Coniunctio Oppositorum nel concerto per pianoforte e orchestra “L’imperatore”

Di Guido Mina Di Sospiro, originalmente pubblicato su New English Review sotto il titolo di Coniunctio Oppositorum in Beethoven's Emperor Concerto; tradotto da Patrizia Poli.
[Dal 1833 al 1838 il compositore francese Hector Berlioz scrisse un insieme di saggi che complessivamente venne conosciuto come Étude critique des symphonies de Beethoven, diventando così il più grande sostenitore di Beethoven in Francia. Mentre le intuizioni musicologiche sono degne di nota, lo stile è così carico e appassionato che, per la nostra sensibilità contemporanea, appare eccessivo. Essendo io ugualmente entusiasta del concerto l’Imperatore di Beethoven, ho pensato di scrivere un pezzo nello stile di Berlioz. Sebbene un approccio del genere possa puzzare di postmodernismo, la mia passione è sincera. Preparatevi pertanto a leggere qualcosa che scaturisce direttamente dall’epoca romantica.]
I musicologi sostengono che, nella storia della musica classica, la sinfonia e la sonata sono le più ambiziose forme di composizione. In effetti, il concerto per uno o più strumenti e orchestra è inevitabilmente più teatrale, promuovendo spesso, piuttosto che la musica in sé, un vacuo virtuosismo. Ma il concerto l’Imperatore di Beethoven per piano e orchestra eleva la generalmente ovvia contrapposizione tra solista e orchestra a una compiuta integrazione di animus e anima, sole e luna, i due elementi opposti dell’universo, in un trionfalmente riuscito esempio di coniunctio oppositorum (da non confondersi con il non-dualismo di filosofi pedanti).
Quanto segue dovrebbe incoraggiare i lettori a tornare alla fonte, cioè, al concerto stesso, che sia la prima volta che lo ascoltano o l’ennesima.
Il Concerto per pianoforte n° 5 in mi bemolle maggiore opera 73 l’Imperatore è il prototipo della perfezione concertistica. L’orchestra è la donna; il piano, l’uomo; la loro musica insieme, fare l’amore.
D’altra parte, che cosa significa “concerto”? Dal fiorentino antico, accordo, armonia, probabilmente dal tardo Latino concertus, participio passato di con-cernere, mescolarsi. I successivi tentativi di compositori meno dotati non reggono il confronto; alcuni sono di fatto risibili, specialmente il primo di Tchaikovsky, avventuroso ma istrionico e vuoto. Lo strumento solista che lotta contro l’orchestra; l’orchestra che cerca di sommergere il solista in caotici fortissimi. Maschio e femmina, in lite l’un con l’altro, che si azzuffano in pubblico!
Per ritornare all’Imperatore:
I. Allegro
Il primo movimento è ciò che gli smidollati uomini a venire – modernisti, esistenzialisti – non avrebbero mai potuto concepire, men che meno comporre. L’orchestra introduce il pianoforte improvvisamente: un sonoro, fortissimo tutti, solo pochi secondi e poi – à toi, mon amour, lei, l’orchestra, sembra sottointendere. E il piano la compiace con fantastici arpeggi e scale, riversandosi scintillante in un abbagliante, cadenzato, sfoggio di virtuosismo, ma non fine a se stesso. Lui, il piano, sta facendo tutto ciò per la sua amata, l’orchestra. Nella speranza di fare una buona impressione, non c’è niente di meglio che l’esuberanza. I fortissimi accentuanti dell’orchestra sembrano confermare che tale esuberanza è gradita. Poi, finiscono i fuochi d’artificio e i due si mettono all’opera.
Innegabilmente colpita dal suo corteggiamento, e dal grado di preparazione che ha evidentemente comportato, lei accetta le sue ouvertures. Il tema è introdotto. E poi, che cos’è? È amore allo stato puro.
L’orchestra stessa gli mostra che non intende ricevere passivamente le sue attenzioni. La sua ispirazione e la sua abilità sono pari alle sue. Ed è ugualmente agile, cosa straordinaria, visto che conta cinquanta o più strumenti. Così è lei che prende il comando, e il piano si zittisce, rispettoso e ammirato mentre, senza che nessuno l’ascolti, piange sommessamente.
È tempo di essere di nuovo uniti. Lui ascende alle altezze di lei con una scala vertiginosa, che si livella con un trillo prolungato. Il piano vorrebbe poter sostenere le note come un organo, ma appena una nota è formata, comincia a svanire. Il trillo è il suo espediente per sostenere le note indefinitamente. D’altronde nessuno meglio di lui sa come cesellare simmetricamente melodie celestiali dagli accordi trancianti dei suoi martelletti. Percussivo o meno, tutto ciò che sa fare è cantare.
Poi il tema è suonato di nuovo, questa volta più gentilmente. Ma presto la passione monta ancora e riconquista i due. È un altro fortissimo, poi un piano, mentre il tempo continua a mutare – niente sembra in grado di fermare le loro emozioni e i loro virtuosismi. Suonano con abbandono, e tuttavia si trattengono, attenti a non oltrepassare i rispettivi confini, fin troppo consapevoli che, se ciò accadesse, ne risulterebbero rumore e tormento invece che musica e amore.
È una sfida, ma entrambi gli sfidanti rispettano le regole autoimposte. E le ampie modulazioni enarmoniche; lo schema tonale così rispettosamente rivoluzionario (tenendo il genio dentro la bottiglia, piegando ed estendendo le regole, ma in ultimo rispettandole, Beethoven risulta più potente che il suo contemporaneo Schubert, il quale, invece, avendo lasciato uscire il genio dalla bottiglia, modulava liberamente verso tonalità distanti); gli accordi martellati dagli strati più profondi della psiche del piano, pronti a balzare avanti, sconfinando in vero e proprio romanticismo.
Ma qui il piano inverte la marcia impetuosa, e regredisce, sorprendentemente, al contrappunto. Non è ancora tempo di balzare avanti. L’orchestra ritorna perentoriamente o alla dominante o alla tonica, nel tentativo di non superare il limite, in modo che non si verifichi una rottura, ma un’estasi. Il piano entra ed esce di scena con scale cromatiche, mentre l’orchestra approva e continua a suonare. Persino la cadenza diventa ridondante - l’intero movimento è intriso di virtuosismo, è virtuosismo. Per il bene dell’amore, questo e altro!
L’Allegro termina all’unisono, forte, fortissimo e poi piano, oscillando ampiamente in dinamica ed emozioni. “Ti ho mostrato tutti i miei fuochi d’artificio,” annuncia il piano, “non potremmo adesso fare l’amore carezzevolmente?”
L’orchestra dà il suo consenso con tre accordi conclusivi.
È tempo di riposare.
II. Adagio un poco mosso
Le parole più forti di un amante sono quelle sussurrate nell’orecchio dell’amata. È L’orchestra, i suoi archi – dovrei dire le sue mani? – che inizia a carezzare. Partecipano anche alcuni strumenti a fiato. Una breve sospensione... e il piano deve intervenire.
Dapprima esitantemente melodico, e tuttavia con la perfetta volizione di un dio, canta la sua melodia in modo celeste, che contrasto con il suo precedente esibizionismo! Non si tratta che di poche scale discendenti.
E noi,
che pensiamo alla grazia come a qualcosa che
ascende
rimaniamone, ora, sconcertati
sentendola
discendere
Ma lui non può resistere alla tentazione di alcuni trilli.
“Molto bene, dunque,” dichiara l’orchestra, “ma non eccedere!”
Presto lui riprende la melodia, e lei lo accompagna con signorile delicatezza. Poi è lui ad accompagnare, e lei a cantare, il suo flauto sopra gli archi. Questi sono i modi degli amanti. Adagio, ma, un poco mosso…
Il piano annuncia un cambio di direzione, timidamente, due volte...
Poi,
III. Rondò: Allegro ma non troppo
È un’improvvisa esplosione!
I due intonano uno sfolgorantemente volteggiante rondò, che reitera le stesse emozioni ma in toni più vividi e in tempo più serrato. Uomo e donna pienamente inebriati dal loro valzer rapido e sincopato, sebbene mai fuori controllo, mai lasciandosi andare a un caos orgiastico. Al contrario, il loro abbandono è conscio e inconscio allo stesso tempo. Volteggiando, ruotando, piroettando, disegnando cerchi, orbitando – non è ciò che fanno i pianeti nella loro annuale ricerca di amore empireo?
Dalla velocità e dall’altezza inebriante dell’Allegro, il piano rallenta la sua corsa, e ingaggia un duo con, fra tutti gli strumenti, i timpani! È la naturale conclusione di così tanto dare e ricevere.
I due si baciano per l’ultima volta, nel modo in cui si baciano gli amanti dopo che la loro passione si è placata. È un momento di tale enormità sia musicale sia spirituale, Dio ne è partecipe. Se la storia dell’umanità terminasse su quelle note finali, non sarebbe del tutto inaccettabile.
Sfortunatamente, Beethoven concluse il concerto con un bang, una ricapitolazione finale. Uno stridente fortissimo sia di piano sia di orchestra segue quel momento di sublime divinità. Convenzioni del tempo. È quasi come se due amanti, dopo aver fatto l’amore, si chiedessero l’un l’altro: “Ti è piaciuto?” e urlassero le loro risposte ai quattro venti.
us
be
disconcerted
hearing it . . .
descend.
But he can’t resist the temptation of a few t(h)rills.
Natale

Alla fine è arrivato il giorno tanto atteso dal mondo intero. Il giorno dove lo spirito della festa prende corpo attraverso una esternazione ossessiva di luci, di odori di cucina, di dolci, di zenzero e cannella. La strade dovrebbero essere piene di neve per rendere suggestiva l’atmosfera, però difficilmente capita, almeno alle nostre latitudini. Non è certo il clima, però, quello che conta, quanto la festa. Nel profondo nord si dice abiti colui che è l’emblema unico, quello che oggi verrebbe chiamato il testimonial, visto che si vive solo di pubblicità. Lui si dedica ogni volta, ormai da troppi anni, alla gioia dei piccoli portando in giro per il globo la sua slitta magica che vola, trainata da renne ancora più magiche. È arrivato il giorno, dove tutti aspettano l’uomo in rosso e dalla barba bianca. I bambini preparano l’albero sotto il quale sperano di trovare realizzati i loro desideri, gli adulti cercano di adeguarsi allo spirito di festa che aleggia come una nebbia dolciastra per le strade e contamina l’animo degli uomini. Sono pochi quelli che cercano, con grandi sforzi, di tener duro per tutto il periodo, di resistere a questa smania di festa a ogni costo. Loro conoscono i sacrifici fatti per undici mesi l’anno e vederli sperperati in una settimana non rientra nei loro desideri. Altri, invece, si arrendono al fiume di euforia godereccia, di tradizioni che vengono rispolverate ogni anno, in nome di antiche credenze che impongono riti e costumi sempre uguali.
La cerimonia della partenza dal sito lontano e innevato è pronta, l’uomo in rosso, rubicondo e ridanciano si appresta a partire:
"Andiamo amiche mie, è tempo di partire, la slitta è pronta ed è bella carica, quest’anno partiremo in anticipo per accontentare quanti più bambini possibile. Ne hanno un disperato bisogno, devono poter ancora credere in noi, prigionieri come sono di diavolerie moderne che fanno perdere di vista lo spirito del Natale che dovrebbe essere nei loro cuori. Li ho visti, durante tutto l’anno, soli, immusoniti e, persi dietro un piccolo quadrante luminoso a bruciarsi gli occhi guardando delle cose insulse e diseducative. Non hanno fatto dei disegni, non hanno scritto le letterine, sapete, ne sono arrivate meno della metà di quante ne arrivavano fino a pochi anni fa. Se continua così, saremo destinati a scomparire nel nulla, senza quello spirito e la convinzione della nostra esistenza nei loro cuori, noi non abbiamo ragione di esistere. Saremo solo un ricordo di quello che siamo stati e, forse, nessuno nel tempo si ricorderà più di come era il Natale e di cosa significava. Allora andiamo, forza ragazze mettiamoci in viaggio, diamoci da fare, potrebbe essere l’ultima volta per noi."
Vola l’uomo in rosso senza età, vola sopra i tetti e i camini fumanti, lascia durante il cammino doni e scie luminose di bontà, d’amore e comprensione. Domani, purtroppo, sarà un giorno normale, uno dei tanti che si dovranno affrontare e la magia di questa notte sarà passata, come una nuvola rosa di un tramonto, che svanisce nel buio.
Radio Blog: Magic Blue Ray
Condividendo la passione per la lettura si fanno delle conoscenze belle e inaspettate, come mi è accaduto incontrando Dario Amadei ed Elena Sbaraglia, animatori dell'iniziativa culturale Magic Blue Ray.
Si tratta di un'associazione che si occupa dei grandi e dei piccoli lettori, aiutando a metterli in contatto tra di loro, a condividere le loro storie e i libri della loro vita con grande fantasia e apertura mentale.
Questo e molto altro è Magic Blue Ray, che vi invitiamo a conoscere meglio sia attraverso la loro pagina Facebook che il loro sito internet.
Oggi Dario ed Elena ci raccontano, con ironia, passione ed entusiasmo, tre libri ai quali sono particolarmente affezionati:
- Follie di Brooklin di Paul Auster - Einaudi editore
- Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman - Garzanti Libri
- Mio amato Frank di Nancy Horan - Einaudi editore
Buon ascolto!
A cura di Chiara Pugliese
Per saperne di più dell'attività di Dario ed Elena: www.magicblueray.it
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Natale e Naquale

Radio Blog: #caseeditrici Graphe.it Edizioni e i regali last minute

«La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere. Sfogliarli a caso è sognare».
Questa frase di Arthur Schopenhauer è stata scelta dalla Graphe.it Edizioni come proprio motto.
Guardando ed ascoltando questo video potrete saperne di più di questa casa editrice indipendente e delle sue pubblicazioni e, chissà, magari potrete trovarvi ispirazioni per qualche regalo di Natale dell'ultimo momento!
Buon ascolto!
Radio Blog: Danil, "L'orologio e l'Incantesimo del tempo"

Doroty è l'orologio della torre Civica, uno dei simboli di Amatrice, che nella fantasia viene chiamata Pendula dall'autrice. Parliamo della fiaba L'Orologio e l'Incantesimo del Tempo di Daniela Lotti, in arte Danil. E poi ci sono Don Tirchiotto, la bambina folletto, Speranza e tanti altri fantasiosi personaggi, che animano questa delicata fiaba di Danil.
Libro ispirato e dedicato al terremoto di Amatrice, che, due anni fa, ha sconvolto il centro Italia.
Di questa fiaba è stato poi realizzato l'audiolibro, narrato da Flavio Insinna.
Il ricavato del libro, dell'audiolibro e di tutti gli eventi connessi, sarà devoluto in beneficenza all'Istituto Omnicomprensivo di Amatrice.
A Radio Blog vi regaliamo l'ascolto di un piccolo estratto dell'audiolibro e, se la storia vi piacerà, cliccate su bit.ly/LibroDanil per acquistare il libro e su bit.ly/audiolibroDanil per "ascoltare" tutta la fiaba!
A cura di Chiara Pugliese
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Ritorno a casa

Stavo tornando a casa. Dopo quattro anni di lontananza rivedevo le vette innevate dei monti sulla valle. Il tempo che ho trascorso lontano da casa è servito per tornare. Non mi ero allontanato molto, solo due montagne più avanti, ma sembrava che fossimo chissà dove. Per attraversare due montagne abbiamo impiegato quattro anni. Quando sono partito c’era la neve, così come c’è adesso, non ne posso più del freddo. Ritorno a casa giusto in tempo per trascorrere il Natale a casa con i miei. Mancano ancora due gironi e ormai sono arrivato. Sto percorrendo antichi sentieri, siamo in pochi a conoscerli, io li ho appresi da mio nonno quando ero piccolo e lui mi portava in giro su per i monti attraverso questi sentieri. Percorsi scavati nella roccia nei secoli, dalla gente del mio paese, con il salire e scendere dagli alpeggi con gli scarponi pesanti, che rendevano più faticoso il cammino. La neve copre tutto e il mio passo è reso pesante dalla fatica, il piede affonda ed è una tortura tirarlo fuori per poi farlo affondare di nuovo. Ci sono parole che non dovrebbero essere pronunciate, parole che il tempo ha reso prive di significato come quella che ci ripetevano ogni giorno: “vinceremo”. Chi dovevamo battere per vincere e, come dovevamo vincere?! Semplicemente camminando nella neve e nasconderci nelle buche? Ci sono cose che non possono essere dette. Abbiamo combattuto contro il nemico, abbiamo lottato contro il freddo, contro la fame, tutti noi abbiamo perso qualcosa, qualcuno che era al nostro fianco, un amico, un compagno, una voce che parlava di cose che confortavano il cuore.
Ancora lunga è la strada che conduce alla mia valle, cammino sull’orlo di un crepaccio lungo la dorsale del monte, qui venivo da ragazzo a sfidare il vento. Anche allora camminavamo su un sentiero così piccolo da dover mettere i piedi uno dietro l’altro per camminare, non c’era lo spazio per metterli appaiati. Con o senza la neve era un’abitudine. Sto facendo lo stesso cammino, ma ora non lo riconosco più, qualcosa è cambiato, non ho più l’incoscienza giovanile, perché adesso ho paura di mettere un piede in fallo, non ho la stessa temerarietà di una volta. Il passo è lento. Il cappotto militare che indosso non agevola i movimenti, vorrei liberarmene, ma il gelo me lo impedisce. Eccola laggiù la valle, le case coperte dalla neve. Ci sono ricordi che non si possono dimenticare, la fisionomia e la forma del proprio paese. La via principale che lo attraversa da un capo all’altro, i pochi vicoli che s’intrecciano lungo la via per rompere la furia del vento. La mia casa si trova all’estremo lato sud, là dove ora vedo un recinto di animali, ma senza bestie al suo interno. Il costone è finito e ora, finalmente, ho ritrovato il sentiero che comincia a scendere per arrivare al piano, la neve diventa più sottile, più leggera, il vento che entra da nord e percorre la valle la spazza via in turbini sempre più fitti. Non sento più i piedi, devono essersi congelati dentro il cartone degli scarponi, ma non importa, la vista di casa rafforza la volontà di arrivare e riabbracciare chi un giorno disse “ti aspetterò, ti amerò per sempre”. Ci sono promesse che non andrebbero fatte. Quattro anni non sono “per sempre”, ma sono sufficienti a conservare intatte le promesse?
La neve è quasi svanita, c’è solo freddo e il vento che sbatte sulle imposte, sulle tavole sconnesse delle stalle. Mi guardo intorno e non vedo nessun riferimento al Natale che sta per arrivare. Ancora pochi passi e potrò bussare alla porta di casa mia. La strada è deserta, non passa nessuno. Il giorno sta volgendo al termine e nella penombra della sera si accende qualche luce. Candele e lumi a petrolio, sento il puzzo che esce dalle case e che si mescola con il fumo dei camini. Sento l’odore del fumo ma non porta nessun odore particolare solo fumo di legna e aria fredda.
Ci sono cose che nessuno immagina possano accadere eppure accadono; succede quanto non te lo aspetti. Arrivo alla porta di casa mia, mi fermo per riprendere fiato, fisso la porta di legno di quercia che aveva fatto mio padre, la vedo ma non la ricordo così corrosa e quasi marcita, un legno vecchio e pieno di schegge. In quattro anni possibile che si sia rovinata in questo modo? Busso due colpi, poi uno poi due. Il segnale che usavo da giovane, questo era il mio modo di bussare, mia madre capiva che ero io. Ora non apre nessuno. Riprovo ancora con la bussata particolare, ancora nessuno. Busso normalmente, insisto con rabbia, tempesto la porta con pugni violenti. Finalmente qualcuno apre, appena uno spiraglio, un viso sconosciuto che mi guarda con sospetto da dietro la fessura della porta.
Chi è quell’uomo? Non lo conosco, cerco di avvicinarmi per vederlo meglio in viso, ma lui si ritrae impaurito. Ha visto la mia divisa da militare. Teme qualche azione da parte mia. Cerco di rassicurarlo:
- Scusa, chi sei tu – gli dico con voce calma e tranquilla, non voglio allarmarlo, - cosa ci fai in casa mia!
Lui mi guarda con stupore, ha sentito bene la mia domanda, ma non capisce.
- Questa non è casa tua soldato, ci abito io già da due anni, piuttosto, tu come fai a dire che è casa tua?
Adesso tocca a me essere stupito. Ha detto che abita qui da due anni, allora i miei parenti che fine hanno fatto? I genitori, la ragazza che aveva promesso fedeltà imperitura, i fratelli, dove sono? Non posso credere che siano tutti morti, chiedo:
- E' la verità, prima di partire io abitavo qui con i miei genitori e i miei fratelli, sono tornato dopo quattro anni di lontananza, e non trovo più la mia famiglia: dov'è?
Il tizio comincia a capire, fa la faccia cupa, sa qualcosa, ma ha timore a parlare, mi guarda e m’invita ad entrare,
- Vieni dentro, fa freddo qua fuori e, vedo che non sei messo bene.
Entro e il caldo del camino mi avvolge in un abbraccio caloroso, esplode dentro di me tutta la fatica, la stanchezza, la fame accumulata durante il viaggio di ritorno. Crollo su una sedia e già sento nelle ossa un brivido spiacevole, quanto dovrà dirmi il tizio che mi ha aperto la porta, di certo non sarà una buona notizia.
Ci sono storie che non andrebbero mai raccontate. Quella della mia famiglia era una di queste, quando l’uomo che sta al mio fianco comincia a parlare, una strana pace si impossessa di me. Lui parla, racconta le vicende degli ex abitanti della casa che, adesso, è sua.
Dovrei prestare più attenzione, indignarmi, commiserarmi o anche piangere, invece me ne sto lì impassibile con lo sguardo nel vuoto vicino al fuoco di un camino a lungo desiderato. Il sonno si fa strada e s’impossessa di quanto è rimasto di un giovane corpo partito quattro anni prima per andare due montagne più avanti a difendere altre valli da uomini, un tempo amici, trascurando di occuparsi della propria montagna. Voglio credere che sia stato il vento e, non qualcuno, a spazzare via le speranze dall’animo degli abitanti la casa in fondo al viale, di un paese, nascosto in fondo alla valle. L’uomo non dice più nulla ha visto che mi sono addormentato e mi copre con una coperta. Dormo per un tempo indefinito, senza sogni, senza problemi, un sonno che nasconde la delusione, la rassegnazione di non poter passare il Natale con la famiglia. Quando mi sveglio la prima cosa che sento è un odore di zuppa, la fame repressa esplode in tutta la sua virulenza, mi alzo dalla sedia vicino al camino, sento dopo tanto tempo il calore nelle mie mani rimaste gelide per troppo tempo. L’uomo mi guarda, abbozza un sorriso, al suo fianco una donna avanti con gli anni e al fianco due bambini dalla faccia smunta. Mi fissano come un oggetto misterioso, il mio lungo cappotto militare mi dà un’aria di uomo più grande di quello che sono, ho la barba lunga e gli occhi arrossati, uno spettacolo insolito per un soldato del regio esercito. Cerco di prepararmi e andare via da quella casa che non è più la mia, sono un ospite non desiderato, devo andare, non so dove ma devo uscire da quella casa, prima che perda il calore che ho recuperato e la fame non mi faccia svenire. Sto pensando come fare quando una voce mi raggiunge:
- Come ti chiami soldato?
La voce è del capofamiglia, che, dopo avermi chiesto il nome, mi fa cenno di avvicinarmi alla tavola. La donna si era alzata e sta apparecchiando, mentre penso a come rispondere all’uomo vedo con la coda dell’occhio che sta mettendo cinque coperti, loro sono in quattro, un pensiero mi corre veloce nella testa.
- Mi chiamo Giuseppe, quando abitavo qua, i miei mi chiamavano Pino, se volete potete chiamarmi così anche voi, siete delle brave persone e non è colpa vostra se adesso io non ho più una casa né una famiglia.
Tranquillo Pino, tutti noi abbiamo sofferto questo periodo oscuro, ora sembra che ne siamo fuori e per questo dobbiamo ringraziare il Signore, domani è Natale, dobbiamo celebrare la nascita, sperando che ci porti un po’ di serenità. Resta con noi, ci fa piacere avere un giovane in casa dopo aver perso mio figlio, aveva più o meno la tua età, è caduto sui monti da dove sei arrivato tu, chissà forse era un tuo compagno d’armi. Resta, ci sembrerà di averlo ancora tra noi. Dovrai accontentarti di quello che abbiamo, siamo poveri ma tiriamo avanti, aspettiamo la fine dell’inverno per riprendere i lavori nei campi, forse potresti darci anche una mano, se ti va di restare in casa tua.
L’uomo parlava e io dovetti sedermi per l’emozione, non pensavo a nulla del genere, ma dovevo immaginarlo, la gente della valle è rustica, parla poco, ma ha un cuore enorme, capace di gesti e parole che rincuorano. Non avevo voce per rispondere, mi limitai a fare un cenno affermativo con la testa.
Mi decisi a togliere il cappotto e, da sotto quella palandrana, uscì fuori il corpo provato di un giovane di ventisei anni, ma che ne dimostrava quaranta. Senza parlare mi avviai verso la cucina, sapevo bene com’era fatta la mia casa, per darmi una lavata di mani, l’indomani dovevo rimettermi in ordine, non potevo presentarmi al Natale così com’ero combinato adesso.
La cena con i nuovi amici fu breve e molto parca. Una zuppa d’ortica e pane e delle fette di salame uscito chissà da dove. Per il giorno dopo, Natale, non so cosa avesse in mente quella famiglia, io da parte mia per contribuire pensai di tornare indietro fino al punto in cui avevo nascosto il fucile in dotazione e con quello cercare di andare a caccia di qualcosa di più sostanzioso. Non dissi niente all’uomo che mi aveva ospitato, che seppi dopo si chiamava Pietro, dissi solo che volevo fare un giro di giorno per vedere il cammino fatto. Presi il fucile e m’incamminai verso la salita che portava al bosco dietro la collina, prima di arrivare alla montagna vera e propria. Ero nato in quella valle e conoscevo tutti i suoi segreti, con la neve poteva capitare anche d’incontrare un cervo o un daino scesi per cercare del cibo dove la neve era più bassa, anche qualche lepre rientrava fra la selvaggina possibile, camminai a lungo cercando le orme di animali, ma non trovai niente, ero arrivato in cima alla collina e mi accinsi a scendere, nel farlo dall’alto vidi più a valle poco distante dal sentiero che dovevo percorrere, un movimento! Cercai di vedere meglio e finalmente li vidi, erano caprioli riuniti intorno a una rientranza del terreno che non era coperto di neve, c’era dell’erba e stavano mangiando tranquilli non si aspettavano pericoli in quella zona e in quel periodo. Scesi con cautela fino a raggiungere un posto molto vicino a loro, erano in tre due giovani femmine e un maschio adulto. Decisi subito per una delle due femmine, l’altra coppia avrebbe potuto procreare. Controllai il fucile, le pallottole, avevo una sola occasione e non potevo fallire. Il colpo risuonò in un’eco senza fine rimbalzando da monte a monte, ma dovetti spararne un altro, anche se ferita, la femmina stava cercando di nascondersi nel bosco. Quando rientrai a casa di Pietro con l’animale sulle spalle ci furono scene di gioia specie da parte dei bambini, la moglie aveva le lacrime agli occhi. Pietro mi guardò con uno sguardo scrutatore, ma non trovò traccia di nulla. Mi strinse la mano. Fu il primo Natale dopo quattro anni per tutti noi seduti a quella tavola che mangiammo carne fino a scoppiare. La polenta nel paiolo sul camino borbottava e il viso dei bambini si fece rosso dal caldo e dal cibo. Il primo Natale passato in casa fra gente di cuore e senza il rombo opprimente dei cannoni.
Radio Blog: I libri sotto l'albero di Elena Brilly

Un nome: Elena Brilly, un blog: Crazy Alice in Wonderland e una rivista: Writers.
Come promesso proseguono i consigli per gli acquisti di Natale e sarà la voce di Elena Brilly a dispensarceli.
Le sue scelte sono eterogenee ed interessanti con un finale dedicato alla conoscenza di due autori emergenti : Massimo Baldi con il suo libro Passeggiando con Esopo nella mitica terra di Zoolandia e Paolo Mormile con Dizionario dell'alcol. Ricordi oziosi di un padre separato edito da Arduino Sacco.
Due fratelli e le renne

Radio Blog: I libri sotto l'albero di Serena Rossi

Ma quanti bei consigli di lettura che ci offre la nostra Serena Rossi, curatrice del blog Quando la Sere legge e già altre volte ospite di Radio Blog! Si spazia dalla narrativa, ai classici, al graphic novel.
I titoli sono :
- Rughe di Paco Roca edito da Tunué
- Neve, cane, piede di Claudio Morandini edito da Exòrma Edizioni
-Frida di Vanna Vinci edito da 24 ORE Cultura
- Amy e Isabelle di Elizbeth Strout edito da Fazi Editore
- L'Agnese va a morire di Renata Viganò edito da Einaudi editore
- Il regalo più bello - storie di Natale edito da Einaudi editore
Ascoltate questo interessante audio dove Serena ci racconta questi libri e ci spiega perché, secondo lei, dovremmo metterli sotto l'albero di Natale.
A seguire, nel prossimo audio, un'altra blogger, Elena Brilly del blog Crazy Alice in Wonderland, ci darà molti altri consigli di lettura quindi... più che mai....RESTATE SINTONIZZATI SU RADIO BLOG!!!!
A cura di Chiara Pugliese
Illustrazione: Eva Pratesi - Geographic Novel
Musica: bensound
Per contattarci:radioblog2017@gmail.com
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