Giacinto Reale, "Avanguardia di morte..."

AVANGUARDIA DI MORTE...”
Racconti Brigatisti
Giacinto Reale
Ediz. La Testa di Ferro
Ho terminato in questi giorni la piacevole lettura del secondo libro di Giacinto Reale. Autentico appassionato di storia del Fascismo, lo scorso anno aveva dato alle stampe “Se non ci conoscete...” Racconti squadristi ambientati all'inizio dell'epoca fascista. Con questa seconda opera ha completato il ciclo storico del periodo: dalle origini, all'epilogo con i personaggi della Repubblica Sociale Italiana. La peculiarità che colpisce, sia nel primo che nel secondo libro, è che gli episodi sono pensati e costruiti attorno ad accadimenti reali, portando a conoscenza di chi legge, con estrema semplicità, e quasi da farlo sembrare casuale, avvenimenti importanti e fondamentali della storia dell'epoca.
Protagonisti di questa seconda serie di racconti sono cinque personaggi che si muovono e agiscono in cinque città diverse e che, seppur scaturiti dalla fantasia dell'autore, alternano le loro vicende, come dicevo si muovono in un contesto storico autentico, assistono a fatti accaduti in quei giorni, in quelle strade, si affiancano a personaggi di rilevante importanza storica, protagonisti delle vicende della RSI. Ad alcuni di loro l'autore ha voluto dare un vissuto da squadristi della prima ora, questo per sottolineare la continuità delle aspirazioni, dei sentimenti e degli ideali che, se sembravano sopiti durante gli anni del consenso, uscirono di nuovo allo scoperto come un nervo dolente, muovendo, in quei tragici giorni, giovani e meno giovani. Così conosciamo per primo Mario, “vecchio” squadrista della Randaccio, che, dopo aver combattuto ed esser stato ferito sul fronte greco-albanese, viene colto in quel nefasto 8 settembre a fare il libraio nella sua Milano e sente imperioso il desiderio di tornare a combattere e di rendersi utile alla Patria.
Giacinto Reale fin dalle prime righe sa unire nel dipanarsi della trama spunti personali che rendono i personaggi umani e vicini al comune sentire. Il cane, la moglie, un figlio, la mamma, il fidanzato, ognuno dei cinque protagonisti porta con sé sentimenti che li accomunano e ci accomunano, rendendoci partecipi della loro vita, delle loro scelte e tragicamente della loro morte. Ognuno dei cinque personaggi entrerà a far parte di un particolare reparto dell'esercito Repubblicano, così Mario diventa ardito della “Muti” di Franco Colombo, Luisa, che è il mio personaggio preferito, si trasforma da timida studentessa in coraggiosa Ausiliaria del SAF del Generale Piera Gatteschi Fondelli. Franco, romano, impiegato a Cinecittà, torna ad essere squadrista come altri due “vecchi” della vigilia, Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, nella guardia armata del PFR. Attraverso il personaggio di Federico ha voluto farci approfondire la conoscenza con la RSS “Mario Carità” e ha saputo restituire un volto quasi umano a un reparto dipinto troppo spesso come gratuitamente violento, nell'estorcere confessioni con le torture e mai citato per le importanti, pericolose e coraggiose operazioni di infiltrazione nelle bande partigiane. Infine ultimo personaggio è Giulio della GNR che, pur essendo genovese, non esprime troppa simpatia per la Decima del Principe Borghese, del quale apprezza invece il valido collaboratore Umberto Bardelli, definendolo “carismatico”. Un altro imperdonabile difetto è, sempre a mio avviso, la sua malcelata antipatia per l'alleato tedesco. Due peculiarità che lo rendono ai miei occhi meno simpatico degli altri protagonisti, ma che esprimono sicuramente il sentire di molti interpreti della storia di quei giorni.
Un bel libro pieno di citazioni storiche dei 600 giorni della RSI , di discorsi pronunciati alla popolazione in momenti cruciali e che i personaggi ascoltano insieme al popolo, nelle piazze, nelle strade. In tal modo non restano frutto di fantasia, non si muovono solo tra le pagine, ma escono, ci vengono incontro pieni di vita e, consapevolmente, vanno verso la morte rendendo omaggio a tutti gli Italiani che volontariamente e in anonimato scelsero di difendere la loro terra.
Detto così sembrerebbe facile, ma questo certosino lavoro è stato possibile solo grazie alla profonda conoscenza dell'autore di una materia articolata e difficile, poco conosciuta e poco studiata, grazie alla sensibilità e all'attenzione con cui sa scegliere ambienti, parole e descrizioni. Non resta che attendere il prossimo libro per vedere dove ci condurrà e sperare che sia il più presto possibile.
Scarabocchio, depressione, la macchia e testimone

SCARABOCCHIO
Rinchiuso tra le pareti in una stanza chiusa e piena
di polvere di acari pusillanimi,
a sorbettare i versi e le rime...
scombussolato nella mia lingua romanza che si fracassa
di vocali urlanti e limacciose per un delirio di parti e controparti,
a cinguettare la seta delle tele negli angoli rimasti...
adirato da impulsi e nutrimenti che mi arrovellano la mente
più di un passo storpio di un foglio sulla rima.
DEPRESSIONE
La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre
tra rimpianti che la vita ormai andata
brulicano e mantengono,
strane sensazioni a volte, piluccano il tuo essere vinto
e sconfitto, come un uomo poco attratto dalla libertà
che si accendono e si spengono
oltre un confine immaginario animato
dai ricordi fievoli di un’infanzia in agrodolce,
come l’ultima parola che senza fiato
si scarica di rabbia per ferire la tua morte prematura.
LA MACCHIA
Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.
Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti,
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.
TESTIMONE
È nella fessura che porgo l’occhio mio,
la mia perla di lingua tutt’intorno affonda,
sibili e cicalini,
nel suo rattoppo d’origine,
d’occhiatine vispe nella vispezza
che tanto arretra
e d’avanti punta indietreggia,
si stagna il gesto, come sangue rappreso
la sua macchiolina annichilita.
C'era una volta la Romagna

"Se ignori quello che è successo prima che tu nascessi, sarai sempre un bambino".
(Cicerone)
Spesso mi rendo conto che per molte persone non esiste comunità aldilà delle comunità virtuali e, se questo è vero, niente ha più senso. Stiamo perdendo di vista il contatto diretto, la comunicazione, per dare spazio all'irrealtà del non tempo, del non luogo. Io credo fermamente che occorra far parte di una comunità reale, e provare a partecipare alla sua formazione, al suo sviluppo per non cadere nel tranello che ci rende schiavi di questo sistema globalizzato e globalista. L'isolamento della rete è il trionfo del sistema, è la fine della civiltà del nostro popolo, dobbiamo recuperare valori umani a partire dalla nostra identità territoriale. Chi passa la vita in solitaria alienazione, davanti al PC e alla tv, viene descritto dai vicini come una brava persona, uno tranquillo, anche quando si scopre che in un giorno di lucida follia ha ucciso moglie e figli, mentre il “viveur” che ospita rumorose feste con amici e rincasa ogni notte con una donna diversa facendo rumore per le scale del condominio, per il pensare comune rasenta il crimine.
So di aver avuto la possibilità di vivere durante il passaggio tra due epoche e non è cosa da poco. Da piccola ho conosciuto “la civiltà contadina”, fondata sulla legge della natura, semplici regole poggiate sul principio “raccoglie chi semina”, poi sono cresciuta assorbita dall'epoca attuale “nasci, consuma, muori”, basata sulla tecnologia, col suo enorme potenziale al servizio del progresso e dello sviluppo socio-economico.
Due importanti “civiltà” nel cammino dell'uomo, ma anche enormemente distanti fra loro e il passaggio è stato troppo veloce, il passo troppo lungo, il distacco troppo repentino per conservare quello che di buono c'era da salvare e valutare bene il nuovo prima di tuffarsi a capofitto in una sconvolgente variazione di stile di vita.
Mi ritengo dunque fortunata, dicevo, per aver potuto conoscere entrambe le realtà, aver avuto modo così di confrontarle e di riflettere, ripercorrendo un viaggio in un mondo che mi ha sfiorato, ma di cui ho il ricordo vivo e, se a volte non personale, tramandato nei racconti dei miei genitori.
“Quando i contadini erano tanti e gli operai pochi, quando si mangiava la carne solo la domenica, quando un ragazzo arrossiva dicendo ti amo, quando un viaggio in città era un'avventura emozionante da raccontare agli amici e quando la povertà era spesso sinonimo di onestà.”
Le contadine di trent'anni allora stremate dai parti e dalla fatica, bruciate dal sole, sembravano averne cinquanta, mentre oggi le cinquantenni, spesso restaurate dalla chirurgia estetica, ne dimostrano trenta. I bambini hanno l'Hi-pad al posto del pallottoliere, i viaggi su traballanti carrozze con sedili di legno hanno lasciato posto a voli transcontinentali e, quando muore il nonno, i soldi non si cercano più sotto il materasso, ma si va a vedere se aveva investito in Borsa. Le verdure non si raccolgono nell'orto ma si compra il minestrone liofilizzato e le vitamine della frutta e del sole si assumono con gli integratori.
Passi da gigante sono stati fatti nel campo della medicina e della scienza, non si muore più per un'appendicite, ma si può morire di inquinamento, perchè la logica del profitto e del capitalismo stanno portando alla distruzione della terra. Quando è morto Steve Jobs, l'ideatore dell'I PHONE, la notizia ha tenuto banco per settimane nel mondo mediatico e televisivo, celebrando una sorta di santificazione planetaria, mentre abbiamo ignorato che lo stesso giorno moriva l'illustre sconosciuto Wilson Greatbatch, inventore del pacemaker, un giocattolo che ha salvato e salverà milioni di vite umane.
Non tutto è sbagliato nel nuovo, ma non tutto andava cancellato del vecchio.
La fine della civiltà contadina è purtroppo sempre più accompagnata anche da un'autentica mutazione del paesaggio e della sua realtà antropica. La campagna viene spogliata della propria vegetazione, i campi di pannelli solari prendono il posto dei vasti frutteti, le case contadine isolate, oramai ridotte a ruderi e scheletri, sono solo il vago ricordo delle aie brulicanti di vita e lasciano spazio ad agglomerati di villette unifamiliari dove ognuno recinta il suo orticello e litiga col vicino per un metro di terra, mentre distese di campi incolti e abbandonati si perdono malinconicamente all'orizzonte.
I paesi dopo un lento e inarrestabile declino demografico sono ora invasi da una immigrazione massiccia e confusa che sta trasformando questi centri abitati in una babele di lingue, costumi, culture diverse, storie di persone che arrivano attratte come falene dal luccichio di un mondo che manda segnali sempre più vuoti e falsi. Gente che non si ambienterà mai, ma che piano piano stravolge le nostre usanze.
L'antico mondo contadino fatto di povertà ma anche di condivisione ha perso la sua anima, è in atto uno sconvolgimento che sta mettendo in discussione le nostre stesse radici.
Vorrei lanciare un messaggio come si faceva una volta affidando una bottiglia al mare e spero non si perderà nel vuoto dell'etere ma che viaggi spiegando le ali al vento degli ideali e della speranza, per salvaguardare la memoria storica delle nostre strade, delle nostre campagne e l'anima di gente umile ma orgogliosa: non arrendiamoci. Cerchiamo di difendere i nostri valori, le nostre tradizioni tentando di ricostruire l'antico orgoglio comunitario che ci vedeva padroni del nostro territorio.
È a questo scopo, forse inutile, sicuramente velleitario, che dedicherò qualche pubblicazione inaugurando una rubrica dal titolo C'ERA UNA VOLTA LA ROMAGNA, in cui racconterò, di volta in volta, usanze e vecchie tradizioni della terra dove vivo, sperando di tramandare ai più giovani che leggeranno un po' della nostra storia di popolo orgoglioso e matto. Ricordi indelebili delle lunghe estati trascorse dai nonni.
Dentro la mia anima, io, attese

DENTRO LA MIA ANIMA
Dentro il mio io interiore, a volte triste e in solitudine...
ho l’anima che cerca il romanzo della vita
per non morire giovane su questa terra affaticata,
...solcare il mare
lasciandosi alle spalle un lacrimoso tramonto,
che sappia rinverdire l’anima mia di gioia e di speranza!
I miei occhi osservano la primavera: stagione che penetra
con eleganza, come ogni mattina
quando penso alla preziosità della vita...
la più bella scoperta,
l’avventura in un lungomare di conquista!
IO
Credo che la vita sia il mio principale aguzzino,
e quando ci sono quelle giornate umide
e le mosche bidonate nella lordura del momento,
mi ritiro nel mio bureau di taccuini,
guardo il cielo e mi rivedo spiaccicato
su quelle lente nuvole stracolme d’acqua,
in quei giorni stringati di dicembre
e i cortili imbiancati come lenzuoli d’avi e di morte!
ATTESE
Inseguire con gli occhi una linea esile e sottile,
come una traiettoria in metamorfosi,
che piano spira nel suo lasso di polvere e di sepolcri.
Gettare un’occhiatina oltre quel sipario rinserrato,
oltre un avvenire errante e impantanato
nel suo dovere ma nel dubbio
che una lancetta d’orologio
sia bloccata nel suo dilemma muscoloso,
nel frattempo, emergono speranze e gravose attese.
vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.
Vox clamantis in deserto

Era uno dei tanti esaltati di cui pullulava in quei tempi la Galilea.
Il popolo allora era talmente provato dall'occupazione romana che idolatrava chiunque gli promettesse che, in una maniera o nell'altra, lo avrebbe reso libero.
Io, come spesso mi capita, in quei giorni vagavo senza meta per le lande desertiche. Qualcuno doveva averlo avvertito della mia presenza in quelle zone.
Mi raggiunse dopo quaranta giorni di estenuante tragitto, fuggendo gli scorpioni, catturando locuste per cibarsene. Mi arrivò davanti emaciato, ricoperto di piaghe e di croste, gli occhi infossati nelle orbite, la tunica che era ridotta a un cascame di stracci.
Lo accolsi con fastidio. Mi rivolsi a lui senza alcuna premura. Ma appena abbassai lo sguardo sul suo volto anonimo percepii, non senza un certo stupore, che, per un puro gioco del destino, proprio lui, tra i tanti, sarebbe stato quello che le moltitudini avrebbero osannato. Il suo nome sarebbe stato tradotto e adorato in tutte le lingue del mondo. Proprio costui sarebbe stato riconosciuto come il messia tanto atteso.
Lui intanto continuava a fissarmi con aria supplichevole.
Quella sua aria dimessa nascondeva megalomanie insospettabili.
Pretendeva di sapere a tutti i costi quello di cui mai alcun uomo dovrebbe venire a conoscenza: il proprio futuro. Glielo rivelai senza farmi troppo pregare.
Estrassi dalla sacca qualche grano di segale cornuta che mi porto sempre dietro. Lo raffinai tra due spuntoni di roccia, usando una pietra come pestello. Gli diedi da bere quella polvere mischiandola a un infuso a base di vino. Lui trangugiò la bevanda con ansia, la speranza che ogni sua curiosità venisse accontentata gli brillava nel fondo dei grandi occhi sgranati.
Quasi all'istante le gambe gli si fecero molli. Lasciai che si accovacciasse sopra una stuoia stesa là vicino, un attimo prima che le visioni iniziassero.
La rivelazione lo investì improvvisamente, cogliendolo impreparato. Le visioni lo assalirono come il ribollio di uno scirocco impetuoso che spazzi e scombussoli tutto d'un colpo una tranquilla vallata.
Vide fratelli che avrebbero scannato fratelli, guidati da una cieca fede in lui. Assistette alle guerre che per millenni avrebbero fatto per causa sua. Guardò gli eserciti che si sarebbero affrontati petto a petto, mentre da ognuno dei due schieramenti si innalzavano grida entusiaste che lo nominavano, da entrambe le parti, perché intercedesse in loro favore. Vide intere popolazioni schiacciate di fronte al rifiuto di venerare il suo nome. Passò davanti al suo sguardo stupefatto l'oceano di sangue che sarebbe scorso in sacrificio per lui, bagnando la terra a ondate incessanti. Sentì le urla strazianti, frutto delle torture e dei supplizi inflitti a chi non lo riconoscesse come l'unico dio delle genti.
Si riebbe da quell'incubo veritiero scrollandoselo di dosso con un tremore inconsulto che interessò tutto il suo gracile corpo. Dopo di che più non resse e si afflosciò su se stesso, guardandomi da sotto a sopra con un'espressione spiritata. La bocca digrignata dallo sconcerto.
Mi domandò se tutto quello che aveva veduto sarebbe almeno servito a riscattare le sorti degli uomini. Gli risposi che no, che tutto quanto avrebbe continuato a procedere esattamente come prima che lui nascesse. Furti, stupri, matricidi, violenze: nulla di tutto questo sarebbe sparito dalla storia umana. Anzi, la rinnovata fiducia che il suo nome avrebbe saputo infondere nei loro animi non avrebbe fatto altro che legittimare gli antichi istinti, ora condotti in virtù di una causa superiore.
Mi chiese come potesse evitare tutte quelle morti innocenti.
Abbandonando immediatamente la scena pubblica senza ripensamenti, gli spiegai senza enfasi.
Mi guardò per qualche tempo con sguardo incerto. Provò a ribattere qualcosa, ma le parole non sembravano riuscire a staccarglisi dal cuore per emergere sino alla bocca.
Quando sentì le forze tornare ad assisterlo si rimise in piedi. Con gesti stentati indicò la mia borraccia. Gliela porsi. Bevve l'acqua a brevi sorsi, come per prepararsi al lungo viaggio di ritorno che lo attendeva. Poi si voltò e, un passo davanti all'altro, sparì all'orizzonte, senza mai voltarsi, neppure per un fugace saluto di commiato.
Ho poi saputo che all'eventualità da me prospettatagli aveva invece preferito la futura gloria degli altari.
Interrogativo, io e anima

INTERROGATIVO
Quando ho paura del domani, mi aggrappo
alle tante foto appese al muro nella mia stanza:
tengo stretto il mio cuscino,
come l’amore è quell’equilibrio che tutto
scompone e ricompone,
come una foto di famiglia che raggruppa
l’unica foto di un istante, di un’eternità infinita.
IO
Il riflesso del mio io nascosto è celato, come sottovuoto,
il suo sonno addormentato
e la mia voce di primavera che segna e risveglia
il mio luogo, molteplice tragitto,
mi riduce ad uno specchio
che brilla la sua matura ombra
che viene oppressa
per due soldi di letame,
la mia mano, che scrive sopra un foglio bianco
la sua firma di fanciullo,
nel riflesso del mio io
come un orsacchiotto screpolato lasciato
ad ammezzire in tardo autunno,
lungo un tragitto liquoroso all’intercalare delle luci,
il buio nel mio cuore, e una caverna soltanto.
ANIMA
La morte ha un odore di selvatico
più delle lacrime cadute a terra prematuramente,
seminate di speranza e di sorgenti
con accanto le mostrine incanutite di poveri soldati
caduti in guerra e mai risorti,
come
la morte, lei penetra porta scompiglio
e in novembre, solo un vago ricordo di quell’anima
vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.
Mario Gerosa, "Anton Giulio Mayano - Il regista dei due mondi"
Mario Gerosa
Anton Giulio Mayano – Il regista dei due mondi
Falsopiano – Pag. 300 – Euro 20
Sono molti i personaggi del mondo cinematografico e televisivo che ancora attendono una rivisitazione storico - critica, ma uno davvero importante e dimenticato era Anton Giulio Majano, autore colto e brillante che tanto ha contribuito a diffondere l’uso della televisione nelle nostre case e che ha fatto conoscere - più di tanti polverosi accademici - la letteratura al nostro popolo. Bene ha fatto Mario Gerosa - che conosciamo per aver letto e apprezzato i forbiti saggi su Terence Young, Roger Vadim, James Bond, Ernest B. Schoedsack -, a riportare l’attenzione sul re degli sceneggiati, un uomo che dai contemporanei veniva disprezzato e definito in maniera irridente come autore delle solite majanate. Per fortuna certi critici dallo sguardo miope sono morti dimenticati, mentre l’autore delle majanate - che hanno contribuito ad alfabetizzare l’Italia - oggi viene celebrato come meritevole di essere studiato e analizzato con attenzione certosina. Ecco, il libro di Gerosa, se mai qualcuno pensasse di organizzare un seminario su Majano o un corso di specializzazione sullo sceneggiato in Italia all’interno di una scuola di cinema, sarebbe un testo perfetto. Perché c’è proprio tutto. Il cinema vede Majano regista di un pugno di pellicole, tra queste spicca la mia preferita Seddok (l’erede di Satana) del 1960, di cui ho parlato nella Storia del cinema horror italiano, volume uno. La televisione è il mezzo per eccellenza con cui si esprime Majano, dal 1954 al 1986, regalandoci opere indimenticabili come Piccole donne, Capitan Fracassa, L’isola del tesoro, Delitto e castigo, La cittadella, Il tenente Sheridan (riprendendo la serie ufficiale di Mario Landi - un altro grande! - per il primo spin-off a tema donne), Davide Copperfield, La fiera delle vanità, La freccia nera (il lancio di Loretta Goggi!), … E le stelle stanno a guardare, Marco Visconti, Castigo, fino al canto del cigno con l’onirico Strada senza uscita. Se la televisione ha fatto cultura lo dobbiamo anche a lui, in tempi cupi come i nostri che tanto fanno sentire la mancanza di simili intelligenze - forse ci è rimasto soltanto Pupi Avati - capaci di usare parole che sembrano antitetiche (ma non lo sono!) come genere e cultura, popolare e letterario. Majano ha lavorato con grandi attori come Alberto Lupo (il medico della Cittadella), Orso Maria Guerrini, Anna Maria Guarnieri, Eleonora Giorgi, Mario Maranzana, Lea Padovani, Grazia Maria Spina, Ubaldo Lay, Giuliana Loyodice, Mita Medici, Roberto Chevalier, Marcello Giannini, Ilaria Occhini, Giuseppe Pambieri … l’elenco sarebbe interminabile. Collaboratori fidati come Riz Ortolani e Sandro Tuminelli, sceneggiature rigorose e rispettose dell’apparato letterario, hanno contribuito a fare cultura nelle case di un’Italia da ricostruire. Non è azzardato affermare che molti italiani conoscono Dostoevskij, Dickens, Stevenson e Cronin (per tacer degli altri) soltanto grazie ai suoi sceneggiati. Non è mica poco. Il solo difetto del libro di Gerosa è il prezzo - ma non è colpa dell’autore - perché 20 euro per trecento pagine stampate su carta bianca uso mano e copertina flessibile senza risvolti è troppo. La colpa è di un’Italia che legge poco e gli editori commerciali devono pur difendersi con basse tirature e alti prezzi, se vogliono sopravvivere.
Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi
Suoni, se fossi morto prima e lungo addio

SUONI
I suoni si spargono tra passato e presente, impiccati
nelle regioni nere e appartengono,
ai fili clandestini che come reclute tormentate
in questo smorto attimo d’impazienza
emulano empi, sgorgano nell’impazzimento
di un’apparizione usata,
irrisi suoni che svolazzano nell’aria.
SE FOSSI MORTO PRIMA
Se fossi morto prima...
la chiazza del mio essere uomo di miscugli e di fiori
appassiti, mi ha condotto a voi col capo chino e remissivo,
il volto stanco e pieno di rughe e il mio cuore in trappola
dei suoi stessi sentimenti di stampigliatura;
ora, cerco solo di accoppare il mio tempo già finito,
e di bermi un goccio forte, in un’osteria dell’angolo.
LUNGO ADDIO
Un lungo addio è
oltre le montagne figlie della vecchiaia e del tempo,
consumato dal suo stesso addio,
con gli occhi dell’anima,
dentro il cerchio immobile di un lago colorato di grigio,
disegnato dentro,
che già si dona esanime
alle troppe sofferenze che soffiano nel vento
tra le anime tremolanti, in un profondo
infinitamente finito!
Dentro, suono crudo e abbandonato

DENTRO
Dentro un vecchio muro crepato e tinto
che soffre, adolescenza intaccata
in vortici di rogne,
e in eterno, nel sonno le maschere avvolte
dove nascono le cimici uguali
e le cantilene, gli indefiniti aliti e sepolti
sotto occhiaie di pensieri e patimenti
e i timori pesti mai andati,
e in eterno, in graffi sospesi nell’aria
come suoni in una scomoda mente.
SUONO CRUDO
Suono crudo assennato dentro il suo dentro,
di fanghiglia, nel rettangolo
superstite precario,
è un suono graffiato in un istante rudimentale
che scivola turchino
nelle coincidenze di una trappola mortale,
anime ingombrate nell’intasamento
di un dovunque aggrappato,
e le innaturali fisime, le porte socchiuse
in quel loro dentro futile e meschino,
come un suono rinchiuso in una teca
dove matematica e spine
si sbracano ammiccando pose di catarsi!
ABBANDONATO
Non solo mi chino su questa terra di fango marrone
e mi piego scacciando le ferrose catene
in un nevrotico abbandono,
che la sorte ormai guastata
nella sua biada di morte camuffata, travestita
da una sagoma di vita slavata e lunatica,
mi rende uno specchio d’inverno opaco,
e steso nel vuoto nell’incertezza
siderale che tanto mi somiglia,
ecco che mi spengo
in uno stordimento contrariato.
Il coro di Ermengarda

Dopo gli Unni, dal mare giunsero i Vandali, che risalirono il Tevere e si gettarono su Roma con ferocia. È in ricordo di quel saccheggio che la parola vandalo si usa per definire chi distrugge solo per il gusto di farlo.
Fino a questo momento i barbari erano calati in Italia con l’intento di saccheggiare e tornarsene a casa ma ora la musica era cambiata: venivano per restare. È il caso degli Ostrogoti che imposero il loro dominio per sessanta anni. Dopo gli Ostrogoti fu la volta dei Longobardi, i quali rimasero due secoli, occupando l’Italia settentrionale. I Longobardi provenivano dalle regioni nordiche della Germania, un intero popolo in movimento formato da guerrieri, donne, bambini, vecchi sui carri. Non toccarono le regioni bagnate dal mare perché non sapevano costruire navi né usarle.
Così l’Italia rimase spezzata in due: da una parte il dominio dei Longobardi, dall’altra i Bizantini. Fu un lungo periodo di guerre e invasioni, Roma era diventata debole, le sue leggi non avevano più valore, le strade erano disselciate, tra le pietre cresceva l’erba, i grandi monumenti andavano in rovina, si spogliavano di marmi che venivano utilizzati per nuove costruzioni più moderne.
Nel 1822 Alessandro Manzoni pubblicò l’Adelchi, tragedia che narra le vicende del principe omonimo e di sua sorella Ermengarda, figli del re longobardo Desiderio. Vittima della ragion di stato, Ermengarda viene data in sposa a Carlo Magno che poi la ripudia. Ella si rifugia nel monastero di San Salvatore a Brescia, dove, apprendendo la notizia delle nuove nozze di Carlo, muore di dolore. Un esempio di tragica e fragile eroina romantica, figlia di oppressori ma collocata dalla sventura “infra gli oppressi”.
Il coro del quarto atto, con i più famosi accusativi di relazione della storia dei versi italiani, è nel cuore di tutti noi.
Sparsa le trecce morbide
Sull'affannoso petto,
Lenta le palme, e rorida
Di morte il bianco aspetto,
Giace la pia, col tremolo
Sguardo cercando il ciel.
Cessa il compianto: unanime
S'innalza una preghiera:
Calata in su la gelida
Fronte, una man leggiera
Sulla pupilla cerula
Stende l'estremo vel.
Ahi! nelle insonni tenebre,
Pei claustri solitari,
Tra il canto delle vergini,
Ai supplicati altari,
Sempre al pensier tornavano
Gl'irrevocati dì;
Quando ancor cara, improvida
D'un avvenir mal fido,
Ebbra spirò le vivide
Aure del Franco lido,
E tra le nuore Saliche
Invidiata uscì:
Quando da un poggio aereo,
Il biondo crin gemmata,
Vedea nel pian discorrere
La caccia affaccendata,
E sulle sciolte redini
Chino il chiomato sir;
E dietro a lui la furia
De' corridor fumanti;
E lo sbandarsi, e il rapido
Redir dei veltri ansanti;
E dai tentati triboli
L'irto cinghiale uscir;
E la battuta polvere
Rigar di sangue, colto
Dal regio stral: la tenera
Alle donzelle il volto
Volgea repente, pallida
D'amabile terror.
Oh Mosa errante! oh tepidi
Lavacri d'Aquisgrano!
Ove, deposta l'orrida
Maglia, il guerrier sovrano
Scendea del campo a tergere
Il nobile sudor!
Come rugiada al cespite
Dell'erba inaridita,
Fresca negli arsi calami
Fa rifluir la vita,
Che verdi ancor risorgono
Nel temperato albor;
Tale al pensier, cui l'empia
Virtù d'amor fatica,
Discende il refrigerio
D'una parola amica,
E il cor diverte ai placidi
Gaudii d'un altro amor.
Ma come il sol che reduce
L'erta infocata ascende,
E con la vampa assidua
L'immobil aura incende,
Risorti appena i gracili
Steli riarde al suol;
Ratto così dal tenue
Obblio torna immortale
L'amor sopito, e l'anima
Impaurita assale,
E le sviate immagini
Richiama al noto duol
Sgombra, o gentil, dall'ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all'Eterno un candido
Pensier d'offerta, e muori:
Nel suol che dee la tenera
Tua spoglia ricoprir,
Altre infelici dormono,
Che il duol consunse; orbate
Spose dal brando, e vergini
Indarno fidanzate;
Madri che i nati videro
Trafitti impallidir.
Te dalla rea progenie
Degli oppressor discesa,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà,
Te collocò la provida
Sventura in fra gli oppressi:
Muori compianta e placida;
Scendi a dormir con essi:
Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.
Muori; e la faccia esanime
Si ricomponga in pace;
Com'era allor che improvida
D'un avvenir fallace,
Lievi pensier virginei
Solo pingea. Così
Dalle squarciate nuvole
Si svolge il sol cadente,
E, dietro il monte, imporpora
Il trepido occidente:
Al pio colono augurio
Di più sereno dì.
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)