Il coro di Ermengarda
6 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #poesia, #personaggi da conoscere

Dopo gli Unni, dal mare giunsero i Vandali, che risalirono il Tevere e si gettarono su Roma con ferocia. È in ricordo di quel saccheggio che la parola vandalo si usa per definire chi distrugge solo per il gusto di farlo.
Fino a questo momento i barbari erano calati in Italia con l’intento di saccheggiare e tornarsene a casa ma ora la musica era cambiata: venivano per restare. È il caso degli Ostrogoti che imposero il loro dominio per sessanta anni. Dopo gli Ostrogoti fu la volta dei Longobardi, i quali rimasero due secoli, occupando l’Italia settentrionale. I Longobardi provenivano dalle regioni nordiche della Germania, un intero popolo in movimento formato da guerrieri, donne, bambini, vecchi sui carri. Non toccarono le regioni bagnate dal mare perché non sapevano costruire navi né usarle.
Così l’Italia rimase spezzata in due: da una parte il dominio dei Longobardi, dall’altra i Bizantini. Fu un lungo periodo di guerre e invasioni, Roma era diventata debole, le sue leggi non avevano più valore, le strade erano disselciate, tra le pietre cresceva l’erba, i grandi monumenti andavano in rovina, si spogliavano di marmi che venivano utilizzati per nuove costruzioni più moderne.
Nel 1822 Alessandro Manzoni pubblicò l’Adelchi, tragedia che narra le vicende del principe omonimo e di sua sorella Ermengarda, figli del re longobardo Desiderio. Vittima della ragion di stato, Ermengarda viene data in sposa a Carlo Magno che poi la ripudia. Ella si rifugia nel monastero di San Salvatore a Brescia, dove, apprendendo la notizia delle nuove nozze di Carlo, muore di dolore. Un esempio di tragica e fragile eroina romantica, figlia di oppressori ma collocata dalla sventura “infra gli oppressi”.
Il coro del quarto atto, con i più famosi accusativi di relazione della storia dei versi italiani, è nel cuore di tutti noi.
Sparsa le trecce morbide
Sull'affannoso petto,
Lenta le palme, e rorida
Di morte il bianco aspetto,
Giace la pia, col tremolo
Sguardo cercando il ciel.
Cessa il compianto: unanime
S'innalza una preghiera:
Calata in su la gelida
Fronte, una man leggiera
Sulla pupilla cerula
Stende l'estremo vel.
Ahi! nelle insonni tenebre,
Pei claustri solitari,
Tra il canto delle vergini,
Ai supplicati altari,
Sempre al pensier tornavano
Gl'irrevocati dì;
Quando ancor cara, improvida
D'un avvenir mal fido,
Ebbra spirò le vivide
Aure del Franco lido,
E tra le nuore Saliche
Invidiata uscì:
Quando da un poggio aereo,
Il biondo crin gemmata,
Vedea nel pian discorrere
La caccia affaccendata,
E sulle sciolte redini
Chino il chiomato sir;
E dietro a lui la furia
De' corridor fumanti;
E lo sbandarsi, e il rapido
Redir dei veltri ansanti;
E dai tentati triboli
L'irto cinghiale uscir;
E la battuta polvere
Rigar di sangue, colto
Dal regio stral: la tenera
Alle donzelle il volto
Volgea repente, pallida
D'amabile terror.
Oh Mosa errante! oh tepidi
Lavacri d'Aquisgrano!
Ove, deposta l'orrida
Maglia, il guerrier sovrano
Scendea del campo a tergere
Il nobile sudor!
Come rugiada al cespite
Dell'erba inaridita,
Fresca negli arsi calami
Fa rifluir la vita,
Che verdi ancor risorgono
Nel temperato albor;
Tale al pensier, cui l'empia
Virtù d'amor fatica,
Discende il refrigerio
D'una parola amica,
E il cor diverte ai placidi
Gaudii d'un altro amor.
Ma come il sol che reduce
L'erta infocata ascende,
E con la vampa assidua
L'immobil aura incende,
Risorti appena i gracili
Steli riarde al suol;
Ratto così dal tenue
Obblio torna immortale
L'amor sopito, e l'anima
Impaurita assale,
E le sviate immagini
Richiama al noto duol
Sgombra, o gentil, dall'ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all'Eterno un candido
Pensier d'offerta, e muori:
Nel suol che dee la tenera
Tua spoglia ricoprir,
Altre infelici dormono,
Che il duol consunse; orbate
Spose dal brando, e vergini
Indarno fidanzate;
Madri che i nati videro
Trafitti impallidir.
Te dalla rea progenie
Degli oppressor discesa,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà,
Te collocò la provida
Sventura in fra gli oppressi:
Muori compianta e placida;
Scendi a dormir con essi:
Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.
Muori; e la faccia esanime
Si ricomponga in pace;
Com'era allor che improvida
D'un avvenir fallace,
Lievi pensier virginei
Solo pingea. Così
Dalle squarciate nuvole
Si svolge il sol cadente,
E, dietro il monte, imporpora
Il trepido occidente:
Al pio colono augurio
Di più sereno dì.
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