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Il pranzo di Anna

24 Dicembre 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

Era di nuovo Natale, fra pochi giorni i ragazzi sarebbero tornati a casa, come ogni anno. L'atmosfera per le strade del paese era la stessa di sempre, luci colorate, festoni, vetrine illuminate. Nell'aria il profumo di cannella e spezie, di legno di montagna e di dolci fatti in casa, di vin brulè, di abeti decorati a festa con luci intermittenti che brillavano negli occhi meravigliati dei bambini fermi a guardare e tutto intorno la melodia dei canti natalizi e le soavi note delle zampogne.

Anna si stava affrettando a comprare le ultime cose per preparare il pranzo di Natale, dove li avrebbe avuti tutti insieme, come piaceva a lei, seduti intorno al tavolo grande nel salone, i piatti di porcellana bianca, i bicchieri di cristallo, il camino acceso, le candele, i pacchi sotto l'albero illuminato e il presepe da completare, anche se Gesù era nato a mezzanotte. Erano i suoi figli, con i compagni e i nipoti a tornare ogni anno, per festeggiare. Le piaceva rispettare la tradizione di famiglia, conosceva i desideri di ognuno e cosa avrebbero voluto trovare sul tavolo imbandito. Vincenzo, il suo primogenito, amava i tortellini in brodo, che Natale era sennò? Sua figlia Francesca, invece, bastian contrario dalla nascita, le avrebbe chiesto “mamma ma non hai fatto le lasagne?” poi a Lella, la moglie di Vincenzo, piaceva tanto il pollo in gelatina e a Giorgio, il marito di Francesca, il coniglio arrosto con le castagne . Il suo primo adorato nipote Enrico sapeva che avrebbe trovato la torta di riso e poi c'era Valeria, la sua nipote più piccola, che non le chiedeva mai nulla. Lei non amava queste feste, i ritrovi “forzati” dove, alla fine, c'era sempre qualcosa da ridire e troppo da mangiare. Lei faceva finta di ingerire tutto, si metteva nel piatto una piccola porzione di ogni cosa e, dopo averlo assaggiato per fare i complimenti alla nonna, con discrezione accantonava, schiacciava, tagliuzzava il cibo giocando con le posate e, più spesso, allungava qualcosa sotto il tavolo al cagnolino che si accucciava ai suoi piedi in fiduciosa attesa. Era una ragazza sensibile la sua Valeria e Anna faceva sempre finta di non vedere per non darle un dispiacere.

Oramai si stava ritirando verso casa, le gambe le facevano male, non riusciva più a finire i preparativi di corsa come un tempo e le servivano giorni per sistemare ogni cosa, ma era contenta. Da quando era morto il suo Mario i figli, i nipoti, rappresentavano tutto quello che le era rimasto e una giornata con loro valeva ogni sacrificio. Finito il pranzo non le facevano toccare più nulla, lei stava seduta coi nipoti a godersi storie di cuori infranti o di compiti in classe mancati, Lella e Francesca spicciavano la cucina, lavavano i piatti e pulivano tutto, poi sistemavano gli avanzi, che si dividevano rigorosamente in parti uguali, e tornavano in sala per aprire i regali. Era il momento che preferiva in assoluto: l'entusiasmo dei ragazzi, l'eccitazione per le sorprese, la premura e l'affetto si potevano toccare e riscaldavano la stanza. Tutto era rimasto uguale, come amava fare suo marito, che ogni anno ripeteva la scena del pacchetto mancante. Dopo che ognuno aveva aperto il proprio regalo, lui si fingeva dispiaciuto perché nessuno sapeva dove fosse il regalo di Anna e si scusava spergiurando di essersene dimenticato e, mentre chiedeva un bacio di perdono, lei chiudeva gli occhi e lui le metteva in mano un pacchettino, forse il più piccolo, ma sicuramente il più prezioso. Ogni anno un gioiello, di poco valore, ma pur sempre un “regalone” per le loro finanze: una spilletta, un sottile collier, un paio di orecchini, un anellino. Sempre di ottima finitura e di buon gusto. Lei si schermiva e, guardando i figli, diceva “Questi saranno presto vostri”. Poi, invece, all'improvviso una sera se ne era andato lui. Lo aveva trovato addormentato sulla poltrona, col libro aperto tra le mani, pensava che dormisse e invece il suo Mario l'aveva lasciata per sempre senza nemmeno salutarla. Era rimasta sola in quella casa troppo grande e così da allora ogni Natale toccava a Vincenzo la scena del pacchettino mancante e lei era contenta. I suoi figli l'amavano allo stesso modo in cui lei li amava. Si guardò attorno, tutto era pronto, fra poco avrebbe sentito la macchina arrivare, la prima era sempre sua figlia.

Francesca sbatté la portiera della macchina e scese carica di pacchi e pacchetti, aprì la porta ed entrò dentro casa bofonchiando, aveva preso questo vizio da quando suo marito l'aveva lasciata: “Sempre così, tutta 'sta fatica per mangiare un giorno. L'anno prossimo andiamo al ristorante”. Iniziò a sistemare le candele, a posare le stelle di Natale nei sottovasi, accese il caminetto e tirò fuori la tovaglia rossa, “cara mamma questa tovaglia è vecchia, dovremmo regalartene una nuova” disse sospirando malinconica e iniziò ad apparecchiare il tavolo. Il salone era caldo e illuminato quando arrivarono Vincenzo e Lella. Francesca non poté fare a meno di notare quanto anche loro, come la tovaglia, fossero invecchiati, ma forse per rispetto a sua madre, che le avrebbe dato un'occhiataccia, si trattenne dal farlo notare. Di lì a poco giunsero Enrico con la moglie e il piccolo Cristian, e, per ultima, Valeria, sorridente e silenziosa come sempre. Andarono tutti insieme in cucina e trovarono il frigo pieno di provviste, non mancava nulla, nemmeno lo spumante per il brindisi. I tortellini erano pronti e c'era già il brodo nella pentola, solo da scaldare, il coniglio nel forno che si doveva accendere, la torta di riso già tagliata a rombi e spolverata di zucchero a velo era nel piatto di portata. Si guardarono dubbiosi, chi di loro si era preoccupato di fare questa sorpresa agli altri, per non far sentire la mancanza di Anna che era mancata meno di un mese prima? I due fratelli si scrutarono senza parlare, ognuno di loro pensò fosse stato l'altro e si abbracciarono con le lacrime agli occhi. Enrico parlava col piccolo e gli raccontava di come era buona la torta della nonna. Fu un pranzo coi fiocchi come sempre, tutto buonissimo, proprio come quando lo faceva lei, gli stessi indimenticabili sapori e l'armonia familiare non era stata mai così calda e serena. Anche i pacchetti erano stati aperti, a ognuno il suo e ne era rimasto uno piccolino che non era destinato a nessuno.

Anna, in piedi accanto al camino, li guardava contenta, era stato faticoso più di tutte le altre volte far trovare loro tutto pronto quest'anno, pensava che non ce l'avrebbe mai fatta, meno male che le mani svelte di Valeria, che da lei tutto aveva imparato, erano riuscite a preparare la sorpresa per i suoi figli. Che angelo quella nipote dolce e riservata che, felice del risultato ottenuto, stava in disparte e la cercava con lo sguardo con la stessa malcelata discrezione di quando dava da mangiare al cagnolino sotto al tavolo. (Franca Poli)

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#lartetisomiglia

20 Dicembre 2016 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #cultura, #lorenzo campanella

Con questo spot il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, punta alla promozione dei Musei Italiani.
L'iniziativa/campagna sui social porta l'hashtag #lartetisomiglia.

In Italia abbiamo più di 4.500 istituti a carattere museale e simili. Questo dato imporrebbe un generale ripensamento delle politiche occupazionali.
In compenso c'è il monologo di Crozza del 2013 a darci una panoramica di cosa è la Cultura per il Popolo Italiano.


Dal mio punto di vista, la Cultura non è dentro un libro, un museo, un partito, una biblioteca, ma nel cambiamento di un sistema di pensiero. Knowledge porta knowledge. Perché se i media cambiano noi dovremmo cambiare.
Ma new media e old media devono coesistere e questo sarà il nucleo di un prossimo intervento.

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Il mondo bizantino

12 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #arte

 

L’impero romano era troppo grande per essere salvaguardato tutto. Per portare la capitale in un luogo più sicuro e più facile da difendere, l’imperatore Costantino decise di costruire una nuova città, al confine fra l’Europa e l’Asia, nel punto dove si congiungono il Mediterraneo e il Mar Nero. In suo onore la città fu chiamata Costantinopoli. Fu costruita sul luogo dove sorgeva un’altra piccola città chiamata Bisanzio, per questo Costantinopoli venne comunemente chiamata Bisanzio e i suoi abitanti Bizantini. Costantinopoli era facile da difendere perché protetta dal mare e dalle montagne.

A poco a poco, queste due parti dell’impero si staccarono completamente. Ognuna aveva un suo imperatore. L’Imperatore d’Oriente regnava a Costantinopoli, quello d’Occidente preferiva, alla poco difendibile Roma, la piccola Ravenna, che era stata fino ad allora una città affacciata sul mare e con un porto militare, circondata da paludi che la proteggevano dalle invasioni. Gli imperatori che vi abitarono la resero splendida di palazzi e chiese che ricordano lo stile di Costantinopoli, detto, appunto, bizantino.

L'arte bizantina si è sviluppata nell'arco di un millennio, tra il IV ed il XV secolo. Le caratteristiche più evidenti sono la religiosità, l’appiattimento e stilizzazione delle figure, volte a rendere un'astrazione soprannaturale. I corpi sono assolutamente bidimensionali e stereotipati, solo nei volti si nota uno sforzo verso il realismo, nonostante l'idealizzato ruolo spirituale sottolineato dalle aureole, dalla profusione d'oro nello sfondo, dalle maestose e ieratiche figure di santi e Cristi pantocratori. Non esiste prospettiva spaziale, tanto che i vari personaggi sono su un unico piano. Lo scopo principale è quello di descrivere le aspirazioni dell'uomo verso il divino.

Il mosaico ricoprì un'importanza fondamentale all'interno dell'arte bizantina, poiché l'utilizzo di tessere vitree policrome risultò essere uno strumento ideale per soddisfare le esigenze espressive. Uno degli elementi preminenti del mosaico bizantino fu la lirica della luce, attraverso la quale gli artisti proiettarono le loro immagini in una dimensione astratta, ancorandosi ad una realtà trascendente. Un capitolo di fondamentale importanza nell'ambito della pittura bizantina è costituito dalle icone.

Roma, intanto, era stata abbandonata dagli imperatori e dai ricchi signori, interi quartieri erano deserti. I monumenti cittadini subivano un inesorabile e irrimediabile degrado, tanto da alimentare già all’epoca il mito nostalgico dell'antichità classica.

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Ceppo come lo ricordo io

9 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #postaunpresepe, #unasettimanamagica

Mi viene da pensare a cos’era il Natale negli anni sessanta. Non quello di tutti, il mio.

Vivevo in una famiglia nucleare: padre, madre, io. Mio fratello non era ancora stato progettato. Una città di provincia della Toscana, un appartamento in un quartiere popolare, arredato in modo funzionale e moderno, ché noi eravamo una famiglia al passo coi tempi. Mia madre lavorava, guidava la Bianchina e faceva la spesa alla Smec, il primo supermercato che abbia messo piede in centro. Vivevamo il boom economico con speranza, fieri del progresso che avrebbe portato solo civiltà, orgogliosi del frigorifero, del tostapane, del frullatore, dell’acqua gassata con le presine dell’Idrolitina, del vino in bottiglia sulla tavola.

A quei tempi l’albero non si faceva a novembre, non si faceva l’otto dicembre, non si faceva neanche il quindici, si faceva il ventidue o ventitré dicembre. E sapete perché? Perché allora il tempo era ancora il tempo. Un mese era un mese, lungo, infinito. Tutto si concentrava nella settimana di Natale, la settimana più magica dell’anno.

Non c’erano le sciroccate e le zanzare, andavamo a scuola col berretto di lana e le ginocchia intirizzite. L’albero era vero, perdeva gli aghi per terra, profumava di bosco la casa. E l’odore del pino si mescolava al cherosene della stufa che, dal corridoio, doveva riscaldare tutto l’appartamento. Le palle erano di vetro, ne compravamo una ogni anno, nuova e preziosa, le luci non erano led cinesi ma pupazzi di neve, casine, fantastici trenini che s’illuminavano da dentro.

Ho dei flash, di me e mamma che addobbiamo l’albero in salotto, è giovedì sera, la televisione è accesa su Rischiatutto. Mamma ha portato delle scatole piene di fili argentati e, per la prima volta, abbiamo decorato insieme tutta la casa, attaccandoli alle porte, agli specchi. Appesa al lampadario c’è una composizione di nastri e palle che ha fatto lei, con le sue mani, come le ha insegnato una collega di ufficio.

Al piano di sotto abitavano mia nonna (vedova) e la mia prozia (zitella). Loro andavano a messa e preparavano il presepe, in un angolo della sala. Un cimelio di famiglia, lo aveva costruito il bisnonno Fortunato nell’ottocento, ricavandolo da un caldano, mettendo da parte stagnola, sughero, pezzi di legno. Era bellissimo, aveva tutto: il pozzo, la fontana, la mangiatoia, la lanterna, persino la chiesa con le campane che suonavano la nascita del bambino che poi l’avrebbe fondata. Ricordo l’odore di muschio secco, la folla dei pastori stretti uno di fianco all’altro, dipinti a mano, qualcuno un po’ sbreccato, scolorito. Ricordo le stelle di latta, il filo argentato con le lucine. Capitava che la zia ricomprasse un filo nuovo, a volte, cambiasse lo scotch, ma la roba era quella, conservata in una scatola da scarpe terrosa; roba povera, a pensarci, ma io la trovavo fantastica.

E quando nonna m’insegnava a cantare Tu scendi dalle stelle, mi sembrava di essere lì anch’io, mentre Gesù nasceva nella grotta “al freddo e al gelo”, il bue e l’asinello lo riscaldavano col loro fiato e la cometa splendeva in cielo. Credevo a tutto, era tutto vero, il Bambino Divino, Babbo Natale che attraversava la notte per lasciare i regali sotto l’albero.

A scuola si festeggiavano solo gli ultimi giorni, proprio a ridosso delle vacanze, allestendo piccoli presepi e alberelli addobbati con qualcosa portato da casa. Ricordo un anno che la maestra regalò a tutti una palla dorata e luccicante da appendere all’albero, la aprivi e dentro c’era un piccolo pensiero per ognuno di noi, a me toccò un anellino rosa. E scrivevamo letterine di Natale, non tanto per chiedere regali, quanto per domandare perdono ai nostri genitori delle marachelle, per promettere di essere più buoni, per dire “babbo, mamma, vi voglio bene” quelle parole che il pudore dell’epoca non ci permetteva di esprimere in giorni meno speciali di quelli.

La via principale della città era rallegrata dalla “luminara” ma io, anche oggi che sono vecchia, trovo più affascinanti gli addobbi dei negozi di quartiere, quelli poveri - le lucine che si rincorrono sulla porta della tabaccheria, le palle colorate poggiate sui ripiani polverosi della mesticheria - li preferisco ai grandi apparati dei centri commerciali. Amo il Natale della gente normale: il foglio di carta roccia, il rotolo di cielo stellato, il pungitopo e la borraccina raccolti in campagna.

Da noi, in Toscana, la vigilia non si festeggiava, era un giorno qualsiasi, i negozi chiudevano tardi la sera, non come ora che alle quattordici è già tutto morto e la gente va a prepararsi per il cenone, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Era un giorno di attesa, di trepidazione, di festa vissuta dentro. Si mangiava normale, poco per non appesantirci in vista del venticinque, si apparecchiava in cucina come sempre. In tv non mancava mai qualcosa di bello, un cartone incantato, un film fiabesco; andavo a letto col cuore in gola, con un po’ di paura, chiedendomi che sarebbe accaduto se, per caso, avessi scorto Babbo Natale, se la cosa potesse essere pericolosa. “Perché”, mi spiegavano i miei genitori, “quelli che vedi in giro, non sono veri Babbo Natale, sono solo travestimenti per far festa, Lui, l’originale, è misterioso e lontano, non lo si può vedere e passa solo se siamo stati buoni.” Il regalo, insomma, te lo dovevi meritare, non lo trovavi scontato all’Ipercoop. L’uomo barbuto vestito di rosso non faceva “ohohoh” all’americana, non viveva al polo nord con una renna di nome Blizzard, ma era, piuttosto, un’entità un po’ inquietante.

La mattina di Natale, anzi di “Ceppo”, si faceva colazione col caffellatte e, ancora in pigiama, si aprivano i regali. C’era tanta roba da farmi sgranare gli occhi. Bambole, “ciottolini”, libri, matite. C’era un cesto rosso con un biglietto scritto di pugno da Babbo Natale in persona: “Perché tu sia più ordinata”, c’era un mangiadischi che, bastava schiacciarlo col dito, e potevi sentire le fiabe sonore, c’era il quarantacinque giri di Un cuore matto - ero follemente innamorata di Little Tony - e anche la Pappa col pomodoro con Rita Pavone nei panni di Gianburrasca.

A pranzo venivano su anche nonna e zia, mangiavamo i tortellini in brodo, il cappone lesso con le radici di Genova, il panettone di Milano che costava un mucchio di soldi - non come ora che ne trovi tre al prezzo di due - il panforte, i ricciarelli, i cavallucci, il torrone. Ma anche frutta secca, datteri della Tunisia con la ballerina in bilico sulle punte, zibibbo, fichi secchi aperti a panino e farciti di noci e noccioline.

Di pomeriggio nonna e zia tornavano giù, a casa loro, a riposarsi, mentre noi guardavamo i programmi televisivi, film, cartoni animati, commedie di teatro e, intanto, io giocavo con tutto quel ben di Dio che Babbo Natale mi aveva portato; si vede che, nonostante i dubbi, i timori e i sensi colpa, alla fine ero stata davvero buona. E, naturalmente, divoravo i libri. A santo Stefano, quando era invitata l’altra nonna, quella paterna, li avevo già finiti.

Non c’è nulla di speciale in questi miei ricordi, nessun messaggio, niente che caratterizzi una generazione. Posso solo dire che i bambini si nutrono di pensiero magico e chi glielo sottrae compie un crimine, li priva della fantasia, del desiderio, delle cose che noi adulti rimpiangeremo tutta la vita e non avremo mai più, per quanti sforzi facciamo.

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Nonna

8 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #postaunpresepe, #unasettimanamagica

 

Attorno alla capannuccia

fatta a mano dal bisnonno

mettevi il filo luccicante

un pezzo di latta

divenuto cometa

e accendevi le lucine.

M’inginocchiavo

dicevo le preghiere

a Gesù Bambino

toccavo i pastori in fila

rigidi come soldati

fermi nei loro eterni mestieri

suonavo la campanella

di un’incongrua chiesa

nell’odore di muschio secco

sempre lo stesso

di anno in anno

cantavo

tu scendi dalle stelle.

La ballerina dei datteri

eburnea

ballava sulle punte

e la Befana calava due volte

dal mio camino e dal tuo

la Befana col ciuco

con l’erba del Villano

il bicchiere rosso

del vino

e un infinito cielo di stelle

di stagnola.

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    Mia madre aveva gli occhi azzurri

    3 Dicembre 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

     

    Non si tratta di una poesia ma di un pensiero rivolto a chi, anche se non è più fra noi, ci resta sempre accanto. La gioia incommensurabile di una nascita in famiglia va condivisa anche con coloro che ci hanno dato tutto, ci hanno insegnato tutto, trasmesso i valori che ci consentono di camminare orgogliosi a testa alta. Mia madre è tanto cara al cuore di mia figlia Veronica a cui dedico questo breve componimento e che ringrazio. Anche la fotografia la riguarda, essendo rappresentato il fiore che porta il suo nome “veronica“, più conosciuto come “occhi della Madonna”.

     

     

     

     Mia madre aveva gli occhi

     

     azzurri

     

     il cuore grande

     

     e la testa piena di sogni.

     

    Le piaceva il calcio, andare a

     

    cavallo e sognava di vincere una

     

    gara in bicicletta.

     

    Invece, rimasta sola troppo

     

    presto, ha allevato

     

    con amore e sacrifici due figli

     

    e due nipoti.

     

    Voleva andare in aereo e fare

     

    un lungo viaggio

     

    poi un giorno è partita

     

    all'improvviso,

     

    senza aspettare che le comprassi il biglietto.

     

    Mi mancano sempre il calore

     

    della sua presenza e la dolcezza del suo sorriso.

     

    Quando la cerco guardo il

     

    cielo...

     

    Mio nipote ha gli occhi azzurri.

     

     

     

     (Franca Poli)

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    Fai viaggiare la tua storia

    28 Novembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi

    Fai viaggiare la tua storia

    Nasce Fai viaggiare la tua storia, promosso da Autogrill e Libromania, rivolto agli autori emergenti

    Autogrill e Libromania lanciano un’importante iniziativa che premia il talento e la passione per la scrittura: Fai viaggiare la tua storia.

    Autogrill, società leader nella ristorazione per chi viaggia, e Libromania, società nata dalla partnership tra De Agostini Libri e Newton Compton Editori attiva nell’editoria digitale e nella promozione editoriale, proseguono la loro collaborazione nel mercato librario e con Fai viaggiare la tua storia confermano il loro continuo impegno nella ricerca della qualità e del talento.

    Fai viaggiare la tua storia si rivolge ai tanti aspiranti autori di narrativa, che hanno un romanzo inedito nel cassetto e sono alla ricerca di una vera opportunità per farsi notare da un editore e arrivare a un vasto pubblico di let
    tori.

    Per partecipare all’iniziativa occorre registrarsi su http://autogrill.libromania.net e candidare la propria opera tra il 5 dicembre 2016 e il 28 febbraio 2017. La selezione sarà curata da Libromania insieme a una giuria di esperti, composta da scrittori (Lia Celi, Roberto Cotroneo, Massimo Lugli), editori (Raffaello Avanzini – Newton Compton Editori - e Daniel Cladera – DeA Planeta Libri) e bookblogger, che selezioneranno le opere finaliste, decideranno quale premiare con la pubblicazione in edizione cartacea e individueranno i dieci titoli da pubblicare in digitale.

    I finalisti e il vincitore di Fai viaggiare la tua storia saranno comunicati in un evento dedicato, nell’ambito della nuova fiera dell’editoria Tempo di Libri, che si terrà a Milano dal 19 al 23 aprile 2017. L’opera vincitrice sarà pubblicata entro luglio 2017 e sarà disponibile nei punti vendita Autogrill e successivamente nelle migliori librerie. Tutte le opere finaliste saranno pubblicate in ebook entro luglio 2017.

    «Siamo felici di questa iniziativa e della collaborazione con un partner così prestigioso. Autogrill ci consente di valorizzare il nostro continuo impegno nello scouting letterario, raggiungendo un pubblico ancora più ampio. Fai viaggiare la tua storia ha l’intento di consentire a tutti i partecipanti di avere l'occasione di farsi leggere e notare da Libromania e dagli editori coinvolti nell’operazione» dice Stefano Bordigoni, Amministratore Delegato Libromania.

    Il regolamento completo è disponibile sul sito autogrill.libromania.net

    Per informazioni sul concorso, scrivere a libromania@libromania.net

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    In occasione della morte del lider maximo

    27 Novembre 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

    RISTAMPA AGGIORNATA DI ALMENO IL PANE, FIDEL! NEL DECENNALE DELLA SUA USCITA

    2006 - 2016

    Almeno il pane, Fidel! - Cuba quotidiana, il periodo speciale, il potere a Raúl

    Historica, 2016 - Pag. 250 - Euro 14.

    Seconda edizione riveduta e ampliata di Almeno il pane Fidel!, guida alternativa alla Cuba turistica, da cartolina, che tanto piace al regime. Un libro che rappresenta una sincera analisi di un paese allo sbando che ha abbandonato da tempo il sogno della Rivoluzione Socialista, con un Fidel Castro ormai ridotto al ruolo di mummia da esporre in televisione. Il volume si apre con un reportage di viaggio datato 2005, l’ultimo prima che Gordiano Lupi venisse dichiarato dal regime persona non gradita, si avventura in una ricostruzione della storia cubana, traccia un quadro dei problemi quotidiani e racconta gli ultimi anni caratterizzati dalle riforme di Raúl Castro. Un capitolo finale scritto da Domenico Vecchioni dimostra come niente sia cambiato per il cubano medio nonostante un nuovo rapporto con gli Stati Uniti. Sono pochi gli elementi di novità per una Cuba che vorrebbe cambiare, per un popolo stanco, con il pensiero rivolto alla fuga, annichilito da cinquant’anni di dittatura, incapace persino di ribellarsi. UN articolo finale di Domenico Vecchioni.

    IL VECCHIO STRILLO DI STAMPA ALTERNATIVA

    Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana nel periodo speciale – Pagine 192 - euro 10,00 – Stampa alternativa – Viterbo, 2006 (esaurito)

    Quella raccontata in questa anti-guida, non è la Cuba di cui parlano i cucador italiani a caccia di facili avventure erotiche, e nemmeno quella di cui parlano dai loro pulpiti i frequentatori delle stanze del potere e del comando castrista, da Gianni Minà fino a Diego Armando Maradona, fino ai marxisti nostrani da salotto televisivo. È invece Cuba quotidiana, quella del popolo che dovrebbe vivere con una manciata di dollari di stipendio al mese, mentre una lattina di Coca Cola (che, nonostante l’embargo, si trova a ogni angolo di strada) costa un dollaro. Una Cuba vera, reale, indispensabile da conoscere per chi davvero l’ama e intende visitarla, oppure già c’è stato. Gli argomenti: Il vero volto di Cuba - Appunti di viaggio (luglio 2005), I problemi quotidiani: La disillusione rivoluzionaria, La santería, più di una religione, La comida , Divertimenti e filosofia, La famiglia, I mezzi di trasporto e crisi energetica, La razza cubana, I rapporti tra sessi, L’omosessualità, La prostituzione, Le fughe, Le case cubane, La spiaggia, Il quotidiano, Giochi di strada, Le fiabe, Polizia e diritti umani, Superstizioni, La vita in campagna, La moda, La scuola, L’informazione. Intervista a una jinetera. Tra mito e realtà: La triste fine di Salvator Allende, Cuba libre? Solo una bevanda, Cuba si apre ai gay: l’ultima propaganda, Democrazia cubana e modello statunitense, La verità su Cuba, Notizie dalle carceri di Fidel Castro, Una Cuba post comunista, Fidel Castro tra cinema e realtà, Dissidenti e mistificazioni.

    Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta, Vita da jinetera, Cuba particular – Sesso all’Avana, Adiós Fidel, Il mio nome è Che Guevara, Mister Hyde all'Avana, Il canto di Natale di Fidel Castro, Caino contro Fidel – Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole. Lavori recenti di argomento cubano: Nero Tropicale, Cuba Magica – conversazioni con un santéro, Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana, Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe, Avana Killing, Mi Cuba, Sangue Habanero, Fame - Una terribile eredità, Fidel Castro – Biografia non autorizzata. Ha tradotto La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante, La patria è un’arancia di Felix Luis Viera, Fuori dal gioco di Heberto Padilla (2011), Il peso di un’isola di Virgilio Piñera, Hasta siempre Comandante - Opera poetica di Nicolas Guillén. I suoi romanzi Calcio e acciaio - dimenticare Piombino (Acar) e Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano (Historica) sono stati presentati al Premio Strega.. Sito internet: www.infol.it/lupi - mail: lupi@infol.it.

    POSTFAZIONE PERSONALE

    Perché scrivo poco di Cuba

    Non mi occupo molto di Cuba da un po’ di tempo a questa parte. Qualcuno mi fa notare che è un male, che potrebbe essere interpretato come un segnale di un certo tipo. Bene. Mi fa piacere che qualcuno abbia a cuore le sorti di quel che dico e di quel che faccio, più di quanto le abbia a cuore io. Vorrei spiegare anche a me stesso il motivo per cui mi occupo meno di Cuba da un punto di vista politico, ma non smetto di leggere e tradurre letteratura cubana, né di vedere pellicole caraibiche, né di ascoltare buona musica che proviene dall’Isola. Vorrei spiegarmelo il motivo, ma non ci riesco, almeno non ci riesco in maniera convincente e definitiva.

    Provo a buttare lì qualche argomento, ma si tratta solo di esempi.

    In Italia vivono moltissimi cubani, quasi nessuno fa politica, pochi conoscono l’esistenza dei blogger indipendenti, la maggioranza dei cubani esuli pensa solo a mandare soldi a casa, cercando di avere meno problemi possibili con il regime. Parola d’ordine: “Non mi occupo di politica!”. Io, in compenso, per scrivere della loro terra, ho perso la possibilità di rientrare a Cuba.

    I dissidenti cubani spesso non sono migliori di chi li governa (male), molto spesso raccontano balle degne di Fidel Castro (che almeno le sapeva dire), in tanti casi inventano di sana pianta, diffondono cattiva informazione, rendono incredibili persino le cose credibili. Per esempio, la stampa alternativa racconta la storia di un’attrice cubana picchiata a sangue da agenti in borghese perché colpevole di simpatie anticastriste. Come si fa a prendere la notizia per oro colato, visti i precedenti? Chi mi assicura che la verità stia nei racconti dei dissidenti e non nella versione ufficiale di una donna malmenata per una lite dai vicini di casa? Mi pare che una volta l’abbia scritto Leonardo Padura Fuentes (voce autorevole della cultura cubana): “Servirebbe una vera stampa libera e indipendente perché sia i giornali di regime che i periodici alternativi non sono affidabili”.

    Aggiungiamo un’altra postilla.

    Mi scrivono da una località italiana dove organizzano un festival di cinema che vorrebbero invitare Yoani Sánchez e proiettare Forbidden Voices, la blogger cubana dovrebbe parlare anche a nome della blogger cinese e di quella iraniana. Ora, a parte che io non sono l’agente di Yoani ma solo il traduttore, mi domando come potrebbe Yoani Sánchez parlare a nome di situazioni che non vive e che non conosce? Forbidden Voices è un buon film di cui per primo ho parlato in termini entusiastici, ma fin da subito ho sottolineato che tra un dissidente cubano e un cinese (o iraniano) corre una differenza abissale in termini di rischi e di sicurezza personale.

    Concludiamo dicendo che ultimamente il blog di Yoani Sánchez non è che regali quelle perle di originalità, di realismo e di letteratura che in precedenza aveva elargito ai lettori. Crisi? Aggiungo: crisi sua o crisi mia? Non ho certezze, come vedete, ma solo tanti dubbi, che affiorano e che da un po’ di tempo a questa parte si sono fatti insistenti, inquietanti, opprimenti. E la cosa mi pesa, se non ne scrivo, con grande franchezza, come sono abituato a fare. Anche perché - a differenza di molti, schierati per interesse da una parte o dall’altra - non ho in ballo niente da tutelare, né il mio nome, né la mia credibilità, né un posto di potere, né una carriera costruita su menzogne e incantamenti.

    In ogni caso, lontano da Cuba, ho riscoperto il cinema italiano del passato, le pellicole che ho sempre amato, mi sono dedicato a un’altra delle passioni della mia vita, la sola cosa che mi accomuna al grande Guillermo Cabrera Infante. E mi sono occupato della mia piccola Piombino, la mia città, riscoprendo la sua storia, le sue leggende, il suo passato. Sono andato alla ricerca del tempo perduto, consapevole che parte di questo tempo passa anche lungo le strade polverose di Cuba, nonostante tutto.

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    Civis romanus

    26 Novembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

    Civis romanus

    Nell’impero romano c’erano tante città, alcune grandi come Roma, Alessandria, Antiochia, con moltissimi abitanti. Erano città commerciali, vi si vendeva, vi si comprava, vi si fabbricava di tutto. Ai loro porti approdavano navi cariche di merci, soprattutto grano, ai loro mercati giungevano carovane da paesi lontani. Le strade erano molte, comode, sicure e ben tenute, si poteva viaggiare con facilità da un capo all’altro dell’impero, tutti pagavano le tasse e c’erano sussidi per i plebei. A Roma ogni giorno affluivano nuovi poveri dalle campagne, poiché gli schiavi sostituivano il lavoro degli uomini liberi che si ritrovavano disoccupati.

    Col passare del tempo, però, le spese statali divennero sempre più insostenibili, specialmente quelle per sorvegliare i confini, oltre i quali si trovavano numerose popolazioni barbariche che, sempre più spesso e con maggior forza, cercavano di penetrare nell’impero per saccheggiare. Stringevano, accerchiavano, s’infiltravano ovunque trovassero i confini scoperti.

    Più l’apparato statale spendeva per difendersi, più tasse dovevano pagare i cittadini. Chi non pagava diventava schiavo dello stato e doveva lavorare gratis alla costruzione di ponti, strade e palazzi. Questo lavoro si chiamava angaria. Nell’età feudale le angarie diedero luogo ad abusi gravissimi da parte di privati, a carico soprattutto dei lavoratori agricoli; come tali, persistettero fino alla rivoluzione francese e in taluni paesi anche oltre.

    Le popolazioni cominciavano a sentirsi oppresse e a non essere più contente di far parte dell’impero. Essere un civis romanus non era più motivo di orgoglio. Fino a quel momento la cittadinanza romana aveva consentito l'accesso alle cariche pubbliche e alle varie magistrature, la possibilità di votare e partecipare alle assemblee politiche, svariati vantaggi sul piano fiscale e il fatto di essere soggetto di diritto privato, ossia di essere giudicato secondo il diritto romano.

    Le città presero lentamente a spopolarsi, la gente si rifugiava nelle campagne per sfuggire agli esattori. Molti plebei chiesero protezione ai ricchi e cominciarono lavorare gratis per loro, diventando servi della gleba, impegnati a non abbandonare mai le terre del padrone.

    Circondato dai nemici, oppresso dalla povertà, l’impero romano era sul punto di affondare.

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    Tutto fumetti e niente Dylan

    24 Novembre 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #vignette e illustrazioni

    Tutto fumetti e niente Dylan

    Bisognava avere coraggio negli anni sessanta, per riconoscere che i fumetti potessero avere la giusta dignità e considerarli una forma di scrittura alla pari delle forme tradizionali della scrittura, come la poesia o il romanzo. Elio Vittorini era coraggioso e curioso, avido di novità, mai fermo sui soliti binari della conoscenza e della lettura. Per Vittorini, infatti, i fumetti rappresentavano una forma di scrittura e di narrazione, di riscrittura di un mondo di poesia e di immagini. Un mondo ancora per molti sconosciuto e poco apprezzato, se non addirittura disprezzato. Era un coraggioso sperimentatore e un intellettuale avido di novità, curioso di tutto e di tutti, Vittorini, ma il riconoscimento ufficiale alla sua sperimentazione gli viene da Eco che lo intervista per Apocalittici e integrati.

    Eco non aveva bisogno di convincimenti, poiché ha sempre rappresentato, a suo modo, il mediatore tra il mondo della scrittura e dell’immagine, tra i mass media e la cultura di massa. Nell’intervista infatti sembra solo voler confermare il suo giudizio e il suo apprezzamento soprattutto per le strips, poiché la vignetta viene paragonata alla lettura di una pagina di un romanzo, che poco ci dice di tutta la storia. Nelle strips invece la storia si snoda snella e leggibile, vi è una sequenza di parole e disegni, che insieme danno un senso, che raffigurano tutto un mondo, un modo di pensare, una comunità e individui che vengono descritti e raffigurati in un determinato aspetto, anch’esso importante. E’ la ripetizione e la sequenza temporale delle strips che crea un mondo caratterizzato da un certo numero di personaggi, principali e secondari, proprio come in un romanzo.

    E questi personaggi e il loro parlare, il loro pensiero, travalicano il mondo dei fumetti per sconfinare nel mondo reale, con espressioni e con un gergo da applicare nella vita di tutti i giorni. “Era una notte buia e tempestosa”, così Snoopy inizia il suo romanzo. In realtà ricalca le parole di inizio di un romanzo di Edward Lytton, che pochi avranno letto e l’autore non sarà stato dispiaciuto, perché la sua frase è diventata immortale, proprio per la vena da scrittore del simpatico bracchetto.

    Una volta che il riconoscimento dei fumetti è stato accettato e “legalizzato”, fioriscono gli autori che fino ad allora avevano operato nell’ombra e nell’anonimato, fino a diventare figure insostituibili e popolari. Sulle testate nazionali diventano dei nomi, dei commentatori arguti e insostituibili delle vicende politiche e della cronaca, una sintesi immediata del fatto.

    E avreste mai pensato che il severo, intransigente Calvino, forse ancora prima di leggere, ha usato Il Corriere dei piccoli come un libro di testo da cui attingere notizie, ritagliare disegni, comporre e ricomporre storie secondo la sua fantasia?

    Forse Il Corriere dei piccoli o Topolino di Disney sono stati i racconti a fumetti che ci hanno accompagnato nei primi nostri anni, quando forse non conoscevamo ancora la lettura e solo le figure ci aiutavano a descrivere e comprendere la storia. Sono proprio le ambientazioni, le espressioni dei volti, la posizione dei corpi che sostituiscono le descrizioni dei sentimenti, delle situazioni e delle azioni.

    E poi Quino: Mafalda e i bambini, Manolito, Susanita, osservatori e protagonisti della vita quotidiana, commentatori ironici degli avvenimenti, da quelli domestici e scolastici a quelli mondiali. I bambini assurgono a protagonisti indiscussi, acquistano pari dignità con gli adulti, propongono domande imbarazzanti e scomode, dichiarano candidamente che sono stanchi di lezioni standardizzate, ripetitive e poco interessanti. ”E non sarà che a questo mondo c’è sempre più gente e sempre meno persone?” quando leggiamo i pensieri di Mafalda non viene il dubbio che anche noi siamo arrivati a quella conclusione?

    E il pubblico adulto aspetta con costanza e assiduità la continuazione del racconto degli eroi che lo accompagnano dall’infanzia. Conosco lettori di Tex che hanno cambiato casa, forse compagna, città e lavoro, ma non hanno mai tradito il loro eroe, così come Tex resterà per sempre fedele alla sua Lilith…

    Poi il disegno conquista nuovi lettori, scala altre forme di lettura con la ‘graphic novel’.

    La graphic novel costituisce una forma di romanzo, non breve, senza le interruzioni tipiche delle strisce e rivolto a un pubblico adulto: è caratterizzata dal genere, poiché tratta tematiche attuali, vicende storiche o di cronaca. Le ambientazioni sono realistiche, i personaggi a volte caricati per esprimere al meglio e in maniera inequivoca i loro sentimenti. Il pubblico è in aumento e questo fenomeno editoriale viene accolto ormai anche dalle più grandi case editoriali, poiché non rappresenta più un fenomeno di nicchia, ma piuttosto di vasta diffusione. In fondo la graphic novel può essere considerato come un mezzo di unione tra la letteratura e il cinema, conservando dell’una le parole, dell’altro le immagini. Non vi è solo la narrazione di storie intere e complete, ma anche la struttura narrativa a volte è simile, perché la graphic novel e il suo linguaggio è stato fortemente influenzato dal linguaggio cinematografico. Viene anche usata la tecnica del campo e del controcampo come nel cinema, per indicare alternativamente i soggetti coinvolti o con inquadrature diverse per indicare fatti che si svolgono contemporaneamente.

    Arriva Pratt che ci traghetta in mari avventurosi, ci conduce per terre senza confini e schemi, alla ricerca di un tesoro che non ci regalerà oro, ma la realizzazione dei sogni, l’unico motivo per cui vale vivere. Pratt dona al lettore un codice segreto per entrare in un mondo dove la vita e il viaggio si fondono e dove un personaggio come Corto Maltese ci incanta come avventuriero, come pirata e come sorprendente gentiluomo. Una fusione quella di Pratt e Maltese o una simbiosi: passione per il mondo e le sue culture, passione per le terre sconosciute, spiriti liberi, miscela inscindibile tra fantasia e realtà.

    Eccolo Corto Maltese:

    Se mi trovo in compagnia di persone intelligenti non fa differenza se uno è italiano, etiope o argentino. Solo la stupidità e l’insensibilità non hanno bandiere” “Sono l'Oceano Pacifico e sono il più grande di tutti. Mi chiamano così da tanto tempo, ma non è vero che sono sempre calmo. A volte mi secco e allora do una spazzolata a tutti e a tutto. Oggi per esempio mi sono appena calmato dall'ultima avventura…” “Non sono nessuno per giudicare. So solamente che ho una antipatia innata per i censori, i probiviri. Ma, soprattutto, sono i redentori coloro che mi disturbano di più.

    Poi Paz, Andrea Pazienza, inventore di storie, testimone dei favolosi e terribili anni 80, dissacratore e insieme custode dei sentimenti più comuni, Dissacratore dicevamo, ma anche cultore di sentimenti di stima e tenerezza, che naturalmente trasferiva nei sui disegni: Pertini, amato presidente e partigiano, combatte con lui (nomi in codice di Pert e Paz) in disegni fulminanti con risultati altamente espressivi. Unico strumento di lavoro un pennarello nero, non un segno di matita da poter cancellare, perché il disegno era già nella sua mente, pronto, solo da trasferire sulla carta. Andrea Pazienza è stato definito enigmatico, sfuggente, contradditorio, ma si ha invece la sensazione che le mille sfaccettature del suo carattere siano tutte incise nei suoi personaggi; la droga, il disagio, la morte sono l’estensione del suo malessere, della sua fatica di vivere e se i suoi personaggi sono caricaturali e grotteschi, con tratti di violenza, nelle sue parole troviamo espressioni di poesia, di passioni, insieme a tanta disperazione.

    E quindi il fumetto in questi ultimi anni è diventato più adulto, e i ragazzi, diventati grandi, continuano a seguire i loro eroi di ragazzi, non più il divertimento per eterni adolescenti, anche se qualcuno continua ancora a nascondere nel quotidiano Tex o Corto Maltese, uscendo dall’edicola, o a spacciarli per letture dei nipoti. Si raggiunge pian piano un maggiore rispetto per il genere, con produzioni veramente mature e significative, con argomenti seri, che trattano eventi storici e conflitti bellici, come la serie di Persepolis di Marjane Satrapi. La storia, a fumetti, inizia poco prima della Rivoluzione iraniana, e con gli occhi di Marjane, bambina di nove anni, attraversa il cambiamento del paese, il potere dei fondamentalisti islamici, la riduzione delle libertà e delle speranze, soprattutto delle donne fino alla fuga in Francia di Marjane ormai ventiduenne. Approdato al cinema, candidato all’Oscar, il film ha vinto il Premio della giuria al Festival di Cannes 2007. In effetti anche in Italia i fumetti sono entrati in premi importanti e “seri”. Tra i candidati al Premio Strega del 2014 con “una storia” di Gipi, e “dimentica il mio nome” di Zerocalcare nel 2015.

    Ma in fondo perché tanta meraviglia? Il primo tipo di comunicazione scritta non è stato forse il graffito? La prima scrittura non è stata la cuneiforme e il geroglifico? Non sono forse disegni raffiguranti oggetti, persone o scene di vita quotidiana? Il disegno, la ‘vignetta’ prima della scrittura, come una rivoluzione nello scambio di informazioni e nelle comunicazioni, come custode di una memoria permanente. Perché allora non a Corto Maltese il prossimo Nobel?

    "Vi siete fatto male? Come siete caduto?" "Cado spesso un poco dalle nuvole."

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