In dirittura d'arrivo sul Natale
Siamo ormai in dirittura d’arrivo di questo Novembre che, come tutti gli altri mesi, sta volando. Ricordate quanto erano lunghi i mesi un po’ di anni fa? Soprattutto quelli anonimi, grigi e bui, come Novembre, Gennaio o Febbraio. Ora non più, ora volano, anche quando sono noiosi, quando non accade niente e le giornate si scorciano. Il tempo altalena tra freddo e vento caldo, davvero non si sa in che modo vestirsi, le zanzare pungono, la pioggia si trasforma in alluvione, la brezza in tromba d’aria, le scossette in terremoti che triturano interi paesi e distruggono il nostro patrimonio millenario, come se, davvero, “mille e non più mille”.
Certe temperature umide e sciroccose stridono con le luci di Natale che s’incominciano a intravedere nei centri commerciali, cattedrali omologate di un consumo globalizzato. Ma tant’è, le feste si avvicinano e, se non ci sono problemi gravi, val la pena celebrarle con tutti i crismi, magari cercando di ritrovarle – più che in un surplus di acquisti, cene, lustrini e parenti serpenti - nelle piccole cose sgualcite che profumano di ricordi.
Ad esempio quel bel tappeto di muschio su cui cammino in campagna potrà servire da base per il presepe che mi ostino a fare in questo Natale sempre più rarefatto, stilizzato, islamizzato fino a scomparire, come se ci vergognassimo delle nostre origini, delle tradizioni, di ciò che siamo. Quando, invece, niente scatena ricordi più belli dell’odore di borraccina secca, cavata da una vecchia scatola da scarpe terrosa. C’erano le mani di mia nonna e della mia prozia in quella scatola, a tirar fuori le solite lucine dell’anno prima, magari con qualche pisellino bruciato.
E poi, finalmente, anch’io nel 1969, decisi che volevo un presepe tutto mio:
“Quest’anno farò il presepe”, scrivevo il 13 dicembre, “e sto preparando le casine di cartone da mettere sui monti. Ho comprato delle statuine che rappresentano: la lavandaia, la nonna che fila, lo zampognaro, un uomo inginocchiato, il lattaio ed un giovane pastore che ha una pecorella sulle spalle. Comprerò altri personaggi. Ho anche delle pecore e degli agnelli e molti altri animali. Gesù Bambino, La Madonna e San Giuseppe non li ho dovuti comprare perché sono alla piccola capannuccia che ho sempre avuto e che ho sempre messo sotto l’albero di Natale.”
Mi accorgo che gli abiti e la moda stanno diventando un pretesto per parlare d’altro, di ricordi e di un mondo che non c’è più. La nostalgia alla mia età è una brutta bestia.
Vabbè, bando ai rimpianti e pensiamo a come vestirci, con un occhio alla temperatura ballerina e uno alle prossime, invitabili, occasioni sociali. Gli acquisti non sono molti perché ci sarà da spendere per le feste e fra poco arrivano i saldi.
Continua la serie delle camicette fantasia, cui si aggiunge quella in pizzo immacolato, materiale che sembra andare per la maggiore.
Ecco la maglia pelosa e bianca, con un fiocco sulla schiena. Chissà a cosa devo tutto questo improvviso candore?
Ecco un paio di cintoline pitonate, che possono sempre servire, nonostante, ormai, sia la pancia a tener su i pantaloni e non viceversa.
Uscita di emergenza
Gentili scrittori,
a chi di noi non è capitato di dover cercare un’uscita di emergenza. Le mani tese in una via di fuga alla ricerca di una realtà di vita possibile, diversa, migliore, che ci sembra raggiungibile, ma che poi sfugge così da far dubitare che si trattasse solo di un’illusione.
Ci auguriamo che i nostri Soci, con “Viaggiando nelle parole”, vogliano confrontarsi su questo argomento in una prova di scrittura sotto forma di racconto.
Come ogni anno Il Racconto Ritrovato propone un argomento su cui gli scrittori, partecipando, possano mettersi in gioco: non si tratta dunque di un concorso, ma solo di una competizione, di un esercizio di scrittura a tema.
Chi non fosse già Socio, potrà iscriversi andando in www.viaggiandonelleparole.it
nella pagina “associati”.
L’iscrizione è annuale e consente di usufruire per un intero anno dei servizi di editing e di partecipare a tutte le iniziative messe in atto dall’Associazione.
Il testo dovrà pervenire a info@viaggiandonelleparole.it entro il 30 novembre 2016.
Il premio per lo scrittore vincitore è di € 400,00, il secondo prescelto riceverà libri a sua scelta per € 150,00.
Vera Vasques
Ass. Il Racconto Ritrovato
Yeshua' bar Yosef
Per molti anni Roma restò in pace, tanta gente lavorava e pagava le tasse in cambio di stabilità e modernità. Sorgevano città con grandi palazzi, le strade solcavano tutto l’Impero, le navi raggiungevano i porti più lontani. Fino a quando l'Urbe si era ingrandita, ogni paese conquistato aveva portato nuove ricchezze che erano servite per pagare i soldati, per costruire le strade, per mantenere l’ordine e la sicurezza. Poi l’Impero smise di ingrandirsi, divenne difficile tenere insieme e difendere un luogo così ampio. Tutti pagavano le tasse ma i poveri non ne erano contenti. C’erano poi anche gli schiavi, considerati spesso, anche se non sempre, alle stregua di strumenti.
Gesù nacque nella terra degli Ebrei, predicò rivolgendosi ai poveri, agli schiavi, ai senza speranza. Yeshua’ bar Yosef era un ebreo osservante, che predicava la purezza dei costumi, il ritorno all’ebraismo più genuino, l’imminente venuta del regno di Dio, la lettura approfondita della Torah. Tutti temi, questi, fortemente giudei. Non si capisce Gesù se non lo si guarda da un punto di vista ebreo e non cristiano. Il cristianesimo è nato molto dopo la sua morte, con Paolo di Tarso, con l’importanza data alla Resurrezione del Dio incarnato, più che alla vita e alla predicazione dell’uomo; ma i cristiani degli inizi non erano cristiani, bensì ebrei, e lo sono rimasti per tutto il primo secolo. Più ci avviciniamo alla figura del Cristo che conosciamo, quello che emerge dalle interpretazioni della chiesa cattolica, più ci allontaniamo da ciò che veramente era Gesù.
“Non sarebbe passato molto tempo, Maria ne era certa, che le persone avrebbero dimenticato del tutto Yeshua’ di Nazareth e ricordato solo la sua vittoria sulla morte, creando attorno a lui, profeta del quinto Regno, chissà quale idolatria, quale religione.” (L’uomo del sorriso pag 270)
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Un contest di Terpress
Erano gli anni '80, io nascevo e il metal era agli albori. Dominavano il glam, la disco music e la tamarraggine era una pratica diffusa come l'eroina che si spacciava nei palazzi Aler delle periferie, sperimentando l'inedia come pratica repressiva per le masse ribelli.
In questo bellissimo scenario che tratteggia al meglio il contesto di cui oggi cogliamo i godibilissimi frutti, Pier Vittorio Tondelli, scrittore e giornalista, dava vita al progetto Under 25, in cui gli scarti di quella gioventù che successivamente sarà cannibale, ma che per lui era gioventù e basta, svisceravano i loro tempi con brevi narrazioni in cui il linguaggio aspro dell'oralità triviale si mischiava a quello tipico dello slang giovanilistico.
Replicare un'esperienza simile sarebbe impossibile, tuttavia facciamo tesoro della lezione di Pier Vittorio Tondelli. Nella sua operazione di scouting erano la curiosità e l'amore per la cultura a smuovere la sua ricerca, non certo il profitto che da sempre la narrativa non garantisce neanche al più temerario degli editori. Non parliamo poi dei racconti, che stanno al mercato librario come un concerto degli Anal Cunt in Piazza San Pietro durante la messa del Giubileo.
Eppure Raymond Carver con le sue short stories ha venduto tante copie quante quelle che in genere vendono gli autori meno noti quando sono postumi. E difatto Carver in Italia ha cominciato a vendere da morto.
Se tuttavia all'altisonante short story sostituissimo il corrispettivo grezzo raccontino, in quanti storcerebbero il naso? Ammaniti nella prefazione de Il momento è delicato ci fa capire con tagliente ironia quanto sia deprezzato questo genere, ma è l'unico che può farlo sapendo che comunque la sua raccolta di racconti venderà abbastanza da far dormire sonni tranquilli al suo editore (che poi dorma sonni tranquilli lo stesso è già un altro discorso).
Allora noi cercheremo di dar dignità ai raccontini, andando a scavare nel sottobosco culturale ciò che ancora può esser detto con brevi, fulminanti narrazioni. Grazie al supporto di TerPress, che ci concede questo spazio per dar vita a un nuovo momento di ricerca editoriale, dichiariamo che:
Il racconto breve ha pari dignità di qualsiasi altro genere letterario. Non è perchè è corto che allora funziona peggio. Altrimenti sembra di far discorsi su misure del cazzo, anche fuor di metafora.
Diamo vita dunque a un contest quindicinale in cui, dato un tema, chiunque vorrà potrà inviare un racconto breve (max.2 cartelle). I 3 migliori testi verranno pubblicati in apposita sezione su http://terpress.blogspot.it/, che vanta una storia ormai quasi decennale e un apporto di lettori che si aggira intorno alle 10.000 visite al mese. Cerchiamo testi che possano offrire nobiltà a un (sotto)genere vituperato come nemmeno la gramigna in un campo di pomodori. Contraccambiamo con una vetrina espositva che ha pochi pari nel vasto panorama del web.
*
Il primo tema che viene proposto è "L'incomunicabilità". Viviamo in un'epoca in cui la nostra esistenza è passata al setaccio dai social network. Quanto però questo si traduce in un'effettiva capacità di comunicare? E quanto invece la tecnologia ha modificato i nostri abituali rapporti personali, anche quando crediamo di esserceli lasciati alle spalle? Cosa si nasconde dietro a un fenomeno come il cyberbullismo? E cosa accade a chi invece rifiuta di partecipare all'asocialità dei vari gruppi di Facebook o di WhattsApp?
Questi potrebbero essere solo alcuni degli spunti da indagare nelle prossime due settimane. Come si traduce l'incomunicabilità in un raccontino?
Inviate i vostri racconti su deathofnoise@yahoo.it
I 3 autori migliori verranno contattati direttamente dal curatore.
http://deathofnoise.wixsite.com/vincenzotrama
Vincenzo Trama
TerPress è vincitrice nel dicembre 2010 del eContent Award per il migliore contenuto in formato digitale italiano. Il premio, organizzato e promosso dalla Fondazione Politecnico di Milano & MEDICI Framework, è stato patrocinato dalle maggiori istituzioni italiane e ispirato e connesso col WSA - WORLD SUMMIT AWARD.
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Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"
Il cane secondo me
Roberto Marchesini
Edizioni Sonda, 2016
pp 180
14,00
“Vorrei parlare della fiducia dei cani, delle mille ispirazioni che suscitano con la loro apparente muta presenza. I cani ci sono sempre! Che cosa strana sapere che c’è qualcuno che non pone riserve, che non devi convincere, che non vorrà essere ricambiato, che non ritiene un obbligo o una gentilezza l’accettare il tuo invito!” (pag24)
Capita che i libri più belli, quelli che ti cambiano un poco la prospettiva sul mondo e ti lasciano dentro un arricchimento che non se ne andrà più, non siano libri di narrativa. È il caso di Il cane secondo me di Roberto Marchesini. Non è un manuale di addestramento cani, non è un testo di filosofia, né di etologia o filogenesi. È un misto di tutte queste cose condite, però, dalla bravura di una penna poeticissima, capace di evocare sentimenti, emozioni e uno struggimento fatto di ricordi, di tempo che passa.
Vento di memorie, accadimenti privati e cani che entrano nella vita dell’autore (etologo, filosofo postumanista, fondatore della zooantropologia e della scuola cinofila Siua), fanno un tratto di strada al suo fianco e se ne vanno, come sono destinati ad andarsene di là dal ponte arcobaleno tutti gli animali che dividono con noi l’esistenza. Ogni cane un pezzo di vita, ogni cane un suo tempo, diverso dal nostro frenetico e incostante, un tempo dilatato da un vivere troppo breve: una manciata d’anni per noi, una esistenza intera per lui. E i cani di Marchesini, Pimpa, Isotta, Toby, Filippo, Bianca, Belle, Maya, Spino, non sono narrati in modo diacronico e lineare ma “recuperati” attraverso ricordi che ondeggiano, si fondono, aprono parentesi e digressioni. Avanti e indietro nel tempo che sembra essere la costante di questo testo, un tempo ricercato, ritrovato, rivissuto con nostalgia, dolore, amore. Perché di questo si tratta, di là da tutti gli insegnamenti cinofili e le riflessioni filosofiche, di una grande storia d’amore costellata di sconfitte, di errori, di rinunce, di apprendimenti, di momenti estatici.
“Maya che, come tutti i cani, non vede la morte ma la solitudine. Finché si sta insieme le stelle restano fisse nel cielo, ci si può addormentare sognando di continuare la lotta.” (pag 29)
La scuola di Siua vuole insegnare a rapportarci nel modo giusto a quella prossimità distante che è il mistero dei cani, diversi da noi eppure legati alla nostra specie, portatori di caratteristiche di razza ma anche di spiccate individualità.
“Siamo sempre a rischio di cadere o nella proiezione egocentrica, tutta involuta nella simpatia, banale nei suoi antropomorfismi come incognita dei predicati di diversità, oppure nella totale disgiunzione, che allontana l’animale – non umano tanto da renderlo oggetto o fenomeno, senza alcuna comunanza. (pag 7)
Alla base c’è l’ipotesi di una domesticazione inversa del lupo nei confronti dell’uomo, da qui la nascita del cane, che è, appunto, frutto di una collaborazione a sua volta capace di modificare l’uomo stesso. E sarà proprio questo bisogno di collaborazione attiva, di lavoro e di gioco, il punto di partenza di un corretto rapporto cane padrone, dove il cane viene rispettato nella sua singolarità e specificità, senza antropomorfizzazioni dannose, senza volerne nascondere o smorzare l’animalità.
Educare un cane non significa trasformarlo in un cittadino modello bensì tirar fuori la sua natura, incanalandola, aiutarlo a “farsi”, a splendere attraverso regole condivise ma anche libertà e spazi di autonomia. “L’educazione non è mai un azzerare i talenti”, dice Marchesini.
Il cane ci modifica, ci rende più presenti a noi stessi e all’attimo che stiamo vivendo, più consapevoli del nostro corpo, dei movimenti, della propriocezione. Il cane ci fa riscoprire la nostra animalità negata.
“In fondo i cani hanno questa fantastica capacità di riportarti con i piedi sulla terra e di mettere tra parentesi tutte quelle sovrastrutture e artificiosità con cui normalmente ci roviniamo l’esistenza. Se solo accordiamo loro l’estro di mostrarci un mondo differente. (pag147)
Piccoli mondi
ABEditore presenta i volumi della collana Piccoli Mondi, presto disponibile in tutte le librerie d’Italia, ma già ordinabile online sul sito ufficiale!
Una raccolta che rivisita i classici meno diffusi di Dumas, Poe, Stevenson, Twain, ecc…, con un tocco di originalità in più. Un modo per appassionarsi alla letteratura di un tempo, resa ancora più attuale dalla selezione dei racconti più sagaci e interessanti.
La genialità è nascosta nelle copertine, che spiccano per precisione e cura dei particolari. Ma al loro interno abbiamo storie sempre attuali che continuano a stuzzicare la nostra curiosità!
A chiudere il cofanetto dei Piccoli Mondi una raccolta delle favole più note, che è un viaggio alla scoperta di ciò che non abbiamo mai letto da bambini.
Laboratorio di narrativa: Luca Lapi

Ritorna Luca Lapi nel nostro Laboratorio di Narrativa con un racconto che racconto non è, piuttosto una riflessione piena di poesia e verità. Il protagonista ha dolori nascosti e necessità tangibili ma riesce, con la sua profonda sensibilità, con gli occhi dell'anima, a comprendere la sofferenza degli altri, proprio quello che vorrebbe gli altri facessero con lui.
È difficile mantenersi costantemente vigili ai bisogni del prossimo, uscire dal proprio egoismo, dalla fretta, dalla voglia di stare bene e accantonare. I nostri occhi sono accecati da un’acqua che è, insieme, un lavarsi le mani con un banale gesto di cortesia formale e lacrima di angoscia personale. E, quando, per un attimo ci affacciamo sul mondo altrui, è solo per diventare guardoni, cioè preda di curiosità morbosa e non di autentica partecipazione, è solo per criticare senza mai fare un esame di coscienza.
Patrizia Poli
Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle. Ha gli occhi dell'anima per intravederle. Tutti li hanno, ma non tutti sanno di averli. Alcuni sanno di averli, ma sono troppo stanchi per tenerli aperti continuativamente. Li tengono aperti un giorno sì ed uno no. Li tengono aperti uno sì ed uno no. Chico li tiene aperti ogni giorno, entrambi. Non si preoccupa dei bambini e dell'acqua che possono sparargli, accecandolo per un momento: tornerà a vedere, poi! Si preoccupa, piuttosto, degli adulti, dei loro occhi pieni di acqua, che si versano negli occhi con le loro mani, dopo essersele lavate, dell'acqua in cui i loro occhi affogano perché non hanno imparato a nuotare, perché altri adulti non hanno insegnato loro a nuotare, quando erano piccoli. Gli adulti indossano occhiali per difendersi dall'acqua dei bambini, ma sono con gradazione sbagliata: non li mettono in grado di vedere e, soprattutto, d'intravedere. Guardano, ma diventano guardoni, mai guardiani delle loro azioni! Osservano, ma non imparano che a fare osservazioni sugli altri: mai su se stessi! Indossano occhiali, ma gli occhi mettono le ali e volano via, lontani, continuando a renderli ciechi. C'è chi sostiene di vedere, ma dev'essere sostenuto, in realtà, perché gli venga impedito, fraternamente, d'inciampare e cadere. Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle, lo sa e prega affinché tutti sappiano di averli e farne buon uso. Luca Lapi
L'estatina dei Morti
Fine ottobre, si avvicinano i Morti, con le visite al cimitero, gli storni neri a nugoli nel cielo dei Lupi, i crisantemi e tutte le nuove tradizioni di zucche, streghe e fantasmi. Ricordo quando mio padre comprava i fruttini di marzapane a mia madre. Tanti anni fa, loro erano ancora fidanzati, i fruttini costituivano l’equivalente dell’odierno San Valentino. Ricordo anche che in questi giorni non si festeggiava, non ci si vestiva da streghe ma si commemoravano i defunti, si andava al cimitero a trovare i nonni che non c’erano più, ci si collegava alle radici della famiglia.
“Io ho due cimiteri da visitare”, scrivevo il 28 ottobre del 1969, “uno è i Lupi e un altro è la Misericordia. Alla Misericordia ho un nonno e uno zio. Ai Lupi invece ho tanti cari. Innanzi tutto il mio fratellino, la mia bisnonna, uno zio e due nonni. Il mio fratellino è nato morto cioè si è strozzato con un cordone di carne che serviva a nutrirlo ancora in ventre. La mia bisnonna non la ho neppure conosciuta perché quando è morta, la mia mamma non era neppure fidanzata. Il mio zio è morto di un brutto male inguaribile, e pensare che non era mai stato colpito da un po’ di male. Quegli altri due nonni non li ho conosciuti. A Roma per ricordare i caduti in guerra c’è il milite Ignoto cioè hanno preso un soldato morto senza saperne il nome e l’hanno sotterrato, così tutte le mamme che hanno perso il figlio in guerra credono di averlo lì.”
Eh, già… Il due novembre alla televisione non c’era mai niente di allegro, il lutto era lutto, durava un anno intero, durante il quale non si ascoltava la radio, non si guardava la tivù, non si andava a teatro né al cinema. Avevi il tempo di elaborare il dolore, di capire la perdita, di sentire la mancanza. Ora la morte è un tabù, va rimossa e, se tanto tanto ti azzardi a essere triste troppo a lungo, t’imbottiscono di antidepressivi.
Ormai è tutto diverso, fa caldo, dobbiamo arrenderci al fatto che l’autunno arriva ma poi va via di nuovo, che l’estatina dei Morti diventa una perenne indian summer dalle punte quasi soffocanti, dove ti ritrovi sudata, stanca e pinzata dagli insetti. Per questo, forse, i bei maglioni di lana, le sciarpe e gli impermeabili che s’indossavano da bambini nei primi mesi di scuola risultano importabili e si va verso un appiattimento nel vestiario senza più stagioni. La lana, diciamolo, sta scomparendo dagli scaffali e dai nostri guardaroba, molto meglio coprirsi a strati.
Ed ecco, infatti, due camicette che un tempo avrei riservato alle sere d’estate, una nera e una a fiori, ecco due spolverini leggeri, uno grigio profilato e l’altro blu elettrico, a sostituire trench e paletot, ecco la maglia in lurex viola, (sebbene, dopo una certa età, sia meglio non esagerare con i lustrini), ecco la maglietta grigio azzurra con la scritta davanti, leggera e adatta a qualsiasi tempo, ecco le scarpe sportive disegnate.
Per finire, a sorpresa, i sandali bianchi, essenziali, indispensabili. Della serie “me li ritrovo l’anno prossimo”, se ci arrivo.
#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando
Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
È possibile portare l’Orlando furioso sui social, tradurne le ottave in tweet? A cinquecento anni dalla prima pubblicazione del poema, hanno raccolto la sfida i profili Twitter della Società Dante Alighieri @la_dante e di MuseoFerrara @museoFe. È partito riscuotendo da subito una partecipazione convinta il progetto#furioso16tw, che invita alla lettura del capolavoro di Ariosto esaltandone gli aspetti di grande umanità. Il progetto, con la supervisione scientifica di Alberto Casadei, ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Pisa nonché membro del Consiglio scientifico della Dante, si svilupperà sino al prossimo 18 novembre. Stanno al gioco anche i profili del Comune di Ferrara @ComuneDiFerrara, del Comitato nazionale per le celebrazioni ariostesche @2016furioso e di Palazzo dei Diamanti @PalazzoDiamanti, dove prosegue la mostra “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”. Non a caso, il progetto scanzonato si domanda cosa vedesse invece il poeta quando li teneva ben aperti.
Per 40 giorni, escluse le domeniche, saranno pubblicati tweet scherzosi e in rima per invitare i lettori a interagire con il testo del Furioso andando “a caccia di mostri”, o cercando tra i versi le occasioni per leggere ancora il poema da un punto di vista attuale. #furioso16tw si concentra infatti sugli elementi umani dell’opera, quelli che non perdono mai di attualità e che permettono ancora oggi ai lettori di riconoscersi in un poema ambientato ai tempi di Carlo Magno e pubblicato per la prima volta il 22 aprile 1516. Twitter, grazie alla sua immediatezza non invasiva, si presta persino al coinvolgimento di personalità culturali, chiamando in causa eventi del territorio che sovrappongono il passato al presente. Gli scambi di vedute nascono da veri e propri “botta e risposta” che raccolgono le affermazioni di chi approfondisce la poetica di Ariosto senza scostarsi troppo dal quotidiano, così Stefano Benni, Roberto Pazzi, Luigi Dal Cin, Guido Conti, Vittorio Sgarbi e Nuccio Ordine, almeno per il momento.
Temi come la follia amorosa, il movimento caotico per seguire gli oggetti del desiderio, il confronto tra il vero e l’apparenza contribuiscono a disegnare una vera e propria parabola umana all’interno del poema. Diversamente dal mondo dantesco, tutto verticale e orientato verso il Cielo, quello del Furioso è orizzontale: il lettore deve immergersi e guardarsi attorno, cogliendo le contraddizioni proprie di ogni uomo dietro le sembianze di una perfetta armonia. Un esempio di 140 caratteri, non uno di più: «Il grande Orlando, paladino fiero, / si ritrova più matto di un cavallo. / E il senno? Sulla luna! Sarà vero?».
Antonio e Cleopatra
I will tell you.
The barge she sat in, like a burnished throne,
Burned on the water. The poop was beaten gold,
Purple the sails, and so perfumèd that
The winds were lovesick with them. The oars were silver,
Which to the tune of flutes kept stroke, and made
The water which they beat to follow faster,
As amorous of their strokes. For her own person,
It beggared all description: she did lie
In her pavilion—cloth-of-gold, of tissue—
O’erpicturing that Venus where we see
The fancy outwork nature. On each side her
Stood pretty dimpled boys, like smiling Cupids,
With divers-colored fans, whose wind did seem
To glow the delicate cheeks which they did cool,
And what they undid did. (Antony and Cleopatra II, ii)
Cleopatra Tea Filopatore (69 a.c. 30 a.c.), è stata una regina egizia del periodo tolemaico. Fu l'ultima del regno tolemaico d'Egitto e l'ultima dell'età ellenistica che, con la sua morte, avrà definitivamente fine. Parlava greco come tutti i tolomei ma decise di imparare anche l’egizio e di identificare se stessa con la dea Iside.
Era la maggiore dei figli di Tolomeo XII, per evitare problemi legati al fatto che fosse donna, il padre decise di nominarla co-erede insieme al figlio maggiore, Tolomeo XIII, i due ragazzi ricevettero l'appellativo di "nuovi dei" e "fratelli amanti" ma il fratello ben presto scatenò una guerra contro la sorella per appropriarsi definitivamente e interamante del regno.
Durante un soggiorno a Roma insieme al padre, pare che Cleopatra, quattordicenne, vedesse per la prima volta Marco Antonio che di anni, allora, ne aveva ventotto ed era un giovane nobile romano, a quel tempo al servizio di Gabinio come comandante di cavalleria.
Quando lo sconfitto generale romano Pompeo arrivò in Egitto, cercando rifugio dal rivale Giulio Cesare, fu ucciso. Cesare s’infuriò comunque e convocò alla reggia Tolomeo e Cleopatra. Cleopatra temeva di cader vittima di un agguato del fratello tornando al palazzo, così ricorse a uno stratagemma. Si fece avvolgere da un suo fedele amico in un grande tappeto. L’amico si presentò a palazzo con il lungo involto sulle spalle e, dicendo di dover consegnare un dono a Cesare, arrivò fino agli appartamenti di quest'ultimo. Qui srotolò il tappeto e fu così che gli comparve davanti Cleopatra. Naso egizio, occhi grandi, pelle scura, bocca sensuale, la regina aveva ventuno anni, indossava gli abiti più sontuosi e succinti, i gioielli più pregiati e gli chiese protezione dal fratello. Le fonti narrano che i due divennero amanti quella notte stessa ma per Cleopatra fu un legame più politico che sentimentale. Il vero amore sarebbe arrivato con Marco Antonio. Dalla relazione tra Cesare e Cleopatra, nacque un figlio, Tolomeo Cesare detto Cesarione.
Morto Cesare, scoppiò una guerra civile fra i suoi amici e i suoi nemici. Nel 42 a.c. Marco Antonio, (83 – 30 a.c.), adesso uno dei triumviri che governavano Roma in seguito al vuoto di potere, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso per verificarne la lealtà. S’innamorarono perdutamente, Antonio la seguì ad Alessandria, dove rimase fino all'anno successivo. Dalla loro unione nacquero i due gemelli Cleopatra Selene e Alessandro Helios.
La guerra civile fu vinta dagli amici di Cesare e un suo nipote, che si chiamava Ottaviano, divenne capo di Roma e di tutto il suo impero. Egli fu chiamato Augusto, cioè il più onorato e rispettato di tutti. Il rapporto tra Antonio e Ottaviano, che erano cognati, fu avverso sin da subito, la loro inimicizia fu immediata e continua.
«Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi? » (Svetonio, Augustus, 69.)
Antonio sposò Cleopatra, anche se era legato a Ottavia, sorella di Ottaviano. Poco dopo nacque un altro figlio, Tolomeo Filadelfo. Ottavia fu rimandata a Roma.
La politica di Cleopatra e Antonio, tesa a dominare tutto l'Oriente, favorì la reazione di Ottaviano, che accusò la regina di minare il predominio di Roma e convinse i Romani a dichiarare guerra all'Egitto.
Antonio e Cleopatra furono sconfitti ad Anzio, nel 31 a.c. Nel 30 a.c., dopo il suicidio di Antonio per non essere torturato e fatto prigioniero da Ottaviano, Cleopatra si rinchiuse nel mausoleo dei Tolomeo e si uccise facendosi mordere da un aspide.
Yare, yare, good Iras, quick. Methinks I hear
Antony call. I see him rouse himself
To praise my noble act. I hear him mock
The luck of Caesar, which the gods give men
To excuse their after wrath.—Husband, I come!
Now to that name my courage prove my title!
I am fire and air, my other elements
I give to baser life.—So, have you done?
Come then and take the last warmth of my lips.
Farewell, kind Charmian. Iras, long farewell.
Have I the aspic in my lips? Dost fall?
If thou and nature can so gently part,
The stroke of death is as a lover’s pinch,
Which hurts, and is desired. Dost thou lie still?
If thus thou vanishest, thou tell’st the world
It is not worth leave-takin. (Antony and Cleopatra V,ii)
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