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Nicolas Guillén, "Obra poetica"

11 Novembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi, #poesia

 

 

 

 

Obra Poetica 1922-1985

Nicolás Guillén

Traduzione di Gordiano Lupi

Tomo I

Il Foglio Letterario, 2020

pp 494

15,00

 

Il primo ponderoso tomo della traduzione fatta da Gordiano Lupi – e pubblicata con la sua casa editrice Il Foglio - dell’opera poetica di Nicolás Guillen (1902-1989), meticcio figlio di schiavo, poeta cubano comunista, esiliato dal dittatore Batista, combattente della guerra civile spagnola, viaggiatore, presidente dell’unione nazionale degli scrittori di Cuba.

Questo primo tomo raccoglie le opere scritte dal 1922 al 1958 e l’evoluzione è evidente. Le prime liriche – addirittura inedite - sono giovanili, intimiste, ancora ottocentesche, tese a raccontare di un amore perduto, distante e ormai indifferente, e hanno un sapore occidentale. La speranza è tutta in un nuovo amore e si passa attraverso immagini sofferte e cristologiche, condite di solitudine e misantropia. Molto evidente la dualità innocenza/ corruzione, il senso della propria indegnità che si trasforma in una sorta di preghiera laica.

L’approdo successivo è a una lirica impegnata, sociale, dove Guillén canta gli ultimi, i dimenticati, gli sfruttati, i tagliatori di canna da zucchero.

Nel mezzo fra le due, la poesia più bella e sonora, quella “mulatta” di Songoro Cosongo, che si rifà al son cubano, musica e ballo insieme, onomatopeia di tamburi e mimetismo del ritmo sensuale dei neri. Una poesia che è suono, ma anche sangue e carnalità.

Erotismo, dicotomia fra bianco e nero (i due “nonni”, i due “bimbi”), bisogno di riconoscersi in una delle due identità senza averne la possibilità, cori da tragedia greca che oggettivano la narrazione in realismo a volte anche ironico, più spesso drammatico.  Tutto poi evolve nella poesia più tarda, quella contestataria e comunista, dove il poeta denuncia la condizione dei neri cubani e il furto da parte degli Stati uniti delle ricchezze nazionali.  

Infine, l’entusiasmo per la rivoluzione, per Che Guevara, per tutto ciò che appare nuovo, luminoso e giusto. Guillén, per sua fortuna, morirà prima di vedere la triste fine dei suoi ideali.

 

 

 

 

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Matsuteia ed E.T.A. Egeskov, "Volevo essere un supereroe"

10 Novembre 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

Matsuteia ed E.T.A. Egeskov
Volevo essere un supereroe della Marvel – vol. 1

Amazon - E book euro 0,99 – Cartaceo 4,99
https://www.amazon.it/dp/B0865BNNV5/

Un agile volumetto che non pretende di essere esaustivo, solo di raccogliere una serie di curiosità sui supereroi degli universi Marvel - che sono davvero tanti (quasi 1000!) tra buoni e cattivi (persino più affascinanti) -, anche perché ci sono già molti saggi specifici che contengono di tutto sulla Casa delle Idee. Sono un fan della Marvel dal 1970, dal giorno in cui fui affascinato in edicola da L’Uomo Ragno contro Lizard, Editoriale Corno, subito dopo essere stato irretito da Mentre la città dorme, protagonista il Devil dal costume giallo e nero di Stan Lee e Wallace Wood. Confesso che leggo Marvel ancora oggi, certo solo i personaggi classici, cose nuove come Venom e Deadpool (che i ragazzi amano) un po’ mi disturbano, riesco ad apprezzare poco persino un grande disegnatore come Todd Mc Farlaine, cresciuto come sono a Ditko e Romita, per me il massimo di modernità restano Kane, Kirby e Buscema. Non solo, mi capita di vivere come un tradimento certe trasposizioni cinematografiche di Spider Man, soprattutto le ultime, mentre ho apprezzato molto il cartone animato di Sara Pichelli con il nuovo Uomo Ragno di colore (Miles Morales). Detto questo veniamo al libro, un piccolo e prezioso manuale che in certi casi dice cose che un appassionato conosce, ma in altri fa compiere vere e proprie scoperte al vecchio lettore. Per esempio mi è servito a capire che il nuovo Nick Fury cinematografico è il figlio di quello che leggevo negli anni Settanta. Poi fa piacere rileggere anche quel che sappiamo, trovarlo sistemato in maniera ordinata, come la storia su Spider Man che l’editore Martin Goodman proprio non voleva pubblicare: Chi vuoi che si appassioni alle vicende di un uomo con i poteri di un ragno? Per fortuna ebbe ragione la testardaggine di Stan Lee. L’Uomo Ragno conta versioni da romanzo grafico strepitose, vera letteratura a fumetti, oltre a una serie regolare che - tra alti e bassi - resiste in edicola dal 1962. Gli autori del libro raccontano lo sbarco Marvel in Italia, al quale ho assistito in prima persona, negli anni Settanta, prima su Linus (grande Oreste Del Buono, quasi mio compaesano!), poi su Sergente Fury (possiedo molti numeri), infine con la mitica Corno. I due autori non dimenticano le vicende moderne con Star Comics e Play Press, per poi parlare di Panini unica depositaria del verbo Marvel. Il libro analizza la continuity - fenomeno che rende diversa e unica la Marvel -, i cross-over, il primo eroe omosessuale, gli autori che hanno fatto la storia, i problemi con il Comics Code per la troppa attualità dei racconti (droga, razzismo, Vietnam …). Una sezione finale è riservata agli attori dei film che hanno impersonato gli eroi Marvel, importante per rendere il tutto più attuale e appetibile per i fan contemporanei. Per quel che mi riguarda resto legato al passato, al profumo di quella carta colorata della Corno, che oggi ritrovo - come una madeleine proustiana - nella collezione da edicola Super Eroi Classic, edita dal Gruppo  Rizzoli in collaborazione con Panini. Per chi ancora non conosce la Marvel questo piccolo libro è una vera e proprio guida virgiliana in un paradiso fantastico che noi ragazzini nati negli anni Sessanta abbiamo vissuto desiderando tutti trasformarci in Super Eroi Marvel! 

 

Per acquistare il libro: https://www.amazon.it/dp/B0865BNNV5/

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Paul Watzlawick, "Istruzioni per rendersi infelici"

7 Novembre 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #psicologia

 

 

 

 

Le Istruzioni per rendersi infelici di Paul Watzlawick possono essere realmente annoverate nel filone della "biblioterapia" nel senso clinico del termine. E come ogni medicinale possono dare fastidiosi effetti collaterali in individui predisposti al momento del lettura. È quello che successe a me, 5-6 anni fa quando lo comprai e lo iniziai: subito avvertiti un senso di malessere, fastidio. Non lo capivo. Lo abbandonai ma lo portai con me nei successivi traslochi, complice un inconscio che sapeva che prima o poi ne avrei colto i frutti. E così è stato negli scorsi giorni, durante i quali l'ho fatto fuori in 3 pause pranzo al sole. Lettura che è stata rapida, senza soffermarmi troppo, ma sorridente, perché giungeva dopo anni di esperienze scomode e di testi di filosofia, sociologia, spiritualità, che mi hanno permesso di capire che non c'era nulla da capire, il libro offre ciò che promette dal titolo, ovvero le istruzioni da seguire se si vuole vivere infelici.

Watzlawick espone sornione le sue regole, tutte attraversate da una potente ironia ma tutte corrette. Se glorifichiamo il passato, se ci riterremo indegni di essere amati, se passeremo il tempo a manipolare i nostri cari, se ci porremo obiettivi facilmente raggiungibili, non sarà possibile sbagliare, come seguire una ricetta passo passo, il risultato è garantito: la nostra infelicità. E non sono fantasiose teorie dell'autore, no, no, sono corroborate dalla saggezza degli antichi (giapponesi, romani, greci) e dei grandi contemporanei (Rousseau, Dostoevskij, Nietzsche).

Personalmente è un testo che non mi sento di consigliare a neofiti di psicologia, filosofia, sociologia o spiritualità: il rischio di trovarlo superficiale e ostico esiste. Un precedente approccio anche spicciolo alle materie di cui sopra permetterà di apprezzarlo, intuire una serie di sottotesti che Watzlawick appena accenna (narcisismo e manipolazione, difficoltà nelle relazioni amorose, gestione errata dei fallimenti) e scovare le geniali verità in esso contenute. Poi, se proprio ci tenete, potete sempre decidere di applicare al contrario le sue istruzioni e cercare di avere una vita appagante. De gustibus.

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Chi è stato? Boh, sarà stato Pasquino

6 Novembre 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #luoghi da conoscere, #racconto

 

 

 
 
Amici lettori della signoradeifiltri, eccomi ritornato a raccontarvi le vicende di due amici a spasso per Roma. Oggi, cari miei, dopo sguardi illuminanti dal buco della serratura e corse nella cripta, che potrà succedere?
 
- Pronto, Tony, sei sveglio?
 
- Mario, sei tu?
 
- No sono l’anima de...
 
- Eh no! Nella cripta nun ce vo!
 
- Ah! Allora sei sveglio! Hai paura di fare una brutta fine? La cripta dei Cappuccini ti è servita da lezione, eh!
 
- Ma chi? Io? Paura della morte?  Nooooo!
 
- Forza, sbrigati che oggi ti porto in un posto tranquillo!
 
- Sììì, lo sai tranquillo che fine ha fatto?
 
- Dai, non perdere tempo, vestiti e scendi che il caffè in macchina è pronto!
 
- Arrivo… Mi posso mettere la camicia gialla?
 
- Sì, certo, ma solo se poi ti metti anche i pantaloni rossi.
 
- Certamente, aspettami che scendo.
 
La Fiat 500 di Mario è un automobile vintage ma efficiente, dotata di molti comfort: macchinetta del caffè, frigo bar, tettino apribile con pannelli solari, portaoggetti sempre colmo di leccornie varie, motore taroccato e altre innovative innovazioni (ecco, avrebbe potuto dire "inattese, inconsuete, insolite, inaudite, inopinate", no, lui che fa? dice innovative innovazioni) che vi diremo nel corso delle puntate.
 
- Tony, stai bene in giallorosso, mi piaci, ieri sera com'è andata?
 
- Abbastanza bene, lei si lanciava su di me, io l’abbracciavo, la stringevo, la baciavo e…
 
- Mi sembra che ti è andata bene.
 
- Mario pesava solo 90 kg…
 
- A suon di musica che vuoi che sia... 
 
- Ma lo sai che sottofondo musicale ho messo?
 
- Una musica dolce, tenera, lenta e armoniosa, chick to chick ? (Sì, come no, pollo a pollo.
 
-Macchè! Ho avuto la brillante idea di scopare con i Creedence Clearwater revival!
 
- Forte! 90 kg di ritmo rock strepitoso!
 
- Mi sento a pezzi, Mario, guida te, dove andiamo?
 
- Andiamo da Pasquino, ma prima andiamo a piazza Navona.
 
- Pasquino il pasticciere? Ah bene, così mi prendo due maritozzi con la panna!
 
- Tony, ma allora sei duro di comprendonio, il pasticciere è Pasquale, ora andiamo da  Pasquino.
 
- Non lo conosco, comunque va bene… E il maritozzo con la panna?
 
- Prenditi il caffè, con la tua sonnacchiosa ingenuità mi farai morire.
 
- Ahhhh… Allora lo vedi che pure te hai paura di fare la fine dei Cappuccini!
 
- Guarda, caro mio, che ho inventato una cosa che mi allungherà la vita!
 
- Una pozione magica?
 
 -No meglio, ma te la faccio vedere dopo.
 
I due raggiungono piazza Navona, parcheggiano la 500, prima di andare da Pasquino fanno un giro. Piazza Navona è un monumento voluto da  Papa Innocenzo X, e può considerarsi la più bella piazza barocca di Roma. Venne realizzata sulla base dello stadio di Domiziano, monumento architettonico dell’antica Roma e, dopo secoli e secoli di semi abbandono, nel XV secolo venne utilizzata per la sua ampiezza come mercato, come luogo per feste popolari e processioni religiose. Nel 1630, grazie a Papa Gregorio XIII, fu  iniziato un decisivo miglioramento architettonico e, negli anni a seguire, di questa rivoluzione urbanistica furono protagonisti due grandi artisti: Bernini e Borromini.
 
- Tony, vieni, prima che andiamo da Pasquino facciamo un salto in piazza Navona.
 
I due camminano sulle orme della domiziana antica Roma, le mura e i marmi intorno a quella che prima fu un'arena di imprese sportive, poi miseramente pascolo di gregge, per poi ergersi immagine magnifica dell’arte barocca. Ora offre la propria secolare bellezza ai nostri due compagni di avventura alla ricerca della Roma meno visitata.
Tony e Mario non potevano astenersi dal fare due passi in un luogo così bello, ma sta per succedere l’imponderabile, i due si siedono al bordo della fontana dei quattro fiumi del Bernini, di fronte alla chiesa di Sant’Agnese del Borromini.
 
- Mario, ma sarà vera?
 
- Cosa?
 
- La storia della reciproca insopportabilità fra Bernini e Borromini?
 
 -Penso di si, bisogna dire che entrambi avevano una personalità assai differente, due geni, ma ognuno con un proprio e spiccato carattere. A Roma hanno lavorato a stretto contatto, in un periodo d’oro dell’arte sfidandosi e perculandosi.
 
- Addirittura?
 
- A quell’epoca per il popolo era uno spasso, un vero gossip. Che ti credi, anche nei tempi antichi l’essere umano è stato sempre attratto da pettegolezzi, scherzi e lazzi, e l’arte, anche se elevata, mica ne era esente.
 
- Mario, sai che ti dico? Che se la gente mormorava era pure un bene, perché, così facendo, pur criticando,  si avvicinava all’arte.
 
- Hai ragione, era un motivo per parlare degli artisti e delle loro opere, la gente, anche se ignorante, spettegolando ammirava l’arte che più di ora era veramente per tutti.
 
- Perché, adesso non lo è?
 
- Ma certo che no, basta che ti guardi intorno.
 
- A proposito, Mario, perché ridi?
 
- Rido di sollievo.
 
- Ah! E perché? Che cosa ti ha sollievato? ("Sollievato"? Bo? Sarà un misto di liberazione e sollevamento? )
Perché tieni la mano vicino all’acqua?
 
- Tony, parla a voce bassa: è la mia invenzione.
 
- Non vedo nulla, che cosa hai inventato?
Ho risolto i problemi, mi sono messo sul coso un profilattico con un tubino che dai pantaloni sale lungo la camicia, percorre la manica ed esce dal polsino.
 
- E poi?
 
- Faccio la pipì.
 
- Sei matto? Qui, nella fontana dei quattro fiumi del Bernini?
 
- Beh? Quattro fiumi, no? Tanto poi l’acqua dai fiumi sbocca al mare.
 
- Non ci posso credere,  e adesso? L’hai fatta tutta?
 
-Credo di sì, l’acqua non sembra abbia cambiato colore vero?
 
- Io penso che dovresti farti vedere prima da un urologo e poi da uno psichiatra.
 
- Ma no, sto in perfetta forma, guarda un po’?
 
Mario si mette platealmente a fare approssimativi gesti atletici per dimostrare la sua prestanza.
 
- Mario, ma che fai?
 
- Ti dimostro che sto bene!
 
- Ma la tua patologia non c'entra nulla con la muscolatura e, soprattutto, con la testa matta e dura che hai!
 
- Per ora l’urologo può attendere. Pasquino no, forza andiamo.
 
 Con nonchalance Mario e Tony lasciano piazza Navona, dirigendosi qualche strada più in là.
 
Per Pasquino si intende il frammento di statua di probabile stile ellenico che si trova a ridosso delle mura di palazzo Braschi nell’omonima piazza. In origine la piazza era stata chiamata piazza di Parione, per poi, appunto, variare in piazza di Pasquino, in onore della leggenda che, circa nel XVI secolo, voleva un misterioso scrittore anonimo appendere sulla statua versi e sonetti di satira a doppio senso, con i quali derideva e beffeggiava i potenti politici e religiosi, facendo diventare questa a tutti gli effetti una statua parlante. La leggenda diventò così popolare che rimase anche nei secoli successivi - fino ai giorni nostri -, l’abitudine di continuare l’opera del mitico scrittore notturno.
 
-Tutto qua? Io pensavo altro.
 
- Tony, questa statua è semplice ma leggendaria. Lo sai quanta gente ha rischiato la ghigliottina?
 
- La pena di morte?
 
- Eh già, mica si scherzava nel ‘600, per chi offendeva e metteva in ridicolo il potere erano dolori, partiva la capoccia che era una bellezza. Ma di fronte al malcostume e all’ingiusto strapotere il popolo doveva comunque reagire, e lo faceva con la fantasia all’ultima spiaggia, attraverso la comicità e la satira.  Così i messaggi attaccati sulla statua di Pasquino coglievano più nel segno rispetto a gesti estremi di violenta ribellione.
 
- Come Pulcinella, scherzando e ridendo diceva la verità.
 
- Bravo Tony, e in un noto film degli anni ’7, Nell’anno del Signore, in una battuta Pasquino-  interpretato da un super Nino Manfredi - dice più o meno così: "ferisce più 'na punta de 'na penna che 'na lama de 'na spada”. Però c’è stato pure un problema.
 
- Quale?
 
- Che qualche volta in molti, dietro l’anonimato, hanno approfittato per gettare discredito fra opposte fazioni, creando confusione e, per dirla alla romana, “bùttàlla 'ncàcìàra” .
 
- Insomma, secondo te Pasquino è sempre valido?
 
- Tony, questi sono tempi moderni, basta andare in televisione. Qualche volta alzi la voce, qualche volta fingi, qualche volta fai scattare la rissa in video e poi, dietro le quinte, tutti insieme sotto braccio allo stesso ristorante. Pure Pasquino, se campasse ancora, magari avrebbe scelto la tv per dirne quattro.
In ogni caso non dimentichiamo i social dove tutti parlano, giudicano e pontificano a caso. Ho paura che questa statua rimanga solo storia, ma proprio per questo anche leggenda. E chissà che un giorno qualcosa cambi.
 
- Mario, la lasciamo una pasquinata?
 
- Fallo te, io ne dovrei dire troppe.
 
Tony prende carta e penna e scrive una breve frase.
 
- Fa 'n po’ vedè che hai scritto?
 
Tony ha scritto di suo pugno, in bella calligrafia: “Mario quando vai dall’urologo?”
 
- Tony, ma che sei matto? E poi che c'entro io? 'Sta cosa mica è social!
 
- Sì, ma è una forma di ribellione al tuo rifiuto di andare dal dottore.
 
- Forza, andiamo a prendere un caffè, non volevi un maritozzo con la panna? E poi tu mica hai la faccia da ribelle!
 
E così, amici lettori del blog che naviga a tutta forza sulle onde della cultura, vi lasciamo con questa domanda… Secondo voi, Mario, mannaggia la prostata, quando andrà a farsi visitare dall’urologo?  Forse la risposta non verrà ancora svelata, ma, comunque, sarà sempre un piacere portarvi con noi in giro per Roma nascosta. Arrivederci, sempre qui sulla signoradeifiltri, alla prossima puntata.
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Cinzia Diddi veste Carlotta Bolognini

5 Novembre 2020 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #personaggi da conoscere, #eventi

 

 

 

 

Carlotta Bolognini è figlia del grande produttore cinematografico Manolo Bolognini, fratello dell’altrettanto grande regista Mauro Bolognini.

Si è svolta nella splendida residenza storica di Casina di Macchia Madama a Roma la prima edizione di due Premi dedicati al Grande Cinema Italiano, ideati e realizzati proprio dalla Bolognini: il Premio Cinema Anni d’Oro, rivolto per questa occasione alle opere cinematografiche girate nei quartieri e nelle strade di Roma, e il Premio alla carriera George Hilton.

L’abito dell’evento è stato realizzato dalla stilista dei vip, definita dalla stampa "la stilista che veste l’anima": Cinzia Diddi.

 

Intervista a Cinzia Diddi.

 

Come ha vestito la Sig.ra Bolognini?

Carlotta è una splendida persona che, per la sua gentilezza, educazione e sensibilità, andrebbe vestita dei colori dell’arcobaleno. Quando ci siamo parlate per capire come realizzare l’abito per l’evento è stata molto immediata: “ Vorrei essere vestita di nero”.

Ho accettato di utilizzare questo colore che poco la rappresenta come anima ma rende giustizia alla sua serietà, compostezza, professionalità.

Il nero è il colore del rigore!

Ho usato le paillettes per la lunga casacca per celebrarla, metterla al centro della scena.

 

A cosa si è ispirata?

Considero gli abiti “Diamanti di Tessuto” perché hanno la particolare ed importante funzione di proteggere, fanno da “involucro” al corpo o meglio ancora all’anima.

Ho usato tessuti importanti, tessuti nobili, per avvolgere Carlotta, questa meravigliosa anima gentile.

 

Perché la stilista che veste l’anima?

Cerco sempre di far emergere la parte più nascosta attraverso gli abiti, l’io più profondo.

 

Cos’è per lei la Moda?

L’altro modo di presentare se stessi attraverso gli abiti. Ci sono vari modi per presentarsi: la parola, l’atteggiamento, la gestualità e gli abiti. Gli abiti raccontano chi sei, che rapporto hai con te stesso, quanto ti rispetti.

 

Lei è figlia d’arte?

Il mio è un passaggio di testimone è la storia di una promessa! Mio padre, mio nonno provenienti da questo mondo!

La mia figura di riferimento è senza dubbio mia madre donna di grande gusto.

 

Ha vestito molti vip, curato molti film, spettacoli teatrali cosa prova ogni volta?

Amo le prime volte perché regalano emozioni e adrenalina. Quando non sono più prime volte cerco di  rinnovare l’emozione. Una sfida nella sfida.

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Non omnis moriar: una meditazione sullo scrivere

4 Novembre 2020 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #cultura

 

 

 

 

di Guido Mina di Sospiro, tradotto dall’inglese da Patrizia Poli

 

(pubblicato originalmente su New English Review sotto il titolo Non Omnis Moriar: A Meditation on Writing)

Nel 1992 inviai una lettera al mio vecchio professore di latino, nella quale, inter alia, avevo tradotto per lui il finale di un libro terminato  di scrivere alcuni mesi prima. The Story of Yew, alias Memoirs of a Tree, o, nell’edizione italiana, L’albero. Segue un estratto dalla risposta epistolare del professore:

 

II breve frammento del tuo romanzo, che mi hai trascritto, mi è piaciuto molto. Contiene una riflessione seria che credo sia uno dei motivi conduttori del libro. La natura, la morte: quesiti destinati a rimanere senza una risposta convicente. Tra le tante risposte possiamo scegliere quella dei libri poetici con il loro sofferto “non omnis moriar”. In verità l’uomo lavora, crea, per non morire del tutto, per sopravvivere almeno in parte in ciò che ha fatto.  C’è in noi una ansia di eterno insopprimibile. Prova a rileggere o a ripensare all’opera di un poeta prendendo come chiave di lettura il tema della morte, la sua risposta a questa mistero. E scoprirai forse che la letteratura è sorta in funzione della morte, come risposta al mistero della morte.

 

Non omnis moriar è tratto da ciò che probabilmente costituisce il più antico testamento poetico: L’ode 3.30 di Orazio. Significa “non morirò del tutto”. In uno stile piuttosto roboante

 

Ho creato un monumento più duraturo del bronzo

E più elevato della struttura delle regali piramidi

Che né la vorace pioggia, né lo sfrenato Vento del Nord

Potranno distruggere, né lo sterminato succedersi di anni e la fuga del tempo (…)

 

il poeta annuncia ai suoi contemporanei e soprattutto ai posteri che non morirà del tutto, che parte di lui vivrà nella sua poesia, come, infatti, è avvenuto: eccomi qui, nel 2020, a citare una poesia vecchia come l’albero di tasso nel mio romanzo: due millenni.

Aveva ragione il mio professore? È per questo motivo che scriviamo? Per non morire del tutto, per sopravvivere almeno in parte in ciò che abbiamo fatto? La letteratura è nata, come la religione, come risposta al mistero della morte? Ho posto tali domande a uno dei più acuti critici letterari che io conosca, Davide Brullo, egli stesso un poeta. Ha risposto:

Certamente, l’uomo scrive per trovare la parola che faccia risorgere. Ma è vero che la risposta alla morte è con la vita. La poesia è vita, fenomenale, funambolica. Credo, poi, che ci sia una eredità, un lascito in luce. Tanto la battaglia con la morte è persa, dunque scagliamo bolidi verbali sul viso del millennio venturo, che esista il nome dello scrittore o meno è iniquo, vano. Egli crea un linguaggio.

Immortalità, dunque, il vero scopo dell’alchimia, il fine escatologico di così tante religioni, maggiori e minori. È bello doppo il morire vivere ancora, come dice il motto rinascimentale.

Mi chiedo se sia stato lo stesso desiderio di immortalità ad animare Alfred Jarry quando scrisse Gestes et Opinions du Docteur Faustroll, Pataphyshycien (Gesta e opinioni del Dr. Faustroll, Patafisico)? Sì e no sarebbero entrambe risposte giuste. Uno dei libri più intelligenti e spiazzanti che io conosca, in grado di prevedere gli sviluppi futuri della cultura occidentale, è stato scritto nel 1898 e pubblicato per la prima volta postumo nel 1911, quattro anni dopo la morte di Jarry.

Lo stesso desiderio di immortalità ha permeato Dissipatio H.G. di Guido Morselli? La risposta può ben essere, ancora una volta, sì e no.

Il titolo sta per Dissipatio Humani Generis, una frase estratta dagli scritti di Giamblico; significa, la scomparsa dell’umanità.

Il protagonista-narratore, un intellettuale lucido, ipocondriaco, “fobantropo” più che misantropo, decide di affogarsi in uno stagno dentro una caverna in alta montagna. Ma, una volta là, cambia idea, e ritorna al suo chalet.

Alla fine scoprirà che l’umanità, dopo che lui ha cambiato idea circa il suicidio, è svanita. L’umanità è ora rappresentata dall’unico componente superstite, un uomo che stava per lasciarsela alle spalle e che non aveva mai sentito di farne parte.

Così ha inizio un monologo – filosofico, ontologico ed escatologico – in uno sfondo di assoluto silenzio, a parte pochi rumori causati dagli animali o da macchine che continuano a funzionare. Presto il suo monologo si trasforma in un dialogo con i suoi ricordi e poi con tutte le persone svanite.

Il supremo solipsista finisce con il desiderare disperatamente gli esseri umani.

Questo fu l’ultimo libro di Morselli; a differenza del protagonista di Dissipatio H. G., non cambìo idea all’ultimo momento e, poco dopo che anche questo manoscritto fu rifiutato, si suicidò. Ma poi fu pubblicato postumo, insieme a diversi altri suoi libri; la prima edizione in inglese uscirà negli Stati Uniti questo dicembre; ed eccomi qui, decadi dopo che il rifiuto spinse il suo autore a suicidarsi – senza però morire del tutto.

Alcuni giorni fa ho ricevuto una email da un’ammiratrice attraverso il mio sito. Aveva comprato il mio L’albero a Losanna, in Svizzera, in francese, e le era piaciuto; lo aveva quindi acquistato in edizione spagnola cosicché potesse leggerlo suo marito; e ora, a Quito, in Ecuador, lo voleva presentare al suo circolo di lettura, all’aperto per via delle restrizioni dovute al Covid, sotto il vulcano Pichincha – lo stesso libro con cui ho iniziato questa riflessione e il cui finale ho tradotto, agli inizi degli anni novanta, per il mio professore di letteratura latina. Ciò che mi colpisce in retrospettiva è che l’albero di tasso (Taxus baccata) è un essere tecnicamente immortale, capace di rigenerarsi all’infinito. I suoi primi fossili sono datati duecentocinquanta milioni di anni e, se paragonati alle sue condizioni attuali, mostrano che non c’è stata evoluzione: è nato perfetto per vivere in eterno.

 

Questo presunto desiderio d’immortalità, quanto risuonava in me più o meno mezza vita fa? Forse non così a livello conscio come adesso, ma può darsi che già allora fosse la motivazione.

Così tanti poeti e scrittori non sono morti del tutto, e il loro lascito vivente ci permea tutt’oggi. Gli autori contemporanei potrebbero ritenerli i loro mani, cioè le anime degli antenati, e venerarli come spiriti benigni. Alcuni di noi probabilmente già lo fanno.

 

Back in 1992 I sent a letter to my old Latin literature professor in which, inter alia, I translated for him the ending of a book I had finished a few months before, The Story of Yew, aka Memoirs of a Tree. There follows an excerpt from the professor’s epistolary reply:

        The short fragment of your novel, which you transcribed for me, I liked very much. It contains a serious reflection that I believe is one of the main themes of the book. Nature, death: questions destined to remain without a convincing answer. Among the many answers we could choose the one from poetry books with their suffered ‘non omnis moriar.’ In truth man works, creates, not to die wholly, to survive at least in part in what he has done. There is in us an irrepressible yearning for the eternal. Try to reread or rethink the work of a poet taking as a key to understanding the theme of death, his answer to this mystery. And perhaps you will discover that literature was born as a function of death, as an answer to the mystery of death.

        Non omis moriar is taken from what probably constitutes the oldest poetical testament: Horace’s Ode 3.30. It means, I will not wholly die. In rather bombastic fashion

I have created a monument more lasting than bronze
and loftier than the royal structure of the pyramids,
that which neither devouring rain, nor the unrestrained North Wind
may be able to destroy, nor the immeasurable
succession of years and the flight of time. (…)

the poet announces to his contemporaries and above all to posterity that he will not wholly die, that part of him will live on in his poetry, as, in fact, it has: here I am, in 2020, quoting a poem as old as the yew tree in my novel: two millennia.

        Was my professor right? Is that why we write? Not to die wholly, to survive at least in part in what we have done? Was literature born, much as religion, as an answer to the mystery of death? I posed these questions to one of the most insightful literary critics I know, Davide Brullo, himself a poet. His reply:

        Certainly, man writes to find the word that will resurrect him. But it is true that the answer to death is through life. Poetry is life, phenomenal, acrobatic. I believe, moreover, that there is an inheritance, a legacy in light. At any rate the battle with death is lost, so let’s hurl verbal fireballs at the face of the coming millennium, whether the name of the writer exists or not is unfair, vain. He creates a language.

        Immortality, then, the true goal of alchemy, the eschatological objective of so many religions, major and minor: È bello doppo il morire vivere ancora, as the Renaissance motto goes: it’s beautiful, after having died, to be still alive.

        I wonder if it was the same yearning for immortality that animated Alfred Jarry when he wrote Gestes et Opinions du Docteur Faustroll, Pataphysicien (Exploits and Opinions of Dr. Faustroll, Pataphysician)? Yes and no would be both appropriate answers. One of the cleverest and most mind-bending books known to me, predating developments in western culture by about eighty years, it was written in 1898 and first published posthumously in 1911, four years after Jarry’s death.

        Was it the same yearning for immortality that informed Guido Morselli’s Dissipatio H.G.? The answer may well be, once more, both yes and no.

        The title stands for Dissipatio Humani Generis, a sentence excerpted from the writings of Iamblichus; it means, the vanishing of humankind. 

        The narrating protagonist, a lucid, hypochondriac, “fobanthropic” more than misanthropic intellectual, decides to drown himself in a pond inside a cave high up in the mountains. But once there, he changes his mind, and walks back to his cottage.

        He will eventually discover that humankind, after he changed his mind about committing suicide, has vanished. Humanity is now represented by its single remaining component, a man who was about to leave it behind and who never felt that he belonged in it in the first place.

        Thus begins a monologue—philosophical, ontological and eschatological—with nothing but absolute silence as a background, except for a few noises caused by animals or by machines that keep on working. Soon his monologue turns into a dialogue, with his memories and then with all the vanished people.

        The ultimate solipsist ends up longing desperately for humans.

        This was Morselli’s last book. Unlike the protagonist in Dissipatio H.G., he did not change his mind at the last moment and did commit suicide shortly after this manuscript, too, was rejected.

        But then it was published posthumously, along with several other books of his; its first English edition will be released in the US this coming December; and here I am, writing about it decades after its rejection prompted the author to take his own life—but he did not wholly die.

        A few days ago I received through my website an e-mail from a fan. She had bought my Memoirs of a Tree in Lausanne, Switzerland, in its French edition, and had loved it; she had then bought it in its Spanish edition so that her husband could read it; and now, in Quito, Ecuador, she was going to present it to her book club, outdoors because of Covid restrictions, under the Pichincha Volcano—the same book with which I opened this meditation and whose ending I translated, back in the early 1990s, for my professor of Latin literature. What strikes me in retrospect is that the yew tree (Taxus baccata) is a technically immortal being, capable of regenerating itself in perpetuity. Its earliest fossils date back to two hundred and fifty million years ago and, compared to its present state, show that there has been no evolution: born perfect to live eternally.

        How did this purported yearning for immortality resonate in me more or less half a lifetime ago? Perhaps not as consciously as it does now, but I suppose it was, even then, the motivator.

        So many poets and writers did not wholly die, and their living legacy informs us to this day. Contemporary authors could think of them as their manes, i.e., the souls of dead ancestors, and worship them as benevolent spirits. Some of us probably already do.

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Roberto Concu, "Fedeltà del gelso"

2 Novembre 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Fedeltà del gelso di Roberto Concu (AnimaMundi Edizioni, 2020) è una raccolta poetica gentile, una risposta saggia alla vita, nella costante corrispondenza alla fiducia e all’origine delle parole, il bagaglio sentimentale trasportato dalle stagioni e da ogni benevola esperienza. I versi ricompongono nello spazio metafisico i richiami profondi ed istintivi della terra, nella fantastica distrazione che è l’eredità di un incanto e il premuroso legame con la realtà, l’eterna sospensione che dilata la nobile consistenza del tempo ed occupa l’educata e naturale familiarità ai luoghi e alle persone, con l’immediatezza dei sentimenti e la spontanea armonia con la natura. Il poeta intrattiene miracolose sensazioni, assolute ed improvvise circostanze poetiche che ispirano la trasposizione simbolica del gelso, osservato in tutti i suoi mutamenti e trasferisce le similitudini originarie arricchendo significati alla vita. Roberto Concu si descrive fedelmente nell’accoglienza riservata ai suoi versi, teneri, candidi e immaginifici, dove gli accadimenti umani si identificano con la sorprendente e determinante urgenza della vita, nell’impeto entusiastico di creare un componimento poetico dell’anima che trae la sua forza dalle suggestioni dei pensieri e delle immagini. Il libro intreccia l’autentica manifestazione della verità poetica, il sentimento delle cose, il senso di stupore e meraviglia nei toni semplici e rapidi dello spirito libero, un intimismo espressivo e crepuscolare, l’attimo presente oltre le stagioni che aprono l’anno naturale, i luoghi del cuore esposti allo scorrere inesorabile del tempo, in una cortina di ombre e luce, di gioia e di tristezza. Una letteraria e nostalgica bellezza degli spazi, il compimento di un’alleanza emotiva, il valore estetico dell’illuminazione che non consuma e non inganna la memoria di ogni vissuto. L’autore assapora la grazia degli incantesimi e la naturale abitudine della realtà quotidiana,  rifugiandosi negli interni del silenzio, ritrovando la confidenza diffusa delle atmosfere e dedicando il tempo ai sogni, proteggendoli e coltivandoli al di là dell’indifferenza dei tempi. Spirito romantico, nel caldo e ammantato colore della speranza, lo spirito poetico giunge ad una meta riservata, privata, lontana dai clamori del mondo, adagiando l’atemporaneità dei valori affettivi, proiettando nel cuore di un destino che pulsa e batte gli attimi della vita, scandita dal torpore e dalla compiacente indolenza assopita di chi sa vivere altrove, altre vie, altri destini. L’energia espressiva ed ospitale delle parole accompagna la delicatezza dell’appartenenza, con la generosità della contemplazione per i frutti che la poesia dona, cinge il legame con l’evocazione dei sentimenti, stringendo l’alleanza con la bellezza di ogni destinazione umana.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Mattino.

Nella sacralità del silenzio

odo il canto

della figlia del giardiniere

un'onda di mistero

mi commuove.

 

O dolce, ridente Saffo

 

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Nuovo gennaio.

Spoglio il gelso -

monaco fedele al voto -

la verità oltre la parola

esige il medesimo linguaggio

spoglio

 

Foglie parole

ammucchiate

agli angoli del cortile

 

Come transita in fretta

la luce nell'ombra

 

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Parola è il volto

presenza che si auto-nega

sino a non mostrarsi più

e spingerci

laddove il dolore

è conoscenza

la voce un passo

tra possibile e impossibile

 

Mostrare il volto

le cose

il loro -

osceno

 

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L'inizio della pioggia

accorda il giorno

con la pelle tesa delle foglie

Rifuggono i merli e i

passeri venuti a beccare

le briciole sul balcone

 

Matura la luce

allo stesso ritmo secolare

della pioggia

tutto è pace e desiderio

prima che il mondo si risvegli

 

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Un nuovo alfabeto

oltre l'egoismo

l'oscuramento

la corruzione -

Aleph e Ghimel -

fedeltà e primavera

 

una nuova voce

con cui

manomettere

il nome d'ogni cosa

riconoscere

la sacralità del silenzio

davanti al muro del Mistero

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Frutta martorana e Ossa di Morto

30 Ottobre 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #ricette

 

 

 

 

 

 

Dalle mie parti, durante il periodo che ruota attorno alla Festa di Ognissanti e la Festa dei Morti, nelle pasticcerie, nei panifici e nei bar risulta onnipresente la frutta martorana, dolci tradizionali realizzati con la pasta reale o pasta di mandorle, che ricreano i frutti tipici siciliani tra cui mandarini, limoni, arance e pesche. 

Ci sono poi, degne di nota, le ossa dei morti, caratteristici biscotti Made in Sicily di dura consistenza che vengono preparati con zucchero, farina, albume e chiodi di garofano. 

Ricordo che io e mia sorella Cettina, rispettivamente di otto e sei anni, non avevamo ancora assaggiato né gli uni né gli altri, tant'è vero che in diverse occasioni incollavamo le facce alle vetrine di una rinomata dolceria, sbavando e immaginando quanto potessero essere buoni. Finché un pomeriggio di fine ottobre i nostri genitori ci promisero di acquistare un cabaret misto, a patto di pazientare fino al 2 novembre, e di mangiarli con parsimonia in quanto altamente calorici e per evitare danni ai denti. 

Dal momento che fummo invitati a pranzo dai nonni paterni per la Festa dei Morti, ci presentammo a casa loro con 'nguantera da un chilo, che con estrema cura venne da me adagiato sopra un mobiletto del soggiorno manco fossi stato un vescovo officiante.

Dopo che desinammo in salone a base di pasta al forno e carne, si passò alla frutta... di stagione. Mi scoglionai e presi così l'iniziativa di prendere quatto quatto la confezione e di strappare pian pianino la carta che l'avvolgeva, nel mentre la mia famiglia alle mie spalle era intenta a parlare o a sbucciare delle pere ammassate in una fruttiera. Mi sgamarono a operazione conclusa e, nonostante il rimbrottino di mia madre che mi definì uno zulu, con strafottenza posizionai il vassoio sopra la tavola da pranzo e arraffai quattro o cinque dolcetti per mano, non prima di spostarne parecchi per scegliere quelli che mi garbavano di più. 

«Prendine ancora» ironizzò seccato mio padre. «Stai sicuro che ti potrai fare la dentiera come a tuo nonno»

Assaggiai sia un pezzetto di un osso di morto, sia un pezzetto di uno dei frutti di martorana che ricreava un mandarino e ne restai deluso. Il primo troppo friabile e speziato, il secondo eccessivamente zuccheroso e senza quel retrogusto di frutta come avevo erroneamente pensato. Con nonchalance, i dolcetti impugnati li riposai sul cabaret, per di più mostrando una faccia di bronzo. 

«Ah, non li voglio più! 'Sto scimunito li ha toccati con quelle sue manacce zozze! Poco fa si è messo le dita nel naso!» cominciò a lagnarsi fastidiosamente mia sorella. 

Sentii l'impulso di darle una lezione e, non potendola percuotere facilmente poiché era seduta dal lato opposto della tavola, le lanciai sulla fronte un osso di morto, un biscotto duro come pochi. 

Mia sorella, per scendere dalla sedia con il proposito di raggiungermi e di reagire allo sgarro, urtò inavvertitamente con il braccio una bottiglia di coca cola che finì per cascare sul vassoio. Per fortuna lo strato trasparente, che di norma viene inserito dai pasticceri o dai baristi nella parte superiore della confezione aveva salvaguardato più della metà del contenuto. 

Il risultato fu il seguente: mio nonno, strafottendosene della ricorrenza si lasciò andare a una sonora bestemmia, mia nonna, sospirando, provvide ad asciugare dove necessario e a gettare nella pattumiera la sottile striscia protettiva e i dolci inzuppati, mia madre, invece, mi cazziò di brutto, mentre mio padre mi fece assaggiare un paio... di sganassoni. Nel frattempo, la rompi di Cettina, con espressione compiaciuta, si godeva lo spettacolo, gustandosi un dolcetto a forma di fico d'india.

 

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Premiazione trofeo Rill

29 Ottobre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #racconto, #fantasy, #fantascienza

 

 

 
 
 
 
Venerdì 30 ottobre, dalle 15 alle 16, avrà luogo la premiazione del XXVI Trofeo RiLL per il Miglior Racconto Fantastico, concorso letterario organizzato dall’associazione RiLL - Riflessi di Luce Lunare.
La cerimonia si svolgerà via web, nell’ambito di Lucca Changes, l’edizione 2020 del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per assistere alla premiazione, basterà collegarsi al sito LuccaChanges.com e da lì scegliere la corrispondente finestra di diretta streaming.
 
Il Trofeo RiLL è uno dei più importanti premi letterari italiani per racconti fantastici: possono partecipare al concorso racconti fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni storia sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. Da alcuni anni, i testi partecipanti sono oltre 300 a edizione, e nel 2020 si è registrata la partecipazione record di 430 racconti, provenienti dall’Italia e dall’estero.
Il Trofeo RiLL è patrocinato dal festival internazionale Lucca Comics & Games, che da sempre ospita la cerimonia finale del concorso.
 
Durante la premiazione sarà presentata l’antologia OGGETTI SMARRITI e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni: la diciottesima uscita della collana “Mondi Incantati”, che pubblica i migliori racconti del Trofeo RiLL e di SFIDA 2020 (altro concorso bandito da RiLL). Da quest’anno, “Mondi Incantati” è edito da Acheron Books.
"OGGETTI SMARRITI e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni" include anche la sezione RiLL World Tour, che dal 2013 raccoglie i racconti fantastici vincitori dei concorsi letterari esteri con cui il Trofeo RiLL è gemellato: il premio Visiones (Spagna); la NOVA Short-Story Competition (Sud Africa); la Horror Short-Story Competition (Australia).
 
"OGGETTI SMARRITI e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni" è un libro di tredici racconti.
Aprono il volume i cinque racconti premiati del XXVI Trofeo RiLL, scelti dalla giuria del concorso, formata da scrittori, giornalisti, accademici, esperti e autori di giochi:
 
Vincitore del XXVI Trofeo RiLL: Oggetti Smarriti, di Valentino Poppi (Bologna)
Un racconto di ambientazione contemporanea, che, partendo da un episodio assolutamente banale (la perdita di un portachiavi) costruisce una trama fantastica e sorprendente, sviluppata con mano sicura dall’autore, che alterna con grande scioltezza spunti di riflessione e passaggi più ironici.
 
Secondo Classificato: Horimono, di Arthur B. Radley (Ravenna)
Un racconto dall’ambientazione che ricorda “Blade Runner” o “Parasite”. In un’atmosfera fuori dal tempo e dallo spazio, una storia sull’apparente impossibilità di essere normale, ma che trova compimento nell’amore e nell’accettazione di se stessi, grazie all’antica arte del tatuaggio Irezumi.
 
Terzo Classificato: Chiari di luna e male parole, di Laura Silvestri (Aprilia, Latina)
Una storia costruita intorno a una filastrocca, utilizzata nella narrazione in modo assolutamente non prevedibile. Ha un bel senso italico dell’immaginario, con un’azzeccata ambientazione ciociara, che viene ben sfruttata grazie al linguaggio pseudo-dialettale, “alla Nino Manfredi”, sciolto e credibile.
 
Quarto Classificato: La polvere sotto il tappeto, di Saverio Catellani (Carpi, Modena)
Un racconto duro e coraggioso, che lascia ai lettori l’onere di esprimere giudizi morali. Spiazza e scuote, a tratti è disturbante. Un racconto che non può lasciare indifferenti.
 
Quinto Classificato: Nibani, di Gianluca Vici Torrigiani (Gorgonzola, Milano)
Un racconto di fantascienza con un’inconsueta ambientazione africana. La narrazione valorizza al massimo il contrasto tra gli elementi totemici e i riti primitivi tipici delle tribù e quelli cyberpunk/ futuristici, che vengono svelati progressivamente, suscitando un “effetto sorpresa” nel lettore.
 
 
Sempre durante la premiazione, sarà assegnato il premio speciale Lucca Comics & Games per SFIDA 2020, il concorso che dal 2006 RiLL riserva agli autori/ autrici giunti una o più volte in finale al Trofeo RiLL. Il concorso prende il nome dalla SFIDA che RiLL lancia ai partecipanti: scrivere un racconto fantastico che rispetti uno (o più) vincoli, che cambiano ogni anno.
Per il 2020, RiLL ha voluto omaggiare un autore importante del Fantastico italiano: Gianni Rodari, di cui ricorre il centenario della nascita. La SFIDA consisteva nello scrivere un racconto che ruotasse intorno a una “parola magica” (es. una password, una formula, un lasciapassare…) e che contenesse una filastrocca (inventata dall’autore, oppure di Gianni Rodari o di chiunque altro; oppure della tradizione popolare, italiana e no…).
I quattro racconti vincitori di SFIDA 2020, scelti da RiLL, sono pubblicati nell’antologia "OGGETTI SMARRITI e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni". Uno di essi riceverà il premio speciale Lucca Comics & Games.
Si tratta di:
- “Chi c’è dietro di te?”, di Laura Silvestri (Aprilia, Latina), una storia che, seguendo il protagonista dall’infanzia all’età adulta, affronta il tema delle scelte che si fanno nel corso della vita;
- “Cose strabilianti”, di Michela Lazzaroni (Brugherio, Monza-Brianza), un racconto sulla potenza della Fantasia, che emerge dall’incontro/ scontro fra un’insegnante e un’intelligenza artificiale;
- “Il Senzamente”, di Maurizio Ferrero (Vercelli), che narra le inquietudini di un bambino in modo credibile e vivido, oltre che con un’ambientazione originale;
- “Vitasassipallaruote”, di Marco Cesari (Botticino, Brescia), un racconto di ambientazione post apocalittica, sul tema del ricordo e del valore del passato.
 
 
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Per maggiori informazioni:
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I misteri della cripta

28 Ottobre 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #luoghi da conoscere

 

 

 
 
 
Amici lettori, bentornati alla signoradeifiltri, siete pronti a salire a bordo della nostra fantasia? Oggi nuovo appuntamento con Tony e Mario per un'eccezionale escursione culturale, tenetevi forte.
 
- Ciao Tony, allora, sei pronto?
 
- Diciamo di sì, allora, chi guida oggi?
 
- Forse è meglio che guidi ancora tu e io ti indico la strada.
 
- Ma perché hai scelto questa destinazione?
 
- Tony, non avevamo deciso di visitare tutti i posti di Roma importanti ma meno conosciuti?
 
- Sì, ma questo mi sembra un po’ tetro, un po’, come dire… io non sono scaramantico, ma certe cose mi mettono un po’ di funerea impressione.
 
- A parte il fatto che abbiamo ancora un sacco di altri posti bellissimi e interessanti da vedere, tu per oggi cerca di trovare il lato positivo. Andiamo in una strada storica che è stata vissuta e celebrata da tante star del cinema. Quello che vedremo è solo la normalità, non devi avere paura della normalità.
 
- E vabbè, ma quella cosa mica è così che si chiama e io vorrei che accadesse il più lontano possibile.
 
- Ma certo, comincia ad andare piano perché chi va piano va lontano.
 
Tony Mal e Mario er benzinaro oggi si recheranno in via Veneto, una importante via di Roma, piena di fascino e famosa in tutto il mondo, meglio conosciuta come la via “della dolce vita”.  I nostri protagonisti, oltre all'aspetto da copertina patinata di questa strada, visiteranno una chiesa che detiene in sé un'altra filosofia di vita. 
Salendo via Veneto, sulla destra, troveranno una chiesa, S. Maria della Concezione dei Cappuccini, fatta edificare da Papa Urbano VIII agli inizi del ‘600, per onorare suo fratello Antonio Barberini, all'epoca facente parte dell’ordine dei frati Cappuccini.
Oltre l’aspetto storico/artistico, la chiesa è famosa per il museo dei Cappuccini e, soprattutto, per la cripta “decorata” con teschi e ossa di oltre un migliaio di frati vissuti nel convento nel corso di almeno tre secoli. Non è importante descriverne l’ideatore, perché a mio avviso è più interessante  riflettere su questo atipico arredo architettonico, che possiede un particolare alone di mistero. 
La disposizione artistica di resti di umanità vissuta porterà il visitatore a scoprire il vero senso della vita.
Tony Mal e Mario er benzinaro parcheggiano la 500 di fronte alla chiesa. E' una giornata di sole e fra qualche minuto entreranno nell’altro mondo.
 
- Hai fatto il segno della croce?
 
- Boh? Non mi ricordo, mi sembra di sì, e tu?
 
- Mario, veramente pensavo soprattutto a te.
 
- In che senso?
 
- Se entrando ti fossi raccomandato a nostro Signore di aiutarti a trattenerla qua dentro.
 
- Ah, capisco, ma no, vedrai che non ci saranno problemi.
 
- Mario, nella cripta la temperatura potrebbe essere più bassa e la situazione potrebbe precipitare.
 
- Tony, non mi ci far pensare, forza entriamo. Piuttosto, hai visto che c’è scritto qui all'ingresso?
 
- “Quello che voi siete noi eravamo, quello che noi siamo voi sarete”.
 
- Proprio come io e te, io sono vecchio e da giovane ero come te, e tu che ora sei giovane un giorno sarai un vecchio come me.
 
- Mario, mamma mia che desolazione!
 
- Tony, questa è la vita, proprio come ti dicevo ieri parlando di normalità. I frati cappuccini che hanno allestito queste sale non volevano mettere paura a nessuno, e neanche prendere in giro il prossimo, ma solo dimostrare che in vita siamo in carne ed ossa, ma una volta trapassati lasciamo a terra tutto, beni materiali ed ego spropositato. Di noi rimarranno probabilmente anima e spirito, finché siamo vivi dobbiamo essere maggiormente più umani (maggiormente più assai!)  e rispettosi del creato datoci in affidamento per un tempo relativamente breve. Questo ossario vuole anche dirci che di fronte alla morte siamo tutti uguali.
 
- Ma questo lo aveva anche detto Totò con “la livella”.
 
- Eh già, peccato che stupidamente non lo impariamo mai.
 
- Mario, però ti confesso che tutto ciò non mi fa molta paura.
 
- E’ naturale, perché tutto è disposto con cura come un'opera d’arte. (Se non aggiungessi tutti gli apostrofi lui continuerebbe a non metterne neppure uno).
 
- Come la vita stessa.
 
- Sì, ben detto, la vita è una vera opera d’arte che noi non sappiamo apprezzare, ci pensa poi la morte a rimettere tutte le cose a posto.
 
- Mario perché balli, per caso hai paura?
 
- Ah, no, ci risiamo, tu rimani io vado e torno presto.
 
- Sbrigati, ma dove vai?
 
 Mario, ballando, non gli risponde e scappa via come una saetta.
 
Tony allora gira da solo per le cinque cappelle, ammirando la disposizione certosina di tutte le reliquie, tutto geometricamente ordinato ma che non sembra statico. I corpi intonacati e mummificati dei frati sembrano accogliere quasi come custodi i visitatori. (Se non metto qualche punto e qualche a capo  il lettore muore asfissiato). 
Nei piccoli absidi della quarta cappella, invece, i cappuccini sembrano a guardia del luogo, quasi ad ammonire che nessuno tocchi nessuno: tibie, teschi e femori non sono lì per bellezza ma per aiutarci a capire il vero senso della vita.
Oggi siamo presuntuosi esseri di questo mondo, domani solo fredde e inanimate ossa “cui prodest?”. (Cacchio c'entra la citazione in latino adesso?)
Invece a Mario gioverebbe qualcos'altro, per esempio una visita medico/urologica, perché quasi come un ossesso ha girovagato per tutta la chiesa, scrutando e cercando una miracolosa porta con la targhetta w.c..
Sfortunatamente per lui la chiesa è bella ma piccola, e sta per succedere l’apoteosi dell’evacuazione, eppure deve esserci un santo della santa prostata, perché miracolosamente da una porticina vicino alla navata laterale destra una fievole luce apre a Mario uno spiraglio. Lui vola come un jumbo jet, entra senza guardare, non vede nessuno, lo sguardo gli casca a pennello su una bottiglia vuota, la prende, deve sbrigarsi sono momenti drammatici, come potrebbe scusarsi di tale sacrilegio? Non può pensarci, si gira di spalle, ormai ha una tecnica collaudata, la fa, forse non tutta ma sufficiente per tirare un sospiro di sollievo e, con la bottiglia sotto braccio, esce trafelato.
 
- Mario, tutto ok?
 
- Quasi. Bene, che facciamo? Usciamo?
 
- Mi sembri un po’ rosso e sudaticcio, alla tua età queste corse potrebbero farti male.
 
- Ma chi? A me? Ragazzo, io alla tua età correvo i cento metri come Pietro.
 
- San Pietro?
 
- No, Pietro Mennea!
 
- Ah! Allora è da lui che hai imparato?
 
- Ma allora la cripta dei Cappuccini non ti ha insegnato nulla? La vita è una ruota, oggi a me e domani a te.
 
- E vabbè, però quando toccherà a me magari parlerei con un dottore.
 
- Senti, che ne diresti di un bel caffè in un bel bar di via Veneto?
 
- D’accordo, ho capito l’antifona, domani dove andiamo?
 
-Tony, domani ce ne andiamo da Pasquino.
 
- Il pasticciere?
 
- Ma no, quello è Pasquale!
 
-E  allora chi?
 
-L a statua, Tony! La statua parlante!
 
- Ah! Hai ragione ho avuto un "làpìs"!
 
- Questa l’hai copiata da Totò!
 
- Beh! Un doveroso omaggio al principe della risata, non ti viene da ridere?
 
- E domani ti accontento.
 
- Che facciamo domani?
 
- Tony, adesso non dovevamo andare a prendere il caffè?
 
- Ti scappa, eh!... Ma quella bottiglia che tieni sotto il braccio a che ti serve?
 
Amici lettori del blog più stellare di questa galassia culturale, non vi sembra di vedere i nostri due protagonisti che sottobraccio entrano come due movie star  di Hollywood in un bar di Via Veneto più arzilli che mai, dopo aver visto nella chiesa di fronte la morte in faccia? Anche quella è arte, ci rivediamo nella Roma nascosta alla prossima puntata.
 

 

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