componimento Nel cuore di un amore espressione della cifra distintiva della poetica, del poiein della Scarpetta, che possiamo definire neo lirico tout-court e che presenta ascendenze neoromantiche.

Leggiamo la suddetta poesia che è connotata da un tu alla quale l’Autrice si rivolge e che presumibilmente è la persona amata: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/ musiche sublimi di note/ di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta/ che dal cielo scende rumorosa,/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore di un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa ovunque,/ la pioggia, che sembra musica intensa,/ proprio come i ricordi vivi/ accesi nella nostra pelle…».

In questo componimento che ha qualcosa di magico nella sua sospensione, si respira un’atmosfera di rêverie che si coniuga alla linearità dell’incanto, quando la pioggia sull’io-poetante e sulla sua amata accade e scende come benedizione e battesimo del loro felice sentimento e viene detto anche il tempo che, quasi personificato, se ne sta guardingo, a spiare le meraviglie intense.

Come mette in rilievo il prefatore nel paragonare lo stile e la forma e ovviamente anche i contenuti dell’esprimersi di Anna Scarpetta e di Prévert, in entrambi gli autori ricorre l’immagine della caduta, emblema della fragilità e della perdita, ma, mentre il fedele e silenzioso amore di Prévert mostra una rassegnata malinconia, che lo induce a sorridere ancora, Scarpetta intravede una rinascita e la luce solare diviene metafora della vita che torna a risplendere con rinnovata speranza in sintonia con il verso celebre di Virgilio «Omnia vincit amor».

Dal capitolo 2 leggiamo il componimento Solitudine antica: «Ho sempre sfuggito/ il tuo respiro nell’aria./ Eppure t’udivo accanto a me/ col volto malato di malinconia/ mia solitudine antica./ Seduta sul trono imperiale/ nel mezzo dell’universo reale/ ora ti vedo/ nel riso del giorno radioso/ coi tuoi mali così pallidi e veri,/ talora pungenti, per attirare pietà./ Ma sì, è così:/ tu attacchi il core del poeta/ per unire la tua voce alla sua/ e sentirti viva e compagna/ lungo la via di un sentiero lontano…».

Una forte sospensione intrisa di malia connota questa poesia nella quale il tu è la solitudine stessa, interlocutore che non risponde e che viene restituita con immagini magistrali e calzanti di grande effetto ed efficacia.

Nella sua essenza la poesia di Anna Scarpetta come emerge da questa antologia è in ogni sua singola epifania un esercizio di conoscenza su ogni aspetto esistenziale della vita stessa che diviene vita in versi.

Raffaele Piazza

        

      

Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Wanda Lombardi, "Araba fenice"

13 Marzo 2026 , Scritto da Maria Rizzi Con tag #maria rizzi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Wanda Lombardi

Araba fenice

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

 

Il mio cammino accanto alla Poetessa sannita Wanda Lombardi continua... E sembrerebbe impossibile, visto che ho sviscerato le sue tematiche in tante sillogi e ho ricevuto l’onore di essere,  in più occasioni, la sua prefatrice. Ma l’ultima Raccolta, Araba fenice, tocca le corde della mia anima in modo particolare. Secondo la leggenda, la Fenice può volare nell’aria, trovare oasi e sorgenti d’acqua, rinascere dalle ceneri. È il simbolo di chi, nonostante gli ostacoli, trova la forza per andare avanti. Sarà un caso che indosso da anni una catenina con una Fenice d’argento, regalo di uno dei miei figli?

Wanda appartiene al mio vissuto per numerosi motivi. In primis le origini: le colline del Sannio, care al mio cuore da più di quarant’anni, perché terra natia di mio marito; per la poetica appassionata e solo in apparenza infelice; per il ricorso alla memoria, che l’autore della prima prefazione, Enzo Concardi, collega con maestria a Primo Levi, e alla sua asserzione «Non esiste futuro senza memoria». La Poetessa in quest’Opera ha raccolto liriche tratte dalle varie sillogi e ha dato volto e volo alla sua Araba fenice. Cito Specchio: «…Lui parla in silenzio,/ risparmia le parole/ e non illude, è vero./ Solo cosa grande/ non riesce ad afferrare:/ la mia sensibilità…». Le sofferenze che Wanda Lombardi non vede riflesse nello specchio, insieme ai segni dello scorrere del tempo, rappresentano a mio umile avviso, come ho avuto modo di scrivere in passato, la sua misteriosa forza. Senza cadere non impariamo a rialzarci. L’Araba fenice non è la figura che attende passivamente, ma colei che prende in mano la propria vita, trasformando il dolore in testimonianza e speranza. Il pozzo dal quale l’autrice attinge linfa per andare avanti è il passato, le persone che ha amato. Le rivede, le affresca nei versi, e per rendere omaggio al legame speciale che si è instaurato tra noi nel tempo, avverto l’urgenza di dirle con Sant’Agostino che «coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono dovunque noi siamo».

La lettura di ogni silloge di quest’artista di Morcone è un invito a guardarsi dentro e a imparare a convivere con le proprie asperità nella consapevolezza che si è autentici solo accogliendo le proprie ferite. 

Maria Rizzi 

 

Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Antonello Di Grazia, "Declinazioni umane"

4 Marzo 2026 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Declinazioni umane di Antonello Di Grazia (Eretica Edizioni, 2025 pp. 80 € 15.00) insegna a prendersi cura del proprio mondo interiore, oltrepassando la cortina feroce e annichilente di un universo che ha, nello scenario spaventoso di una attualità irruente e aggressiva, il suo culmine di desolazione e di malvagità. L'autore esplora i caratteri psicologici incoerenti e tormentati dell'uomo, alla ricerca di un conforto sul quale annullare la propria solitudine e sorreggere la sconcertante distruzione della realtà. Le tre sezioni del libro interpretano il senso dell'avversione e del disprezzo, la sensazione del sentimento drammatico, occupano lo spazio disincantato del dolore, accendono l'attenzione sulla rovina ardente delle guerre quotidiane ammesse all'oscura e alienante disumanizzazione. Antonello Di Grazia dichiara il declino della società attraverso la privazione silenziosa e sospettosa del pensiero, rivela l'abisso imperturbabile della paura, in bilico sull'orlo di un precipizio che assorbe il distacco istintivo dalla vita, analizza, nella voragine tragica, la fenditura negativa, creata da sentimenti irrazionali, ai margini del territorio vulnerabile e friabile dei comportamenti umani. Declinazioni umane registra un catalogo privato del deterioramento sensibile in cui lo sviluppo cognitivo dell'anima è deformato dalla crisi della comunicazione, raccoglie lo studio analitico sulla natura umana e la sua inesorabile ricerca dei significati, esplora il rapporto dell'individuo con le prospettive impietose e dure delle interazioni sociali. Decifra l'esperienza esistenziale della sofferenza, l'impazienza autolesionista, la percezione della lucidità introspettiva, influenzata dal giudizio della malinconia, dall'estinzione dell'umanità nella sua rispettabilità e onestà morale. Antonello Di Grazia sostiene il processo evolutivo dell'identificazione empatica, personale e soggettiva, tra la primitiva vocazione dei fattori innati nel comportamento umano e le condizioni degradate della società, indica la trasformazione fatale legata al contesto antropico dell'appartenenza, misura le dimensioni mentali del tempo e delle attese. Comprende la debolezza nella sua sensazione di dipendenza, come fattore di perturbazione, conosce il potenziale razionale e passionale delle intelligenze emotive, la motivazione delle corrispondenze, orientate nel presentimento di una condivisione in sintonia con le epifanie del cuore. Descrive, in un'atmosfera cupa e annientante, la visione complessa e soffocante della miseria, l'opprimente impressione di una strana alchimia etica in cui l'attrazione e la repulsione si fondono in un oracolo perverso di perdizione, distruzione e sconfitta. La poesia di Antonello Di Grazia mette in evidenza i contrasti terreni nel crepuscolo delle tensioni irrequiete, invoca, nell'incertezza e nel disorientamento, il ricorso al divino. Nello scenario devastante e lacerante di un itinerario oscuro e disperato emerge l'orizzonte di un cammino intimo, sereno e benefico, un osservatorio d'amore, un passaggio simbolico e sicuro dove trovare l'accoglienza, la protezione e l'incoraggiamento ad assistere la cura degli affetti, indirizzare l'identità personale nella rielaborazione dei ricordi e della loro continuità confortante. Antonello Di Grazia sorveglia la provvisorietà della gratitudine, difendendo il devoto e inattaccabile sollievo della poesia, sconfina l'indistinta e magistrale capacità di afferrare la transitorietà e vivere il presente.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

DOPO CENA

 

Devastanti bufere al tramonto

pieno inverno

macerie di morti

in un fioco lume, indistinto.

 

Cerco negli abissi profondi

mari languidi

il tuo riso diverso.

 

Inesausto silenzio,

greve discesa,

buia Siberia.

 

CAPODANNO

 

Nel giro silenzioso

d'uno sgomento di festa

nostalgia dei tuoi occhi

fugaci, intesa d'un meriggio

lontano.

E lieve si presenta

il sentiero percorso

e gravida l'insipienza

di questa certa abitudine

di urla dimenticanze giorni sottili

inverni

che non sfioravano la schiena.

 

SENZA SOFFI DI VENTO

 

Senza soffi di vento

l'emiciclo di stelle inestese

nello spazio nel tempo

smemora.

E resto a contemplare

la distesa operosa

di un mare che soffoca

le grida

di assordanti cicale.

Questa notte non ha

un prima né conduce

a domani: vaghiamo

svuotati e felici.

 

 

 

A MEZZOGIORNO

 

Gli anni avviluppati

in una scorza faticosa battono

ad ore inconsuete

chiedendo il conto.

Ma resta soltanto il tornare

lieve

dal mare al tramonto,

e svanire,

abisso di fuga

e celato candore,

in sghembi sentieri e vicoli ciechi.

 

MOTO DI ROTAZIONE

 

Nei giorni sparsi di brina

ancorati a doveri inesausti

di un'umanità tumultuosa

sembrava la terra girare

in spente chiose.

 

Non più sogni,

separazione di anima

e corpo, destavano

viali di stelle avvenire:

il tempo gravitava intorno

a giudizi poco globali.

 

 

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Marina Enrichi, "Eros e Logos"

28 Febbraio 2026 , Scritto da Raffaelel Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Marina Enrichi

Eros e Logos

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Attraverso la figura di Marina Enrichi, veneziana di nascita e padovana d’adozione, poetessa dalla raffinata e originale cifra stilistica e formale, si rinnova il binomio scientifico-umanistico della figura del medico-poeta che, come in passato, continua ad avere rappresentanti nel panorama odierno della poesia al tempo del villaggio globale.

Essi praticano appunto la poesia anche per emergere dal disagio e trovare un antidoto all’oceano di dolore vissuto accanto ai pazienti sofferenti o, per esempio, alle donne partorienti come nel caso dell’Enrichi che è ginecologa.

Tra i suddetti poeti, personaggi eclettici nello svolgere due attività che si potenziano e armonizzano, nei loro rapporti reciproci, si ricorda il napoletano Antonio Spagnuolo da cinquanta anni attore nel ruolo che sintetizza l’attività poetica (e anche saggistica e narrativa), e umanità e scienza nel suo approccio professionale e sensibile di medico con il malato e la malattia, che può divenire essa stessa occasione e ispirazione, oggetto per la scrittura di poesie.     

Quanto suddetto avviene spontaneamente in quanto tra i due termini del discorso c’è un rapporto osmotico e sintetico nel delineare l’identità di donna medico e artista dell’Autrice di EROS E LOGOS, l’intensa raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede.

La silloge non è scandita in sezioni e per questo può essere letta come una sequenza omogenea di componimenti poetici in continuum, come uno scrosciare di parole nello scaturire di ogni poesia l’una dall’altra.

Già dal titolo del volume possiamo renderci conto che il percorso della poetessa va dal generale al particolare perché nei suoi intenti, che si traducono in versi poetici, esito di un’intelligente e consapevole coscienza letteraria, si va dai massimi sistemi dei concetti di erotismo e di essere ed esserci, alle descrizioni specifiche del sentimento nelle poesie, precipitato del pensiero che si fa parola.

Le composizioni stesse vibrano di intenso pathos nel vivere la dimensione amorosa con sensualità e trasporto assoluto per l’amato che per estensione diviene amore per il logos e quindi tra le righe implicitamente anche per Dio.

Nella poetica di Marina c’è la presenza costante di un erotismo che ha risvolti anche mistici e la poetessa produce tessuti poetici fortemente icastici, detti con grande urgenza e nello stesso tempo ben controllati e raffinatamente cesellati.

L’amore provato dalla Nostra è anche quello per la bellezza e l’arte e la tensione emotiva e le emozioni che dominano nei testi, qualsiasi siano gli oggetti del desiderio, si manifesta con una realizzazione che ha sempre un fattore x, un comune denominatore nei componimenti fortemente provati, sentiti, vissuti e risolti sempre in maniera sublime che crea una dose d’ipersegno.

Il testo presenta un’acuta ed esauriente prefazione di Enzo Concardi e lo scritto corposo di Gabriella Veschi, che è un vero e proprio saggio critico di letteratura comparata sul poiein della Enrichi intitolato “Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolario, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi”.

A volte un atteggiamento ottimista prevale in queste liriche che sembrano pervase da una soave luminosità come in Che tu sia benedetto giorno che sorgi: «Che tu sia benedetto/ giorno che sorgi/ mortale imperfetto.// Che il tuo sole risplenda/ sulle angosce e le gioie/ di un’umanità in fretta.// Che il tuo cielo rischiari/ ombre e buio che incombono// quando cala la sera/ e la luce soccombe.// Che tu sia benedetto/ giorno pieno di vita/ e di sguardi e sorrisi/ e di baci.// Che tu sia benedetto/ per la pausa che doni/ alla corsa infinita». Protagonista di questo componimento pare essere il tempo, non il tempo lineare degli orologi ma un non-tempo che sembra essere scandito dalla luce dello stesso sole e della corsa infinita proprio della durata nel suo eternarsi nell’attimo e nella tensione all’indicibile.

In San Marco leggiamo: «Fiammeggiano campate d’oro/ su volte da cielo nutrite/ da piccole schegge di vetro/ maestria degli antichi artigiani/ che i secoli hanno onorato/ con fede commossa.// Profuma di sacra armonia/ di musica anche in silenzio./ Il cuore è rapito e perduto/ un’estasi nell’assoluto.// La musica scende a fluire/ da cantorie voci sciolte/ per onde di nebbia di mare/ lambiscono i corpi presenti/ e lasciano un’umida traccia d’immenso/ sostanza sonora d’incenso.// San Marco è così/ tangibile e inafferrabile/ mistero solenne e struggente/ abbraccio divino/ invito a far parte/ di schiere celesti.// Palpabile incenso irrorato».

Questa poesia, veramente, fortemente mistica e carica di mistero per ogni suo fortunato lettore, diviene ancora più struggente per coloro che hanno conosciuto, visitato, l’immensa Basilica veneziana, vero capolavoro architettonico, dedicata all’evangelista.

Infatti tali visitatori, memori dell’atmosfera magica e ammaliante di questa icona della cristianità, attraverso le parole rivivono intensificandole le visioni, emozioni e suggestioni provate proprio durante una visita in San Marco che non può lasciare indifferenti per la numinosa bellezza di ogni particolare dell’insieme.

Un componimento centrale della raccolta è quello nel quale l’io-poetante si rivolge quasi con veemenza ad un tu che presumibilmente è l’amato: tale componimento è intitolato Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ nel delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti della passione».

In tale poesia la figura femminile, che è l’io poetante, si fa fuoco che diviene una sola cosa con il partner nell’amplesso passionale e la gioia dei sensi diviene accensione e spegnimento che deriva per lei e per l’amato da una profondissima fusione di corpi e anime alla ricerca di un piacere di redenzione che suggelli una nuova dimensione temporale duale, privata ed unica, come anche ogni amore è unico.

 

Raffaele Piazza

     

 

Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Wanda Lombardi, "Araba Fenice"

18 Febbraio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #raffaele piazza, #michele miano, #saggi

 

 

 

Araba Fenice

Wanda Lombardi 

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Capitolo 1 - Il bel tempo che fu

Il passato, e quindi la sua memoria, in Wanda Lombardi non è soltanto un comprensibile sentimento nostalgico verso talune fasi dell’esistenza in cui la vita personale e sociale era migliore di quella presente, ma risulta elemento di stimolo creatore di nuove energie per progettare il futuro. Dunque il laborioso lavoro di introspezione della poetessa che evoca una recherche di tipo proustiano, s’avvicina al significato della famosa frase di Primo Levi: «Non c’è futuro senza memoria». In altre parole non si può vivere senza memoria individuale e collettiva, un requisito indispensabile affinché l’essere umano nella sua essenza possa, in ultima analisi, considerarsi antropologicamente ed ontologicamente, possessore di una coscienza civile.

I testi pubblicati nel capitolo del libro “Il bel tempo che fu” contengono quasi tutti questa esigenza e questo messaggio, alcuni dei quali anche richiamando riferimenti letterari e filosofici attribuibili ad autori significativi, colti in momenti riflessivi sui temi memoriali e temporali. Nella lirica A un ragazzo prematuramente scomparso troviamo una terzina («E tu, al cielo destinato,/ non conoscesti gli inganni,/ le amarezze della vita…») che richiama il tema della morte giovanile come nei seguenti versi di Giovanni Pascoli tratti dalla poesia L’aquilone: «…Sì, dissi sopra te l’orazioni,/ e piansi: eppur, felice te che al vento/ non vedesti cader che gli aquiloni!» (…).

Enzo Concardi

 

***

 

Capitolo 2 - Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità

Wanda Lombardi nelle sue sillogi poetiche conferma, di volta in volta, la sua cifra distintiva neo lirica tout-court e pervasa da trascendenza e fervente religiosità che lo scrivente, occupandosene in sede critica, ha definito realismo mistico. Nitore, luminosità, esattezza e leggerezza, connessa ad icasticità, connotano la poetica dell’Autrice. La poetessa ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.

Centrale nelle poesie scelte per questo capitolo del libro (“Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità”) la lirica Silenzio amico; nel suddetto componimento, che ha un carattere fortemente ottimistico, i temi trattati sono quelli del silenzio e della solitudine come isola benedetta per l’anima di Wanda che è pervasa da un forte senso di fiducia nel suo relazionarsi alla vita; la poetessa a questo proposito inventa la felice metafora dell’uscita da un labirinto che porta ad un’epifania di salvifica luce: «Come un labirinto/ dove dapprima si resta confusi/ e poi piano la strada si trova/ per graditi angoli di luce/ si l’anima mia/ dopo confusioni ed ansie/, dopo il flusso vorticoso d’incombenze/ nella solitudine e nel silenzio/ se stessa ha trovato, la luce…».

In Saper vivere si arriva all’apoteosi, al climax della speranza che diviene viatico per una gioia umana possibile, felicità da trasmettere anche agli altri e che è connessa al credere in Dio: «Non perdere mai la speranza/ e dai anche agli altri speranza,/ la gioia di vivere./ Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…» (…).

Raffaele Piazza

 

***

 

Capitolo 3 - Cognizione del dolore e desiderio di pace

Ci sono esistenze che sembrano nate sotto un cielo inquieto, dove il vento non smette mai di soffiare. L’esistenza di Wanda Lombardi è una di queste: un cammino attraversato da solitudini antiche, da malattie che scavano silenzi, da giorni che si sgretolano come pietre consumate dal tempo. Eppure, proprio in questo paesaggio ferito, la poetessa ha trovato una sorgente segreta, un varco di luce che nessuna ombra è riuscita a spegnere: la poesia. I suoi versi non nascono per ornare il mondo, ma per salvarlo. Sono fili sottili che trattengono l’anima quando tutto sembra franare, sono il respiro che ritorna dopo una lunga apnea. Ogni parola è un passo compiuto sul bordo dell’abisso, un gesto di coraggio che trasforma la sofferenza in canto. Non c’è artificio, non c’è posa: c’è la verità nuda di chi ha guardato il dolore negli occhi e ha scelto di non distogliere lo sguardo.

Wanda osserva il mondo come si osserva una terra che non si riconosce più: un luogo che scivola alla deriva, lontano dai ritmi del cuore. Eppure, invece di tacere, affida alla poesia il compito di custodire ciò che resta vivo: la memoria, la dignità, la capacità di sentire ancora. Nei suoi versi, il dolore non è una prigione, ma una porta che si apre su un altrove più autentico.

Questa raccolta è un attraversamento. È il viaggio di una donna che ha imparato a trasformare le ferite in luce, a fare della fragilità una forza segreta. Chi legge non troverà soltanto il racconto di un destino difficile, ma la sua metamorfosi: il dolore che diventa parola, la parola che diventa catarsi, la catarsi che diventa rinascita.

Entrare nella poesia di Wanda Lombardi significa ascoltare un cuore che continua a battere nonostante tutto. Significa riconoscere, tra le sue immagini, un frammento del nostro stesso cammino, perché quando il dolore si fa poesia, non divide più: unisce. Queste pagine sono un invito. Un ponte sospeso tra ombra e luce. Sta a noi percorrerlo, lasciando che ogni verso ci accompagni, lieve e necessario, verso un luogo più vero. (…).

Michele Miano

 

Wanda Lombardi, Araba Fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2023), Tempi inquieti e altre poesie (2024). Il suo iter poetico è stato seguito da vari critici, tra i quali Enzo Concardi, autore nel 2022 dello studio Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi.

 

 

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