Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
Post recenti

Nasce l'App gratuita e senza sponsor "GUIDA AI MIGLIORI COCKTAIL BAR D'ITALIA"

29 Dicembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi

 

 

 

 

 

 

Nasce la nuova app gratuita "Guida ai migliori cocktail bar d’Italia", selezionati dalla rivista specializzata BlueBlazer, scaricabile al link www.blueblazer.it/app 

 

L'app non ha scopo di lucro, è gratuita e priva di sponsor, a garanzia della massima autonomia di azione e della fiducia dei suoi utenti, è un contenitore virtuale, scaricabile sulle piattaforme iOS e Android, contenente gli indirizzi, le informazioni e tutte le news sui migliori cocktail bar d’Italia. Gli oltre 160 bar della Guida sono frutto di una attenta selezione di Giampiero Francesca e Massimo Gaetano Macrì, supportati da un panel di cento esperti che hanno pre-selezionato una lunga lista di locali. Per il secondo anno consecutivo sono infatti presenti nella Guida tutte le regioni italiane, con un’attenzione sempre maggiore alle realtà di provincia, tanto interessanti quanto, spesso, difficili da scoprire. Trovano così spazio, accanto alle grandi città come Roma, Milano e Firenze, realtà con poche centinaia di abitanti, come Acquapendente, in provincia di Viterbo, o Mirano, non lontana da Venezia.

I criteri seguiti per selezionare i bar si basano sull’ospitalità, oltre che sulla qualità del servizio e del cocktail. “Non scegliamo mai un locale perché fa bene da bere – sottolinea Giampiero Francesca, direttore di BlueBlazer e ideatore della Guida - non è quello che ci interessa in primis. Consideriamo soprattutto l’alto grado di accoglienza, ormai sempre più rara, che si traduce nella capacità di far star bene il cliente, consentendogli di vivere un’esperienza completa. Poi, ovviamente, viene anche il cocktail”.

 

Una volta installata l'app dal link www.blueblazer.it/app, è sufficiente aprirla dal proprio smartphone per consultarla. La navigazione del menù è semplice e intuitiva: si può decidere di geolocalizzarsi e selezionare i locali che appariranno sulla cartina, oppure filtrare per le quattro categorie (cocktail bar, bistrot – restaurant, hotel bar e speakeasy). In ogni caso, ‘cliccando’ su un locale, si aprirà la scheda con una breve storia di presentazione del bar, alcune informazioni sui cocktail consigliati e sul tipo di miscelazione praticata, gli orari, i contatti e l’accesso diretto alle mappe per rintracciare la strada col proprio navigatore.

 

“Le categorie sono uno strumento utile per consentire a chiunque, in base ai propri gusti e aspettative, di scegliere velocemente. Al di là del ‘cocktail bar’ propriamente detto, ‘bistrot-restaurant’ indica quei locali in cui oltre che bere si offre un’esperienza food frutto di una cucina, in molti casi anche degna di nota per non dire ‘stellata’”, sottolinea Massimo Gaetano Macrì, capo-redattore di BlueBlazer e co-ideatore della Guida. “Non potevano poi mancare gli hotel bar, di cui siamo grandi estimatori. Anzi, con il nostro lavoro, vorremmo far capire che le atmosfere eleganti ed ovattate di questi locali potrebbero essere frequentate da tutti. In Italia c’è ancora molta diffidenza e sono ancora tanti a chiedersi se si possa entrare in un hotel solo per bere un drink, senza essere clienti”. E, infine, la categoria forse più alla moda, i cosiddetti speakeasy “in cui abbiamo inserito sia i locali il cui accesso è garantito tramite la parola d’ordine, come i ‘veri’ speakeasy americani del Proibizionismo degli anni Venti-Trenta del secolo scorso, sia quei locali che in qualche modo ricordano quelle atmosfere fumose, con un accesso un po’ da secret bar, in cui entri solo se ne conosci fisicamente l’ingresso”.

La Guida vuole essere uno strumento di consultazione smart, continuamente aggiornata e utile, tanto agli operatori del settore quanto al cliente, più o meno appassionato. “Sono tanti i vari brand ambassador, per esempio, che ci hanno confessato di utilizzare per il loro lavoro le nostre mappe per rintracciare i locali. Si tratta di una utilità secondaria di cui prendiamo atto. Ma lo scopo principale della Guida è quello di offrire agli appassionati del buon bere e anche ai semplici curiosi, una finestra ‘mobile’ da cui osservare il mondo del bar. Se una persona entra in un locale, ‘spinta’ dalla descrizione della Guida, si innamora del posto e apprezza il cocktail, noi abbiamo centrato la missione”. Per l'occasione del lancio della Guida sono stati creati due signature cocktail: il ‘The Journalist Martini’ di Massimo D’Addezio e il “The Journalist Negroni” di Tommaso Cecca. Entrambi i cocktail sono degli omaggi che i barmanager dei due locali hanno voluto dedicare ai giornalisti adattando i pregi, e perché no, i difetti della categoria a due storici cocktail. Il The Journalist Martini è un Martini cocktail come piace berlo a molti giornalisti, freddissimo e molto secco, preparato con gin Bombay Sapphire, Apricot Brandy e gocce di Laphroaig, un whisky torbato i cui sentori affumicati rimandano, per Massimo D’Addezio, al mondo della stampa e delle redazioni. Completamente diverso il The Journalist Negroni, una variante calda e avvolgente del grande classico italiano, con brandy Cardenal Mendoza, Campari infuso all’ibisco e vermouth Cinzano 1757, che restituisce una visione diametralmente opposta del ruolo e della figura del giornalista.

Mostra altro
Pubblicità

“Oltre i confini”, le opere di Carla Castaldo in mostra a ​Palazzo Serra di Cassano

28 Dicembre 2017 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #arte, #pittura, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

 

Proseguono con successo gli eventi organizzati da Stella Orazio, ideatrice e curatrice di Maplis Events, nello spazio dell’associazione Mapils, a Palazzo Serra di Cassano, in via Monte di Dio 14, Napoli. Lunedì 18 dicembre, alle 18, è stato presentato l’evento artistico “Oltre i confini”, con le creazioni di Carla Castaldo.
Le opere di Carla Castaldo sono il risultato di un’estatica contemplazione. Oltre ogni possibile confine, fuori dal corpo, fuori dalla realtà visiva. Da qui il titolo di questo evento artistico, non una mostra dove al fruitore viene presentata un'opera, ma un evento simulativo che trasporta chi ne usufruisce nella visione stessa.

L'artista produce messaggi di luce, pura energia che esce fuori dai 7 chakra, per dare vita a immagini surreali, popolate da minuziosi particolari, dove la natura si fonde con i tanti simboli rappresentati, in una girandola di colori caldi e avvolgenti. Messaggi misteriosi, che racchiudono codici per attraversare veri e propri varchi verso l'ignoto. Il lavoro artistico di Carla Castaldo, simile a un portale per compiere un viaggio, conduce chi lo guarda in mondi senza tempo.

 

“Oltre i confini”, le opere di Carla Castaldo in mostra a ​Palazzo Serra di Cassano
Mostra altro

In poche parole

27 Dicembre 2017 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 

 



    

 

In poche parole...
     Cosa potrebbe stare "in poche parole..."?
     "Poche" è un aggettivo indefinito, plurale, femminile.
     E' anche un sostantivo, singolare, femminile, in francese.
     Significa: "tasca".
     Poche parole potrebbero stare in tasca, in un foglietto ripiegato dove sono state scritte.
     Il foglietto potrebbe essere tirato fuori dalla tasca, aperto e le poche parole, costì, impresse, potrebbero essere lette, privatamente, mentalmente o pubblicamente, a voce alta.
     Poche parole sono succinte e pronunciarle potrebbe essere scandaloso.
     Poche parole potrebbero essere l'inizio di una prole feconda di opinioni, di convinzioni e vale la pena concepirle e partorirle, senza abortirle: tutto ciò potrebbe stare "in poche parole..."
     Poche parole, restando tali, non corrono il rischio di degenerare in un discorso prolisso, troppo lungo.

          Luca Lapi luca.lapi@alice.it

Mostra altro

Signora dei filtri... o dei fili... emozioni e riflessioni: parte prima

26 Dicembre 2017 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Quando Elena Marchetti – l’editore di Signora dei filtri  – mi ha proposto di presentare un romanzo che aveva come protagonista Medea ho risposto:- Non se ne fa di niente … Perché, anche se la mitologia classica è sempre stata la mia passione, questo personaggio non è mai stato nelle mie corde. Ma Elena – che sa il fatto suo – ha insistito: - Leggilo, poi decidi.

Così ho iniziato a leggere … e non ho smesso più, fino alla fine.

 

Signora dei filtri ti cattura fin dalle prime pagine e non ti lascia più uscire. Perché? La storia di Medea già la sai … E allora?

 

Signora dei filtri è un romanzo avvincente perché è scritto molto bene, è un vero romanzo. Perché è la scrittura che fa di una storia un vero romanzo.

 

Per spiegare che cosa mi ha incatenato a questo libro  ho chiesto aiuto a Italo Calvino.

 

Nel 1984, Calvino viene invitato all’Università di Harvard per tenere un ciclo di conferenze sulla comunicazione poetica (letteraria, musicale, figurativa). Il tema, quindi, è libero, Calvino decide di dedicare le sue 6 conferenze (le cosiddette “Lezioni americane”) “ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura” che gli stanno “particolarmente a cuore”, da conservare nel “nuovo millennio ”. Valori, qualità e specificità che ho ritrovato in Signora dei filtri, perciò userò spesso le parole di Calvino per descriverli.

 

Nelle “Lezioni Americane” parla di Sherazade, la narratrice delle Mille e una notte e dice di lei: “L’arte che permette a Sherazade di salvarsi la vita ogni notte sta nel saper incatenare una storia all’altra e nel sapersi interrompere al momento giusto. È un segreto di ritmo, una cattura del tempo che possiamo riconoscere dalle origini:nell’epica per effetto della metrica del verso, nella narrazione in prosa per gli effetti che tengono vivo il desiderio d’ascoltare il seguito”.

 

È di Calvino la definizione di “romanzo come grande rete” (di personaggi, di luoghi, di situazioni), come “sistema di infinite relazioni di tutto con tutto”.

 

Quello che avvince (cattura, come una rete vera e propria) nel romanzo di Patrizia è proprio la presenza di innumerevoli storie che potrebbero essere lette anche ognuna per conto proprio: la storia di Medea e della sua “durezza” (che è poi assoluta “fragilità” affettiva); la storia di Giasone e della sua “fragilità” (che lo rende “duro” rispetto ai sentimenti) – Giasone e Medea sono molto diversi ma anche specularmente molto simili; la storia di Morgar, la prima “Signora dei filtri”; la storia di Eeta e della sua passione per l’oro; la storia di Pelia e della sua passione per il potere; la storia di Orfeo e del suo diario; la storia di Absirto, il fratello crudele; la storia dell’Osservatore, il Drago che sa leggere nel cuore degli uomini; la storia della generosa Kria, che segue Medea anche nell’esilio; la storia della fragile Glauce, vittima di un giuoco più grande di lei; la storia Chirone, l’uomo-cavallo; la storia degli Argonauti e delle loro avventure …

La storia di un personaggio spiega, completa, “illumina” quella dell’altro: la madre di Medea, il suo modo di essere madre e donna, esalta la figura di Morgar e il suo ben diverso modo di essere madre e donna; la cugina-bambina, così morbida e tenera, che Giasone forse potrebbe sposare se non fosse costretto a partire per la sua impresa, sottolinea per contrasto la femminilità inquietante di Medea; la maledizione della regina di Lemno sui futuri figli di Giasone rimanda al dramma che si consumerà a Corinto ...

Queste storie quindi si intersecano l’una all’altra come i fili che  creano la rete (Patrizia è una vera “Signora dei Fili”!). Si danno ritmo e spessore, come in un brano musicale in cui sono presenti le parti soprani, dei contralti, dei tenori e dei bassi - le voci chiare e le voci scure - e ognuna può essere letta e cantata separatamente, ognuna ha il suo fascino e la sua importanza. Ma è dal loro intrecciarsi, dalla loro rete, che nascono l’Inno alla gioia di Beethoven o Va pensiero di Verdi.

E ciò che fa da sfondo integratore a tutte queste storie e che permette loro di diventare una unità (cioè un romanzo forte e potente) è che esse – nella loro varietà - mettono però sempre in scena – vissute in modo diverso e osservate da punti di vista diversi – le stesse passioni, quelle primordiali, che caratterizzano la vita e l’esperienza di ogni essere umano: l’amore (fra uomo e donna, fra genitori e figli, fra amici), il desiderio (per una persona, per il potere, per il denaro) e l’odio (che nasce dalla negazione dei primi due).

Signora dei filtri, secondo me, non vuol essere un’altra versione del mito di Medea.

I protagonisti si muovono – è vero – in luoghi e tempi mitici, ma la realtà che vivono è universale, sono persone dei nostri tempi e dei nostri luoghi: adulti mai cresciuti, incapaci di essere genitori, travolti dal desiderio di potere, impauriti dalla diversità, prigionieri del pregiudizio, prigionieri di passioni che non riescono a controllare e che fanno passare ogni limite. Di questo leggiamo tutti i giorni sui giornali e tutto questo caratterizza da sempre la storia dell’uomo. Ed è di questa storia – non del mito di Medea - che Signora dei filtri ci vuole parlare.

Sempre in Lezioni Americane, Calvino riflette su “un’epidemia pestilenziale che sembra abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione a diluire i significati, a smussare le punte eccessive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”

Per definire l’uso della parola che Patrizia fa quando scrive basta capovolgere questa drammatica descrizione. Per lei, invece, calza a pennello un’altra espressione che Calvino usa per il buon uso della parola: “ incantesimo verbale”.

Il linguaggio usato da Patrizia è forte, potente, non fa sconti: quando racconta l’odio e la passione, come quando racconta l’amore e la tenerezza. Si potrebbe dire che è un linguaggio epico, come quello di Omero e dei classici – Euripide, Seneca, Apollonio Rodio – a cui Patrizia dice di  rifarsi.

È un linguaggio immaginifico, cioè (uso ancora parole di Calvino) pieno di “immagini visuali nitide, incisive, memorabili” (un esempio per tutte: la descrizione del passaggio delle Simplegadi) che prendono forma e danno vita a un “cinema mentale” capace di farci vedere la scena come se si svolgesse davanti ai nostri occhi.

Per creare questo  incantesimo verbale che ci tiene avvinti al romanzo, la nostra Sherazade utilizza  abili strategie linguistiche, degli “anelli magici” rappresentati da  anticipazioni, indizi, “frasi fatali”, posti a fine paragrafo che rimandano a un “dopo” verso il quale devi andare ( “Un giorno ti vedrò morire…” pensa Medea guardando il fratellino; “Non ci sono solo i figli di Ipsipile nel tuo futuro, per tua sfortuna” dice l’indovino a Giasone; “Cosa c’è di più grave di questo?” si chiede Giasone alla fine del capitolo dove si racconta la morte di Glauce …)

A volte queste anticipazioni si manifestano attraverso i sogni e i  desideri dei personaggi.

Nei desideri che Medea bambina confida a Morgar sono  già presenti gli Argonauti e il loro arrivo a Iolco : “Vorrei che gli uomini di là dal mare potessero raggiungerci e comunicare con  noi. Vorrei imparare le loro lingue e vestirmi con i loro vestiti, vorrei mangiare quello che mangiano e conoscere i loro dei”;  nel sogno che Morgar fa la notte prima di morire compaiono la nave Argo e i figli di Medea con il loro tragico destino: “Sognò una barca alata, possente, con due file di rematori, sognò due bambini distesi sopra un letto, con gli occhi chiusi e il viso bianchissimo” .

Anche i temi ricorrenti sono anelli magici che danno coesione a questa molteplicità di storie: quello dei luoghi misteriosi (le paludi della Colchide, la caverna dove vive il Pitone sacro, i sotterranei dove Eeta nasconde l’oro, l’isola di Lemno, l’isola degli Orsi, la terra che forse è delle Amazzoni, l’isola dove Medea vive i suoi ultimi anni); quello degli dei e dei sacrifici (il dio Sole, il dio del Fuoco, la Signora-Vergine Madre, il Dio di Orfeo, con le relative cerimonie misteriose e sconvolgenti); quello del Drago (la creatura inquietante che compare e scompare all’improvviso nei momenti chiave per guidare Medea verso il suo destino).

Fra tutti questi temi ricorrenti, quello che mi ha colpito di più e che mi sembra particolarmente significativo riguarda la presenza dei bambini.

Il romanzo di Patrizia è costellato di bambini.

Il dramma di Medea – comunque sia stato letto da antichi e moderni – ha come pernio i figli, i bambini, e nel romanzo questi sono ovunque. Sono i figli dei protagonisti ma – soprattutto- sono i protagonisti stessi: gli adulti quando erano bambini.

In un romanzo che ha come epilogo l’orrore più grande che una madre – un adulto, una persona -  possa commettere: l’uccisione dei figli, dei bambini – questo orrore aleggia per tutto il libro ed è il filo che dà vita alla rete dei bambini: bambini fragili, teneri, spesso soli, spesso preda della violenza degli adulti e che spesso diventano a loro volta violenti e predatori di altri bambini.

Signora dei filtri ci racconta in modo diretto o indiretto la storia di tanti bambini infelici divenuti spesso adulti portatori d’infelicità. Ne cito solo alcuni.

Achille bambino, evocato dal padre Peleo, Argonauta, che intaglia per lui una tenera “figurina di legno”: Peleo l’ha lasciato quando “aveva appena imparato a camminare” e non sa se lo rivedrà più. Questo tenero piccino cresciuto senza padre, una volta adulto diventerà Achille “dallo sguardo bieco” (così ce lo descrive Omero) che trascina nella polvere il corpo di Ettore, Achille “la bestia” di Christa Wolf.

Ila, il servitore che Eracle violenta. Anche lui è poco più di un bambino: Eracle lo chiama “pulcino” e non vorrebbe fargli del male, ma non riesce a governare se stesso. Eracle, l’eroe – predatore, è stato a sua volta un bambino aggredito, maltrattato, perseguitato dall’odio ingiusto di Era.

Chirone, il padre adottivo di Giasone. Quest’uomo saggio è un bambino-mostro nato da una violenza subita dalla madre Filira  quando anche lei era appena una bambina.

Il bambino Meleagro, ora valoroso Argonauta. Il suo destino è vivere quanto il tizzone che brucia  nel braciere al momento della sua nascita: sarà proprio la madre Altea, che ha conservato gelosamente il tizzone, a ributtarlo nel fuoco per vendicare i fratelli uccisi da Meleagro.

La bambinetta di “soli tredici anni” che Eeta si è preso come nuova amante. Solo questo si dice di lei, ma basta e avanza per raccontare l’orrore.

Glauce, la principessa-bambina vittima di una storia più grande di lei. Così la descrive Medea: “La figlia del re, nemmeno adolescente e già coperta d’oro dalla testa ai piedi … le era sembrata una bambina agghindata come una donna …”; così la vede Giasone “Ridicolo chiamarla signora, una bambina gravata dal peso dei pendenti che portava alle orecchie”; e anche Orfeo la vede così: “ Al suo fianco (di Giasone)  Glauce continuava a masticare in silenzio, come una bambina alla quale sia stato ordinato di finire tutto quello che ha nel piatto” …

E infine Medea, la bambina non amata, arrabbiata e sola. Nessun altro autore – credo – ha messo a fuoco la figura di Medea bambina. Signora dei filtri inizia proprio con la storia della sua infanzia, segnata – fra l’altro – dalla nascita di un fratello che la madre adora, quella stessa madre che invece la respinge, la fa sentire sola.

La solitudine accompagna Medea fin da bambina.

“Non somiglia a nessuno” – dicono di lei. Medea è sola perché è diversa, anche se non vorrebbe esserlo: “ … lei non voleva essere diversa, non voleva stare in disparte mentre le altre ragazze giocavano o si bagnavano nel fiume. Non voleva che sua madre la guardasse in quel modo, corrugando la fronte … “

Medea è strana. Questo aggettivo la caratterizza, viene usato da tutti quelli che la incontrano. Giasone, appena la conosce, pensa di lei “Che strana donna …”  Kria, a cui Medea salva il bambino, la definisce “bella di una bellezza strana”; Orfeo parla spesso dei suoi occhi, “occhi obliqui” “che dardeggiano”  “occhi nervosi”  “neri come la notte”  “inquietanti ed estremamente intelligenti”. Gli strani occhi di Medea vedono ciò che gli altri non vedono, vedono “dentro” e “oltre”, anche contro la sua volontà. Medea non vorrebbe vedere dentro Giasone, leggerne i limiti e scoprirne le menzogne: “ … Si accorse che (Giasone) non diceva la verità … Era la sua disgrazia accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava”.

Quindi Medea è strana.

C’è un grande poeta che, per definire se stesso, usa l’aggettivo strano: Giacomo Leopardi ne “Il passero solitario” e il senso che questo grande poeta e grandissimo cultore della parola dà a “strano” credo calzi a pennello anche per Medea. Leopardi, paragonandosi al passero che vive isolato da tutti sull’antica torre di Recanati, dice

 

Quasi romito, e strano/ Al mio loco natio,/Passo del viver mio la primavera.

 

Il poeta si sente estraneo al suo paese, al luogo dov’è nato e dove vive da solo, isolato, da straniero. Anche Medea si sente così. La sua diversità – come la diversità di Leopardi – è alla base della sua solitudine, e la rende straniera e sola, nel suo paese e nella sua casa, fin da bambina.

Medea uccide i figli perché non vuole che cadano in mani di estranei, perché non siano “umiliati” dal padre che avrebbe preferito a loro – dei bastardi – i figli di un matrimonio per lei “falso e sacrilego”. Morendo per mano sua “dolcemente” i figli “resteranno con lei per sempre”, non saranno mai “soli”, “strani” e “stranieri”, come lei e Morgar sono state: “Medea era una straniera in casa propria esattamente come Morgar lo era in terra di Colchide”.

L’origine della solitudine di Medea va ricercata nel disamore della madre. La regina Idia respinge sempre la figlia e ha cura solo del nuovo nato, del bambino crudele che deve garantirle l’amore del marito (“Absirto rise, riacciuffando uno scarafaggio che tentava di fuggire. La regina gli accarezzò i capelli rossi e lanosi: “Bravo il mio bambino”). Anche quando la piccola Medea, nonostante si senta non amata e abbandonata, cerca un contatto con lei, va incontro a un rifiuto (“Madre, posso tingere io i tuoi capelli” propose speranzosa “No, Medea, le tue mani sono sempre fredde”).

Alla fine questa solitudine imposta si trasforma in bisogno. Divenuta adulta, Medea ha sempre bisogno di solitudine ed è solo l’amore a farle scoprire e sentire il bisogno dell’altro.

 

Continua...

 

Mostra altro
Pubblicità

Quando Yeshua' era nato

25 Dicembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

 

 

 

 

Auguro Buon Natale a tutti i lettori di signoradeifiltri con questo brano tratto dal mio romanzo L'uomo del sorriso,  Marchetti Editore, 2015

 

Il vento del deserto era lo stesso quando Yeshua’ era nato, come se un cerchio si stesse chiudendo. Ricordava le pareti pietrose della grotta, il pavimento macchiato di sangue, Yosef che, con le ginocchia, premeva sul suo ventre per aiutarla a spingere. Ricordava l’odore di stalla, il fiato caldo del bue, la mangiatoia nella quale aveva adagiato il bambino, maledicendo l’ostessa che non li aveva accolti. Ricordava il calore delle braccia di Yosef, ansimante e sudato, che stringevano lei e il piccolo appena nato. «Ora siamo una famiglia, Maria» le aveva detto. «Sei stata brava».

Più di ogni altra cosa, ricordava il primo istante in cui aveva stretto a sé il bambino. Il corpicino si era adattato subito all’incavo delle sue braccia, Yeshua’ si era acciambellato contro di lei come fosse ancora nel suo grembo, le piccole labbra avevano cercato il capezzolo. Lei aveva tastato con le mani ogni parte del piccolo corpo, aveva posato la guancia sul ventre per sentirne il calore, aveva annusato l’odore per imprimerselo dentro, riconoscendolo poi per sempre, sentendo che quella era la perfezione, che lei era venuta al mondo per dare la vita a lui. Dopo, niente era più stato come in quell’istante. Solo distacco, lontananza, freddezza.

Oggi, ai piedi della croce, l’amore che provava per suo figlio era così grande che non bastava un cuore solo a contenerlo. E il suo cuore di madre ora stava esplodendo, pompava sangue all’unisono col cuore del figlio, accompagnandolo, respiro dopo respiro, fino all’ultimo soffio di vita.

Quando Yeshua' era nato
Mostra altro

Vigilia di Natale

24 Dicembre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Oggi, ad esempio, consegni le pizze, triste fattorino, in questa sera ascensionale ch’esala, nella neve, dall’asfalto al cielo. Vorresti fare il traduttore, cambiar lingua alle parole, ma ti obbliga a tutt’altro la realtà. «Pazienza, mi rassegno», hai deciso già da anni. E mentre i due lampioni chini sulla via, cioè il vicolo piccino che attraversi proprio ora, ti ricordano l’infanzia, rifletti un poco più sereno sulla cupa delusione esistenziale che t’infesta sia la vita che le tante sfacchinate, vagabonde e assai randagie, d’ogni giorno; e concludi i tuoi pensieri rivolgendo una preghiera all’amico preferito, il tuo... Babbin Gesù: «Fa’ che il lavoro mi nobiliti la rabbia...».

Mostra altro

Racconto di Natale: parte quarta

23 Dicembre 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Sembrava una puntata di quel vecchio telefilm con quel tale vestito di bianco che gestiva un'isola dei desideri, sempre affiancato da un orrendo nanerottolo. Il desiderio espresso da Pasqualo pareva quello di mettersi nei panni del capo-famiglia, giusto per la sera del Santo Genetliaco di Cristo. Per quell'ora aveva ormai assolto a ogni onere. Per chiudere in bellezza la curiosa esperienza gli mancava però un elemento appena.

Infatti, dopo aver scalciato in un angolo Ciruzzo e essersi ricomposto nella giacca, nella camiciola linda e pinta, nell'aplomb irreprensibile di sempre, approcciò il padrone di casa con occhio malandrino: «Di', caro, mò sèmo amici, nòne? Mò sèmo mèjo che fratelli, onnò? Se sèmo spartiti 'n po' de tutto, come dù bboni compari che se vònno bene,» lo circuiva. Natale ciondolava il testone più per esaurimento nevrastenico che per assentire... «Ehmbè Natale mio, come co' tutti l'amici più veri è giunta l'ora che me sbottono...»

«Com'avìte fatto con la signora mia?» si affrettò a chiedere l'altro, con una sincera preoccupazione dipinta sul volto.

«Mannò, ma che hai capito... Vie' qua che te spiego mèjo... Ah coso, senti un po', me servirebbe un po' de liquidi...»

«Tenìte sete?»

«Macché sete... De conquìbbus, ah scemo!... Me sérveno le svanziche… como dite vosotros? Li dindi,... ri sordi, 'nzomma... Vedi, caro, sto un po' a secco. Come hai potuto constatare, stasera sò sortito un po' de prescia e nun ho fatto an tempo a svuotà à cassaforte... A casa mò nun ce posso annà, daa banca nun ce posso passà ché l'amici mia me cerchéno... Vabbeh, per farla concisa, che moo potresti concedere un prestitino? Tanto per levare le tende quer paio de ggiorni, se me sò spiegato...»

A Natale De Dominiccis si fece il volto del peccato mortale. Quella richiesta dovette risuonare alle sue orecchie né più né meno come al dannato l'assegnazione di bolgia del Minosse dantesco. Guardò il capo da sotto a sopra, con due occhioni che avrebbero toccato la sensibilità di chiunque. Tranne quella di Pasqualo, che anzi lo sollecitava: «Facciamo una cosa di giorno, ah Natalì...»

Natale scomparve per il tot tempo necessario a rimestare in chissà quale doppiofondo. Infine riapparve dallo sgabuzzino col libretto di risparmio del primogenito, intonso e ben tenuto come la reliquia del meglio messia.

«È ò libretto al portatore 'e Gaetano mio. L'àmmo mettùto inzieme co' tanti sacrifici...»

E Pasqualo Del Grosso, che non difettava di umanità, dopo averglielo furtivamente sfilato di mano con un esempio di prestidigitazione davvero rimarchevole, se lo strinse al cuore, mormorando commosso: «Lo apprezzo moltissimo!» Dopo di che si sbatté la porta d'uscita alle spalle, salutando tutti quanti con un generico: «Se vedèmooooo!»

Siccome, come ogni novella natalizia che si rispetti, non di meno la nostra può rinunciare al più feerico happy end, il paziente lettore, che abbia avuto la bontà di seguirci sin qua, sappia che appena dopo l'epifania, proprio il giorno dello sfratto esecutivo, mentre già si trovava sbattuta sul marciapiede, tra due valige di cartone e la carogna del cane, che non aveva retto a quell'ulteriore infamità, la famiglia De Dominiccis-Squanquaronzio si vide recapitare una festosa cartolina espressamente giunta dalle isole Cayman.

Ne lessero il retro, incuriositi:

«Ciao cari, grazie alla vostra esigua ma tempestiva elargizione sono infine riuscito a prendere il primo volo che mi ricongiungesse alle mie proprietà off-shore. Qua sono irrintracciabile.

Nella speranza che ve la passiate bene quanto me, un caldo abbraccio,

P. Del G.»

Natale e congiunti stavano ancora rileggendo, a dire il vero un filino amareggiati, quelle poche righe, quando si accorsero che il portalettere era rimasto inspiegabilmente lì accanto a loro, anche a consegna avvenuta. Quando gli rivolsero lo sguardo, il solerte funzionario fu lieto di puntualizzare: «La cartolina non è stata debitamente affrancata. Spiace, ma c'è da pagare la penale, signori miei...»

Mostra altro

TV

22 Dicembre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

 

I
Gli occhi
come i piatti di una bilancia
che ha per sostegno
un sentimento a ritroso:
mezzo chilo d’amore
e mezzo chilo d’odio
tengono i piatti in equilibrio.
Risultato?
Uomo da niente,
uomo di niente.

 

II
Sentimenti di Natale
rabboniscono il televisore.
E adesso
il tuo cuore
è un ornamento
che sai appendere
al rametto stilizzato

di un sogno narcotico,
di un sorriso plagiato.

 

Terzo comandamento: ricordati
di santificare il televisore.

 

Mostra altro
Pubblicità

Racconto di Natale: parte terza

21 Dicembre 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Ah, lasciare ogni fortuna alle proprie spalle con una risata! - come recitava il Grande Bardo.

Era proprio giunto il momento, per una sera almeno, di tirare un sonoro calcione alla vita superficiale che aveva condotto sino ad allora: al cenone inaugurato da un po' po' de caviale co' li tocchi grossi come òva d'oca e co' cert'ostriche ar cucchiaio che parèveno meduse appena aggallate. Al macchinone scì scì. Alla strappona sbrilluccicante da portàsse sotto l'ala alla serata danzante, pè fa bella figura co' l'amici. Un calcio ai comfort e ai lussi. Come pure alle aziende e alle grane connesse, ai reclami dei creditori, alle tasse, ai lavoratori senza paga. Proprio la sera del Santo Natale, poi, quand'è che rinasce, da dumìl'anni a 'sta parte, Nostro Zignòre, che ci insegnò appunto a rimettere piamente i nostri debiti...

Abbracciare, anche se per breve tempo, una vita frugale, miserevole, disadorna: che grande idea! Vivere per una volta mettendosi nei panni di uno dei suoi operai: se nun era spirito natalizzio quello! (eppoi, fàmo a capìsse, chi mai anderèbbe a penzà che l'ing. Del Grosso Pasqualo, sotto viggìglia, sta 'mbucato derènto er cesso de casa d'uno dei dipendenti sua?!). Così pensava, complimentandosi in imo corde con se stesso, l'ultimo dei Del Grosso - già a suo tempo insignito della laurea in ingegneria presso una delle più importanti facoltà del Burkina Faso via corrispondenza, oltreché di già divinato del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana, e in puzza da parecchio per il Cavalierato del Lavoro – mentre si stropicciava le mani e, lappolando i festosi occhioni a bulbo, inneggiava: «Suvvia, amici cari, che si dia inizio al cenone! Il cenone!» levatosi per un attimo dalla propria sedia, pigiata nel mezzo delle altre sedie della famiglia De Dominiccis disposte intorno alla piccola tavola rettangolare, coi relativi culi De Dominiccis (o née Squanquaronzio) appoggiatici sopra.

I componenti della famiglia ospite guardavano l'ospitato con deferenza, mista a timor panico, misto a crescente insofferenza, mista a un travaso bilioso, misto a un istinto omicida vieppiù pronunciato. Nessuno che osasse prender la parola per primo e farsi portavoce del generale malanimo: «Accà ci sta 'nu cazz'e nint', dottò!» Preferivano permanere a testa bassa, assoggettandosi tacitamente all'ignota evoluzione degli eventi.

Annunziata, senza dare troppo nell'occhio, scivolò verso la madia da cui trasse scarti di cibo o deterioramenti organici relegati lì dentro alla rinfusa, ne fece un impasto alla buona, che scallò poco poco a balneum Mariæ, dopo di che lo scodellò davanti all'augusto convitato, accompagnando il gesto con un commento didascalico e risoluto: «È tutto chell' che c'è rimanuto!» E tentava frattanto di darsi un qualche contegno.

Pasqualo non accusò il colpo, ma ringraziò e si getto a capofitto sul pasticcio, spazzolandolo in tempo record sotto gli occhi ploranti e sdegnati assieme degli altri commensali. «Ah, bontà divina! Che manine c'ha, signora mia! Bella e brava! Te sì che sei 'n omo co' tutte le fortune, ah Natalì!» A quel complimento, per la verità, l'irrigidimento di Annunziata parve un pocolino squagliarsi.

Finita la scorpacciata richiese il doveroso cafferino, seguito dall'ammazzacaffè (il fondo di un nocino che tenevano da conto comm' fùss'ò sang' 'e San Gennaro).

Poi, tentando di alzare la voce quel tanto da superare il coro di brontolii sempre più ostinati che le pance vuote del gruppetto di cristiani e del canide non la finivano di emettere, Del Grosso tenne però a precisare: «Non mancherò di ricambiare la vostra ospitalità, questo è chiaro. Vi inviterò da me, amici cari. Nelle magioni avite...»

E Annunziata, con occhio sempre più languido: «E da quanto tiempo li avìte?»

«Che cosa?» si sorprese Pasqualo.

«Codesti omaccioni di cui andate parlando...»

Pasqualo Del Grosso s'era accomodato. S'era rilasciato. S'era acclimatato e aveva familiarizzato col simpatico nucleo famigliare a tal punto che, nel giro di un'oretta e mezza massimo massimo si sentiva già ormai perfettamente a casa. Per finire in bellezza s'era pappato pur'anche la manciata di fagiuoli dalla scatola della tombola, così, crudi e rinseccoliti quali erano, e ora strippava spaparanzato sul sofà buco, a pancia all'aria, grattandosi rumorosamente il siedisopra, mentre il più piccirillo dei regazzini s'era messo, nascondoni, a leccare il fondo del piatto dell'ospite, giusto per mettere qualcosina sul palato...

Via via che la confidenza si era sviluppata, il visitatore si era dapprima allentato il giro della cravatta intorno al collo, quindi si era alleggerito della giacca sancrata, poi della camicia bianca candeggina, restando in un'altrettanto immacolata canottiera Dolce & Gabbana che ne risaltava il busto tuttora prestante: Annunziata, a quella vista, si morse ferocemente il labbro inferiore. S'era anche sfilato le Churchill infangate, accompagnando l'operazione con un «Oooooh!» che doveva esprimere tutto il deliquio per l'avvenuta liberazione da quella coriacea cattività. Levatosi i calzini in fil di refe, aveva domandato un pediluvio, cui la prole De Dominiccis aveva sollecitamente provveduto ricorrendo alla puntina di bicarbonato che rimaneva in dispensa sciolta in acqua càlla. Infine, fatta sua l'ultima nazionale del pacchetto di Natale, grato per la sentita strenna, se l'appicciò, continuando a mantenere, con l'altra mano, il vino in cartone, al quale generosissimamente s'abbeverava.

«Sapete che farei mò?!» chiese retoricamente rivolto alla famiglia che lo ospitava: dalle facce davano l'impressione di non saperlo, «Me metterebbe callo callo sur bordo daa piscina de casuccia mia, con un Martini ghiacciato stretto ammàno, un sigaro Cohiba nell'artra e sto da papa!... Perché, dite, voàntri come ce l'avete la piscina? Olimpionica? O a forma de faggiòlo, magara?»

«Nun la tenìmmo...» confessò, un po' imbarazzato il pater familias.

«Come, come? Cioè, tu me vòi dì che drent'a 'sta bigoncia... o internamente alla vostra tenuta, per meglio esprimersi, sète privi de piscine? E come mai?»

«Ehm... Preferiamo la doccia...» tentò di giustificarsi ancora l'interlocutore.

Dopo quella, Pasqualo tacque per un po'. Si sgarganellava il suo Tavernello. Terminato un cartone, s'attaccava al successivo. Andò a finire che in breve tempo aveva depredata l'intera prestigiosa riserva di casa De Dominiccis-Squanquaronzio.

La sua aria serena sembrava certificare una raggiunta riappacificazione con l'intero mondo. I De Dominiccis, da parte loro, lo fissavano a bocca aperta, come si osserva una bestia rara.

Dopo un po' che snasava tutto in giro, cominciò a incuriosirsi: «Mmm... Ma dite un po', pure voi, cari, avvertite questo pungente fetore?»

E Natale: «Mmm, seee... A dire ò vero sò juòrni e juòrni che ovunque vàco sento 'sta puzza...»

Pasqualo ci meditò un po' su, dopo di che si permise una domandina: «Mm, mm... Ma... sicuro sicuro che la doccia ti piaccia?...»

Poi venne il tempo della requie postprandiale, quando - ci insegna Galeno – gli umori che sottendono ai temperamenti, come da dei vasi comunicanti, si scambiano di tra loro quantità, proporzioni e corrispondenze e, una volta che, ormai sazi, da quella doppia specie di mangiativo e bibendum cui si è attinto nella loro iniziale pienezza metafisica, si trapassa, bocconcino bocconcino, in primis al bolo, in sequela al chilo, e da lì alla peristalsi colta nei suoi rotismi strada facendo sempre più raffinatori, sofisticati e, da ultimo, suscettivi di un aeriforme saluto finale che, abbandonando il corpo per l'uscita inferiore, altro non fa che esporre al mondo, nella sua sonora allegria, la felice conclusione del processo digestivo, le cervella, or non più gravate, in quel loro monistico viluppo, dalle necessità dell'area esofageo-stomacal-intestinale, infine son libere di perdersi dietro ad altri imperativi biologici, magari un po' meno urgenti quanto all'autopreservazione dell'individuo, ma non per questo meno salubri al fine di un'ottimale tenuta psicofisica.

In parole povere, dopo quella che il Belli nomava bravamente «l'ora der cazzaccio», sta a dire: la controra, il leggero abbiocco, o cecagna, ovvero pennica (o pseudo-tale) che coglie di regola il soggetto che si sia forse troppo precedentemente abboffato, indotta dai fumi e dai fluori di un'assimilazione quantomai macchinosa, ebbene, cassato quel naturale obnubilamento e riavuta appieno la forza di volontà che altrimenti l'assisteva, nella testa di Pasqualo presero a gemmare, concrescere e vorticare onninamente e tutto d'un colpo certe stuzzicanti ideuzze che fino a un attimo prima nemmanco era in grado di fantasticare.

Il sangue, or non più ingaggiato dal sistema vegetativo, ricominciava a defluire e scorrere altrove, lungo sedi periferiche la cui capacità di arrecare soddisfazioni si annunciava non meno promettente. Fu così che la signora De Dominiccis iniziò a sentirsi oggetto delle occhiatine sempre meno dissimulate, con cui da dieci minuti a quella parte il presidente, nonché proprietario unico, della Del Grosso Bitumini & Similia aveva preso a dardeggiarla.

E perfettamente rassomigliante a come le maree s'alzino e s'abbassino sotto l'influsso del satellite e della stella a noi più prossimi, rispondendo esse pure a quella forza di gravitazione universale che pretende che due qualsiasi corpi si attraggano secondo una reciprocità proporzionata alla distanza che li separa, anche il sangue di Annunziata, come per simpatia, come per una foscoliana corrispondenza d'amorosi sensi, andava agitandosi tal quale a quello che scorreva nelle vene e nelle arterie del suo sempre più incistato osservatore. Sobbolliva anzi, comm'ò ragù che stèva tutt'a nuttàt'a fà plòp plòp 'ncopp'a fiamma, rint'ò buio ra cucina 'e màmmesa. Mancava poco che quel sangue le si trasmutasse in lava, sotto lo sguardo levantino e provocante dell'importante invitato.

«E io tra di voi se non parlo mai capisco già tutto quanto,» avrebbe ben potuto duettare De Dominiccis Natale, insieme ad Aznavour, durante quell'amaro frangente. Tanto che, constatando la fulminea intesa instauratasi tra consorte e principale, si fece un po' da parte, lui e i figli - l'espressione da cane battuto che rivaleggiava alla pari con quella presente negli occhioni umidi di Maradona IV, che scodinzolava stancamente appresso alla tavola, nella vana attesa che qualcheduno gli riempisse la ciotola – e con un filo di voce, e la morte nel cuore, fece infine a Pasqualo: «Dottò, à camera da letto nostra sta di là. Nun è à stanza 'è Napuliòne, vabbuò, ma si vulìte favorire, se ve vulìte cuccà 'nu poco, nun facìte i complimentazzioni...»

«Venite, dottò. Vaa mostro je à camera da liètto...» Approfittò immantinente di quell'assist à mugghièra, che, disvelando un tantino il non disprezzabile décolleté, e sculettando ancora meglio di Maradona IV, lo chapperonò sin là dentro, anticipandolo di qualche passo e gettandogli durante il tragitto qualche golosa guardatina da sopra la spalla scoperta. Pasqualo la seguì tacco tacco come la Santa Pasqua segue la Quaresima.

Passò un niente e dalla stanzetta attigua provennero certi cigolii, certi lamenti, certe imprecazioni dalla sospetta escalation (il cui equivalente ginnasiale risulta peraltro essere climax).

«Macché, mammà sta male?» si informava il piccolo Ciro.

«No, no. Che te vai a penzà? Sta tutt'a pòst! Ce sta mamma là dìnt' che va chiedendo un aumento di stipendio all'Ingegnèro,» lo rassicurò papà suo.

Lo scambio secretivo en privé tra il Del Grosso e Nunziatella portò via non più di cinque minuti mal contati.

Per tutto quel periodo di tempo, il concertino di molle sotto sforzo e gemiti flegreo-trasteverini a go-go fu contrappuntato, con disciplina impeccabile, dalle lamentazioni del piccolo Ciro, piantato a una spanna dalla porta che sigillava la camera da letto: «Mammà, tiengo suonno. Pozzò tràsere? Fammi entrare, ché vado a dormire dentro ò cassettone mio,» implorava Ciruzzo.

A un bel momento però la soglia gli si spalancò innanzi: gli occhi gli si empirono della trama a righine sottili della canottiera indossata da Pasqualo, zona-panza. Se ne distolse arrampicandoli pian piano su per il busto, poi il torace, il collo taurino, quindi gli occhi del Del Grosso, ficcati di rimando avverso lui, che si potevano notare percorsi in contemporanea da un'aria di goduria per la refezione fisica da poco conclusa e, per altro verso, da un certo tono di disappunto: «Allora, regazzì, l'hai finita de scassà er cazzo?» gli domandò, senza troppi preamboli.

«Dovete scusarlo, dottò: à criatùra tiene suonno,» provò a giustificarlo Natale, dal limitare del tinello.

«Ennò Natale mio, così nun va. Nun te devi intenerì. Se te fai vedè troppo bbono er marmocchio s'approfitta. Duro devi da èsse. Mò te lo imparo io com'è che se raddrìzzeno li discoli!» Neppure aveva terminato la frase che Ciro già s'era trovato adagiato a panciarotta, contro il proprio volere, sopra il ginocchio dello sconosciuto, che a sua volta s'era accomodato sullo strapuntino più alla portata a beneficio dell'operazione in fieri.

Le chiappette smagrite di Ciro sbandieravano al vento, ma ci pensò presto Pasqualo a riscaldarle con una sequela di sculacciate a pieno palmo. Ciruzzo chiagnèva, ma Pasqualo, forte dello gnomico ammaestramento che andava impartendo al giovane sottoposto, non si fece commuovere. Anzi, tanto che bersagliava quel popò dalle nuance ormai color pervinca, ribadiva al genitore legittimo: «Nun te lo scordare mai, ah Natale mio: li fìi sò come li tappeti, si nun li batti se raggrìnzeno!»

«Ma pecché, dottò, vùje quanti figli tenìte?»

«Io? Macché so scemo? Manca ancora che me metto a fà dei rompicojoni che me gìreno peccàsa...»

Mostra altro

Serafino preposto al coraggio

20 Dicembre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

 

 

Gli angeli si diplomano al Conservatorio Astronomico perché studiano la musica che le sfere celesti producono ruotando. Fanno l’analisi armonica degli accordi supremi che, una volta, anche gli uomini eletti (Pitagora, ad esempio) avevano la forza e il diritto di ascoltare.

Gli esami sono molti, però che gran soddisfazione ultimare i corsi e ottenere infine (lode al Signore!) il permesso d’insegnare.

I miei studi sono a buon punto e fra poco l’esame conclusivo mi darà il titolo che sogno tanto: quello di Maestro!

Nel frattempo, grazie alle mie doti vocali, già occupo la carica di tenore-capo nella gerarchia lirica del Conservatorio: sono forse il più bravo, tra gli allievi di “Esercitazione corale”. E poi, dirlo mi riempie di gioia, lavoro come assistente di un angelo cherubino che scende ogni giorno in Terra, posandosi delicato sulla quercia di un bosco dolce e campagnolo, per educare gli uccellini al canto. Li abitua a portare il cinguettio in maschera e a sorreggerlo con il diaframma; non tutti riescono subito, anzi nessuno: perciò hanno bisogno di me, “serafino preposto al coraggio” che deve esortarli a ignorare la delusione.

Mi capita, spesso, di calmare i picchi, tanto irascibili da abbandonarsi a voli isterici e rabbiosi, dopo un acuto sbagliato. Per sfogare il rammarico dell’errore, percuotono il becco addosso agli alberi, facendosi (io credo) un male diavolo!

Allora intervengo: abbraccio con la mano grande il loro corpicino scosso dai nervi, accarezzo piano la testolina invasata di furore e fischietto per loro qualche melodia celeste; così, lentamente, l’ira si placa. L’agitazione, tachicardia dei nervi, torna ad essere tranquillità.

Una lezione dura da mattina a sera e in fondo non è pesante: diverse pause concedono sollievo alla stanchezza. Io mi apparto, negli intervalli, su di un ramo nascosto e mi svago a pensare. Se un’aria d’opera comincia a formarsi nella mia immaginazione, la scrivo per appunti sulle foglie pentagrammate che gli uccelli usano a mo’ di spartito e, magari, cerco di farla somigliare a quelle dei compositori più illustri. No, non Rossini o Mozart, come ritengono gli uomini, bensì Giove, Saturno e Urano, come noi angeli sappiamo benissimo!

Quando mi annoio, tento un’occhiata verso l’orizzonte e sempre vedo qualcosa d’interessante che mi convince a osservare il paesaggio. Ho una vista incantevole dagli occhi panoramici che possiedo in volto: gli avvenimenti fanno tappa nel mio sguardo, e nulla viene considerato con poca attenzione.

D’altronde come può sfuggirmi una persona bizzarra simile a quel prete in tonaca di gala, che si avvicina lungo il sentiero mostrando, allegro, un giglio all’occhiello. Ah no! Si tratta di un monaco elegante, che sfoggia un saio a coda di rondine… Macché! Ora lo scorgo chiaramente: è di sicuro un Beato, assorto nel compito di farsi propaganda (distribuisce infatti santini da visita a cacciatori e spaccalegna: “Casomai vi servisse una grazia…”).

Anche Satana gradisce, talvolta, un giro nei boschi: sale dall’Inferno e va a rintanarsi nel buio intricato delle macchie più fitte. Nella tenebra contorta dei rami bassi, in quella notte artificiale, trova l’ispirazione per musiche blasfeme: con spirito malvagio architetta note sacrileghe, bestemmie sinfoniche, allucinazioni sonore da far eseguire alla sua orchestra d’orchi.

Però i concerti non sono mai un granché ed anzi, in Paradiso, gli angeli ironizzano inventando dialoghetti briosi. È facile sentirli scherzare: “Ho fatto una volata all’Inferno per assistere a un’esibizione dell’orchestra d’orchi.”, “Ah sì? E chi suonava? Il primo violino?”, “No, il primo venuto: sai, era una cosa improvvisata…”.

Sorrido fra me per le battute ingenue dei colleghi alati, mentre la mia curiosità continua a sorvegliare la vita intorno. E mi accorgo di un simpatico ragazzo, seduto ai piedi d’una betulla, intento a deliziarsi del tepore e della luce. Sembra davvero uno scrittore, forse perché si è poggiato accanto uno strato di fogli che non smette di compilare, mano mano, a penna.

Affido agli occhi uno sguardo più pronto, per leggere le parole di quel ragazzo… ecco, finalmente capisco: è impegnato a buttar giù la recensione di un libro, che s’intitola Il Silenzio Stonato. Ha scelto la natura come ufficio di lavoro, quel ragazzo, e il suo inchiostro afferma, tutto disinvolto: “Rob Demàtt introduce la fantasia dei lettori all’uso narrativo dei ricordi, costruendo uno sfogo romanzato (dal linguaggio brillante e volitivo) che ha per contenuto un messaggio autobiografico: il sesto senso è quello di colpa. È il rimorso d’aver sprecato gli anni e la vita per dedicarci a illusioni che prima incantavano e che, adesso, ci deridono. Allora un’esclamazione prende in noi a gridare: “Temo il cielo e la terra; il tempo mi sta lasciando solo: entra nelle ossa la paura, il respiro non ha più forza nei polmoni e tutto mi incita alla morte!”.

Ma quando i cicli d’angoscia termineranno e la sofferenza non sarà che uno stimolo di guarigione, scopriremo sollievo anche nel dolore e, nel sollievo, amore”.

“Realizzerai i miei desideri?”, domanda l’uomo.

“Aspetta e spira…”, ribatte il destino.

Chissà per quale motivo, la recensione mi ha suscitato in mente questo lugubre giochetto di parole… Certo dev’essere triste per gli uomini ritrovarsi in mezzo alle ore, sempre minacciati da pene e afflizioni. Un giorno, però, avranno soltanto gioia e serenità, perché noi angeli provvederemo a convertire il destino!

Per il momento, io e il Maestro cherubino salutiamo gli uccelli agitando le ali (è sera, la lezione è finita) e torniamo lassù, nel Conservatorio Astronomico, a riascoltar le stelle.

 

Mostra altro