Hector German Oesterheld e Francisco Solano, "L'eternauta" e "L'eternauta il ritorno"

L'eternauta e L'eternauta il ritorno
Hector German Oesterhel e Francisco Solano Lopez
Edizione originale 1957-59
Settima rilettura per il primo da 12 anni a questa parte e prima del sequel. L'Eternauta è un capolavoro e non del fumetto, ma della Letteratura mondiale. Attraverso una storia che solo superficialmente può essere incasellata nella fantascienza, narra un futuro distopico per il 1957 (anno dell'inizio della pubblicazione a puntate) ma che sarebbe divenuto realtà il 24 marzo 1976 con l'inizio della sanguinosa dittatura Argentina e che l'anno successivo vide il nome di Oesterheld tra quelli dei desaparecidos e quelli di quasi tutta la sua famiglia, figlie e nipoti compresi, nel lungo elenco dei morti assassinati dal regime o dei minori sottratti alle famiglie e affidati altrove. L'Eternauta compare una sera di agosto sulla sedia dello studio di Oesterheld, ritratto ma mai chiamato col suo nome, e narra gli eventi che, nel 1963, anno ancora a venire, ha già vissuto. Un'invasione aliena, cominciata con una neve letale al solo tocco che ha devastato Buenos Aires, costringe lui e i suoi amici da una vita ad unirsi alle milizie per combattere gli spietati invasori, i "loro". In realtà "loro" vengono sempre e solo nominati ma mai graficamente rappresentati: chi distrugge, uccide e organizza la guerriglia sono i "mano" (kor nell'altra traduzione) che comandano a distanza i giganteschi gurbos e i famelici cascarudos. I mano, popolo amante della bellezza, sono stati sottomessi dai Loro che ne hanno distrutto il pianeta e si definiscono gli schiavi peggiori perché dominati dalla paura, la quale può ucciderli nel momento in cui tentano di ribellarsi ai loro dominatori. I protagonisti incontrano nemici e avventure di ogni tipo, la grandezza della storia risiede proprio nell'incrollabile speranza che resta sempre accesa nei loro cuori nonostante ogni azione degli umani si riveli un fallimento, speranza che consente loro di perseverare e combattere per la salvezza umana. Metafora di una situazione politica tesa che portava già ai tempi della scrittura del fumetto i semi velenosi che sarebbero germogliati 15 anni più tardi, eppure dopo 60 anni l'Eternauta ancora stupisce per come ha "predetto" non solo il golpe, non solo il raccapricciante metodo di rastrellamento delle persone negli stadi, ma anche per come ha colto una certa involuzione dell'umanità che oggi vediamo chiaramente, fatta di manipolazione da parte dei mass-media, scarsa cooperazione tra esseri umani (concetto poi ripreso mirabilmente da Watchmen) per il mantenimento di un buon livello di vita per tutti e della conservazione del pianeta, diffidenza tra gli oppressi, entità che tendono a controllarci e annientarci nell'oscurità tramite loro emanazioni. Grande delusione invece per il secondo capitolo che perde quasi tutto il fascino della storia originale, trasformata a mio parere in un vero fumettone di avventura con non poche incongruenze, salti logici e una durezza e amoralita del protagonista che francamente stride con il capitolo precedente.
Delusione

DELUSIONE
La bravura simbiotica delle rime a incastro.
Il sogno è un conservante,
l’additivo artistico
per rimodernare
ambizioni letterarie,
o speranze, sopite ad honorem.
Comunque il sole
non è bello come prima.
Adesso mi pare una vecchia fotografia.
Il particolare, anzi,
di una vecchia fotografia
... ritagliato via
dall’alone di un sorriso.
Vecchio! La vita?
Ti piaceva…
«Sissì… Beh
in fondo vivevo
solo per ricordare me stesso:
per non avere rimpianti
o rimorsi».
E la seguivi, allora.
La seguivi!
«Sissì…
Magari non per nobiltà
o entusiasmo
o speranza. Nonnò…
Per una ragione, invece,
molto più romantica:
perché non mi scacciava…
Ma sì! Poi l’eco di uno sguardo,
l’eco di uno sguardo
s’infrange nel cuore:
e tutto quello che resta da vedere
è il desiderio di guardare».
Il nulla
I miei sogni leggeri, scanalati
fra ombre creole di tenera luce
e foglie di facciata
(ovvero blande
come ballerine
morse dal vento).
E quando l’incubo arriva
il nulla esce dal suo fuori
per annuire agli occhi del presente;
«io sono» – dice –
«un barbaglio di notti camuse
e la pioggia di quel che verrà:
del futuro mi rivelo
l’unica, insomma,
l(’)abile traccia!».
IL FUMETTO ASIATICO PROTAGONISTA A ROMICS CON MANGASIA E BUMBARDAI

Bumbardai, la serie a fumetti che arriva dalla Mongolia:
anteprima in esclusiva per l’Occidente a Romics
Il fumetto asiatico sarà protagonista della XXIIesima edizione di Romics grazie alla collaborazione con “Mangasia: Wonderlands of Asian Comics”, la prestigiosa mostra in programma al Palazzo delle Esposizioni di Roma e ad un incontro d’eccezione durante il festival sabato 7 ottobre alle 12 al padiglione 9 Arena Comics Meeting & Lab.
Ad animare il panel Mangasia, tutto il fascino del fumetto orientale saranno Paul Gravett, curatore della mostra, i due critici di fama internazionale Nicolas Finet e John A. Lent, l’autore di “Bumbardai” (Nomadic Comics) Erdenebayar Nambaral, il CEO di Showa Holdings Co. Tatsuya Konoshita e Dan Erdenebal, executive producer di Bumbardai Project.
Nambaral Erdenebayar è l’autore di “Bumbardai”, serie culto vincitrice nel 2015 dell’ottava edizione del Manga Award. Romics è il primo festival del mondo occidentale (compresi Europa e Stati Uniti) a presentare il progetto, che avrà uno sviluppo multimediale davvero importante nei prossimi anni: serie in animazione, video game, gadgettistica, parco a tema. Pubblicata in Mongolia a partire dal 2013, “Bumbardai” vuole raccontare la tradizionale cultura nomade alle generazioni future. È una storia sul legame tra una madre e un figlio, sulla vita tradizionale mongola e il suo rapporto con Madre Natura.
Nato nel 1984 nella provincia mongola di Orkhon, Erdenebayar ha cominciato a disegnare nel 2004 per debuttare nel 2005 come artista del fumetto con 300 Taichud. Nel 2011 “Bongo” è stata la sua prima opera di grande successo diventando popolare presso il pubblico mongolo.
Ad accompagnare Nambaral, Tatsuya Konoshita che sta promuovendo il fumetto Bumbardai nel mercato internazionale e Dan Erdenebal, produttore esecutivo del progetto.
Protagonisti dell’incontro saranno anche due critici importanti come Nicolas Finet, scrittore francese, editore, filmaker di documentari e John A. Lent, autore di oltre 80 libri tra i quali “Asian Comics” e “Comics Art in China” e fondatore dell’International Journal of Comic.
Importante il contributo di Paul Gravett, giornalista e curatore di mostre, esperto di fumetti a livello internazionale. Dal 2003 dirige il festival londinese Comica.
ShowRUM Italian Rum Festival

L’ampia area espositiva di ShowRUM sarà suddivisa in quattro macro-aree: rum tradizionali, rhum agricole, cachaca e imbottigliatori indipendenti, che permetteranno ai visitatori di rendere la giornata non solo un momento di degustazione di altissima qualità, ma anche di informazione e conoscenza. Alla cachaca brasiliana sono quest'anno dedicate numerose iniziative, da uno spazio ad hoc all'interno della manifestazione, alla miscelazione da parte dei barman presenti all'evento con drink a base del distillato brasiliano, ai 6 brand presenti nello spazio espositivo, alla serata interamente focalizzata sulla miscelazione della cachaca della Cocktail Week che precede il festival.
Tra gli eventi dello ShowRUM 2017, la STC - ShowRUM Tasting Competition, unica Blind Tasting Competition italiana dedicata a Rum e Cachaca, nella quale i due distillati vengono divisi per anni di invecchiamento e per alambicchi di provenienza, oltre che per tipologia di materia prima. Unica al mondo, inoltre, a premiare, grazie a una giuria di esperti nazionali e internazionali solo il best in class per ogni categoria. Tra i premi, quello dedicato al Best Packaging, il cui vincitore riceverà un'opera realizzata live dall'artista Giulia Gensini. Saranno quindi protagoniste le degustazioni guidate delle più grandi etichette presenti sul mercato italiano e internazionale, alla presenza di master distiller, esperti, distributori e brand ambassador che permetteranno ai visitatori di compiere un affascinante viaggio nel variegato mondo del rum. Quindi, i cocktails preparati da barman professionisti, ma anche i sigari, le masterclass e i seminari con i maggiori esperti mondiali del settore. Il programma di domenica 8 ottobre prevede la partecipazione gratuita ai seminari a cura di etichette quali DonQ Rum, Ron Abuelo, Doorly's Rum, Avua Cachaca, Mezan Rum e Damoiseau Rhum.
Dai bartender ai grandi buyer, passando per i Market Influencer, gli importatori, i distributori, la stampa e i blogger, oltre agli appassionati e ai neofiti del rum animeranno la rassegna che prevede il tradizionale Trade Day, lunedì 9 ottobre, giornata interamente dedicata agli operatori e professionisti del settore, focalizzata sulla formazione professionale, ricca di appuntamenti e seminari con ospiti d'eccezione. La giornata si svolgerà con seminari dedicati al Mixing rum e all'Understanding Rum, con Ian Burrell che presenta "Contemporary Tiki", Flavio Angiolillo che discuterà dell'"Influenza italiana nel mondo del rum". Il bar manager Paolo Sanna tratterà l'argomento del “Risparmio al bar”, toccando anche la questione delle tecniche di conservazione. Quindi le "Tecniche di miscelazione Tiki”, con Gianni Zottola. Marco Graziano presenta "Caribbean Ways", quindi Fabio Bacchi si concentrerà su "Food and Rum matching focus". Il direttore artistico del festival, Leonardo Pinto, presenterà quindi "La cachaca, spirito brasiliano" e in chiusura Richard Seale delizierà I palati con il seminario "Rum".
Per maggiori informazioni
Radioblog: Riccardo Bruni

Qualche indizio di materia

Aeroplano
Se tento
di raggiungere il cielo
la distanza rimane invariata.
M’avvicino
soltanto alle nubi.
Filosofia
Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio
che smette, ogni tanto,
di pronunciare il vuoto.
Allora qualche indizio di materia
deforma l’aria,
descrivendo le pause del nulla
prima che il silenzio
si richiuda.
(Le mani s’infrangono
contro un gesto incompiuto)
Gesti sinuosi
a intrecciare
il corpo di un uomo
mentre
danze attutite
risalgono il tempo
sfiorando i minuti
con un frullo di passi.
Frammento
A tratti nel buio
la filigrana di stelle
configura
la mia rabbia pensosa:
amore o incertezza, incertezza e amore.
Don Robertson, "L'uomo autentico"

L'uomo autentico
Don Robertson
Nutrimenti, 2016
Più che dalle parti della periferia americana qui siamo ai confini dell'umanitá come coordinate. Tutti abbiamo presenti quelle dolci vecchine con la crocchia grigio-violetta e le rosee gote che trascorrono interi pomeriggi a sfornare crostate ai mirtilli e gli anziani che a tutto possono rinunciare fuorché alla salutare corsetta mattutina per tenersi in forma. In questo libro però non ci sono. I protagonisti sono tutti vecchi ma discretamente decrepiti, pieni di acciacchi i cui sintomi vengono descritti in tutta la loro miseria. Inoltre fanno un sacco di sesso, cosa che destabilizza non poco la visione edulcorata e patinata della terza età di cui noi ingenui occidentali ci facciamo spesso latori, visione secondo cui anziani e bimbi sono come gli angeli. In questo romanzo i vecchi non fanno manco sesso bensì scopano, chiavano, fottono, magari con cinquantenni discinte che si fanno fare sveltine in un vano lavanderia, o si fanno masturbare da ottuagenarie amanti dei film porno. È già abbastanza nauseante, sì? Allora non proseguite. Perché il fulcro della storia è Hermann, settantenne con la prostata a pezzi, che attende che sua moglie Edna, ridotta ad un cranio a palla di biliardo con le vene in evidenza, si faccia portare via dal cancro o dalla chemio, purché la sua agonia cessi. Prima che ciò accada la donna gli svela un segreto: Billy, l'unico figlio che hanno avuto, morto adolescente dopo anni di stenti causati dalla meningite spinale, non era suo figlio biologico. Mentre lui tradiva la moglie, nel rispetto dello stereotipo del camionista, con chiunque, lei lo ha fatto solo con un altro uomo, partorendo poi il frutto dell'atto immorale. Quando la moglie spira, Hermann si rende conto che della sua vita prossima alla fine gli resta solo un pugno di giorni di cui non sa nemmeno bene cosa fare. Tutto ciò che ricorda, per cui ha vissuto, pianto o gioito erano menzogne o illusioni. Ripercorrendo la propria vita con i ricordi si rende conto della sua totale insensatezza. Ma ha un'illuminazione: non è la vita ad essere priva di senso, siamo noi che non abbiamo il libro delle istruzioni. Decide quindi di scriverlo lui, usando il piombo al posto dell'inchiostro e la pelle umana al posto della carta. Si spalancano quindi le ultime inattese 30 pagine che fanno capire al lettore perché questo scrittore sia tanto amato da King che lo ritiene il migliore in assoluto. Prosa scarna, linguaggio infarcito di volgarità e similitudini scatologiche rendono questo romanzo non adatto a tutti, soprattutto per l'inevitabile senso di vuoto e inutilità che si percepiscono lungo l'intera narrazione. Si può non condividere il punto di vista ma occorre arrendersi alla verosimiglianza della storia.
Francesco Gazzé: il sentimento come ragion di scrivere
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Il terzo uomo sulla luna
Francesco Gazzè
Baldini, Castoldi , Dalai, 2002
C’è un’acuta distanza (quasi totale, cioè irreversibile o giù di lì) fra i sentimenti e il mondo attuale… Al punto che ognuno di noi (se fosse onesto) si dovrebbe inquisire schiettamente, sottoponendosi magari a un discorsetto accusatorio tipo questo: “Dove finisce la televisione e dove comincia la mia identità? Ahimè, non resta più alcun confine di riconoscimento…”.
Chi lo sa: probabilmente, peggiorando in circolo (e continuando quindi, previa tv, a involversi dai sentimenti alle pulsioni, dall’intelligenza alla scimmia) la razza dominante del nostro pianeta ritornerà, spiritualmente parlando, allo stato selvaggio e brado, da umana che era.
E nel frattempo, l’arte che fa? Non ci salva? Sfortunatamente no, accidenti! Dal momento che, complice ancora il piccolo schermo, è ormai decaduta a cabaret, rivestendosi forse di motti arguti, ma anche di sfondoni assortiti, veicolati da un italiano, drasticamente ridotto al rango degradato di dialetto nazionale, buono per tutte le ignoranze e sgrammaticature.
Certo, per fermare il collasso, ci vorrebbe qualcuno in vena e in grado di dare l’esempio. Sì! Ecco la soluzione! Qualcuno ci vuole, che scriva e rifletta. Qualcuno che, discosto dalla massa e dalla tv, abbia una ricezione infallibile del cuore in genere e non delle emittenti varie.
Qualcuno, insomma, come Francesco Gazzè.
Dunque… fratello e paroliere com’è di Max il cantante e musicista, il Francesco in questione ha esordito in proprio nel campo della prosa, pubblicando nel 2002 (per i tipi della casa editrice Baldini&Castoldi, in seguito ribattezzatasi Baldini Castoldi Dalai) un volume di racconti, suggestivi e corti: Il terzo uomo sulla luna.
Che dire mai di quest’opera prima, che non ha mancato, naturalmente, di riscuotere lettori e commenti lusinghieri?
Beh per cominciare, non soffre d’illusioni Francesco Gazzè; anzi i dolori, appresi dalla vita, gl’insegnano a valutare (se non “auscultare”, addirittura) desideri, angosce, perplessità: la sua voce è composta d’inflessioni melodiche e, attraverso le pagine del libro, s’articola secondo le direttive di una salda ironia analitica, pronta a sublimarsi in acume poetico. Utilizzarlo (nell’attimo di un foglio, nel volgere di un libro) per catturare la libertà (dell’immaginazione) e farne sentimento, è facilissimo per l’autore. Egli sottrae alla forza isterica del giorno, della vita corrente e d’ordinanza la propria indole d’artista, aggira l’esuberanza maligna di pene e ansietà (che sono energia, adrenalina del dolore) per librare nella dimensione estatica della fantasia, fiabe d’incanto.
Mai sovrastate dall’affanno, quelle emozioni di pura leggerezza irradiate dal suo animo trovano respiro in novelle delicate e lievi, in tenui parole e trame carezzevoli che indulgono, talvolta, all’ariosa ecletticità del sogno.
Balza l’inchiostro da un racconto all’altro formando personaggi azioni ambienti, mentre nasce la pagina, come una lega metallica, dal miscuglio di lettere e bianco.
I segni e le pause rispettano i confini di storie fluenti e testi brevilinei che, senza cedere alla verbosità (ma con l’aiuto, nondimeno, di armoniose volute sintattiche), illustrano malinconia, gioia e dubbio.
Quindi sentimenti multiformi che, trasfigurati dall’ironia onnipresente, diventano profezia d’amore e riscatto umano, impreziosiscono il tessuto letterario di queste novelle e, intanto, sogni attraversano rapiti lo spazio di carta, per mutare in musica le parole e allietare le pagine con melodie narrative, pervase di sole.
Un sole inconfutabile che non splende a vanvera e, al contrario, sa illuminare (con cognizione di causa) la bravura di Francesco Gazzè, scrittore ben diverso da quelli che, discutibilmente, trascorrono la propria esistenza – intera ed effettiva – alla ricerca ossessionata d’interviste o trasmissioni, da cui lasciarsi ritrarre nell’atto retorico (persino narcisistico) di sproloquiare, di soffrire, d’incensarsi.
No: Gazzè si mostra, e dimostra, individuo di tutt’altro stampo e identità. Prova ne sia che, ne Il terzo uomo sulla luna – distinguendosi senza tregua o sosta da coloro (forse gli scrittori suddetti, per l’appunto!) che spesso raccolgono frasi, periodi e complementi in organismi grammaticali incapaci di poesia – trionfa, impeccabile e sincero, nel compito di “imprimere” corpo e consistenza a sistemi di parole, che ora si presentano a forma di nostalgia, ora di sorriso, ora di filosofia. Quella ad esempio, birichina e suadente, che dando segni d’ironia, impregna – “impastandolo” di sé – il brano intitolato Prima del gong:
“Assalito ovunque dalle sue farine, il giovane fornaio era tutto bianco come Pulcinella. Impastava energico la prima luce del giorno affondandoci le dita e il peso del corpo, colpendo l’impasto chiaro con gli schiaffi e poi lisciandolo sul palmo della mano quasi pentito, per trarre da esso qualcosa di buono, una forma. […] Anche una piccola radio portatile prendeva parte al lavoro [...] Sempre accesa sulla mensola più in alto [...] sancì, quella volta, la fine del mondo: per mezzo di una voce senza suono, lo speaker annunciò, interrompendo una nota trasmissione di musica leggera, che il pianeta stava implodendo a causa di un improvviso vuoto d’aria formatosi intorno al suo centro, e che in quelle ore la crosta terrestre aveva già iniziato ad accartocciarsi lentamente come la buccia di una pera marcia. Proclamava ciò in preda a una specie di terrore isterico che aumentò come una febbre a ogni parola. Riuscì comunque a precisare che i migliori geologi di ogni continente erano concordi nell’affermare con limitato margine di errore che all’intera umanità non restava più di mezza giornata prima della fine […] Il fornaio separò le mani dall’impasto, le avvolse in un panno asciutto prima di strofinarle davanti alla faccia come una mosca, andò alla finestra a controllare il panico che intanto s’era impossessato delle poche persone già sveglie in città. Se ne aggiunsero altre, e lui le osservò per l’intera mattinata affannarsi a realizzare subito sogni che tenevano chissà da quanto tempo incalcati nelle membra. Tutti insieme, in fretta, di corsa, alla rinfusa… prima del gong! […]”.
Lo si può inevitabilmente constatare: attraverso la “parabola” del fornaio, il racconto appena citato configura Francesco Gazzè come attento e minuto osservatore delle piccole cose, ch’egli delinea e traccia con snella incisività, manifestando un talento notevole di cronista “accorato”, superlativamente preso a studiare i contorni e il nucleo della realtà, per “rigovernarli in codice” con l’intervento e l’appoggio della fantasia.
Insomma, si cede quasi alla tentazione di vederlo – il nostro autore – come perennemente affacciato ad una finestra china sulla vita: sì, eccolo mentre (bloccandosi nel pieno raggio della finestra aperta) s’impone allo sguardo dell’aria e cerca di essere la pupilla del vento, per scoprire così gli uomini nelle infinitesime particole dei gesti. Risultato eccellente e lirico: Gazzè riesce in questo modo ad avvolgere, nei propri occhi di narratore, la vicenda complessiva delle persone comuni e quotidiane, con tutte le loro ansie, egoismi e volatili euforie. Che sono, in ultima analisi, i sottomultipli delle ore.
Chiaro dunque come il suo libro, altro non sia che un’antologia di contenuti e sostanze variegate: so-stanze da pranzo, di cui il lettore deve cibarsi (masticando a fondo col cuore e la mente) per mitigare la notte reciproca, instauratasi – ormai da troppo – fra l’uomo e i sentimenti.
-di Pietro Pancamo (pipancam@tin.it; pietro.pancamo@alice.it)-
Bellissima Brigitte

Non si dichiarano gli anni delle signore, Brigitte è sempre giovane nell'immaginario collettivo, è sempre quella della foto: bellissima, sensuale, selvatica, ironica e sfuggente.
Le sue labbra hanno disegnato le forme di un'epoca e il suo corpo ha fatto sognare intere generazioni. È curioso come di lei, passata alla storia, non si ricordino pellicole memorabili, BB ha recitato con una naturalezza disarmante, ha interpretato se stessa e questo forse è il segreto che la fa ricordare come persona ben oltre i film in cui ha recitato. La Bardot però non era solo bellissima, è una donna con grande personalità e soprattutto è intelligente e l'intelligenza è una dote che rende una donna estremamente sensuale. Negli anni la Francia ha scoperto che l'attrice, nonostante il successo, nonostante la vita in Costa Azzurra, non era una bambola di vetro e ha dovuto fare i conti con il suo impegno, la sua coerenza, le sue idee. La Bardot ha abbandonato la carriera senza remore e ha scelto la strada più difficile fregandosene delle conseguenze.
Nelle sue dichiarazioni, sempre controcorrente, ha criticato aspramente “la gauche al caviale”, ha sparato a zero sul sessantotto definendolo “uno sconquasso porno-politico” e nel 2001 la sua “lettera aperta alla mia Francia persa”, le è costata una condanna. Non contenta del muro che le hanno eretto contro, ha scritto un libro attirando la definitiva vendetta dei democratici politically correct. Nel suo libro si scagliava contro il pericolo di un'invasione islamica e per qualche parola di troppo è stata processata e condannata una seconda volta dalla giustizia francese, perché si sa che le idee vanno bene tutte, ma solo se sono allineate. Ecco le sue parole "Sono contro l'islamizzazione della Francia. Quest'obbedienza obbligatoria e questa sottomissione mi disgustano". E ancora: "Non abbiamo più il diritto di essere scandalizzati quando clandestini o mendicanti danno l'assalto alle nostre chiese per trasformarle in porcile umano, defecando dietro l'altare, pisciando contro le colonne, diffondendo i loro odori nauseabondi sotto le volte sacre del coro". Oppure: "Eccoci costretti a far venir fuori una dignità politicamente corretta nel mischiarci, nel mescolare i nostri geni, nel cancellare le nostre radici e lasciare così incrociare per sempre le nostre discendenze da predominanze laiche o religiose fanaticamente emerse dai nostri antagonismi più viscerali".
“Frasi che trasudano intolleranza” secondo il procuratore della Repubblica di Parigi, che chiese la condanna e definì il suo scritto un "grido di odio", stigmatizzando il carattere violentemente anti-musulmano del libro.
Brigitte non si è mai fermata e ha continuato a battersi a dire la sua, famose le battaglie animaliste contro la macellazione ebraica e quella islamica. Tutti errori imperdonabili per la società moderna che ci vuole tolleranti, accoglienti e pecoroni.
Ma l'errore più grosso la Bardot lo ha fatto quando ha scelto di invecchiare. Esattamente, ha deciso semplicemente di invecchiare naturalmente senza ricorrere a lifting, chirurgia plastica, sempre controcorrente in un mondo, soprattutto quello del jet set, dove la caccia contro le rughe e le altimetrie delle tette o del sedere è sfrenata. E mentre intorno si vedono facce di plastica, tutte uguali, che puzzano di morte, lei si è lasciata scorrere il tempo addosso e ne è uscita più bella che mai. Una bellezza che racconta la sua storia in ogni ruga di espressione in ogni piega del suo intramontabile sorriso.
Dalla sua autobiografia scelgo di raccontare un episodio molto simpatico che a mio avviso la identifica completamente.
Ancora in carriera, attrice di successo, vestita di tutto punto, tacchi a spillo e occhiali scuri, si trovò un giorno a visitare un canile. Vide ammassati dentro le gabbie anguste cani sporchi e gatti dal pelo arruffato che la guardavano come solo gli animali sanno fare. Non seppe resistere, non aveva idea di come fare, ma aveva deciso che là dentro non doveva rimanere neanche un prigioniero. Irruente, decisa come suo solito, li caricò tutti sulla sua Rolls Royce, davanti dietro nel bagagliaio e mentre i cani abbaiavano, in una tremenda baraonda, e i gatti le saltavano in testa, la videro allontanarsi ridendo a tutta velocità verso Parigi.
Brigitte donna vera, simbolo di libertà, di trasgressione e tradizione.
“.....Senza di te quella bottiglia è sempre troppo vuota al mio funerale canterai “plaisir d'amour” sarà come rinascere, come ammirarti in tv poi butteremo dalla torre chi vuoi tu! Si dice che gli occhi siano lo specchio dell'anima a me poco importa, la tua bocca già svela la tua divinità” ( da Armilustri Absinthium)
Radioblog: Le voci di signoradeifiltri
LAVORI IN CORSO: Su RadioBlog sono in arrivo le “Voci di Signora dei Filtri”!! Scoprite di cosa si tratta ascoltando questo audio e ricordate che per qualunque proposta, suggerimento o autocandidatura al progetto potete scriverci alla nuova casella di posta elettronica di RadioBlog : RADIOBLOG2017@GMAIL.COM
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