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poesia

Antonello Di Grazia, "Declinazioni umane"

4 Marzo 2026 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Declinazioni umane di Antonello Di Grazia (Eretica Edizioni, 2025 pp. 80 € 15.00) insegna a prendersi cura del proprio mondo interiore, oltrepassando la cortina feroce e annichilente di un universo che ha, nello scenario spaventoso di una attualità irruente e aggressiva, il suo culmine di desolazione e di malvagità. L'autore esplora i caratteri psicologici incoerenti e tormentati dell'uomo, alla ricerca di un conforto sul quale annullare la propria solitudine e sorreggere la sconcertante distruzione della realtà. Le tre sezioni del libro interpretano il senso dell'avversione e del disprezzo, la sensazione del sentimento drammatico, occupano lo spazio disincantato del dolore, accendono l'attenzione sulla rovina ardente delle guerre quotidiane ammesse all'oscura e alienante disumanizzazione. Antonello Di Grazia dichiara il declino della società attraverso la privazione silenziosa e sospettosa del pensiero, rivela l'abisso imperturbabile della paura, in bilico sull'orlo di un precipizio che assorbe il distacco istintivo dalla vita, analizza, nella voragine tragica, la fenditura negativa, creata da sentimenti irrazionali, ai margini del territorio vulnerabile e friabile dei comportamenti umani. Declinazioni umane registra un catalogo privato del deterioramento sensibile in cui lo sviluppo cognitivo dell'anima è deformato dalla crisi della comunicazione, raccoglie lo studio analitico sulla natura umana e la sua inesorabile ricerca dei significati, esplora il rapporto dell'individuo con le prospettive impietose e dure delle interazioni sociali. Decifra l'esperienza esistenziale della sofferenza, l'impazienza autolesionista, la percezione della lucidità introspettiva, influenzata dal giudizio della malinconia, dall'estinzione dell'umanità nella sua rispettabilità e onestà morale. Antonello Di Grazia sostiene il processo evolutivo dell'identificazione empatica, personale e soggettiva, tra la primitiva vocazione dei fattori innati nel comportamento umano e le condizioni degradate della società, indica la trasformazione fatale legata al contesto antropico dell'appartenenza, misura le dimensioni mentali del tempo e delle attese. Comprende la debolezza nella sua sensazione di dipendenza, come fattore di perturbazione, conosce il potenziale razionale e passionale delle intelligenze emotive, la motivazione delle corrispondenze, orientate nel presentimento di una condivisione in sintonia con le epifanie del cuore. Descrive, in un'atmosfera cupa e annientante, la visione complessa e soffocante della miseria, l'opprimente impressione di una strana alchimia etica in cui l'attrazione e la repulsione si fondono in un oracolo perverso di perdizione, distruzione e sconfitta. La poesia di Antonello Di Grazia mette in evidenza i contrasti terreni nel crepuscolo delle tensioni irrequiete, invoca, nell'incertezza e nel disorientamento, il ricorso al divino. Nello scenario devastante e lacerante di un itinerario oscuro e disperato emerge l'orizzonte di un cammino intimo, sereno e benefico, un osservatorio d'amore, un passaggio simbolico e sicuro dove trovare l'accoglienza, la protezione e l'incoraggiamento ad assistere la cura degli affetti, indirizzare l'identità personale nella rielaborazione dei ricordi e della loro continuità confortante. Antonello Di Grazia sorveglia la provvisorietà della gratitudine, difendendo il devoto e inattaccabile sollievo della poesia, sconfina l'indistinta e magistrale capacità di afferrare la transitorietà e vivere il presente.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

DOPO CENA

 

Devastanti bufere al tramonto

pieno inverno

macerie di morti

in un fioco lume, indistinto.

 

Cerco negli abissi profondi

mari languidi

il tuo riso diverso.

 

Inesausto silenzio,

greve discesa,

buia Siberia.

 

CAPODANNO

 

Nel giro silenzioso

d'uno sgomento di festa

nostalgia dei tuoi occhi

fugaci, intesa d'un meriggio

lontano.

E lieve si presenta

il sentiero percorso

e gravida l'insipienza

di questa certa abitudine

di urla dimenticanze giorni sottili

inverni

che non sfioravano la schiena.

 

SENZA SOFFI DI VENTO

 

Senza soffi di vento

l'emiciclo di stelle inestese

nello spazio nel tempo

smemora.

E resto a contemplare

la distesa operosa

di un mare che soffoca

le grida

di assordanti cicale.

Questa notte non ha

un prima né conduce

a domani: vaghiamo

svuotati e felici.

 

 

 

A MEZZOGIORNO

 

Gli anni avviluppati

in una scorza faticosa battono

ad ore inconsuete

chiedendo il conto.

Ma resta soltanto il tornare

lieve

dal mare al tramonto,

e svanire,

abisso di fuga

e celato candore,

in sghembi sentieri e vicoli ciechi.

 

MOTO DI ROTAZIONE

 

Nei giorni sparsi di brina

ancorati a doveri inesausti

di un'umanità tumultuosa

sembrava la terra girare

in spente chiose.

 

Non più sogni,

separazione di anima

e corpo, destavano

viali di stelle avvenire:

il tempo gravitava intorno

a giudizi poco globali.

 

 

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Marina Enrichi, "Eros e Logos"

28 Febbraio 2026 , Scritto da Raffaelel Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Marina Enrichi

Eros e Logos

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Attraverso la figura di Marina Enrichi, veneziana di nascita e padovana d’adozione, poetessa dalla raffinata e originale cifra stilistica e formale, si rinnova il binomio scientifico-umanistico della figura del medico-poeta che, come in passato, continua ad avere rappresentanti nel panorama odierno della poesia al tempo del villaggio globale.

Essi praticano appunto la poesia anche per emergere dal disagio e trovare un antidoto all’oceano di dolore vissuto accanto ai pazienti sofferenti o, per esempio, alle donne partorienti come nel caso dell’Enrichi che è ginecologa.

Tra i suddetti poeti, personaggi eclettici nello svolgere due attività che si potenziano e armonizzano, nei loro rapporti reciproci, si ricorda il napoletano Antonio Spagnuolo da cinquanta anni attore nel ruolo che sintetizza l’attività poetica (e anche saggistica e narrativa), e umanità e scienza nel suo approccio professionale e sensibile di medico con il malato e la malattia, che può divenire essa stessa occasione e ispirazione, oggetto per la scrittura di poesie.     

Quanto suddetto avviene spontaneamente in quanto tra i due termini del discorso c’è un rapporto osmotico e sintetico nel delineare l’identità di donna medico e artista dell’Autrice di EROS E LOGOS, l’intensa raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede.

La silloge non è scandita in sezioni e per questo può essere letta come una sequenza omogenea di componimenti poetici in continuum, come uno scrosciare di parole nello scaturire di ogni poesia l’una dall’altra.

Già dal titolo del volume possiamo renderci conto che il percorso della poetessa va dal generale al particolare perché nei suoi intenti, che si traducono in versi poetici, esito di un’intelligente e consapevole coscienza letteraria, si va dai massimi sistemi dei concetti di erotismo e di essere ed esserci, alle descrizioni specifiche del sentimento nelle poesie, precipitato del pensiero che si fa parola.

Le composizioni stesse vibrano di intenso pathos nel vivere la dimensione amorosa con sensualità e trasporto assoluto per l’amato che per estensione diviene amore per il logos e quindi tra le righe implicitamente anche per Dio.

Nella poetica di Marina c’è la presenza costante di un erotismo che ha risvolti anche mistici e la poetessa produce tessuti poetici fortemente icastici, detti con grande urgenza e nello stesso tempo ben controllati e raffinatamente cesellati.

L’amore provato dalla Nostra è anche quello per la bellezza e l’arte e la tensione emotiva e le emozioni che dominano nei testi, qualsiasi siano gli oggetti del desiderio, si manifesta con una realizzazione che ha sempre un fattore x, un comune denominatore nei componimenti fortemente provati, sentiti, vissuti e risolti sempre in maniera sublime che crea una dose d’ipersegno.

Il testo presenta un’acuta ed esauriente prefazione di Enzo Concardi e lo scritto corposo di Gabriella Veschi, che è un vero e proprio saggio critico di letteratura comparata sul poiein della Enrichi intitolato “Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolario, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi”.

A volte un atteggiamento ottimista prevale in queste liriche che sembrano pervase da una soave luminosità come in Che tu sia benedetto giorno che sorgi: «Che tu sia benedetto/ giorno che sorgi/ mortale imperfetto.// Che il tuo sole risplenda/ sulle angosce e le gioie/ di un’umanità in fretta.// Che il tuo cielo rischiari/ ombre e buio che incombono// quando cala la sera/ e la luce soccombe.// Che tu sia benedetto/ giorno pieno di vita/ e di sguardi e sorrisi/ e di baci.// Che tu sia benedetto/ per la pausa che doni/ alla corsa infinita». Protagonista di questo componimento pare essere il tempo, non il tempo lineare degli orologi ma un non-tempo che sembra essere scandito dalla luce dello stesso sole e della corsa infinita proprio della durata nel suo eternarsi nell’attimo e nella tensione all’indicibile.

In San Marco leggiamo: «Fiammeggiano campate d’oro/ su volte da cielo nutrite/ da piccole schegge di vetro/ maestria degli antichi artigiani/ che i secoli hanno onorato/ con fede commossa.// Profuma di sacra armonia/ di musica anche in silenzio./ Il cuore è rapito e perduto/ un’estasi nell’assoluto.// La musica scende a fluire/ da cantorie voci sciolte/ per onde di nebbia di mare/ lambiscono i corpi presenti/ e lasciano un’umida traccia d’immenso/ sostanza sonora d’incenso.// San Marco è così/ tangibile e inafferrabile/ mistero solenne e struggente/ abbraccio divino/ invito a far parte/ di schiere celesti.// Palpabile incenso irrorato».

Questa poesia, veramente, fortemente mistica e carica di mistero per ogni suo fortunato lettore, diviene ancora più struggente per coloro che hanno conosciuto, visitato, l’immensa Basilica veneziana, vero capolavoro architettonico, dedicata all’evangelista.

Infatti tali visitatori, memori dell’atmosfera magica e ammaliante di questa icona della cristianità, attraverso le parole rivivono intensificandole le visioni, emozioni e suggestioni provate proprio durante una visita in San Marco che non può lasciare indifferenti per la numinosa bellezza di ogni particolare dell’insieme.

Un componimento centrale della raccolta è quello nel quale l’io-poetante si rivolge quasi con veemenza ad un tu che presumibilmente è l’amato: tale componimento è intitolato Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ nel delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti della passione».

In tale poesia la figura femminile, che è l’io poetante, si fa fuoco che diviene una sola cosa con il partner nell’amplesso passionale e la gioia dei sensi diviene accensione e spegnimento che deriva per lei e per l’amato da una profondissima fusione di corpi e anime alla ricerca di un piacere di redenzione che suggelli una nuova dimensione temporale duale, privata ed unica, come anche ogni amore è unico.

 

Raffaele Piazza

     

 

Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Wanda Lombardi, "Araba Fenice"

18 Febbraio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #raffaele piazza, #michele miano, #saggi

 

 

 

Araba Fenice

Wanda Lombardi 

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Capitolo 1 - Il bel tempo che fu

Il passato, e quindi la sua memoria, in Wanda Lombardi non è soltanto un comprensibile sentimento nostalgico verso talune fasi dell’esistenza in cui la vita personale e sociale era migliore di quella presente, ma risulta elemento di stimolo creatore di nuove energie per progettare il futuro. Dunque il laborioso lavoro di introspezione della poetessa che evoca una recherche di tipo proustiano, s’avvicina al significato della famosa frase di Primo Levi: «Non c’è futuro senza memoria». In altre parole non si può vivere senza memoria individuale e collettiva, un requisito indispensabile affinché l’essere umano nella sua essenza possa, in ultima analisi, considerarsi antropologicamente ed ontologicamente, possessore di una coscienza civile.

I testi pubblicati nel capitolo del libro “Il bel tempo che fu” contengono quasi tutti questa esigenza e questo messaggio, alcuni dei quali anche richiamando riferimenti letterari e filosofici attribuibili ad autori significativi, colti in momenti riflessivi sui temi memoriali e temporali. Nella lirica A un ragazzo prematuramente scomparso troviamo una terzina («E tu, al cielo destinato,/ non conoscesti gli inganni,/ le amarezze della vita…») che richiama il tema della morte giovanile come nei seguenti versi di Giovanni Pascoli tratti dalla poesia L’aquilone: «…Sì, dissi sopra te l’orazioni,/ e piansi: eppur, felice te che al vento/ non vedesti cader che gli aquiloni!» (…).

Enzo Concardi

 

***

 

Capitolo 2 - Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità

Wanda Lombardi nelle sue sillogi poetiche conferma, di volta in volta, la sua cifra distintiva neo lirica tout-court e pervasa da trascendenza e fervente religiosità che lo scrivente, occupandosene in sede critica, ha definito realismo mistico. Nitore, luminosità, esattezza e leggerezza, connessa ad icasticità, connotano la poetica dell’Autrice. La poetessa ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.

Centrale nelle poesie scelte per questo capitolo del libro (“Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità”) la lirica Silenzio amico; nel suddetto componimento, che ha un carattere fortemente ottimistico, i temi trattati sono quelli del silenzio e della solitudine come isola benedetta per l’anima di Wanda che è pervasa da un forte senso di fiducia nel suo relazionarsi alla vita; la poetessa a questo proposito inventa la felice metafora dell’uscita da un labirinto che porta ad un’epifania di salvifica luce: «Come un labirinto/ dove dapprima si resta confusi/ e poi piano la strada si trova/ per graditi angoli di luce/ si l’anima mia/ dopo confusioni ed ansie/, dopo il flusso vorticoso d’incombenze/ nella solitudine e nel silenzio/ se stessa ha trovato, la luce…».

In Saper vivere si arriva all’apoteosi, al climax della speranza che diviene viatico per una gioia umana possibile, felicità da trasmettere anche agli altri e che è connessa al credere in Dio: «Non perdere mai la speranza/ e dai anche agli altri speranza,/ la gioia di vivere./ Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…» (…).

Raffaele Piazza

 

***

 

Capitolo 3 - Cognizione del dolore e desiderio di pace

Ci sono esistenze che sembrano nate sotto un cielo inquieto, dove il vento non smette mai di soffiare. L’esistenza di Wanda Lombardi è una di queste: un cammino attraversato da solitudini antiche, da malattie che scavano silenzi, da giorni che si sgretolano come pietre consumate dal tempo. Eppure, proprio in questo paesaggio ferito, la poetessa ha trovato una sorgente segreta, un varco di luce che nessuna ombra è riuscita a spegnere: la poesia. I suoi versi non nascono per ornare il mondo, ma per salvarlo. Sono fili sottili che trattengono l’anima quando tutto sembra franare, sono il respiro che ritorna dopo una lunga apnea. Ogni parola è un passo compiuto sul bordo dell’abisso, un gesto di coraggio che trasforma la sofferenza in canto. Non c’è artificio, non c’è posa: c’è la verità nuda di chi ha guardato il dolore negli occhi e ha scelto di non distogliere lo sguardo.

Wanda osserva il mondo come si osserva una terra che non si riconosce più: un luogo che scivola alla deriva, lontano dai ritmi del cuore. Eppure, invece di tacere, affida alla poesia il compito di custodire ciò che resta vivo: la memoria, la dignità, la capacità di sentire ancora. Nei suoi versi, il dolore non è una prigione, ma una porta che si apre su un altrove più autentico.

Questa raccolta è un attraversamento. È il viaggio di una donna che ha imparato a trasformare le ferite in luce, a fare della fragilità una forza segreta. Chi legge non troverà soltanto il racconto di un destino difficile, ma la sua metamorfosi: il dolore che diventa parola, la parola che diventa catarsi, la catarsi che diventa rinascita.

Entrare nella poesia di Wanda Lombardi significa ascoltare un cuore che continua a battere nonostante tutto. Significa riconoscere, tra le sue immagini, un frammento del nostro stesso cammino, perché quando il dolore si fa poesia, non divide più: unisce. Queste pagine sono un invito. Un ponte sospeso tra ombra e luce. Sta a noi percorrerlo, lasciando che ogni verso ci accompagni, lieve e necessario, verso un luogo più vero. (…).

Michele Miano

 

Wanda Lombardi, Araba Fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2023), Tempi inquieti e altre poesie (2024). Il suo iter poetico è stato seguito da vari critici, tra i quali Enzo Concardi, autore nel 2022 dello studio Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi.

 

 

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Marina Enrichi, "Eros e logos"

13 Febbraio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Eros e Logos

Marina Enrichi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Marina Enrichi Cariolaro – veneziana di nascita e padovana di adozione, come recita la sua biografia in calce a questa raccolta poetica – ha alternato la professione di medico specialista in Ostetricia e Ginecologia e di docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita prenatale presso l’Università di Padova, all’attività letteraria nella quale ha esordito con l’antologia Omaggio a Padova Urbs Picta, da lei ideata. È seguita una propria silloge dal titolo Meravigliosa donna all’interno del volume 18 dei Quaderni di poesia e studi letterari - Alcyone 2000, pubblicato dalla Casa Editrice Guido Miano. Si presenta  ora al pubblico dei lettori con una terza prova più impegnativa passando dal contesto di una rivista letteraria ad un testo mono autoriale, il che implica l’esporsi in prima persona anche ad un confronto con la critica più diretto.

Non sorprende più di tanto il fatto di una bipolarità vocazionale – medicina e poesia – dal momento che, nel panorama letterario contemporaneo, non pochi sono gli autori che, dopo un approccio scientifico e razionale conferito in prima istanza allo studio e alla comprensione dei fenomeni del reale, hanno sentito il bisogno di integrare le loro conoscenze concedendo spazio alla cultura umanistica e alle emozioni interiori, più ricche umanamente rispetto alla logica e alla materia. Potrebbe essere anche il caso della nostra autrice, come forse si può dedurre dai suoi motivi d’ispirazione, che vedremo nel corso della disamina critica.

Nel presentare le liriche qui pubblicate non si può certo prescindere dal saggio-studio che Gabriella Veschi ha scritto su di lei nel 2025: Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolaro, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi (in Alcyone 2000, volume 19, op. cit.). Si tratta di un lavoro di letteratura comparata che appare anche qui, in appendice, ed è consigliabile assimilarlo con attenzione. Nell’economia illustrativa della poetica di Marina Enrichi, ne faccio riferimento poiché mi paiono estremamente azzeccate le due tematiche che la Veschi individua: sono il cuore della scrittura della poetessa, i motivi ispiratori fondamentali, gli alvei contenutistici maggiormente sviluppati - sia in estensione che in profondità - anche nella presente raccolta, ed è seguendo questa direttrice che iniziamo a dipanare i significati e il messaggio del libro.

A guisa di incipit citerei un lacerto della Veschi che recita: «L’amore terreno si trasfigura in una forza che purifica e nobilita l’anima elevandola verso Dio, come accadeva nella poetica stilnovista duecentesca». Sono forse le parole più appropriate per coniugare la coesistenza nell’autrice delle due polarità non dicotomiche ma complementari, identificabili nella “spiritualità” e nella “passionalità” della Veschi. Ed appropriato è anche il riferimento al Dolce stil novo, se pensiamo alla Vita Nova dantesca (1294) e alla figura di Beatrice proiettata nella Commedia, nella quale ella appare nella cantica del Purgatorio (Canto XXX, vv.31-33) con questi versi: «sovra candido vel cinta d’uliva/ donna m’apparve, sotto verde manto/ vestita di color di fiamma viva».

Nella poesia della Enrichi le parti s’invertono (segno dei tempi…): è la donna a sciogliere il canto d’amore per l’amato ma - anche se è Dante ad elevare Beatrice a donna angelicata, guida verso Dio e fonte per lui di forti turbamenti - è sempre la forza intrinseca dell’eterno femminino a dominare la scena e ad imprimere all’amore correnti ascensionali: «E sentirai commuoversi una lacrima/ e un canto come miele/ ti scioglierà nel cuore/ quando lo sguardo innamorato/ raggiungerà i tuoi occhi.// Il sangue inizierà un vortice di danza/ e il respiro nel petto più veloce/ sarà un tumulto/… // Ti sembrerà che/ il mondo intero ti travolga/ e che tutti conoscano il segreto/ che volevi celare.// Ma è l’amore, tesoro./ Prorompe/ senza veli» (E sentirai commuoversi una lacrima). Questa lirica dell’autrice richiama senza dubbio quella di Guido Guinizelli, l’iniziatore del movimento letterario stilnovista, dal titolo: Al cor gentil rempaira sempre amore.

Per lei dunque l’amore possiede una grande forza trasformatrice, capace di sublimazioni e metamorfosi: seguiamo l’analisi testuale per scoprirlo più da vicino. Incontriamo poesie ardenti di passione, con immagini metaforiche e sinestetiche, dove l’amore è tutto terreno e la “fusione” tra gli amanti inizia proprio dagli strati epidermici per significare un possesso radicale l’uno dell’altra. Una di tali creazioni è riconoscibile fin dal titolo perché mantiene le promesse che esso contiene, ovvero Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ dal delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti e vive della passione».

Altre scandiscono le diverse fasi del desiderio in un calando di toni ma non di contenuti, per cui posseggono l’alternanza tipica delle musicalità romantiche, le quali si avvalgono sia dello Sturm und Drang (Impeto e Assalto) sentimentale che delle dolcezze dei chiari di luna o delle idilliache rappresentazioni della natura, come Vibrami: «Vibrami/ come corde di liuto/ tra le braccia raccolto.// Cullami/ caldo è il timbro di voce/ quando sciogli il tuo canto.// Ristorami/ in un’oasi felice/ dove in un tempo sospeso/ ci raggiunge/ e la pace». Da notare come nei verbi utilizzati per le richieste amorose esternate all’amato la poetessa ha l’accortezza di scendere dal forte all’adagio: “vibrami, ristorami, cullami”.

In entrambe le liriche, ed anche in altre, riscontriamo un’altra peculiarità lessicale, ossia verbi la cui particella pronominale mi fa riflettere su chi riceve l’azione gli effetti della stessa, invece che sul soggetto: ciò rende ancor più efficace la rappresentazione fonetica e la forza dinamica (brucia-mi; vibra-mi…). Ma sarebbe troppo schematico e scolastico classificare le poesie d’amore della Enrichi come appartenenti ad una tipologia piuttosto che ad un’altra: infatti nella maggior parte di esse vi è un unico sentimento che si esprime in relazione agli stati d’animo, ai desideri contingenti, ai bisogni profondi coinvolgenti anima e corpo. Ad esempio nella tetralogia costituita da quattro liriche similari, come lo sono Guardami, Sfiorami, Spegnimi come fuoco che arde, Baciami sulle palpebre, si ripete la stessa scelta basata sull’impostazione riflessiva del verbo, evidente e palese già dalla titolazione conferita non casualmente alle singole composizioni.

Inoltre esse testimoniano la libertà da schemi precostituiti della poetessa, libertà che consiste nel trasformare ogni poesia in un caleidoscopio di emozioni, desideri, immagini, metafore, tonalità di ogni genere, rappresentazioni dell’autenticità di ciò che il cuore sente, prova, immagina. Ed infatti è qui che si realizza il mosaico sentimentale della Enrichi: vi sono «occhi d’amore», «carezze», «sorrisi» e un «fievole canto»; richieste urgenti come «Sfiorami/ toccami/ accarezzami/… Sussurrami/ parlami/ cantami/… il profumo di te mi conquista/ mi sconvolge e mi placa…» (un crescendo di sfumature che si concludono con un contrasto di forte/piano); le tradizionali parole d’amore che tutti vorrebbero sentirsi dire: «…Sussurrami/ le parole dolcissime/ di passione infuocate/ e alla fine di tutto/ dimmi solo ti amo»; e vi è un profondo bisogno d’essere amata come una donna richiede: «… Conquistami/ di dolcezza e sorrisi/ e miracoli./… Fammi un dono,/ un sussurro di musica./ È di un tenero amore/ che ho bisogno stasera». Passione e tenerezza dunque appartengono entrambe ai vissuti amorosi della poetessa ma, in ultima analisi, la ricerca sembra concludersi in un crepuscolare cantuccio intimo: «… Ma troverò il mio giaciglio di piuma/ come uno scricciolo dentro il suo nido/ dove sentire il tuo alito caldo/ e abbandonarmi alla quiete del sogno» (Non ci sarà un’altra sorgente).

Lo stesso ardore che caratterizza buona parte della poesia amorosa, lo ritroviamo nelle espressioni della poesia religiosa: a partire dalla composizione Avevamo vent’anni, nella quale l’episodio biblico dell’Antico Testamento (Esodo 3) dell’apparizione di Dio a Mosè sul Monte Oreb, sotto forma di un rovo in fiamme, conclude la prima strofa: «Avevamo vent’anni/ ed il sole imbiondiva i capelli/ ed il cuore incendiato bruciava/ senza mai consumarsi/ come un roveto ardente/ abitato dal Dio…». La spiritualità della poetessa si avvale spesso di riferimenti alla Storia Sacra e questa è una cifra importante della sua ispirazione, tant’è che ne segnaliamo alcuni altri. Genesi, il primo libro della Torah e della Bibbia cristiana, appare in apertura della lirica Genesi e la luce esondò, dove si esalta l’opera creatrice di Dio, che ora sembra offuscata dalle tenebre portate dalle negazioni umane, ma che in prospettiva escatologica saranno dissipate da una nuova Alleanza col Divino: «…E poi Arcobaleni d’ali d’Angeli e Arcangeli/ narreranno l’accordo/ tra le note dell’uomo e il sorriso di Dio».

È il Salmo 16 - utilizzato dalla Chiesa Cattolica nella liturgia delle ore - che, su esplicita dichiarazione della poetessa, guida i versi della Scala a chiocciola, creazione in cui si evoca ancora il ‘soffio di Dio’ (‘Ruach Elohim’ nella mistica ebraica), il vero ideatore dell’universo a conferire una forma ordinata al mondo. Attribuito a Davide, è nei versetti 5-6 del Salmo («Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita./ Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità») che troviamo l’aggancio concettuale effettuato dall’autrice, con queste due terzine: «…Sono erede e bevanda,/ mi disseto e mi verso/ come calice e dono// a chi affianca i miei passi/ faticosi e migranti/ sulla Terra dei Santi». Più articolata e complessa si presenta la riflessione di fede in Speranza è l’eterna visitazione: qui la centralità tematica è rappresentata dalla consapevolezza che la vera speranza di salvezza per l’uomo risiede in quel bimbo nato nel grembo di «Virgo la giovane» di cui narra l’Evangelista. Ora con i riferimenti biblici siamo passati al Nuovo Testamento, con la divaricazione fra Ebraismo e Cristianesimo.

E nello scenario cristologico restiamo anche con Sei tu, Donna, consacrata creatura: un’apologia del ruolo della Madonna - meravigliosa creatura - nella Storia Sacra, per aver accettato il suo destino di Madre di Dio. Ed è forse per questo che la Enrichi, nel celebrare le bellezze artistiche della Cappella degli Scrovegni a Padova grazie alla maestria di Giotto, auspica che riacquisti il suo antico nome: Santa Maria della Carità (titolo della poesia dedicata).

Se, come abbiamo visto, Eros e Logos sono predominanti in quest’opera poetica, non possiamo esimerci d’accennare ad altri brevi spunti di diversa natura che vi appaiono, come taluni frammenti esistenziali attinenti alla dimensione temporale e memoriale (attese, vigilie, speranze, segreti dell’anima) o al desiderio di future trasformazioni interiori e sociali. Ed ancora soffermarci su squarci di vita quotidiana visitanti bancarelle, edicole di giornali, poggioli domestici di sapore naif oppure immergerci nell’atmosfera romantica di un notturno lunare: «…Ciao luna birbante/ seduci/ col battito delle tue ciglia/ i sogni di treni arenati/ che attendono forse il disarmo/ su morti binari» (Splendida luna sdraiata).

Enzo Concardi

 

Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.

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L’AUTRICE

Marina Enrichi Cariolaro, veneziana di nascita e padovana di adozione, è dottore in Medicina, specialista in Ostetricia e Ginecologia, già docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita Prenatale all’Università di Padova. Poeta, è responsabile del Gruppo Vecia Padova Poesia e Presidente dell’Ucai di Padova, cantore e segretario del Coro San Prosdocimo della Cattedrale di Padova.

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Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"

7 Febbraio 2026 , Scritto da Gabriella Veschi Floriano Romboli Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #floriano romboli, #gabriella veschi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Chiaroscuri

Anna Scarpetta

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Capitolo 1 - Nei labirinti dell’amore

L’amore, colto nelle sue poliedriche sfaccettature, è posto al centro della produzione di Anna Scarpetta, scrittrice versatile e pluripremiata e si configura come una presenza focale con cui esplorare il variopinto ventaglio delle emozioni. Le liriche prese in esame nel primo capitolo del libro mostrano un evidente dualismo tra luce ed ombra, tra vitalismo e orrore e la raccolta spazia tra diverse dimensioni: se nei testi iniziali prevalgono immagini legate all’amore rigenerante, in altri si sondano con audace lirismo i lati più oscuri e labirintici delle passioni.

La poesia incipitaria consente al lettore di abbeverarsi alla fonte dell’armonia: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/musiche sublimi di note/di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta,/ che dal cielo scende rumorosa/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore d’un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa/ ovunque…» (Nel cuore di un amore). La musicalità, resa efficace dalla rima al mezzo del primo verso e dal rincorrersi delle assonanze, evoca la dolcezza del sentimento amoroso, proiettando un sinestetico valzer di percezioni, a sottolineare la sacralità di un legame indissolubile. (…).

Gabriella Veschi

 

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Capitolo 2 - Le problematiche esistenziali

È decisamente cupo il quadro d’assieme che sottende il componimento iniziale del secondo capitolo del libro. I versi di misura lunga scandiscono una visione nichilisticamente sconfortata, pervasa da zone allarmanti di “oscurità” e dal triste avvertimento dell’assenza di vera comunicazione fra le persone e fra i gruppi sociali, dato che l’umanità sembra come soffocata dalla coltre opprimente dell’indifferenza: «Il velo del nulla è sceso lentamente, sul mondo./ Un velo disteso, dalle lunghe mani d’ombre/ dall’indifferenza globale, a coprire ogni cosa,/ valori, cammini e sentieri senza fine.// È calato, pian piano, silente, il velo del nulla/ disteso a manto, su tutto il globo della terra.// È calata una notte infame, senza stelle né sogni,/ senza luci, né albe d’avorio (…) Si dice sia colpa della crisi, eppure il velo del nulla/fa, intanto, da padrone sull’umanità che soffre…» (Il velo del nulla è sceso sul mondo, corsivi miei, come sempre in seguito).

Tale amara concezione della realtà storico-umana è rafforzata nella sua negatività dalla dolorosa consapevolezza del progressivo venir meno dei fondamentali valori etico-ideali capaci di ispirare i comportamenti collettivi («L’umanità sembra aver perduto/ quel punto chiaro, luce, così prezioso,/ che orientava ogni cosa e sentiero…», I gradini dei valori umani), con il conseguente “vuoto” esistenziale che sembra a poco a poco paralizzare l’animo di ognuno, in un percorso alienato modellato sul ritmo veloce, ma inautentico della tecnologia web: «Si sono deteriorati, giorno dopo giorno,/ i gradini di marmo dei valori umani/ in questo mondo che va, così stanco.// Va lentamente coi suoi lenti giri,/con l’usura del tempo che ruota/ instancabile, con l’alba e la notte.// Non è colpa del sistema web digitale,/ che va forte, con una sua viva energia,/ quando corre veloce…» (ibid.)  (…).

Floriano Romboli

 

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Capitolo 3 - Nei dintorni dell’anima e della coscienza

Solitamente s’intende definire l’anima come la parte spirituale dell’individuo, distinta dal corpo fisico, caratterizzata dalla dimensione dell’eternità e spesso essenza di tipo religioso che sopravvive alla materia. E la coscienza come quella facoltà mentale consapevole di sé e della realtà, che è radicata nel presente e che contiene diverse istanze etiche. Sono due elementi dell’esistenza umana che, tuttavia, pur essendo differenti, sono presenti contemporaneamente in essa, tant’è vero che la coscienza può essere vista anche come una manifestazione dell’anima, quando è vigile, attiva, creatrice di esperienze. In definitiva non v’è anima senza coscienza e viceversa.

È ciò che succede nella visione di Anna Scarpetta, ed è per tale motivo che ho intitolato questo capitolo, che tratta una delle tematiche della sua poetica: “Nei dintorni dell’anima e della coscienza”, binomio per lei inscindibile. Occorre qui anche aggiungere un altro tassello importante della sua concezione, ovvero l’origine trascendente, verticale, divina – quindi non solo ontologica e laica – dell’anima e della coscienza, che sono tali in quanto si specchiano e fanno riferimento – è palese nei suoi testi – alla religione rivelata.

Nelle liriche pubblicate scopriamo un canto rivolto ai diversi volti dell’anima della poetessa di Pozzuoli: volti che sono altrettanti atteggiamenti, stati, condizioni in cui vive le sue epifanie cicliche – si potrebbe dire stagionali – la realtà spirituale, autobiografica ed esistenziale del cammino e dell’avventura umana dipanantesi da un’intensa vita interiore, nonché da un’acuta coscienza del dolore cosmico ed universale. La titolazione delle poesie – che riporta numerose volte il termine anima – ci guida nell’analisi critica dei contenuti, qui maggiormente privilegiati rispetto allo stile e al linguaggio, i quali si avvalgono di un andamento prosastico, nonostante la sussistenza delle strofe (prevalentemente distici, terzine e quartine).

Il messaggio finale che ci lascia Anna Scarpetta richiama la necessità già rilevata dal filosofo francese Henri Bergson, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, ovvero il bisogno per l’uomo moderno di un “supplemento d’anima” e di uno “slancio vitale” (“èlan vital”) di fronte ad un sviluppo tecnologico e materiale abnorme rispetto al mancato sviluppo spirituale di un’anima rimasta rattrappita. Infatti reiterato è in lei questo esiziale motivo d’ispirazione: Il risveglio delle coscienze (titolo di un suo componimento) può essere attivato anche con il contributo della poesia; la Musa le ha rapito l’anima, iniziando un viaggio meraviglioso (Negli occhi della poesia), poiché l’arte richiede anime vibranti (Poesia); la società soffre per la mancanza di padri, tema a cui dedica la lirica A tutti quei papà assenti. (…)

Enzo Concardi

 

 

Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Anna Scarpetta è nata a Pozzuoli (Napoli) il 2 gennaio 1948. Ha lavorato presso la Direzione Rete Ferroviaria Italia a Milano; attualmente è in pensione e vive a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, alla narrativa e alla saggistica. È stata membro di giuria a Napoli nei concorsi letterari in lingua e in vernacolo, e in tante città italiane. A Milano si è dedicata al Teatro Sperimentale, in qualità di Aiuto Regia, con la compagnia teatrale di Ciro Menale, regista, con una trama molto suggestiva dal titolo: “Una barchetta di carta”, rappresentata al Teatro Litta di Milano a dicembre del 1992, un lavoro liberamente tratto da un testo di Fernando Pessoa. Ha pubblicato varie raccolte poetiche e ha conseguito numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari in diverse città italiane.

 

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Leonardo Manetti, "Le ore eterne dell'Attesa"

3 Febbraio 2026 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Le ore eterne dell’Attesa di Leonardo Manetti (Edizioni WE - Italia, 2025 pp. €114 15.00), scandiscono il tempo delle aspettative, occupano un luogo privilegiato dove scoprire l'amore e accogliere la solitudine della sospensione, interpretano il cammino introspettivo e la percezione di una struggente speranza per ascoltare e ricongiungere il ritorno degli affetti più cari. Leonardo Manetti, omaggia, con la sua opera, la dedizione dell'aspettare, la persuasione di rivelare, attraverso la spontaneità dei sentimenti, la tensione romantica di ogni mancanza, il desiderio sincero di trasformare il destino e il senso della vita nel sogno d'amore. Nutre le stagioni delle emozioni, indica la previsione di un percorso interiore in cui si custodisce un legame e si sceglie, nell'evoluzione amorosa, la profondità identitaria del cuore, definisce l'elaborazione di un impegno che gratifica il vincolo affettivo, affranca le tormentate contraddizioni dell'essere, rinnova l'eternità della presenza e l'empatia dell'anima. La poesia di Leonardo Manetti decanta una ricerca lenta e ispirata attraverso l'uso sapiente e pastoso delle parole, rafforza la connessione vellutata delle sensazioni, accompagna la delicatezza dei versi per poi rivelarne il suo significato più suadente e intimo. Il libro esamina l'esperienza coinvolgente della crescita e della maturità artistica e personale dell'autore, analizza la convincente e commovente riflessione sull'inafferrabilità della vita, riempie la distanza e il vuoto delle assenze con la qualità contemplativa del silenzio e della fedeltà. Leonardo Manetti fa sua la cadenza spirituale e carnale, invocando l'intenzione nobilitata in cui la passione e l'innamoramento rispecchiano l'espansione di una intrigante continuità, l'attrazione sfuggente per i ricordi e per ogni profetica restituzione della nostalgia. Comprende l'evocativa capacità di riconoscere, nell'esistenza umana, il tortuoso intreccio di luci e ombre, di debolezza e di forza, di fragilità e di resistenza nell'affrontare il dolore e viverne la sua fugacità. Consegna la testimonianza di una finalità privata intorno alla possibilità di ricomporre uno spirito frantumato e disgregato dalla paura e dalle esitazioni. Le ore eterne dell'Attesa concentra il peso e l'abisso delle occasioni scomponendo gli intervalli temporali tra la confidenza malinconica del passato, l'instabilità inquieta del presente e l'apertura fiduciosa del futuro. Consuma l'orizzonte di una realtà che misura la dimensione ideale e proiettiva dell'amore, la lucidità del vissuto, lo stato intuitivo di coscienza e l'oscillazione illuminante dell'immaginario. Leonardo Manetti sa indugiare sulla provvisorietà del quotidiano, guardare e considerare le vibrazioni dei pensieri che riprendono la forma accesa e viva della dedizione esclusiva, ascoltare l'impulso della perseveranza, come ricompensa alla felicità. Il libro ne è una conferma miracolosa su come la sorprendente meraviglia del sentire può migliorare la costanza e la cura del bene, le condizioni di affinamento e di conservazione esprimono la meticolosa e genuina pienezza relazionale. Leonardo Manetti osserva i cambiamenti umani, ammette il dubbio imperturbabile dell'indifferenza, si scontra con la condanna della mancanza, attende i giorni migliori. Risveglia il coraggio e l'energia nella rivelazione di una sensibilità che manifesta il riscatto, incendia e rinsalda l'essenza poetica, offre quiete alla solitudine, la forza redentiva e il fondamento della salvezza.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

BRUCIA

 

Cerco per casa qualcosa che ho perso,

o meglio, qualcosa di mai scovato.

Ribalto cassetti, svuoto gli armadi.

Dove si sarà cacciato?

Lo sento, nel petto così ardentemente.

Non ho più dubbi, esiste ed è vivo,

brucia l'amore, ma di fiamma sbagliata;

Non di passione, solo di ira.

 

SGUARDI LONTANI

 

Teneri occhi che mi osservano,

dolce è lo sguardo incrociato,

parole senza suono

ci uniscono all'ascolto.

Un attimo di fiaba

e poi subito il reale,

poche semplici note

di una scala senza chiave.

 

IL GIOCO DELL'OCA

 

Prima uno, poi due.

Domani sono le dita

i dadi di chi rimane.

Pensavi al giallo,

invece è rosso

e ottieni un nero.

Numeri impazziti

si rincorrono sulla linea

e cambiano colore.

Tre è divertimento,

cinque era riflessione

sette sarà amore.

Si parte dal via,

ci si perde tra le caselle,

arriviamo insieme.

 

 

CONFUSIONE

 

Fuori c'è il ghiaccio

delle nostre vite,

noi siamo in una bolla

di acqua calda.

 

Torna presto primavera,

voglio vederti

di nuovo germogliare,

spegnendo l'illusione.

 

NELL'ARIA

 

Stringo forte

in un abbraccio

l'aria intorno a me,

e mi accorgo

che è materia viva.

 

Il suo viso è definito,

il suo corpo è familiare

il suo respiro è caldo

come l'amore

che nutro per lei.

 

IN QUESTA NOTTE

 

E ora che la notte è giunta,

cerco i tuoi occhi nelle stelle

mentre il dolore che sale

lungo le crepe della mia pelle

mi chiede di te.

Dicono che questi sono i momenti

in cui i poeti scrivono i versi più belli,

ma passo le notti con un foglio bianco

e il dolore accanto a me.

 

 

 

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"Diario poetico di Tommaso Tommasi", a cura di Floriano Romboli

29 Gennaio 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Diario poetico di Tommaso Tommasi

a cura di Floriano Romboli

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Tommaso Tommasi è nato a Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, il 3 febbraio 1948. Al paese natale - chiamato con affettuosa confidenzialità Kipa - , alla terra d’origine egli è rimasto fortemente legato, anche se gli studî all’Università (si è laureato a L’Aquila) e poi il lavoro di docente e di bibliotecario lo hanno portato lontano, in Lombardia, e più precisamente in area bergamasca (risiede da tempo a Seriate).

Il senso delle radici e la mobilità personale sui territorî attestati dalla biografia sono forse coefficienti della profonda sensibilità e della non comune versatilità intellettuale, della vastità degli interessi di chi è stato docente, linguista, poeta, narratore (v. il romanzo Masognaos, 2011), uomo di teatro, fotografo e pittore.

Non è facile dare un’idea della ricerca lirica dell’autore, che è ricca, articolata e affidata a varie raccolte di versi pubblicate fin dagli anni Settanta del secolo scorso. Si impone pertanto una scelta, che privilegi alcuni volumi, e si è deciso per Poesie di vita quotidiana (1990), Poesie del caos (1996), Sul mare azzurro della notte (2019), e per i prosimetri Lamodeca (2022) e Poesogni (2024).

Preme inizialmente richiamare un interessante spunto prosastico collocato in testa alla seconda silloge, a motivo della sua valenza auto-esplicativa, del suo tratto prezioso di enunciazione culturale-programmatica: «Inizialmente non ci facciamo caso, poi cominciamo a capire piano piano, giorno dopo giorno, che la legge che regola la vita non è l’ordine, ma appunto il CAOS (…) Il poeta è colui che sente più di tutti – a causa di una sensibilità accentuata – questa opprimente cappa chiamata caos (…) In una società che sta perdendo tutti i suoi valori, che ha eletto l’egoismo a suo supremo feticcio e l’arricchimento e il successo al massimo grado di perversione, il poeta si perde in un caos infinito, dal quale è sempre più difficile risalire o difendersi» (la maiuscola di evidenziazione e il corsivo sono nel testo).

Ogni componimento di cui consta la prima raccolta ha in calce un nome, quasi a significare che potrebbe essere stato scritto da un’altra persona, nell’àmbito di una coralità spirituale e compositiva, che fa dell’arte un’occasione significativa nell’esistenza “quotidiana”, una testimonianza precipua di vita morale.

Fino dal principio le poesie di Tommasi sono caratterizzate da un descrittivismo interrogativo, da un’essenzialità concettosa e simbolica rivolti a cogliere il senso intimo dell’ordine delle cose, a indagare innanzitutto il valore e le misteriose finalità della vicenda naturale. La realtà appare ambigua e problematica, in particolare alla coscienza inquieta dell’uomo, incline a disporre i dati dell’esperienza secondo una scansione temporale inarrestabile, per cui il presente scivola nel passato, mentre si fa attesa fervida del futuro, sulla falsariga della meritamente celebre investigazione agostiniana.

L’avvertimento del disordine, la rilevazione critico-intellettuale del caos comportano una visione polarizzata dalla preoccupazione di opporre al doloroso disorientamento contemporaneo un universo alternativo di idealità e di aspirazioni - dapprima magari concepite in sogno - in grado di permeare fecondamente le strutture del reale, in un processo di integrazione catartica e di sublimazione qualificante.

Il nucleo centrale del discorso è contraddistinto da una dinamica a spinte (realistiche) e controspinte (idealizzanti), che si obiettiva in un’organizzazione formale dei testi imperniata sull’antitesi: «Nessuno ha più/ champagne/ per gli orrori dell’inferno./ Il tempo assente/ entra nella camera a gas:/ le ali ai piedi del sogno/ chiedono un altro ballo/ alla cenere della vita» (Nessuno, in Poesie del caos, op. cit.).

L’itinerario lirico dello scrittore marchigiano-lombardo è proseguito sotto il segno di una spiccata coerenza, pur se i lavori letterarî più recenti dimostrano una fisionomia meno contratta e un respiro maggiormente ampio e disteso, accogliendo motivi di coinvolgente effusività sentimentale, momenti di notevole efficacia positivamente evocativa. Alla sottolineatura dei tanti aspetti del “male di vivere” fa da felice contrappunto l’insistenza sulla peculiarità seducente del sogno, sulla forza vitale e rigenerante dell’amore (considerato altresì nella sua specificità fisica, erotico-sensuale), sul risarcimento corroborante e confortatore delle memorie familiari e locali.

La maturità artistica ha infine coinciso con un’interpretazione del mondo di certo organica e sapientemente equilibrata.

Floriano Romboli

 

Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Michele Miano, "So che ti prenderai cura di me"

10 Gennaio 2026 , Scritto da Luisa Martiniello Con tag #luisa martiniello, #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

Michele Miano

 So che ti prenderai cura di me, Poesie e appunti

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

Non potevo mancare all’invito per il 70° anniversario della Casa Editrice Miano, non potevo far mancare la mia presenza per ricordare Guido Miano, che come mio padre Pasquale, ha sempre avuto come obiettivo diffondere cultura, fondare scuole quale volano di crescita personale e del territorio, comunicare in versi. Era l’occasione anche per conoscere finalmente di persona Michele Miano alla presentazione del suo ultimo lavoro poetico e mi sono subito ritrovata in alcuni ricordi-appunti: la correzione delle bozze per i primi libri, le visite in tipografia, l’assemblaggio dei caratteri, il ciclostile, i rapporti interpersonali tra amici poeti, una miriade di foto e nomi che si riaffacciano alla memoria: Padre David Maria Turoldo, Piero Bargellini, Mario Luzi, Vittoriano Esposito.

Non s’inganni il lettore dinanzi a squarci di serenità di paesaggi, nascondono ognuno il dramma esistenziale, colto già nella prima lirica Verso sera, nel sibilante rincorrersi delle «strane parole» che si nascondono nel pianto-pioggia della sera, che inganna col suo profumo e apre ad un cielo che «sembra annegare/ in un mare di stelle», altro dal naufragare leopardiano, ché forse è da leggersi dantescamente: «E quindi uscimmo a riveder le stelle», simbolo si speranza e redenzione.

Il figlio è tornato, sente l’amarezza delle parole non dette, degli abbracci mancati, il peso del sipario che divide dall’oltre e quindi la preghiera-certezza che rivolge al padre, espressa nel titolo: So che ti prenderai cura di me. Richiesta che leggo specularmente da parte del padre, che immagino aver chiesto in un muto sguardo di aver cura di lui attraverso la sua creatura: la Casa Editrice.

Gli inganni della vita, i suoi tormenti riaffiorano nel verso: «il dolore mi addenta/ con morsi di gelo», eppure è Primavera e si vorrebbero veder volteggiare le rondini «come bianche colombe;/ le vostre ali mi scavino un nido nel cuore»; forte la ricerca di serenità interiore e di pace da esse simboleggiate, che si scontra con un «cuore che mi travolge e spezza».

È nel gemito di un usignolo ancora la contrapposizione tra la serenità di una «aria tiepida» (Vita) che preannuncia la «prima linfa» che nutre ogni «vita che si desta». Anche un amore di un tempo lontano si riaffaccia alla memoria con un ossimoro: «amaro-miele del mio cuore» (A un’amica).

Negli occhi c’è speranza, ma a valle tra paesaggi sfumati l’autore coglie in Cerco «drammi che si nascondono/ tra muri bianchi, viali verdi e i fiori»: un rimando qui tutto proprio allo scalcinato muro con cocci aguzzi di bottiglia, giacché non manca la ricerca di un Natale.

Il Silenzio è altra parola chiave, in esso ci appare pure una città personificata, «città livida di umori» da mettere in contrapposizione «all’alba foriera di nuove illusioni», ma più acre è andare tra Ricordi, che solitamente leniscono ferite, e che qui connotano una macerazione interiore con l’uso della rotacizzazione e la simbologia del grumo, da intendersi come ostacolo, come impedimento a sciogliere nodi per giungere ad un aspirato porto al quale attraccare e dal quale ripartire: «grumi di ricordi/ riecheggiano in chilometri d’asfalto:/ incerto passo del mio divenire/ senza un porto di illusioni».

Il tempo con il suo ruere si coglie nelle vibrazioni, nell’alternarsi quasi monotono del giorno e della notte, nel fruscio che attraversa i fili d’erba e c’è amarezza nel non trovare mai le parole per chi si ha accanto: «aggrovigliati nella lotta per il boccone, quotidiano,/ giriamo attorno alle verità del cuore» (Sensazioni - Paesaggi dell’anima). Il termine aggrovigliato rimanda metaforicamente ad una matassa di pensieri rimuginati.

Miano definisce se stesso «uno sradicato d’amore» (Frammenti III), ma in effetti egli è alla ricerca di una strada di sole, attende d’essere trafitto da un Dio che sente lontano anche dai «nuovi invisibili» (Il nostro tempo), in un tempo, quello odierno, «inquinato dalla solitudine» e coglie l’acredine di chi su un barcone alla deriva denuncia l’aridità dei cuori e vede annegare le proprie speranze.

Il poeta, comunque, anche se la «strada» (Frammenti IV), ovvero la vita, è «afflitta di nubi, dal frastuono della sera», ha scelto il «verde» per colorare il suo silenzio, la «collina delle voci» e se pure vede che «la sabbia ora si dirada», è certo che «sarà l’onda che s’adagia ai bordi della sera». Sa che troverà la serenità tanto cercata, il porto-quiete, l’Atto d’amore.

Luisa Martiniello

 

Michele Miano, So che ti prenderai cura di me. Poesie e appunti, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-64-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Christian Testa, "Nel respiro del tempo"

20 Dicembre 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #poesia, #recensioni

 

 

 

 

Nel respiro del tempo

Christian Testa

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Nel panorama poetico contemporaneo, Christian Testa si distingue per una voce autentica, capace di scavare con delicatezza e profondità nei recessi dell’interiorità umana. Dopo il volume Pensieri poetici nel tempo, edito da questa Casa editrice e già prefato dal sottoscritto, Testa torna con un nuovo volume che ne conferma la maturità espressiva e la coerenza tematica con Nel respiro del tempo.

Nel fluire incessante della vita, tra attimi di luce e ombre di pensiero, Christian Testa ci invita a sostare, a respirare, a sentire. Nel respiro del tempo è un viaggio poetico che attraversa l’esistenza con sguardo sincero e voce limpida, raccogliendo emozioni, riflessioni e immagini che si fanno versi.

Dopo Pensieri poetici nel tempo, Testa prosegue il suo cammino lirico con una raccolta che abbraccia la quotidianità e l’infinito, il concreto e il trascendente. Le sue poesie sono brevi, ma dense; semplici, ma mai superficiali. Ogni componimento è una scheggia di vissuto, un frammento di verità, un respiro che si posa sul foglio.

Nelle liriche Fiore, Grande albero e Antico carro, la natura diventa interlocutrice silenziosa, custode di bellezza e memoria. In Amore, Amicizia e Miei cari, l’autore esplora i legami affettivi con delicatezza e nostalgia, cercando nel sentimento una via per restare umani. In Tempo, Passato e Obiettivo, si avverte l’urgenza di comprendere il senso del vivere, il peso delle attese, la corsa contro l’inevitabile. In Santa Maria, Salita in cielo e Fine, la spiritualità si fa preghiera e riflessione, un dialogo aperto con il mistero e la fede. In Pancetta, Gattina e Dancing in the night, emerge l’ironia, il gioco, la leggerezza che bilancia il tono più meditativo della raccolta. In Nazione, Legge e Soldi, la poesia si fa civile, interrogando il presente e le sue contraddizioni con sguardo critico ma mai cinico. Testa scrive con una voce che non cerca artifici, ma autenticità. La sua metrica è libera, il linguaggio diretto, ma capace di evocare immagini vivide e universali. Ogni poesia è un respiro: a volte affannoso, a volte sereno, ma sempre vero. Nel respiro del tempo è un libro che si legge con il cuore aperto. È un invito a rallentare, a osservare, a ricordare. È un dono che Christian Testa fa al lettore, con la generosità di chi ha vissuto e ha scelto di condividere pensieri ancora umani in un tempo sempre più frenetico e disumanizzato.

In queste pagine, il lettore troverà versi che non cercano di compiacere, ma di rivelare. Ogni componimento è una tessera di un mosaico emotivo, dove il dolore, la speranza, la memoria e il desiderio si intrecciano in un dialogo silenzioso con il tempo e con l’essere.

La poesia di Testa è intimista ma mai chiusa in sé stessa. Pur partendo da esperienze personali, riesce a toccare corde universali, offrendo al lettore uno specchio in cui riconoscersi. Il suo linguaggio è limpido, ma non banale; la sua metrica è libera, ma sempre sorretta da un ritmo interiore che guida la lettura come un respiro profondo.

Christian Testa conferma la sua vocazione poetica: quella di dare voce all’indicibile, di trasformare il vissuto in arte, di cercare nella parola un rifugio e una rivelazione. È un viaggio che non pretende di offrire risposte, ma che invita a sostare, a sentire, a riflettere.

Chi ha apprezzato Pensieri poetici nel tempo troverà in questo nuovo volume una continuità tematica e stilistica, ma anche una crescita, una maggiore consapevolezza del potere evocativo della poesia. E chi si avvicina per la prima volta all’opera di Testa scoprirà un autore capace di parlare al cuore con sincerità e profondità. Ogni poesia è un respiro: a volte affannoso, a volte sereno, ma sempre vero. Nel respiro del tempo è un libro che si legge lentamente, come si ascolta una melodia che ci somiglia. È un invito a fermarsi, a guardare, a sentire. È un dono sincero, che ci ricorda che ogni giorno può essere poesia. In un tempo segnato da inquietudini, disillusioni e fragilità, la poesia di Christian Testa si propone come un balsamo per l’anima. Non pretende di risolvere i mali del mondo, ma li guarda in faccia, li nomina, li attraversa. E nel farlo, offre al lettore uno spazio di riflessione, di conforto, di resistenza.

La poesia, in queste pagine, diventa atto di cura. Cura del ricordo, della bellezza, della verità. È uno strumento umile ma potente, capace di restituire senso dove il senso sembra smarrito. È voce che si alza contro il rumore, gesto che si oppone all’indifferenza, parola che consola quando tutto tace.

Nel respiro del tempo non è solo una raccolta di versi: è un invito a credere che, nonostante tutto, l’umanità possa ancora salvarsi attraverso la tenerezza, la memoria, la spiritualità e l’ironia. È la testimonianza che la poesia, quando nasce dal cuore e parla al cuore, può essere un rifugio, una guida, una luce. In questo respiro condiviso, forse, possiamo ritrovare noi stessi. E per dirla alla Umberto Saba, che credeva nella vita perché credeva nella poesia, «d’ogni male mi guarisce un bel verso».

Michele Miano

 

Christian Testa, Nel respiro del tempo, pref. Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-78-3, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Christian Testa è nato a Pavia nel 1975 e vive a Villanterio; ha iniziato ad occuparsi di poesia nel 2014. Ha conseguito più di cento riconoscimenti letterari in concorsi di livelli nazionale e internazionale. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie in lingua italiana e in dialetto pavese. È inoltre autore di testi di canzoni per il liscio e per la musica leggera.

 

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Don Giovanni Mangiapane, "Omaggio a papa Francesco"

19 Dicembre 2025 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Omaggio a Papa Francesco

Don Giovanni Mangiapane

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Questa pubblicazione di Don Giovanni Mangiapane - come si deduce dalla specificazione apposta sotto il titolo Omaggio a Papa Francesco - è scritta in lingua siciliana e tradotta in italiano: è noto che le traduzioni da altra lingua, soprattutto per la poesia, sono destinate a perdere in parte l’efficacia lirica e fonetica del testo originale. Nel caso del nostro autore siamo di fronte ad una scelta metrica rispettata per tutte le composizioni: strofe costituite da quartine con rima prevalente ab-cd. Anche quando l’abilità del traduttore riesce a conservare la rima in italiano, essa difficilmente mantiene i ritmi suggestivi e tipici del siciliano, in particolare con le desinenze caratteristiche in u precedute da una consonante. Se il lettore prova a confrontare la prima strofa della prima poesia del libro - «Vergini Maria, matri di Cristu/ e di cu abbrazza lu crucifissu./ Tu ca veni in aiutu a lu bisognu,/ anchi si nun ti chiama “iu ci sugnu”…» - con la sua traduzione - «Vergine Maria, Madre di Cristo/ e di chi abbraccia il Crocifisso./ Tu che vieni in aiuto a chi ha bisogno,/ anche se non ti chiama “di te ho bisogno”…», s’accorgerà della differenza insita nelle due versioni: ergo consigliamo al lettore stesso, anche se non avvezzo al siciliano, di procedere ad una lettura attenta della lingua isolana per apprezzarne le peculiarità contenute.

Fatte queste precisazioni formali ed estetiche circa il lessico del nostro autore, occorre addentrarci a prendere in considerazione il genere poetico dello stesso e il tipo di messaggio che gli sta a cuore. Il titolo non lascia dubbi: si tratta allo stesso tempo di poesia religiosa e didascalica, poiché Mangiapane dedica le sue liriche a Papa Francesco al fine di proporlo alla società e all’umanità intera come modello di testimone evangelico al quale accomuna le sue doti umane, che possono rendere credibile la presenza della Chiesa anche per chi non crede. Le sue quartine visitano in particolare il breve tempo di Bergoglio vissuto nella sofferenza a causa delle sue condizioni di salute prima, durante e dopo il ricovero ospedaliero, fino al termine della sua parabola terrena. Il sacerdote siciliano pone in primo piano anche l’ansia, la preoccupazione e l’attesa circa il decorrere della malattia, da parte dei fedeli, segno del rispetto, dell’attaccamento e dell’amore da loro sempre manifestato verso un Pontefice vicino alla gente, ai poveri, predicatore di pace e giustizia.

Uno spazio importante è lasciato anche alle poesie che invocano a Cristo e alla Vergine Maria l’intercessione per la salute di Francesco: in tali casi i testi si trasformano in preghiera – nella fattispecie preghiera di richiesta – con una spiccata accentuazione della dimensione verticale della fede. 

L’analisi critica testuale più ravvicinata ci consentirà ora di scoprire anche altri aspetti dell’Omaggio a Papa Francesco. Vi troviamo, come già detto, l’invocazione alla Vergine Maria: «Considera la Chiesa: ha paura;/ la vita del Papa è appesa ad un filo./…/ A chi ti onora con amore speciale,/ donagli vera grazia eccezionale…» (24 febbraio 2025). Nella lirica successiva il poeta si rivolge a Cristo con un linguaggio diretto, ricordando l’opera che il Papa sta compiendo sulla Terra: «…Tu gli affidasti la Chiesa tua santa,/ la guida forte a Lui, tutta quanta./ Gira il mondo portando il tuo nome,/ dona coraggio a tutti e come!// Non abbandonarlo ora nella prova,/ la sua malattia per noi è grande scuola…» (Preghiera, 26 febbraio 2025).

Passano i giorni dell’assenza di Francesco dalla finestra di Piazza San Pietro e la gente che solitamente lo vedeva apparire sorridente vestito di bianco, ne sente la mancanza: «…Gode di ogni gioia del mondo,/ prega per chi soffre tutto intorno./ Oggi per il Papa il mondo prega,/ la malattia di affacciarsi gli nega…» (27 febbraio 2025). Le suppliche al Signore per la sua guarigione sono incessanti, il sacerdote-poeta confida nell’intervento divino: «…Servo dei servi Lui firma,/ lo Spirito e la Grazia conferma./ Bisogno abbiamo della sua presenza,/ della Parola che dona Speranza…» (2 marzo 2025).

 Ed ancora sottolinea un’altra scelta di questo Papa, per la prima volta nella storia della Chiesa porta il nome del poverello di Assisi: «Padre Santo che ti chiami Francesco,/ il primo della storia, tutto fresco:/ Gesuita hai scelto il cantore,/ hai scritto “Laudato sii mio Signore”…» (4 marzo 2025). Così non può dimenticare che il messaggio francescano è un invito alla pace, quella vera: «Francesco diventa poverello,/ ma ha un cuore troppo bello;/ somiglia tutto al Signore,/ diventa quello che è: “Amore”.// La Pace parte sempre dal cuore,/ per la Pace vera Lui ci muore…» (La pace, 12 marzo 2025). In modo inaspettato Bergoglio viene dimesso dal Policlinico Gemelli di Roma e torna in Vaticano: si riaccendono negli animi le speranze che possa restare ancora con i suoi fedeli, esultano i cuori: «Regalo grande ci ha fatto il Signore,/ a santa Marta è tornato il Pastore./ Papa Francesco ritorna a casa,/ Quaranta giorni Gemelli travasa…» (23 marzo 2025).

Ma, in modo altrettanto repentino, la sue condizioni peggiorano, fino all’ultima ora di presenza in questo mondo, dopo giorni di sofferenza: «…Stamattina è come una mazzata:/ la vita del Papa è trasferita./ Pensaci Tu ora che l’hai vicino,/ non ti dimenticare del mondo nel lino» (Morte di Papa Francesco, 21 aprile 2025). Tanti altri pensieri hanno albergato nella mente e nel cuore di Don Giovanni Mangiapane in quei giorni di trepidazione, timori, attese, speranze e poi la cruda realtà della perdita di un forte e coraggioso testimone di Cristo e del Vangelo, e la sua ispirazione volle ancora offrirgli le parole per celebrarlo: «…Si vide subito che prese la via,/ con il nome Francesco e Laudato sia./ Poi abbracciò forte ogni sociale,/ poveri, carceri, periferia, normale./…/ Uomo della Pace è chiamato,/ come uomo dei ponti evocato./ Lavorò sino all’ultima ora,/ dolori smorzati sono allora» (Sepoltura di Papa Francesco, 26 aprile 2025).

Con la morte e la sepoltura di Papa Francesco non si conclude il libro di Don Giovanni Mangiapane; egli segue gli avvenimenti successivi, come il Conclave e l’elezione del successore: «Oggi comincia il Conclave,/ la sola parola fa tremare./ Chiusi, isolati dal mondo,/ eppure lo hanno tutto intorno…» (Extra omnes, 7 maggio 2025).

La fumata bianca è giunta abbastanza presto e, come spesso è capitato in passato, la sorpresa è stata generale: «“Habemus Papam” Leone il nome,/ dall’America viene come drone./ Però impastato tutto di Europa,/ Agostino e lo spirito di Proba…». Un nuovo Papa che piace al nostro autore che così conclude la poesia a lui dedicata: «…Oggi siede sulla Sedia di Pietro,/ di Cristo ha misura e metro./ Per il mondo intero pieno di pene,/ a Cristo si professa: Ti voglio bene» (Papa Leone XIV, 9 maggio 2025).

In questa prefazione, parlando del linguaggio di Mangiapane, ho sempre usato il termine lingua siciliana e non il vocabolo dialetto siciliano. Ciò per una ragione ben precisa: egli ritiene il primo come un’entità viva, presente ed anche proiettata nel futuro, mentre il secondo è sinonimo di complesso linguistico morto, in via di estinzione. Esistono progetti culturali promossi dalla Regione Sicilia, dei quali l’autore fa parte, che si prefiggono l’obiettivo di attuare pienamente la Legge Regionale 9/11, di rilevante importanza per i siciliani, in quanto sostiene la promozione, la valorizzazione e l’insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole. Omaggio a Papa Francesco, per la lingua adottata, rientra nei canoni auspicati dalla succitata legge, così come altre pubblicazioni di poesia, tra cui Versi siciliani, sempre ad argomento religioso, utilizzato nel Liceo Classico Internazionale “Umberto I” di Palermo. In uno dei documenti della L.R. 9/11 si dice: «In una società sempre più liquida e globale, la valorizzazione delle identità locali è una risposta efficace al progressivo indebolimento dei punti di riferimento e delle radici storiche e culturali».

 Il recupero della “sicilianità” è dunque nell’agenda letteraria della cultura isolana: ad majora!

Enzo Concardi

 

Don Giovanni Mangiapane, Omaggio a Papa Francesco, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-76-9, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Don Giovanni Mangiapane (Cammarata, AG, 1944), sacerdote in pensione, è stato parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, dal 1970 al 2023. Ha inoltre ricoperto l’incarico di Direttore Ufficio Beni Culturali in Diocesi dal 2002 al 2009. Ama scrivere poesie in lingua siciliana che poi diffonde in internet tramite i social. Ha pubblicato tre raccolte di liriche: Lu Verbu si firmà e cuntà (2022) contenente testi trasposti in musica; Versi Siciliani (2024), opera online in due volumi promossa dall’Assessorato Regionale all’Istruzione e alla Formazione Professionale della Regione Sicilia con lo scopo di valorizzare l’insegnamento della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole; la terza pubblicazione s’intitola Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis (2024).

 

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