Il monte Atlante

Dopo la trasformazione delle figlie di re Minia, tutti gli abitanti della Grecia temevano e veneravano il dio del vino; solo Acrisio, re di Argo, sosteneva che né Bacco, né Perseo, suo nipote, erano figli di Giove.
Acrisio aveva una grande opinione di sé: si era conquistato da solo il trono e riteneva di essere il più forte e il più astuto fra tutti i re della Grecia; che bisogno aveva degli dèi?
«Forse gli dèi non esistono...» pensava.
Perciò non credeva che sua figlia Danae avesse avuto Perseo proprio dal re dell’Olimpo. Perseo, quel bambino tanto pericoloso, che non doveva nascere.
Infatti un oracolo aveva predetto ad Acrisio che sarebbe stato ucciso da un nipote e il re, per sfuggire al suo destino, aveva fatto rinchiudere la figlia dentro una torre inaccessibile. Ma Giove, innamorato della fanciulla, si trasformò in una pioggia dorata, passò attraverso una fessura aperta nel muro e riuscì ugualmente a raggiungerla ... Così nacque Perseo.
Quando Acrisio seppe dell’accaduto, non ebbe un attimo di esitazione:
- Chiudete la madre e il figlio in una cassa e gettateli in mare! - ordinò.
Ma Giove vegliava sui due naufraghi e, sospinta da un vento leggero, la cassa approdò nell'isola di Serifo. Polidecte, re dell'isola, salvò Danae e Perseo e li accolse nella sua reggia.
Il tempo passò e Perseo divenne un giovane forte e intelligente, Danae una donna bellissima. Polidecte era innamorato di lei e voleva sposarla, ma Danae, che viveva solo per il figlio, lo respingeva.
- Perseo è un ostacolo alla mia felicità, – pensava il re – devo liberarmi di lui!
Infine ebbe un’idea …
Come tutti i giovani, il figlio di Danae amava l’avventura e desiderava dar prova del suo coraggio, perciò un giorno Polidecte gli disse:
- So che non hai paura di nulla, ma certamente non oseresti affrontare la Gorgone Medusa!-
- Se la tua è una sfida, o re - rispose Perseo - l’accetto senza esitare! Prima, però, dimmi: chi è questa donna che dovrebbe farmi tanta paura?-
- Medusa non è più una donna, ma un tempo era una fanciulla bellissima, così bella che Nettuno, dio del mare, si innamorò di lei e subito fu ricambiato con grande passione. I due innamorati, però, scelsero per incontrarsi il tempio di Minerva, che sorgeva in una valle isolata e silenziosa ... Una notte la dea, scrutando la Terra dall’alto dell’Olimpo, si accorse che il suo tempio era stato profanato! Sdegnata, decise di vendicarsi dell'oltraggio subito ... Ma Nettuno era un dio, e lei non poteva punirlo; allora rivolse tutta la sua ira contro Medusa e la trasformò in un terribile mostro, con la lingua penzolante, le zanne enormi, i serpenti al posto dei capelli, gli occhi di fuoco. Chiunque l'avesse guardata, sarebbe diventato di pietra! –
- Anche ora Medusa ha questo potere? - chiese Perseo, affascinato dalla storia - Certo! La sua casa è circondata da statue di roccia, che un tempo furono uomini e animali - esclamò Polidecte. Vuoi forse rinunciare alla sfida? Sapevo che la verità ti avrebbe sconvolto...
- Niente affatto! - rispose il giovane, senza esitare - Voglio partire subito! Non ho paura, anzi: ben presto ti porterò la testa di Medusa!-
Polidecte aveva raggiunto lo scopo: finalmente avrebbe sposato Danae! Quel presuntuoso non sarebbe certo tornato dalla sua folle impresa: nessuno poteva vincere Medusa.
Invece Perseo, con l’aiuto di Mercurio e Minerva, i suoi fratelli divini, realizzò il progetto straordinario e decapitò la Gorgone.
Ma anche recisa, l’orribile testa conservò il potere di pietrificare chi la guardasse e i serpenti continuarono a sibilare e a sputare nero veleno.
Dal collo di quel mostro, però, insieme al sangue, uscì uno splendido cavallo alato: il giovane eroe lo chiamò Pegaso.
Ora, dopo la vittoria su Medusa, Perseo, felice e pieno di orgoglio, tornava a Serifo, volava leggero nell’aria, grazie ai sandali alati che gli aveva donato suo fratello Mercurio, e stringeva fra le mani una bisaccia, che racchiudeva la testa della terribile creatura.
Portato dal vento, Perseo vagò nel cielo immenso e, quando giunse il tramonto, si fermò nella regione dell'Esperia: era troppo pericoloso volare di notte, anche per un giovane eroe!
L’Espero era il regno di Atlante, un uomo gigantesco: aveva mille greggi e sulla sua terra nascevano alberi lucenti, che davano frutti d’oro.
- O re - gli disse Perseo, quando fu davanti a lui - Io sono figlio di Giove e ho compiuto grandi imprese: se onori gli dei e apprezzi il coraggio, ti prego, fammi riposare nella tua casa!
Atlante lo guardò pieno di sospetto e subito la sua mente corse a un’antica profezia, che ammoniva:
«Un giorno giungerà nella terra dell'Espero uno dei figli di Giove e allora il tuo regno avrà fine ... Egli
ti toglierà i frutti degli alberi d'oro, e la vita!»
Per questo il potente re si rifiutò di ospitare Perseo. Ma il giovane, senza esitare, infilò la mano nella bisaccia e trasse fuori la terribile testa di Medusa ...
Ecco, allora, Atlante diventare un’enorme montagna: la barba e i capelli si trasformano in folti boschi, le spalle e le mani sono rupi scoscese, la testa è la cima più alta, le ossa divengono massi.
Ora, ai confini del mondo, non esiste più il gigante padrone di mille greggi: al suo posto c’è una catena di monti, che ne conserva il nome e continua a sbarrare la strada a chi vuol avventurarsi nella terra dove crescono i frutti d'oro...
MA È UN UOMO?
Ma è un uomo? Molti se lo chiedevano, vedendola passare. Le sue forme opulente ricordavano un aspetto giunonico. Era una bella bionda, alta, ben fatta, dalle curve esuberanti, una donna matura, sui quarant’anni; il suo viso aveva tratti regolari e delicati con un naso aquilino e i grandi occhi neri, fortemente marcati dal rimmel, denotavano un temperamento focoso. Aveva un passo giovanile che indicava vigore e agilità insieme. Indossava dei jeans scoloriti, sgualciti o anche stracciati, alla moda, ma sempre molto attillati tanto che il suo culo prorompente sembrava voler lacerare il tessuto. Quella esuberante femminilità contrastava però con la sua voce cupa, baritonale e tuttavia attraente per una donna ma di più per un uomo, quale davvero lui era.
Io Gianni lo conoscevo bene, da bambini abitavamo nello stesso palazzo e spesso lui veniva a casa mia e io andavo a casa sua. Stessa scuola, io alla F, lui nella C. Poi, più avanti, si giocava insieme a calcetto e a tennis e vi assicuro che alle docce si vedeva bene che era un uomo. Poi negli anni di Università ci siamo persi e ieri, camminando in fretta a testa bassa, ci sono andato a sbattere. I nostri volti stavano quasi a scrosciarsi e stavo per dire: “mi scusi” ma quegli occhi anche se imbellettati erano a me ben noti e sono rimasto lì a fissarlo/a, imbambolato. “Ciao”, m’ha detto col suo vocione. “Ciao Gianni”, gli ho risposto e stavo per dargli una manata sul braccio, ma mi son trattenuto. Non sta bene dar sventole alle donne. Gli ho sorriso ma lui/lei sempre serio/a mi ha preso a braccetto e m’ha detto: “Vieni, andiamo al bar”. Non capita spesso d’andare per via abbracciato a una bionda come lei/lui che, per giunta, è un tuo amico d’infanzia. Ci siamo seduti in un angolino appartato e ci siamo guardati. Lei/lui aveva la stessa espressione contrita di allora, quando il preside della scuola ci sorprese a ‘giocare’ con Mara. Gianni cominciò così: “Lei odia gli uomini, ama le donne e io l’amo” m’ha detto. L’ho fissato con aria interrogativa. “Ama un’altra” ha continuato e aveva già gli occhi lucidi. Io, sempre zitto, non sapevo che dire. “Mi sono travestito per starle vicino, capisci?” Venne il cameriere: “Desiderano?” “Un whisky”, disse Gianni. “Due”, dissi io.
Illustrazione di Costantino Delfo
L'oroscopo letterario di Marzo


Bellissimo questo mese dove il 20 di Marzo irrompe la Primavera con l’entrata del Sole nel segno dell’Ariete, e non solo!
Un’altra importante ed eclatante è l’entrata DEFINITIVA di Urano nel segno del Toro;
- il 2 di Marzo Venere entra in Aquario e il 27 dello stesso mese entra nel segno dei Pesci;
- Mercurio fa un anello di sosta nel segno dei Pesci.
Si forma così un bellissimo ed emotivo stellium nel segno dei Pesci a regalar fantasia, emozioni e sensibilità ai nativi dei segni d’Acqua: Cancro, Scorpione e Pesci!
- Marte smuove gli animi pacati in Toro fino alla fine del mese, poi il 31 trasloca nel segno dei Gemelli;
- Saturno e Plutone confermano il loro potere in Capricorno;
- Giove dispensa fortuna nel segno del Sagittario.
ARIETE: 21/3 – 20/4: benvenuta primavera!
Che bello il vostro entusiasmo, motore primo della vostra vita, della voglia di muovervi, di cambiare, di girare pagina con quanto non vi soddisfa, alimentando positivamente ogni iniziativa che vorrete sfidare.
Un classico da rileggere: “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe.
TORO: 21/4 – 20/5: benvenuto Urano!
Si dice che voi non amiate i cambiamenti, più che cavalcarli, voi li subite! Questa volta, le cose sono diverse, la vostra vita la vedete con le lenti colorate, in modo rivoluzionario, con effetti speciali, acchiappando al volo occasioni fortunate e soprattutto azzeccate.
Un classico da rileggere: “Il libro della giungla” di Rudyard Kipling.
GEMELLI: 21/5 - 21/6: una ventata di freschezza
Potreste davvero sentirvi sfiniti, ma è solo una vostra sensazione, che vi costringe a mettere i piedi per terra e volare basso. Meno male che Venere c’è e vi aiuta a sollevare il vostro morale, solleticando la vostra parte adolescenziale senza sentirvi in colpa.
Un classico da rileggere: “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello.
CANCRO: 22/6 – 22/7: cambiamenti inaspettati
Finalmente, dopo anni di stagno e ristagno, Urano irrompe nella vostra vita e regala una ventata di aria fresca e rigeneratrice, si profilano all’orizzonte cambiamenti indovinati, scelte importanti e le certezze affettive che cercavate.
Un classico da rileggere: “Odissea” di Omero.
LEONE: 23/7 – 23/8: ruggite forte!
Siete generosi e magnetici, attraenti e ottimisti, pronti per far diventare i vostri sogni realtà? Fidatevi delle vostre intuizioni, lasciate respirare le vostre emozioni che vi guidano lontano.
Un classico da rileggere: “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo.
VERGINE: 24/8 – 22/9: quasi tutto il cielo è dalla vostra parte!
A parte qualche sgambetto di Giove, avete davvero tutto dalla vostra parte, chiedete la Luna e vi sarà dato. Chiedete di andare su Marte e un atollo per voi è pronto per decollare. Beh, forse state esagerando un po’!
Un classico da rileggere: “La certosa di Parma” di Stendhal.
BILANCIA: 23/9 – 22/10: un po’ più di leggerezza
Si profila un periodo interessante, quasi magico, quasi medianico. Un periodo di grandi trasformazioni interiori, di esperienze spirituali, un avvicinamento ad altre culture, fatto di studi e di conoscenze.
Un classico da rileggere: “Novelle” di Giovanni Verga.
SCORPIONE: 23/10 – 22/11: di tutto e di più
Successo creativo, intuito geniale, idee prodigiose, progetti fruttuosi, complice un dialogo convincente che promette fuochi d’artificio. Potete darvi alla pazza gioia!
Un classico da rileggere: “Eneide” di Virgilio.
SAGITTARIO: 23/11 – 21/12: nessun ostacolo in vista!
Entusiasmo, edonismo, benessere e pensiero positivo vi illuminano di simpatia e di generosità, di gratificazione e successo, di creatività e di ingegno, di ricchezza e di grandi traguardi.
Un classico da rileggere: “Storia di una capinera” di Giovanni Verga.
CAPRICORNO: 22/12 – 20/1: arriva il tempo non delle mele, ma delle svolte!
Inaspettati desideri solleticano la vostra voglia di lavorare, ma anche di fare l’amore, di dare una grande svolta alla vostra personalità, al vostro modo di fare, alla voglia di stare nel mondo.
Un classico da rileggere: “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne.
AQUARIO: 21/1 – 19/2: tutto in sintonia
Non vi resta che ridere!!! Vi aspetta un periodo fortunato, pieno di novità nell’ambito della carriera, in amore, in affari, insomma ora gira tutto per il verso giusto, finalmente!
Un classico da rileggere: “Le avventure di Huckleberry Finn” di Mark Twain.
PESCI: 20/2 – 20/3: delle belle rivincite!!
Un ottimo antidoto suggerito da Saturno è un pizzico di sano egoismo che riporti gli equilibri nella tua vita affettiva e professionale, a volte basta poco per far scivolare qualche turbamento emotivo.
Un classico da rileggere: “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj.
Poesie di Valentina Casadei

Immaginai la vita
Come donna
Le diedi un corpo piccino
Di fata
Un naso grande
Di strega
E due grandi occhi
Una domanda.
Te, nel cielo
nell’ignominia del dolore
guardi in basso
M’osservi vivere,
muovere l’arto destro
camminare sui piedi stanchi
M’osservi osservarti
implorare il cielo d’assottigliarsi
la troposfera di scomparire,
per avvicinarci
M’osservi piangerti
macchiare di nulla i cuscini
nell’attesa d’allontanare
tutti i tuoi aliti di pensiero
E nell’imparità del fato
sei il dubbio
il miracolo dell’eventualità
Te, nel cielo
Dies irae

Il dies irae, il giorno dell’ira, o del giudizio, è una sequenza, cioè un componimento musicale liturgico, attribuito a Tommaso da Celano.
Era usato soprattutto nelle liturgie francescane e domenicane ma l’uso nei messali divenne universale sulla fine del quattrocento.
Celebri musicisti, fra i quali Cherubini, Donizetti, Dvorăk, Berlioz, Mahler, hanno accompagnato il testo, ma i più famosi sono Verdi e, soprattutto, Mozart.
The dies irae, the day of wrath, or of judgment, is a “sequence”, that is, a liturgical musical composition, attributed to Tommaso da Celano.
It was used mainly in the Franciscan and Dominican liturgies but the use in the missals became universal in the late fifteenth century.
Famous musicians, including Cherubini, Donizetti, Dvorăk, Berlioz, Mahler, accompanied the text, but the most famous are Verdi and, above all, Mozart.
Dies ìrae, dìes ìlla,
Solvet seclum in favìlla,
Teste David cum Sybìlla.
Quantus tremor est futùrus,
Quando Iùdex est ventùrus,
Cuncta stricte discussùrus.
Tuba, mirum spargens sonum,
Per sepùlchra regiònum,
Coget omnes ante thronum.
Mors stupèbit et natùra,
Cum resùrget creatùra,
Iudicànti responsùra.
Liber scriptus proferètur,
In quo totum continètur,
Unde mundus iudicètur.
Iudex ergo cum sedèbit,
Quidquid latet apparèbit,
Nil inùltum remanèbit.
Quid sum miser tunc dictùrus?
Quem patrònum rogatùrus,
Cum vix iùstus sit secùrus?
Rex tremèndae maiestàtis,
Qui salvàndos salva gratis,
Salva me, fons pietàtis.
Recordàre, Iesu pìe,
Quod sum càusa tuae vìae,
Ne me perdas ille dìe.
Quaerens me, sedìsti làssus;
Redemìsti crucem pàssus;
Tantus labor non sit càssus.
Iùste Iùdex ultiònis,
Donum fac remissiònis,
Ante dìem ratiònis.
Ingemìsco tamquam rèus;
Culpa rubet vultus mèus;
Supplicànti parce, Dèus.
Qui Màriam absolvìsti,
Et latrònem exaudìsti,
Mihi quoque spem dedìsti.
Preces meae non sunt dìgnae,
Sed tu bonus, fac benìgne,
Ne perènni cremer ìgne.
Inter oves locum praesta,
Et ab haedis me sequèstra,
Stàtuens in parte dèxtra.
Confutàtis malèdictis,
Flammis àcribus addìctis,
Vòca me cum benedìctis.
Oro supplex et acclìnis;
Cor contrìtum quasi cinis;
Gère curam mei fìnis.
Lacrimòsa dìes ìlla,
Qua resùrget ex favìlla,
Iudicàndus homo rèus,
Hùic èrgo pàrce Dèus;
Pìe Ièsu Dòmine,
Dòna eis rèquiem. Amen.
Poesie di Valentina Casadei

Ti dedichi,
con cura,
al peso delle piume
Detieni i diritti dei cieli
linea diretta alle stelle,
che unisci
come puntini senzadio,
sparsi a manciate goffe
da mani di contadini
che trovano casa ai semi
Sono un disastro sbiadito
Un errore dall’alto
Un dito puntato
Sono un enorme rimpianto
Sono un fiume nel mare
il fluttuare dell’onda
l’annegare del sordo
Sono un navigante disperso
La letteratura incontra la moda con “La Diva Simonetta” a Siracusa

Appuntamento culturale di rilievo a Siracusa con la presentazione del romanzo La Diva Simonetta – la sans par di Giovanna Strano, Aiep Editore. L’evento ha coniugato la presentazione dell’opera letteraria con la moda, abbinando al romanzo, incentrato sulla vera storia della Venere del Botticelli, un abito strepitoso realizzato dalla stilista Gisella Scibona, autrice di numerosi capi nell’ambito di Art Couture. Lo scenario della splendida Piazza Duomo ha fatto da coronamento a un evento magico, che ha incantato il pubblico coniugando vari linguaggi artistici. La voce dell’attore Francesco Di Lorenzo ha portato gli spettatori direttamente dentro il romanzo, coinvolgendo attraverso un’immersione totale nella narrazione.
L’ultima novità letteraria dell’ormai affermata scrittrice siracusana Giovanna Strano, nonché dirigente scolastico dell’Istituto “Antonello Gagini”, ha raccolto il consenso dei lettori a Milano, Bologna, Rimini, Torino e, per ultima, Siracusa nell’elegante cornice del Salone di Palazzo Vermexio. Si tratta del romanzo storico La Diva Simonetta – la sans par, AIEP Editore, pubblicato da qualche mese e già in vetta alle classifiche.
L’evento, patrocinato dal Comune di Siracusa e, in particolare, dall’Assessorato alla Cultura, è stato introdotto dall’Assessore alla Cultura Fabio Granata, dalla presidente dell’Associazione Fildis Elena Flavia Castagnino, dal docente e artista Nino Sicari e dalla stessa autrice.
L’opera è centrata sulle opere di Sandro Botticelli e ci svela, con uno stile coinvolgente e appassionante, i segreti della Primavera del Botticelli e degli altri capolavori del ‘400, narrando la storia, poco conosciuta, della splendida Simonetta Cattaneo Vespucci, immortalata nelle opere di Sandro Botticelli, del Ghirlandaio, di Benozzo Gozzoli e altri maestri.
La bellissima Simonetta diventa, attraverso i tempi, una musa immortale di bellezza. Lo scenario è la Firenze rinascimentale della seconda metà del ‘400, quella di Lorenzo de’ Medici, un’epoca storica singolare per la ricchezza culturale e l’effervescenza politica che connotano la fioritura dei Comuni e delle Signorie.
L’esuberanza artistica della società del tempo fa da coronamento a una storia vera, celata nei documenti del periodo sepolti in archivi e biblioteche, e velata in molte opere d’arte e nei componimenti letterari dei cantori del tempo, come Agnolo Poliziano, Tommaso Sardi, Bernando Pulci e lo stesso Lorenzo il Magnifico.
Simonetta è la musa ispiratrice del maestro Botticelli, al punto che il pittore esprimerà il desiderio di essere sepolto ai suoi piedi. E proprio l’avvenenza della giovane ne costituirà anche motivo di sventura, in quanto la renderà preda della malvagità e della cupidigia umana. Simonetta morirà nel 1476 all'età di soli ventitré anni. Gli artisti del tempo restituiscono al mondo una figura destinata a divenire immortale attraverso i tempi; per tutti noi resterà in eterno la sans par.
A coronamento dell’evento la docente e artista Angela Gallaro Goracci ha introdotto i lavori degli studenti nella realizzazione della copertina della pubblicazione.
Poesie di Valentina Casadei

Abbiamo visto arrivare la notte
con lo scoppio di tutti i tuoi ordigni
che frantumavano il rantolo dei ricordi
e seguivano le mappe dello splendore
Abbiamo visto arrivare la notte
nella disperazione dell’abbandono
in quell’eremo dove dimora
la mia pietà verso la tua dottrina
Abbiamo visto arrivare la notte
ad occhi aperti, nel buio
nella beatitudine dei tuoi respiri
pieni di senso e di colore chiaro
Il mattino per le stelle
la fame per le fauci
il passo dell’inerzia
Sei pioggia su giacca
sei quella parola che non dico
Misconosci le regole del vuoto
e l’eternità ti aspetta fra i respiri
Read different
![]()
Da marzo ad aprile, a Roma, il nuovo corso di West Egg
per aspiranti scrittori, redattori, editor R e a d d i f f e r e n t !
Come si valuta un libro?
Chi abita fuori Roma potrà seguire il corso via Skype inoltre la registrazione video di ogni lezione sarà disponibile poche ore dopo la sua conclusione
|
|
|
Calendario
info e costi info@westegg.it |
Stabat Mater

Lo Stabat mater, letteralmente “stava la madre”, è una preghiera in latino del XIII secolo, attribuita a Jacopone da Todi. Il ritmo è già quello del latino medievale e ne sono state fatte alcune versioni liturgiche e anche una in italiano dell’ottocento.
Addolorata, in pianto
la Madre sta presso la Croce
da cui pende il Figlio.
Immersa in angoscia mortale
geme nell’intimo del cuore
trafitto da spada.
Quanto grande è il dolore
della benedetta fra le donne,
Madre dell'Unigenito!
Piange la Madre pietosa
contemplando le piaghe
del divino suo Figlio.
Chi può trattenersi dal pianto
davanti alla Madre di Cristo
in tanto tormento?
Chi può non provare dolore
davanti alla Madre
che porta la morte del Figlio?
Per i peccati del popolo suo
ella vede Gesù nei tormenti
del duro supplizio.
Per noi ella vede morire
il dolce suo Figlio,
solo, nell'ultima ora.
O Madre, sorgente di amore,
fa' ch'io viva il tuo martirio,
fa' ch’io pianga le tue lacrime.
Fa' che arda il mio cuore
nell’amare il Cristo-Dio,
per essergli gradito.
Ti prego, Madre santa:
siano impresse nel mio cuore
le piaghe del tuo Figlio.
Uniscimi al tuo dolore
per il Figlio tuo divino
che per me ha voluto patire.
Con te lascia ch'io pianga
il Cristo crocifisso
finché avrò vita.
Restarti sempre vicino
piangendo sotto la croce:
questo desidero.
O Vergine santa tra le vergini,
non respingere la mia preghiera,
e accogli il mio pianto di figlio.
Fammi portare la morte di Cristo,
partecipare ai suoi patimenti,
adorare le sue piaghe sante.
Ferisci il mio cuore con le sue ferite,
stringimi alla sua croce,
inèbriami del suo sangue.
Nel suo ritorno glorioso
rimani, o Madre, al mio fianco,
salvami dall’eterno abbandono.
O Cristo, nell'ora del mio passaggio
fa' che, per mano a tua Madre,
io giunga alla mèta gloriosa.
Quando la morte dissolve il mio corpo
aprimi, Signore, le porte del cielo,
accoglimi nel tuo regno di gloria.
Amen.
Lo Stabat Mater è anche una melodia gregoriana. Fu abrogata dal Concilio di Trento e poi reintrodotta nella liturgia nel 1727 da papa Benedetto XIII.
Ha ispirato oltre quattrocento compositori. Le versioni più famose sono quelle di Scarlatti, Vivaldi, Verdi, Rossini, Haydn, Salieri, Boccherini ma, soprattutto, di Pergolesi.
Colgo l'occasione per ricordavi il mio personale Stabat, nel capitolo 18 de L'uomo del sorriso.
The Stabat mater, literally "stood the mother", is a Latin prayer of the thirteenth century, attributed to Jacopone da Todi. The rhythm is already that of medieval Latin and some liturgical versions have been made and also one in Italian of the nineteenth century.
Stabat Mater is also a Gregorian melody. It was repealed by the Council of Trent and then reintroduced into the liturgy in 1727 by Pope Benedict XIII.
It has inspired over four hundred composers. The most famous versions are those of Scarlatti, Vivaldi, Verdi, Rossini, Haydn, Salieri, Boccherini but, above all, of Pergolesi.
I take this opportunity to remind you of my personal Stabat, in chapter 18 of The Man of the Smile.
«Jeshu… Jeshu…»
Chiamava suo figlio appeso sulla croce, Maria di Nazareth, col dolce nome dell’infanzia. «Jeshu…» Poterlo strappare da lassù, stringerlo ancora fra le braccia come quando era bambino, riscaldarlo, asciugargli le lacrime di sangue che gli rigavano il volto. La sua mente di madre vacillava, aveva un macigno da sollevare a ogni respiro doloroso quanto i respiri del figlio. Temeva di vederlo morire e, insieme, lo desiderava come non aveva mai desiderato altro in tutta la sua vita.
Si era levato vento, la pelle di suo figlio, tormentato dalla febbre, s’increspava di brividi. Yeshua’ fece uno sforzo per sollevarsi, per respirare, ma il movimento gli strappò un lamento.
“Muori, figlio mio, ti prego, non lottare”.
I singhiozzi l’avevano squassata fino a sfinirla, ora non aveva più lacrime, solo un orrore fondo e nero che la invadeva da capo a piedi. Ogni pezzo di lei era lassù, insieme al figlio sulla croce; soffriva con lui, agonizzava con lui.
Yeshua’ emise un gemito, la testa gli ciondolò sul petto, perse conoscenza e questo fu un conforto per la madre. Mentre pregava Dio che facesse morire in fretta il suo ragazzo, si abbandonò ai ricordi, consapevole che, da quel momento in poi, sarebbero stati l’unica cosa che avrebbe avuto di lui.
Il vento del deserto era lo stesso quando Yeshua’ era nato, come se un cerchio si stesse chiudendo. Ricordava le pareti pietrose della grotta, il pavimento macchiato di sangue, Yosef che, con le ginocchia, premeva sul suo ventre per aiutarla a spingere. Ricordava l’odore di stalla, il fiato caldo del bue, la mangiatoia nella quale aveva adagiato il bambino, maledicendo l’ostessa che non li aveva accolti. Ricordava il calore delle braccia di Yosef, ansimante e sudato, che stringevano lei e il piccolo appena nato. «Ora siamo una famiglia, Maria» le aveva detto. «Sei stata brava».
Più di ogni altra cosa, ricordava il primo istante in cui aveva stretto a sé il bambino. Il corpicino si era adattato subito all’incavo delle sue braccia, Yeshua’ si era acciambellato contro di lei come fosse ancora nel suo grembo, le piccole labbra avevano cercato il capezzolo. Lei aveva tastato con le mani ogni parte del piccolo corpo, aveva posato la guancia sul ventre per sentirne il calore, aveva annusato l’odore per imprimerselo dentro, riconoscendolo poi per sempre, sentendo che quella era la perfezione, che lei era venuta al mondo per dare la vita a lui. Dopo, niente era più stato come in quell’istante. Solo distacco, lontananza, freddezza.
Oggi, ai piedi della croce, l’amore che provava per suo figlio era così grande che non bastava un cuore solo a contenerlo. E il suo cuore di madre ora stava esplodendo, pompava sangue all’unisono col cuore del figlio, accompagnandolo, respiro dopo respiro, fino all’ultimo soffio di vita. (Da L'uomo del sorriso di Patrizia Poli pagina 222)
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)

