poesia
Pietro Manzella, "Dell'amore e della speranza"
/image%2F0394939%2F20251129%2Fob_634ca4_manzella-pietro-2025-dell-amore-e-dell.png)
Pietro Manzella
Dell’amore e della speranza
Guido Miano Editore, Milano 2025
Una cinquantina di poesie scelte tra le varie pubblicazioni che, dal 1999 al 2023, hanno caratterizzato l’opera poetica dell’avvocato Pietro Manzella, un altro eccellente esempio di professionista che si è votato alla poesia (e anche al teatro, essendo autore della commedia in un atto Frittelle di aria fritta, 2007). Ecco cosa propone ai lettori, nella collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, la Guido Miano Editore con questa raccolta intitolata Dell’amore e della speranza - antologia poetica.
Poesie grondanti di nostalgia, quasi fossero ferite da spinose frecce scagliate dal tempo contro il cuore dell’uomo, che rimangono “come perle incastonate/ in segrete valve/ dell’essere-malessere” (da Sessantaduesimo meridiano). Questo senso di diffusa nostalgia è presente soprattutto nel terzo ed ultimo capitolo dell’antologia, Essere e malessere in Pietro Manzella e in Walt Whitman (con prefazione di Enzo Concardi, che nota il comune sostrato del pensiero di Blaise Pascal, che evidenzia il “paradosso della condizione umana, sospesa fra miserie e grandezze, fra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, per cui l’uomo è ‘un mostro incomprensibile’, creatura contradditoria ora sospinta verso l’infinito, ora schiacciata dal male”). Eppure anche questa parte è formata da poesie cariche di amore: non, però, come quelle dei primi due capitoli del volume, Il fuoco dell’amore in Pietro Manzella e in William Butler Yeats (con prefazione di Gabriella Veschi, che mette in evidenza la comune “concezione dell’amore come forza trainante, unica ragione di vita”) e “Tempus fugit et memoriae” nella poesia di Pietro Manzella e di Emily Dickinson (con prefazione di Floriano Romboli, che sottolinea come, per entrambi gli scrittori, “serbare nella memoria gli attimi del tempo fugace equivale alle volte ad addolcirne le caratteristiche”).
Anche la speranza c’è: più nascosta (è significativo che in tutto il libro la parola ricorra tre sole volte: nel titolo e in due delle tre prefazioni, mai nei testi poetici); ma è soffusa in tutta la raccolta, quasi che l’Autore voglia sottolineare che si tratta di una virtù, sì, presente, ma da cercare bene nelle pieghe della vita – o, per dirla col poeta, fin dentro “i cristalli dei sensi” (ultimo verso di Sciolina d’amore).
Prevale l’amore, delle cui infinite sfumature si può trovare un esempio in Splash, carica di quella particolare leggerezza e nitidezza che caratterizza molte delle poesie raccolte nel volume. È una breve poesia, ma suddivisa in tre parti: due versi di apertura (“Un viso bello come un tempo/ occhi luminosi ed attenti”), poi un titolo (“L’INCONTRO”) per i cinque versi seguenti (“Ho scavato nel passato/ Correvo/ col ricordo/ lungo i sentieri/ della fanciullezza”), un altro titolo (“SPLASH!”) ed i sette versi che chiudono: “Una stretta di mano/ qualche ruga in più/ che stuzzica i sensi/ Un caldo abbraccio/ Il tempo/ aveva fatto solo/ il suo corso”. Una perfetta sintesi di delicatezza, passione, riflessione. Si noti la punteggiatura: non c’è il punto alla fine di ogni pensiero sviluppato in uno o più versi, quando si passa ad un altro pensiero; il punto c’è solo alla fine. Questa è una caratteristica di tutte le poesie.
Dalla lettura delle poesie commentate dai tre prefatori si evince il valore dei versi del Manzella: versi brevi, a volte frenetici, spezzati qua e là andando a capo a centro pagina o con un margine differente da quello della riga prima; versi sempre carichi di immagini tanto veloci quanto nitide, capaci di imprimere nella pagina le sensazioni sentite dall’Autore e di riversarle quasi in un solo attimo nel lettore, che ne rimane colpito, forse a volte un po’ sconcertato, comunque interessato. Una lettura piacevolmente intensa.
Marco Zelioli
Pietro Manzella, Dell’amore e della speranza, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 84, isbn 979-12-81351-71-4, mianoposta@gmail.com.
Alcyone 2000, volume 19
/image%2F0394939%2F20251123%2Fob_c926f4_alcyone-2000-vol-19-fronte2.png)
ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, volume 19
Guido Miano Editore, Milano 2025
Per la collana Percorsi letterari del Duemila, è uscito a Milano nello scorso mese di ottobre, il volume 19 di “Alcyone 2000”, quaderni di poesia e di studi letterari: si tratta del periodico della Casa Editrice Miano che, in questa edizione, supera le 100 pagine, e quindi si pone anche dal punto di vista quantitativo per i temi trattati – oltre che da quello qualitativo – ad un livello di studi e ricerche culturali piuttosto sostanzioso. Nella rubrica “contributi letterari” appaiono, tra gli altri, saggi di indubbio interesse storico, come quello di Floriano Romboli sull’opera di Dante nelle riflessioni di alcuni papi contemporanei; o come quello di Enzo Concardi sulle suggestioni di Italo Calvino, tra razionalità e fantasia, impegno civile e sogno letterario; o come, ancora, quello di Angela Ragozzino dal titolo Capua festeggia il decennale del Placito Capuano, sul quale ci soffermeremo più avanti, così come sarà per Pietro Rosetta, purtroppo recentemente scomparso, con la sua prima silloge, Poesie nascoste nella dispensa.
Fra le “testimonianze” troviamo numerosi commenti critici sull’ultima raccolta poetica di Michele Miano: So che ti prenderai cura di me, intimo soliloquio con il padre dal denso contenuto memoriale ed emozionale-affettivo. Nella rubrica che “Alcyone 2000” dedica sempre ai suoi poeti, abbiamo scelto di commentare la silloge di Francesca Tirico, come rappresentante dell’ampia schiera a cui la Casa Editrice Miano dà spazio. Non mancano infine i soliti “Itinerari di letteratura comparata”, una rarità nel panorama letterario contemporaneo, che uniscono cieli ed epoche diversi, ricercando assonanze ed affinità tra autori italiani e stranieri, tra cui, in questo numero, Emily Dickinson, Fernando Pessoa, Edgar Allan Poe.
Pietro Rosetta è stato un personaggio di primo piano nel mondo scientifico. Così lo ricorda il Corriere della Sera del 6/11/2025, nelle pagine del Corriere Salute: “Il mondo della medicina oculistica perde un luminare di fama internazionale. È morto Pietro Rosetta, 61 anni, medico chirurgo, responsabile dell’Unità operativa di Oculistica di Humanitas San Pio X, specializzato in Oftalmologia presso la Clinica Oculistica dell’Ospedale San Raffaele di Milano, dove ha contribuito a sviluppare la chirurgia dei trapianti corneali fino al 1996 e membro di numerose società scientifiche nazionali e internazionali… Rosetta era anche uno degli autori del forum di Corriere dedicato all’oculistica”. È un vanto quindi per la Casa Editrice Miano l’aver pubblicato l’unico libro di poesie di cotanto ingegno, Poesie nascoste nella dispensa, raccolta che è stata segnalata dalla critica con giudizi lusinghieri, riguardanti soprattutto la sua vena politematica, la visione della realtà dicotomica ovvero delle antitesi (lotta tra Eros e Thanatos), la ricerca esistenziale sul significato della vita, un romanticismo con echi leopardiani su amore e morte, l’idea della vita come viaggio, la presenza di una poesia amorosa a luci ed ombre, l’incombenza delle suggestive dimensioni memoriali.
Angela Ragozzino, prendendo le mosse dalla decima edizione commemorativa del Placito Capuano – avvenuta a Capua nello scorso mese di maggio con l’organizzazione del Touring Club Italiano – ci narra tutta la vicenda sorta intorno a tale documento: in sintesi, si tratta di un atto giudiziario del 960 d.C. considerato il primo testo ufficiale in volgare (campano) della nostra letteratura. La sua importanza risiede nel fatto che, in una disputa di confine fra il Monastero di Montecassino e un privato, avviene la trascrizione delle testimonianze direttamente nell’idioma locale, separato dal latino, la lingua giuridica ufficiale. La Ragozzino ricorda anche che vi è stato il coinvolgimento nell’evento di tutte le scuole di ogni ordine e grado e che è stato istituito il “Premio Placito Capuano”, assegnato a quelle personalità della cultura che hanno contribuito con il loro lavoro alla diffusone della lettura, tra cui Dacia Maraini, Matteo Garrone, Roberto Vecchioni, Sigfrido Ranucci.
Francesca Tirico, con i suoi Sogni infiniti ci accompagna in un viaggio verso le dimensioni di un quadrifoglio esistenziale e spirituale, composto dai nomi dell’amore, del dono, della felicità, dell’anima. Il dolore esiste ma non invalida il nostro destino, che è quello di vivere per ciò che conta e di morire con la speranza della rinascita. La poetessa penetra le pieghe dell’interiorità attraverso una sensibilità all’unisono con le verità dell’infinito, supera lo scacco esistenziale mediante un èlan vital forte e tenace.
Enzo Concardi
Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°19; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 108, isbn 979-12-81351-70-7, mianoposta@gmail.com.
Pietro Manzella, "Dell'amore e della speranza"
/image%2F0394939%2F20251112%2Fob_68209f_manzella-pietro-2025-dell-amore-e-dell.jpg)
Dell’amore e della speranza
Pietro Manzella
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Il fuoco dell’amore
Il sentimento amoroso inteso come valore assoluto e imprescindibile è al centro delle liriche di Pietro Manzella presentate nel primo capitolo di questa antologia (gli altri capitoli riguardano le tematiche del tempo, dell’essere e malessere). Espresse con toni leggeri, sobri e misurati, le poesie d’amore riecheggiano con lirica raffinatezza i versi di uno tra i massimi esponenti della Letteratura irlandese, il premio Nobel William Butler Yeats; nonostante i due poeti appartengano ad epoche distanti tra loro e seppure adottino diverse modalità poetiche, traspare nei loro componimenti la concezione dell’amore come forza trainante, unica ragione di vita. Sin dai testi di apertura, Manzella esplora la complessità degli stati d’animo e peculiari cifre stilistiche si esplicano con piacevoli similitudini tra la donna amata e gli elementi della natura e con il ricorso a costruzioni ossimoriche. Scorre leggera una lunga carrellata di armoniose piante, di spiagge battute dalle onde o di zampilli d’acqua generatrice di vita, mentre con una ricca serie di contrasti si delinea la dimensione ambivalente dell’io poetico, colmo di speranza in presenza dell’amata (Sciolina d’amore), ma preda di un profondo senso di vuoto di fronte alla sua assenza. Ne è un chiaro esempio la lirica Carezze parlanti: «È un fragore delicato/ quello delle carezze/ senza tempo/ sul mio viso: le tue// È un tepore/ di sesso appena smesso/ quello delle parole/ silenti/ che descrivono eventi/ al passato prossimo/ come in un film muto:/ le nostre.// Sguardi che ricamano/ la tela del tempo/ dove mi perdo/ con te/ come nel quadro/ senza oli/ di una vita senza colori/ intessuta ogni giorno/ di speranze e promesse/ di risurrezioni/ sono per noi soli/ carezze che parlano». Il testo evoca la carica dirompente di un amore che incendia una vita prima insignificante come un quadro senza oli e senza colori e la trasforma in una fonte inesauribile di speranze e promesse; la passionalità diviene incandescente, è come fuoco sotto la cenere, pronto a riaccendersi con forza e l’intimità delineata con rara delicatezza rende palpabili le forti sensazioni provate (…).
Gabriella Veschi
***
L’incanto della memoria
(…) Il motivo del ricordo risulta centrale nell’elaborazione artistico-letteraria dell’autore e la strategia accurata di recupero memoriale, di rivisitazione attenta di esperienze del passato diventa occasione privilegiata per l’esplicitazione di una meditata visione della realtà e specificamente di una determinata concezione delle relazioni interpersonali. La rassegna delle “memorie” è sovente contrassegnata da quelle intime contraddizioni («Ricordi quella/ sera/ quando i tuoi occhi/ hanno pianto?/ Io ridevo/ piangevo// Che strana cosa/ vivere ed amare/ se si ama con/ dolore», Quella sera), che sono connesse con la fondamentale ambivalenza dell’esistenza: «Occhi festosi/ in un precipizio/ di lacrime/ affiorano come/ narcisi dalla coltre bianca// (…) Oggi il fluire del ricordo/ ha tracimato/ il bicchiere della vita/ spezzata/ in molecole di rimpianti» (Tracimazione); «…Lo sgabello/ riceve una parte/ l’altra veleggia/ sul triremi della fantasia/ oppressa dall’ostinata macchina/ della verità// Mortifico il tempo/ che mi ignora/ e ti cerco/ oasi di serenità» (Vita in scatole vuote). (…)
Serbare nella memoria gli attimi del tempo fugace equivale alle volte ad addolcirne le caratteristiche, a rasserenarli in un processo inequivoco di sublimazione: «…Assaporo/ gli attimi sfuggenti/ e gusto la dolcezza/ della vita/ aspettando che il ricordo/ evapori/ senza perdersi/ oltre la trasparenza dei cristalli» (Pensieri di zucchero); tale operazione risulta invece preclusa alla poetessa americana Emily Dickinson, in conseguenza di un’idea del mondo negativa e sconfortata, di un animus triste e inappagato, che inducono una posizione morale di amaro pessimismo, di desolante cupio dissolvi. Leggiamo da una lirica risalente circa al 1860: «Perduta quando già ero in salvo!/ E sentivo il mondo ritirarsi!/ Mi accingevo all’assalto dell’eterno,/ quando tornò il respiro,/ e verso l’altra sponda/ udii ritrarsi la marea delusa!...» (poesia n. J160) (…).
Floriano Romboli
***
Essere e malessere
La tematica dell’essere e malessere nella poetica di Pietro Manzella occupa certamente un posto rilevante, incentrandosi sulla condizione umana, che contempla sempre una realtà a chiaroscuri, aspetti positivi ed edificanti e fenomeni estremamente negativi, slanci ideali verso la ricerca dell’essere e di sé stessi con un contraltare di malessere personale e collettivo, che in ogni epoca cambia connotati e natura. E sono proprio le brutture del mondo di oggi che il poeta mette soprattutto in risalto, attraverso una denuncia forte, circonstanziata, oltre il binomio metafisico-filosofico che può evocare la problematica in questione, la quale spesso si trasforma in testimonianza storico-sociale di una contemporaneità caratterizzata in particolare da un indebolimento ontologico dell’individuo e da una distruzione dei valori della convivenza umana pacifica.
Qui non è fuori luogo ricorrere al pensiero di Pascal, per il quale v’è il paradosso della condizione umana, sospesa fra miserie e grandezze, fra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, per cui l’uomo è “un mostro incomprensibile”, creatura contradditoria ora sospinta verso l’infinito, ora schiacciata dal male. Il nostro autore, nella lirica d’apertura Similitudine presenta tale dicotomia fra l’essere e il malessere umani, con immagini moderne che evocano in qualche modo la visione pascaliana: «Correre verso/ l’infinito/ fermarsi/ all’orizzonte/ ignorare la realtà /che hai di fronte /vivere da /uomo da marciapiede /e non accorgerti /che sei simile ad un /tritacarne».
Ecco dunque il rifiuto da parte del poeta di tante espressioni del vivere odierno, da cui nasce un rapporto io-mondo conflittuale, lacerato dal dolore per un’umanità dispersa. E il linguaggio presenta ora tratti di sarcasmo, ora di crudezza, ora di amarezza, con immagini conseguenti di tipo analogico-sinestetico. (…).
Enzo Concardi
Pietro Manzella, Dell’amore e della speranza, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 84, isbn 979-12-81351-71-4, mianoposta@gmail.com.
L’AUTORE
Pietro Manzella è nato a Palermo dove attualmente vive e svolge le professioni di Avvocato e di Mediatore civile. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Come il vento sulle dune (1999), Icaro o del desiderio (2000), Una vita un amore (2001), Controrisacca (2003), Voci scomposte (2006), Acetilene (2010), Cialde (2013), Semi (2016), Acqua (2020), Spes (2023) e il breve testo teatrale Frittelle di aria fritta, commedia in un atto (2007).
Alcyone 2000 Quaderni di poesia e di studi letterari: volume 19
/image%2F0394939%2F20251105%2Fob_18e91f_alcyone-2000-vol-19-fronte.png)
Volume 19 di “Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari”
Guido Miano Editore, Milano 2025
“Benedetto Croce, alla fine de La poesia di Dante, la giustamente celebre monografia del 1921, dopo aver a lungo discorso del rapporto fra tradizione filosofico-culturale, problematiche teologiche e dottrinali, e valori artistico-letterarî nella Commedia, concludeva sottolineando il significato universale del poema dantesco poiché in esso prontamente si riconosce «quella voce che ha il medesimo timbro fondamentale in tutti i grandi poeti ed artisti, sempre nuova, sempre antica, accolta da noi con sempre rinnovata trepidazione e gioia: la Poesia senza aggettivo. A coloro che parlano con quel divino o piuttosto profondamente umano accento, si dava un tempo il nome di Genî; e Dante fu un Genio» (….).
FLORIANO ROMBOLI
* * *
“Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, Cuba, 1923 - Siena, Italia, 1985) è stato uno dei pochi scrittori italiani del Novecento che ha saputo conciliare, nella sua vita così come nelle sue opere, esigenze della ragione e sentimenti di umanità, istanze ideologiche e politiche con impulsi onirici e libertà di creatività fantastica. Non dovrebbe esser stato per lui impresa ardua poiché tutte le sue dimensioni mentali, esistenziali, culturali paiono risultare innate, congenite alla sua natura. Tale è l’impressione che si è formata in me nell’attenta lettura di alcune sue opere, come Il sentiero dei nidi di ragno (1947); la famosa trilogia degli antenati: Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959); Le cosmicomiche (1965); Le città invisibili (1972) ed anche Il castello dei destini incrociati (1973). Libri che consiglio vivamente ai lettori, non solo per il valore intrinseco letterario e tematico - sono di Italo Calvino, al quale il Premio Nobel andava assegnato - ma anche per quel che viene chiamato il piacere della lettura a tutto tondo, cioè un viaggio serio e divertente allo stesso tempo nel mondo concreto, storico e nel mondo dei nostri sogni, capace di farci evadere dalla tirannia del dato di fatto, dall’iperrealismo che spesso ci tarpa le ali. Per dimostrare l’ipotesi iniziale – se ce ne fosse bisogno – di questo articolo, frughiamo ora nella vita e negli scritti dell’intellettuale cubano-sanremese, in modo paradigmatico, senza pretese di completezza. (…)”
ENZO CONCARDI
* * *
“Era l’anno 960 d.C. nel mese di marzo quando si istruisce un processo in pubblica piazza secondo l’uso longobardo… Eh sì!!!! In quell’epoca erano i Longobardi i Signori di Capua e delle terre limitrofe. Capua assurge a Contea e Principato della Longobardia Minor, dopo il distacco da quelli di Salerno e Benevento. La giustizia e le varie contese venivano, amministrate e discusse nell’area antistante il Palazzo dei principi Longobardi, nel perimetro delimitato proprio dalle tre chiese a corte: San Michele, San Giovanni e San Salvatore; ed ecco che proprio davanti alla chiesa di San Salvatore, la rediviva Pricipessa Adelgrima, ne apre le porte agli studiosi, alle scolaresche ed a tutti i convenuti alla manifestazione. Il processo in questione riguardava una vertenza tra il Nobile Rodelgrimo, che rivendicava, come sue, le terre avute in eredità dal padre, ed i monaci benedettini che, a loro volta, ne rivendicano il possesso perché le lavoravano da oltre 30 anni. Lo storico Nicola Cilento ricostruisce la vicenda trasmessaci dalla “carta capuana” (…)”.
ANGELA RAGOZZINO
* * *
Già ho “incontrato” gli scritti di Don Gianni Carparelli: sì, perché quando un autore pubblica uno scritto – di qualunque genere sia – offre ad ogni lettore l’occasione di incontrarlo personalmente; altrimenti, a cosa servirebbe scrivere, se non per affermare sé stessi? E non mi pare che questa sia la ragione per cui scrive Don Gianni, che lo fa per aiutare chi crede a credere meglio, cioè con una maggiore maturità – per quanto la semplicità di cuore sia di per sé più che sufficiente per riconoscere la presenza di Cristo nella propria vita ‘normale’.
Questa volta il sacerdote viterbese ci pone di fronte ad una bella questione: siamo Illuminati di Dio per diventare semi di vita? La forma di questo sottotitolo del libro, intitolato Come un girasole (Ed. APS Amici del Beato Domenico della Madre di Dio, Viterbo 2024) non è interrogativa, ma suscita in chi legge l’interrogativo. Vediamo, dunque, di cosa si tratta.
Nell’Introduzione, spiegando il perché di uno scritto sulla Divina Eucarestia e la sua adorazione (concetti – anzi, realtà che ad ogni fedele minimamente istruito nel catechismo dovrebbero essere comprensibili), Don Gianni pone una domanda ‘secca’: «Ma è tutto qui?» – che credo significhi domandarsi sinceramente se si è capito ‘col cuore’ e non solo con l’intelletto cosa vela e insieme svela il segno dell’ostia consacrata. Insomma, un interrogativo non dissimile dal dubbio che ebbe a Bolsena il sacerdote Pietro da Praga nel 12632, ricevendo in risposta il miracolo del sanguinamento dell’ostia consacrata. Ma i segni ‘straordinari’ servono a rafforzare la fede vacillante (come i circa 142 miracoli eucaristici riconosciuti, ricordati en passant a p.16) (…).
MARCO ZELIOLI
ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, n°19; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 106, isbn 979-12-81351-70-7, mianoposta@gmail.com.
Gilberto Vergoni, "Frammenti d'anima, di senso e spigolature sparse"
/image%2F0394939%2F20251101%2Fob_d7c436_vergoni-gilberto-2025-frammenti-d-anim.png)
Gilberto Vergoni
Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Gilberto Vergoni, fanese di nascita ma vivente a Cesena, non è scrittore di professione: è Neurochirurgo. Ma scrive in modo tale da attrarre l’attenzione dei lettori, e anche della critica – a giudicare dai non pochi riconoscimenti ottenuti con le due raccolte fin qui pubblicate: Fragmenta Animae Meae (Ed. Persiani, Bologna 2018) e Le parole del tempo (Ed. peQuod, Ancona 2023).
In questo libro (Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse, Guido Miano Editore, Milano 2025) ci sono più di ottanta composizioni; poesia e prosa si alternano, quasi a voler significare la spasmodica ricerca di senso che muove l’Autore, due modi complementari di chiedere e di rispondere, di cercare e di sperare: di vivere, comunque. Enzo Concardi nella Prefazione cita il Vergoni che si definisce “…paradossalmente con un ossimoro: «…Io mi sono sempre ritenuto un filosofo cristiano cattolico non credente» (Un giorno a Cambridge, Novembre 2002)”. Una posizione “scomoda”, in quanto non basata su certezze; ma comprensibilmente umana, in quanto indice di una libera ricerca della verità, del significato di tutto: vita, affetti, gioie e dolori, morte (come quella del fratello Marco o dell’amico Stefano). Il tutto indagato – direi – quasi al di là dei confini della ragione, nel profondo; non a caso, a proposito di chi vuol ridurre tutto a ragione, si trova questa affermazione: “Non ho amato Kant perché ho sempre pensato che la ragione non basta; come nell’innamoramento. Come nella vita e come nella morte” (da Quelli che esercitano amore di sapienza fanno una meditazione continua della morte).
C’è proprio un po’ di tutto; e non si può condensare una presentazione in poche parole. Con uno stile sobrio, Gilberto Vergoni qua e là ammicca a stilemi classici che donano ai suoi scritti un senso di profonda ma dolce malinconia, come nell’ultima terzina della poesia dedicata alla moglie: “Ed ora la voluttà della piena estate fa suo / quell’orizzonte sinuoso, luminoso, stagliato e netto / com’io lo vorrei far mio fino a che, freddo, finirà anche ‘l mio inverno” (Silvia). A volte le parole sembra che scolpiscano nella pagina i tratti della persona descritta, come in Mamma: “Donna d’altri tempi e di sempre, / perno solido e malleabile / oppure colonna del tempio mai finito / che nei figli ha infuso i suoi numi. / Comunque sola. / Muta testimone di antichi suoni e perduti colori” (terza ed ultima strofa della poesia).
L’Autore riflette sul destino umano, consapevole che “Quando i fatti della vita sono troppo forti e troppi pensieri affollano la mente, occorre ricercare il filo attraverso il ragionamento ed il sentimento, attraverso l’allegoria” (dalla prosa All’ombra delle parole, le orme del mio viaggio). E fioriscono i “forse”, ipotesi di risposte adatte al senso di sproporzione tra l’altezza delle aspirazioni umane e la povertà degli esiti delle ricerche della verità del tutto (si veda la prosa Razionale sentimento, forse...). Subentra un senso di smarrimento che suscita domande profonde come: “Dov’è la mia casa, la nostra casa? // Nell’universo c’è l’ombra di me, / quel qualcosa o quel dove che lascio / perché da lì son partito? / Quando mi sentirò di nuovo a casa?” (da Casa); e come: “Perché la gioia è fugace? / Perché l’attimo parla di una intera vita / ma come il sogno sfuma e rimane, ora, / ruga, espressione, sguardo?” (da L’infinito viaggio); o altre volte solo apparentemente più leggere, come: “Chissà se il bianco può lenire il rosso! / Chissà quando comparvero i colori? / Chissà perché son nati i fiori? / E quando la rosa?” (da Rosa solitaria, o della mia professione): domande di verità, come in Verità, dove sei?
È una vertigine: “Vivo nella vertigine della solitudine / di chi vede e sente / negli indifferenti attimi che passano / mentre cerco un perché” (da Guardando il silenzio). Tutto sembra lasciare nel cuore una grande “Nostalgia agrodolce di posti mai visti” (ultimo verso della breve poesia Frammenti di me): segni della coscienza della povertà dell’uomo e insieme della consapevolezza delle sue grandi potenzialità. Una sproporzione alla quale potrebbe dare risposta solo un quid novi, un fatto nuovo, un’amicizia che apra l’orizzonte umano alla coscienza del proprio destino. Per questa apertura non bastano i ricordi (“Come lo scirocco che vien da lontano, / il ricordo riscalda / sciogliendo il cuore e finalmente le labbra / in un sorriso sereno e, per un po’, senz’affanno”, si legge alla chiusura di Festa).
Affiora qua e là un acuto pessimismo, come quando l’Autore scrive che “il dolore è l’elemento più umano dell’uomo, accettato come condanna e destino, e riscattato da attimi d’amore” (in Razionale sentimento, forse...); ma c’è la consapevolezza che il pessimismo affonda le sue radici nella solitudine, superata la quale si può passare dal “Sento, ma non so cosa mi lega” al “Sento; sì sento qualcosa che mi lega. / Guardo e cerco di vedere. Ascolto e cerco di capire” – come ben espresso nella poesia Solitudo.
Siamo alle soglie di quello che si definisce ‘senso religioso’, che nell’uomo è innato, ma spesso viene soffocato – specie nell’epoca nostra – dalla somma preoccupazione delle ‘cose da fare’. Ma qualcosa succede; ad esempio, “Piove e mi lava via l’ansia del dover fare. / Il tempo sembra fermarsi, / pesante, / come il silenzio nella mancanza delle parole” (così inizia Nell’attimo che piove), e chi non si lascia prendere dalle cose da fare comincia a vedere in tutto qualcosa di interessante, di splendente, di nuovo: anche in un “umido naso” (Cane), in una Effimera brezza, in qualche paesaggio o luogo (ad esempio, Vulcano o Naxos o Lubriano o Peschici o Cesenatico); e soprattutto in un amico che, paziente come un libro che si lascia chiudere e poi riaprire per riprendere la lettura interrotta, “è lì a riprendere la storia / in effetti mai interrotta, come quando l’ho lasciato. / Anzi arricchito / della mia e della sua vita, / nel mentre scorsa” (finale di Leggero come un amico).
Allora sorgono le domande “ultime”, quelle sul senso della vita, i Perché: “… // Il dove, / l’era, / il sarà, / sono confusa percezione che / l’adesso dilata” – da cui la sensazione di una “Promessa uguale per tutti. / Incantesimo o Destino?” (da Promessa infranta – Le mani dei bambini), e l’urgenza esistenziale di una risposta che deve esistere e deve essere cercata, pena il rinunciare alla propria umanità: “Destino che voglio capire / prima che lui mi incontri” (da Bisturi e valigie).
Ma l’uomo non basta a se stesso, perché “La morte slega tutto / ed è notte per sempre” (finale di Un’amica se ne va), mentre resta sempre accesa la ricerca di un senso, anche “Di un senso che non c’è / come in queste parole / che cercano accordi per un’armonia nelle cose, / armonia che non trovo / ma che, mentre scrivo, mi solleva verso / una muta, inconsapevole, umana, disperata / speranza” (da Sogni nel sale del mare).
Il senso religioso è l’anticamera della fede; e la fede è il luogo di quell’incontro con la verità che riempie di senso tutta la vita; e la vita è il dono misterioso di Dio all’uomo di ogni tempo; e Dio è la Verità del tutto. Questo “circuito” di pensiero ci porta a capire che definirsi “filosofo cristiano cattolico non credente” è veramente un ossimoro, dacché Cristo è venuto nel mondo e si fa incontrare ogni giorno nella sua Chiesa, immagine imperfettissima (perché compagnia di uomini) della Sua presenza nel mondo. Lo scrittore lo percepisce, anche se si sente “testimone di cose che non so / ma che porto dentro” (da Nelle pietre di antiche chiese), dicendo di sé: “E scrivo, vivo, scrivo / per trovare / quella parola che mi sta aspettando” (da C’è una parola).
Sì, in fondo questa raccolta di pensieri e poesie di Gilberto Vergoni, invitandoci a riflettere su tutto, e senza quel “rispetto umano” che spesso ci tarpa le ali, è uno strano ma autentico libro di meditazione religiosa. Vale proprio la pena leggerlo, con calma.
Marco Zelioli
Gilberto Vergoni, Frammenti d’anima, di senso, e spigolature sparse, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 116, isbn 979-12-81351-67-7, mianoposta@gmail.com.
Pasquale Ciboddo, "Oltre il velo del mondo"
/image%2F0394939%2F20251022%2Fob_b05981_ciboddo-pasquale-2025-oltre-il-velo-de.png)
Pasquale Ciboddo
Oltre il velo del Mondo
Guido Miano Editore, Milano 2025
Le trasformazioni sociali, economiche, culturali e i passaggi storici di civiltà, hanno sempre creato nel corso dei secoli epoche di transizione nelle quali erano presenti contemporaneamente i caratteri del mondo che stava tramontando e quelli della nuova società che stava avanzando. Così è stato, esemplificando, il tempo del Petrarca tra fine del Medio Evo ed avvento del Rinascimento: nelle opere del poeta e filologo aretino riconosciamo infatti la presenza di aneliti religiosi da un lato, e di studi linguistici ed espressioni poetiche tipiche dell’Umanesimo dall’altro. E così si è verificato anche più tardi – a cavallo tra Neoclassicismo e Romanticismo, tra fine Settecento e prima parte dell’Ottocento, secoli “l’un contro l’altro armati” (Manzoni) – periodo le cui istanze principali furono vissute in prima persona dal Foscolo, nel quale riconosciamo un’anima classicistica ed una romantica.
Possiamo senz’altro individuare anche nella nostra epoca una fase storica con i caratteri della transizione: è avvenuto il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, tra il mondo della campagna agreste con le sue regole e suoi valori, e il mondo delle fabbriche, dell’inurbamento, dello sviluppo tentacolare della città e del consumismo. Ora, quel che è rimasto della prima viene considerato alla stregua di un passato arcaico, mentre lo strapotere della seconda – con suoi miti e modelli – sembra inarrestabile e irreversibile. Testimoni di ciò siamo tutti noi delle generazioni cresciute soprattutto nel Novecento, come il poeta sardo Pasquale Ciboddo, il quale nel suo ultimo libro – Oltre il velo del mondo (Collana di testi letterari “Alcyone 2000”, Casa Editrice Guido Miano, Milano, agosto 2025, prefazione di Michele Miano) – dedica gran parte delle sue liriche a riflessioni e giudizi sull’argomento, schierandosi tuttavia completamente dalla parte di ciò che fu, non accogliendo praticamente nulla del “progresso” avvenuto, per lui, evidentemente, una regressione culturale, di valori, umana, sociale. Il libro è corredato da diversi disegni e altre fotografie in bianco e nero che illustrano gli ambienti e i momenti di vita rimasti indelebili nella sua memoria. Diciamo subito, a scanso di equivoci che, probabilmente, Ciboddo ha buone ragioni per rimpiangere il passato di fronte a determinate storture ed alienazioni di certo “progresso”, tuttavia il suo ‘integralismo’ penso non sia da molti accettato.
La nostalgia dell’autore si concentra sul mondo degli stazzi, microcosmo della Sardegna agreste e contadina, dove si svolgeva la vita ideale che egli ha conosciuto fin dall’infanzia e che poi ha perduto per l’abbandono dei suoi conterranei, migrati verso il continente alla ricerca di un favoleggiato benessere: con la fine di quella forte e radicata esperienza, vi è stato solo abbandono e solitudine, in contrasto con la comunità d’un tempo che voleva dire amicizia, solidarietà, legami familiari e affettivi. Leggiamo Corrimozzu: “Dal mio stazzo / Corrimozzu / volava la fantasia / dello spirito alato / verso orizzonti sereni / colorati e lontani. / Luogo di vita sana, / forte per la mia / adolescenza / coronata da compagnia / di giochi di bimbi. / Non sarà mai dimenticata / sino alla morte”. Ed anche Era certo: “Oggi la città / consuma la vita umana. / Era certo il romanzo, / la poesia della mia esperienza / vissuta in campagna / negli stazzi della Gallura / ad avere l’esistenza / un vero senso”. Ecco emergere il classico contrasto città-campagna, comune in molte regioni del pianeta. Fanno da corolla a questo tema di fondo altri motivi fonte d’ispirazione e denuncia nel canto di Ciboddo: lo scandalo di popoli e diritti calpestati; l’apologia della terra di Sardegna, ovvero l’attaccamento alle sue radici; l’essere estirpato, così che siamo diventati rami senza frutti; l’attenzione alle piccole creature della terra; la II Guerra Mondiale vissuta da solo negli stazzi; la solitudine del dopo pandemia; la necessità dell’educazione nelle nuove generazioni; esorcizzare l’odio per vivere l’amore e la fiducia nella Provvidenza.
Oltre a tutto questo mi pare importante cogliere nel poeta sardo ciò che Michele Miano ha ben esposto nella prefazione: “In un mondo che corre senza sosta, dove il progresso spesso brucia i ponti verso ciò che è essenziale, questa raccolta è un invito a tornare all’origine del sentire. Oltre il velo del Mondo nasce dal desiderio di dare voce a ciò che non urla, ma vibra nel cuore: l’amore che resiste al tempo, la fede che non chiede prove, la spiritualità che si nutre di gesti semplici, la fiducia che si rinnova nonostante tutto”.
Vale a dire non perdiamoci nell’artificiosità di un mondo reificato.
Enzo Concardi
Pasquale Ciboddo, Oltre il velo del mondo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 86, isbn 979-12-81351-53-0, mianoposta@gmail.com.
Marco Zelioli, "Speranze di pace"
/image%2F0394939%2F20251021%2Fob_dd8180_zelioli-marco-2025-speranze-di-pace.png)
Marco Zelioli
Speranze di pace
Guido Miano Editore, Milano 2025
Marco Zelioli è nato a Monza nel 1951 e ha insegnato materie letterarie e diretto scuole statali in provincia e in città di Milano. Il Nostro si è occupato d’integrazione scolastica degli alunni con disabilità; ha pubblicato numerose raccolte di poesie.
Speranze di pace presenta una prefazione di Enzo Concardi esauriente e ricca di acribia. Il testo è scandito in tre sezioni: Guerra e pace, Settimana santa e Via Crucis.
Il titolo della raccolta parla da sé ed è quanto mai attuale in un contesto globale di conflitti nel mondo che con l’uso delle armi nucleari potrebbe portare alla distruzione totale del Pianeta e alla fine della specie umana.
Si deve innanzitutto sottolineare che l’approccio del poeta alla sua materia è sotteso alla sua identità che è quella del cristiano cattolico.
Rispetto alla suddetta affermazione si deve dire che proprio per questo Zelioli non è indifferente all’oceano di dolore e di morte che creano le guerre e quindi il poeta nella sua compassione per le vittime dei conflitti causati da motivi economici sottesi all’irrazionalità del male, assume un atteggiamento decisamente contrario alle guerre di ogni epoca.
Si può definire un pacifista che coerentemente alla sua religiosità si conforma all’atteggiamento della Chiesa cattolica che tramite la voce dei Papi nella Storia, per esempio al tempo delle due guerre mondiali, si è espressa a favore della pace fermamente contraria alla distruzione delle vite innocenti dei civili e a tutte le devastazioni della guerra.
Programmatica la prima poesia della prima sezione del volume intitolata In tempo di guerra sperando la pace: «Ipotizziamo pure la follia/ che s’intervenga a sostenere i “deboli”/ che Putin ha attaccato in Ucraina/ e che arriviamo ad uno scontro armato.// Il mondo che uscirà dalla vittoria/ di una delle parti sarà meglio/ di quel che c’era prima dell’attacco?// E cosa resterà della gran storia/ che Europa e Russia hanno già tracciato?// Onnipotente è solamente Dio…».
A livello stilistico formale si deve sottolineare la chiarezza dei versi di Marco che sono improntati ad una certa narratività e sono sempre connotati da un rigoroso controllo.
E nella chiusa della composizione viene sottolineato che solo Dio è onnipotente e del resto per i credenti come il poeta Dio è anche il creatore di tutto quello che riguarda la realtà fenomenica: dell’uomo stesso, del cielo, del sole, e di ogni altra cosa vivente o non vivente non solo della terra ma anche dell’universo intero, delle galassie e di tutto quello che contengono.
Quanto mai attuale, dunque, questa silloge nei giorni che tutti stiamo vivendo e comunque proprio nelle ultime ore si sono apprese tramite i mass media notizie che, anche se con cautela, possiamo definire come segnali positivi per la pace tra Israele e Palestina come se le speranze che magari fino a qualche settimana fa sembravano utopiche si stanno in qualche modo realizzando in gran parte per la mediazione americana che è stata considerata favorevolmente anche dal Papa.
Così scrive Zelioli nella sezione Settimana santa nel componimento Domenica di Resurrezione: «Come da sempre l’orizzonte umano/ è segnato dal senso dell’attesa/ che dopo la caduta delle tenebre/ venga la luce a rischiarare il mondo,// così nella domenica di Pasqua/ di quell’attesa vede il compimento:/ Gesù ritorna in vita dopo morte…».
Dunque che la speranza di pace si avveri nel mondo, che cessino tutte le guerre e anche se questa prospettiva sembra un’utopia è doveroso ricordare che San Paolo ha scritto che la Fede è la certezza della Speranza e del resto come Gesù ha vinto la morte cosi ci si augura che in un prossimo futuro continuino e s’intensifichino i segnali di pace che già sono cominciati a inverarsi nel tempo presente.
Raffaele Piazza
Marco Zelioli, Speranze di pace, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 72, isbn 979-12-81351-62-2, mianoposta@gmail.com.
Pietro Nigro, "Verso il nuovo mondo"
/image%2F0394939%2F20251016%2Fob_21f237_nigro-pietro-2025-verso-il-nuovo-mondo.png)
Pietro Nigro
Verso il nuovo mondo…
Guido Miano Editore, Milano 2025
È stata pubblicata nell’agosto 2025, dalla Casa Editrice Guido Miano di Milano, la silloge poetica Verso il nuovo mondo… per rincontrarci del poeta siciliano Pietro Nigro, con la prefazione dello stesso Michele Miano. Il titolo della raccolta è piuttosto generico per indirizzare il lettore alla corretta interpretazione del contenuto, così come il primo incipit dell’autore stesso: “Creatore del tutto/ distruggi questo mondo,/ se puoi mutalo/ e non abbia più lame/ che trafiggano”. Egli sembrerebbe invocare una catarsi apocalittica di origine divina, ma in realtà non è così: la causa della sua ira proviene da un forte dolore intimo, domestico, morale, esistenziale che ha visitato la sua esistenza in modo lacerante: “Saranno queste le mie ultime liriche? Forse non avrò più la forza o lo stimolo per continuare. Forse non ne avrò il tempo. Ho raggiunto la vetta gustando la gioia di vivere o soffrendo gli strali del destino. Ora, la discesa che mi sta portando in un mondo ignoto dove mi hanno preceduto Giovanna e Gabriella lasciandomi in un desolato e immenso dolore. Le rivedrò un giorno? Ma dura è l’attesa! Quanto tristi i giorni senza di loro!”.
Dunque, contrariamente alla prima impressione, il libro di Nigro non appartiene alla categoria degli scritti utopistici vagheggianti nuovi mondi ideali in cui la natura umana ha superato tutte le contraddizioni dell’esistere terreno, ma le sue liriche sono prettamente di carattere autobiografico, affettivo, familiare, memoriale, la cui ispirazione trae alimento dalla concreta e personale sofferenza per la perdita degli affetti più cari, dapprima la figlia Giovanna e successivamente la moglie Gabriella. Ci troviamo di fronte allora ad un canto antico come il mondo, elegiaco ed epicedico, che trovò la sua espressione migliore nella civiltà ellenica. Non è solo un canto di dolore, ma anche e soprattutto, un canto d’amore e precisamente un lamento per l’amore perduto: la psicanalisi direbbe – con formulazione più scientifica che letteraria – elaborazione del lutto. Ma nelle sue liriche il poeta va oltre ogni etichettatura formale ed esteriore, per incamminarsi sul terreno dello squisitamente umano, aprendo il suo animo alle toccanti corde della commozione, del rimpianto, del ricordo affettuoso. La sua opera è perciò una testimonianza d’amore memoriale, ma che non si ferma al passato, a ciò che è stato e non è più, intraprendendo ora il cammino della futurologia: il nuovo mondo sarà quello condiviso con Giovanna e Gabriella, come da lui indicato nel sottotitolo… per rincontrarci.
La prospettiva dell’autore è chiaramente la speranza escatologica di un’altra vita – ora non definibile a causa del limite umano – in cui si starà ancora insieme nella continuità di affetti e condivisioni vissuti quaggiù. Il suo dolore si trasforma così in una riflessione sui destini umani dopo la morte, dove la morte stessa viene sublimata e superata dal desiderio di perpetuare, eternare il proprio io, quello dei propri cari e di tutta l’umanità. Mentre il Foscolo, nella sua religione della memoria, sancisce la “corrispondenza di amorosi sensi” tra i vivi e i morti, che si trovano nel “nulla eterno”, in Nigro lo scenario oltre tombale assume contorni più vicini alla terza cantica dantesca, non importa se nel primo Dio non è ben definito, mentre nel grande fiorentino ha il volto della Trinità cristiana: l’importante è che a tutti sia stata assegnata la sopravvivenza tout court.
Oltre ai temi pregnanti e decisivi affrontati dal poeta, non dimentichiamo il valore lirico della raccolta Verso il nuovo mondo: è un invito al lettore a visitarla per incontrare la sussistenza di spessori umani che sembrano scomparsi, di fedeltà che paiono sepolte, di unioni dei cuori mandate in esilio nei massacrati rapporti della contemporaneità. Nel poco spazio che mi rimane, ecco alcuni lacerti emblematici: “L’ultima volta che ti vidi/ i tuoi occhi afflitti fissarono i miei/ come preghiera a non lasciarci./… / oh! come sapevi entrare nel mio cuore/… / ti prenderò per mano,/ e insieme percorreremo l’ignoto mondo/ dove vivremo una perenne vita” (da “Giovanna”); “Ci ritroveremo in quel luogo un giorno/ in un mondo senza inizio e fine/ io e te,/ e gli altri che amammo” (da “Ci ritroveremo”); “Piango la tua assenza/ e i giorni felici/ sulla terrazza,/ io e te a guardarci negli occhi” (da “Piango la tua assenza”) … Il poeta sembra chiuso nel suo dolore, ma neanche questo è vero; ne è testimonianza, fra le altre, la composizione “Morte nel deserto del Negev e a Gaza”, dove piange le vittime dell’odio e reclama il riscatto morale: “Solo l’amore sanerà la terra,/ mentre l’efferata brama di potere/ vi darà la morte”.
Enzo Concardi
Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 56, isbn 979-12-81351-69-1, mianoposta@gmail.com.
Enzo Concardi
Pasquale Ciboddo, "Oltre il velo del mondo"
/image%2F0394939%2F20251005%2Fob_5c432a_ciboddo-pasquale-2025-oltre-il-velo-de.png)
Pasquale Ciboddo
Oltre il velo del Mondo
Guido Miano Editore, Milano 2025
Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS) in Gallura, nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti n Italia (è conosciuto anche a Cuba) e ha al suo attivo molte pubblicazioni poetiche e anche di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici.
La raccolta di poesie Oltre il velo del Mondo presenta un’acuta e sensibile prefazione di Michele Miano. e include delle fotografie scattate dal Nostro che hanno per soggetto persone e opere d’arte. Queste foto, associate alle poesie, rendono ancora più intrigante l’approccio del lettore alla silloge in continuum con quelle precedenti per la bellezza della linearità dell’incanto, per la forma e lo stile dei versi.
Importante è sottolineare il valore programmatico del titolo del libro che è molto chiaro e che sottolinea il desiderio consapevole, l’intenzione del poeta di giungere all’essenza delle cose della vita e del suo senso.
E la vita stessa che è il Mondo per essere compresa deve essere privata dal velo delle apparenze per arrivare tramite la conoscenza alla verità o almeno per giungere oltre il limite in prossimità della verità stessa di tutte le cose.
Rispetto a questo viene in mente il termine coniato da Schopenhauer Velo di Maya che è per il filosofo tedesco l’illusione metafisica che nasconde la vera essenza del Mondo, facendoci percepire la realtà come rappresentazione. Velo che deve essere squarciato per un produttivo esercizio di conoscenza destinato a comprendere meglio i fenomeni.
Tuttavia vi è una radicale differenza tra il poeta sardo e il filosofo nelle loro concezioni dell’esistere perché il primo crede in Dio e tale uscita religiosa nonostante il male e il dolore incontrovertibili gli apre un varco alla speranza nel credere che la felicità sia possibile, mentre il secondo era scettico riguardo all’idea di una divinità personale e la sua posizione filosofica si basava su una visione pessimistica della vita e dell’esistenza nella convinzione che la vita stessa è fondamentalmente sofferenza, come scrisse nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione..
La cifra distintiva della poetica di Ciboddo è quella di una vena neo lirica tout-court una poesia che tocca ogni situazione collettiva o personale come quella in cui scrive che Papa Francesco che un giorno sarà Santo in vita ha lodato un componimento poetico che Pasquale stesso gli ha dedicato.
La raccolta non è scandita e tutte le composizioni sono bene risolte e sono sottese ad un rigoroso controllo formale. Di fronte alla vanità della vita umana il poeta parla di guerre, malattie e odio tra gli uomini in una vita che dà scacco. Ma la vita è anche gioia e speranza come leggiamo in Ci salverà: «Dio ci ha messi alla prova/ ma, alla fine, si ricorderà di noi,/ ci salverà/ e ci riempirà di gioia/ in paradisi lontani/ pieni di splendore/ e della sua Santa Gloria».
In Resta magico leggiamo: «Il cielo resta magico/ di notte./ Incanta e affascina/ trapunto com’è di/ miriadi di stelle/ l’attento osservatore./ Però non si è mai saputo/ se esiste la vita/ simile e diversa/ dalla nostra./ Ogni pianeta/ è a sé./ E nessun mortale/ può svelare/ i misteri/ di Dio creatore».
Quindi nel suo messaggio in bottiglia nel discorso complessivo di Ciboddo emerge la possibilità che diviene certezza che la gioia può essere raggiunta dall’essere umano anche in una dimensione immanente e ciò è possibile proprio perché in quanto esseri creati da Dio siamo infiniti e siamo sulla terra solo di passaggio e perciò possiamo essere lieti di esserci anche in questo transito.
Raffaele Piazza
Pasquale Ciboddo, Oltre il velo del mondo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 86, isbn 979-12-81351-53-0, mianoposta@gmail.com.
Alessandro Pellegrini, "Diario poetico"
/image%2F0394939%2F20251001%2Fob_01fae4_pellegrini-alessandro-2025-diario-poet.png)
Diario poetico di Alessandro Pellegrini
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2025.
«La poesia è nata in me in un momento di buio, quando un’incomprensione sembrava spezzare un legame, lasciando spazio al silenzio e all’incertezza. Il peso del non detto opprimeva il cuore, eppure, nel silenzio carico di attese, un gesto semplice ma potente ha cambiato tutto: un abbraccio»: così l’autore inizia a spiegare il suo cammino interiore ed esistenziale che lo ha condotto nelle braccia della poesia. La sua narrazione è avvincente, poiché ricorda che in quell’istante, le barriere sono cadute, il gelo si è sciolto e il vuoto si è colmato di nuova luce. Da quel momento, ha profondamente capito che anche il dolore può trasformarsi in bellezza, che anche un’ombra può essere il preludio di un’aurora. Così è nata una profonda amicizia, fatta di comprensione silenziosa, di sguardi che dicono più di mille parole, di emozioni condivise senza bisogno di spiegazioni.
«Da quel giorno» prosegue «qualcosa dentro di me si è acceso. La connessione tra mente e cuore ha iniziato a pulsare con forza, riversando sulla carta tutto ciò che prima sembrava imprigionato nell’anima. La poesia è diventata il mio respiro, il rifugio dove i sentimenti trovano casa, il linguaggio segreto con cui il cuore si racconta».
Ecco che avviene una sorta di miracolo, dal momento che la scrittura è per lui divenuta il modo col quale dona voce a ciò che le parole comuni non possono esprimere. Riconosce che è iniziato un viaggio dentro sé stesso, un dialogo silenzioso con l’universo delle emozioni, un ponte tra il visibile e l’invisibile. Quando tutto tace, quando il mondo sembra non capire, la poesia resta lì, fedele compagna, capace di trasformare ogni lacrima in inchiostro e ogni battito in versi. In tal modo egli continua a scrivere, lasciando che le emozioni scorrano come un fiume, senza argini, senza paura: «Ogni parola è una cicatrice che si fa arte, ogni verso un frammento di me che prende il volo», precisa con un’affermazione lirica. Quindi la poesia non è solo un dono che egli fa a sé stesso, ma un’eco che può toccare altri cuori, risuonare in chi legge, accendere nuove scintille di comprensione e bellezza. E conclude con un’altra frase-aforisma che illumina la sua anima: «La poesia nasce dal dolore, ma sboccia nell’amore. Ed è lì che trova la sua vera casa».
Questo lavoro su Alessandro Pellegrini si avvale ovviamente dei testi dell’autore, ma comprende anche brevi commenti esegetici del critico in calce ad ogni poesia: un’impostazione insolita rispetto al classico canone che contempla la prefazione. Tuttavia in tal modo possiamo seguire la forma di agenda poetica – si veda l’ordine cronologico con date precise, e talvolta anche luoghi, attribuiti alla genesi temporale e spaziale di ogni composizione – che in definitiva assume la pubblicazione.
La poetica si sviluppa principalmente per tematiche occasionali - nel senso che i motivi ispiratori nascono da eventi, sentimenti, fatti storico-sociali, spunti o squarci memorialistici e naturalistici, esistenzialità, affetti familiari, legami con la terra pugliese - senza che tutto ciò possa costituire una determinata unità artistica e culturale. Infatti il lettore stesso potrà viaggiare insieme al poeta dallo zenit fino al nadir, da nord verso sud, dall’autobiografismo alla letteratura oggettiva, dal quotidiano all’universale, dall’amore duale alla solidarietà per esclusi e svantaggiati.
Enzo Concardi
_________________
L’AUTORE
Alessandro Pellegrini è nato a Terlizzi (Bari) il 27 febbraio 1975. È infermiere e vive a Ruvo di Puglia in provincia di Bari. Sposato con Floriana Petruzzi, padre di due figli, Carmine e Teresa. Ha pubblicato i romanzi: L’alba che ha illuminato il mio cuore (2021); L’Amore? Voglio che sia come il respiro (2022); Le ore del silenzio, via della libertà (2024); Verso l’isola dell’amore (2024).
________________
Diario poetico di Alessandro Pellegrini, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 44, isbn 979-12-81351-65-3, mianoposta@gmail.com.
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)