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Arte al bar: BANKSY "La Madonna con la pistola" di piazza Gerolomini

13 Settembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #arte al bar

"La Madonna con la pistola" di Bansky e l'omaggio di Walter Fest "La Madonna con la pistola" di Bansky e l'omaggio di Walter Fest

"La Madonna con la pistola" di Bansky e l'omaggio di Walter Fest

 

Eccoci, amici della signoradeifiltri, uno dei miglior blog cultural pop, per un nuovo appuntamento artistico di strada. 

Proprio per questo mio modo estemporaneo di parlare di arte on the road, oggi descriveremo l'opera di un artista velato da un alone di mistero, attraverso il quale si è reso celebre come elemento di spicco della street art. 

Vi descriverò la Madonna con la pistola, opera di Bansky, a quanto pare l'unica realizzata in Italia, precisamente a Napoli.
Banksy è un artista dai mille volti perché in realtà non ne ha neanche uno, voglio dire che esiste ma non si vede, eppure appare su muri e luoghi di tutto il mondo, messaggia ad arte e, come un fulmine, spunta fuori come un tweet, come un wuozap, come un msg, lasciando segni e segnali artistici, ma anche spunti di riflessione. Forse la sua forza è proprio quella di non apparire, magari è questo il vero senso dell'arte, quello di non apparire ma di far gioire e riflettere.
Ma oggi tutti sono allo stadio, qualcuno alla sagra della ciliegia, altri a spasso con il cane, Bice e Alice come al solito, a rapporto con i gatti, gli studenti sul muretto e perciò, amici lettori, essendo rimasto solo, parlerò di Banksy con il mio amico barista Gianni, anche perché sia io che lui abbiamo già avuto la fortuna di un incontro del terzo tipo con l'artista.

 

- Gianni, vogliamo raccontare ai nostri lettori come è andata con Banksy l'ultima volta che lo abbiamo incontrato?
 

- Certo, è stata un'occasione unica, talmente unica che nessuno ci crederà.
 

- Vabbè, proviamoci, ho con me la registrazione audio di quell'incontro.
 

- Sentiamola... lo vuoi un caffè al marron glace?
 

- Mmh... non ci sarebbe uno spuntino al panetton?
 

- Ho capito, ti porto tutte e due, dai, inizia che arrivo.
 

Questa è la registrazione audio della diretta effettuata il giorno 16 insieme all'artista Banksy che ci ha fornito il resoconto della realizzazione di questa Madonna con la pistola.


ON AIR
 

- Signore e signori, sto aspettando Banksy, dovrebbe arrivare a momenti, nel nostro ultimo contatto telefonico ci siamo accordati che, per riconoscerci, faremo entrambi come "parola d'ordine" il gesto delle corna e, quando gli ho chiesto perché proprio quello, mi ha risposto che lo aveva imparato a Napoli.

Quì al bar siamo tutti in febbrile attesa, passiamo ai raggi X gli avventori, tutti si muovono ma nessuno alza il braccio per il fatidico gesto. Eccolo, forse è lui, entra un capellone dinoccolato, no prende un gelato. Forse ora è lui, barba, aria da intellettuale, sguardo vanesio, flop, chiede una bomba alla crema con un cappuccino. Questa volta ci siamo, alto, magro, calzoni strappati sporchi di vernice, si siede, accavalla le gambe aprendo un giornale sportivo, disdetta, chiede un panino con la mortadella... è da un'ora che siamo qua, sta tardando all'appuntamento, manco fosse uno di noi. Ma ecco che un signore molto distinto sulla cinquantina, profumato alla francese, giacca e cravatta, scarpe lucide a specchio, ci fissa negli occhi, ci fa le corna e, con estrema sicurezza, si avvicina. Signore e signori Bansky è qui da noi in persona!

- Benvenuto fra di noi, sig. Banksy.

 

- Grazie a voi per avermi invitato.
 

Lo ammetto, è stato un vero colpo di fortuna, mi sono fatto raccomandare da Totonno Squagliarella, un amico napoletano di Gianni il barista.
 

- Signor Banksy, le dispiace se parliamo in romanesco?
 

- Of course, boy, perché no?
 

- Mòrto bene.
 

- Ah, me dispiace, quanno è successo?
 

- Ma cchè!?
 

- E' morto Bene
 

-Ma noo, Banksy, hai capito male, mòrto bene nel senzo dialettale, molto bene, và tutto bene!!!
 

- Vabbè.
 

- Signor Banksy, se potemo dà der "tu"?
 

- Manco me lo devi chiede, ma sbrigamose che devo pjà er treno pè Forcella (noto quartiere di Napoli).
 

- Senti n'pò, ma nun te sei stufato de rimanè nell'anonimato? Nun vai mai sulli giornali, né te vedemo mai n'tv, nun strilli mai ai talk show!
 

- Ma che stai a dìì, me sto a divertì come n'matto, semo io e l'amici mia, giramo er monno, vivemo ner mistero, nisuno ce rompe li...(bip)... semo libberi, capisci er significato, totalmente libberi!
 

- Banksy, ma nun cori er rischio che nisuno te capisce?
 

- Ma che te posso dìì, l'arte è na cosa che dà piacere, poi ognuno la pò capì come je pare.
 

- Banksy, ce racconti come t'è venuta l'idea de diventà n'writer?
 

- Ve la dico n'confidenza, me riccomanno accqua n'bocca!
 

- Tranquillo, saremo come li pesci rossi.
 

- Rossi?
 

- Sarebbe mejo pure n'pò gialli ma lassamo perde.
 

- Vabbè, stateme a sentì come è annata la faccenda, tutto è nato perché m'ero stancato de dipinge, nisuno me pagava, la critica me snobbava, er gallerista nun me telefonava e così pè nun cascà nella malinconia scelsi de cambià vita, ho lassato tele e pennelli e n'cominciato a girà er monno alla ricerca de na bona ispirazione, finché n'ber giorno ho ricevuto l'illuminazione. Me trovavo a spasso pe li vicoli de Napoli quanno, attirato da n'aroma forte, so entrato dentro a na pasticceria. Na bella mora dietro ar banco me fece magnà no babà, poi n'artro e n'artro ancora, 16 alla fine ne mannai giù, poi sempre la bella me disse: "La vulite assaggià nu poco e' pastiera?" Nun l'avessi mai fatto, me ne diede n'chilo e mezzo e pe finì n'bellezza Armando me fece pure tre caffè!!! Escì dar locale che stavo n'estasi, camminai, camminai felice e soddisfatto, e così, n'preda alla felicità, chiesi n'prestito a n'regazzino la bomboletta cò la quale stava a vernicià la bicicletta, pe nun sporcà dar fornaro me feci dà n'cartone, che ad arte ritagliai pè usallo come stencil, ero felice davanti a n'muro bianco de fianco a l'edicola cò la Madonna e er bambinello n'braccio. Su quer muro grezzo arifeci la Madonna a modo mio e fu così che lassai er pennello pe sta nova forma d'arte illuminata dalli lampioni delle strade.

- Banksy, daje, parlace ancora de st'opera fatta sur muro napoletano.

Stateme a sentì, l'arte è na cosa semplice, basta n'muro, n'segno, na sfumatura e poi lassà n'messaggio, l'arte è pe tutti, nisuno escluso, deve esse come l'aria che respiri, l'arte è nella vita stessa e nun ne poi fa a meno, si la levi rimane er nulla, certo devi esse rispettoso, un muro voto lo devi rende bello, nun poi esse 'gnorante e vòrgare. La vedi stà Madonna? E' stato n'segno de dorcezza ar popolo che tutti i giorni passa pe le strade, questa è la filosofia mia, insieme a peace&love ce vole pure la dolcezza, tutto er monno dovrebbe esse dòrce come nu babà. 

Finita l'opera sur muro de Napoli, nisuno se ne accorse, solo na vecchiarella me calò da na finestra n'cestino cò na cordicella e me disse: "Signurè, la vulite na sigaretta?" 
"Veramente preferirei un pò di dolcezza" risposi, allora la vecchiarella calò dei biscotti fatti a mano e mezzo fiasco de vino rosso e da allora diventai n'writer, giro de qua, de là, quanno vedo n'muro voto me pja l'ispirazione e l'arte trova casa n'mezzo alla strada.

 

- Signor Banksy, "Peace & love" va bene, ma allora perché la pistola sopra la testa della Madonna?
 

- Ma allora sei de coccio! La pistola l'ho messa lì proprio n'direzzione de la Madonna, quella vera e venerata dai napoletani, giusto ad indicare la direzzione della fede, cioè er birbante la finisce de esse violento e riprende la giusta via, tutti abbiamo una mamma anche i birbaccioni e chi cjà mamma nun trema nun lo sapevi?
 

- Banksy, mi sembra che er discorzo nun fà una piega. 
 

- Appunto, l'arte e l'amore vincono sulla violenza e sull'ignoranza.
 

E' a questo punto che Banksy interruppe la sua conversazione. Bice e Alice amanti dei gatti, che erano rimaste in ascolto ma noi non ce ne eravamo accorti, esclamarono in coro ..."Sì, però se non se la pianta di disegnare i topi, uno di questi giorni gli sguinzagliamo tutti i nostri gatti ,eh!"
 

Banksy rise come un matto, s'infilò sulle spalle un mantello nero di lamè che non si sa da dove era uscito fuori e, con un "puff", entrò in una nuvoletta bianca che sembrava dipinta a mano, sparendo come un sogno dalla nostra vista, fine della registrazione.
 

- Gianni, che ne dici?
 

- Dico che non te ne sei accorto e hai spinto sul registratore "Reset".
 

- E adesso?
 

- Ti dovrei dire quello che ha risposto la sora Lella a Carlo Verdone, hai cancellato le prove dell'incontro con Banksy e adesso te la pìì n'der cu...
 

- Vabbè, però teniamo sempre la fantasia!!
 

- La fantasia? Boh? Se lo dici tu!
 

- Sai la prossima volta con la fantasia dove ce ne andiamo?
 

- Dove andiamo?
 

- In Giappone....
 

- Ma in Giappone come faremo senza caffè, berremo solo il sakè?
 

- Tranquillo, portati una scorta di fantasia e vedrai che non rimarrai senza il tuo caffè.
 

Amici lettori della signoradeifiltri, preparatevi ad allacciare le cinture di sicurezza della vostra fantasia, la prossima volta andremo ad incontrare una famosissima opera di un grande artista Giapponese. Io e Gianni il barista vi ringraziamo, vi salutiamo e vi aspettiamo per la prossima puntata dell'arte al bar.

«L'opera di Banksy in fondo a Park Street affascina molto mio figlio di cinque anni e ci passiamo davanti quando andiamo a scuola e al ritorno. Ha tante domande, soprattutto che iniziano con la parola 'perché...?' [...] La mia opinione è che l'arte di strada ha la capacità di suscitare una reazione in tutti noi, indipendentemente dall'età.»
 

Paul Goghi

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Una vecchia che balla

12 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

Mi faceva veramente molta fatica fotografare i vestiti e caricarli sul blog, per questo ho interrotto i post sull’argomento “nuovi acquisti nel guardaroba”. Ma la moda, insieme a tante altre cose, rimane uno dei miei interessi, quindi da oggi ne parlerò senza fotografie. Ne parlerò come se parlassi a me stessa, cosa che, in effetti, faccio sempre mentre scrivo.

L’altro giorno la mia nipotina di cinque anni mi guarda scuotendo la testa: “Una vecchia che si mette i jeans”, dice. Ebbene sì, che piaccia o no alle nuove leve, metterò i jeans fino all’ultimo dei miei giorni, specialmente quelli elasticizzati che sono tanto comodi e modellano anche un po’ le trippe debordanti.

Sì, perché, dall’ultimo post di moda, ho guadagnato altri chili, in questa escalation che non finisce mai. Ora mi sento molto elefantessa gonfia, balena spiaggiata. Comprare vestiti è ormai un gesto compulsivo, non me li vedo neppure addosso, evito lo specchio come la peste.

Anche perché sono sempre di corsa. “Eh, ma tu non lavori più, quindi non hai niente da fare” mi dicono. Io sospiro e sto zitta. Una casa, un marito, un cane, quattro gatti (anche i felini si moltiplicano come i chili), due nipoti, una mamma anziana, le lezioni di agility dog, la palestra, un blog collettivo e la scrittura. Infatti, niente.

Allora, i jeans. Quest’anno usano carinissimi, con ricami sul fondo o bande laterali, con applicazioni e gli immancabili strappi. Con una scarpa giusta e una camicetta un po’ lunga sarete a posto giorno e sera. Non vi sovraccaricate di monili se i calzoni sono già lavorati, scegliete forme adatte al vostro corpo, vestitevi con una taglia in più, in modo scivolato e morbido, non comprate pantaloni skinny o slim bensì regular.

Ah, ho saputo che il blu sarà il colore dell’inverno e sarà chic abbinarlo al nero che lo illumina e lo raffina. A bientôt.

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Nato ieri

11 Settembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

 

 

 

 

 

Sei nato ieri,

dovevi essere bello e forte

resti un sogno nei miei pensieri

sei stato un regalo della morte.

Il tuo sguardo assente,

il tuo dolce sorriso

sono per me luna tagliente

senza eguali in nessun viso.

Dolori come spilli puntati

piovono in testa

vita che scorre con sogni svuotati

e la realtà ci calpesta.

Sei gioia, sei semplicità,

sei orgoglio e umiltà

sei vivo, sei spento,

sei oro e sei argento

sei vanità piegata, sei vita accettata.

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

 

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L'alloro

10 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

Febo Apollo, figlio di Giove, era il dio della musica e della poesia. Spesso, accompagnandosi con la cetra, cantava splendide storie che facevano dimenticare ogni dolore a chi aveva la fortuna di ascoltarle. Possedeva un bellissimo arco d’argento ed era orgoglioso della sua mira infallibile, troppo orgoglioso ...

Anche Cupido, il dio dell’Amore, possedeva un arco. Cupido era un bambino bellissimo e aveva costruito questo arco da solo, con legno di frassino, perciò ne andava molto fiero. Certo, il suo arco non era d’argento come quello di Apollo, ma poteva scagliare frecce d’oro o di piombo che avevano straordinari poteri e raggiungevano sempre il bersaglio: chi veniva colpito dalle frecce d’oro, si innamorava; chi veniva colpito da quelle di piombo non riusciva ad amare. Cupido era molto potente! Gli altri dèi, però, non lo prendevano sul serio perché era solo un bambino e questo lo mandava su tutte le furie.

Un giorno Febo aveva visto il piccolo dio mentre tentava di piegare l’arco per allacciare la corda ai due estremi.

- Cosa vuoi fare, tu, un fanciullo, con armi così grandi? - gli aveva detto - Questa è roba per me, che ho una mira infallibile e so colpire al volo belve e nemici! Fai pure i tuoi giochi da ragazzino e non tentare di imitarmi!

Il dio dell’amore gli rispose:

- Il tuo arco può trafiggere tutti, caro Apollo, ma il mio può trafiggere te ... –

Così dicendo, si alzò veloce nell’aria e trasse dalla faretra una freccia d’oro e una freccia di piombo: con quest’ultima Cupido trafisse Dafne, figlia di Peneo, fiume della Tessaglia; con l’altra colpì Apollo, trapassandolo fino al midollo.

Subito Febo si innamorò, mentre la fanciulla non voleva neppure sentire la parola «amore»: desiderava stare nel fitto dei boschi, a caccia di animali selvatici, con i capelli scarmigliati, trattenuti solo da una fascia. Molti, in passato, l’avevano chiesta in sposa, ma Dafne non voleva saperne: amava solo la sua foresta. Spesso il padre le diceva:

-  Figlia mia, scegli un marito, dammi dei nipoti!-

Ma lei lo abbracciava teneramente e lo pregava di lasciarla sola e libera, come la dea Diana.

Il padre, alla fine, si era rassegnato: se la sua Dafne non voleva sposarsi, non poteva certo costringerla ... Ma Apollo non si dava pace, era troppo innamorato! La seguiva ovunque, la spiava ... Guardava i capelli che le scendevano in disordine sulle spalle e pensava: «Come sarebbero belli, se li pettinassi!»

Gli occhi di Dafne erano per lui come stelle luminose; le dita, le mani, le braccia, tutto di lei gli sembrava bellissimo ...

La fanciulla invece lo sfuggiva e non si curava del suo innamorato. Un giorno Apollo la sorprese mentre riposava a¬l’ombra di un grande albero.

«Finalmente potrò dirle quello che ho nel cuore» pensò il dio, pieno di speranza.

Però non osava avvicinarsi, non voleva spaventarla: quegli occhi stupendi che si riempivano di terrore alla sua vista, lo facevano tanto soffrire ...

- Dafne ... - chiamò con un filo di voce, da lontano.

Sentendo pronunciare il suo nome, la figlia di Peneo si svegliò, si guardò intorno ... Da dietro una siepe Apollo le sorrideva, emozionato e tremante ...

Subito la fanciulla balzò in piedi e si mise a correre, più svelta del vento; correva, correva e non si fermava alle parole del dio:

- Ti prego Dafne, fermati! Non voglio farti del male, aspetta! Ho paura che tu cada, che i rovi ti graffino le gambe, che ti faccia male per colpa mia ... Corri più adagio, non fuggire!  Sai, io non sono un semplice pastore, sono i1 signore della terra di Delfi: Giove è mio padre! Rivelo agli uomini il futuro e so suonare la cetra. Io ho inventato la medicina e conosco i segreti delle erbe, ma non c’è erba che guarisca dall’amore! Le mie frecce sono infallibili ma una, più potente delle mie, mi ha ferito al cuore e nessuna medicina può aiutarmi ...

Avrebbe voluto dire tante altre cose, ma Dafne continuava a fuggire impaurita, lasciandolo con il discorso a metà. La paura la rendeva ancora più bella: il vento lieve le mandava indietro i capelli e agitava la veste leggera ...

Ma il dio è più veloce, non le dà tregua e infine è alle sue spalle ... Dafne non ha più forze, è pallida, disperata ...

- Aiutami padre! – dice - Se voi fiumi avete qualche potere, trasformatemi, fate scomparire il mio corpo che è troppo piaciuto ...

Ha appena finito la sua preghiera, che una grande stanchezza la invade, il petto delicato si fascia di una corteccia sottile, i capelli diventano fronde, le braccia si trasformano in rami; il piede, prima così veloce, è trattenuto da profonde radici; il volto si copre di foglie, lucenti come i suoi occhi.

Ma anche così Febo è innamorato e stringe fra le sue braccia i rami, bacia il legno, che però cerca di sfuggire ai suoi baci ... Allora dice:

Se non puoi essere la mia sposa, sarai il mio albero: ti porterò sempre sui capelli e sulla cetra, adornerai il trionfo dei condottieri vittoriosi. E come i miei capelli rimangono eternamente giovani, così tu avrai le foglie sempre verdi e sarai eternamente bella.

Poi Febo tacque. L’alloro fece cenno con i rami appena nati e agitò la cima come per dire di sì col capo.

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Ritrovarsi e Corax

9 Settembre 2018 , Scritto da Luca Valentini Con tag #luca valentini, #poesia

 

 

 

Ritrovarsi

 

Portami lontano e ci ritroveremo

indicami un infante e ci ritroveremo

annulla anche il mio respiro e ci ritroveremo.

 

Non la cenere, non una foto

non un albero, non la fonte d'oggi

forse le stelle, solo all'alba:

 

ritrovarti nel bisogno altrui

ritrovarti nell'ingiustizia umana

ritrovarti nell'abbandono della vita.

 

Che gli Dei non ridiano a tuo padre

la normalità prima di te

la serenità sterile prima di te:

 

ciò che brucia di dolore

può ancora essere ardore di nascita

Amore paterno per il mondo

 

….di una voce che non possa urlare

potrei morirne!

 

Corax

 

Fai ciò che devi,

finché il pettirosso verrà a salutarti

all'alba ed al meriggio:

 

presto per te

arriverà la notte

e verrà a salutarti il corvo

ed allora ciò che è diviso

non lo sarà più.

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

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Mio figlio è un marziano

8 Settembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

 

 

 

 

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

 

"In codesto libro" dicono i genitori, "pertanto, è nostra intenzione narrare quella dimensione altra, fatta di vera sofferenza ma anche di reale altruismo, di dolore ma anche di autentica bellezza,  che grazie a nostro figlio e la sua eroica esistenza abbiamo potuto sperimentare...

Ai Mani e al Genio invitto di Giulio Romano, dalla neve di dicembre al sole radiante di marzo!

I genitori Marcella e Luca

 

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

Da questo libro sono tratti alcuni testi che presenteremo a partire da oggi.

 

 

Cominciamo con "Mio figlio è un marziano" di Franca Poli

 

 

Mi sta fissando da oltre un'ora, ha gli occhi tristi e pieni di lacrime. Non riesco a catturare i pensieri che gli attraversano la mente, ma so per certo che mi ama. Mi accompagna ogni giorno ovunque, a fare ginnastica, dalla logopedista, a lezione di pet terapy, tutte attività che a volte salterei volentieri,  ma lo faccio contento, come togliergli quel sorriso dalle labbra quando mi guarda? "

 

Mio figlio è nato, come tutti gli altri bambini, dopo un'attesa piena di aspettative, i sogni, il nome da scegliere, la cameretta da preparare. Il parto fu lungo e difficile, ma lui si affacciò alla vita con grande forza

, con un coraggio che il medico definì da leone e scampò a quello che pareva essere il destino di una morte precoce. Pochi momenti dopo la nascita gli fu diagnostica un'ipotonia muscolare e da lì iniziò il calvario per la ricerca di una diagnosi precisa che ancora oggi non abbiamo. Lo hanno visitato i migliori medici specialisti, abbiamo soggiornato nelle cliniche più all'avanguardia, lo hanno ispezionato, girato, testato come una cavia da laboratorio senza un risultato preciso. Non hanno stabilito che fosse affetto da una malattia specifica identificata: il bambino “ha un ritardo” questa la sentenza dei medici.

Noi volevamo una cura ad ogni costo, non riuscivamo a credere che sarebbe stato “diverso” e ci illudemmo a lungo che si fossero sbagliati, che sicuramente il nostro piccolo eroe avrebbe stupito tutti coi suoi progressi. Ci vuole del tempo per accettare la realtà, per sopportare che sia toccato a te, ci vuole forza, ci vuole amore e spesso non basta. Noi siamo l'equipaggio di una scialuppa di carta che a volte affonda in un mare di lacrime, stringendo fra le mani una valigia di sogni.

Un anno, quando gli altri bambini si alzano in piedi, il nostro piccolo eroe non riusciva ancora a stare seduto, due anni, quando i bambini ridono, motteggiano, lui sbavava soltanto, senza profferire parola. C'era un tale chiasso dentro di me, urla di disperazione, sentimenti inespressi di rifiuto, di angoscia e di rabbia. Poi piano piano imparai a fare silenzio e provai ad ascoltare il suo silenzio, così iniziai ad accettarlo, a comprenderlo.

Si fa fatica a capire il perché, eppure in quello sguardo assente, votato all'infinito, io, avvicinandomi, coglievo sprazzi di luce, lampi di complice intesa. E quando, convinto che fossero  soltanto mie sensazioni, stavo per lasciare la manina inerme, mi sentivo stringere delicatamente il dito. Furono queste piccole, piccolissime, cose a darmi la forza di andare avanti, di guardare al futuro con lui. Non c'era più ambiguità nel nostro silenzio, ma stupore, conoscenza e speranza.

Ho ridimensionato i miei sogni, mio figlio non sarebbe mai diventato un avvocato, un ingegnere informatico e nemmeno uno spazzino comunale, ma vive e mi guarda, di giorno in giorno si rende partecipe, a modo suo, alla vita, una vita in rodaggio. E sorride sempre, ecco questa è la dote di mio figlio che molti genitori mi invidiano: un sorriso semplice, aperto, inatteso, sincero, buono, da sembrare che sia lui a darmi coraggio per  affrontare la giornata,  accompagnandomi per mano verso l'incerto.

Oggi Riccardo cammina, o meglio si muove, un po' storto con le manine che gli penzolano dai polsi,  trascinando i piedini, farfuglia parole incomprensibili, butta gli occhi al cielo quando vuole qualcosa e sbava in continuazione, ma è una gioia continua averlo con noi, ci allieta con piccoli progressi e ci fa ridere. Sì, ridere liberamente, come non avremmo fatto se da lui ci aspettassimo continue conferme.  Lo accompagno ovunque, ogni giorno, a svolgere tutte le attività che i medici consigliano per aiutarne  lo sviluppo psicofisico. Lui mi sorride, paziente, e a volte ho l'impressione che voglia solo compiacermi.

Mio figlio è un marziano, un giorno aprirà lo scafandro che lo avvolge, che gli inibisce di muoversi con agio sulla terra e volerà libero da dove è venuto, da quel posto speciale che lo ha reso unico.

 

“Papà oggi scrive di me, mi guarda e sorride, non posso dirgli che vorrei essere  migliore di così, che vorrei vederlo sempre felice, che lo amo con tutta la forza di cui sono capace, che sento una luce, un calore dentro che mi aiuta a muovermi ogni volta che lui mi guarda ."

 

Mio figlio è un marziano
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Federica De Paolis, "Notturno salentino"

7 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Notturno salentino

Federica De Paolis

Mondadori, 2018

pp 264

 

 

 

Questo romanzo rispecchia i canoni e il modo di scrivere moderno, la qual cosa non è necessariamente un bene per la sottoscritta. Tuttavia, in questo specifico caso, lo è. Notturno salentino, di Federica De Paolis, è scritto davvero bene, in “forma visiva” estremamente particolareggiata, con descrizioni mai banali di personaggi che a volte rasentano la macchietta  - come nel caso del maresciallo Gravina -  ma in altri casi sono superlative.

La scena è il Salento odierno, una sorta di Little Aristocracy fatta di parvenu milanesi e romani che si sono comprati la masseria fra gli ulivi secolari a ridosso di santa Maria di Leuca, sfruttando la spinta che ha portato sviluppo e turismo in quel luogo un tempo remoto e dimenticato, ora non più.

Abbiamo Livia, una donna molto benestante, in bilico fra giovinezza e maturità, in crisi col compagno Boris, e madre di due figli. Abbiamo due domestiche che si odiano fra loro, l’una polacca e razzista, l’altra nera e tribale, l’una algido sepolcro imbiancato, l’altra sorta di donai dall’utero fertile e dalle movenze feline e sensuali.

La padrona sta nel mezzo, vorrebbe partecipare di tanta carnalità, si abbandona per un momento anche lei alla trasgressione. Mentre il compagno è via, esce con Brando, bellimbusto più vecchio di lei dal fare accattivante; si lascia trasportare dalla seduzione, ci scappano un paio di baci al chiar di luna.

La mattina dopo viene trovato morto nel pozzo della sua villa l’aitante ma volgare e sfacciato Antonio Locandido, un giovane del posto che se la fa con entrambe le domestiche. Di costui, per antipatia mista ad attrazione, Livia aveva rubato, e poi nascosto, il cellulare (e non si capisce bene questo particolare che rilevanza abbia poi nella trama.)

Non possiamo svelare il finale ma le indagini procederanno, nel mentre che Livia scioglierà nodi irrisolti del suo passato, riuscendo altresì a venire a patti col presente, con l’amore congelato del compagno, con la diffidenza della figliastra.

C’è un personaggio di cui nessuno parla e che mi ha colpito per la bellezza e la verità con cui è descritto: il cane Zinzulusa, fiero pastore tedesco, l’unico a piangere davvero il padrone morto, a nobilitarne addirittura la fine con i suoi latrati strazianti. Poi c’è la figura della nera, che personalmente trovo fastidiosa nel suo essere vittima secolare ma anche carnefice, nel suo abbandonarsi all’irrazionalità di pratiche ancestrali.

Abbiamo un tentativo di critica sociale: il muro compatto dei nuovi ricchi che si tengono mano l’un l’altro, pronti a voltar gabbana e nascondere la polvere sotto il tappeto per mantenere apparenze e vecchi segreti. Forse solo la giovane Miriam, figlia di Boris, emblema d'innocenza, riesce a smascherarli.

E ora apro una parentesi che con questo romanzo c’entra fino a un certo punto. Recensendo libri di autori contemporanei, non faccio che leggere nei “ringraziamenti” finali lodi sperticate agli editor. C’è chi addirittura confessa che il proprio stile muta in funzione dell’editor di turno.  Oddio. Ma non è che l’editor sta soppiantando il romanziere? Non è che il libro diventa un collage, un’opera a più mani costruita a tavolino? Per carità, se il risultato è godibile, niente di male, ma dove è finita la genialità dello scrittore?

  

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Arte al bar: GIOTTO "Approvazione della regola"

6 Settembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #arte al bar

"Approvazione della regola " di Giotto e l'omaggio di Walter Fest"Approvazione della regola " di Giotto e l'omaggio di Walter Fest

"Approvazione della regola " di Giotto e l'omaggio di Walter Fest

 

 

Oggi, amici lettori della signoradeifiltri, faremo un salto indietro nel tempo, bentornati alle nostre pagine artistiche. 

Qui al bar la situazione è tranquilla e radiosa, grazie ai cambiamenti climatici l'estate sarà ancora lunga, chissà che un giorno potremo andare a Natale al mare. Scherzi a parte, oggi vi porterò nel 1300, pertanto, per andare così indietro nel tempo, ho deciso di farmi accompagnare da Katia, una giovanissima cassiera del supermercato: pettinatura alla moda, trucco e tatuaggi, bigiotteria varia indossata un po' dappertutto, avrete capito dove. Molto bene, non ci resta che iniziare.
 

- Katia, lo sai chi era Giotto?
 

- No, però a scuola avevo l'astuccio con le sue matite e i pennarelli.
 

- Uelà, tontolona, possibile che non sai chi è Giotto? (E' Giovanna la Milanese dal fondo della sala.)


- Un nuovo rapper?
 

- Walter, lasciamola a cappuccino senza zucchero e cornetti integrali per una settimana!


- Giovanna, dobbiamo essere buoni, non è colpa loro se sono nati in un'altra epoca.
 

- Sarà, ma a me questi giovani sembrano tutti un po' fuori di testa.
 

- Forse per le nuove generazioni l'arte può sembrare qualcosa di antico, qualcosa di difficile da capire, come per noi è difficile capire loro, Katia. Giotto era un artista che ai suoi inizi era molto più giovane di te, il Medioevo è stato un periodo storico alquanto controverso e la vita di tutti i giorni di quell'epoca non era vicina per nulla ad un modo di vivere ragionevole per come possiamo intenderlo noi.

Della vita di Giotto, nato a Colle di Vespignano intorno al 1267, non sappiamo molto ma la scintilla che ha innescato la sua arte è stato l'incontro con Cimabue, il maestro che, nella sua bottega, insegnò il mestiere dell'artista al giovanissimo allievo. Alcune leggende, diremmo metropolitane, narrano che Cimabue si stupì della bravura del ragazzino quando, su un sasso, disegnò le pecore al pascolo, oppure quando il maestro cercò di scacciare una mosca da sopra una tela dipinta da Giotto.
 

- Però, era bella la vita a quell'epoca, niente scuola, aria buona, cibo genuino...


- Katia, eravamo sempre nel medioevo, il mezzo di locomozione era il carretto e il cavallo, non c'era l'illuminazione elettrica, né il telefonino, i talk show, le automobili, il w.c., e mi fermo qui perché la vita di allora non era propriamente bella e comoda, però l'arte era tenuta molto in considerazione, possiamo dire che era la televisione di quei tempi.

Giotto in breve superò il maestro e il suo talento fece rapidamente il giro d'Italia. Come in moderno passaparola, la sua figura assumeva un'importanza enorme e la sua presenza veniva richiesta da più parti, troviamo le sue magnifiche opere nella basilica superiore e inferiore di Assisi, a Roma ai tempi di Papa Bonifacio VIII, a Firenze, a Rimini, a Padova, a Napoli, Bologna, Milano.


- Anche senza l'aeroplano ha girato molto l'artista, eh!


- Sì, Katia, e questo suo spostarsi di città in città è stato fondamentale per la storia dell'arte nazionale perché, con il suo stile innovativo, ha influenzato ed è stato di esempio per tutta l'arte e gli artisti dell'epoca. 

Ora, nell'ammirarla, sembra arte semplice, facile, quasi ingenua, invece Giotto era un artista modernissimo che, grazie al suo lavoro, rinnovò tutti i concetti utilizzati fino a quel momento. Di fatto anticipando il Rinascimento, stravolse la costruzione di un'opera introducendo l'uso della prospettiva. L'immagine non era più piatta ma aveva un effetto tridimensionale, la sua scena non era più solo simbolica ma diventava realistica. In età avanzata, grazie all'enorme esperienza artistica accumulata, divenne anche architetto e la sua opera maggiormente conosciuta è il famoso campanile di Giotto, torre campanaria della cattedrale di S.Maria del fiore a Firenze.

Nel detto anno (1334) (...), si cominciò a fondare il campanile nuovo (...) di costa a la faccia della chiesa in su la piazza di Santo Giovanni (...) e proveditore della detta opera (...) fue fatto per lo Comune maestro Giotto nostro cittadino, il più sovrano maestro stato in dipintura che si trovasse al suo tempo (...)
(Giovanni Villani, Cronica)

- Ma, Walter, in quel periodo non avevano altri divertimenti?
 

- Katia, in un certo senso non sapevano che fosse il tempo libero, però, in ogni caso, si divertivano anche loro in tanti modi. Esistevano varie classi sociali ma il divertimento per tutti era assicurato, furono perfino gli antenati inventori del gioco del calcio, e poi giullari e saltimbanchi animavano le piazze, beh, io magari sarei stato proprio un grande giullare non trovi?

 

- Il principe dei giullari!
 

- Grazie del complimento Gianni. Senti, che ne dici di mettere un po' di musica? Dai, accendi il nostro jukebox.
 

- Ce l'hai l'ultima dei Ramones? 
 

- Dalia, ma allora siamo proprio rimasti al Medioevo! Forza, adesso è meglio che andiamo a descrivere l'opera Approvazione della regola.

Questo lavoro fa parte del ciclo di affreschi realizzati da Giotto ad Assisi nella Basilica superiore. Di formato 230X270, rappresenta S. Francesco con i suoi confratelli nell'atto di ricevere l'autorizzazione al nuovo credo dell'ordine monastico.

I protagonisti sono in primo piano e il pathos è tutto nel momento dell'atto di ricevere di mano in mano il documento, atteso pazientemente dai Francescani, fuori del palazzo Laterano, per circa 90 lunghissimi giorni. A tal memoria, nel 1927 venne eretta una statua bronzea del Santo Francescano con le braccia aperte rivolte verso la facciata della Basilica di S.Giovanni in Laterano a Roma. 
Ma ritorniamo a Giotto, nell'opera pittorica tutti i frati sono ansiosamente statici nel momento cruciale, eppure l'artista ha reso la scena dinamica, con tutte le forme in una danza cromatica. 

Il movimento parte da una linea curva immaginaria, sono curve le volte a botte, la cui prospettiva ispira il senso di profondità, sono una serie di curve le pieghe del tessuto damascato, disposto sulle pareti di fondo dell'architettura che fa da cornice all'evento, è curvo il gruppo di frati inginocchiato a mani giunte in segno di ringraziamento e devozione al Papa Innocenzo III. Altre linee curve, le loro umili teste calve e spoglie, in contrasto con le forme curve ad ogiva dei copricapi del Papa e dei suoi astanti. 

Il marrone sbiadito delle povere tonache dei frati è di un tono scolorito dalle intemperie, dal freddo, dalla pioggia, nell'estenuante attesa per essere accolti dal Papa, arresosi solo in seguito a una visione notturna. Ora eccoli inginocchiati sulla pavimentazione dorata, con lo sguardo speranzoso, di fronte alla ricchezza rosso porpora dei pregiati abiti religiosi, con alla testa la massima autorità del Papa.

Giotto, con una velatura celestiale finale in un alone di spiritualità, rende l'opera emozionante per lo storico momento, le tinte dell'affresco non sono accese, la scena è solenne ma tutto è in armonia, la scelta di professare la fede in povertà non si sarebbe ben intonata con colori accesi e sfarzosi.
 

- Katia, sei rimasta scioccata?
 

- Veramente, vedere quest'opera mi dà un senso di serenità, i colori mi sembrano eleganti, forse mi sbaglio, dovrei dire celebrativi, in effetti la scena rappresenta un momento storico, nel complesso vederla mi fa sentire in pace. Ecco, se fossi stata lì, avrei alla fine applaudito. Certo che questi frati erano un po' cocciuti, eh!


- Era la forza della fede, e la genialità di Giotto è stata averla rappresentata come in una scena teatrale. Adesso che ne pensi dell'arte antica?
 

- Esiste l'arte vintage?
 

- Boh? Mi sembra di no.
 

- Ecco, mi piacerebbe pensare all'arte come un qualcosa vintage: pensa se un supermercato fosse arredato così.
 

- Katia, vedrai che un giorno accadrà, e le divise delle cassiere saranno come le dame del'300, potrebbe essere un bel vedere, no?
 

- Uelà, pure io mi voglio vestire come una dama!!
 

- Giovanna, ti andrebbe bene come la Gioconda di Leonardo?
 

- Sì, ma al collo vorrei un foulard rosso!
 

Carissimi lettori della signoradeifiltri, con l'immagine di Giovanna la milanese vestita come la Gioconda, ma con un foulard rosso al collo, vi ringraziamo, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, forse a sorpresa potremmo andare a Napoli.

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La marcia di Radetzky di Joseph Roth

5 Settembre 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

1932

 

Parlare di questo libro significa innanzitutto parlare di un bel romanzo, ricco di sensibilità per la storia e gli uomini, grondante di attenzione psicologica per personaggi vittime di drammi che vanno oltre la loro contingente vicenda individuale. Il romanzo copre tre generazioni della famiglia austriaca dei Trotta, gente di modesta origine, nobilitata dopo che un giovane sottotenente salva la vita all’imperatore Francesco Giuseppe a Solferino, nel 1859. Da allora la corte di Vienna regala attenzione e protezione ai Trotta; il figlio del sottotenente diventa un ligio funzionario di stato, mentre il nipote Joseph è destinato alla carriera militare. La vita di quest’ultimo è ossessionata da due ritratti; quello del nonno eroe e quello del vecchio sovrano che da oltre mezzo secolo governa l'Austria-Ungheria. Il passato graffia il presente, lo rallenta, mentre l’avvenire non ha il colore della speranza semplicemente perché non ci può essere avvenire per i protagonisti del libro, vecchi o giovani che siano, in quanto troppo legati a ciò che fu un tempo.

I due ritratti a volte si sovrappongono nella mente del ragazzo, come se fossero la stessa individualità; sono ritratti di personalità forti che mettono in soggezione e impongono al modesto nipote aneliti non alla sua portata. Sente di non poter avere una vita propria; può solo cercare di emulare il coraggio del suo avo, ripetendone gli slanci. La crisi dell’impero si accompagna al tramonto dei Trotta, come se per una legge segreta dovessero seguire lo stesso percorso. Ci si avvicina alla Grande Guerra e Roth sembra descrivere un grande teatro dove i vari attori fingono che ci sia ancora un domani ignorando mille crepe; tensioni sociali, spinte nazionalistiche interne, scarso senso dello stato. A tratti qualche squarcio di consapevolezza si apre; i giovani militari si annoiano in periodo di pace ma pensano che una guerra sarebbe il collasso per la monarchia, il vecchio imperatore si muove carico di troppi anni godendosi cerimonie e parate piene solo di apparenza e in fondo nessuno ha voglia di morire per una cosa vecchia come l’impero.

Joseph, pieno di incertezza e tormentato da troppe contraddizioni, pensa spesso di lasciare l’esercito e di vestire panni borghesi, accontentandosi di una vita senza squilli di tromba ma più libera da concetti come l’onore. Le piccole esigenze individuali scavano tunnel nella coscienza di uomini normali, non all’altezza di sfide poste da un’epoca di grandi trasformazioni. Tutto gronda di passato mentre il futuro appare come una battaglia dove le vecchie armi non servono più a nulla; ciò che è stato costituisce una zavorra, non una risorsa. Il nuovo mondo avrà leggi nuove e terribili.

Si cerca di sopravvivere, mentendo a se stessi, come fa l’imperatore che in fondo non crede di essere così vecchio. Il giovane Joseph, cresciuto all’insegna dei valori tradizionali, sensibile al punto da togliere il ritratto di Francesco Giuseppe da una bettola piena di sporcizia, non ha la stoffa dell’eroe, eppure quello è il suo destino, scritto sul libro di famiglia.

Il fascino del romanzo sta nella descrizione di questo lento crollo. Roth ci appassiona soffermandosi sui mille scricchiolii, osservando come un medico i sintomi di una malattia morale e politica; c’è tutta la bellezza della decadenza di un mondo che aveva una cifra etica di spessore. Infatti, prima della guerra scoppiata nel 1914, i ritmi erano diversi, la vita di ogni singolo godeva di più rispetto,  la morte non era ancora un fatto di massa tale da rendere irrilevante ogni morte individuale. Se qualcuno veniva meno, il suo posto non veniva subito occupato da un altro; gli uomini non erano fungibili come gli oggetti. Roth ci regala un inno alla lentezza, così attuale nella frenesia di oggi:

Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell'epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione”.

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Il sognatore

4 Settembre 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

Si era svegliato di soprassalto in preda a uno spavento incredibile. Gli mancava il fiato. Il sogno che aveva fatto era stato terrificante. Aveva sognato di trovarsi su un pianeta deserto, solo nell’immensità dello spazio. Lui, che era sempre stato un uomo attento a ogni gesto e tutto ciò che faceva era mirato per distinguersi fra la folla. Un gentiluomo di altri tempi elegante e raffinato, la testimonianza vivente di un’epoca che, purtroppo, stava per finire. Oltre l’orizzonte arrivavano cupi brontolii, lampi di guerra sempre più vicini. Quella che stava per finire era un’epoca dove la parola onore aveva ancora un significato, dove uomini dabbene si sfidavano a duello per un nonnulla, proprio in difesa di quella parola tanto in voga.

Gli uomini si dimostravano sempre disponibili e premurosi verso il gentil sesso, salvo poi soffrire per i loro rifiuti. Frac, tuba e bastone erano l’abbigliamento abituale, non usciva di casa se non era vestito in quel modo impeccabile. Lui, un uomo così distaccato e al di sopra delle cose del mondo, nel sogno, si trovava su un punto imprecisato dell’universo a guardare il mondo ai suoi piedi, una sensazione di potenza ma priva di quell’eleganza alla quale lui era abituato, senza un pubblico ad assistere al suo savoir faire. La sensazione lo pervadeva le prime volte che faceva questo sogno, poi, con il ripetersi quasi ossessivo della visione onirica, la cosa stava diventando una tortura.

L’ultima notte si era ritrovato non più su un pianeta ma su una  semplice scala, una di quelle adibite per salire sugli aerei. Da quel piccolo punto vedeva ancora il mondo davanti a lui e aveva l’impressione di dominare il globo, ma alle sue spalle i rifiuti si accumulavano sui gradini e salivano sempre di più, fino a sommergerlo del tutto.

Si chiedeva, nei pochi momenti di lucidità, quale potesse essere il significato del sogno; quei simbolismi così chiari cosa volevano dirgli? Perché non c’era ombra di dubbio che qualcosa dovevano pur significare.

Quando quella mattina si era svegliato sudato e ansimante, per calmarsi si era messo seduto nel letto a pensare, cercando d'interpretare l’arcano. Forse il riferimento era basato sulla sua vita inutile, fatua, senza valori concreti, quel suo atteggiamento da viveur non aveva senso, lui pensava di essere al di sopra delle parti, di dominare il mondo, mentre la dura  realtà di tutti i giorni lo voleva stringere nelle sue spire, nel suo sudicio iter quotidiano.

Gastone, l’ultimo viveurtomber de femme, era arrivato a capolinea. Il mondo per lui ormai era troppo lontano, non poteva mescolarsi con quella pletora di persone anonime, nessuno era alla sua altezza, dov’erano le gran dame dell’alta società, dov’era il suo mondo di paillettes e champagne? Stava scomparendo nelle nubi nere che si addensavano all’orizzonte. Prima se ne rendeva conto, prima quel sogno poteva scomparire. La prospettiva di un suo coinvolgimento nella vita di tutti i giorni era quanto di più nefasto potesse mai immaginare. Mai poteva accettare una conclusione  simile.

La  sera andò a dormire, come sempre, al ritorno dall’ultimo tabarin rimasto aperto. Poche ore di sonno ed eccolo, il consueto tremendo sogno che lo aspettava come tutte le notti. La mattina al risveglio non cercò di capire, né di opporsi al destino. Si vestì di tutto punto come ogni giorno e lentamente si avviò verso la parte alta della città percorrendo il viale alberato che costeggiava il fiume. Giunse al ponte e lì, finalmente, il sogno andò in frantumi, quel mondo che pensava di dominare si dissolse nelle fredde acque di un fiume sporco e maleodorante che lo accolse. Un uomo fuori dal tempo, che non sarebbe sopravvissuto oltre il suo mondo, negli schemi di una vita che non era e non poteva essere la sua.   

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