poesia
Don giovanni Mangiapane, "Poesie del Santo Rosario e della via Crucis"
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Don Giovanni Mangiapane
Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Giovanni Mangiapane, nato a Cammarata (AG) nel 1944, è stato sacerdote e parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, ordinato nel 1970 e parroco fino al 2023.
Ama scrivere in lingua italiana e in vernacolo, anche versi, con piccoli messaggi augurali, concorsi parrocchiali, epitaffi, ricorrenze di vita.
Preliminarmente nell’addentrarci nella poetica del Nostro, si deve sottolineare che nella sua coscienza di letterato e poeta (e questo è un messaggio fondante per la corretta comprensione dell’ordine del discorso che si vuole trasmettere al lettore), il punto di partenza è il fatto che le poesie sono state scritte in lingua siciliana e poi tradotte in italiano dall’autore stesso.
Nel contesto è doveroso mettere in luce che per Mangiapane quella che lui usa ha una vera e propria dignità di lingua e non (e questo sarebbe riduttivo) di dialetto e ovviamente i lettori siciliani saranno felicissimi di poter leggere ogni componimento con il testo a fronte e avranno una marcia in più per addentrarsi nei meandri del senso.
È presente una acuta e centrata prefazione di Marco Zelioli che afferma che si tratta di un’opera poetica e nello stesso tempo un esempio di devozione che ci guida ad una meditazione fresca (come è fresca e genuina la lingua siciliana), ma assolutamente e rigorosamente valida dal punto di vista pastorale.
Le due parti della raccolta si possono considerare un continuum di riflessioni e di stile.
Le caratteristiche formali e stilistiche del poiein di Don Giovanni sono leggerezza e icasticità e nelle strofe l’uso sapiente della rima crea un piacevole ritmo, una musicalità che è veramente affascinante.
I versi della sezione dedicata al Rosario, che seguono lo schema canonico di questa preghiera con i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, nei quali protagonista è Maria Regina sgorgano come purissima acqua di primeva sorgente gli uni dagli altri e incantano il lettore e per chi è credente sono veramente un refrigerio per la mente e l’anima.
Tutto è improntato ad una fortissima chiarezza e trasparenza e i tessuti linguistici sembrano essere stati creati senza sforzo pur avendo una certa quota di complessità che si ritrova in ogni singola strofa.
«Betlemme che tu chiami,/ col sapor del vero pane,/ ti ci porta Re Tiberio,/ con il suo calendario.// Non c’è posto, troppa gente:/ voglion essere presenti/ e una grotta li ripara/ per l’evento della storia…» (Terzo mistero gaudioso: Gesù nasce a Betlemme).
La figura centrale della Madonna emerge felicemente nell’essere nominata con la sua duale identità creaturale e divina nel suo partorire il figlio di Dio del quale come scrisse Petrarca nell’Inno alla Vergine è anche figlia.
Come si diceva nei versi affabulanti si ritrova una notevole freschezza nei dettati e una forte quota di sospensione e magia anima queste mirabili pagine.
Per i cattolici che recitano il Santo Rosario questi versi divengono un segno di meditazione profonda per ogni singolo mistero.
Molto toccanti e profondi anche i versi della Via Crucis dai quali emerge un Gesù in bilico tra trascendenza e immanenza.
«Non è colpa di Pilato/ se Gesù è condannato:/ ci va Lui con il cuore/ a morire con amore…» (Prima stazione: la Condanna) e colpiscono per profondità i versi in rima: «…O gran Vergine Maria,/ la vostra pena è colpa mia» (ibid.).
Una straordinaria trasfigurazione in versi delle vicende evangeliche che diviene esercizio di conoscenza e bellezza nella sua felice armonia.
Raffaele Piazza
Don Giovanni Mangiapane, Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 72, isbn 979-12-81351-52-3, mianoposta@gmail.com.
Ester Franzil, "Abies alba e altre poesie"
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Ester Franzil
Abies alba e altre poesie
Guido Miano Editore, Milano 2025
Uno scrigno di gioielli è questa silloge di poesie di Ester Franzil dal titolo Abies alba cioè abete bianco, un albero gigantesco, amico della sua infanzia, che ora, giacendo a terra abbattuto dal vento, le procura una profonda trafittura di dolore. Possiamo allora subito notare la sensibilità e la compassione che albergano nell’animo della poetessa, maestra di scuola primaria e animatrice nelle Case di riposo.
Colpisce immediatamente lo stile latineggiante della sua poesia, costante nell’intera opera, come ad esempio in “Ora che crepuscolo i bagliori / del vespro in dolci ombre culla / i tuoi piagati, luminosi piedi abbraccio...” (Tramonto), e anche la sua capacità di sintesi che si rileva soprattutto nelle sue definizioni, epigrammatiche, incisive ed efficaci: “Cosmo in miniatura, / gioiello acquatico…” (Isola).
Ester Franzil è poetessa ma è anche ammiratrice dell’arte della pittura; dedica poesie a Picasso e alla pittrice messicana Frida. Di Picasso scrive “…terribile planetaria visione... sopravvissute vicende / di terrificante, mostruoso secolo / nel segreto di “Guernica” ibernato:/ …anelito spasimato di redenta liberazione” (Picasso). Di Frida: “…riflessiva e silenziosa / sofferta, sanguinante passione...” (Frida Kahlo).
Una poesia, pregna di tenerezza, coglie la scenetta in cui, quando Ester Franzil era piccolina, ad una mostra di pittura, proprio di Picasso, sfugge alla sorveglianza paterna: “Di un lustro bimba /…/ Fuggente, ridente rondinella / corre, s’arresta, rapita contempla…/ Guizzante di bellezza radiosa, …/ a paterna vigilanza sfuggita, /…/ divertita reginetta…/ Indomita monella…” (Prima infanzia).
In morte del padre, gli dedica la poesia Le calle: “…Primaverile puro cuscinetto sulla / chiara bara del papà gioiosamente / evangelico, trombe d’angeli dormienti, / nell’attonito, morto giardino / oscurità folgorante di risurrezione gravida.”
Presente qua e là nei versi il tema della Redenzione: “…Dal giogo dell’oppressore/ mi hai liberata, dalla / devastazione del tentatore salvata.” (Tramonto).
Non c’è staticità nella sua poesia e come la Redenzione è un moto perché passaggio, dal male al bene, così nei suoi versi traspare dinamismo, sia nella natura che nell’animo inquieto dell’autrice. “Si culla il mare / danza coi raggi sulle onde /… Vorrei… / sui flutti dell’oceano riposarmi / nelle amorose braccia del vento cullarmi.” (Anelito).
Oltre che il dinamismo, Ester Franzil coglie della natura pure il cromatismo. “Graniti rosa arrotondati e / lisciati da distratte carezze del vento / d’impossibile rosso si incendiano” (Stupore). Pennellate di colore ricorrono spesso nei suoi versi. “Abbraccio tronchi / variopinte erbette accarezzo / antica fanciulla incantata / tenero il turchino contemplo…” (Romitaggio).
Ester Franzil, da poetessa e da persona di fede, persegue il bene, alimentato in lei dalla sua religiosità.
Il senso della fratellanza la induce, sulle orme di San Francesco, a rivolgersi così: “fratello prato” (Meditatio) oppure “fratello fuoco” (Sacra Vampa). Definisce Assisi “pacificante del divino / giullare culla” (Assisi).
Calzante e attuale ci giunge la poesia Dialogo. Preziose le esortazioni dell’autrice: “Sii te stessa, “gnosce te ipsam”, / interfacciati nella verità / accetta conflitto, dissenso / nella luce dello Spirito Santo / trova punti di contatto…”.
Solo nel dialogo si può alimentare la speranza, molto viva negli esseri fragili e indifesi, l’unica virtù cui possono aggrapparsi. “Amoroso sacramento” (Speranza) la chiama Ester Franzil e accoratamente e dolorosamente, la connota come il grido dei poveri. Speranza: “dei poveri grido”!
Maria Elena Mignosi Picone
Ester Franzil, Abies alba e altre poesie, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-66-0, mianoposta@gmail.com.
Gilberto Vergoni, "Frammenti d'anima, di senso e spigolature sparse"
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Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse
Gilberto Vergoni
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Questo interessante lavoro di Gilberto Vergoni indirizza il lettore, fin già dal titolo – emblematica ed estrema sintesi della sua ricerca esistenziale e spirituale – sulla strada di un cammino personale ed interiore, all’interno della problematica fondamentale della condizione umana, ossia l’indagine sulle origini, il significato e il destino della vita, tout court: è il terreno propedeutico al senso religioso del nostro essere che, tuttavia, pare non sia raggiunto nei testi elaborati dall’autore nel presente libro, anche se talvolta certamente egli s’avvicina molto ad esso o, quanto meno, nasce in lui il desiderio di un simile approdo. È la perenne domanda che qualifica antropologicamente l’uomo e che ha appassionato le menti pensanti d’ogni epoca storica. Vergoni, tuttavia, scopre che il cammino della conoscenza attraverso la ragione, la scienza, la razionalità – che gli ha consentito di conseguire successi brillanti come neurochirurgo – non è sufficiente per dipanare il mistero della nostra presenza sulla Terra: rimane allora in attesa, con una onestà intellettuale che gli va riconosciuta, di quella luce che la dea ragione pare non possa definitivamente sprigionare, tanto da definirsi paradossalmente con un ossimoro: «…Io mi sono sempre ritenuto un filosofo cristiano cattolico non credente» (Un giorno a Cambridge, Novembre 2002).
Il desiderio di verità è in lui una sete mai spenta, anzi, sempre più urgente e quotidiana. Sotto questo aspetto possiamo arrischiare due accostamenti letterari, non tanto formali quanto contenutistici, con Leopardi e Pascal, due autori altrettanto insoddisfatti della ragione umana. È nota la “conversione filosofica” leopardiana che lo porta dalla “ricerca del bello” alla “ricerca del vero”, fase in cui scopre gli inganni e le illusioni della vita, sfociando in un pessimismo disperante: ciò invece non accade in Vergoni, che conserva una visione aperta alla speranza, circondato dagli affetti familiari (si leggano le liriche Figlia, Figlio, Era di maggio, Elena, Avrei voluto che tu fossi, Mamma, Silvia …) e consapevole dell’utilità umana e sociale della sua professione. A proposito dell’indagare doloroso del Leopardi sono rimasti celebri alcuni versi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (1831): «Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,/ silenziosa luna? /…/ Dimmi, o luna: a che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende/ questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?».
Anche la vicenda pascaliana è nota. Matematico e fisico, si converte al Cristianesimo, scommettendo sull’esistenza di Dio, scrivendo la sua apologia ne I Pensieri (1670), attuando il “salto” nella fede in modo irrazionale: «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (Pensiero 277). Questo è il “salto” che nel nostro autore non è ancora avvenuto, ma di cui si trovano le premesse in diverse sue liriche e meditazioni, tratte da Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse, tra cui: «Verità, dove sei?/ No, non splendi in mezzo al prato./ Come sui monti all’inesperto/ ciò che copre l’orizzonte sembra la cima,/ come l’alta onda t’illude esser l’ultima/ anche nell’infinito oceano,/ così l’occhio miope dell’uomo/ che non sa,/ non vede.// Verità, dove sei?/ Quante lacrime ancora dovranno lavare,/ amare e salate,/ gli occhi dell’uomo perché veda?/ Dall’alto tutto sembra pace. Non c’è ragione per il male./ Dall’alto non si sente il grido e non si distingue/ il colore, l’accento, l’odore. / Né l’altare. / Dio, perché sei così lontana?» (Verità, dove sei?). Ed anche: «Scrivo di me, della vita;/ ho cercato e pensavo d’aver capito,/ ma non so perché il mare è salato!/ L’acqua è dolce e scende e scorre./ E così la vita.// Forse scrivo per essere dove non sono/ o forse perché vedo dove non guardo./ Come in un sogno che sembra più vero/ perché altro e altrove./ Là,/ dove andrò e dove andrà la mia mente.// Il dove,/ l’era,/ il sarà,/ sono confusa percezione che/ l’adesso dilata./ Resta solo il ricordo di un’emozione./ E non so perché il mare è salato!» (Perché).
Si nota in tali testi la metrica a forma libera scelta dall’autore, anche se nel complesso della struttura letteraria prevalgono terzine e quartine; l’uso di anafore, tecnica che rende più efficaci i ritmi di alcuni versi; l’utilizzo della metafora (frequente è quella del mare) che è quasi un’esca per il lettore, sollecitato così a cercarne l’interpretazione; la forma interrogativa, quasi d’obbligo in una poetica di ricerca a domanda e senza risposta. Un’altra scelta importante effettuata nel libro è l’alternanza fra poesia e prosa: ciò mi pare giustificato dal fatto che, mentre la poesia è soprattutto sintesi, la prosa tende maggiormente verso l’analisi, forma scritturale che serve all’autore per approfondire le sue riflessioni e dissertazioni filosofico-ontologiche, senza rinunciare a qualche abbozzo narrativo, ma anche prendendo di petto le questioni dal punto di vista teoretico per inviare messaggi chiari e definibili. La letteratura di Vergoni ha un’origine eminentemente autobiografica, ma, quando egli passa dalla visitazione dei sentimenti – dove sa comunicare con abilità stilistica le emozioni, le sensazioni, gli stati d’animo – o dalla contemplazione della natura, alla speculazione più intellettuale, il referente dell’io si trasforma in una profonda proiezione universale, data la sostanza cosmica delle tematiche prese in considerazione, che riguardano l’essere metafisico e storico, la mondanità e l’escatologia, la condizione femminile nella società odierna ed accattivanti tuffi nella dimensione memoriale, dove appaiono anche misteriosi dèjà vu.
Due pagine essenziali, per capire l’approccio dell’autore con la realtà, sono quelle scritte sotto il titolo: Razionale sentimento, forse…, nelle quali l’avventura umana, la storia dell’umanità e la loro interpretazione, vengono narrate all’insegna del mito, a partire dalla cacciata dall’Eden, la caduta iniziale che ci ha condannati ad una nostalgia perenne di ciò che abbiamo perduto: la felicità, la libertà e la conoscenza. Lo afferma egli stesso con queste parole: «Forse è per questo che la vera storia dell’uomo, quella immutabile del suo animo, è stata scritta e tramandata nel mito…». E così rievoca il destino di Ulisse, che in realtà non ha mai lasciato Itaca, perché è rimasta sempre nel suo cuore; quello del dio Osiride, fatto rinascere da Iside ricomponendo i frammenti del suo essere, paragonando Osiride alla verità e la funzione di Iside a quella che dovremmo assumere noi, nel nostro mondo. Vergoni si spinge ad affermare che: «…forse, la scintilla della conoscenza che ancora alberga in noi, meglio si vede nel sogno e, forse, è nel sogno che la vera vita parla e ci indica “ciò che è”». Quindi la dimensione onirica è quella che ci può suggerire maggiormente la vera conoscenza, ovvero: «Chi siamo, da dove veniamo; dove stiamo andando». Ma tutto è subordinato a quel forse, che lascia le questioni in sospeso.
E, simili a queste due pagine in prosa, troviamo diverse liriche in cui emerge il bisogno del ritorno a casa, la ricerca dell’identità, il destino dopo la morte, la vita che se ne va, la solitudine, il significato del Tutto. La Casa, nella visione del poeta, assume plurimi significati: il nucleo centrale degli affetti; il luogo dove si aspira a tornare dopo un viaggio; ma è soprattutto l’origine con la quale si brama il ricongiungimento definitivo: «Dov’è la mia casa, la nostra casa? … Quando mi sentirò di nuovo a casa? … Dove stiamo dunque andando se non sempre verso casa?». Il credente direbbe: «Ritorno alla casa del Padre». Il poeta presta la voce a Reyhaneh Jabbari, donna iraniana condannata a morte per l’uccisione di un uomo che voleva violentarla: anch’essa prega e spera di ritornare nella casa divina: «…Voglio che i miei occhi ormai chiusi/ vedano e vadano col vento/ perché mi porti/ là dove il Giudice sa». Nelle pietre di antiche chiese si compie «il mistero dell’essere qui,/ testimone di cose che non so/ ma che porto dentro»: è ancora il sentire l’Altro, senza saperlo riconoscere. E il chiedersi i perché comporta anche il trovarsi nel deserto: «…Vivo nella vertigine della solitudine/ di chi vede e sente/ negli indifferenti attimi che passano...» (Guardando il silenzio). La partita del senso sembra persa («... di un senso che non c’è…»), ma «alla ricerca infine di un senso» egli è pronto comunque a sperare contro ogni speranza (Sogni nel sale del mare).
Bisognerebbe poi leggere, sul tema della morte che si preannuncia, tutta l’allegoria della poesia Scacco matto, che può rievocare le sequenze del film di Ingmar Bergman Il settimo sigillo, dove un cavaliere sfida la Morte ad una partita a scacchi per rimandare il suo destino; nella lirica di Vergoni i primi tre versi ne riformulano lo scenario: «Mi ha sfiorato il freddo sussurro di chi pensavo Sorella/ credendo anch’io di poterci giocare/ coi labili schemi, regole e strategie degli scacchi…». Ovviamente la conclusione è tutta a favore della Straniera, che sempre dà scacco al re: «Non capivo che il tempo/ semplicemente per Lei non è!». Altre frecce nell’arco della poetica vergoniana – come già accennato – sibilano nella memorialità dell’infanzia: Leggero come un amico ci narra del compagno di giochi, presenza indispensabile di tante giornate; Festa rievoca le suggestioni dell’età più bella e spensierata: «…Come lo scirocco che vien da lontano,/ il ricordo riscalda/ sciogliendo il cuore e finalmente le labbra/ in un sorriso sereno e, per un po’, senz’affanno»; anche Effimera brezza ci conduce nel passato, «di quando, bambino, la vita/ per quell’attimo che è, era immortale».
Ci soffermiamo ancora sull’aspetto d’ispirazione naturalistica dentro la poetica di Gilberto Vergoni, citando, ad esempio, Tappeto di foglie, delicata lirica dell’ambiente boschivo autunnale, contesto accattivante per un incontro d’amore: «…Il sapore rimase in un attimo immenso./ Senza ricordi./ Solo un inebriante sapore di te». E il verso anafora «abbiamo camminato su un tappeto di foglie» danza fra le strofe come il ritornello di una canzone. Ci sarebbero anche Rosa solitaria, Mare e altro… ma il nostro spazio è terminato, quindi invitiamo il lettore ad impossessarsi di questi frammenti e di queste spigolature, che meritano una visitazione per il livello estetico e culturale di notevole spessore.
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Gilberto Vergoni è nato a Fano (PU) nel 1955 e vive a Cesena (FC). Dopo la maturità classica ha conseguito la laurea Medicina e Chirurgia presso l’Alma Mater Studiorum (Università di Bologna), specializzandosi in Neurochirurgia (Università di Milano) e Radiologia (Università di Bologna). Lavora come Neurochirurgo presso la AUSL Romagna, Ospedale M. Bufalini di Cesena dal 1988. Da sempre appassionato delle materie umanistiche, trova nella scrittura un equilibrio tra l’irrequietezza, tipica di una professione che combatte una guerra mai finita, e la serenità che deriva dal fermare, fissare, anche solo per un attimo, la lenitiva leggerezza di una emozione. Da qui è nato il bisogno di scrivere, come possibilità di dare vita a pensieri, sensazioni e sentimenti che altrimenti rimarrebbero impalpabili ed effimeri frammenti di immagini. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Fragmenta Animae Meae (2018) e Le parole del tempo (2023). Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali e internazionali con importanti riconoscimenti e pubblicazioni in numerose antologie derivate dai concorsi.
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Gilberto Vergoni, Frammenti d’anima, di senso, e spigolature sparse, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 116, isbn 979-12-81351-67-7, mianoposta@gmail.com.
Ester Franzil, "Abies alba e altre poesie"
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Ester Franzil
Abies alba e altre poesie
Guido Miano Editore, Milano 2025
Ester Franzil è nata nel 1951 a Cadegliano (VA) e vive a Marchirolo (VA): già docente alla scuola primaria è poetessa, studiosa di psicologia, sociologia e pedagogia e ha pubblicato le raccolte di poesie L’ allodola e il sole (1994) e L’incanto della natura (2021).
Il sintagma Abies Alba significa abete bianco come scrive l’autrice della silloge in una nota, un albero, che nell’antico giardino è stato simbolicamente custode generoso dei suoi giochi infantili, altalena, arrampicate, rifugio materno di sospiri del cuore e del resto la tematica della metafora vegetale è stata motivo di ispirazione per molti poeti tra i quali è doveroso ricordare Andrea Zanzotto e il francese Ponge che disquisendo di detto e non detto affermava che sarebbe bello se un albero potesse parlare realmente e comunque aggiunge chi scrive che è una cosa felice anche solo immaginare quanto suddetto poeticamente come se accadesse in un sogno ad occhi aperti.
La raccolta presenta un’acuta prefazione di Floriano Romboli intitolata L’amore per la vita come fonte di speranza e di gioia.
Attraverso la poetica di Ester emerge con forza l’idea che nella vita nonostante tutto esiste ancora la possibilità di stupirsi e questo si evidenzia nella lirica Stupore: «Graniti rosa arrotondati e/ lisciati da distratte carezze del vento/ d’impossibile rosso s’incendiano». Qui come in molti componimenti si nota l’amore per la natura dell’autrice una natura che appare benevola e rassicurante contrariamente a quella matrigna teorizzata da Leopardi nelle Operette morali.
I versi nel poiein della Nostra procedono per accumulo e sembrano sgorgare senza sforzo gli uni dagli altri e costante è una loro complessità che crea sospensione, una vaga bellezza e anche un’aura di magia.
A volte pare che l’io-poetante molto autocentrato provi un forte desiderio di fusione con la natura stessa un anelito a interanimarsi con essa; in Anelito leggiamo: «Si culla il mare/ danza coi raggi sulle onde/ il respiro trattiene/ Vorrei…/ sui flutti dell’oceano riposarmi/ nelle amorose braccia del vento cullarmi».
Bella e originale la poesia dedicata a Pablo Picasso nella quale attraverso il denso tessuto delle parole sembrano materializzarsi gli inconfondibili quadri del pittore unici nella loro sensuale e numinosa bellezza.
Particolarmente suggestivo il componimento Ciclico silenzio molto denso e carico di ipersegno: «Invernale silenzio/ vuoti, seminati campi sognanti/ sospeso cielo di cinguettii muto/ custodito tempo in candido piumone/ assopito d’attesa gravido/ autunnale silenzio/ vibrante tavolozza di/ sfavillanti, moribonde foglie.// Estivo silenzio meridiano/ grondante sonnolente/ estenuate cicale…/ primaverile silenzio/ germogliante il risorto/ divino mistero».
Si tratta tout-court di un’immersione per il lettore in una dimensione incantata dove il dato materiale è sublimato tramite la parola poetica sottesa alle categorie del tempo e del silenzio che pare evocano beltà e nobili sentimenti.
E ancora il silenzio in Prodigioso silenzio poesia dove sorprendentemente la poetessa ci parla con un’associazione di due unità minime inedita e magica di voce del silenzio, che potrebbe essere quella dell’invisibile connesso all’indicibile.
Se in poesia tutto è presunto, attraverso le leggiadre liriche di Ester piene di mistero nella loro composita struttura architettonica sembra di entrare in una dimensione vivissima di costante linearità dell’incanto.
Raffaele Piazza
Ester Franzil, Abies alba e altre poesie, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-66-0, mianoposta@gmail.com.
Michele Miano: l’eredità spirituale del padre e il coraggio della poesia
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Michele Miano
So che ti prenderai cura di me, Poesie e appunti
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Confesso l’indubbio coinvolgimento emotivo suscitato in me dalla lettura del libro recente di Michele Miano So che ti prenderai cura di me (G. Miano Editore, Milano 2025), e segnatamente della parte dedicata al padre Guido, intellettuale sensibile e coerente, poeta, editore, instancabile organizzatore di cultura insieme al fratello Alessandro.
La perdita di un genitore costituisce per i figli una lacerazione tremenda, a tratti intollerabile, un trauma fortissimo e mal governabile. Ricordo che il grande economista e sociologo Vilfredo Pareto rammentava, in una lettera del gennaio 1919 all’amico Guido Sensini a cui era morto il fratello, con queste toccanti parole l’effetto prodotto nel suo animo dalla scomparsa della madre Marie Métenier, avvenuta nel settembre 1889: “Nella sua sventura non è piccola fortuna lo avere conservato la madre. Quando ho perduto la mia mi è parso che il mondo diventasse interamente diverso da quello di prima”.
L’autore nel rendere omaggio al papà sa mantenere un grande equilibrio fra la sfera sentimentale, la triste presa d’atto del grande vuoto affettivo, e la rivendicazione orgogliosa delle doti non comuni dell’uomo di “generosa umanità” (p.10), di cui elogia con sobrietà l’indole tenace e laboriosa, la vocazione all’impegno fecondo e disinteressato: “Guido Miano si è sempre definito un operatore culturale, un uomo con una missione da compiere: diffondere cultura. Poco incline alle mode, riservato e taciturno. La sua missione iniziata sabato 18 giugno 1955 (data in cui è nata la Casa Editrice), termina sabato 18 giugno 2022 (giorno del suo decesso)” (p.19).
Ritengo che un coefficiente importante dell’equilibrio ideale-morale di Michele sia il riferimento pensoso a quanto di “non detto” c’è stato fra loro, alla differenza ineliminabile di aspirazioni e di prospettive, e quindi all’accoglimento attivo e meditato di una preziosa eredità: “Come se mi volesse dire tante cose, lui che è sempre stato parco di parole, e io gli volessi raccontare ancora i miei sogni e progetti di un’altra vita che avremmo dovuto vivere. Ma non c’è stato tempo” (p.9, corsivi miei, come sempre in seguito).
Tale atteggiamento critico si riscontra altresì nella silloge di liriche di cui consta il volume; queste sono caratterizzate da frequenti annotazioni naturalistico-descrittive, permeate da un delicato, intimo vitalismo contrassegnato da ricorrenti spunti visivi e acustici, captante e fascinoso: “Un alito di vento/ accarezza le foglie./ L’aria tiepida/ avvolge il volo delle farfalle./ Un usignolo geme da lontano,/ scroscia il limpido gorgheggio/ e splendono più tersi i colori nelle ali (…) Ognuno ode grida/ di fanciullo,/ di una vita che si desta” (Vita).
L’amor vitae non cela alla mente del poeta quanto di doloroso è insito nell’esistenza (“Primavera ritorna/ e il dolore mi addenta/ con morsi di gelo./ È il vento che scuote profonde solitudini” (Primavera), e l’amara durezza del rilievo dispone a una rappresentazione della realtà mediante un sistema di antitesi bloccate: “Incerto passo del mio divenire/senza un porto di illusioni/ E il giorno è come la notte,/ la notte è come il giorno./ Oggi, domani e dopodomani” (Ricordi); “Così ritorni nell’orbita della vita/ come una favilla, ormai incasellata/ in una goccia, come in un’impronta/ di luce un tremito d’ombra” (Sensazioni).
La descrizione si anima così di significati interiori, acquista densità etico-culturale: “Ma ora è già sera./ Oltre i colli, uno sfavillio di luci./ E i pensieri che si ribellano alla grammatica./ Cosa dire? Cosa pensare? La notte./ Il fiume scorre lentamente/ e rivedo il colore della terra./ Colline, sentieri inondati dall’alba. La luce rinasce” (ivi).
L’incertezza del percorso può indurre a grida e lamenti (“E a lungo ho viaggiato,/ sradicato d’amore ho gridato/ e pregato sofferto e gridato”, Frammenti III), pur se la condizione umana ha una sostanza misteriosa irriducibile a schematizzazioni razionalistiche: “Per un attimo mi sembra di raggiungere/ il nervo delle cose./ Ma un battito di ciglia non è/ un colpo d’ali che ti solleva/ ed è vana ricerca aspirare/ al sillogismo dell’esistenza” (Sensazioni, cit.); nondimeno questa, in forza della sua complessità, può arricchirsi di apparizioni confortatrici: “Mi sei apparsa come una vela in mare,/ nel tuo volto di sera lunare/ sei fiorita al mio sogno/ ritrovato così all’improvviso./ Senza sapere come” (Frammenti I).
Floriano Romboli
Michele Miano, So che ti prenderai cura di me. Poesie e appunti, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-64-6, mianoposta@gmail.com.
Maurizio Zanon, "Il soffio salvifico della poesia"
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Maurizio Zanon
Il soffio salvifico della poesia
Guido Miano Editore, Milano 2025
Tra le numerose e coinvolgenti liriche di Maurizio Zanon possiamo notare:
- la descrizione lirica soavemente decadente in Venezia bizantina, per esempio nel verso «gondole d’opaca luce», in contrasto con la metafora «eterna sorgente luminosa», espressa in Venezia ha mille luci dove si riscontra un romantico ottimismo («città perpetua di sfavillii amorosi»), ed un velato riferimento all’ “illuminazione”, in una brillante successione poetica di suggestivo effetto;
- la poesia “autoreferenziale” Fra la salsedine, nei versi «Io sto a Venezia/ … con i miei malesseri/ con i miei pensieri/ che poi tramuto in scrittura…»;
- la tendenza al trascendente nei versi: «dove arriverà questo amore:/ oltre il mare oltre il cielo» (Questo amore);
- la malinconica visione di Venezia «con tanti negozi chiusi e pochi turisti/ vivi la solitudine riflessa» (Venezia malinconica)
- la metafora espressa in Risveglio di primavera dove «il nuovo giorno somiglia al lieto gemito/ d’un bimbo appena nato», in cui si anela ad una rinascita nel «magico biancore dell’alba» o di una nuova vita, tema ripreso nella poesia Al primo schiudersi dell’aurora «tra le rocce a primavera» che «dominano nel grigio pietrame» (sottintendendo la massa amorfa e dormiente, che attende «la luce benefica» del sole interiore);
- l’estensione del cuore nell’universalità del sentimento, nel verso «Il cuore palpita nelle primavere universali» in Elegia d’amore;
- nella poesia Amore mio l’autore manifesta l’esclusività del sentimento, una sorta di possessività quasi morbosa… («amore sopra tutti gli altri amori»).
Concludo, in sintesi, dicendo che nell’opera di Maurizio Zanon si rileva un costante romanticismo decadente, tuttavia sorretto da uno sguardo interiore anelante alla “luce” senza fine, nella sua vita e nei suoi amori.
Fulvia Donatella Narciso
Maurizio Zanon, Il soffio salvifico della poesia, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-50-9, mianoposta@gmail.com.
Angela Ragozzino, "C'è ancora speranza"
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Angela Ragozzino
C’è ancora speranza
Guido Miano Editore, Milano 2025
Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie tra le quali Essere nel tempo (2018), Il colore dei ricordi. Poesie e immagini 2022), Voci d’anima, d’arte e di natura (2023).
Se per San Paolo La Fede è la certezza della Speranza e San Giovanni Paolo II ha scritto tra i suoi libri un volume intitolato Varcare la soglia della speranza e se in alcuni componimenti della raccolta sono nominate il Padre, la Fede stessa, la Divina Pietà e gli Angeli, si comprende che alle radici dell’ispirazione della Ragazzino ci sia un sostrato religioso, una matrice cattolica che diviene la base per i sentimenti che animano le sue tematiche tradotte in versi. come l’amore per la natura e l’amore per il padre e per la persona amata.
Del resto la fiducia nella Provvidenza e nella Speranza stessa è un cardine incontrovertibile per la forma mentis di un vero cristiano. Inoltre si deve ricordare che anche Giovanni Paolo II è stato un eccellente poeta come anche il sacerdote David Maria Turoldo e lo stesso Mario Luzi, candidato al Nobel per la poesia, era cattolico.
Il volume C’è ancora speranza, pubblicato da Guido Miano Editore, 2025, presenta un’esauriente e acuta prefazione di Michele Miano centrata e ricca di acribia. In questo libro ci sono anche delle foto spettacolari abbinate alle poesie che accrescono il piacere dell’immersione nelle pagine del testo.
La silloge non è scandita e se la poesia, come diceva Goethe, è sempre d’occasione, non è un caso che la poesia della Ragozzino a volte abbia per argomento la sua professione di medico-rianimatore nel suo interagire con colleghi medici e infermieri dell’ospedale nel quale lavora.
Per avvalorare quanto suddetto si cita la poesia Agli angeli della notte che non a caso è la prima che apre la raccolta ed è dedicata al Personale della Rianimazione della clinica dove la poetessa svolge la sua attività, i cui rappresentanti sono denominati come angeli metaforicamente proprio per il tipo di attività umanitaria che svolgono.
Leggiamo l’incipit di Agli angeli della notte: «A chi lotta per la vita/ Altrui/ A chi piange/ Destino/ A chi prega per un fratello/ che muore/ A chi nella notte veglia/ tra luci ed ombre/ A chi ha Fede e spera/ nella Divina Pietà…».
Per un’analisi compiuta e composita del volume è doveroso soffermarsi anche sulle fotografie in esso contenute alcune delle quali riproducono dipinti e sculture di vari autori per cui, per i rapporti osmotici tra poesia e arte, il lavoro in toto può essere considerato un ipertesto; inoltre alcune delle foto inserite nel volume riproducono paesaggi di grande suggestione e si possono definire tout-court fotografie artistiche e c’è da mettere in rilievo che già in opere precedenti Angela aveva realizzato simili commistioni di linee di codice.
Il testo non è scandito in sezioni e l’ispirazione che anche in questa prova connota il poiein della Ragozzino è tout-court di matrice neo-lirica.
In Profumi d’autunno leggiamo: «Cadono le foglie/ partono le rondini/ per lidi lontani/ S’alza la prima nebbia/ sui campi arati,/ si prepara la vigna alla vendemmia/ I verdi teli distesi sotto gli olivi/ raccolgono i frutti maturi…». Qui nella linearità dell’incanto s’invera il tema della natura nella descrizione mirabile di una campagna idilliaca.
Raffaele Piazza
Angela Ragozzino, C’è ancora speranza, prefazione di Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-63-9.
L’amore per la vita quale fonte di speranza e di gioia
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Abies alba e altre poesie
Ester Franzil
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Mi pare che nella concezione di Ester Franzil sia fondamentale l’idea che la realtà risulta percorsa da un insopprimibile dinamismo vitale, animata da costanti impulsi energetici, che conquistano l’animo umano in forza della loro suggestiva intensità.
Ne consegue un’attenzione metodica ai molti tratti dell’ordine esterno delle cose, agli innumerevoli “microcosmi” che lo costituiscono, in una disposizione conoscitiva da cui origina una tecnica formale-stilistica estremamente essenziale, franta e brachilogica nella sua incisività nominale: «Occidentale specchio/ di Narciso mito/ pregnante metafora/ scoperta della propria identità/ riflessa immagine clonata/ rovesciato io…/ Orientale specchio:/ soglia. Sottile membrana/ ombra di elementi divini/ cosmica religiosa simbologia/ magia/ del nulla metafora/ avventura oltre la soglia/ apparente verità/ soglia di un mondo incognito/ visibile-invisibile…» (Specchio); «Il tuo corpo dal mare/ alla di Sebeto foce affidato./ Incanto e morte/ innocente vittima/ salvata vergine./ Esanime generatrice di/ città di tormento-estasi./ Alta malinconia di/ gioiosa affascinante vita» (Parthenope).
Il ricorso a determinati procedimenti ritmici come l’enjambement o a figure retoriche come l’ossimoro, messo in risalto alla fine dell’ultima citazione, conferisce al discorso poetico un’interessante concentrazione, rafforzata dalla predilezione, anche nelle parti descrittive, di una sintassi organizzata paratatticamente, e resa elaborata e complessa dall’anastrofe: «Graniti rosa arrotondati e/ lisciati da distratte carezze del vento/ d’impossibile rosso s’incendiano» (Stupore).
È il caso inoltre di segnalare che la specificità cromatica è dettata da un intento antropomorfo, dallo spunto umanizzante palese nel componimento incipitario: «Inargentate trine/ di resinosi fili/ da rughe possente/ tronco squarciato/ a grumi, a gocce/ lucente pianto/ fra perle di lacrime/ sgorga incontenibile/ contemplante sorriso/ gigante buono/ da impietoso fulmine schiantato» (Abies alba), preludio al felice manifestarsi della nota sentimentale, al lento enuclearsi dell’ “io” lirico: «Si culla il mare/ danza coi raggi sulle onde/ il respiro trattiene/ Vorrei…/ sui flutti dell’oceano riposarmi/ nelle amorose braccia del vento cullarmi» (Anelito).
Preme sottolineare, nell’àmbito di un siffatto sistema linguistico-espressivo, la funzione traente, l’autentica efficacia strutturante della metafora, decisiva ai fini della precisazione del significato complessivo dei testi: «Isola, cosmo in miniatura/ gioiello acquatico dal creatore incastonato/ col canto dei salmi/ il mormorio dell’onde danza.// La gioia, il paradiso/ è dono da scoprire, accogliere, custodire/ cullare in vergine isola/ celata in fondo al cuore» (Isola); «Paesaggio-presagio (…) Sofferenza, olocausto, preghiera/ morte, vita…/ rassicurante abbraccio/ d’autunnali caldi colori/ in pennellate d’ocra accesi/ chicco di grano sacrificato/ in sfolgoranti spighe risorto» (Tibhirine); «…Ipnotico incantamento/ magica nenia di/ funebre salmodia sorella/ esorcizzante tenebre/ vitale, rassicurante messaggio/ sussurrato, dolce/ lento conforto sacro/ rugiadoso balsamo» (Ninna - nanne).
Se la condizione di ognuno può essere sintetizzata tramite il concetto di “stabilità in gestazione”, la considerazione critica di quest’ultima induce all’apprezzamento delle sue implicazioni intime, delle conseguenze profonde, spiritualmente preziose: «Altrove temuto e invocato/ le proprie radici a ritrovare/ sorprendente movimento/ stabilità in gestazione./ Viaggio esteriore in/ cammino interiore/ tragitto all’essenza mia/ intuizione d’assopito dinamismo/ indistinta chiamata/ sempre più albeggiante,/ irrinunciabile itinerario/ alle mie profondità/ purificato il pozzo della memoria/ indispensabile rottura della quotidianità./ Addomesticati, familiari pensieri,/ morte le maschere/ della specchiata immagine di me…» (Pellegrinaggio, corsivi miei, come in seguito).
La coscienza problematica dell’autrice focalizza i tanti aspetti della vicenda naturale e umana, attratta dalle particolarità così varie e affascinanti, caratterizzate via via mediante un’accurata e meditata aggettivazione: «Ora che crepuscolo i bagliori/ del vespero in dolci ombre culla/ i tuoi piagati, luminosi piedi abbraccio.// L’amoroso tuo sorriso/ la patina polverosa/ del cuore mio disperda…»(Tramonto); «…Il tuo elastico corpo elegante/ è un eccezionale acrobata esilarante.// I tuoi furbi occhi ambrati/ i padroni han stregati (…) I tuoi cuscinetti molleggiati/ il terreno sfioran felpati…» (Filastrocca puffa); «Abbraccio tronchi/ variopinte erbette accarezzo/ antica fanciulla incantata/ tenero il turchino contemplo.// Tacita danza d’annoso faggio la chioma/ d’autunnale primaverile soffio risvegliata.// Sussurra il silenzio pacificate memorie…» (Romitaggio).
D’altronde porsi in ascolto della “voce del silenzio” consente a Ester Franzil di scoprire importanti segreti: «Invernale silenzio/ vuoti, seminati campi sognanti/ sospeso cielo di cinguettii muto (…) autunnale silenzio vibrante tavolozza di/ sfavillanti, moribonde foglie.// Estivo silenzio meridiano/ grondante sonnolente/ estenuate cicale…/ primaverile silenzio/ germogliante il risorto/ divino mistero» (Ciclico silenzio); «Voce del silenzio/ sfumata, misteriosa, evanescente/ impalpabile, ineffabile…/ Nella terra, nelle radici/ attendi, fremi, ti celi, urli…/ Silenzio di vette e di ombre/ di sognanti semi/ di neve dal cuore del/ cielo germogliata…» (Prodigioso silenzio).
Alla poetessa non sfuggono le negatività e il dolore che sovente accompagnano e turbano il cammino degli uomini («Velenoso albero/ velenose radici/ mefitica palude/ meravigliosi sguardi/ di violate infanzie/ da adulte nefandezze irresponsabili», Camorra), tuttavia nei suoi versi mai viene meno la fiducia rasserenante di un esito positivo, avvalorato nell’ardita soluzione “ossimorica”: «…Primaverile puro cuscinetto sulla/ chiara bara del papà gioiosamente/ evangelico, trombe d’angeli dormienti,/ nell’attonito morto giardino/ oscurità sfolgorante/ di risurrezione gravida» (Le calle).
A ben vedere la speranza in una prospettiva di finale, riconciliante armonia si fonda su un’antica Promessa: «…Sii te stessa, “gnosce te ipsam”/ interfacciati nella verità/ accetta conflitto, dissenso/ nella luce dello Spirito Santo/ trova punti di contatto/ modello: di Nazareth famiglia…» (Dialogo).
Floriano Romboli
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Ester Franzil è nata a Cadegliano (VA) nel 1951 e vive a Marchirolo (VA). Già Docente alla scuola primaria di Lavena Ponte Tresa (VA), poetessa, studiosa di psicologia, sociologia e pedagogia, ha pubblicato le raccolte di poesie L’allodola e il sole (1994) e L’incanto della natura (2021). Ha coordinato laboratori di poesia per bambini presso la sua scuola elementare. Attualmente è volontaria A.V.O. (Associazione Volontari Ospedalieri) e animatrice per la terza età nelle case di riposo del suo comune.
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Ester Franzil, Abies alba e altre poesie, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-66-0, mianoposta@gmail.com.
Michele Miano, "So che ti prenderai cura di me"
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Michele Miano
So che ti prenderai cura di me, Poesie e appunti
Guido Miano Editore, Milano 2025
Michele Miano (Milano, 1971) editor e co-editore di Guido Miano Editore. Studi classici e laurea in Giurisprudenza. Consulente legale, insieme alla professione, coltiva la passione per la storia del libro e della stampa. Umanista bibliofilo, da sempre nel mondo dei libri e dell’editoria indipendente con la casa editrice di famiglia è operatore culturale, poeta, critico letterario e d’arte.
Per la sua natura composita il volume del Nostro, che prendiamo in considerazione in questa sede, può essere considerato un ipertesto attraverso le linee di codice che si affiancano intersecano e sovrappongono e che sono poesie, appunti, riflessioni, ricordi e una sorta di soliloquio con il genitore.
Evocativo il titolo del libro So che ti prenderai cura di me, affermazione o per meglio dire invocazione che l’autore pare rivolgere sia ad ogni singolo potenziale lettore, sia alla memoria della figura paterna che è centrale nel discorso complessivo, quasi come un nume tutelare.
Se in tutti i rapporti non solo tra esseri umani è fondamentale e presente una quota incontrovertibile di affettività, se nella vita tutto è un fatto affettivo, questo fattore x, legato intrinsecamente alla condizione umana, acquista ridondanza proprio nel titolo stesso di quest’opera e sta al lettore interlocutore dello scrittore ritrovare il filo rosso che lega le parti del libro che diacronicamente si dipana attraverso la storia di persone che virtualmente potrebbero essere considerate come eroi nel muoversi attentamente per la creazione e poi la gestione di una Casa editrice e se nella vicenda c’è un protagonista è proprio Guido Miano padre di Michele e Carmelo e fondatore della Casa Editrice stessa.
Il libro è impreziosito da alcuni aneddoti e foto di repertorio di alcuni personaggi della cultura che lo stesso letterato ha conosciuto e frequentato in varie occasioni e con cui ha stabilito rapporti di lavoro produttivi e felici.
Il lavoro si apre con due scritti introduttivi, A te che leggi e Lettera a mio padre Guido, nel quale il figlio afferma che con Guido stesso forse senza volerlo già si erano detti tutto e continua il Nostro scrivendo che “le cose non dette” hanno il sopravvento su di noi e hanno il fascino del mistero, di cose rimaste in bilico in sospeso nel limbo di chiaroscuri, di parole mai chiarite, mai decifrate, mai capite in fondo.
In A te che leggi il poeta scrive che la sua opera è una sorta di Zibaldone (così lo avrebbe chiamato scherzosamente mio padre) appunti / riflessioni / poesiole sgangherate dell’età giovanile.
A proposito delle poesie presenti nel volume è doveroso definirle neo-liriche tout-court e riconoscere che in esse una natura interiorizzata è la protagonista; inoltre si deve constatare che è ironica e segno di modestia la suddetta autodefinizione di tali liriche da parte di Michele perché si tratta invece di testi leggiadri e compiuti, intensi e icastici nella loro leggerezza.
In Primavera leggiamo: «Primavera ritorna/ e il dolore mi addenta/ con morsi di gelo./ È il vento che scuote profonde solitudini./ Lieve cielo/ terra che respiro./ Sospeso ad un filo di vento/ scioglimi da questo peso./ Volteggiate rondini/ come bianche colombe…».
A livello stilistico e formale le poesie sono raffinate e ben cesellate e in esse prevale la linearità dell’incanto.
In Vita: «Un alito di vento/ accarezza le foglie./ L’aria tiepida/ avvolge il volo delle farfalle./ Un usignolo geme da lontano/ Scroscia il limpido gorgheggio.»
Una vena sorgiva, trasparente e luminosa nella sua complessità connota i versi di Michele Miano e le suddette caratteristiche si ritrovano anche nelle sue prose contenute in questo libro nei loro vari generi.
Raffaele Piazza
Michele Miano, So che ti prenderai cura di me. Poesie e appunti, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80 , isbn 979-12-81351-64-6 mianoposta@gmail.com.
Maria Francesca Borgogna, "Stagioni"
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Maria Francesca Borgogna
Stagioni
Guido Miano Editore, Milano 2025
Maria Francesca Borgogna, insegnante di Lettere, è nata a Procida (NA), è narratrice e poetessa ed è presente in numerose antologie poetiche.
La silloge poetica Stagioni presenta un’esauriente acuta e centrata prefazione di Marco Canzanella che esordisce nella sua trattazione con l’affermazione forte che il lettore graziato dal destino che s’imbatte nell’universo poetico di Francesca Borgogna, si trova immediatamente in un aperto arcano intramato di concretissime esperienze, e di baluginanti immagini del passato, che risorgono per essere ascoltate, per imporsi nuovamente alla memoria e all’esperienza dell’autrice, la cui sensibile e dolorosa meditazione è riposta all’urgenza della meditazione, del canto, del mormorare sommesso di materne presenze.
Alla prefazione segue una breve nota critica ricca di acribia a cura di Pasquale Cominale.
La poetica della Nostra può definirsi di matrice tout-court neo lirica e in essa lo scatto e lo scarto memoriale divengono espressione e riflesso della memoria involontaria che porta ad una riattualizzazione di immagini e situazioni del passato che non si fa ansia nostalgica per gemersi addosso, ma produttivo esercizio di conoscenza per proiettarsi felicemente nell’attimo e poi per aprirsi un varco nel futuro.
La raccolta non è scandita e per la sua unitarietà formale, stilistica e contenutistica e per la sua compattezza può essere definita un poemetto.
In ogni singolo componimento i versi sgorgano con leggerezza e icasticità nel loro procedere per accumulo sottesi ad un ottimo controllo stilistico e formale e densità metaforica e sinestesica e la versificazione è connotata da un rigoroso controllo dei versi sorvegliatissimi.
Tutto nel poiein di Maria Francesca pare divenire epifania secondo la linearità dell’incanto e la natura stessa si delinea come emanazione di Dio.
Concordo pienamente con il giudizio laudativo del prefatore di Stagioni: infatti le poesie del volume sono veramente leggiadre e sono connotate da quello che si potrebbe definire in senso positivo un fattore x che consiste nella loro vaga bellezza sottesa ad un’aura di mistero che si situa tra detto e non detto e per queste osservazioni si può considerare la Borgogna come una delle figure più interessanti del panorama poetico italiano contemporaneo.
Si citano i seguenti versi tratti da Volo, componimento nel quale l’io-poetante è molto autocentrato. «Leggera come una foglia/ sul suo crepitio dorato/ sorvolo il fine estate delle mie illusioni.// Saranno sogni piccoli/ e barlumi di inezie ad accompagnarmi/ a reggere il fragile volo di fantasticherie/ come ali di farfalle balenanti…», magia e sospensione si notano in questi sintagmi densissimi di senso e debordanti nell’ipersegno in varie traiettorie oniriche e surreali.
In Di novembre leggiamo: «Il fringuello canta/ la sua canzone d’addio/ all’ultimo migrante in volo.// Questo novembre a cavalcioni/ di un autunno bizzarro/ galoppa tra strapiombi di silenzio/ e luci azzurrine e/ sbuffi grigi di vento.// Fingendo primavere/ ti accoltella con schegge di pioggia.// Ha l’incertezza di questo tempo,/ che non ha più giorni…» il senso nel cronotopo natura-tempo inserito in un contesto nel quale il mese di novembre diviene personificato come un cavaliere che cavalca un autunno bizzarro si risolve e ricompone in un sogno ad occhi aperti descritto e il vero protagonista è il tempo, un tempo ansante che non ha più giorni.
I componimenti sono tutti efficacemente risolti e a volte qualcosa di gnomico o epigrammatico.
Raffaele Piazza
Maria Francesca Borgogna, Stagioni, prefazione di Marco Canzanella, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-55-4, mianoposta@gmail.com.
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