Preludio, vuoto e angosce

PRELUDIO
La voce arranca, arretra tardiva al tramonto
crepa e sospira,
consuma un tempo nell’ambiguo vuoto circostante,
mentre scompare il vento che lì finisce e straripa.
VUOTO
Ho in prestito illusori letarghi d’animale
come invisibili le tane patite e noi, frasche
abbandonate all’interno di un vuoto assonnato.
ANGOSCE
L’anima che invecchia tra gli alberi
dove un legno secco marcisce
è preda del suo spreco inciso
sulla pelle fustigata, estenua del presente,
scende sconosciuta fuliggine
che piano si nasconde.
Intervista a Fabio Strinati
Fabio Strinati è un giovane musicista e poeta (classe 1983), che vive a Esanatoglia, in provincia di Macerata. Abbiamo recensito su questo blog Pensieri nello scrigno e Dal proprio nido alla vita, entrambi pubblicati con Il Foglio Letterario. Fabio ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande.
Ciao, Fabio. Parlaci un po’ di te e della tua scrittura. Ti senti più musicista, più poeta o più contadino?
Attraverso la scrittura cerco di esprimermi per come sono. Ammetto di essere una persona molto complessa, una persona non proprio semplice. Quindi penso che anche la mia scrittura, in qualche modo, sia abbastanza complessa. Detto questo, sono una persona in continua evoluzione. Non amo fossilizzarmi, amo sperimentare, conoscere, vedere, sentire. Quindi, quando dico che la mia scrittura è complessa, non la identifico come difficile, ma come una scrittura in continuo movimento. Io, sinceramente, mi sento prima contadino e poi poeta e musicista. Sono cresciuto in campagna, con la vigna, gli alberi da frutto, e tutto questo mi ha aiutato a saper vedere la natura con gli occhi giusti.
In Pensieri nello scrigno si notava una specie di desiderio inconfessato di lasciarti andare a un eloquio poetico più piano, meno ermetico. Mi sembra che nell’ultimo poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, tu abbia compiuto proprio questa operazione. È così?
Sono due libri completamente diversi. Il primo è una raccolta di poesie, mentre il secondo è un poemetto, anche se non mi piace identificarlo così. Il termine poemetto è pericoloso, molto poetico, molto ricco di linfa e di significato. Per questo sostengo che Dal proprio nido alla vita non sia un poemetto, ma un libro di semi-prosa poetica. Poi la differenza sta soprattutto nel fatto che Dal proprio nido alla vita è un libro influenzato da una lettura di un altro libro, che è Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi. Mentre Pensieri nello scrigno viaggia su frequenze del tutto differenti. Si tratta del mio primo libro, a cui sono molto affezionato, anche se all’inizio non è stato così facile farmelo piacere. Rispondendo alla tua domanda, credo che Dal proprio nido alla vita sia un libro molto profondo che si esprime attraverso una scrittura gradevole. Pensieri nello scrigno è un libro molto profondo, particolare, che si esprime attraverso una scrittura nebulosa.
Il fatto di scrivere poesie, suonare e vivere una vita di natura artistica, oltre che pratica, ti ha mai creato sensi di colpa? Voglio dire, hai mai dovuto giustificarti, con la famiglia, con gli amici, con la società per queste tue passioni?
Io ho trentaquattro anni, ma scrivo da circa quattro anni. Ho lavorato in fabbrica per ben quindici anni, ho fatto il militare, lavoro la campagna, ho lavorato in una azienda agricola, quindi, sensi di colpa non ne ho mai avuti. Ma in maniera del tutto onesta ti dico che, anche se avessi sempre scritto fin dall’infanzia, non me ne sarei affatto vergognato. Tutto ciò che conta per me è essere una brava persona. Non voglio essere ricordato come un poeta, uno scrittore, o cose del genere, ma voglio essere ricordato come una brava persona.
Ti senti risolto come persona, quello che fai ti appaga o sei ancora alla ricerca della tua identità?
Tutto quello che faccio mi appaga moltissimo e sento un’energia fortissima ogni volta che scrivo una frase, un verso. Ogni volta che mi metto al pianoforte è sempre come se fosse la prima volta, e mi piace così tanto suonare che il mio corpo vibra ogni volta che suono. Realizzato come persona sicuramente sì, ma come persona a 360°. Tutto ciò che mi circonda mi fa stare bene. La mia famiglia, la mia fidanzata, i luoghi che tocco, che respiro. Mi sento bene con me stesso.
Nell’ultimo lavoro è descritto un momento di crisi e di depressione. Puoi raccontarci qualcosa?
Come ho detto in precedenza, sono una persona complessa. Nel poemetto è descritto un periodo ben preciso della vita di una persona, che è l’adolescenza. Si tratta di un periodo molto delicato della vita, un momento di passaggio, di trasformazione. Un periodo dove molto spesso non veniamo capiti, e non vogliamo neanche noi capire. Il mondo ci sembra molto piccolo, ma in realtà, poi, scopriamo che è molto grande. La crisi di cui parlo nel libro fa riferimento a una situazione di smarrimento. E quella situazione, quando si è sensibili e complessi, viene metabolizzata in maniera forte e disordinata.
Da agosto purtroppo sei alle prese con la devastante esperienza del terremoto, ha un senso la scrittura quando ci si scontra così duramente con la crudezza della vita?
Credo che la scrittura abbia ancora più senso durante questi momenti così duri. Io, attraverso la scrittura, mi sto tutelando la salute. Se non avessi scritto sarei impazzito già dal 25 di agosto. Ho vissuto e sto vivendo il terremoto in maniera drammatica, nonostante non abbia avuto grossi problemi. Dormo in camper per paura, non per inagibilità. Ma è proprio in questi momenti che l’uomo deve tirar fuori la sua parte solida e combattiva. Io ci sto provando, e la mia cura, la mia terapia, è scrivere.
Pensi che la poesia oggi abbia valore solo introspettivo e consolatorio?
La poesia ha un valore che va oltre la poesia stessa, oggi come in passato. Poi, che stiamo vivendo in un periodo storico molto molto complicato è sotto gli occhi di tutti, ma la poesia trova e troverà sempre lo spazio dove intrufolarsi. Non riesco proprio a vedere un mondo senza la poesia.
Cosa vorresti che un lettore provasse leggendoti?
Un libro deve farti compagnia, quindi penso che i miei lettori, leggendomi, provino questa sensazione di compagnia. Io quando scrivo ci metto l’anima, e spero che questa mia anima possa toccare il cuore dei miei lettori, che ringrazio moltissimo. E poi, se vuoi essere letto, devi leggere. È vero che scrivo molto, ma è anche vero che leggo moltissimo.
Fabio Strinati, "Dal proprio nido alla vita"

Dal proprio nido alla vita
Fabio Strinati
Edizioni Il Foglio, 2016
pp 54
8.00
Una montagna scura,
tenebrosa, fredda ed ostile, luoghi di fantasmi
e di leggende, che cantano le loro messe
tra gli alberi sudati dalla pioggia, e i funghi velenosi
cresciuti sulle rocce scorticate dai venti con le unghie. (pag 38)
Avendo letto Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi e anche il precedente libro di poesie di Fabio Strinati, Pensieri nello scrigno, mi sono molto incuriosita che Strinati abbia scritto un poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, interamente dedicato al romanzo dell’autore toscano.
In effetti, anche in questo componimento si parla di adolescenza, di spiccare il volo dal proprio nido, di memoria e nostalgia, di voglia di crescere e, insieme, di non farlo. Nel caso di Lupi la metafora è il gabbiano, qui la rondine.
Ciò che diversifica, secondo me, i due autori, è l’età. La nostalgia di Lupi è l’autentico strazio dell’uomo sulla via del tramonto, quella di Strinati sarebbe frutto solo di malinconia giovanile se non fosse che, negli ultimi tempi, egli ha dovuto fare i conti col terremoto e allora il rimpianto è divenuto perdita concreta.
Una Piombino dei ricordi da una parte, le Marche martoriate e aspre dall’altra, rese, però, negli elementi primigeni di boschi e montagne. Il monte Corsegno diventa “scoglio” di montagna, proprio per uniformarsi al testo marino di Lupi, e la rondine è anche gabbiano, ugualmente solitaria, ugualmente alla ricerca di un sé più compiuto, maturo e soddisfatto.
La maturità è ciò che ci permette di soffocare i nostri ricordi. Infatti, per non morire di nostalgia, per crescere, occorre lasciar andare il passato, anche quello recente, e guardare avanti. La maturità è il luogo dove tutto ha un nome, dove le cose sono definite, nette, e perciò hanno già perduto molto del loro fascino e molte delle possibilità. E, tuttavia, è così che deve essere.
Il poemetto è scandito dalle stagioni, narra una crisi esistenziale: non avevo nulla, non sentivo nulla, l’indecisione di un ragazzo che non ha ancora la forza di affrontare la vita, preda di un’inerzia che somiglia alla depressione.
Un vento di tramontana che ti entrava dentro le ossa,
che gelava, non soltanto quelle pochissime
parole che non avrei mai detto, ma persino i miei non pensieri (pag 39)
Un ragazzo che non riesce a non essere poeta, a integrarsi nel sistema.
Solo la natura, seppure matrigna e squassata da tremende forze telluriche, gli permette di esprimersi, ha un effetto consolatorio, offre speranza di diventare, forse, una di quelle rondini che sanno affrontare la vita.
Rispetto alla precedente silloge c’è il ritorno a un versificare meno ermetico. L’autore abbandona la ricerca lessicale e musicale che lo caratterizzava e ricomincia a chiamare le cose col loro nome. La lingua diventa più colloquiale, a volte troppo, con cadute di stile, (ficcante), altre di sapore ottocentesco (fu candido di sassi e di tovaglie). Le virgole spezzano le frasi, gli enjambement le allungano nel verso successivo. Della poesia resta poco, c’è solo prosa poetica ma forse non è un male.
Marie Albes, "Apostasia"

Apostasia
Marie Albes
Amazon, 2017
pp 433
14,00
Finalmente un libro da leggere come se fosse solo un libro ed io solo un lettore. Intendo dire un romanzo da tenere sul comodino ed essere felici di ritrovarlo la sera prima di dormire, semplicemente per sapere cosa accade nella pagina successiva, per farsi catturare dalla storia e dall’ambientazione. Ho sempre sostenuto che in Italia non ci sono romanzieri come piace a me, cioè narratori a tutti gli effetti, capaci di scrivere un romanzone accattivante, gradevole, non superficiale. Forse mi posso infine ricredere e questa (per me) sconosciuta Marie Albes è la narratrice che stavo cercando.
Non importa se la storia non è originale. Nessuna, a ben vedere, lo è. Le storie sono storie e alla gente piace sentirsele raccontare. Le storie sono spesso uguali, cambia il modo in cui sono scritte. E questa Apostasia è scritta davvero bene, a parte qualche minuscola imprecisione o ripetizione che, sono sicura, ad un successivo editing l’autrice ha saputo rilevare e correggere. La lingua è scorrevole, piana ma coinvolgente, ricca di spunti riflessivi, di pathos e persino di soffusa poesia.
La trama è ben congegnata, sebbene le due figure femminili, Chiara Innocenti ed Elena Gentile (c’è un eco Dickensiano nei loro cognomi) siano un po’ troppo intercambiabili. L’amore, perché di romanzo d’amore e di genere si tratta, è rappresentato, analizzato e vivisezionato in tutti i suoi aspetti. Si vede che l’autrice sa di cosa parla, conosce l’animo umano, l’ineluttabilità della passione, i tempi e i modi della stessa, il dolore dell’abbandono, e li riproduce con tanta finezza psicologica.
L’amore porta all’apostasia, si sostituisce alla fede, anzi, diventa esso stesso fede, fiducia nell’intuito del proprio cuore, nei sentimenti che sono sempre innocenti, nell’amato che non tradisce.
Chiara è una suora che s’innamora, ricambiata, di Josè, un giovane spagnolo di bell’aspetto, giunto nel suo convento per indagare un passato che qui non riveliamo ma che si lega a un vecchio delitto maturato in campo ecclesiastico. La vicenda di Chiara e Josè ricalca quella precedente di Elena e Miguel, in un parallelo troppo poco caratterizzato ma comunque ricco di suspense. Quindi abbiamo amore, thriller, intrigo, atmosfera, tinte forti di stampo ottocentesco, e mi sa che l’autrice ha confidenza con tutti i bei romanzi inglesi.
La narrazione si apre con il cliché del manoscritto ritrovato e prosegue nella campagna fiorentina e senese, fra oliveti, pievi e conventi, per concludersi nella città di Granada. Marie Albes mostra un forte interesse per la cultura e per la lingua castigliana, di cui fa un uso troppo abbondante nel testo, fino a compiere la scelta opinabile di nominare i capitoli in spagnolo.
Un talento, in ogni caso, questa Marie Albes - che pare abbia scritto anche romanzi fantasy- una scrittrice di genere elegante e garbata, un'autentica, piacevole, scoperta.
L'ologramma (parte 2)
Non puoi cronometrare un sogno, non puoi registrarlo su supporti, non dovresti morire dentro.
Perché se l’ologramma ha una valenza, una portata enorme, lo si deve alla sua interiore matematica. È un insieme senza tempo di millisecondi. Una narrazione dentro le zanne d’avorio.
Forse dovremmo insegnare ai neonati ad essere folli. Forse follia e felicità sono indivisibili.
Perché un’idea oggi normale una volta è stata folle, fuori da questo mondo.
Ma quando ho scritto di non essere soltanto un ologramma, l’ho fatto di getto. Senza se e senza ma.
Ho letto che l’anima è un fenomeno border e in parte secondo me ha senso.
Come l’inizio di Futura di Dalla. E poi senti: “Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio.”
Penso che ci sono persone che annullerebbero l’ologramma. Lo eliminerebbero.
Perché la storia ci spiega che lager e gulag fecero fuori milioni di persone.
L’ologramma è un manifesto blu forte su un muro opaco, è un progetto infinito. È una macchina da scrivere bianca. È l’Aida di Rino Gaetano. Come il mokele-mbembe.
Come le luci nella valle di Hesdalen, in Norvegia. È il satellite Black Knight sempre in orbita.
A Washington, da qualche parte, c’è un Museo dedicato al mondo dello spionaggio. Ed è anche questo il progetto.
Siamo il sogno. Siamo l’ologramma di questo puntino chiamato Terra. Esseri umani.
Siamo un trattato non rispettato. Gli eredi della rivoluzione digitale.
Siamo in cerca di un George Orwell anche se sappiamo che i tempi sono cambiati e che il controllo è massificato, diffuso.
Siamo le righe d’incipit di Cent’anni di solitudine.
Siamo il cervello positronico nato dalla mente di Asimov.
Ecco. L’ologramma è un noi di musica, poesia, letteratura, cinema, follia, arte, altri mondi.
Perché nell’ologramma c’è l’Alfa e l’Omega, come nel mare.
Perché è un panta rei senza padrone. È un geroglifico addormentato. È un pentagramma dove scriverai la tua musica. È urlo dentro. È La metamorfosi di Kafka. È un profeta accecato dal mondo. È Dottor Jekyll e Mr Hyde. È la sentenza di una clown.
Da anni sono affascinato dalle opere del pittore belga Magritte. Al quale accosterei certe idee di Jung. È un giacimento d’oro nel Klondike.
L’ologramma, nostro, ha la vista del Pamukkale in Turchia. Passa da Uluru alla cinese Valle del Jiuzhaigou. È tra i 45 messicani fondatori di Los Angeles.
Siamo, come dice Camus, un popolo di colpevoli che camminerà senza posa verso un’impossibile innocenza, sotto lo sguardo amaro dei grandi inquisitori.
L’ologramma è ubiquo senza materia. È un torrente in mezzo al deserto.
Ma deve generare felicità. Senza di essa non può esistere.
Un’altra condizione d’esistenza del progetto è la matrice della bellezza. Perché senza bellezza nemmeno l’universo può esistere.
L’ologramma è la nave di Comfortably Numb. L’ologramma è un’ombra rossa.
L’ologramma è un sogno che non muore, un vulcano pronto ad esplodere.
I giorni della merla
“Per me la domenica è sempre uguale”, scrivevo il 16 febbraio 1970. “Ieri come sempre sono restata in casa con i miei genitori. La mattina ho giocato mentre la mia mamma faceva le faccende e il mio babbo non so. Il pomeriggio ho giocato e poi alle cinque abbiamo guardato la televisione fino a tardi poi abbiamo mangiato e dopo si è riguardato la televisione. Così succederà tutto l’inverno ma a primavera noi andremo a fare qualche gita a fine settimana.”
Quello che facciamo da bambini, sia esso frutto di una nostra libera scelta oppure delle imposizioni familiari, plasma ciò che diventeremo e ci piacerà fare da grandi. Mi pare che le mie domeniche non siano poi tanto diverse da quelle del lontano 1970. Certo, ora esco di più, ma lo faccio per dovere, verso il marito, verso il cane e verso me stessa, ché una boccata d’aria e un po’ di movimento fanno bene. Se fossi io a decidere, però, starei tutto il giorno in casa, dopo aver pulito e messo in ordine, essermi fatta una doccia e aver indossato un tutone comodone e calzettoni di ciniglia. Ma un marito irrequieto e un mezzo border collie mal si sposano con le mie aspirazioni segrete e con la mia pigrizia innata.
E la televisione, così come i libri, è sempre stata un must nella mia vita. Non ho nessuna remora a dirlo, non temo il giudizio degli intellettuali per i quali esisti solo se leggi Tolstoj prima di dormire e se conosci a memoria tutte le poesie di Majakovskij. Io, invece, amo le fiction in costume stile Elisa di Rivombrosa e la Dama Velata e non me ne vergogno certo.
Le giornate stanno impercettibilmente allungando e anche nei fatidici giorni della merla già intravedo una luce di primavera, meno radente e obliqua, e sento profumo di erba tagliata e di salmastro nell’aria. Ogni attimo della nostra breve vita, ogni novità, ogni conquista sembrano così recenti, così nuovi di zecca e significativi da divenire immutabili, invece tutto cambia, basta guardare le foto di qualche anno fa, basta voltarsi indietro per rendersene conto. E la vita diventa una strada buia che va verso il nulla.
Che cosa c’è di nuovo nel guardaroba per accompagnare questo inverno che gocciola via giorno dopo giorno, interminabile e veloce come la vita stessa?
La camicetta fantasia, con un tocco di tutti i colori che ho già nell’armadio e quindi facile da abbinare.
Il lupetto di lurex nero, uguale a quello che ho indossato per Natale ma comprato in saldo.
Il cappellino stile turbante da vecchia signora, impreziosito da un microscopico filo luccicante.
Il piumino in oro pallido, con la cerniera illuminata da brillantini.
Il trench, intramontabile, chic, e adatto alla primavera che speriamo arrivi presto.
Terribili guerrieri a cavallo

Quattrocentodieci anni dopo la nascita di Cristo, una piccola schiera di barbari, i Visigoti, guidati dal re Alarico, dopo aver saccheggiato tutto l’impero d’Occidente, giunse alle porte di Roma. Dopo una lunga sosta, attaccarono. La scorreria fu breve e non recò gran danno ma creò un precedente. Roma non era più la padrona indiscussa del mondo, era una città ancora ricca ma sempre più indifesa. La via era aperta.
Così, dopo i Visigoti, scesero i ferocissimi Unni. Col naso schiacciato apposta dalle madri per entrare nell’elmo, con le gambe stortissime, brutti e letali, pare che emanassero un odore spaventoso, che indossassero per tutta la vita gli stessi abiti di pelo di topo, che inserissero carne cruda e putrefatta fra cavallo e corpo, che vivessero in sella, dove persino si cibavano, dormivano e defecavano. Saccheggiarono il Veneto ma tornarono indietro fermati dalla peste
Il papa Leone I riuscì a convincere il loro capo Attila (406-453), di cui era stato maestro quando questi era cresciuto alla corte ravennate. Attila era, infatti, uno dei principi barbari mandati all’imperatore di Roma come pegno di pace.
Gli abitanti del Veneto fuggirono dagli Unni rifugiandosi su un gruppo d’isolette deserte in mezzo alla laguna sulla costa del mare adriatico, fondando così Venezia.
Laboratorio di Narrativa: Luca Lapi

Luca Lapi continua con i suoi racconti che diventano sempre meno racconti e sempre più piccoli sassi lanciati nell'acqua con la speranza che creino onde in espansione. Se dal punto di vista narrativo c'è un regresso, da quello psicologico, forse, abbiamo finalmente un passo avanti.
Dopo il recente lutto che lo ha colpito, dopo aver perso la figura di attaccamento primario, di accudimento e di riferimento, Luca non si limita più a gridare bizzosamente la sua solitudine ma comincia quel processo di distacco/maturazione che lo porta a crescere e a identificare se stesso come qualcosa di inserito nella società, dalla quale pretende diritti ma verso la quale ha anche doveri e responsabilità.
Al contempo, però, continua a chiedere aiuto, a pretendere che le sue note diventino sinfonia, laddove, ahimè, è lui il primo ad esprimersi a senso unico, a monologare più che dialogare, a rispecchiarsi negli altri non mostrando, almeno apertamente, di riconoscerli e avendo sempre e solo come baricentro se stesso.
Anche lo stile sembra più maturo, meno frammentato da virgole prolisse, illuminato da quei pun, da quei giochi di parole brillanti, "inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola", vere e proprie scorciatoie dell'intuito poetico, che sono la caratteristica principale della scrittura e del pensiero di Luca.
Patrizia Poli
Biagio è un essere umano
Biagio è un essere umano.
Ha dei diritti, come ogni altro essere umano.
Sa che ogni suo diritto, una volta acquisito, diventa un dovere verso se stesso e verso gli altri.
Intende vigilare affinché ogni suo diritto non degeneri in un rovescio, capace di rovesciare su di lui l'edificio morale, civico che sta tentando di costruire.
Sa che ogni suo diritto è fondamentale poiché è fondato sulla roccia della Costituzione dello Stato di cui è cittadino.
E' universale, al di là dei confini nazionali e continentali.
E' inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola.
E' indisponibile a compromessi.
Biagio, ripeto, è un essere umano.
Non è un avere disumano.
Lo sa ed esige che ognuno lo sappia, giustamente.
Lo ripete, perciò, periodicamente, riproponendolo attraverso una sua Nota su Facebook.
Vorrebbe che questa sua Nota non restasse ignota e che diventasse l'inizio di una sinfonia.
Lascia il condizionale e grida, imperativo, a squarciagola, alla sua Nota:"Diventa vento che spazi via ogni ingiustizia, legandola a testa in giù ad ogni sua responsabilità, finora, mai assunta!!!"
Luca Lapi
Francesco Dell'Olio, "Amore incompatibile"
Francesco Dell'Olio
Amore incompatibile
Historica - Pag. 230 - Euro 15
Francesco Dell'Olio scrive racconti, incurante delle mode e del fatto che in Italia i racconti non si vendono. Fa bene, perché in fondo si vede che è tagliato per quel tipo di scrittura, per la narrazione breve e ironica, mentre forse non sarebbe così a suo agio con la costruzione di trame e sottotrame e con l'elaborazione di un plot complesso. E poi esiste ancora un tipo di libro che si vende, a parte gli involucri di carta rilegata scritti per Natale da nani, elfi e ballerine? Non si vendono neppure i romanzi, se non ti chiami Moccia, Volo, Baricco, De Carlo, Camilleri e compagnia cantante. Ergo, fa bene il nostro autore a scrivere quel che vuole. Tanto…
Amore incompatibile è il settimo libro edito dal 2006 - anno del debutto con Un angelo seduto tra i rifiuti - equamente divisi tra due piccoli editori non certo rivali, ma entrambi di progetto. Posso dire che Dell'Olio è una mia scoperta, perché ricordo di averlo premiato quando ero in giuria al Cappelletti, che si teneva a Piombino, quindi di averlo invitato a scrivere per la rivista che dirigevo e infine di aver pubblicato il suo primo libro. Amore incompatibile è la sua raccolta più matura, tra echi di John Fante e Bukowski, una schizzatina di Carver e un pizzico di Amarcord felliniano in salsa ravennate. Ironia, surreale, grottesco, amore per le belle donne, serate alcoliche, amicizie interessate, datori di lavoro sporcaccioni, ragazze che ci stanno, amore per la letteratura. Dell'Olio scrive di se stesso ma estremizza e inventa, racconta le vicissitudini di uno scrittore di provincia, abbastanza sfigato, cita i suoi riferimenti alti nel campo della narrativa e soprattutto ci fa divertire. Erano anni che non leggevo da cima a fondo, ridendo di gusto, un libro da me non scelto, ma inviato da un editore, scopo recensione. Cercatelo, certo non nei discount del libro targati Feltrinelli e Mondadori, ma come il vino buono si trova nelle enoteche più eleganti, pure la narrativa non dozzinale viene servita nei posti giusti. Se non vi piace, scrivetemi. Soddisfatti o rimborsati.
Premio "Cipressino d'oro" 2017

«Cipressino d'oro» 2017, ecco la giuria del premio di poesia Kiwanis
C'è tempo fino al 23 marzo per inviare il proprio componimento al concorso letterario
Ecco la giuria del concorso letterario Cipressino d'oro, organizzato dal Kiwanis Club di Follonica e dall'artista Gian Paolo Bonesini:
- Miria Magnolfi (scrittrice e poetessa);
- Gordiano Lupi (scrittore e poeta);
- Patrice Avella (scrittore e poeta)
Saranno chiamati a giudicare i componimenti poetici in arrivo.
Il tema scelto dagli organizzatori per questa quinta edizione del premio è «Il futuro dei nostri ragazzi. Tra progetti e difficoltà prende forma il futuro degli adolescenti: desiderio dell'avvenire, speranze e timori».
Il termine fissato per la consegna degli elaborati è giovedì 23 marzo: l’iscrizione – gratuita – potrà avvenire sia tramite email (follonica@kiwanis.it) che a mezzo posta, scrivendo all'indirizzo Premio Cipressino d’Oro – Kiwanis Club Follonica, via Lamarmora 62 (c/o Loriano Lotti), 58022 Follonica (Grosseto).
Per tutte le informazioni è possibile anche chiamare il numero 347.6754324.
Le poesie devono essere inedite e, oltre ai componimenti, i partecipanti dovranno inviare la propria scheda di adesione.
«Stanno già arrivando poesie da tutta Italia – dice il responsabile del premio, Loriano Lotti – e siamo certi che anche quest'anno la partecipazione sarà massiccia, confermando la tendenza che vuole questo premio crescere ogni anno in termini di numeri e prestigio.
Un premio istituito, come vuole la tradizione, per promuovere e incoraggiare la diffusione degli ideali kiwaniani diretti al servizio dei bambini del mondo».
Il primo premio è una scultura dell’artista Gian Paolo Bonesini, ma sono previsti riconoscimenti per i primi dieci classificati e attestati di partecipazione per tutti i poeti partecipanti. La cerimonia di proclamazione dei vincitori è in programma sabato 6 maggio e i primi classificati saranno avvisati telefonicamente.
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