Sequenze da sogno e fantastici scenari
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Sto volando appeso a un palloncino arancione. Il cielo, d'un meraviglioso azzurro turchino, mi appare particolarmente invitante ed è divertente osservare da quassù la gente che sta laggiù. Volo, volo sempre più in alto, le nuvole mutano costantemente di forma e si spostano al mio passaggio. Improvvisamente vengo inghiottito da un enorme nuvolone grigio, il rimbombo che sento aumenta di ritmo e potenza, facendomi scuotere.
Bum! Il palloncino esplode rilasciando una miriade di coriandoli verdi, bianchi e rossi. Sto cadendo, per di più a una velocità pazzesca, tra breve mi sfracellerò al suolo.
Contro ogni previsione, atterro su un morbido prato. Mi alzo di scatto e nel guardarmi intorno rimango a bocca aperta dallo stupore. Mi ritrovo in un mondo in cui si respira una magica atmosfera dove vivono fiabesche creature, tra fatine argentate, gnomi dai buffi cappelli e draghetti che svolazzano felicemente.
Senza pensarci due volte cavalco un unicorno viola chiaro, fino ai piedi di una scogliera. Scendo dal bellissimo cavallo in quanto desideroso di salire su un'alta quercia. Mi arrampico agilmente e dalla cima dell'albero osservo quattro giganti che giocano spensierati tra gli scogli. Il panorama è singolarmente suggestivo, i colori corrono e si mescolano insieme, sembrano acquarelli lasciati cadere da un bambino.
Da quest’altezza, proprio sotto di me, impossibile descrivere il mare cristallino da abbagliare gli occhi. Mi lancio, un tuffo che mi procura un'emozione irreale. Sott'acqua scovo una moltitudine di noci di cocco grandi come palloni da calcio, ne prendo una e riemergo. Rimetto piede sulla terraferma e m'incammino lungo la spiaggia dalla sabbia dorata in direzione di un gazebo avente due panche e un tavolo. Ai lati di un palo portante in legno della graziosissima struttura, noto una mini canna di bambù appuntita. La raccolgo, e la sfrutto mo’ di punteruolo per effettuare un forellino al frutto che tengo in mano ed infine ne traggo una cannuccia improvvisata dalla quale posso succhiare. Mmm, l'acqua di cocco della noce è STRAbuona, tra l'altro curiosamente frizzante.
Puff! Suona la sveglia sul mio Android, sveglia impostata sulle dolci note de Andantino di Wolfgang Amadeus Mozart che chiudono in bellezza il fantastico sogno appena fatto.
Nasce Milena in love
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Aria di novità in Officina Milena: la casa editrice lancia un nuovo marchio dedicato agli amanti del romance. Alla nuova collana lavoreranno Federica Cabras (referente), Grazia Caputo, Ada Legnante e Valeria Cardarano.
Quale sarà l’ingrediente principale dei libri targati Milena in love? Be’, l’amore, naturalmente. Ma cos’è l’amore? L’amore è un attimo di trambusto e poi è silenzio. L’amore è tutto e niente. L’amore è nascosto in una risata rivolta al cielo e in una lacrima che scivola a terra senza fare rumore. L’amore è una caduta e un volo.
Certo, questo è il nostro punto di vista. Ma cos’è per voi l’amore?
Scrittori, fatevi avanti. Mandateci le vostre storie strappalacrime. Fateci immergere in un mondo dove le emozioni esplodono, dove i tasselli tornano al proprio posto, dove la vita brilla.
Il lieto fine è preferibile; se non presente, è necessario che l’opera veicoli un messaggio positivo.
I generi richiesti sono vari: romantico, chick lit, erotico, young adult, fantasy romance, storico.
Le modalità - tassative – di invio alla mail milenainlove.romance@gmail.com sono le seguenti:
- Biografia dell’autore
- Sinossi dettagliata dell’opera comprensiva di finale
- Opera completa in word
I tempi di lettura non saranno inferiori ai quattro mesi. E ora, fatevi sotto: vi aspettiamo!
Hot Shot part Deux
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Gli Stati Uniti sono sull'orlo di una crisi politica e militare da quando un baldanzoso e coatto dittatore (esteriormente e palesemente ispirato a Saddam Hussein), di una nazione del Medio Oriente, con l'ausilio dei suoi militi, prende in ostaggio un gruppo di coraggiosi marines che aveva l'ordine di ucciderlo. Il presidente americano ordina di mandare una seconda squadra di addestrati ed esperti soldati, ma anche loro cadono nelle mani del nemico e finiscono per essere imprigionati assieme agli altri. Dopo tre missioni fallite, i funzionari della Casa Bianca ideano l'unica soluzione: Topper Harley (Charlie Sheen), considerato Il Migliore di quelli rimasti.
Denton Walters, (un eccellente Richard Crenna), il suo ex colonello, e Michelle Rodham Huddleston, (una Brenda Bakke in parte, forse troppo!) un avvenente agente della Cia, gli fanno visita al fine di convincerlo a ritornare a servire il paese. Tuttavia, il giovane tenente, in seguito agli eventi di Hot Shots, in cui gli viene inferta una dolorosa delusione amorosa causata da Ramada, (interpretata da una insolita Valeria Golino), lascia il mondo dell'azione e dismette la divisa, decidendo di isolarsi in un monastero buddista. Lì aiuta i monaci con numerose (e bizzarre!) attività quotidiane, praticamente vivendo "giorno per giorno" (cit. de Rambo II - La vendetta), e per di più in una autoforzata castità, limitandosi a sfogare la sua aggressività e la sua mascolinità attraverso combattimenti illegali. Non senza una certa riluttanza, Topper, per una serie di circostanze, decide di accettare la missione ad alto rischio. Competenza, follia e un sano essere burlesco, in cooperazione con un manipolo di uomini + una donna, saranno le risorse essenziali per completare con esito positivo l'incarico che gli è stato affidato.
Se nel primo episodio veniva parodiato principalmente Top Gun, questa volta tocca ai film Rambo. Charlie Sheen fa di tutto per assomigliare almeno fisicamente all'originale veterano di guerra del Vietnam. Niente sud-est asiatico, visto che l'azione si sposta altrove, pur mantenendo atipicamente, tra le ambientazioni, le giungle di “rambiana” memoria. Ma non è tutto, dal momento che il parodiare prosegue a oltranza, difatti appaiono scene riconducibili a una moltitudine di film di successo, da Star Wars, Casablanca, Robocop, a Terminator II – Il giorno del giudizio. Per il resto l'humour si perpetua costantemente, un humour pazzesco che risulta il segno distintivo della commedia hollywoodiana contemporanea.
Hot Shots! - part Deux ha una densità di battute leggermente maggiore rispetto Hot Shots!. Alcune di esse con nonchalance si prendono gioco del Governo e dell'esercito americano, del regime dittatoriale iracheno e relative forze armate. A tutto questo "carnevalare" non sfuggono nemmeno le personalità politiche dei paesi alleati con gli States, per non parlare dei luoghi comuni, peraltro inseriti intelligentemente. Data la natura del prodotto filmico, sarebbe consigliabile visionare il lungometraggio con il doppiaggio in italiano, tutta un'altra cosa rispetto alla versione originale in inglese. Di fatto il riadattamento si avvale, tra la varie cose, di alcune voci dall’inflessione dialettale. Ad esempio i soldati iracheni, compreso il baffuto villain di turno, non di rado si esprimono con cadenza meridionale.
La violenza... sì, il film è violento e di base guerrafondaio, muore un sacco di gente, però c'è un però, si parla di una violenza da cartoni animati alla Looney Tunes o comics per ragazzi, in cui le persone vengono colpite e i loro corpi assumono movenze strane e senza una goccia di sangue, anzi, in verità c'è una sola goccia di sangue. Da menzionare la gagliarda sequenza hot tra Topper e Huddlestone che, dapprima fanno l'amore in una limousine, per poi concludere nell'abitazione della donna con uno scimmiottare il famoso Basic Instict, senza cascare nell'erotismo vero e proprio e soprattutto nella perversione. La scena mantiene sempre e comunque un sex appeal, fa eccitare e... ridere o sorridere quanto basta.
Conclusione: Hot Shots 2, ne consiglio la visione, magari potrebbe far storcere il naso a chi non nutre simpatia per gli Stelle e Strisce. Tra l’altro, "scherzando e ridendo" c'è del patriottismo e una sottesa propaganda. Per ovvi motivi non è una pellicola che va presa sul serio. Sarebbe strano il contrario.
Ottimo intrattenimento per un pomeriggio o una serata da passare allegramente tra amici, il film garantisce allo spettatore tanto di cui ridere. E di ridere in questi tempi tediosi e difficili c’è proprio bisogno.
Attilio e Ninetta Bertolucci, "Il nostro desiderio di diventare rondini"
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Il nostro desiderio di diventare rondini- Poesie e lettere di Attilio e Ninetta Bertolucci, a cura di Gabriella Palli Baroni (Garzanti Editore, 2020) racconta l’incanto intimista della dimensione sentimentale senza confini, in ogni gentile e tenue sfumatura, attraverso la rappresentazione lirica di luoghi, ambienti e ricordi abituali e la descrizione spontanea di un’elegia degli interni intorno a domestiche e familiari rivisitazioni romantiche. I testi, composti dalle poesie e dalle lettere che hanno congiunto costantemente l’alleanza emotiva dei protagonisti nel miracolo dell’amore e nella solennità della poesia, manifestano la partecipazione appassionata alla bellezza, leggera e sensuale delle dichiarazioni d’amore. La consapevole riconoscenza di un’infinita confidenza di complicità, celebra la lealtà della memoria nell’esperienza sensibile della tenerezza. Le parole, patrimonio dell’anima, concedono la percezione di un tempo ulteriore nell’esistenza, evocano l’idea di una vita prolungata, nella compiacenza felice di narrarsi il mondo interiore con l’intento comune di divulgare l’eternità. Il libro promuove gelosamente il consenso a custodire la sorgente degli affetti e a proteggere la relazione con la realtà. Le poesie di Attilio Bertolucci dischiudono i periferici collegamenti degli orizzonti e sconfinano nell’armonia medianica della voce interpretativa e dello sguardo narrativo. Il riassunto artistico, dolce e temerario della vita si intreccia al vincolo del possesso biografico accompagnando la fiduciosa empatia del filo di continuità, la somma amplificata di ogni eloquente promessa sostenuta da impronte invisibili nelle emozioni d’amore, nella generosità del desiderio. L’affabilità amorosa che unisce Attilio e Ninetta Bertolucci nelle lettere, congiunge l’elemento distintivo della stabilità, scrivendo e fermando su carta la sintonia emotiva, con un’accordo d’intesa verso un tragitto privato di crescita umana e spirituale, un’unione solida e resistente in cui la conoscenza reciproca del rispetto sostiene sempre la pienezza esistenziale e mantiene la sensibile espressione dell’accoglienza e della presenza benevola della quotidianità. Il libro è un ideale tangibile di donazione alla soave amorevolezza, nella virtù necessaria ad esaltare la dedizione di chi amiamo e a riconoscere la solidarietà. La speranza nutre la grazie reciproca di ogni comunicazione leggendo, nella prospettiva dei sogni e nella gioia di vivere, la tendenza della volontà ad aggiungere forza comprensiva nella storia e a raggiungere il privilegio naturale di condividere il tempo, sostenendolo a vicenda. La disponibilità alla progettualità nell’unione è l’esortazione principale del libro ed invita ad un impegno verso l’essenziale, dolce e magica percezione del mondo affettivo. Il titolo del libro Il nostro desiderio di diventare rondini, preso da una lettera scritta da Attilio a Ninetta, è metafora e simbolo dell’amore coniugale, un aspetto segreto della semplicità e della saggezza, strettamente legato alla predilezione per un atteggiamento capace di riconoscere la purezza del corteggiamento. Il rinnovamento dello spirito libero che incrocia l’anima incoraggiando l’impulso al viaggio da compiere insieme abbracciando l’unicità di volersi bene.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Amore a me...
Amore a me vicino
di tua crudeltà mi consola,
fuori è notte e cade
una dolce pioggia improvvisa.
La famigliare lampada rivela
le intime e care cose,
amore parla e parla di te
sommesso, come acqua fra erbe alte.
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Madrigale
Sì: ho colto i garofani alteri
delle tue guance,
e avevano corolle sì rance
con sì bizzarri screzi neri...
Ma sotto i tuoi occhi
son cresciute viole,
come di marzo al primo sole,
sulle rive dei fossi.
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La rosa bianca
Coglierò per te
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.
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Questa sera il sole...
Questa sera il sole tramonta nei tuoi occhi
l’inverno vi si spegne, lenta brace tranquilla.
Così la gente indugia per le strade che l’ombra
non ha toccato ancora, ma il fumo appena
da umili camini intimamente annuvola.
Tu lascia che ristagni sulle case ed offuschi
i lontani del cielo che scolora.
Finché un’altra pena
porti la notte, vigilia della primavera.
L’amore coniugale
Ma se la pioggia cade
la camera s’oscura...
L’amore ancora dura
che le gocce più rade
la finestra più chiara
i tuoi occhi più neri
e oggi come ieri
come domani. Amara
sui tetti umidi brilla
la giornata nel sole
che si volge sulle viole
risorte stilla a stilla.
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Non
Non mi lasciare solo se io
ti lascio sola
e intorno a te la luce
è quella che fa piangere
dei giorni ordinari,
non allontanarti con passo
fiducioso in direzione
dell’estate e non
considerare rassegnata
la fatalità delle averse e del sole,
non acquistare viole in prossimità della casa.
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I nostri corpi
I nostri corpi, cara, in questo letto
famigliare nell’aria ferma dell’amore
mentre al di là delle finestre chiuse
le stagioni piangendo se ne vanno.
Ma il ritorno dei cieli nuvolosi
e fioriti della tarda primavera
ombrerà i muri la luna errando
sperse lucciole sulle nostre salme.
Valentina Casadei, "Il passo dell'inerzia"
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Il passo dell’inerzia
Valentina Casadei
SaMa Edizioni, 2020
pp 60
8,00
Una silloge di piccole poesie che hanno come base la dualità. L’autrice, Valentina Casadei, è giovane e interloquisce, quasi in ogni poesia, con un tu che è, di volta in volta, l’altro da sé ma anche lei stessa. È un dialogo fitto verso l’interno e l’esterno, - quasi una sceneggiatura - nella speranza che qualcuno ascolti parole che non sono solo per lei. C’è anche, forse, un interlocutore maschile, c’è, comunque, un bisogno irrefrenabile e irrisolto di comunicazione.
È giovane, la Casadei, - e si farà perché parte da buone basi – ma è anche vecchia, perché a volte ha “solo ventisei anni” e a volte “ha già ventisei anni”, ha già nostalgia “della bambina” che fu. Si sente impreparata, smarrita. Ma anche emozionata, in una insistita ricerca personale, in un viaggio dentro e fuori di sé che già rimembra il passato ma con occhio sempre teso al futuro.
Una delle poesie più belle è quella in prima persona, scevra da ogni confronto con l’esterno e che scava dentro la propria anima. Il primo verso mi ricorda - quasi come contaminazione di mezzi espressivi – quello di una canzone di Noemi: “sono un peso per me stessa, sono un vuoto a perdere.”
Sono un disastro sbiadito
un errore dall’alto
un dito puntato
Sono un enorme rimpianto
Sono un fiume nel mare
il fluttuare dell’onda
l’annegare del sordo
Sono un navigante disperso
La vita non è facile e la Casadei non è pronta, per questo indugia, rimane nell’inerzia. Ma non si è mai veramente fermi, il fango ci trascina comunque e perciò, anche nell’“inerzia” c’è “un passo”, c’è l’ossimoro del titolo.
La vera letteratura non è un placebo
Tre libri diversi dal solito sulla mia scrivania. Non i soliti noir, neppure gialli pronto consumo, oggi vera letteratura, storie di vita che fanno pensare.
Un giallo atipico di Giuseppe Benassi (Tra le tue sgrinfie, Manni) mi trascina nelle atmosfere più cupe della mia Livorno, alle prese con le avventure dell’avvocato Leopoldo Borrani - di cui in passato ho letto alcune storie - soprattutto mi fa conoscere il disfacimento di un mondo borghese, una vita che va in malora, tra malavita e pitture, menzogne, usurai e quadri d’autore. Scrive bene Benassi, con stile suadente e coinvolgente; tra dialoghi rapidi, concessioni alla gastronomia e divagazioni artistiche, sa dove vuole arrivare e ci conduce per mano il lettore.
Valerio Andreuccetti, invece, affida un’esperienza alle pagine di My Sclerosi & Soundtrack (Youcanprint), confessa le sue vicissitudini alle prese con una malattia degenerativa, esprime tutta la sua voglia di vivere con le parole di Vasco Rossi e di Pino Daniele (quando si rifugia nella sua Ventotene). I versi di che ironia/ questa malattia/ che non mi fa dormire/ che non va più via sono il corollario di una storia che è narrazione di vita vissuta, prepotente bisogno di comunicare che diventa racconto, pagine di letteratura intensa e coinvolgente. Potrei aggiungere solo pochi luoghi comuni come quelli che lo stesso autore (giustamente) critica alla mia breve analisi di un testo scritto molto bene, scorrevole, interessante, persino piacevole, nonostante il tema. Una lettura consigliata a quanti vogliano approfondire il tema della sclerosi multipla, dalla malattia alla terapia, fino alle sedute di analisi e al confronto con il mondo circostante. Avrebbe meritato un editore migliore.
Concludo con Gabriele Galloni, giovane e promettente poeta nato nel 1995, scomparso pochi giorni fa, in circostanze ancora da chiarire, che ho letto nella sua raccolta più matura (L’estate del mondo, Marco Saya Edizioni - un editore di pura poesia che andrebbe portato come esempio). Non riesco a recensire la poesia, genere letterario che amo leggere ma che mi astengo dal commentare, preferisco fare mie certe sensazioni, assaporarle fino in fondo e astenermi da giudizi. Galloni è vero poeta perché trasmette emozioni in forma musicale, amo il suo tono crepuscolare, il verso scarno (come dice Antonio Bux, altro grande poeta), quel suo raccontare l’estate come una speranza, l’anima di ogni persona che sogna a mare aperto. Ricordiamo Galloni con alcuni suoi versi:
La spiaggia è sempre vuota come allora.
La domenica un paio di ombrelloni
lontani, una famiglia che passeggia
sul bagnasciuga - madre e padre nudi,
i bambini coperti dal medesimo
telo giallo che scolorisce al sole.
Vuole il cielo che tutte le parole
dette e ascoltate si perdano, adesso.
La famiglia è lontana in un fruscio
scomposto di giornale spaginato
dal vento. Il telo giallo se lo porta
via l’onda, i due bambini lo rincorrono,
ridono all’acqua e ai loro genitori.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Federica Cabras, "Guai a ore nove"
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Guai a ore nove
Federica Cabras
Literary Romance, 2020
pp 291
14,90
Se c’è una cosa che Federica Cabras è brava a fare, è raccontare il lutto, la perdita. Ne aveva già dato un’ottima prova anatomizzando la vedovanza in I misteri di una culla vuota, e ce lo conferma in Guai a ore nove, seguito di Un sogno, un amore, un equivoco. In questo caso non si tratta di una morte ma della fine di un amore.
Così come tutta la prima parte de I misteri di una culla vuota era dedicata al dolore disumano della protagonista per la perdita del marito, qui una buona metà del romanzo riguarda l’amore finito.
Ritroviamo Virginia Carta, la graziosa, intelligente, sbadata protagonista del primo libro. Non lavora più all’“Annie”, il bar di proprietà del suo Giorgio, è ormai diventata una giornalista di Interesse comune, il magazine che occupa tutti i suoi pensieri e le sue ore. Si muove alle dipendenze dell’omonima Virginia, direttrice virago che ricorda la terribile Miranda di Il diavolo veste Prada.
Virginia è in crisi con Giorgio, si sono amati alla follia ma ora si lasciano. E non è un facile e frettoloso lasciarsi. Avete presente quelle serie televisive o quei romanzi dove, dopo ore di programmazione o migliaia di pagine, l’amore tanto sudato, tormentato e conquistato, finisce all’improvviso solo per far spazio a una nuova storia? Qui non è così. La Cabras non ha fretta di liquidare Giorgio. Il dolore della sua protagonista rispecchia la vita vera, il tormento del distacco, l’ineluttabilità di un gesto comunque enormemente sofferto.
La vita però va avanti, nell’esistenza di Virginia ora c’è posto solo per il lavoro, complice quell’ambizione che l’ha sempre divorata e che era palese anche nel primo libro. Ma a mettersi in mezzo sarà un collega, Leonardo Ruinas, detto Nardi. Ambizioso quanto lei, lotterà per portarle via il posto. Da qui una serie di scontri, di guerre e divertenti avventure. Alla fine l’inevitabile freccia di Cupido complicherà ulteriormente le cose.
Ritroviamo la Federica Cabras più frizzante e spigliata, con i suoi dialoghi spumeggianti, moderni, insistiti, televisivi, con i suoi personaggi ben disegnati nonostante i cliché del genere - vedi la tremenda nuova coinquilina Zoe - con i siparietti allegri e il linguaggio giovanile. Bypassando accostamenti ovvi come quello con la Helen Fielding creatrice di Bridget Jones – a sua volta ispiratasi niente di meno che a Jane Austen - tornando indietro eoni nel tempo, paragonerei il suo stile a quello dell’Anguissola di Violetta la timida, un’Anguissola senza preoccupazioni moralistiche, attuale, disinibita e sboccata.
Forse si poteva dare più spazio a Leonardo, al nuovo amore, al suo sviluppo. Ma è come se questo nuovo amore Virginia non lo volesse davvero, come se non fosse la cosa importante del romanzo, come se la protagonista avesse bisogno di tornare indietro a una vita fatta di amici e allegra coabitazione, senza responsabilità, senza le costrizioni e i compromessi del vivere in due, ma con tutte le prospettive ancora aperte dal punto di vista dei sentimenti e della carriera.
Insomma, forse, con questo secondo libro, Virginia Carta ci ha detto che non si rassegna ancora a crescere.
Giuseppe Benassi, "Tra le tue sgrinfie"
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Tra le tue sgrinfie
Giuseppe Benassi
Manni, 2020
pp 126
15,00
In quest’ultimo romanzo di Giuseppe Benassi, l’avvocato Borrani, protagonista di tutti i suoi libri precedenti, compare solo di sfuggita. Personaggio principale è l’ingegner Mazza, un uomo arrivato al capolinea della vita, destinato a morire, o per suicidio o per un tumore che gli sta aggredendo lo stomaco. Mazza è pieno di debiti, ed è nei guai con la giustizia. Viene salvato dal contatto con un figuro losco e potente.
"Zia Carmela" è un vecchio falsario omosessuale, dedito a non ben definiti traffici, e a capo di una rete di malaffare. Grazie a lui Mazza si ritroverà libero dai debiti, dal cancro che lo consumava e dalla sua vita precedente; grazie a lui scoprirà che la defunta moglie lo tradiva e che quello che credeva suo figlio in realtà non lo era.
Ma questo è solo l’inizio di una sorta di rinascimento interiore che corrisponde alla degradazione totale, all’abbandono a una vita forse sempre sognata ma mai osata.
Affiliarsi a "Zia Carmela", al giovane pakistano Safik e al cane Ciro, significa per Mazza riconoscere l’ipocrisia e la falsità dell’esistenza borghese. Mazza compie quel salto che Borrani ha sempre solo immaginato, un tuffo nell’immondo, nel sordido, l’abbandono a persone dello stesso sesso, come se Dorian Gray si lanciasse finalmente nel ritratto. Non a caso "Zia Carmela" è un pittore di grande talento, capace di cogliere l’attimo metafisico in cui gli opposti si toccano, la coniunctio oppositorum sempre presente nei romanzi di Benassi.
Morte e vita, luce e ombra, tramonto e alba s’intrecciano, così come lo squallore si fonde con la purezza. Alla fine il protagonista sarà per la prima volta libero, e ricostruirà con quegli esseri strani, e diabolicamente innocenti, una nuova esistenza più autentica.
Esistono due forme di decadimento, ci dice l’autore, quello squallido e vuoto delle scene ambientate alla stazione di Pisa - ormai irriconoscibile fra spacciatori, alcolisti e senza fissa dimora - e quello fantasmagorico, circense, raffinato seppur abietto di "Zia Carmela". Che differenza fra la quotidianità deludente della vita di Mazza e le ombre corrusche dei sublimi quadri del vecchio falsario dipinti al suono di musiche eccelse. È la medesima differenza che intercorre fra la prosaicità di certe descrizioni urbane - in uno stile paratattico, efficace ma troppo insistito - e il lirismo della natura e degli animali, sempre innocenti e puliti in Benassi.
Cinzia Diddi sceglie Michela Triulzi per gli shooting
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Intrigante, sofisticata e al tempo stesso selvaggia, Michela Triulzi è una ragazza con un’attitudine: saper stare davanti alla macchina fotografica! Ha molto da imparare e sta seguendo un percorso cucito su misura su di lei! Al suo fianco il fotografo Thomas Capasso, ed importanti make-up artists. Queste le parole della stilista delle star che l’ha scelta per i prossimi shooting .
Chi è Michela vista dai suoi occhi?
Dopo la maturità Michela decide di andare in Sud America, più precisamente in Argentina, dove vive per qualche mes . È chiaro che il contatto con la natura in Argentina, stato sudamericano molto esteso con laghi glaciali, pianure della Pampa e il tradizionale terreno di pascolo dei famosi bovini da carne, abbia fatto uscire l’aspetto deciso, gitano, selvaggio e affascinante della modella. Ho amato da subito questo suo lato che crea un sublime contrasto con gli abiti lussuosi delle mie collezioni.
Cosa caratterizza Michela?
Nonostante stia muovendo i suoi primi passi nel mondo della moda, Michela è diventata in poco tempo una professionista, ciò che la rende speciale è sicuramente la sua totale disponibilità sul set fotografico. Amo le persone che interagiscono saggiamente facendosi guidare!
Vedremo ancora Michela Triulzi e Cinzia Diddi?
Direi che il trinomio funziona: ci vedrete insieme al fotografo Thomas Capasso
Michela, lei ha la fortuna di lavorare con professionisti del calibro della stilista Cinzia Diddi e del fotografo Thomas Capasso, qual è la sua opinione?
Cinzia Diddi: una stilista di alta moda, elegante, raffinata... fa di ogni sua creazione un'opera d'arte. Indossare abiti di alta fattura come i suoi in un'isola suggestiva come Palma di Maiorca è stato un onore oltre che un immenso piacere... Sono molto felice di lavorare con lei, sono certa che i risultati dei nostri lavori non potranno che essere estremamente soddisfacenti.
Thomas Capasso: Thomas è una persona fantastica... uomo di spessore oltre che grande professionista. Con passione e pazienza mi sta insegnando tutto ciò che c'è da sapere sul mondo della moda e non avrei potuto incontrare un master migliore. I suoi scatti? Parlano da soli. Comunicano emozione... emanano passione... Sono molto felice di imparare da un professionista del suo calibro e di essere parte integrante di quello slancio emotivo che solo le sue foto sono in grado di emanare.
"La mummia 2017" e "A star is Born".
Mi è capitato di seguire due film: La mummia 2017 di Alex Kurtzman e A Star is Born di Bradley Cooper. Entrambi, non solo remake, ma addirittura ultimi di una lunga catena di rifacimenti dello stesso soggetto.
Parto dal La mummia. Durante la visione credo di essermi resa conto, forse, di averlo già visto. Anche tenendo conto della mia età e della memoria labile, se mi è rimasto solo qualche “glimpse”, cioè qualche vago e sfuggente frammento, significa che non deve essermi piaciuto poi tanto neppure la prima volta. Diciamo che è un film che avrebbe tutte le caratteristiche per essere un’ottima pellicola: Tom Cruise nei panni del protagonista, una trama tutto sommato coerente, ottimi effetti speciali. Eppure… eppure non lascia niente, non scatena nessun tipo di coinvolgimento emotivo, nessuna paura, nessun divertimento. Tom Cruise fa il verso a se stesso, bello e agile ma con l’espressività di un manichino. Russel Crowe, che impersona l’antagonista, - addirittura il dottor Jekyll redivivo - pur con la suadente voce di Luca Ward, è imbolsito e privo di qualunque fascino residuo. La protagonista femminile, Annabelle Wallis, è del tutto insignificante. Forse l’unica figura degna di nota è la principessa egiziana mummificata.
La prima parte gioca col mix divertimento/azione, nella tradizione di film mitici come All’inseguimento della pietra verde o Indiana Jones. La seconda parte vira sul gotico insulso in stile The librarian. Non ha nulla del divertimento, della vivacità e dell’ironia della versione di Stephen Sommers del 1999.
Insomma, una lunga scia di remake, dopo l’originale del 1932, di cui questo è il meno spassoso e avvincente. Pare che, infatti, abbia ricevuto una candidatura come peggior film, e Cruise come peggior attore. Il finale chiaramente aperto lascia supporre un sequel che non c’è mai stato visti gli incassi del botteghino, dopo tutti soldi spesi per gli effetti speciali e per girare le scene in assenza di gravità
Per quanto riguarda A star is born, remake del musical del 1937, per l’esordio alla regia di Bradley Cooper, che è anche il protagonista, il discorso è diverso. Sebbene si capisca che la storia è un pretesto per far brillare Lady Gaga, devo dire che la trama, pur semplice – un cantante alcolizzato scopre una giovane di talento, la sposa riamato ma non riesce a reggere il peso del successo di lei - coinvolge, e la cantante come attrice è bravissima, intensa, senza forzature né isterismi.
La Germanotta parte bruttina, “plain” dicono gli inglesi, cioè un misto fra poco attraente, insignificante e scialba, e finisce bellissima. Pare che abbia cantato l’ultima canzone dopo aver saputo della morte di una cara amica e il risultato è, in effetti, commovente. Bradlay Cooper è credibile nei panni del marito alcolizzato e fragile.
La morale della storia credo sia l’abbastanza banale “bisogna essere se stessi per convincere” e “non basta il talento se non hai qualcosa di tuo da dire.”
Alla fine, senza eccedere, una lacrimetta l’ho spremuta.
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