Vincenzo d'Alessio, "Immagine convessa"

Conosco l’autore e ho aperto questo libro, Immagine convessa – Fara Editore 2017, conscia di trovare all’interno, oltre alla poesia, il sapore del grande romanzo: quel tutto organico che restituisce una precisa atmosfera da cui, tu lettore, non ti divincoli tanto è solida e ben costruita. Un buon libro di poesie - e questo è un libro di poesie - è come entrare in una casa che ha una sua precisa identità: ne percepisci i profumi, le ombre tenaci e quelle più docili alla luce variabile del giorno, gli angoli già carichi di storia, quelli con pareti pastello pronti a darti il benvenuto e altre dove fanno da protagoniste tende immobili statuarie e, dietro, una finestra che da tempo non si apre più. Un buon libro di poesie ha in sé l’invito ad entrare nello spazio esistenziale di chi l’ha scritto, di chi ha saputo raccogliere nell’unico linguaggio che gli è più consono, i suoi silenzi.
Titolo e copertina - che rappresenta la foto del figlio dell’autore, Antonio, morto giovane e bello -, sono un tutt’uno: l’uno spiega l’altra e viceversa. Non penso esista un genitore che vorrebbe sopravvivere alla morte di un figlio: con lui - il figlio - si spegne il mondo di chi, come un genitore appunto, lo ha amato visceralmente ed ha intrecciato nel bene e nel male la propria vita alla sua; di chi, ora, non sa più che farsene della propria vita così sprogrammata e, per sempre, disarticolata da tanto dolore. A meno che - a meno che … - non si raggiunga un compromesso e, quindi, una sorta di possibile convivenza con una sofferenza accesa sempre, ma che ora si lascia centellinare. Vela ancora gli occhi e ancora deforma l’immagine: ogni immagine, che torna convessa verso l’alto come un calice colmo di tanta appassionata umanità: chiavi di un regno, mappa di tanti orizzonti.
Da pag. 79 (meravigliosa!)
Posso dirti che non mi piace
vederti seduto ad aspettarmi
tra lapidi bianche al cimitero
meglio è sentirti con me
immergere gli occhi nel cielo
limpido delle terre verdi
dove siamo nati, Antonio
concerto di mare verso le sabbie
dorate di Camerota i frulli
salmastri del rosmarino nel vento
ci insegue mordendo i capelli
vieni, i fratelli vicini, mia moglie
ti guarda, quasi spia, la tua dolcezza
che piace a Dio.
Da pag 75
Ti hanno vestito con l’abito
buono, sorridevi baciato
dal tuo amore per la vita
le lunga dita ancora in fiore
come le corde del contrabbasso
Sei bello per sempre di fronte
all’eterno cuore leggero
del tuo sogno: si muore
dormendo dopo una lunga
notte d’amore.
In quanto esposto prima, la chiave di lettura del libro. Mi accosto ora ad altri argomenti, cari al nostro D’Alessio, precisando che ogni tema non è presentato - e affrontato - da nostalgico, ma da testimone, uno di quelli che teme l’adattamento a ciò che non va, la resa ad una memoria/automatismo senza la vividezza del ricordo; quel testimone, insomma, che non ha fatto il callo a ciò che non va e lo denuncia ancora una volta. Ecco che il verso è una sorta di memento lasciato al vento perché almeno una folata raggiunga e allerti sempre il futuro.
Da pag. 76
Padre Bosco che sei
più in alto siano santificati
i tuoi faggi vengano
le tue sorgenti a rinnovare
le valli sia fatta la tua volontà
uccelli nel cielo fiori sulla terra
dacci sempre il tuo fresco quotidiano
perdona i nostri errori
non ci privare dei tuoi doni
ma rinnovali nell’eterno
delle tue stagioni: Amen!
Da pag. 77
Dove vanno i giovani del Sud
i loro cognomi sparsi
ai quattro venti, gli occhi
spiritati di colore, le mani
calde di lavoro? Sciamano
rondini anonime dal deserto
delle nostre terre
pugni stretti ai fianchi solchi
sulla fronte portano la dignità
dei sogni avuti al sole.
Il Nord del mondo è
tempesta d’odio e di serpenti.
Giovani del sud onore
mai smarrito.
C’è una dimensione che pregna l’intero libro ed è quella della preghiera. Non è tanto l’esplicita devozione a Dio, comunque molto presente nel Nostro, ma una sorta di condivisione e partecipazione alla Vita di sempre e di tutti, con le proprie umane e precarie capacità, da figlio e fratello - veri e propri legami di sangue da quell’umanità che stilla un dolorepersempre.
Pregare è pensare al senso della vita, citazione di Wittgenstein alla quale fa quasi da rifinitura quella di Martin Heidegger, pensare è ringraziare, come a dire che quando si iniziano a toccare certe profondità si incontrano tanti e tali cieli che il porgersi di un poeta ha sempre un sottofondo di gratitudine e pelle accapponata
Da Pag. 33
La notte è un groviglio di rovi
per gli occhi in preghiera
per mani mansuete al giaciglio
il sole arancio sulle terre
nel sacro velo del cielo
beata te rondine che torni
non sappiamo se figlia
madre sposa della passata
stagione il tuo volo non muore
il nostro cade nel rantolo
antico delle ore.
Da pag. 97
Signore, posso chiederti dove
comincia il cielo dei poveri?
L’acqua del loro pianto è
polvere nel fuoco delle armi
il sangue dei figli è rosa
del deserto, puoi sentire
per amore della tua carne
queste grida?
E termino la mia riflessione che, come altre precedenti, non nasconde un pensiero affettuoso e di stima verso questo Poeta - in privato gli ho scritto che avrei voluto essere io l’autore del suo libro - col finale di una poesia di Paul Celan che ben si adatta a condensare il sapore lasciato dalla lettura
fanno restare senza fiato, oggi,
le mani giunte.
Angela Caccia
C'era una volta la Romagna: il raccolto

Al tempo della mietitura si andava tutti nei campi, anche i bambini, presi dall'euforia dell'occasione, si rendevano utili spostando mannelli, piccoli fasci di spighe, o portando da bere ai mietitori. Finito il raccolto si trasportavano a casa i covoni e si faceva una grossa bica (o barcone) a forma di parallelepipedo con grandi spioventi. Il giorno della trebbiatura era una vera festa. Si sentiva in lontananza il battito di un trattore che si avvicinava lentamente trainando una lunga carovana composta da macchina per la trebbia, scala, carretto dei carburanti e lubrificanti. Enorme, arancione, si presentava come una grande cassa di legno, montata su un carro a quattro ruote della lunghezza di circa sei o sette metri, e arrivava nell’aia come un mostro, impegnandola quasi completamente. Al seguito venivano tutti gli uomini a salario che avrebbero aiutato nel compito di prendere i covoni, scaraventarli dentro una specie di grosso imbuto in cima a quel diavolo rumoroso e ansimante, che sbuffando faceva uscire inspiegabilmente da sotto il grano in chicchi, mondato dalle spighe, mentre la paglia usciva da dietro, raccolta in balle legate col filo di ferro. Noi bambini restavano a bocca aperta nel vedere tale trasformazione e confabulavamo chiedendoci chi fosse nascosto dentro quel grosso cassone, e quanta fatica doveva fare per lavorare così bene, in fretta e al chiuso. Spesso, troppo spesso, si rompeva la grossa cinghia di trasmissione che dal trattore faceva funzionare la macchina trebbiatrice, e allora si sentiva volare dalla bocca degli operai addetti ogni sorta di imprecazioni per santi e madonne. A noi scappava, maliziosamente, da ridere, e il nonno, arrabbiato, ci prendeva a scappellotti perché, misteri della fede, “un uomo in un momento di nervoso poteva anche bestemmiare, ma un bambino mai e poi mai doveva sentire!”
Gli uomini, col cappellaccio calato fin quasi sugli occhi per difendersi dalla polvere e dalla pula che volavano intorno, si proteggevano il viso con grossi fazzoletti legati dietro la nuca, che coprivano naso e bocca, tanto da sembrare quei banditi che vedevamo sui giornaletti di Tex Willer assaltare le diligenze. Così fantasia su fantasia ci mettevamo anche noi il fazzoletto e iniziavamo a correre battendo la mano sul sedere come se stessimo incitando un cavallo e giocavamo a rincorrerci, “indiani e cowboy”, urlando e saltando per tutta l'aia.
Mente noi giocavamo, per parecchie ore si udivano, martellanti, il battito frenetico del trattore e il rombo cupo della trebbiatrice. Anche in lontananza si poteva vedere il polverone sollevato, mentre le biche dei covoni calavano e contemporaneamente crescevano i pagliai.
Il grano raccolto in grossi sacchi di tela di juta veniva accatastato nel granaio e sarebbe stato in parte venduto dal nonno al mercato e in parte portato al mulino per ottenere la farina necessaria alla famiglia tutto l'anno: pane e pasta si facevano ancora in casa.
Infine una parte di grano si conservava per la semina successiva. Il nonno faceva depositare questa grande quantità di chicchi in una stanza vuota della casa vecchia, la stanza veniva riempita per tutta l'ampiezza e quasi per metà in altezza. Alla porta d'ingresso mettevano di traverso un grosso asse di legno che non consentisse al grano di spandersi all'esterno, ma per noi era perfetto da usare come trampolino per piacevolissimi tuffi nella nostra “piscina privata”. Incuranti della polvere del grano che mordeva le carni, affondando nei chicchi profumati e morbidi che si modellavano lentamente sotto il nostro peso, immaginavamo di essere al mare e di nuotare incalzati dalle onde verso l'isola del tesoro.
AMO LA TERRA
“Amo la terra che mi ha
partorito:terra di pianura,
nera e grassa che alimenta i
tralci e matura le messi.
Terra umida in cui è dolce
affondare le mani e piantare
profonde radici.
Amo la terra di rossa creta
dove correvo l’estate
graffiandomi i piedi,
“calanchi” che scivolano a
valle, si sciolgono, si
increspano, ondulati come il
mare.
Amo la terra secca e brulla
quando d’inverno il gelo
disegna arabeschi sulle zolle
nude e un giorno vi farò
ritorno:
lei si aprirà accogliendomi
nel suo seno e non avrò
freddo, non avrò paura nel
caldo abbraccio di mia
madre.
E poi sarò di nuovo viva: sarò
albero, sarò fiore.”
Un mucchio di ossa per ritrovare l’equilibrio

Per un’inguaribile abitudinaria come me, i cambiamenti – sintomo, ahimè, del tempo che passa – sono fonte di terrore e di ansia. Malgrado mi renda conto che uscire dalla propria zona di comfort sia utile – come dicono gli specialisti? – a sentirsi vivi, io sto bene quando le cose sono stabili. Con una tazza di cioccolata bianca tra le gambe, una copertina in pile sulle ginocchia – la stessa da sempre –, il cane che sonnecchia ai miei piedi e un buon libro. Ecco perché mi capita, talvolta, di sentirmi indietro… rispetto a tutto. Capita mai anche a voi di aver voglia di fermare il tempo? Sì, quando tutto va veloce e non si riesce a dominare lo scorrere dei minuti, delle ore, dei giorni. Quando mi capita, be’, io leggo Mucchio d’ossa di Stephen King. È una storia un po’ d’amore e un po’ di morte – e chi mi conosce capirà perché mi piace così tanto – ma non è tanto la trama a rendermi così tranquilla, così certa che tutto andrà bene, mentre lo stringo tra le mani. Sarà che l’ho letto per la prima volta a dodici anni – quando l’unico cruccio era arrivare preparati all’interrogazione di storia – o sarà che King ha su di me lo stesso effetto che hanno le coccole nel collo sul mio cane, fatto sta che non saprei spiegare quel misto di dolce quiete che mi investe quando leggo di Mike Noonan e della sua bella, defunta Jo. Lui viene assalito, con la stessa potenza di un treno in corsa, dal senso di perdita. La ama alla follia, e di follia quasi muore quando la vede in sogno. Se c’è una cosa che è irreversibile, questa è certo la morte. Alla morte non si può trovare una ragione, una spiegazione. Quando qualcuno che amiamo muore, non ci resta che farcene una ragione… ed è proprio ciò che prova a fare Mike. Afflitto da un terribile blocco dello scrittore, si trasferisce nella casa del lago. Un’imponente dimora vecchio stile che domina uno specchio d’acqua salmastra: ecco dove lo scrittore dal cuore rotto cerca la pace. Ma qui c’è un segreto. Con la sua classica vena horror, King ci trasporta in un mondo che sa di presenze e di sussurri, di nomi sputati fuori dalle viscere della terra e di alberi che hanno un’aura strana. Di una casa che pare voler ingoiare chi c’è dentro. Di una maledizione che va avanti da anni e che pare non voler risparmiare nessuno. La morte aleggia, circonda tutto e minaccia tutto, fino a farci sentire la gola chiusa e il respiro mozzato. Vorremmo correre ma le nostre gambe, rese ferme dall’immaginazione che non può sfogarsi in modo totale, sono anch’esse fredde e rigide e cadaveriche. Alla fine crederemo più nell’amore, certo, ma anche nell’odio. Nella cattiveria. Nella estrema capacità dell’uomo di produrre male, di produrre abominio. E quella casa nel lago, triste testimone di un fatto aberrante, tornerà e tornerà e tornerà nei nostri pensieri.
Più volte mi sono ritrovata a parlare di questo libro con chi, come me, l’aveva letto. Ho notato, con rammarico, di essere la sola a trovarci tutto questo. Sì, è bello, come ogni capolavoro firmato S. K., ma nessuno vede tra quelle righe tutti i significati che io sono stata capace di fare miei. Nessuno lo legge per trovare se stesso. Nessuno ci basa la propria salvezza mentale.
Be’, avete presente il detto: “Il primo amore non si scorda mai”?
Mucchio d’ossa è il mio primo amore.
Chiudo con un passo del romanzo, un significativo passo che quasi ricordo a memoria:
“Seduto dalla sua parte del letto, reggendo in mano la sua polverosa edizione tascabile di La luna e sei soldi, piansi. Credo che fosse la sorpresa non meno del cordoglio; nonostante la salma che avevo visto e identificato su un monitor ad alta risoluzione, nonostante il funerale e Blessed Assurance cantata da Pete Breedlove con un’acuta e dolce voce tenorile, nonostante la funzione al cimitero con le sue ceneri alle ceneri e polvere alla polvere, in fondo io non ci avevo creduto. Quel paperback della Penguin suppliva a quello che la grande cassa grigia non era stata capace di fare: mi diceva senza mezzi termini che era morta.
Buffo ometto, disse Strickland.
Mi distesi sul nostro letto, incrociai gli avambracci sul volto e piansi tanto da assopirmi come capita ai bambini quando sono infelici. Feci un sogno orribile. In esso mi svegliavo, vedevo il tascabile di La luna e sei soldi ancora sul copriletto accanto a me e decidevo di rimetterlo sotto il letto dove l’avevo trovato. Sapete come sono confusi i sogni, dove la logica è come orologi di Dalì divenuti così flaccidi da poterli appendere come stracci ai rami degli alberi. Rinfilai la carta da gioco tra le pagine 102 e 103, a un giro d’indice da Buffo ometto, disse Strickland ora e per sempre, e mi girai sul fianco sporgendomi con la testa oltre la sponda del letto con l’intenzione di riporre il libro precisamente dove l’avevo trovato. Là sotto, tra i riccioli di polvere, era sdraiata Jo. Un lembo di ragnatela che pendeva dal fondo del materasso a molle le accarezzava la guancia come una piuma. I suoi capelli rossi erano opachi, ma i suoi occhi erano scuri e vigili e feroci nel bianco del viso. E quando parlò, capii subito che la morte l’aveva fatta impazzire.
«Dammelo» sibilò, «è il mio acchiappa polvere.»
Me lo strappò dalla mano prima che potessi offriglielo. Per un momento le nostre dita si toccarono e le sue erano fredde come ramoscelli dopo una gelata. Aprì il libro al segno, lasciando svolazzare fuori la carta da gioco, e si sistemò Somerset Maugham sul volto: un sudario di parole. Quando si incrociò le mani sul petto ridiventando immobile, mi accorsi che indossava il vestito blu con cui l’avevo seppellita. Era uscita dalla sua tomba per nascondersi sotto il nostro letto.”
Shopping in Rodeo Drive
Certo fa piacere a tutti entrare in un bel negozio di fiducia, sfoderare una carta di credito e comprare quello che piace senza badare a spese. E vabbè, non sarà proprio come essere Giulia Roberts che fa shopping in Rodeo Drive, ma volete mettere la soddisfazione di uscire con una busta piena di roba avendo speso praticamente niente, acquistando oggetti scontati dell’81%? Una libidine.
Basta armarsi di pazienza, non aver bisogno di nulla e frugare in quell’angolino della bottega dove sono relegati i saldi in questi ultimissimi giorni di febbraio. Ci si può divertire facendo pace coi sensi di colpa che ogni giorno ti fanno chiedere perché compri, quale vuoto devi riempire, che senso devi dare al poco tempo che ti rimane, e via con le pippe mentali.
Vero è che più passano gli anni e più bisognerebbe “aggiungere vita ai giorni e non giorni alla vita”, come diceva la compianta Rita Levi Montalcini. Magari aprendo tutti i sensi e provando a vedere, a sentire, ad ascoltare davvero quello che ci circonda, scoprendo come Marcovaldo la natura nascosta nelle pieghe della città, le sfumature del mare, il verde che si rinnova, il profumo inebriante della mimosa in fiore, il canto degli uccelli. “Quando ascolto il canto dell’usignolo e di tanti altri uccelli canori”, scrivevo il 6 maggio 1970, “sento dentro di me tanta felicità”.
Già, bambini ed animali, uniche creature spontanee capaci di farti sentire dentro la vita senza sovrastrutture. Che poi, a proposito di spontaneità, tutti lì a dire che bisogna essere se stessi ma quando lo siamo è sicuro che non piacciamo.
Un modo per stare “dentro” è vivere il proprio cane. Nel senso di essere in sintonia con lui, capire come si muove, cosa cerca, che aspirazioni ha, perché annusa e perché corre, persino perché tira al guinzaglio; senza umanizzarlo, bensì "canificandoci" quel tanto da comprendere che l’unico scopo della vita è vivere. Proprio come spiega Marchesini, il padre della zooantropologia, e come dice Yeshua’ di Nazareth a Maria Maddalena nel mio “L’Uomo del sorriso”.
Perché io penso che la vita sia lo scopo della vita, anche su quei sette pianetini nuovi di zecca che girano attorno a una nana fredda. Un giorno il nostro sole si spegnerà ma la vita andrà avanti comunque, magari nel freddo, magari nel buio, magari da un’altra parte. E l’uomo è solo un animale, essere cognitivo e senziente in mezzo ad altri esseri cognitivi e senzienti. E le specie non contano come non conta l’individuo, le specie sono destinate ad estinguersi, conta la vita, che è più forte della morte, che è la ragione della morte.
Questa è la mia privatissima e personale religione e questi sono i miei nuovi acquisti.
Stivaletti e borsa in tinta, con scritta per sentirmi davvero Pretty Woman.
Camicia nera, sempre utile.
Maglietta grigia, idem come sopra.
Maglia blu e rossa, simpatica, speriamo che i quadri non allarghino.
Maglioncino beige, preso in vista di un prossimo viaggio di cui ancora non vi parlo per scaramanzia.
Borsone in ecopelle, acquistato per lo stesso motivo, che fa tanto Karen Blixen ne La mia Africa
Au revoir
Il potere del pianto

Vi capita di piangere? Io amo la sensazione di liberazione che mi assale quando mi asciugo le lacrime… è un misto tra rassegnazione – quel qualcosa che mi ha condotto alla disperazione più nera diventa, in un certo qual modo, sopportabile solo dopo un bello sfogo – e comprensione. In particolare, mentre le lacrime rigano il mio viso, capisco che comunque l’unica cosa irrimediabile è la morte. Per tutto il resto esiste una soluzione. È risaputo: il pianto è una manifestazione fisiologica che riequilibra l’umore. Tramite esso, possiamo scaricare le tensioni ritrovando la serenità interiore. Sapevate che trattenere il pianto ha delle terribili conseguenze a livello fisico? Il nostro corpo soffre, quando non può gestire lo stress e il nervosismo in modo naturale. Tra le possibili conseguenze del blocco delle emozioni abbiamo, a livello fisico, gastriti, dolori intestinali e irrigidimento alla muscolatura. Nei casi più gravi, danni al cervello e infarto. Inoltre, durante il pianto il corpo elimina le tossine.
Mettiamo mano a statistiche e numeri…
L’88% della popolazione dichiara a voce ferma di sentirsi meglio dopo un bel pianto. Una donna piange mediamente 47 volte l’anno (da questo numero possiamo tranquillamente escludere me, che piango un giorno sì e l’altro pure).
Un biochimico dell’Università del Minnesota, poi, in una ricerca recente, ha formulato la “teoria della guarigione”: pare che le lacrime emozionali riescano a fare sì che l’organismo si ricarichi dopo una forte tensione. Siamo sopravvissuti alla selezione naturale, secondo Frey, proprio grazie a questo meccanismo.
Be’, e dopo tutto ciò, ragazzi…
Buon pianto.
Dopo starete meglio… vi sentirete ricaricati, meno tesi, più sani a livello psicofisico. Non sottovalutate il potere della mente la quale è capace, talvolta, di ricaricarsi da sola.
Un piatto da servire freddo

Bastava così! Quella volta aveva davvero passato il segno e lui se l'era legata al dito. Per sempre!
Tuttavia, come insegnano le pagine più ciniche di Sun Tzu e di Machiavelli, aveva covato il rancore cieco che l'avrebbe condotto all'atto finale, celandolo, come un pokerista provetto, dietro la faccia bonacciona di sempre.
Continuava ad abbozzare ai suoi scherzi sul lavoro, anche i più incresciosi, con un risolino educato, come se il tutto gli scivolasse addosso, mentre in realtà anche il più piccolo gesto, dallo svitare il salino a mensa e poi passarglielo ad appoggiargli due colli di bottiglia contro gli pneumatici dell'auto posata nel parcheggio per i dipendenti, non faceva che alimentare quella sua rabbia sbavante, in continua paziente attesa di poter deflagrare in tutta la sua spietata violenza.
I suoi modi non smisero mai d'essere più che amichevoli. Questo non per inettitudine o scarsa prontezza di risposta: faceva tutto parte di una sua tattica. Doveva tenerselo buono affinché si fidasse di lui, così da poterlo attirare in trappola e farcelo cascare dentro con tutte le scarpe.
L'occasione si presentò all'inizio della stagione sciistica.
Differenti per carattere, punti di vista, gusti musicali, li univano giusto due cose: il posto di lavoro e, appunto, la passione per lo sci.
Col più largo sorriso che gli venisse e lo sguardo più buono che riuscisse a esprimere, lo invitò alla domenica organizzata dalle Frecce Azzurre cittadine dalle parti di Gressoney. Quello accettò senza pensarci un minuto, ringraziando con una calda stretta di mano.
Imbacuccati ed equipaggiati come da protocollo, si imbarcarono sul pullman granturismo che cominciava appena ad albeggiare.
Giunti sul posto, si incodarono tutti quanti per salire in vetta a bordo della telecabina.
In cima al Monte Rosa, ben conoscendo la competitività che contraddistingueva quell'altro, lo sfidò a un fuoripista dei più spericolati. Il collega acconsentì, muovendo appena le labbra lucide di burrocacao coi brillantini.
Senza farsi notare, si defilarono dal gruppo e si spinsero verso il loro destino.
Quando furono nei pressi di una pineta la costeggiarono, seguendo uno stretto percorso che dava su uno strapiombo.
Nel punto più elevato, lui, da dietro, spinse l'altro giù per il burrone, gridandogli: «Ehi tu, stronzo, sai perché l'ho fatto? Perché tu quella volta davanti a tutti hai osato...»
Trumpt! Un rumore sordo interruppe le sue parole. Lo aveva prodotto il corpo del suo collega, atterrato su uno spuntone di roccia.
Aveva fatto male i calcoli, nonostante avesse organizzato e pregustato quel momento per mesi: al momento buono, mentre lui si dilungava troppo nelle spiegazioni, la caduta era stata più rapida del previsto.
“Ma… cribbio! A che è servito vendicarsi se il maledetto manco ha fatto in tempo a capire perché lo stessi punendo?” non faceva che ripetersi, fissando sconsolato quel puntino scuro in mezzo alla distesa candida di neve fresca, che era poi il cadavere del collega, morto sul colpo.
Ora et labora

A mano a mano che il numero dei Cristiani aumentava, cresceva anche l’importanza dei vescovi, cioè coloro che sorvegliavano la comunità, e dei preti, ovvero gli anziani. Mentre l’impero andava in rovina, la Chiesa diventava più potente e organizzata. Il Vescovo di Roma, il papa, ovvero il padre di tutti i Cristiani, distribuiva grano, convertiva i barbari e si serviva dei monaci. La parola monaco significa uomo che vive solo.
Mentre i barbari invadevano l’Italia, distruggendo e saccheggiando, un nobile romano, Benedetto da Norcia (480- 547), si ritirò in un luogo solitario, dove pregare Dio lontano dalle guerre. A Benedetto si unirono molti seguaci che vissero con lui sotto la regola del prega e lavora. I cardini della vita comunitaria erano l'obbligo di risiedere per sempre nello stesso monastero, la buona condotta morale, la pietà, l'obbedienza all'abate.
I monasteri sorsero in luoghi solitari, dove i monaci, oltre a pregare, dovevano darsi da fare per abbattere gli alberi, dissodare il terreno, seminare e mietere. Gli abitanti delle terre vicine accorrevano in cerca di protezione e di aiuto, perché questi luoghi erano come fortezze e i loro granai sfamavano in tempo di carestia o guerra.
Intorno ai monasteri si aprivano strade, sorgevano villaggi, venivano prosciugate paludi, terreni incolti venivano seminati, si costruivano scuole ed ospedali. I libri per le scuole erano scritti dagli amanuensi che copiavano e ricopiavano libri antichi.
La miniatura era l'immagine che decorava le lettere iniziali dei capitoli dei manoscritti. Alcuni monaci lavoravano nelle loro celle, altri nello scriptorium, dove trascrivevano i testi degli antichi autori sacri e profani e decoravano le preziose pagine dei codici, costosissime perché per la pergamena occorreva un intero gregge di pecore. Rosso minio, oro, argento, azzurro erano i colori più usati perquesta tecnica detta illuminazione.
Quando i Longobardi cacciarono i monaci, essi andarono in Francia, in Inghilterra e in Germania, dove fondarono nuovi monasteri. Tra tutti si distinse l’abbazia di Cluny, fondata in Borgogna all’inizio del secolo X.
Solo nel XIII secolo apparvero gli ordini mendicanti dei frati domenicani e francescani, fondati da Domenico Guzman e da San Francesco, più moderni, più dediti alla povertà e più attivi nel mondo rispetto ai monaci tradizionali.
Vincenzo Trama, "Se fossi postumo sarei (Ba)ricco"
Vincenzo Trama
Se fossi postumo sarei (Ba)ricco
Edizioni Il Foglio - Pag. 165 - Euro 12
www.ilfoglioletterario.it
Un libro geniale sin dal titolo. Un atto d’accusa in forma di romanzo. Un’invettiva ironica e sarcastica scagliata in faccia a un mondo editoriale ormai alla frutta. Chi sono gli autori italiani che vendono? Si chiede il protagonista, uno sfigatissimo scrittore inedito, supportato dalla fumettistica spalla Mombu, lui, invece, edito ma incazzatissimo. Volo, Moccia, Gramellini, (Dio ce ne scampi e liberi dai suoi incubi, altro che bei sogni!), ogni tanto una Melissa P., a volte uno Scarpa che vince lo Strega con un libro del cazzo (Stabat mater!), uno sceneggiatore che fa i riassunti, un nano, un elfo, una ballerina, la fidanzata d’un calciatore, la bella figa di turno e via di questo passo. Non va meglio con gli stranieri, a suon di Ken Follet e di gialli svedesi, stile Ikea - Iperborea.
Leggo Trama e rido come un matto quando scrive che in Italia tutti scrivono gialli, da Camilleri a Vitali, passando per Lucarelli e Malvaldi, non solo, tutti vogliono imparare a scrivere gialli, come se fosse la cosa più importante del mondo, la sola cosa da fare in questo preciso momento storico. E qualche scrittore tipo Roversi - Trama non fa nomi ma li faccio io - si crede figo perché ha inventato il noir milanese. E Scerbanenco, povero illuso? E Fernando di Leo che faceva cinema polar pescando a piene mani dalle storie di uno degli autori meno considerati della letteratura (sì, lo era, caro critico del cazzo che storci la bocca!) italiana?
Trama ne ha per tutti, anche per le fiere del libro, da Chiari dove alberga la tristezza d’un paese affogato nella depressione padana, a Pisa e Torino, fiere a base di vanità e lustrini per autori ormai stremati in attesa di esalare l’ultimo respiro.
Sì, lo so che Giulio Mozzi direbbe: “Caro Gordiano Lupi, un romanzo che parla di uno scrittore non sa di niente, tanto tanto lo può scrivere John Fante, mica Vincenzo Trama. E poi non si è mai visto un editore che scrive la recensione al libro di un suo autore. Non è credibile”. Aspetta Primavera, Giulio! Aspettala, che io intanto fo’ come mi pare. E proprio perché in vita mia non ho mai scritto una recensione a un mio autore, credo che questa sia parecchio credibile. Punto primo perché non è una recensione ma un racconto incazzato, di quelli che non piacciono a te perché non puzzano abbastanza. Punto secondo, perché penso che questo sia un libro utile e che in parecchi dovrebbero leggerlo, facendosi delle domande, ponendosi dei dubbi. Magari un giorno immagino un lettore che prende tutte le cazzate di Moccia, Volo, Baricco, Gramellini, Serra (roba tipo Gli sdraiati, cazzo! Un libro inutile, deleterio, da macero) e ci fa un enorme falò sul terrazzo di casa propria. Immagino quel lettore depresso risorgere dal sonno di una ragione che ormai ha generato il suo mostro, brandire una copia di Se fossi postumo sarei (Ba)ricco stile lancia metaforica contro l’ingiustizia del mondo. E vedo in lontananza Mombu danzare un rito magico, resuscitare l’anima di Brizzi ai tempi in cui scriveva Jack Frusciante, Bastogne e i ragazzi immaginari, scorgo Bianciardi volare da tremendo fantasma vendicatore, intravedo Pavese e Cassola prendere per mano Pasolini e ribellarsi contro la merda che ci circonda. Perché, come disse Bombolo in un famoso film con Tomas Milian, anche se condita con il parmigiano, sempre merda resta! E questo è lo stato dell’editoria italiana oggi, della pseudo letteratura che ci fagocita, commercialmente parlando.
Bravo Trama. Invidio il tuo giovanile furore, ché hai giusto l’età di quando scrissi Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura. Posso morire felice, perché so di avere se non proprio un erede - ché da ereditare c’è poco - almeno un collega di merende sotto forma di salutari incazzature. Poi, Giulio, si fa per ride’- come diceva Benigni, quello vero, non il sosia bonaccione che ha preso il suo posto e vota Renzi - lo sappiamo anche noi che i problemi sono altri. Ma, pensaci bene, vedrai che te ne rendi conto anche te, se solo per un istante abbandoni l’ultimo racconto di Carver, quello che narra la triste vicenda di un cuoco dell’Oregon che puzza di frittura di pesce, che una letteratura del niente è la cartina di tornasole per scoprire la nostra povera Italia del niente.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
C'era una volta la Romagna: vita da fanciulli

D'estate era bello vivere in campagna, niente scuola, niente levatacce, niente compiti, si andava per i campi in cerca di lucertole e girini. Al fiume ci divertivamo a camminare sui sassi del greto, aspettando il primo che scivolava in acqua, per ridere tutti a crepapelle. A metà mattina la nonna ci chiamava a perdifiato, c'era da portare la “colazione” agli uomini che lavoravano nei campi lontano da casa.
Per loro la giornata era iniziata all'alba, con zuppa di pane raffermo nel caffellatte, così venivamo incaricati di portare borse piene di ogni ben di Dio. Al nostro arrivo si sedevano all'ombra di un frondoso olmo, ce n'era sempre uno al centro del campo per consentire ristoro dalla calura estiva. Dalla borsa di corda preparata dalla nonna uscivano piatti capovolti uno sull'altro per conservare i cibi al caldo e legati con un tovagliolo per evitare si rovesciassero. Dentro c'erano per lo più uova fritte con prosciutto o pancetta e friggione (un intingolo di pomodoro e cipolla) poi nella borsa trovavano posto, oltre a pagnotte di pane, bottiglie di acqua e di vino che si appannavano al sole, perchè erano state conservate al fresco del pozzo. Il nonno e gli zii bevevano il vino da un unico bicchiere che veniva sciacquato con l'acqua prima di passarlo al vicino, poi si pulivano con la manica la bocca e la faccia sudata. Noi li guardavamo, restando in attesa di riportare le stoviglie a casa e nel frattempo eravamo bersaglio dei lazzi degli zii che si godevano quei pochi minuti di riposo. Un sassolino tirato di nascosto, giochi di parole, sciocchezze per farci ridere. Da me che ero la “cittadina” si pretendeva che imparassi il dialetto. E l'ho imparato talmente bene che mi è più facile esprimere in dialetto sentimenti ed emozioni di livello personale, mentre con l’italiano cerco di scovare la società e le sue contraddizioni. La campagna era silenziosa si sentiva il rumore del pane masticato in fretta e il ronzio delle mosche. Gli uomini dopo lo spuntino sarebbero tornati a casa per il pranzo e per un breve riposo all'ombra degli alberi, sdraiati nell'aia su un sacco “d'ortica” col cappello calato sugli occhi, per poi riprendere il lavoro nel pomeriggio, dopo le ore più calde, e ritirarsi a tarda sera. In quei rari momenti di tranquillità, nell’accecante silenzio della calura pomeridiana, quando anche i miei cugini sonnecchiavano, mi sedevo sotto il tiglio dietro casa e, accompagnata dal frinire sordo delle cicale, leggevo un libro ad alta voce, cantilenando le storie alla mia bambola di pezza.
Quando, tornando a casa dai campi, rompevamo un piatto, perché qualcuno non era stato attento o aveva sgambettato a bella posta chi portava la borsa, la nonna, non sapendo chi punire, puniva tutti. La sculacciata era la punizione generale, toccava aspettare il proprio turno e prenderla, poi fra di noi pareggiavamo i conti, perché chi si sentiva punito ingiustamente si faceva giustizia a suon di calci e sberle e dai lividi del giorno dopo la nonna sapeva chi era stato il colpevole.
La sera, spossati, sporchi, ci spogliavamo sull'aia e ci lavavamo dentro catinelle di acqua scaldata al sole, era una specie di bagno comunitario, come nelle piscine termali di oggi. Finita l'immersione serale, ci spettava una bella tazza di latte fresco col pane e si andava a letto. Erano notti calde, dormivamo con la finestra aperta, tre o quattro per letto, e la luna faceva capolino tra i guanciali toccando con una lieve, pallida carezza i nostri visini ubriachi di sole e di stanchezza. Gli occhi si chiudevano presto in sogni di immensi campi di papaveri e grano, echeggianti di grilli neri come la notte, mentre le mani stringevano avidamente l'ultimo tozzo di pane rimasto.
La domenica veniva veramente una sola volta a settimana e il nonno comandava di andare a Messa, vestiti a festa, puliti, pettinati, era vietato sporcarci. Al ritorno, si mangiava il brodo, la carne e a a volte anche il dolce, se la nonna aveva avuto il tempo di prepararlo e noi immancabilmente litigavamo per la fetta più grande. Mi piaceva molto di più quando, durante la settimana, mordevamo lo stesso panino seduti sui gradini di casa, con i nastri sciolti in testa, i vestiti un po' laceri, la maglietta della sorella più grande e i pantaloni macchiati d’erba sulle ginocchia. Mi piaceva di più quando ridevamo per ogni stupidaggine e urlavamo correndo per casa. Mi piaceva perché ci volevamo bene, non si litigava per il pezzo più grande della torta. La domenica ci facevano belli e diventavamo cattivi.
Sabina Crivelli, "La caduta"
La caduta
Sabrina Crivelli
Armando Siciliano Editore
pp. 100
12,00
Sabrina Crivelli è laureata in materie economiche, di mestiere fa l’analista finanziaria, ma non disdegna le lettere classiche, visto che la sua seconda laurea è in tale materia, indirizzo artistico. Studiosa di arte e cinema, dirige Il Cineocchio (rivista digitale) e lavora per Nocturno, ma riesce a trasmettere emozioni anche usando un genere letterario molto classico come il poemetto.
La caduta si presenta bene sin dalla copertina, perché il Mefistofile protagonista della lirica è disegnato da Sergio Gerasi (Male riflesso, è il titolo dell’opera pittorica), autore Bonelli per Dylan Dog e altri personaggi interessanti. Il poemetto ricorda il percorso dantesco e l’opera di Eliot, ma anche Il maestro e Margherita di Bulgakov e il Faust di Goethe, citando nella parte centrale la leggenda di Dracula e la vera storia di Vlad Tepes, detto l’Impalatore.
Sabrina Crivelli racconta - tra poesia e prosa poetica - il cammino dell’uomo, le sue cadute, il suo percorso tortuoso, gli ostacoli da superare nel correre del tempo. Mitologia, storia, poesia, letteratura, arte, tutto finisce per comporre un’opera intensa ed evocativa, che non si presta a un commento quanto a un’attenta lettura per assaporare ogni frase di una composita struttura lirico - narrativa. Sabrina mette in poesia gli archetipi del Male, i peccati capitali, i destini umani e le inevitabili cadute lungo il percorso della vit
Abbiamo avvicinato l’autrice per avere una sorta di dichiarazione autentica e per approfondire i motivi che l’hanno condotta a scegliere la forma letteraria del poemetto. Ecco la sua risposta: “Al giorno d’oggi la poesia nell’immaginario collettivo è percepita come lirica, componimenti spesso in verso libero. Al contempo gran parte degli autori, anche con risultati eccelsi, hanno scelto di esprimersi in questo modo. Tuttavia, c'è nella tradizione classica, come nella grande letteratura italiana (intendo soprattutto l'opera di Dante, di Ariosto, del Pulci e così via) una versificazione differente, che unisce il narrare all'utilizzo di una forma più normata, l'endecasillabo. Si tratta di una forma musicale, in cui la parola e il suo suono si fondono al significato e cullano l'ascoltatore, come accadeva con gli antichi aedi. Credo fortemente nel potere vibratorio della lingua, che va assai oltre al significato stesso dei singoli vocaboli, così ho scelto di scrivere un poemetto che potesse racchiudere la possibilità di sviluppare una diegesi in maniera estesa, come d'altro canto è proprio del romanzo, e allo stesso tempo avere quella musicalità, quell'estrema attenzione alla parola, proprie della poesia. Per questo il poemetto. In realtà si tratta di un prosimetrum, dacché i dialoghi sono in prosa, questo per dare drammaticità allo sviluppo, allo scambio verbale”.
Non resta che leggere qualche verso.
Poi la Tenebra d’un tratto gli parve
estremamente familiare, quasi
piacevole. Avvolgente cullava
il suo corpo, fattosi debole, e
la sua mente, più acuta che mai.
Tutto gli parve chiaro. Una forza,
una incredibile forza nacque
dall’odio, la vide davanti a lui,
lui che da anni era reso cieco
dalla costante tenebra. Ora Lei,
proprio Lei, gli permetteva una vista
sovraumana. Così gli apparve.
Un lungo mantello scuro copriva
il suo corpo nudo, di un candore
accecante. Sul capo un cappuccio.
Aveva occhi gialli, ammalianti e
ferini, e lunghi capelli fulvi.
Posso entrare? Certo mia Signora!
Mi hai chiamato ... Mi sbaglio? E come potreste?
La donna sorrise soddisfatta,
poi gli accarezzò il polso e il collo.
Sai perché sono qui, vero? Certo, mia Signora!
Se ne stupì. Come poteva? Era
una voce dentro di lui, oppure
un’arcana memoria, o un istinto
feroce, di cui la Tenebra s’era
nutrita in quegli anni, divenendo
sempre più forte ed ora era lì.
Sei pronto? Ancora un istante, ve ne prego ...
Un istante per rivivere la sua
umanità, quella poca che gl’era
rimasta. Un’ultima volta la sua
immagine. Elisabetha. Lei, poi
una notte eterna nei suoi occhi.
Bene. Sono pronto all’oblìo ...
È un patto di sangue, questo con me, ma credo tu lo sappia ...
Sì ed è per l’eternità. Allora porgimi i polsi e poi sarai libero ... Libero, finalmente ...
Gli graffiò la pelle. Un artiglio. Fu
appena percettibile. Poi sentì
il calore del suo sangue. La vide.
Lo versava in una coppa d’oro,
sopra, sparsi, dei rubini tagliati
a goccia brillavano di un rosso
intenso. Lei si tagliò il polso e
allo stesso modo il suo fluido
vitale, di un colore più cupo,
fluì nell’aureo contenitore.
Un lieve vortichìo della mano e
lo porse piano all’uomo, lui bevve.
Gordiano Lupi
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