poesia
A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Maurizio Zanon"
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Diario poetico di Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive. Ha conseguito la maturità scientifica presso il Liceo Benedetti e si è laureato nel 1980 in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie; poco dopo ha conosciuto il poeta Mario Stefani che lo ha incoraggiato a proseguire e lo ha seguito nelle successive raccolte spesso scrivendo per lui. In occasione dei primi vent’anni di attività poetica, nel 1999, Stefani gli ha dedicato la monografia Maurizio Zanon: il canto di una voce solitaria. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali Flavio Andreoli, autore nel 2006 dello studio Erat Verbum. La poesia di Maurizio Zanon, e più recentemente da Enzo Concardi. Ha conosciuto vari poeti famosi: Diego Valeri, quando risiedeva a Venezia, Giovanni Giudici con Ignazio Buttitta e Andrea Zanzotto, presso lo Studio Museo “Augusto Murer” di Falcade, Luciano Luisi, alla presentazione di un suo libro a Mestre, Maria Luisa Spaziani, in occasione della sua partecipazione al “Premio Eugenio Montale” a Roma, Patrizia Valduga, negli anni dell’università a Venezia, Paolo Ruffilli ed il poeta vernacolare Attilio Carminati. Vicino fin dalla giovinezza al mondo dell’arte, Maurizio Zanon ha conosciuto e presentato vari pittori e scultori in manifestazioni artistico-letterarie; ha collaborato con loro alla stesura di cartelle grafiche.
Gli amici artisti hanno ispirato e/o illustrato alcune sue produzioni poetiche; tra questi Bruno Blenner (pittore), Virgilio Guidi (pittore e poeta), Giampietro Cudin (pittore, scultore e grafico), Elio Jodice (pittore), Fabio Heinz (orafo), Guido Baldessari (pittore), Franco Murer (pittore e scultore), Stefano Zanus (pittore). Ha conseguito vari premi di livello nazionale e internazionale; sue poesie sono state tradotte in ungherese, inglese, francese, tedesco e spagnolo.
Questa essenziale mia stesura del curriculum vitae, apparsa nel lavoro Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon (Miano Editore, Milano 2024) proseguiva con la lunga elencazione delle sue opere di poesia – parte preponderante – narrativa, CD, e della saggistica critica sui suoi testi.
In questo Diario poetico andiamo alla ricerca dell’identità più intima dell’artista, che si evince anche nell’ascolto della sua voce auto-narrantesi e nel mettere a nudo un’anima dalla sincerità cristallina. Come nella scoperta di Diego Valeri del quale dice: «Ho amato fin da ragazzo questo grande poeta del Novecento… E così, fin dalle prime poesie, ho iniziato ad approfondire la tematica del tempo, nucleo centrale della mia poetica, seguendo un po’ la traccia segnata dal poeta, così sensibile e colto...». Scriveva infatti Diego Valeri: «L’istante che non sta/ che mentre è, già non è più/ l’innumerevole istante./ Tu vedi: è stolto temere la morte/ se vivendo/ ogni istante si muore». Riprende Zanon: «Un rapporto dunque impari fra l’eternità del tempo e la limitatezza del nostro arco di sviluppo biologico. Forse, per questo motivo, la malinconia è stata la mia fedele compagna di vita. Ho intuito subito che una cosa che comincia è già finita, sprecando così l’occasione di vivere pienamente l’istante, il presente, a guisa di nevrosi temporale».
Ma Zanon è troppo severo verso sé stesso: qui tace almeno un altro nucleo essenziale della sua poetica e della sua vita: la grande sete del poeta si definisce con più nomi, che tutti però hanno per radice il nome dell’amore: amore per la vita, amore per la libertà, amore per l’amore, amore per la natura, amore per l’eterno, passione per Venezia.
Enzo Concardi
Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.
Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"
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Floriano Romboli (a cura di)
Diario poetico di Tommaso Tommasi
Guido Miano Editore, Milano 2026
Per i tipi della Casa Editrice “Guido Miano” - che opera nella metropoli milanese - è stato pubblicato a gennaio 2026, nella collana “Il Cammeo d’Oro”, il Diario poetico del poeta ascolano Tommaso Tommasi. Sono qui raccolte alcune poesie e taluni lacerti di prosa tratti da sue precedenti raccolte e precisamente, in ordine cronologico: Poesie di vita quotidiana (1990); Poesie del caos (1996); Sul mare azzurro della notte (2019); Lamodeca (2022); Poesogni (2024). Il lavoro si apre con un Prologo informativo e qualche nota di inquadramento critico, tanto per partire, scritto dal critico toscano Floriano Romboli e tale ‘incipit’ svolge la funzione di quella che tradizionalmente è la prefazione. Tuttavia il contributo del critico non si ferma qui, come solitamente avviene, ma prosegue nel corso di tutte le pagine del testo, in quanto esso è strutturato in modo tale che ad ogni lirica dell’autore segue il commento critico di Romboli: il risultato per il lettore è quanto meno interessante, poiché può avere a disposizione un parere autorevole interpretativo sulla poetica dell’autore, sul suo pensiero e sui significati da attribuire alle parti eventualmente più ostiche come linguaggio, oltre che consentire un confronto tra il lettore stesso e l’analisi critica. In più, occorre aggiungere che l’intervento specifico e particolareggiato su ogni composizione, rende possibile e facilita un’esegesi più mirata anche per chi legge, purché non si scada nello scolastico e nell’accademico, evento che non appartiene assolutamente al caso del nostro curatore.
E ciò risulta evidente se proponiamo in questa recensione un esempio paradigmatico, applicato a una lirica del Tommasi: Il suono del vento. Ecco il testo: «Sulla strada polverosa/ dove non passa nessuno/ mi sono fermato/ a sentire il suono del vento./ Le canne spuntano tra i rovi/ e sembrano urlare la loro paura,/ la paura di soffocare/ mentre viviamo muti». Ed ecco la nota critica: «Un paesaggio descritto nei suoi aspetti negativi e respingenti diviene l’emblema del ‘male di vivere’ contemporaneo, contrassegnato soprattutto da solitudine, intima tensione, assenza drammatica di comunicazione. Lo stato d’animo dominante è la paura - il vocabolo è ripetuto fra la fine e l’inizio di due versi - , in una condizione esistenziale oppressa e paralizzata dall’inquietudine». In questa prima poesia incontriamo già espressa con immagini suggestive ed efficaci la condizione umana del vivere odierno, una delle due tematiche fondamentali del poeta, l’altra è il canto d’ amore.
Utilizzando una reminiscenza eliotiana – la terra desolata – possiamo addentrarci in quella che è la ‘disumanizzazione’ della vita contemporanea, chiamata da Montale ‘pietrificazione’, e descritta dall’autore in diverse poesie.
Nella lirica L’uomo metropolitano appare evidente l’alienazione dell’esistenza urbana, dove l’individuo è anonimo nella massa, un ingranaggio del sistema, un ‘signor nessuno’ fra tanti ‘nessuno’. È una di quelle composizioni scritte con parole che sembrano ritagliate dai giornali, affastellate tra di loro in maniera disordinata, caotica: appunto, per significare il disorientamento ontologico e spirituale contemporaneo, il poeta le ha definite Poesie del caos, titolo di una sua raccolta. Le antitesi, i contrasti fra ombre e luci, la speleologia della vita interiore e il mondo esterno sono bipolarità che caratterizzano le sue simbologie, come nella accattivante Le grotte del poeta, il cui testo recita: «Vola il pipistrello/ nelle grotte del poeta./ Il disordine ruota nel cervello/ e l’altalena del sogno/ si siede ad ascoltare/ musica ad alto volume./ Dalla grotta salgo le scale/ fino al paradiso della vita./ Fuori dal mondo/ per sfidare la vita,/ per vivere un altro sé/ nell’immagine dell’ignoto».
Per Tommasi l’amore ha il nome di Syl (Silvia): «Ti amo così,/ nel silenzio./ Ti amo così,/ al buio./ Ti amo così,/ e mi basta per vivere,/ anche se tu non sei qui./ Ti amo così,/ ma ti aspetto.// Ti amo» (Ti amo). «Non riesco a dormire/ con te lontana./ Sogno dei miei sogni/ desiderio dei miei desideri./ Chissà se anche tu mi pensi/ chissà se anche tu mi sogni./ Io ti stringo nel tuo respiro/ e tutto il mondo scompare/ perché sei tu il mio mondo/ sei tu il mio inno alla vita./ Non riesco a vivere/ con te lontana» (Le ore di Syl).
Poetica dell’essere e del non essere e poesia amorosa, nostalgica e romantica, si fondono dunque in lui in un messaggio universale.
Enzo Concardi
Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.
Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"
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ANNA SCARPETTA
Chiaroscuri. Antologia poetica
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Pubblicata nella collana “Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio” di Guido Miano Editore, l’antologia poetica Chiaroscuri, costituita da una scelta delle poesie di Anna Scarpetta, è suddivisa in tre capitoli, ognuno dei quali è introdotto da una prefazione a firma di un prestigioso critico letterario.
Il testo presenta una premessa dell’Editore illuminante ed esaustiva per comprendere il senso del lavoro composito e approfondito di letteratura comparata che prendiamo in considerazione in questa sede.
È scritto nella premessa che questa collana di libri non ambisce ad esaurire una rassegna della poesia italiana contemporanea, quanto piuttosto a indicare di taluni autori un solco di scrittura nella quale ci sia da individuare una sorta di fratellanza d’arte, nel nostro caso della poesia.
In sintesi le poesie della Nostra preliminarmente sono state raccolte in tre insiemi, ognuno all’insegna di una tematica e poi ognuno dei tre critici, per uno dei singoli settori da analizzare, ha lavorato nel senso di trovare un poeta straniero che avesse un’affinità estetica e stilistica con la scrittura di Anna, sotto il denominatore di uno dei temi comuni; e poi i letterati hanno analizzato le affinità letterarie della Scarpetta con ogni poeta straniero e ovviamente anche le diversità nell’approccio alla materia trattata.
Il capitolo 1: Nei labirinti dell’amore in Anna Scarpetta Jacques Prevert si avvale di una prefazione di Gabriella Veschi.
Il capitolo 2: Le problematiche esistenziali: l’io e il mondo in Anna Scarpetta e in Charles Baudelaire è prefato da Floriano Romboli.
Il capitolo 3: Nei dintorni dell’anima e della coscienza in Anna Scarpetta e in Fernando Pessoa è introdotto da Floriano Romboli.
Nella prima sezione incontriamo il componimento Nel cuore di un amore espressione della cifra distintiva della poetica, del poiein della Scarpetta, che possiamo definire neo lirico tout-court e che presenta ascendenze neoromantiche.
Leggiamo la suddetta poesia che è connotata da un tu alla quale l’Autrice si rivolge e che presumibilmente è la persona amata: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/ musiche sublimi di note/ di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta/ che dal cielo scende rumorosa,/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore di un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa ovunque,/ la pioggia, che sembra musica intensa,/ proprio come i ricordi vivi/ accesi nella nostra pelle…».
In questo componimento che ha qualcosa di magico nella sua sospensione, si respira un’atmosfera di rêverie che si coniuga alla linearità dell’incanto, quando la pioggia sull’io-poetante e sulla sua amata accade e scende come benedizione e battesimo del loro felice sentimento e viene detto anche il tempo che, quasi personificato, se ne sta guardingo, a spiare le meraviglie intense.
Come mette in rilievo il prefatore nel paragonare lo stile e la forma e ovviamente anche i contenuti dell’esprimersi di Anna Scarpetta e di Prévert, in entrambi gli autori ricorre l’immagine della caduta, emblema della fragilità e della perdita, ma, mentre il fedele e silenzioso amore di Prévert mostra una rassegnata malinconia, che lo induce a sorridere ancora, Scarpetta intravede una rinascita e la luce solare diviene metafora della vita che torna a risplendere con rinnovata speranza in sintonia con il verso celebre di Virgilio «Omnia vincit amor».
Dal capitolo 2 leggiamo il componimento Solitudine antica: «Ho sempre sfuggito/ il tuo respiro nell’aria./ Eppure t’udivo accanto a me/ col volto malato di malinconia/ mia solitudine antica./ Seduta sul trono imperiale/ nel mezzo dell’universo reale/ ora ti vedo/ nel riso del giorno radioso/ coi tuoi mali così pallidi e veri,/ talora pungenti, per attirare pietà./ Ma sì, è così:/ tu attacchi il core del poeta/ per unire la tua voce alla sua/ e sentirti viva e compagna/ lungo la via di un sentiero lontano…».
Una forte sospensione intrisa di malia connota questa poesia nella quale il tu è la solitudine stessa, interlocutore che non risponde e che viene restituita con immagini magistrali e calzanti di grande effetto ed efficacia.
Nella sua essenza la poesia di Anna Scarpetta come emerge da questa antologia è in ogni sua singola epifania un esercizio di conoscenza su ogni aspetto esistenziale della vita stessa che diviene vita in versi.
Raffaele Piazza
Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Araba fenice"
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Wanda Lombardi
Araba fenice
Guido Miano Editore, Milano 2026
Il mio cammino accanto alla Poetessa sannita Wanda Lombardi continua... E sembrerebbe impossibile, visto che ho sviscerato le sue tematiche in tante sillogi e ho ricevuto l’onore di essere, in più occasioni, la sua prefatrice. Ma l’ultima Raccolta, Araba fenice, tocca le corde della mia anima in modo particolare. Secondo la leggenda, la Fenice può volare nell’aria, trovare oasi e sorgenti d’acqua, rinascere dalle ceneri. È il simbolo di chi, nonostante gli ostacoli, trova la forza per andare avanti. Sarà un caso che indosso da anni una catenina con una Fenice d’argento, regalo di uno dei miei figli?
Wanda appartiene al mio vissuto per numerosi motivi. In primis le origini: le colline del Sannio, care al mio cuore da più di quarant’anni, perché terra natia di mio marito; per la poetica appassionata e solo in apparenza infelice; per il ricorso alla memoria, che l’autore della prima prefazione, Enzo Concardi, collega con maestria a Primo Levi, e alla sua asserzione «Non esiste futuro senza memoria». La Poetessa in quest’Opera ha raccolto liriche tratte dalle varie sillogi e ha dato volto e volo alla sua Araba fenice. Cito Specchio: «…Lui parla in silenzio,/ risparmia le parole/ e non illude, è vero./ Solo cosa grande/ non riesce ad afferrare:/ la mia sensibilità…». Le sofferenze che Wanda Lombardi non vede riflesse nello specchio, insieme ai segni dello scorrere del tempo, rappresentano a mio umile avviso, come ho avuto modo di scrivere in passato, la sua misteriosa forza. Senza cadere non impariamo a rialzarci. L’Araba fenice non è la figura che attende passivamente, ma colei che prende in mano la propria vita, trasformando il dolore in testimonianza e speranza. Il pozzo dal quale l’autrice attinge linfa per andare avanti è il passato, le persone che ha amato. Le rivede, le affresca nei versi, e per rendere omaggio al legame speciale che si è instaurato tra noi nel tempo, avverto l’urgenza di dirle con Sant’Agostino che «coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono dovunque noi siamo».
La lettura di ogni silloge di quest’artista di Morcone è un invito a guardarsi dentro e a imparare a convivere con le proprie asperità nella consapevolezza che si è autentici solo accogliendo le proprie ferite.
Maria Rizzi
Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.
Antonello Di Grazia, "Declinazioni umane"
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Declinazioni umane di Antonello Di Grazia (Eretica Edizioni, 2025 pp. 80 € 15.00) insegna a prendersi cura del proprio mondo interiore, oltrepassando la cortina feroce e annichilente di un universo che ha, nello scenario spaventoso di una attualità irruente e aggressiva, il suo culmine di desolazione e di malvagità. L'autore esplora i caratteri psicologici incoerenti e tormentati dell'uomo, alla ricerca di un conforto sul quale annullare la propria solitudine e sorreggere la sconcertante distruzione della realtà. Le tre sezioni del libro interpretano il senso dell'avversione e del disprezzo, la sensazione del sentimento drammatico, occupano lo spazio disincantato del dolore, accendono l'attenzione sulla rovina ardente delle guerre quotidiane ammesse all'oscura e alienante disumanizzazione. Antonello Di Grazia dichiara il declino della società attraverso la privazione silenziosa e sospettosa del pensiero, rivela l'abisso imperturbabile della paura, in bilico sull'orlo di un precipizio che assorbe il distacco istintivo dalla vita, analizza, nella voragine tragica, la fenditura negativa, creata da sentimenti irrazionali, ai margini del territorio vulnerabile e friabile dei comportamenti umani. Declinazioni umane registra un catalogo privato del deterioramento sensibile in cui lo sviluppo cognitivo dell'anima è deformato dalla crisi della comunicazione, raccoglie lo studio analitico sulla natura umana e la sua inesorabile ricerca dei significati, esplora il rapporto dell'individuo con le prospettive impietose e dure delle interazioni sociali. Decifra l'esperienza esistenziale della sofferenza, l'impazienza autolesionista, la percezione della lucidità introspettiva, influenzata dal giudizio della malinconia, dall'estinzione dell'umanità nella sua rispettabilità e onestà morale. Antonello Di Grazia sostiene il processo evolutivo dell'identificazione empatica, personale e soggettiva, tra la primitiva vocazione dei fattori innati nel comportamento umano e le condizioni degradate della società, indica la trasformazione fatale legata al contesto antropico dell'appartenenza, misura le dimensioni mentali del tempo e delle attese. Comprende la debolezza nella sua sensazione di dipendenza, come fattore di perturbazione, conosce il potenziale razionale e passionale delle intelligenze emotive, la motivazione delle corrispondenze, orientate nel presentimento di una condivisione in sintonia con le epifanie del cuore. Descrive, in un'atmosfera cupa e annientante, la visione complessa e soffocante della miseria, l'opprimente impressione di una strana alchimia etica in cui l'attrazione e la repulsione si fondono in un oracolo perverso di perdizione, distruzione e sconfitta. La poesia di Antonello Di Grazia mette in evidenza i contrasti terreni nel crepuscolo delle tensioni irrequiete, invoca, nell'incertezza e nel disorientamento, il ricorso al divino. Nello scenario devastante e lacerante di un itinerario oscuro e disperato emerge l'orizzonte di un cammino intimo, sereno e benefico, un osservatorio d'amore, un passaggio simbolico e sicuro dove trovare l'accoglienza, la protezione e l'incoraggiamento ad assistere la cura degli affetti, indirizzare l'identità personale nella rielaborazione dei ricordi e della loro continuità confortante. Antonello Di Grazia sorveglia la provvisorietà della gratitudine, difendendo il devoto e inattaccabile sollievo della poesia, sconfina l'indistinta e magistrale capacità di afferrare la transitorietà e vivere il presente.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
DOPO CENA
Devastanti bufere al tramonto
pieno inverno
macerie di morti
in un fioco lume, indistinto.
Cerco negli abissi profondi
mari languidi
il tuo riso diverso.
Inesausto silenzio,
greve discesa,
buia Siberia.
CAPODANNO
Nel giro silenzioso
d'uno sgomento di festa
nostalgia dei tuoi occhi
fugaci, intesa d'un meriggio
lontano.
E lieve si presenta
il sentiero percorso
e gravida l'insipienza
di questa certa abitudine
di urla dimenticanze giorni sottili
inverni
che non sfioravano la schiena.
SENZA SOFFI DI VENTO
Senza soffi di vento
l'emiciclo di stelle inestese
nello spazio nel tempo
smemora.
E resto a contemplare
la distesa operosa
di un mare che soffoca
le grida
di assordanti cicale.
Questa notte non ha
un prima né conduce
a domani: vaghiamo
svuotati e felici.
A MEZZOGIORNO
Gli anni avviluppati
in una scorza faticosa battono
ad ore inconsuete
chiedendo il conto.
Ma resta soltanto il tornare
lieve
dal mare al tramonto,
e svanire,
abisso di fuga
e celato candore,
in sghembi sentieri e vicoli ciechi.
MOTO DI ROTAZIONE
Nei giorni sparsi di brina
ancorati a doveri inesausti
di un'umanità tumultuosa
sembrava la terra girare
in spente chiose.
Non più sogni,
separazione di anima
e corpo, destavano
viali di stelle avvenire:
il tempo gravitava intorno
a giudizi poco globali.
Marina Enrichi, "Eros e Logos"
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Marina Enrichi
Eros e Logos
Guido Miano Editore, Milano 2026
Attraverso la figura di Marina Enrichi, veneziana di nascita e padovana d’adozione, poetessa dalla raffinata e originale cifra stilistica e formale, si rinnova il binomio scientifico-umanistico della figura del medico-poeta che, come in passato, continua ad avere rappresentanti nel panorama odierno della poesia al tempo del villaggio globale.
Essi praticano appunto la poesia anche per emergere dal disagio e trovare un antidoto all’oceano di dolore vissuto accanto ai pazienti sofferenti o, per esempio, alle donne partorienti come nel caso dell’Enrichi che è ginecologa.
Tra i suddetti poeti, personaggi eclettici nello svolgere due attività che si potenziano e armonizzano, nei loro rapporti reciproci, si ricorda il napoletano Antonio Spagnuolo da cinquanta anni attore nel ruolo che sintetizza l’attività poetica (e anche saggistica e narrativa), e umanità e scienza nel suo approccio professionale e sensibile di medico con il malato e la malattia, che può divenire essa stessa occasione e ispirazione, oggetto per la scrittura di poesie.
Quanto suddetto avviene spontaneamente in quanto tra i due termini del discorso c’è un rapporto osmotico e sintetico nel delineare l’identità di donna medico e artista dell’Autrice di EROS E LOGOS, l’intensa raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede.
La silloge non è scandita in sezioni e per questo può essere letta come una sequenza omogenea di componimenti poetici in continuum, come uno scrosciare di parole nello scaturire di ogni poesia l’una dall’altra.
Già dal titolo del volume possiamo renderci conto che il percorso della poetessa va dal generale al particolare perché nei suoi intenti, che si traducono in versi poetici, esito di un’intelligente e consapevole coscienza letteraria, si va dai massimi sistemi dei concetti di erotismo e di essere ed esserci, alle descrizioni specifiche del sentimento nelle poesie, precipitato del pensiero che si fa parola.
Le composizioni stesse vibrano di intenso pathos nel vivere la dimensione amorosa con sensualità e trasporto assoluto per l’amato che per estensione diviene amore per il logos e quindi tra le righe implicitamente anche per Dio.
Nella poetica di Marina c’è la presenza costante di un erotismo che ha risvolti anche mistici e la poetessa produce tessuti poetici fortemente icastici, detti con grande urgenza e nello stesso tempo ben controllati e raffinatamente cesellati.
L’amore provato dalla Nostra è anche quello per la bellezza e l’arte e la tensione emotiva e le emozioni che dominano nei testi, qualsiasi siano gli oggetti del desiderio, si manifesta con una realizzazione che ha sempre un fattore x, un comune denominatore nei componimenti fortemente provati, sentiti, vissuti e risolti sempre in maniera sublime che crea una dose d’ipersegno.
Il testo presenta un’acuta ed esauriente prefazione di Enzo Concardi e lo scritto corposo di Gabriella Veschi, che è un vero e proprio saggio critico di letteratura comparata sul poiein della Enrichi intitolato “Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolario, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi”.
A volte un atteggiamento ottimista prevale in queste liriche che sembrano pervase da una soave luminosità come in Che tu sia benedetto giorno che sorgi: «Che tu sia benedetto/ giorno che sorgi/ mortale imperfetto.// Che il tuo sole risplenda/ sulle angosce e le gioie/ di un’umanità in fretta.// Che il tuo cielo rischiari/ ombre e buio che incombono// quando cala la sera/ e la luce soccombe.// Che tu sia benedetto/ giorno pieno di vita/ e di sguardi e sorrisi/ e di baci.// Che tu sia benedetto/ per la pausa che doni/ alla corsa infinita». Protagonista di questo componimento pare essere il tempo, non il tempo lineare degli orologi ma un non-tempo che sembra essere scandito dalla luce dello stesso sole e della corsa infinita proprio della durata nel suo eternarsi nell’attimo e nella tensione all’indicibile.
In San Marco leggiamo: «Fiammeggiano campate d’oro/ su volte da cielo nutrite/ da piccole schegge di vetro/ maestria degli antichi artigiani/ che i secoli hanno onorato/ con fede commossa.// Profuma di sacra armonia/ di musica anche in silenzio./ Il cuore è rapito e perduto/ un’estasi nell’assoluto.// La musica scende a fluire/ da cantorie voci sciolte/ per onde di nebbia di mare/ lambiscono i corpi presenti/ e lasciano un’umida traccia d’immenso/ sostanza sonora d’incenso.// San Marco è così/ tangibile e inafferrabile/ mistero solenne e struggente/ abbraccio divino/ invito a far parte/ di schiere celesti.// Palpabile incenso irrorato».
Questa poesia, veramente, fortemente mistica e carica di mistero per ogni suo fortunato lettore, diviene ancora più struggente per coloro che hanno conosciuto, visitato, l’immensa Basilica veneziana, vero capolavoro architettonico, dedicata all’evangelista.
Infatti tali visitatori, memori dell’atmosfera magica e ammaliante di questa icona della cristianità, attraverso le parole rivivono intensificandole le visioni, emozioni e suggestioni provate proprio durante una visita in San Marco che non può lasciare indifferenti per la numinosa bellezza di ogni particolare dell’insieme.
Un componimento centrale della raccolta è quello nel quale l’io-poetante si rivolge quasi con veemenza ad un tu che presumibilmente è l’amato: tale componimento è intitolato Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ nel delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti della passione».
In tale poesia la figura femminile, che è l’io poetante, si fa fuoco che diviene una sola cosa con il partner nell’amplesso passionale e la gioia dei sensi diviene accensione e spegnimento che deriva per lei e per l’amato da una profondissima fusione di corpi e anime alla ricerca di un piacere di redenzione che suggelli una nuova dimensione temporale duale, privata ed unica, come anche ogni amore è unico.
Raffaele Piazza
Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Araba Fenice"
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Araba Fenice
Wanda Lombardi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Capitolo 1 - Il bel tempo che fu
Il passato, e quindi la sua memoria, in Wanda Lombardi non è soltanto un comprensibile sentimento nostalgico verso talune fasi dell’esistenza in cui la vita personale e sociale era migliore di quella presente, ma risulta elemento di stimolo creatore di nuove energie per progettare il futuro. Dunque il laborioso lavoro di introspezione della poetessa che evoca una recherche di tipo proustiano, s’avvicina al significato della famosa frase di Primo Levi: «Non c’è futuro senza memoria». In altre parole non si può vivere senza memoria individuale e collettiva, un requisito indispensabile affinché l’essere umano nella sua essenza possa, in ultima analisi, considerarsi antropologicamente ed ontologicamente, possessore di una coscienza civile.
I testi pubblicati nel capitolo del libro “Il bel tempo che fu” contengono quasi tutti questa esigenza e questo messaggio, alcuni dei quali anche richiamando riferimenti letterari e filosofici attribuibili ad autori significativi, colti in momenti riflessivi sui temi memoriali e temporali. Nella lirica A un ragazzo prematuramente scomparso troviamo una terzina («E tu, al cielo destinato,/ non conoscesti gli inganni,/ le amarezze della vita…») che richiama il tema della morte giovanile come nei seguenti versi di Giovanni Pascoli tratti dalla poesia L’aquilone: «…Sì, dissi sopra te l’orazioni,/ e piansi: eppur, felice te che al vento/ non vedesti cader che gli aquiloni!» (…).
Enzo Concardi
***
Capitolo 2 - Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità
Wanda Lombardi nelle sue sillogi poetiche conferma, di volta in volta, la sua cifra distintiva neo lirica tout-court e pervasa da trascendenza e fervente religiosità che lo scrivente, occupandosene in sede critica, ha definito realismo mistico. Nitore, luminosità, esattezza e leggerezza, connessa ad icasticità, connotano la poetica dell’Autrice. La poetessa ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.
Centrale nelle poesie scelte per questo capitolo del libro (“Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità”) la lirica Silenzio amico; nel suddetto componimento, che ha un carattere fortemente ottimistico, i temi trattati sono quelli del silenzio e della solitudine come isola benedetta per l’anima di Wanda che è pervasa da un forte senso di fiducia nel suo relazionarsi alla vita; la poetessa a questo proposito inventa la felice metafora dell’uscita da un labirinto che porta ad un’epifania di salvifica luce: «Come un labirinto/ dove dapprima si resta confusi/ e poi piano la strada si trova/ per graditi angoli di luce/ si l’anima mia/ dopo confusioni ed ansie/, dopo il flusso vorticoso d’incombenze/ nella solitudine e nel silenzio/ se stessa ha trovato, la luce…».
In Saper vivere si arriva all’apoteosi, al climax della speranza che diviene viatico per una gioia umana possibile, felicità da trasmettere anche agli altri e che è connessa al credere in Dio: «Non perdere mai la speranza/ e dai anche agli altri speranza,/ la gioia di vivere./ Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…» (…).
Raffaele Piazza
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Capitolo 3 - Cognizione del dolore e desiderio di pace
Ci sono esistenze che sembrano nate sotto un cielo inquieto, dove il vento non smette mai di soffiare. L’esistenza di Wanda Lombardi è una di queste: un cammino attraversato da solitudini antiche, da malattie che scavano silenzi, da giorni che si sgretolano come pietre consumate dal tempo. Eppure, proprio in questo paesaggio ferito, la poetessa ha trovato una sorgente segreta, un varco di luce che nessuna ombra è riuscita a spegnere: la poesia. I suoi versi non nascono per ornare il mondo, ma per salvarlo. Sono fili sottili che trattengono l’anima quando tutto sembra franare, sono il respiro che ritorna dopo una lunga apnea. Ogni parola è un passo compiuto sul bordo dell’abisso, un gesto di coraggio che trasforma la sofferenza in canto. Non c’è artificio, non c’è posa: c’è la verità nuda di chi ha guardato il dolore negli occhi e ha scelto di non distogliere lo sguardo.
Wanda osserva il mondo come si osserva una terra che non si riconosce più: un luogo che scivola alla deriva, lontano dai ritmi del cuore. Eppure, invece di tacere, affida alla poesia il compito di custodire ciò che resta vivo: la memoria, la dignità, la capacità di sentire ancora. Nei suoi versi, il dolore non è una prigione, ma una porta che si apre su un altrove più autentico.
Questa raccolta è un attraversamento. È il viaggio di una donna che ha imparato a trasformare le ferite in luce, a fare della fragilità una forza segreta. Chi legge non troverà soltanto il racconto di un destino difficile, ma la sua metamorfosi: il dolore che diventa parola, la parola che diventa catarsi, la catarsi che diventa rinascita.
Entrare nella poesia di Wanda Lombardi significa ascoltare un cuore che continua a battere nonostante tutto. Significa riconoscere, tra le sue immagini, un frammento del nostro stesso cammino, perché quando il dolore si fa poesia, non divide più: unisce. Queste pagine sono un invito. Un ponte sospeso tra ombra e luce. Sta a noi percorrerlo, lasciando che ogni verso ci accompagni, lieve e necessario, verso un luogo più vero. (…).
Michele Miano
Wanda Lombardi, Araba Fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2023), Tempi inquieti e altre poesie (2024). Il suo iter poetico è stato seguito da vari critici, tra i quali Enzo Concardi, autore nel 2022 dello studio Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi.
Marina Enrichi, "Eros e logos"
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Eros e Logos
Marina Enrichi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Marina Enrichi Cariolaro – veneziana di nascita e padovana di adozione, come recita la sua biografia in calce a questa raccolta poetica – ha alternato la professione di medico specialista in Ostetricia e Ginecologia e di docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita prenatale presso l’Università di Padova, all’attività letteraria nella quale ha esordito con l’antologia Omaggio a Padova Urbs Picta, da lei ideata. È seguita una propria silloge dal titolo Meravigliosa donna all’interno del volume 18 dei Quaderni di poesia e studi letterari - Alcyone 2000, pubblicato dalla Casa Editrice Guido Miano. Si presenta ora al pubblico dei lettori con una terza prova più impegnativa passando dal contesto di una rivista letteraria ad un testo mono autoriale, il che implica l’esporsi in prima persona anche ad un confronto con la critica più diretto.
Non sorprende più di tanto il fatto di una bipolarità vocazionale – medicina e poesia – dal momento che, nel panorama letterario contemporaneo, non pochi sono gli autori che, dopo un approccio scientifico e razionale conferito in prima istanza allo studio e alla comprensione dei fenomeni del reale, hanno sentito il bisogno di integrare le loro conoscenze concedendo spazio alla cultura umanistica e alle emozioni interiori, più ricche umanamente rispetto alla logica e alla materia. Potrebbe essere anche il caso della nostra autrice, come forse si può dedurre dai suoi motivi d’ispirazione, che vedremo nel corso della disamina critica.
Nel presentare le liriche qui pubblicate non si può certo prescindere dal saggio-studio che Gabriella Veschi ha scritto su di lei nel 2025: Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolaro, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi (in Alcyone 2000, volume 19, op. cit.). Si tratta di un lavoro di letteratura comparata che appare anche qui, in appendice, ed è consigliabile assimilarlo con attenzione. Nell’economia illustrativa della poetica di Marina Enrichi, ne faccio riferimento poiché mi paiono estremamente azzeccate le due tematiche che la Veschi individua: sono il cuore della scrittura della poetessa, i motivi ispiratori fondamentali, gli alvei contenutistici maggiormente sviluppati - sia in estensione che in profondità - anche nella presente raccolta, ed è seguendo questa direttrice che iniziamo a dipanare i significati e il messaggio del libro.
A guisa di incipit citerei un lacerto della Veschi che recita: «L’amore terreno si trasfigura in una forza che purifica e nobilita l’anima elevandola verso Dio, come accadeva nella poetica stilnovista duecentesca». Sono forse le parole più appropriate per coniugare la coesistenza nell’autrice delle due polarità non dicotomiche ma complementari, identificabili nella “spiritualità” e nella “passionalità” della Veschi. Ed appropriato è anche il riferimento al Dolce stil novo, se pensiamo alla Vita Nova dantesca (1294) e alla figura di Beatrice proiettata nella Commedia, nella quale ella appare nella cantica del Purgatorio (Canto XXX, vv.31-33) con questi versi: «sovra candido vel cinta d’uliva/ donna m’apparve, sotto verde manto/ vestita di color di fiamma viva».
Nella poesia della Enrichi le parti s’invertono (segno dei tempi…): è la donna a sciogliere il canto d’amore per l’amato ma - anche se è Dante ad elevare Beatrice a donna angelicata, guida verso Dio e fonte per lui di forti turbamenti - è sempre la forza intrinseca dell’eterno femminino a dominare la scena e ad imprimere all’amore correnti ascensionali: «E sentirai commuoversi una lacrima/ e un canto come miele/ ti scioglierà nel cuore/ quando lo sguardo innamorato/ raggiungerà i tuoi occhi.// Il sangue inizierà un vortice di danza/ e il respiro nel petto più veloce/ sarà un tumulto/… // Ti sembrerà che/ il mondo intero ti travolga/ e che tutti conoscano il segreto/ che volevi celare.// Ma è l’amore, tesoro./ Prorompe/ senza veli» (E sentirai commuoversi una lacrima). Questa lirica dell’autrice richiama senza dubbio quella di Guido Guinizelli, l’iniziatore del movimento letterario stilnovista, dal titolo: Al cor gentil rempaira sempre amore.
Per lei dunque l’amore possiede una grande forza trasformatrice, capace di sublimazioni e metamorfosi: seguiamo l’analisi testuale per scoprirlo più da vicino. Incontriamo poesie ardenti di passione, con immagini metaforiche e sinestetiche, dove l’amore è tutto terreno e la “fusione” tra gli amanti inizia proprio dagli strati epidermici per significare un possesso radicale l’uno dell’altra. Una di tali creazioni è riconoscibile fin dal titolo perché mantiene le promesse che esso contiene, ovvero Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ dal delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti e vive della passione».
Altre scandiscono le diverse fasi del desiderio in un calando di toni ma non di contenuti, per cui posseggono l’alternanza tipica delle musicalità romantiche, le quali si avvalgono sia dello Sturm und Drang (Impeto e Assalto) sentimentale che delle dolcezze dei chiari di luna o delle idilliache rappresentazioni della natura, come Vibrami: «Vibrami/ come corde di liuto/ tra le braccia raccolto.// Cullami/ caldo è il timbro di voce/ quando sciogli il tuo canto.// Ristorami/ in un’oasi felice/ dove in un tempo sospeso/ ci raggiunge/ e la pace». Da notare come nei verbi utilizzati per le richieste amorose esternate all’amato la poetessa ha l’accortezza di scendere dal forte all’adagio: “vibrami, ristorami, cullami”.
In entrambe le liriche, ed anche in altre, riscontriamo un’altra peculiarità lessicale, ossia verbi la cui particella pronominale mi fa riflettere su chi riceve l’azione gli effetti della stessa, invece che sul soggetto: ciò rende ancor più efficace la rappresentazione fonetica e la forza dinamica (brucia-mi; vibra-mi…). Ma sarebbe troppo schematico e scolastico classificare le poesie d’amore della Enrichi come appartenenti ad una tipologia piuttosto che ad un’altra: infatti nella maggior parte di esse vi è un unico sentimento che si esprime in relazione agli stati d’animo, ai desideri contingenti, ai bisogni profondi coinvolgenti anima e corpo. Ad esempio nella tetralogia costituita da quattro liriche similari, come lo sono Guardami, Sfiorami, Spegnimi come fuoco che arde, Baciami sulle palpebre, si ripete la stessa scelta basata sull’impostazione riflessiva del verbo, evidente e palese già dalla titolazione conferita non casualmente alle singole composizioni.
Inoltre esse testimoniano la libertà da schemi precostituiti della poetessa, libertà che consiste nel trasformare ogni poesia in un caleidoscopio di emozioni, desideri, immagini, metafore, tonalità di ogni genere, rappresentazioni dell’autenticità di ciò che il cuore sente, prova, immagina. Ed infatti è qui che si realizza il mosaico sentimentale della Enrichi: vi sono «occhi d’amore», «carezze», «sorrisi» e un «fievole canto»; richieste urgenti come «Sfiorami/ toccami/ accarezzami/… Sussurrami/ parlami/ cantami/… il profumo di te mi conquista/ mi sconvolge e mi placa…» (un crescendo di sfumature che si concludono con un contrasto di forte/piano); le tradizionali parole d’amore che tutti vorrebbero sentirsi dire: «…Sussurrami/ le parole dolcissime/ di passione infuocate/ e alla fine di tutto/ dimmi solo ti amo»; e vi è un profondo bisogno d’essere amata come una donna richiede: «… Conquistami/ di dolcezza e sorrisi/ e miracoli./… Fammi un dono,/ un sussurro di musica./ È di un tenero amore/ che ho bisogno stasera». Passione e tenerezza dunque appartengono entrambe ai vissuti amorosi della poetessa ma, in ultima analisi, la ricerca sembra concludersi in un crepuscolare cantuccio intimo: «… Ma troverò il mio giaciglio di piuma/ come uno scricciolo dentro il suo nido/ dove sentire il tuo alito caldo/ e abbandonarmi alla quiete del sogno» (Non ci sarà un’altra sorgente).
Lo stesso ardore che caratterizza buona parte della poesia amorosa, lo ritroviamo nelle espressioni della poesia religiosa: a partire dalla composizione Avevamo vent’anni, nella quale l’episodio biblico dell’Antico Testamento (Esodo 3) dell’apparizione di Dio a Mosè sul Monte Oreb, sotto forma di un rovo in fiamme, conclude la prima strofa: «Avevamo vent’anni/ ed il sole imbiondiva i capelli/ ed il cuore incendiato bruciava/ senza mai consumarsi/ come un roveto ardente/ abitato dal Dio…». La spiritualità della poetessa si avvale spesso di riferimenti alla Storia Sacra e questa è una cifra importante della sua ispirazione, tant’è che ne segnaliamo alcuni altri. Genesi, il primo libro della Torah e della Bibbia cristiana, appare in apertura della lirica Genesi e la luce esondò, dove si esalta l’opera creatrice di Dio, che ora sembra offuscata dalle tenebre portate dalle negazioni umane, ma che in prospettiva escatologica saranno dissipate da una nuova Alleanza col Divino: «…E poi Arcobaleni d’ali d’Angeli e Arcangeli/ narreranno l’accordo/ tra le note dell’uomo e il sorriso di Dio».
È il Salmo 16 - utilizzato dalla Chiesa Cattolica nella liturgia delle ore - che, su esplicita dichiarazione della poetessa, guida i versi della Scala a chiocciola, creazione in cui si evoca ancora il ‘soffio di Dio’ (‘Ruach Elohim’ nella mistica ebraica), il vero ideatore dell’universo a conferire una forma ordinata al mondo. Attribuito a Davide, è nei versetti 5-6 del Salmo («Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita./ Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità») che troviamo l’aggancio concettuale effettuato dall’autrice, con queste due terzine: «…Sono erede e bevanda,/ mi disseto e mi verso/ come calice e dono// a chi affianca i miei passi/ faticosi e migranti/ sulla Terra dei Santi». Più articolata e complessa si presenta la riflessione di fede in Speranza è l’eterna visitazione: qui la centralità tematica è rappresentata dalla consapevolezza che la vera speranza di salvezza per l’uomo risiede in quel bimbo nato nel grembo di «Virgo la giovane» di cui narra l’Evangelista. Ora con i riferimenti biblici siamo passati al Nuovo Testamento, con la divaricazione fra Ebraismo e Cristianesimo.
E nello scenario cristologico restiamo anche con Sei tu, Donna, consacrata creatura: un’apologia del ruolo della Madonna - meravigliosa creatura - nella Storia Sacra, per aver accettato il suo destino di Madre di Dio. Ed è forse per questo che la Enrichi, nel celebrare le bellezze artistiche della Cappella degli Scrovegni a Padova grazie alla maestria di Giotto, auspica che riacquisti il suo antico nome: Santa Maria della Carità (titolo della poesia dedicata).
Se, come abbiamo visto, Eros e Logos sono predominanti in quest’opera poetica, non possiamo esimerci d’accennare ad altri brevi spunti di diversa natura che vi appaiono, come taluni frammenti esistenziali attinenti alla dimensione temporale e memoriale (attese, vigilie, speranze, segreti dell’anima) o al desiderio di future trasformazioni interiori e sociali. Ed ancora soffermarci su squarci di vita quotidiana visitanti bancarelle, edicole di giornali, poggioli domestici di sapore naif oppure immergerci nell’atmosfera romantica di un notturno lunare: «…Ciao luna birbante/ seduci/ col battito delle tue ciglia/ i sogni di treni arenati/ che attendono forse il disarmo/ su morti binari» (Splendida luna sdraiata).
Enzo Concardi
Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Marina Enrichi Cariolaro, veneziana di nascita e padovana di adozione, è dottore in Medicina, specialista in Ostetricia e Ginecologia, già docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita Prenatale all’Università di Padova. Poeta, è responsabile del Gruppo Vecia Padova Poesia e Presidente dell’Ucai di Padova, cantore e segretario del Coro San Prosdocimo della Cattedrale di Padova.
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Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"
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Chiaroscuri
Anna Scarpetta
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Capitolo 1 - Nei labirinti dell’amore
L’amore, colto nelle sue poliedriche sfaccettature, è posto al centro della produzione di Anna Scarpetta, scrittrice versatile e pluripremiata e si configura come una presenza focale con cui esplorare il variopinto ventaglio delle emozioni. Le liriche prese in esame nel primo capitolo del libro mostrano un evidente dualismo tra luce ed ombra, tra vitalismo e orrore e la raccolta spazia tra diverse dimensioni: se nei testi iniziali prevalgono immagini legate all’amore rigenerante, in altri si sondano con audace lirismo i lati più oscuri e labirintici delle passioni.
La poesia incipitaria consente al lettore di abbeverarsi alla fonte dell’armonia: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/musiche sublimi di note/di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta,/ che dal cielo scende rumorosa/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore d’un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa/ ovunque…» (Nel cuore di un amore). La musicalità, resa efficace dalla rima al mezzo del primo verso e dal rincorrersi delle assonanze, evoca la dolcezza del sentimento amoroso, proiettando un sinestetico valzer di percezioni, a sottolineare la sacralità di un legame indissolubile. (…).
Gabriella Veschi
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Capitolo 2 - Le problematiche esistenziali
È decisamente cupo il quadro d’assieme che sottende il componimento iniziale del secondo capitolo del libro. I versi di misura lunga scandiscono una visione nichilisticamente sconfortata, pervasa da zone allarmanti di “oscurità” e dal triste avvertimento dell’assenza di vera comunicazione fra le persone e fra i gruppi sociali, dato che l’umanità sembra come soffocata dalla coltre opprimente dell’indifferenza: «Il velo del nulla è sceso lentamente, sul mondo./ Un velo disteso, dalle lunghe mani d’ombre/ dall’indifferenza globale, a coprire ogni cosa,/ valori, cammini e sentieri senza fine.// È calato, pian piano, silente, il velo del nulla/ disteso a manto, su tutto il globo della terra.// È calata una notte infame, senza stelle né sogni,/ senza luci, né albe d’avorio (…) Si dice sia colpa della crisi, eppure il velo del nulla/fa, intanto, da padrone sull’umanità che soffre…» (Il velo del nulla è sceso sul mondo, corsivi miei, come sempre in seguito).
Tale amara concezione della realtà storico-umana è rafforzata nella sua negatività dalla dolorosa consapevolezza del progressivo venir meno dei fondamentali valori etico-ideali capaci di ispirare i comportamenti collettivi («L’umanità sembra aver perduto/ quel punto chiaro, luce, così prezioso,/ che orientava ogni cosa e sentiero…», I gradini dei valori umani), con il conseguente “vuoto” esistenziale che sembra a poco a poco paralizzare l’animo di ognuno, in un percorso alienato modellato sul ritmo veloce, ma inautentico della tecnologia web: «Si sono deteriorati, giorno dopo giorno,/ i gradini di marmo dei valori umani/ in questo mondo che va, così stanco.// Va lentamente coi suoi lenti giri,/con l’usura del tempo che ruota/ instancabile, con l’alba e la notte.// Non è colpa del sistema web digitale,/ che va forte, con una sua viva energia,/ quando corre veloce…» (ibid.) (…).
Floriano Romboli
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Capitolo 3 - Nei dintorni dell’anima e della coscienza
Solitamente s’intende definire l’anima come la parte spirituale dell’individuo, distinta dal corpo fisico, caratterizzata dalla dimensione dell’eternità e spesso essenza di tipo religioso che sopravvive alla materia. E la coscienza come quella facoltà mentale consapevole di sé e della realtà, che è radicata nel presente e che contiene diverse istanze etiche. Sono due elementi dell’esistenza umana che, tuttavia, pur essendo differenti, sono presenti contemporaneamente in essa, tant’è vero che la coscienza può essere vista anche come una manifestazione dell’anima, quando è vigile, attiva, creatrice di esperienze. In definitiva non v’è anima senza coscienza e viceversa.
È ciò che succede nella visione di Anna Scarpetta, ed è per tale motivo che ho intitolato questo capitolo, che tratta una delle tematiche della sua poetica: “Nei dintorni dell’anima e della coscienza”, binomio per lei inscindibile. Occorre qui anche aggiungere un altro tassello importante della sua concezione, ovvero l’origine trascendente, verticale, divina – quindi non solo ontologica e laica – dell’anima e della coscienza, che sono tali in quanto si specchiano e fanno riferimento – è palese nei suoi testi – alla religione rivelata.
Nelle liriche pubblicate scopriamo un canto rivolto ai diversi volti dell’anima della poetessa di Pozzuoli: volti che sono altrettanti atteggiamenti, stati, condizioni in cui vive le sue epifanie cicliche – si potrebbe dire stagionali – la realtà spirituale, autobiografica ed esistenziale del cammino e dell’avventura umana dipanantesi da un’intensa vita interiore, nonché da un’acuta coscienza del dolore cosmico ed universale. La titolazione delle poesie – che riporta numerose volte il termine anima – ci guida nell’analisi critica dei contenuti, qui maggiormente privilegiati rispetto allo stile e al linguaggio, i quali si avvalgono di un andamento prosastico, nonostante la sussistenza delle strofe (prevalentemente distici, terzine e quartine).
Il messaggio finale che ci lascia Anna Scarpetta richiama la necessità già rilevata dal filosofo francese Henri Bergson, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, ovvero il bisogno per l’uomo moderno di un “supplemento d’anima” e di uno “slancio vitale” (“èlan vital”) di fronte ad un sviluppo tecnologico e materiale abnorme rispetto al mancato sviluppo spirituale di un’anima rimasta rattrappita. Infatti reiterato è in lei questo esiziale motivo d’ispirazione: Il risveglio delle coscienze (titolo di un suo componimento) può essere attivato anche con il contributo della poesia; la Musa le ha rapito l’anima, iniziando un viaggio meraviglioso (Negli occhi della poesia), poiché l’arte richiede anime vibranti (Poesia); la società soffre per la mancanza di padri, tema a cui dedica la lirica A tutti quei papà assenti. (…)
Enzo Concardi
Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Anna Scarpetta è nata a Pozzuoli (Napoli) il 2 gennaio 1948. Ha lavorato presso la Direzione Rete Ferroviaria Italia a Milano; attualmente è in pensione e vive a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, alla narrativa e alla saggistica. È stata membro di giuria a Napoli nei concorsi letterari in lingua e in vernacolo, e in tante città italiane. A Milano si è dedicata al Teatro Sperimentale, in qualità di Aiuto Regia, con la compagnia teatrale di Ciro Menale, regista, con una trama molto suggestiva dal titolo: “Una barchetta di carta”, rappresentata al Teatro Litta di Milano a dicembre del 1992, un lavoro liberamente tratto da un testo di Fernando Pessoa. Ha pubblicato varie raccolte poetiche e ha conseguito numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari in diverse città italiane.
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Leonardo Manetti, "Le ore eterne dell'Attesa"
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Le ore eterne dell’Attesa di Leonardo Manetti (Edizioni WE - Italia, 2025 pp. €114 15.00), scandiscono il tempo delle aspettative, occupano un luogo privilegiato dove scoprire l'amore e accogliere la solitudine della sospensione, interpretano il cammino introspettivo e la percezione di una struggente speranza per ascoltare e ricongiungere il ritorno degli affetti più cari. Leonardo Manetti, omaggia, con la sua opera, la dedizione dell'aspettare, la persuasione di rivelare, attraverso la spontaneità dei sentimenti, la tensione romantica di ogni mancanza, il desiderio sincero di trasformare il destino e il senso della vita nel sogno d'amore. Nutre le stagioni delle emozioni, indica la previsione di un percorso interiore in cui si custodisce un legame e si sceglie, nell'evoluzione amorosa, la profondità identitaria del cuore, definisce l'elaborazione di un impegno che gratifica il vincolo affettivo, affranca le tormentate contraddizioni dell'essere, rinnova l'eternità della presenza e l'empatia dell'anima. La poesia di Leonardo Manetti decanta una ricerca lenta e ispirata attraverso l'uso sapiente e pastoso delle parole, rafforza la connessione vellutata delle sensazioni, accompagna la delicatezza dei versi per poi rivelarne il suo significato più suadente e intimo. Il libro esamina l'esperienza coinvolgente della crescita e della maturità artistica e personale dell'autore, analizza la convincente e commovente riflessione sull'inafferrabilità della vita, riempie la distanza e il vuoto delle assenze con la qualità contemplativa del silenzio e della fedeltà. Leonardo Manetti fa sua la cadenza spirituale e carnale, invocando l'intenzione nobilitata in cui la passione e l'innamoramento rispecchiano l'espansione di una intrigante continuità, l'attrazione sfuggente per i ricordi e per ogni profetica restituzione della nostalgia. Comprende l'evocativa capacità di riconoscere, nell'esistenza umana, il tortuoso intreccio di luci e ombre, di debolezza e di forza, di fragilità e di resistenza nell'affrontare il dolore e viverne la sua fugacità. Consegna la testimonianza di una finalità privata intorno alla possibilità di ricomporre uno spirito frantumato e disgregato dalla paura e dalle esitazioni. Le ore eterne dell'Attesa concentra il peso e l'abisso delle occasioni scomponendo gli intervalli temporali tra la confidenza malinconica del passato, l'instabilità inquieta del presente e l'apertura fiduciosa del futuro. Consuma l'orizzonte di una realtà che misura la dimensione ideale e proiettiva dell'amore, la lucidità del vissuto, lo stato intuitivo di coscienza e l'oscillazione illuminante dell'immaginario. Leonardo Manetti sa indugiare sulla provvisorietà del quotidiano, guardare e considerare le vibrazioni dei pensieri che riprendono la forma accesa e viva della dedizione esclusiva, ascoltare l'impulso della perseveranza, come ricompensa alla felicità. Il libro ne è una conferma miracolosa su come la sorprendente meraviglia del sentire può migliorare la costanza e la cura del bene, le condizioni di affinamento e di conservazione esprimono la meticolosa e genuina pienezza relazionale. Leonardo Manetti osserva i cambiamenti umani, ammette il dubbio imperturbabile dell'indifferenza, si scontra con la condanna della mancanza, attende i giorni migliori. Risveglia il coraggio e l'energia nella rivelazione di una sensibilità che manifesta il riscatto, incendia e rinsalda l'essenza poetica, offre quiete alla solitudine, la forza redentiva e il fondamento della salvezza.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
BRUCIA
Cerco per casa qualcosa che ho perso,
o meglio, qualcosa di mai scovato.
Ribalto cassetti, svuoto gli armadi.
Dove si sarà cacciato?
Lo sento, nel petto così ardentemente.
Non ho più dubbi, esiste ed è vivo,
brucia l'amore, ma di fiamma sbagliata;
Non di passione, solo di ira.
SGUARDI LONTANI
Teneri occhi che mi osservano,
dolce è lo sguardo incrociato,
parole senza suono
ci uniscono all'ascolto.
Un attimo di fiaba
e poi subito il reale,
poche semplici note
di una scala senza chiave.
IL GIOCO DELL'OCA
Prima uno, poi due.
Domani sono le dita
i dadi di chi rimane.
Pensavi al giallo,
invece è rosso
e ottieni un nero.
Numeri impazziti
si rincorrono sulla linea
e cambiano colore.
Tre è divertimento,
cinque era riflessione
sette sarà amore.
Si parte dal via,
ci si perde tra le caselle,
arriviamo insieme.
CONFUSIONE
Fuori c'è il ghiaccio
delle nostre vite,
noi siamo in una bolla
di acqua calda.
Torna presto primavera,
voglio vederti
di nuovo germogliare,
spegnendo l'illusione.
NELL'ARIA
Stringo forte
in un abbraccio
l'aria intorno a me,
e mi accorgo
che è materia viva.
Il suo viso è definito,
il suo corpo è familiare
il suo respiro è caldo
come l'amore
che nutro per lei.
IN QUESTA NOTTE
E ora che la notte è giunta,
cerco i tuoi occhi nelle stelle
mentre il dolore che sale
lungo le crepe della mia pelle
mi chiede di te.
Dicono che questi sono i momenti
in cui i poeti scrivono i versi più belli,
ma passo le notti con un foglio bianco
e il dolore accanto a me.
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