Virginia Bramati, "Tutta colpa della mia impazienza" (e di un fiore appena sbocciato)

Tutta colpa della mia impazienza (e di un fiore appena sbocciato)
Virginia Bramati
Edizioni Giunti, 2017
Agnese Treves ha diciannove anni e si sta preparando per gli esami di maturità.
La sua vita, nell’ultimo anno, ha subito una brusca virata. La mamma, insegnante di scuola superiore, è morta lasciando nel cuore della ragazza e del dottor Treves – suo padre, ricercatore medico capace e conosciuto – un grande vuoto. Dal centro di Milano, i due si sono trasferiti in una zona di provincia, in una zolla di terra sita quasi in piena campagna. Treves senior ha preso, infatti, una decisione importante: da rampante scienziato di città a medico condotto lontano dallo scintillante ambiente milanese. Forse, per una sorta di espiazione, sapere di essersi relegato in un angolo della Terra lo rende meno schiavo del dolore. In tutto ciò, però, non ha tenuto in considerazione la figlia.
Agnese, negli ultimi mesi, ha fatto l’abitudine alla solitudine, agli amici persi, al lungo tragitto da fare per la scuola (ha deciso di continuare nello stesso istituto che frequentava prima di trasferirsi, quindi ha imparato a conoscere le gioie dell’essere pendolari); adesso, però, gran parte dei sacrifici sta per terminare.
Adelchi la aiuta a superare questo periodo un po’ strano, certamente difficile. Anche lui ha perso un genitore, li unisce quindi un legame particolare: i due ragazzi sanno cosa vuol dire soffrire, sanno quanto la vita può essere ingiusta. Lo sanno e si tengono compagnia.
Agnese è un po’ confusa, comunque il suo caratterino le permette di affrontare tutto ciò che accade di petto.
Ma suo padre non ha finito con le sorprese. Pochi giorni prima degli orali, si trasferisce per eseguire alcuni studi. Al suo posto arriva un uomo sui trentacinque anni, Marco Aleardi. È bello come il sole ad agosto ma è inavvicinabile; segreti oscuri minano il suo sorriso.
Agnese è coraggiosa, tenace. Ha il fuoco, in quel suo corpo minuto, esile. Difende ciò in cui crede con le unghie e con i denti. Marco rimane subito stregato da quella ragazzina. Anche Agnese lo guarda con fin troppo interesse. Entrambi sono testardi, non cedono presto.
Questa è una grande storia d’amore. Una grande storia d’amore che cresce piano, matura con calma.
Una storia d’amore che ha anche un po’ di nero, un risvolto oscuro. Una storia d’amore che non terminerà.
Virginia Bramati è un’ottima narratrice, è attenta ai dettagli e molto scrupolosa. Ci permette di entrare nel suo mondo, nella sua mente. Ce lo permette e noi ne siamo ben felici.
Ritratti di poesia 140

Anche quest’anno “Ritratti di Poesia”, manifestazione ideata, promossa e organizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo in collaborazione con InventaEventi S.r.l. – divenuta ormai nella Capitale un appuntamento culturale tradizionale ed imprescindibile, per gli addetti ai lavori, per le scuole e per gli amanti del genere – propone nuovamente il concorso “RITRATTI DI POESIA.140”, che nelle quattro precedenti edizioni ha riscosso molto successo.
Il concorso, a partecipazione gratuita, vuole essere un incontro tra la poesia e il registro espressivo immediato e sintetico dei social, in particolare la modalità di comunicazione richiesta da Twitter.
Al concorso si partecipa inviando un testo poetico inedito di 140 caratteri al massimo (spazi compresi) all’indirizzo di posta elettronica ritratti.140@libero.it.
Anche per la quinta edizione è prevista, oltre alla sezione dei testi in lingua italiana (prima sezione), la sezione dedicata ai cittadini delle altre nazioni europee (seconda sezione), che potranno inviare i testi nella loro lingua accompagnandoli però con la traduzione in lingua inglese.
Le “poesie in un tweet” potranno essere inviate dal 10 ottobre al 20 dicembre 2017 e saranno selezionate da una giuria composta dai poeti Franco Buffoni, Carmen Gallo e Maddalena Lotter.
Al vincitore di ognuna delle due sezioni (italiana/straniera) sarà conferito un premio in denaro di euro 250,00.
Sulla pagina Twitter ritrattidipoesia.140 @Ritratti140 saranno pubblicati tutti i testi pervenuti e sarà data notizia dell’esito del concorso.
Il concorso potrà essere seguito anche sulla pagina Twitter ritratti di poesia @ritrattipoesia, sulle pagine Facebook Ritratti Di Poesia e Inventaeventi srl e sui profili Instagram ritrattidipoesia e inventaeventi.
Sulle medesime pagine saranno pubblicate, inoltre, le comunicazioni informative riguardanti il concorso e la manifestazione.
Il primo classificato di ciascuna sezione sarà contattato dalla segreteria organizzativa della società InventaEventi S.r.l. e sarà invitato a partecipare alla dodicesima edizione di “Ritratti di Poesia”, che si svolgerà a Roma venerdì 9 febbraio 2018. Potrà essere proclamato vincitore solo chi sarà presente alla manifestazione.
Info e contatti:
InventaEventi S.r.l.
0698188901
Andrea Vivaldo, "Moby Prince, la notte dei fuochi"

Moby Prince la notte dei fuochi
Andrea Vivaldo
Becco Giallo, 2010
Primo saggio-inchiesta a fumetti in cui mi imbatto e che segnalo con molto piacere. Basato sul libro di Fedrighini che nel 2006 fece riaprire dopo 25 anni di silenzio e sentenze indegne il caso del Moby Prince, che non è uno tra i tanti incidenti marittimi della cronaca, bensì il più grande disastro della Marina Civile italiana ma soprattutto entra di diritto insieme ad Ustica nel novero dei "misteri italiani". La notte del 10 aprile 1991 il Moby Prince salpa dal porto di Livorno, rotta per Olbia. Ancora in rada urta la petroliera Agip Abruzzo che le riversa addosso cascate di petrolio (o nafta? Una delle tante cose mai chiarite) incendiandola. Da subito i soccorsi si muovono solo per la petroliera il cui equipaggio verrà tratto in salvo mentre i 140 tra passeggeri ed equipaggio del traghetto moriranno carbonizzati o asfissiati da ore di esalazione di monossido di carbonio. L'inchiesta chiusa frettolosamente in 11 giorni dirà che la nebbia e la negligenza del Comandante Chessa, che guardava la Juve in TV invece che pilotare il traghetto, hanno causato la tragedia. In realtà, a parte che filmati d'epoca mostrano una notte tersa, vi saranno in successione una serie di depistaggi e strani incidenti: scompare la scatola nera del Moby Prince, brucia a tre giorni dall'incidente il registro di bordo dell'Agip Abruzzo, non si conoscerà mai con esattezza il ruolo e il numero delle navi in rada quella notte né il ruolo della base americana di Camp Darby lì vicino. L'unico superstite, il mozzo, non darà mai una chiara versione dei fatti, è l'unica VHS integra di un passeggero ritrovata verrà manomessa. E su una di quelle navi indagava Ilaria Alpi che 3 anni dopo avrebbe trovato la morte in un attentato col collega Hrovatin in Somalia. Cosa è davvero successo quella notte e che connessioni ha con altri "misteri d'Italia"? Non lo sapremo mai temo, ma opere come questa servono soprattutto, oltre che a divulgare, a "tappare i buchi" di una giustizia e uno Stato assenti per troppo tempo.
“Sapori tra le righe”: conferenza sul miele nella letteratura e nella produzione: il 15 ottobre a Jesi

L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi ha dato vita al progetto culturale “Sapori tra le righe” che è stato inserito all’interno di “Weekend d’autunno”, programma di iniziative promosse dal Comune di Jesi per l’autunno 2017. “Sapori tra le righe”, che si realizzerà in due date separate, promuoverà incontri dedicati alla conoscenza di alcuni alimenti molto comuni della nostra dieta alimentare quali il miele e l’olio che verranno presentati, approfonditi e discussi sotto un profilo letterario e non.
L’intero ciclo di eventi è patrocinato dal Comune di Jesi, dalla Provincia di Ancona e dall’Università degli Studi di Perugia e dall’Università Politecnica delle Marche.
Il primo appuntamento si terrà il 15 ottobre alle ore 17:30 presso la Chiesa di San Bernardo / Museo della Stampa (SAS) in Via Valle e sarà dedicato a riscoprire il miele, tra letteratura e produzione. L’apertura sarà affidata alla calda voce della poetessa pesarese Michela Tombi, autrice della recente silloge Dentro il mio vento, con la recitazione di alcune liriche di poeti consacrati agli altari inerenti all’alimento di riferimento.
Il programma della pomeriggio letterario vedrà il seguente programma.
La professoressa Rosa Elisa Giangoia interverrà su “La poesia del miele: da Virgilio ai contemporanei” e nel suo discorso prenderà in considerazione anche l’antica metafora che vede riflessa nel miele l’intertestualità letteraria, creando una vera e propria nuova poetica con la docta veritas di Angelo Poliziano per preludere alla scuola formalista russa e alla critica semiologica.
Rosa Elisa Giangoia ha insegnato Materie letterarie nei licei, svolgendo contemporaneamente un’intensa attività di ricerca didattica e di promozione culturale. Si si occupa di critica letteraria, come componente delle redazione prima della rivista “SATURA”, ora di “XENIA” e collaborando a diverse altre riviste letterarie. Ha redatto manuali scolatici tra cui un’edizione delle Bucoliche di Virgilio con annotazioni in latino. Ha pubblicato romanzi (In compagnia del pensiero, 1994; Fiori di seta, 1998; Il miraggio di Paganini, 2005), testi teatrali (Margaritae animae ascensio 2014), saggi critici (Appunti di poesia, 2011), sillogi poetiche (Agiografie floreali, 2004; Sequenza di dolore, 2010; La vita restante 2014) e altri vari testi, tra cui un saggio di gastronomia letteraria (A convito con Dante, 2006).
La professoressa Annalisa Volpone (Università degli Studi di Perugia) relazionerà attorno al tema indicato “My dear honey: miele e scrittura in Virginia Woolf” sottolineando come nella scrittrice modernista il miele funga letteralmente da collante tra vita quotidiana e scrittura creativa ed è al contempo vettore mnemonico dell’infanzia.
Annalisa Volpone è professore associato presso il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugina. È condirettore del CEMS (Centre for European Modernism Studies, un centro internazionale che si occupa di modernismo europeo in prospettiva interdisciplinare); la sua ricerca si concentra prevalentemente sul modernismo. Ha pubblicato diffusamente su James Joyce, Virginia Woolf e Vladimir Nabokov e sui rapporti tra romanticismo e medicina. Attualmente sta lavorando a una monografia su William Blake e le contemporanee scienze della mente.
L’intervento artistico, dal titolo “Una dolce scoperta: miele e api nella storia dell’arte”, sarà gestito da Caterina Luzi nel quale accennerà all’ape nei bestiari medievali per arrivare, nei secoli successivi, all’utilizzo dell’ape come iconografia nei blasoni nobiliari e altro ancora.
Caterina Luzi si è laureata in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Si occupa di didattica museale, organizzazione eventi e visite guidate presso la Pinacoteca Civica di Jesi. In passato ha tenuto lezioni di Storia dell’Arte dal titolo “L’amore tra arte e poesia”.
L’intervento tecnico, “Il miele, questo sconosciuto”, sarà curato da Alvaro Caramanti (Presidente del Consorzio Apistico Obbligatorio Provinciale di Macerata) che parlerà della diversità dei mieli, delle loro caratteristiche fisiche, dando altresì alcuni suggerimenti da tener presente nell’atto di acquisto di questo prodotto.
La conclusione dell’evento vedrà una degustazione di prodotti dell’Azienda Cocciarini Sergio.
Il secondo appuntamento di “Sapori tra le righe” si terrà il 12 novembre alla Galleria degli Stucchi di Palazzo Pianetti di Jesi e sarà dedicata all’alimento olio.
La partecipazione all’iniziativa culturale è gratuita.
Info:
ass.culturale.euterpe@gmail.com
True story, il film con James Franco e Jonah Hill

True story è un film del 2015. Siamo nella sede del New York Times e Michael Finkel è un giovane giornalista da urlo. Ha già totalizzato numerose prime pagine, e il suo nome è associato a professionalità, serietà e correttezza. Fino a oggi, almeno. Ha scritto un pezzo ambientato in Africa, un pezzo sulle pessime condizioni di lavoro nelle piantagioni; un articolo forte, quindi, che vuole muovere le coscienze. Ma ha dimenticato una cosa fondamentale: la verità. Non ha verificato le fonti apposta o per sbaglio? Comunque arriva prontamente una segnalazione in redazione. Viene – con tono grave – chiamato in sala riunioni e gli viene chiesto il motivo di quell’errore. Lui balbetta, tenta di spiegare ma non riesce. Si capisce una cosa: abbagliato dal potenziale successo di un articolo così succoso, be’, ha glissato sui dati reali. Il New York Times non è Il giornaletto di nonna Papera e a lui viene dato un gran calcio nel sedere. Poco male, giusto? È troppo sicuro di sé, troppo saccente. Non puoi dare tutto così per scontato. Comunque, il nostro Michael (Jonah Hill) abbandona il suo ufficio. Tipica scenetta da film americano: prende una scatola con i suoi averi recuperati dalla scrivania e si avvia verso l’uscita. Fine. Che poi, il Times è una miniera d’oro per chi vuole fare quel mestiere, quindi ben si può immaginare il suo stato d’animo. Abbattuto e amareggiato, torna a casa. Una bellissima moglie lo aspetta. Nel frattempo, chiama per qualche altro impiego. Deluso, scopre che nessuno lo vuole. Fino a che gli fanno una telefonata: un killer ha fatto il suo nome. Christian Longo ha ucciso sua moglie e i suoi figli piccoli, poi è scappato. Durante la sua latitanza, ha detto di essere Michael Finkel. Il giornalista non se lo fa ripetere due volte. Ha un’altra possibilità!
Christian Longo è il tipico bello tenebroso (James Franco, bello come il sole, ci incanta dalla tv facendoci dimenticare il ruolo che deve ricoprire), completamente opposto a Michael – classico topo di biblioteca assetato di successo.
Inizia così un lungo periodo di colloqui, di lettere. Una corrispondenza fitta, quella di Christian e Michael. Segreti, rivelazioni.
Hai ucciso o non hai ucciso la tua famiglia, Christian?
Un po’ lento nella narrazione – ebbene sì, mi sono addormentata per cinque minuti, e questo nonostante James Franco – ma valido. Alla fine poi lascia un velo di inquietudine.
La cosa assurda, che poi lascia a bocca aperta, è il fatto che sia una storia vera – benché un po’ romanzata.
J E. Douglas, Mark Olshaker, "Mindhunter"

Mindhunter
John E. Douglas Mark Olshaker
Longanesi, 2017
Saggio autobiografico che racconta vita ma soprattutto professione di John E. Douglas, uno dei primi “profiler” del FBI insieme a Robert Ressler. Alle loro figure si sono ispirati per serial quali “Mindhunter” o “Criminal minds” in quanto hanno letteralmente rivoluzionato il BAU (Behavioral Analysis Unit) da loro diretto per anni. Il libro si divide nettamente in due parti: la prima di 50-60 pagine, evitabilissima, che descrive la vita di Douglas prima di giungere al Bureau e che è però interessante per capire i meccanismi del mondo di lavoro americani, in quanto il più famoso Agente Speciale dei suoi tempi non si è mai laureato in psicologia o materie affini, è stato assunto solo perché aveva buone doti d'introspezione nelle menti altrui, e la seconda con la descrizione del suo lavoro e relativi casi di cronaca. Questo è il primo punto nevralgico che viene toccato da Douglas: egli infatti ammette che le sue doti, che gli consentono d'immedesimarsi in menti patologiche, sono le stesse che gli consentirebbero di fare del male se lo volesse. Il bene e il male sono spesso separati da una linea sottilissima ma soprattutto chi esercita il male a qualunque livello lo fa consapevolmente perché non può ignorare che le sue azioni procurano danno al prossimo. Da qui una visione molto “radicale” della punizione dei criminali favorevole alla pena di morte. Douglas ispirò anche la figura del capo di Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti e lui stesso narra che l’attore che doveva interpretarlo, Scott Glenn, democratico e contrario alla pena capitale, cambiò idea quando Douglas gli fece ascoltare il nastro di un’adolescente registrata dai suoi torturatori mentre la seviziavano con pinze e martello. L’audio pare sia la prova del nove per capire quanto una giovane recluta sia adatta a sopportare il lavoro. Il libro, pur non crogiolandosi nella crudezza e nella pornografia della violenza, dà una sconcertante e agghiacciante panoramica di ciò che certi individui sono stati in grado di fare ad altri esseri umani nel corso dei decenni e questo è un altro suo punto forte: se il lettore non lo aveva fatto prima, con certe descrizioni perde definitivamente l’innocenza. Esistono là fuori un mucchio di persone che traggono piacere dal controllare altri esseri umani, psicologicamente o fisicamente, fino a ridurli a veri o propri schiavi o ad ucciderli o mutilarli nel copro o nell’animo. E la maggior parte di loro sono ovviamente insospettabili, sennò non farebbero tante vittime. Se leggere il libro e cercare sui motori di ricerca i casi descritti è straziante, è assai disturbante fare la conta del numero di casi mai risolto e degli assassini attualmente a piede libero in mezzo mondo. Poco per cui stare allegri. Altro punto a favore del libro è che Douglas accumulò così tanta conoscenza sui serial killer grazie alla brillante idea di andare ad intervistare coloro che ancora marcivano nelle prigioni di Stato in attesa della morte, naturale o procurata dal Governo. Insomma, costui è andato a sciropparsi ore e ore di crudeltà, efferatezze, ragionamenti da sociopatico, in alcuni casi vanterie da parte di questi individui che egli definisce sempre e solo in un modo: NULLITA’. Individui che nel nostro immaginario collettivo sono assurti al rango di mostri che turbano le nostre notti per gli scempi che hanno fatto delle vite umane che hanno troncato, uno su tutti Charles Manson le cui “gesta” ancora si ricordano, vengono definiti come nullità, in quanto se fossero qualcosa, se avessero una vita degna di essere vissuta, una dote, un talento, un briciolo di qualsiasi cosa li avvicini ad essere umani, non ricorrerebbero alla distruzione di vite altrui. Chi è crea, chi non è, distrugge, insomma. E’ consolatorio? Per me molto. Fa rivalutare anche il dolore che ci hanno inflitto piccoli esseri meschini che abbiamo incontrato nella nostra circoscritta realtà: paradossalmente loro cercano di annientare chi “è”, per cui occorre un ribaltamento di prospettiva sull’importanza che si dà a questi individui. In conclusione è un saggio che mi sento di consigliare solo a chi è davvero appassionato al tema delle scienze comportamentali, alla criminologia e ha abbastanza pelo sullo stomaco per tollerare le storie descritte, purtroppo tutte vere, anche quando paiono al limite dell’incredibile, non dimentichiamolo mai.
In cerca di te

.
Sempre in ascesa
dal giorno del nostro incontro
rincorro il sogno che ho di te
e vengo a cercarti
nell'acqua limpida dello spirito
nell'allegria di un sorriso e
nella certezza di non trovarti
vivrò bruciando i miei giorni fino al buio.
Decomposizione psichica

Il destinorizzonte
Stracci di sonno coprono,
masticano il corpo della notte
diafano di tenerezza;
lo avvinghiano
sinuoso di buio
– flessuoso di membra stellate –
e lo attraversano d’amore.
Poi, fosforescente,
lo sguardo della nebbia,
scosso di stanchezza,
si espande lento nel cuore
come un gas di desideri
volatilizzati.
Mentre il mio destino,
guantato dalla notte,
scende nei sobborghi dell’anima:
strade oscure di pensiero
e siepi d’amore
s’intersecano nel mio nome.
Il destinorizzonte
s’attorciglia
a questa landa di tempo.
«Chi» – si domanda –
«striscerà nella roccia del canto
la gioia, turgida
come i seni di un fiore incantato?».
Danzai nelle viscere di un sentimento
all’ombra de’ tuoi occhi.
Poi l’amore s’irradiò in rivoli di tempo.
«Che sia la vita!», urlava il nostro dio
(o soltanto noi).
Ma si sbagliò (o soltanto noi sbagliammo
perché non c’era
null’altro da fare) e
fu il tempo
(o continuò… )
Parole dal silenzio
Ricorda il mistero
che fioriva in un sospiro,
dove la morte ha tessuto il nido
come una spiaggia
di parole taciute;
come un barbaglio di sogni trasparenti,
orchestra di anime perdute.
Desideri esplosi nel cielo
mimano le stelle.
Regni abissali di morte,
fiorita nel respiro di Dio.
Leggende di anime affogate nel buio
sotto la volta di sentimenti castrati.
Malinconia: il pensiero animato di sole
rattrappito
nel sonno di una dolce tristezza.
E la morte vive all’inchinarsi del tempo
all’imbrunire della voce
in questa via del pensiero
ghiaiosa d’amore.
E gli uomini
(sogno di Dio, ossessione della morte)
spengono una scintilla
umida di storia;
ascoltano un nome
raggiato di follia.
In incognito
Dormo in incognito
per non farmi riconoscere dagli incubi.
Scavano per l’aria come talpe;
hanno un paio d’occhi
larghi e fotofobici.
Sul comodino
il lume acceso mi nasconde.
Decomposizione psichica
Musica come bava alla bocca:
e il cielo si gonfia tra le urla dei pazzi,
il loro sguardo è vento
che si perde nel labirinto di stelle.
Ogni parola è una stella
che splende di saliva: e cieli agitati
innevati di stupore
tramontano lontani,
evocati dalla morte.
Il mio cielo
è questo mio cervello
pieno di tralicci spezzati
e di barriere sventrate
e d’acque ferite
e di binari sradicati
che si mordono col ferro.
Dentro le vene,
aggrovigliate come un gomitolo
di dolore,
il sangue è un fiume abbandonato
terso di rumori prosciugati.
La morte è silenzio
stonato.
La voce trasuda parole d’accento piagato
ma è tiepido il grido del tuo respiro,
le piaghe troppo soffocanti
perché tu abbia il fiato d’urlare.
Morire da te
è una fuga troppo leggera
per avere il sollievo.
Così
un pantano di figure
nel cuore
e il giorno s’increspa
a raccogliere il tuo soffio.
Morbido silenzio, soffice
come una preghiera del sonno.
Il buio che adora fruscii e parole:
il buio, affannato dal mio respiro,
può solo accarezzare la
nausea di questa vita.
Nel giorno,
sputo della notte,
fiori freddi
come steli di pioggia.
Un’orma di luce
imbavaglia lo spazio.
Alain Deneault, "La mediocrazia"

La mediocrazia
Alain Deneault
Neri Pozza, 2017
Un filosofo canadese espone, attraverso una serie di articoli precedentemente pubblicati su riviste e riuniti in questo saggio, la sue teoria di come i “mediocri” abbiano silenziosamente ma indubitabilmente preso il potere nel mondo cosiddetto civilizzato nell’ultimo secolo. I mediocri, beninteso, non sono coloro che stiracchiavano la sufficienza a scuola, sono invece coloro che mirano ad avere una società letteralmente “piallata” nelle esigenze e nelle competenze, in cui la cosiddetta gaussiana sia ridotta ad una curva a spillo in cui tutti ci ammassiamo volenti o nolenti. Burattini, fatti in serie, programmati, annullamento delle peculiarità, dei desideri, delle idiosincrasie o delle attitudini personali: questo richiede oggi il mondo, sia dello studio universitario, sia del lavoro. E per ottenerlo occorre ovviamente una collaborazione della politica che, osservando soprattutto i recenti risultati delle votazioni in tutto il globo, non ci offre un panorama confortante in merito a coloro che decidono per noi. Non siamo più persone, bensì’ “massa”, una specie di blob informe che deve adattarsi al recipiente in cui viene stipato. Essendo il libro una raccolta di articoli, ognuno potrà trovare il campo in cui ha potuto sperimentare la mediocrazia sulla propria pelle: chi ha cercato recentemente di inserirsi nel mondo del lavoro si sarà reso conto che anche ad un misero impiegato del catasto viene chiesta “alta competitività” (ma per cosa?), “capacità di lavorare in squadra” (fortuna che lo chiedono, sia mai che il chirurgo decida di iniziare l’intervento prima che arrivi l’anestesista), “ottime capacità relazionali” (anche qui, che ti aspettavi? Che sfanculassi tutti i clienti?). Se sei onesto, cooperativo in senso umano oltre che produttivo (e chi ha lavorato in ambienti numerosi sa quanto la competitività stronchi il lavoro rendendo l’ufficio un inferno) non gliene può fregare di meno a nessuno. E fino a qui credo che molti possano trovarsi d’accordo, non sono nemmeno novità, vengono solamente evidenziate molto bene. Purtroppo il saggio di Denault qui raggiunge il suo apice e anche la sua morte perché la sua “analisi”, basata fondamentalmente su fatti politici e di cronaca canadesi e francesi e quindi relativamente poco conosciuti, si arena mostrando tre fondamentali e macroscopici difetti.
1 Critica ferocemente il ‘900 in quanto secolo che ha permesso ai mediocri di prendere il potere, ma non solo non spiega bene “come” ma sembra dimenticarsi che quello stesso secolo è stato il calderone da cui sono scaturiti le più importanti conquiste sociali per l’uomo: suffragio universale, diritto di uguaglianza tra sessi e etnie. Non mi pare poco.
2 Le motivazioni di Denault, consapevolmente o meno, scorrono sul filo del complottismo: BigPharma, poteri forti nell’ombra, Premier “spinti” da oscure entità finanziarie e bancarie. Una mente un po’ troppo fervida potrebbe interpretare in maniera disastrosa certe affermazioni, senza porsi i dubbi del caso.
3 Quali soluzioni allo sfascio imminente? E non è una domanda retorica, chiedo perché Denault si dimentica proprio di proporne, eccetto un generico “sta al singolo opporsi al sistema”. Ah beh. Se poi il singolo soccombe e resta magari senza lavoro per essersi opposto pazienza, sarà una vittima sacrificabile. Un po’ “mediocre come ragionamento”
In definitiva un’idea interessante che arranca sia per la struttura stessa del libro, slegata e frammentaria, con troppi riferimenti ad una politica nazionale (quella canadese), sia per i motivi sopraelencati. Aggiungo che per un cittadino italiano medio è francamente incomprensibile come uno dei Paesi più vivibili al mondo quale è il Canada possa essere descritto come mediocre, noioso o asservito a delle logiche economiche o politiche al limite della sopportazione. Sarà pur vero, ma per sicurezza inviterei Monsieur Denault a vivere un anno in Italia, magari il prossimo libro sarà “La Pessimocrazia”.
Morte antologica permanente

PREFAZIONE:
le parole seguenti
sono un fango di cellule nervose,
tenute insieme dal silenzio.
Il silenzio è un’isteria di solitudine
che genera e accumula:
prodotti temporali,
energie cinetiche,
reazioni di gesti a catena.
I sogni, inseriti nella rassegnazione
come in un programma di noia pianificata,
sono gli arti di questo silenzio;
o, se preferiamo,
gli organuli ciechi del silenzio
che lavorano a tastoni
dentro il suo liquido citoplasmico.
Il silenzio può anche essere
la cellula monocorde
di un sentimento spaventato,
di un amore rappreso,
di un guanto scucito:
in tal caso
trasforma la solitudine
nella raggiera cerimoniosa
d’una nausea che procede,
maestosa,
con moto uniformemente accelerato.
(Si registra un’accelerazione a sbalzi
solo quando
un’effervescente disperazione
s’intromette con scatti sismici
a deviare il corso
dell’accelerazione stessa).
Per concludere,
l’evoluzione della nausea
può secernere un vuoto,
avente più o meno
le caratteristiche della morte;
o germogliare per gemmazione
quella strana forma di vita
identificata col nome di indifferenza,
la quale risulta essere (da approfondite supposizioni)
il chiasmo di paura e odio.
POSTFAZIONE:
le parole precedenti
sono un fango di cellule nervose,
tenute insieme dal silenzio.
Ogni allusione
a sentimenti e/o fatti reali
è voluta
silenziosamente.
prima di far cena,
mangiando fette di pandoro.
Che pensieri terra terra
vengono in mente
mandando giù bocconi
pastosi di burro:
pensieri... stomaco stomaco.
Tipo: «Sono stracco di vivere
a mia rovina;
sono stracco di vivere
alle mie spalle».
Insomma è un malessere transitorio che bisogna pur soffrire passando, tutto d’improvviso, dalla gioia al dolore. È un po’ come il malore successo a quelli che han volato da un fuso orario all’altro. Poi, quando la rabbia finisce, il mio pessimismo è solo rassegnazione.
Se vedo, però, intorno a me
sorrisi di compassione
per l’enorme sfiducia
che mi affligge il cuore,
mi rincacchio con passione
e, senza nemmen finire
di rovinarmi l’appetito,
corro a letto immusonito
saltando l’antipasto
(e figurati la cena!).
«Ah, sono stracco di vivere
a mia rovina;
sono stracco di vivere
alle mie spalle».
Pomeriggio sfaticato
A casa,
nel disordine alchimistico
delle ore scapestrate,
sfoglio un libro
foruncoloso di parole.
Allora esco
e vado a guardare i miei passi
che vorrebbero tanto
(come mille moschettieri)
essere uno
per ogni raggio di sole.
«Miao», fa il micio.
«Vruum», risponde l’automobile.
«Boh!», commento io. E torno a casa
galleggiando su questi passi
che ormai hanno capito
di essere ben pochi:
«Vorremmo tanto» – pensano –
«che i raggi di sole
(come tre moschettieri)
fossero uno
per ognuno di noi».
A casa,
nel disordine alchimistico
delle ore scapestrate,
mi ritrovo a fare
la critica letteraria
di uno starnuto
o della mia
scarpa sinistra.
Il traviato
Nel vero senso del cimitero
e di un riposo ossessivo
non sa più divincolarsi
dalle materie (o macerie) di studio
che pian piano disimpara con pigrizia
nella vecchi’aia del suo podere.
Traviato da un senso malinteso d’allattamento,
al contrario dei fratelli
partiti allo sbaraglio
(coraggiosi inermi in armi),
lui cerca rifugio
nella casa di famiglia:
la masseria
prensile e sterrata.
Morte antologica permanente
Siccome la vita
ci rovina la vita
(sempre!),
a giugno ho visitato
(un po’ turista, un po’ becchino
e un po’ parente sconsolato)
l’interessante morte
antologica permanente
delle mie speranze
migliori:
quanti sogni falliti
imbalsamati in bella mostra!
Li guardavo e piangevo
desolato nero,
dannandomi frenetico
la salute.
E adesso è soltanto
stanchezza rabbiosa
resistere ogni giorno
al ripetersi ingombrante del respiro
e della luce.
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