"Lo Zahir" di Paulo Coelho

Lo Zahir
Paulo Coelho
Bompiani, 2015
Chi ha letto anche solo un libro di Paulo Coelho conosce lo stile dell'autore: molto spirituale, molto filosofico, molto contemplativo. Io ne ho letti solo alcuni, però l'ultimo che ho avuto tra le mani, ovvero Lo Zahir, è capitato proprio nel momento perfetto. Lo stesso mi è successo con Veronika decide di morire ed ancora di più con L'Alchimista, e giuro che quando accade, quando il libro giusto arriva al momento giusto, è come una magia.
Alcuni sostengono che siano i libri a sceglierci, ed io un po' ci credo. Lo Zahir lo avevo comprato usato ad un mercatino poche settimane prima di decidermi a sfogliarlo, mi ricordo che detti la precedenza di lettura ad un altro libro acquistato quello stesso giorno. Adesso non posso fare a meno di chiedermi se, invertendo l'ordine delle letture, avrei colto il messaggio con la stessa intensità. Perché, secondo me, quello che fa Coelho non è lasciar spazio al lettore, non è buttare là una manciata di idee e lasciare l'interpretazione a piacimento di chi legge. No, lui ti dice esattamente cosa devi imparare da ciò che sta leggendo, mette bene in chiaro il messaggio che vuole trasmettere. La cosa bella dei suoi libri, però, è che questa grande verità ce la regala a piccole dosi solo strada facendo, attraverso la continua presa di coscienza del protagonista. Man mano che la storia prosegue, il lettore si trova a percorrere la stessa strada emotiva e, suo malgrado, si troverà a pensare gli stessi pensieri. Certo, questo capita praticamente con ogni libro, specialmente se scritto in prima persona, ma in più, nelle sue opere, c'è veramente una forte immedesimazione. Non solo per le vicende o la trama, quanto per il fatto che, alla fine, quello che sente il protagonista lo sentiremo anche noi. E lo sentiremo perché abbiamo cominciato dall'inizio, magari scettici e mentalmente predisposti in modo diverso. Poi però pagina dopo pagina, esperienza dopo esperienza, eccoci arrivati alla fine ormai persi dentro a nuovi concetti, punti di vista differenti e, se predisposti, anche con qualche consapevolezza in più.
Io ho finito di leggere Lo Zahir i primi giorni di gennaio, l'avevo cominciato a dicembre, un mese che già di per sé mi stava regalando alcune realtà importanti. Erano solo accennate, braci appena accese, poi ho finto il libro ed è divampato l'incendio. Non voglio svelarvi il messaggio, sia perché vorrei avervi incuriosito abbastanza per leggerlo, sia perché, comunque, il viaggio va fatto partendo dall'inizio per arrivare alla meta giusta. E non vi fate scoraggiare da un protagonista un po' antipatico (perché lo è) o da una certa lentezza (perché un po' ce n'è), alla fine varrà la pena aver sopportato tutti e due. Quello che mi sento di dire di Coelho è che il genere e lo stile possono non piacere, fortunatamente ognuno ha i propri gusti, però magari provate a dargli una possibilità, se non a questo titolo nello specifico, all'autore. Ripeto che io ho letto solo tre dei suoi circa trenta titoli, praticamente appena un misero dieci percento, però tutte e tre sono state letture decisamente rivelatrici, e qui la percentuale decuplica.
I segreti di Brokeback mountain

I segreti di Brokeback mountain
Ang Lee
2005
Mi è capitato di vedere I segreti di Brokeback mountain, del 2005. Il regista, Ang Lee, è di Taiwan e gli orientali, si sa, trattengono i sentimenti. Ang Lee aveva già dato prova di questa caratteristica in Ragione e sentimento, che mi era piaciuto. Ho trovato I segreti di Brokeback mountain bellissimo e struggente, di quei film che quando vai a letto ci pensi, quando ti svegli ci pensi, e per tutto il giorno successivo alla visione ti resta in mente ogni fotogramma, perché toccano qualcosa dentro di te. Nel caso di questo film ciò avviene senza che capiamo il motivo, senza enfasi né ridondanza. È tutto asciutto, essenziale, scarno e perciò stesso travolgente, è romanticismo allo stato puro.
L’amore dei due cowboy non è bello perché omosessuale ma perché impossibile, e quindi destinato a durare, a rimanere trascendente, a non scontrarsi con l'immanenza, la noia e la meschinità della realtà di tutti i giorni. Vent’anni di sentimento travolgente, consumato solo qualche volta, un legame profondo e sotterraneo che va oltre tutto il resto, che, come il vero amore, non è nemmeno geloso di tutto il resto.
Jack Twist ed Ennis del Mar hanno vite personali, hanno mogli e figli ma non rendono l’altro partecipe di queste loro esistenze. Forse neppure si telefonano. Affidano il loro rapporto a dei biglietti che si spediscono poche volte all’anno per darsi appuntamento a Brokeback Mountain, il luogo magico dove si sono incontrati per motivi di lavoro e dove è nata la loro passione senza scampo e senza futuro. Anche il paesaggio rientra nel discorso del sentimento trattenuto: è sottotono come i gesti, come i dialoghi, come la narrazione stessa, è bello ma non spettacolare, più che altro è vero. Jack ed Ennis si amano in montagna, dove fingono di recarsi a pescare, i loro incontri e il luogo che li favorisce sono isolati, staccati da tutto, ma la cattiveria riesce comunque a spiarli e raggiungerli anche lì, a loro insaputa. La montagna è un luogo dell’anima, dove si mangia attorno al fuoco, ci si bagna nei fiumi gelidi, si fanno cameratesche cose da uomini, ma con tenerezza, con un legame indissolubile di corpo e spirito. La montagna rimane immutata, anche quando fuori il mondo cambia e si modernizza ma non fino al punto di accettare la loro relazione. Quando sono a Brokeback, Jack ed Ennis ringiovaniscono anche nell’aspetto, sono gli stessi di quella prima indimenticabile estate del 1963. Mentre sono insieme ricreano il mondo, sono essi stessi il mondo e non c'è posto per nient'altro.
Jack è estroverso, sognatore, immagina un futuro che lo porterà, però, solo alla morte. Ennis è chiuso nel suo dolore, attaccato all’immagine normale che vuol dare di sé, fino a macerarsi e annullarsi in questo inutile sforzo, perché snaturarsi porta alla reificazione e all’alienazione.
Magistrali l’inizio e la fine, entrambi all’insegna del non detto. Al principio c’è un’intera sequenza girata in silenzio, quella in cui i due uomini si vedono per la prima volta, si squadrano senza darlo a vedere, apparentemente non interessati l’uno all’altro. Nel finale, invece, c’è una frase sola, smozzicata: “Jack, io ti giuro”, mentre gli occhi del protagonista fissano la cartolina che raffigura la montagna dell’amore. Il resto è lasciato allo spettatore. “Io ti giuro che sfiderò il mondo per portare lassù le tue ceneri”, pensiamo, “io ti giuro che ti amerò sempre e non ti dimenticherò mai”, "io ti giuro che sarò all’altezza del tuo amore e di ciò che volevi da me”, di quel sentimento nascosto ma violentissimo che ha spinto Jack a rubare e conservare per sempre i vestiti dell’altro, di una passione proibita che non si estingue mai, va oltre la famiglia, i figli e persino la morte.
In mezzo c’è una storia raccontata in modo asciutto e lineare, senza annoiare ma senza mai lasciarsi andare a eccessi. I due uomini si comportano normalmente, sembrano solo colleghi o amici, ma dietro al non detto c’è un tumulto feroce, un’onda irresistibile che travolge e sconvolge, che lacera il tessuto della normalità, della “non vita” spacciata per vita, e affiora prepotente durante le scene di passione, soprattutto il bacio nel retro della casa, a cui assiste la moglie di Ennis. Anche le mogli partecipano del non detto, del trattenuto, dell’andare avanti facendo finta che la cosa non esista perché conviene, perché parlare spalancherebbe l’abisso. Lo stesso dicasi della morte di Jack. Anche qui c’è una bugia sottintesa. È Ennis a capire che l’amico è stato ucciso perché omosessuale, sebbene la cosa non sia mai esplicitata da nessuno.
Un film fatto di parole, gesti e cose che vengono nascoste eppure deflagrano; un amore romantico, appassionato e meraviglioso che mi ha fatto piangere e mi ha lasciato dentro qualcosa di dolce, amaro e tristissimo.
I happened to see Brokeback mountain, from 2005. The director, Ang Lee, is from Taiwan and the Orientals, you know, hold back the feelings. Ang Lee had already demonstrated this characteristic in Sense and Sensibility, which I liked. I found Brokeback mountain beautiful and poignant, one of those films that when you go to bed you think about them, when you wake up you think about them, and for the whole day after the vision every frame remains in your mind, because they touch something inside you. In the case of this film, this happens without reason, without emphasis or redundancy. Everything is dry, essential, lean and therefore overwhelming, it is pure romance.
The love of the two cowboys is not beautiful because it is homosexual but because it is impossible, and therefore destined to last, to remain transcendent, not to clash with the immanence, boredom and meanness of everyday reality. Twenty years of overwhelming feeling, consumed only a few times, a deep and underground bond that goes beyond everything else, which, like true love, is not even jealous of everything else.
Jack Twist and Ennis del Mar have personal lives, have wives and children but do not make the other share in their lives. Maybe they don't even call. They entrust their relationship to tickets that are sent a few times a year to meet at Brokeback Mountain, the magical place where they met for work and where their passion was born with no escape and no future. Even the landscape is part of the discourse of the sentiment: it is subdued as the gestures, like the dialogues, like the narration itself, it is beautiful but not spectacular, more than anything else it is true. Jack and Ennis love each other in the mountains, where they pretend to go fishing, their encounters and the place that favors them are isolated, detached from everything, but malice still manages to spy on them and reach them even there, without their knowledge. The mountain is a place of the soul, where you can eat around the fire, bathe in the icy rivers, do camaraderie for men, but with tenderness, with an indissoluble bond of body and spirit. The mountain remains unchanged, even when outside the world changes and modernizes but not to the point of accepting their relationship. When they are in Brokeback, Jack and Ennis also rejuvenate their appearance, they are the same as in that first unforgettable summer of 1963. While they are together they recreate the world, they are the world themselves and there is no place for anything else.
Jack is an extrovert, dreamer, he imagines a future that will lead him, however, only to death. Ennis is closed in his pain, attached to the normal image he wants to give himself, to the point of macerating and canceling himself out in this useless effort, because distortion leads to reification and alienation.
The beginning and the end are a masterful, both under the banner of the unsaid. At the beginning there is an entire sequence shot in silence, the one in which the two men see each other for the first time, they watch each other without showing it, apparently not interested. In the finale, however, there is only one broken sentence: "Jack, I swear to you", while the protagonist's eyes stare at the postcard that represents the mountain of love. The rest is left to the viewer. "I swear to you that I will challenge the world to bring your ashes up there", we think, "I swear to you that I will always love you and I will never forget you", "I swear to you that I will live up to your love and what you wanted from me ”, of that hidden but violent feeling that pushed Jack to steal and keep forever the other's clothes, a forbidden passion that never extinguishes, goes beyond family, children and even death.
In the middle there is a story told in a dry and linear way, without boring but without ever letting go of excess. The two men behave normally, they seem only colleagues or friends, but behind the unspoken there is a ferocious turmoil, an irresistible wave that overwhelms and upsets, which tears the fabric of normalcy, of "non-life" passed off for life, and overbearingly emerges during the scenes of passion, especially the kiss in the back of the house, witnessed by Ennis' wife. Wives also participate in the unspoken, withheld, by moving forward pretending that the thing doesn't exist because it is convenient, because talking would open up the abyss. The same applies to Jack's death. Here too there is an underlying lie. It is Ennis who understands that the friend was killed because he was homosexual, although it is never explained by anyone.
A film made of words, gestures and things that are hidden yet explode; a romantic, passionate and wonderful love that made me cry and left me with something sweet, bitter and very sad.
Radioblog: letture da metropolitana

Ed eccoci giunti alla prima puntata del 2018 di Radio Blog.
Da adesso in poi nessuno potrà dire: “Non ho tempo per leggere!”
Inauguriamo infatti il nuovo anno parlando di LETTURE DA METROPOLITANA, un sito che raccoglie racconti brevi, la cui lettura non supera i 5 minuti di tempo, dunque adatti ad essere letti da una fermata della metropolitana all’altra e comunque ideali per chi va sempre di fretta e non può cimentarsi in letture troppo lunghe e impegnative.
Parleremo di questo progetto con Serena Pisaneschi, una delle autrici di questa attuale ed originale iniziativa letteraria, nonché amministratrice del blog “Fate Largo ai sognatori”, da poco on line.
Vi lascio dunque all’ascolto di questa puntata, al termine della quale vi leggerò ovviamente una lettura da metropolitana.
L’illustrazione è come sempre a cura della nostra Eva Pratesi.
Buon ascolto!
www.fatelargoaisognatori.wordpress.com
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com
Il sito di Eva Pratesi è: www.geographicvovel.com
Musica: www.bensound.com
Dolce cara mammina
Esistono parole, rime, frasette che, al solo risentirle, ci aprono un mondo di ricordi e ci struggono il cuore.
Fin qui ho parlato di due poesie famose in ambito scolastico, una di Fusinato e l’altra di Pascoli. Da oggi voglio ricordare i jingle popolari della pubblicità anni sessanta. Non me ne vogliate, penso che non ci sia mai stato, né prima né dopo, un periodo altrettanto pieno di speranza, di fiducia nello sviluppo e nella civiltà. Quasi finita la ricostruzione post bellica, in pieno svolgimento il boom economico, guardavamo al futuro come ad una cornucopia di possibilità. Le cose non potevano – pensavamo noi ingenui - che andare meglio, col progredire della scolarizzazione, della tecnologia, della medicina.
Ne abbiamo ricavato inquinamento, cataclismi, degrado, sporcizia, immigrazione senza controllo, snaturamento della nostra cultura e delle nostre radici, violenza in famiglia, droga, alcol e sballo, baby gangs, tumori. In una parola: fine della speranza e dilagare della paura.
Perciò, consoliamoci coi ricordi, smielati è il caso di dire. E pazienza se oggi corre voce che il miele industriale faccia male, sia finto come tutto il resto, a noi piace ricordarlo così, come nella pubblicità dell’Ambrosoli:
Bella, dolce cara mammina,
la più bella mammina
la la la la
DANZERO' SCUOLA DI DANZA A PRATO: UNA SPLENDIDA REALTA'

Siamo un associazione di Prato.
Ci occupiamo di tutte le discipline di ballo per tutte le età.
Nella nostra sede di oltre 600 mq organizziamo corsi, stage
e manifestazioni culturali di ogni tipo.
#danzerò #salsa a prato #kizomba a prato
#bachata a prato #danza del ventre a prato
#tango a prato #hip hop a prato
#danza a prato #scuola di ballo a prato
Disponiamo della struttura più grande della città (oltre 600MQ).
I nostri soci possono godere di spazi ampi:
4 sale con specchi e parquet, area relax, area bar, spogliatoi e ambienti climatizzati.
La sala social (160 MQ) è attrezzata con impianto audio e luci per feste e manifestazioni.
Infatti, oltre alle attività legate alla danza, mettiamo a disposizione gli spazi dedicati per feste ed attività.
Puoi provare senza impegno, corsi per grandi e piccini di:
Salsa cubana e portoricana, Bachata, Bachata fusion, Balli cubani tradizionali, Kizomba, Hip hop, Danza del ventre, Danza classica e moderna, Tango argentino, Latin hustle, Gestualità femminile, Musical, Storia della danza e della musica (relativa al ballo).
Il tutto con l' ausilio di insegnanti specifici per ciascuna disciplina.
CINZIA DIDDI ABITI ESCLUSIVI PER EDOARDO ERCOLE

Edoardo Ercole, figura imponente quasi da condottiero militare, con una fortissima volontà di conquista, che lo porta a raggiungere mete ed obiettivi esclusivissimi, un'anima gentile, aristocratica, non conformista, ironica e nobile.
I capi che ho realizzato in esclusiva per lui rispecchiano queste sue peculiarità caratteriali e si ispirano al mood military/chic.
Sono moltissimi gli elementi che nel tempo la moda ha preso in prestito dall'ambiente militare.
Eserciti di ogni latitudine ed epoca hanno ispirato fortemente i creatori di moda, sfruttando il proverbiale fascino della divisa.
L'outfit di Edoardo, esclusivo e studiato, mixa il rigore dell'uniforme, alla classe di un look senza tempo, rispecchiandone fedelmente la personalità.
Il risultato finale?
Un uomo che trasuda eleganza e un non so che di misterioso ma allo stesso tempo che ama la praticità e il confort. Tessuti pregiatissimi, colori equilibrati e, qua e là e senza troppo chiasso, qualche decorazione e abbellimento dal guizzo eccentrico: il cappotto in cashmere dalle spalle scese quasi a sembrare un grande mantello da comandante di milizie, la giacca in velluto blu dai preziosi bottoni Gold resa unica e Glam da ricami in filo d' oro zecchino.
Il pantalone aderente slim con banda laterale in grosgrain blu e il tocco ironico ...
una catena in oro e pelle nera ai passanti.
La maglia girocollo con pochette nel taschino, in controtendenza rispetto agli standard, che prevedono la pochette per la giacca, rappresenta l'aspetto non convenzionalista, tratto distintivo della personalità di Edoardo.
Cinzia Diddi
L’abito è stato creato da Cinzia Diddi per Edoardo Ercole, figlio della diva per eccellenza, Serena Grandi, in occasione del suo compleanno.
L’evento si è tenuto nella prestigiosa location del Just Cavalli a Milano, Edoardo, in splendida forma dopo l’intervento di liposcultura in diretta a Domenica Live, ha accolto ospiti ed amici per brindare e spegnere insieme le candeline.
Moltissimi sono stati i volti noti presenti, tra cui la madre Serena Grandi, le amiche Mercedesz Henger e Francesca Cipriani, Marco Predolin, la bellissima Ivana Mrazova, il Tronista Alex Migliorini e Alessandro D’Amico, l’icona gay Elenoire Ferruzzi e tantissimi altri.
Una serata dal tocco glamour da non perdere assolutamente.
Siate buoni, o figli

Per continuare la serie delle poesie che ci facevano imparare a memoria - e questa è bella lunga, non so come farei adesso a recitarla a mente – ce n’è una che prediligevo e ancora oggi mi fa salire le lacrime agli occhi: Il rospo di Giovanni Pascoli.
Qui il “fanciullino” non è buono, tutt’altro, qui è semmai l’immagine della malvagità inconsapevole, quasi innocente nella sua implacabilità. A esser buono è il “mostro”, il rospo brutto, e per ciò stesso “cattivo”. Lui è l’unico ad aver l’animo tenero e sensibile, capace di vedere la bellezza della natura. Se ne sta per i fatti suoi, mentre i fanciulli, belli e amati, imperversano sul suo corpo sgraziato. Ad aver pietà di lui non è un uomo, non è una donna, ma un povero asino vecchio e macilento, vittima a sua volta di percosse e brutalità.
Era un tramonto dopo il temporale.
C'era a ponente un cumulo di cirri
color di rosa. Presso la rotaia
d'un'erbosa viottola, sull'orlo
d'una pozza, era un rospo. Egli guardava
il cielo intenerito dalla pioggia;
e le foglie degli alberi bagnate
parean tinte di porpora, e le pozze
annugolate come madreperla.
Nel dì che si velava, anche il fringuello
velava il canto, e, dopo il bombar lungo
del giorno nero, pace era nel cielo
e nella terra.
Un uomo che passava
vide la schifa bestia; e con un forte
brivido la calcò col suo calcagno...
Venne una donna con un fiore al busto,
ed in un occhio le cacciò l'ombrella...
Quattro ragazzi vennero sereni,
allegri, biondi: ognuno avea sua madre,
a scuola andava ognuno. - Ah! la bestiaccia!
dissero. Il rospo andava saltelloni
per la scabra viottola cercando
la notte e l'ombra. Ed ecco i quattro bimbi
con una brocca a pungerlo, a picchiarlo,
a straziarlo. Sotto i colpi il rospo
schiumava, e i bimbi: - Come è mai cattivo!
L'occhio strappato ed una zampa cionca,
cincischiato, slogato, insanguinato,
non era morto; e gli voleano i bimbi
gettare un laccio, ma scivolò via
arrancando. Incontrò la carreggiata,
vi si annicchiò fra l'erba verde e il fango.
Ed i fanciulli in estasi e in furore
s'erano certo divertiti un mondo.
Guarda, Piero! Di’, Carlo! Ugo, dà retta!
prendiamo, per finirlo, ora un pietrone.
E, rossi in viso, empivano di strilli
la dolce sera. Intanto uno rinvenne
con una grossa lastra: - Ecco trovato!
A stento la reggea con le due mani
piccole, e s'aiutava coi ginocchi.
Ecco! - E ristette sopra il rospo, e gli altri
a bocca aperta, senza batter ciglio,
stavano intorno con la gioia in cuore.
E quello alzò la lastra. Uno... due...
Quando
videro un carro che venia tirato,
là, da un asino vecchio, zoppo, stanco,
con gli ossi fuori e con la pelle rotta.
Il barroccio veniva cigolando
nei solchi delle ruote, trascinato
dalla povera bestia. Essa il barroccio
tirava, e avea due cestoni indosso.
La stalla, dopo un giorno di fatica,
era ancor lungi; il barrocciaio urlava,
e segnava ciascun: - «Arrì »- d'un colpo.
Il solco delle rote era profondo,
pieno di melma, e così stretto e duro
ch'ogni giro di rota era uno strappo.
L'asino s'avanzava, rantolando
tra una nuvola d'urla e di percosse.
La strada era in pendio: tutto il gran carro
pesava sopra il ciuco e lo spingeva.
Ed i fanciulli videro, e, gridando
al lor compagno: - Fermo con la pietra!
dissero: - il carro passerà sul rospo;
c'è più gusto così.
Dunque, in attesa,
sgranavano gli allegri occhi i fanciulli.
Ecco, scendendo per la carreggiata,
dove il mostro attendea d'esser infranto,
l'asino vide il rospo: e triste, curvo
sovra un più tristo, stracco, rotto, morto,
sembrò fiutarlo con la testa bassa.
Il forzato, il dannato, il torturato,
oh! fece grazia! Le sue forze spente
raccolse, e irrigidendo aspre le corde
sugli spellati muscoli, ed alzando
il grave basto, e resistendo ai colpi
del barrocciaio, trasse con un secco
scricchiolio, fuori, e deviò la ruota,
lasciando vivo dietro lui quel gramo.
Poi riprese la via sotto il randello.
Allor nel cielo azzurro, dove un astro
già pullulava, intesero i fanciulli
Uno che disse: - Siate buoni, o figli.
Mario Bonanno, "Ho sognato di vivere"

Ho sognato di vivere
Mario Bonanno
Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni
Stampa Alternativa, 2017 - Grande Concerto
Pag.100 - Euro 14 - Carta patinata/ Foto a colori
Credo di aver letto quasi tutti i libri di Mario Bonanno, che seguo dai tempi in cui dirigeva una bella rivista musicale edita da Bastogi, dedicata alla musica italiana e soprattutto ai cantautori, ma non a musicisti stile Pino Daniele e Claudio Baglioni... solo a cantautori impegnati, i cui testi sono molto vicini alla poesia. Al tempo stesso, ascolto Roberto Vecchioni dal 1970, ho visto il mio primo concerto del professore, a Firenze, al teatro tenda di Lungarno Moro, nel 1985. Fu una cosa stupenda. Ricordo ancora quando prima di cantare Improvviso paese disse che quella canzone la conosceva soltanto lui e che la metteva in scaletta per pochi intimi. La mia ragazza del tempo mi prese per pazzo quando ripresi parola per parola, con le lacrime agli occhi, la musica del cantautore milanese e andai avanti con E’ vero Fulvio/ dimmi che è vero/ quante hai saputo/ prenderne in giro... . Ecco, tutto questo per avvisare che Ho sognato di vivere non è il solito librettino che vi racconta quattro fesserie su Vecchioni, un po' di pettegolezzi, le vicissitudini affettive legate alla singola canzone e l'esegesi della scrittura. No davvero. Questo libro di Bonanno è un saggio profondo e meditato sulla musica di Vecchioni, parte dell'idea che di poesia si tratta - aiutata dalla sonorità delle note - e come tale la spiega, ricorrendo alla filosofia di Bergson e alla letteratura di Borges, alla poesia di Rimbaud e Verlaine, abbandonandosi a meditazioni sul tema del tempo, della morte, della religione e della vita, analizzando parole e rime. Vecchioni è cultura postmoderna in tutti sensi, capace di parlare in una stessa canzone di Carl Barks e Moravia, di Paperino e di Ulisse, dell’Atalanta e del senso della vita. Molte citazioni dai testi - anche i meno noti - di Vecchioni, ti fanno venire voglia di andare a riascoltare l'intera produzione, ma troviamo anche documentate appendici dove leggiamo l'interpretazione autentica del professore che approfondisce le sue stesse parole. Un libro dedicato a chi conosce a fondo l'opera di Roberto Vecchioni, uno dei nostri cantautori più interessanti, un intellettuale - autore di romanzi profondi e di racconti intensi - a tutto tondo, che non presenterà mai il Festival di Sanremo (per fortuna!) ma che (in compenso) l'ha vinto. Non con la sua canzone più bella, che per me resta L'uomo che si gioca il cielo a dadi. Dedicata a tutti i padri del mondo. Il libro costa 14 euro, prezzo poco accessibile per un libro di 100 pagine, ma è in carta patinata e ci sono dieci pagine di foto a colori. Se amate Vecchioni vale la pena, date retta…
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Sul ponte sventola bandiera bianca
Fra le poesie che ci facevano imparare a memoria alle elementari negli anni sessanta, una di quelle che più mi è rimasta impressa è L’ultima ora di Venezia di Arnaldo Fusinato (1817 – 1888). Amico di Prati ed Aleardi, l’autore fu poeta patriottico contro l’oppressione austriaca. Nel marzo del 1848 insorsero le città del Lombardo Veneto, costringendo alla ritirata le guarnigioni austriache. Nel 49 anche Venezia insorse e fu proclamata la Repubblica di San Marco, dove Fusinato prestò servizio come tenente. Anche qui, nonostante la difesa guidata da Daniele Manin, dopo quasi un anno la città si dovette arrendere alle forze austriache. Nella poesia L'ultima ora di Venezia si può leggere tutto lo sconforto provato da Fusinato in quei momenti, che il mio cuore di bimba romantica, imbevuta - per retaggio familiare - di ideali patriottici, riusciva a sentire nel profondo.
È fosco l'aere,
il cielo è muto;
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!
Fra i rotti nugoli
dell'occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l'aria bruna
l'ultimo gemito
della laguna.
Passa una gondola
della città:
- Ehi, della gondola,
qual novità? -
- Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca! -
No, no, non splendere
su tanti guai,
sole d'Italia,
non splender mai!
E su la veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna.
Venezia! L'ultima
ora è venuta;
illustre martire,
tu sei perduta...
Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca!
Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncaro ai liberi
tuoi dì lo stame...
Viva Venezia!
muore di fame!
Su le tue pagine
scolpisci, o storia,
l'altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
- Tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame! -
Viva Venezia!
L'ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan ci manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!
Ed ora infrangasi
qui su la pietra,
finché è ancor libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto!
Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero;
vivrai nel tempio
qui del mio core
come l'immagine
del primo amore.
Ma il vento sibila
ma l'ombra è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!
Franco Battiato ha ripreso il ritornello nella canzone Bandiera bianca.
La fine del desiderio

“Io ho la Befana della mia nonna”, scrivevo il 7 gennaio 1970, “della mia zia e quella di casa mia, anche se c’è una Befana sola. La Befana di casa mia mi ha portato queste cose: un vestitino, una sciarpa, un libretto da ritagliare ed incollare e i vestiti di carta delle bamboline di cartone che hanno questi nomi: Sceila, Marzia, Sindi e Terri. Un seggioloncino con un piattino sopra per dare la pappa alle bambole. La Befana di nonna e zia mi ha portato altre cose: la calza come da noi, un settimino in cui ho trovato tremila lire, un maglioncino bianco. Sarebbe stato meglio che invece di tutti questi bei giocattoli la Befana avesse guarito la mia nonna, o mi avesse portato, so che per la Befana è impossibile, un fratellino.”
Devo dire che il fratellino poi è arrivato, ma questa è un’altra storia. La più bella Epifania della mia vita me la regalò mia nonna. Fece man bassa in un banchetto chiamato “trentacinque tutto”, cioè trentacinque lire il pezzo - parente dei nostri negozi a 0,99 centesimi. Lei in cucina aveva ancora una bella cappa di quelle di un tempo e riempì il camino di giocattoli e sorpresine che, a pensarci oggi, dovevano essere poveri e piccoli, ma a me tutto quel ben di Dio colorato diede alla testa. Mi sembrava d’impazzire dalla gioia. Meno male che esistono i nonni: con i loro gusti un po’ antiquati si trascinano dietro tradizioni e radici.
Oggi le famiglie sono allargate, nonni e parenti si moltiplicano, l’importante è che ci siano rispetto, affetto ed esempi positivi. Almeno si spera.
Non so quanto riescano a godere delle feste questi nostri bambini sovraesposti, riempiti a forza di regali, costretti a scartare montagne di oggetti, per Natale, per Befana e per i famigerati megacompleanni che vanno di moda adesso. Ho il terrore di togliere a questi futuri uomini e donne la cosa più preziosa, il motore che dovrebbe spingerli ad andare avanti e costruirsi qualcosa: il desiderio. Sostituito dalla nausea precoce, dalla noia – che non è quella sana e stimolante del non avere troppe distrazioni ma il suo esatto contrario, l’avere già sperimentato e ottenuto tutto. Per questo a cinque anni mangiano solo pasta bianca e poi a tredici magari s’impasticcano e bevono per sballarsi.
Ok, le feste sono finite, fra alti e bassi ne sono uscita comunque indenne.
Ci sono parecchie cose nuove nel guardaroba, ma la voglia di comprarne altre è poca perché, quando ti guardi allo specchio e vedi il tuo corpo trasformato in qualcosa che non ti piace e non riconosci, non hai più desiderio di agghindarlo.
Due magliette sportive grigie, da notare quella con Minnie, indicatissima per la mia età.
Cappellino, foulard, guanti e collane: quando sei grassa, comprare accessori è l’ultima soddisfazione che ti rimane.
Abito nero, elegante. Può servire in tante occasioni (vedi funerale improvviso).
Scarpe luccicanti e borsa.
Cardigan che ha lo stesso colore dei miei sobri capelli, con tanto di fiore da signora d’altri tempi.
Maglione bianco, puro e delicato. Bianco is the new nero per me. Forse non è un colore dimagrante ma illumina e sta bene assolutamente con tutto.
"I have my grandmother's Befana", I wrote on 7 January 1970, " that of my aunt and that of my home, even if there is only one Befana. The Befana of my house brought me these things: a dress, a scarf, a booklet to cut out and glue, and the paper clothes for cardboard dolls that have these names: Sceila, Marzia, Sindi and Terri. A high chair with a saucer on top to give baby food to the dolls. Granny’s and aunt’s Befana brought me other things: the traditional stuffed sock, a closet in which I found three thousand lire, a white sweater. It would have been better if, instead of all these beautiful toys, the Befana had healed my grandmother, or had brought me, I know that for the Befana it is impossible, a little brother."
I must say that the little brother then arrived, but this is another story. My grandmother gave me the most beautiful Epiphany of my life. She ransacked a stall called "thirty-five all," that is, thirty-five lire, - similar to our 0.99 cents shops. She filled the fireplace with toys and surprises that, thinking about it today, had to be poor and small, but I went crazy with joy. Luckily there are grandparents: with their a bit antiquated tastes, they drag behind them traditions and roots.
Today families are widened, grandparents and relatives are multiplying, the important thing is that there are respect, affection and positive examples. At least, hopefully.
I do not know how much our overexposed children can enjoy the festivities. They are filled with gifts, forced to open mountains of presents, for Christmas, for Befana and for the notorious mega - birthday parties that are fashionable now. I am terrified of taking away from these future men and women the most precious thing, the engine that should push them to move forward and build something: desire. Replaced by premature nausea, boredom - which is not the healthy and stimulating one of not having too many distractions but its exact opposite, having already experienced and obtained everything. This is why at the age of five they eat only white pasta and then at thirteen maybe they drink and get drugs.
Ok, the parties are over, at least! Between highs and lows I came out unharmed.
There are several new things in the wardrobe, but the desire to buy others is little, because, when you look in the mirror and see your body transformed into something you do not like and do not recognize, you no longer have the desire to dress it up.
Two gray sports shirts, to note the one with Minnie, very well suited for my age.
Cap, headscarf, gloves and necklaces: when you're fat, buying accessories is the last satisfaction you have left.
Black dress, elegant. It can serve on many occasions (see sudden funeral).
Shiny shoes, and black bag.
Cardigan that has the same colour of my sober hair, complete with a flower, typical of a lady of yesteryear.
White sweater, pure and delicate. White is the new black for me. Maybe it's not a slimming color but it illuminates and is absolutely fine with everything.
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