INTRODUZIONE ALLA VITA MEDIOCRE di Arturo Stanghellini (1887 – 1948)

Prima pubblicazione 1920
Si tratta di un memoriale di guerra scritto dall’ufficiale pistoiese Arturo Stanghellini che nella vita civile era un insegnante. È una raccolta di episodi che visse sul Carso e sugli altipiani, narrati con stile curato e atteggiamento riflessivo; non manca nel complesso un tono fortemente elegiaco, improntato a esprimere l’atmosfera luttuosa di una guerra dove molti cari amici dell’autore muoiono. Certi passi possono risultare piuttosto pesanti, anche se proprio la sua prosa dolente fotografa bene l’idea di sconsacrazione del territorio nazionale, invaso dopo il tracollo di Caporetto; a fatica lo stesso Stanghellini evita la cattura, registrando con mestizia la vergogna di uno sbandamento generale, ma anche la fermezza di alcune personalità che arginarono in parte il disastro.
In qualche caso, ma raramente, emerge una triste ironia, come quando il Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, interviene per ricompensare il reparto distintosi sul Monte Pecinka; a quel nome pronunciato durante la cerimonia, i soldati hanno un sussulto poiché non sapevano come si chiamasse il luogo dove si erano duramente battuti per tanto tempo. Bisogna scrivere il nome a casa, commenta qualcuno. È quindi una guerra anonima, senza luoghi e nomi noti, non si sa dove si combatte e forse nemmeno il perché.
Ma il dato saliente che spiega il titolo, è che per Stanghellini la guerra è tragedia ma è anche “vita vera” cui non può che seguire la “vita mediocre”.
Restiamo comunque lontani da ogni esaltazione vitalistica di tipo dannunziano. Nella trincea nascono amicizie, solidarietà, rapporti chiari, proprio sotto la spada di Damocle della morte: “E si pensa che la vita più forte era vicino a quella calda morte sanguinante”.
Nella pace vigono invece la mediocrità, la meschinità, la doppiezza. Quando nel novembre 1918 si conquista la vittoria, il reparto del giovane ufficiale non può sfilare nei paesi appena liberati dagli austriaci e gli viene preferito uno squadrone di cavalleria, ben più presentabile. Arturo non protesta; è la pace e quindi l’ingiustizia, commenta con rassegnazione. La stessa vittoria viene timidamente festeggiata dai suoi compagni perché il ricordo dei caduti è troppo fresco. Finita la guerra, non restano da vivere che le “ore piccine” della vita. Il lato più alto di essa è già stato speso. Inoltre, i reduci parlano solo a se stessi; come i vecchi garibaldini che sfilavano nelle ricorrenze e non capivano, secondo il memorialista, di essere inutili frammenti del passato, così i reduci non hanno nulla da dire ai più giovani o a chi la guerra non l’ha fatta. Ognuno ha avuto la sua vita, i suoi ricordi, le sue tensioni, ma il tempo invecchia presto tutto e quindi il proprio vissuto resta un patrimonio limitato a una generazione.
È un pessimismo in contrasto con la professione di Stanghellini che fu insegnante e che quindi dovette parlare alle nuove generazioni. L’autore sembra non credere nel valore del racconto di certe grandi esperienze e alla valenza didattica della testimonianza; eppure, l’aver scritto il memoriale va comunque in senso opposto rispetto al suo pessimismo. Può aver influito sulla sua visione il senso del dramma vissuto, quasi incomunicabile ai giovani per l’unicità del tributo di sangue versato. Ma il valore della sua testimonianza scritta rimane e ci parla ancora, anche dopo cento anni da quei fatti.
Gli elefanti

Siamo arrivati in India al seguito di mio padre che è una specie di ambasciatore inviato da sua maestà la Regina. Io e mio fratello non siamo contenti di questo trasferimento, abbiamo dovuto lasciare la nostra scuola privilegiata a Londra, tutti gli amici e, devo ammetterlo, una vita abbastanza agiata. Mio padre, con il tipo di incarico che ha, purtroppo, deve sottostare alle esigenze del suo ruolo. Già il viaggio è stato un inferno, arrivare dall’altra parte del mondo con auto, treni, cavalli ci ha tenuti impegnati per giorni e, ora che siamo arrivati finalmente, un sospiro di sollievo. Siamo di cattivo umore. Abbiamo trovato un clima decisamente non gradevole. Un'aria calda e umida che fa appiccicare i vestiti addosso e una puzza orrenda, nelle mia breve vita non ho mai sentito degli odori così sgradevoli. Non so nemmeno identificarli, un insieme di fetori uno peggiore dell’altro, dal letame di animali, a incensi nauseabondi e spezie di ogni tipo.
Io ho quindici anni e mio fratello dieci. Lui, come il solito, prende tutto come una specie di gioco. Non fa caso a queste cose, anche se stanco del viaggio e accaldato, senza problemi si è spogliato e gira per casa in mutande. Io, ovvio, non posso. Devo conservare un minimo di dignità e vado vestita come si conviene a una signorina della mia età e del mio rango. Ho notato, fra l’altro, che abbiamo molti servitori in casa e non mi piace farmi vedere in abbigliamento inadeguato, ne va del mio prestigio di padrona. Ho conosciuto una ragazza, la figlia di un componente delle autorità locali che è venuto a porgere i suoi omaggi a mio padre. Abbiamo fatto amicizia e lei mi ha avvisato che fra non molto il clima cambierà, è in arrivo la stagione dei monsoni e quelli sono sempre un rischio. Portano cattivo tempo, vento forte e alluvioni, specie nella parte meridionale del paese. Noi ci troviamo a Kochi e, ora che ho avuto modo di visitarne una parte, devo dire che non è poi così malvagia. Una città che presenta elementi di cultura non indifferenti. C’è sempre quella puzza per le strade, è un fattore contingente che non credo si possa eliminare. Come in ogni grande città, anche qui il divario fra le classi sociali è notevole anzi, direi che qui la povertà è tangibile e reale, la s’incontra a ogni angolo di strada. Noi siamo stranieri e facciamo parte di quella élite che ha conquistato il paese e cerca di controllarne le risorse sia umane sia economiche. Molti sono gli occhi che ci scrutano con una punta di astio.
Capitò all’improvviso: una mattina io e la mia amica stavamo andando in giro a visitare i monumenti, quando ecco una raffica di vento terribile. Laura, la mia amica, cosciente che stava per succedere qualcosa di pericoloso, mi afferrò per la mano trascinandomi di forza verso la strada di casa. Fu una fortuna quel suo gesto deciso, io avrei continuato a camminare senza preoccuparmi, ma lei sapeva cosa sarebbe successo. Non facemmo in tempo a entrare in casa che dal di fuori si sentì un rumore infernale. La furia del vento che soffiava impetuoso e un rumore sordo e cupo di acqua che sembrava il tuono di una valanga. Il mio sguardo era terreo, non sapevo cosa stesse succedendo, ma la mia amica per fortuna era vicino a me, mi strinse la mano sorridendo e rassicurandomi. In seguito mi disse che era la piena del fiume che, avendo accumulato troppa acqua a monte, adesso si scaricava a valle. Sentimmo la furia dell’acqua passare sotto le nostre finestre con un rumore assordante. Anche le pareti di casa, che in parte erano in legno, vibrarono al passaggio delle acque, poi come d’incanto tutto tacque. Ci fu uno spazio di tempo dove si sentiva solo un leggero fruscio di acqua, quello consueto di sempre. Il fiume passava proprio poco distante dalle nostre finestre. Sembrava che tutto stesse tornando alla normalità quando ancora una volta ci furono dei rumori strani.
Non pioveva, cosa poteva provocare quello sciabordio d’acqua? Cos’era quel rumore? Laura mi fece affacciare alla finestra e, con mio sommo stupore, vidi uno spettacolo indescrivibile. Un numero imprecisato di elefanti, come in una processione, stava percorrendo lentamente il fiume che, dopo la piena, era tornato a essere poco più di un ruscello. Che spettacolo! Sapevo della presenza degli elefanti in India e che vengono rispettati quasi come sacri. Immaginare l’India senza elefanti è come dire Londra senza il Big Ben. La mandria di grossi elefanti silenziosi marciava nell’acqua verso sud. Dopo il complesso abitativo in cui eravamo noi, c’era la foresta dove sarebbero usciti dall’acqua. Dopo la lunga stagione arsa finalmente potevano dissetarsi, lavarsi e anche giocare con l’acqua. Beati loro, a me toccava solo guardare da lontano, avrei preferito scendere anche io e sguazzare insieme, ma in quelle acque limacciose non era proprio il caso.
Intervista con l'artista Luigi Montanarini

Carissimi e fedelissimi lettori della signorasenzafiltri, bentornati al nostro mondo dell'arte, oggi incontrerò per voi l'artista toscano Luigi Montanarini, il nostro appuntamento è su Lungotevere e parleremo di arte facendo un giro sulla mia bici cubo, dite che non sapete che sia? Vi aggiorno subito, si tratta di una bicicletta a 4 ruote, a pedalata elettrificata da un motore dinamitoso a energia solare, derivata dai pannelli solari posti sul tetto della scocca in gomma piuma appunto a forma di cubo, ammetto che è un po' spigolosa, ma, in compenso, se cadremo rimbalzeremo e se ci urtassero non ci faremmo neanche un graffio, inoltre abbiamo a bordo tutti i comfort, musica, video, frigo bar e l'immancabile moka per il caffè... Eccomi arrivato.
- Maestro, benvenuto fra di noi.
- Ma figurati, grazie a te e alla signorasenzafiltri per avermi invitato.
- Maestro le va di pedalare?
- Veramente, avrei preferito la 500, comunque facciamo che vada bene lo stesso. Senti, Walter, bypassiamo il cerimoniale, chiamami semplicemente Luigi, dove andiamo?
- Vogliamo andare dove ci porta il cuore?
- E' fin troppo facile.
- Cappella Sistina?
- Mi hai letto nel pensiero.
Signore e signori, in questo momento io e Luigi Montanarini, pedalando con la nostra bici cubo, ci recheremo a parlare di arte all'interno della Cappella Sistina, sono sicuro che anche voi, amici lettori, ci seguirete... In un battibaleno di fantasia siamo arrivati, parcheggiamo ed entriamo.
- Luigi, se non avessi fatto l'artista che avresti fatto?
- Il presentatore televisivo.
- Ma ai tuoi tempi la televisione ancora non era nata.
- Sì, hai ragione, ma avrei potuto inventarla, anche Georges Melies non era mai andato sulla luna, eppure con il cinema è stato il primo a portare la gente sul pianeta degli innamorati.
IL LINGUAGGIO DELL'ANIMA E' SCONOSCIUTO FINCHE' NON DIVIENE PITTURA. (Luigi Montanarini)
- Neanche ai tempi di Michelangelo c'era la televisione o il cinema, eppure guarda che po' po' di film ha girato il nostro artista.
- Luigi, chissà quanti miliardi di linee avrà disegnato Michelangelo Buonarroti come preparazione per la realizzazione di questo capolavoro?
- Sicuramente un universo, un infinito universo di segni, e ogni tratto, ogni linea disegnata, era in quel momento lo scorrere della sua anima e, passando dal disegno alla stesura della pittura ad affresco, sulle pareti stava raffigurando il filmato della nostra esistenza, terrena e al di là della conoscenza.
- Luigi, che cos'era per te il disegno?
- Walter, era semplicemente il filo diretto con me stesso. Con la punta della matita poggiata sulla carta era come attaccare un filo elettrico per ricevere energia dalla mia mente e dal mio cuore e, attraverso di esso, disegnare era un tutt'uno fra la realizzazione grafica e la mia anima. Invece, quando disegnavo utilizzando il pennello intriso di tinta, era come camminare a piedi nudi su un morbido prato di mille colori, disegnare e dipingere era allo stesso tempo modalità comunicativa e passaporto per uno stato di armonia.
- Luigi, che ne pensi di internet e della tecnologia in generale?
- E' normalmente necessaria, ci sono aspetti interessanti ma...
- Ma?
- Ma credo che a Luigi Montanarini piaccia di più tutto quello che è poetico, tutto quello che è legato alla dimensione strettamente umana, per secoli e secoli abbiamo visto la bellezza e l'importanza dell'arte, possiamo anche inoltrarci nei meandri del nostro futuro ma non dovremmo mai perdere di vista chi siamo realmente.
- Eh, già, chi siamo?
- Una infinita emozione guidata dalla passione, dall'intelletto e dal cuore, l'arte è l'unico linguaggio universale, ora per esempio ci troviamo all'interno di un capolavoro realizzato dal talento e dall'ingegno dell'uomo, in futuro converrà non farsi prevaricare dalla tecnologia.
- Quindi vedi ancora roseo il futuro dell'arte?
- Se riusciamo a mantenerci appassionati, rimanendo seriamente attaccati alle nostre radici, e a divertirci come bambini, l'arte sarà immortale, anche se andassimo su Marte, con noi porteremmo le nostre opere realizzate tradizionalmente a mano.
- Qual era il tuo mantra da insegnante?
- Lavora, lavora, lavora, ma fallo ridendo nel tuo animo; con i miei studenti e assistenti sono stato un insegnante serio, metodico, preciso ma quando c'era da ridere e scherzare ero come uno di loro.
- Vogliamo parlare di quest'opera che ho portato con me?
- Sì, certamente, si tratta di un 50X30 realizzato a tempera su cartoncino. E' dell'84, lo realizzai per il mio amico attore Giorgio Cerioni, lui, scherzando, mi diceva sempre che avevo la faccia da americano e che negli USA mi avrebbero fatto diventare una star dell'arte e così gli realizzai quest'opera estemporanea un po' matta, un astratto allegramente dinamico e musicale, la musica è importante in ogni espressione artistica, serve a dettare il ritmo in ogni forma. Come puoi ben vedere, ho utilizzato solo 5 colori, il giallo, il blu, il rosso, il marrone, il nero, più il bianco del fondo per abbracciare la materia, pochi colori presi a caso, che poi tanto casuali non erano perché la scelta dipendeva dal mio cuore. Le prime spennellate svolazzanti di marrone per la base, dovevo riscaldare la carta, eh! Poi con due rapidi gesti il giallo e il blu, a seguire il dripping con il rosso in omaggio a Pollock, infine il nero come a chiudere il sipario dell'opera, mi ero divertito a realizzare questa piccola opera per il mio amico, avevo 78 anni e mi sentivo ancora un ragazzo... Appunto, ragazzo, adesso che ne dici di andarci a prendere un caffè?
- Sì, Luigi, ce lo siamo meritato... Amici lettori della signorasenzafiltri, io e l'artista Luigi Montanarini con la fantasia usciamo dall'intervista, voi, se volete, rimanete ad ammirare la Cappella Sistina, vi lasciamo in compagnia di un tesoro dell'arte. Ringraziandovi vi aspettiamo al prossimo incontro artistico.
I Britanni

410 d.C., dopo anni di dominio, finalmente i Britanni si erano liberati del giogo romano. Le ultime legioni avevano abbandonato il territorio, solo qualche sparuto gruppo di britanni romanizzati, indecisi su cosa dovessero fare, se restare in patria, a rischio perché non erano ben visti dai loro connazionali, o andare a Roma con le truppe, ancora si aggirava nei dintorni del Vallo di Adriano, ridotto a cumuli di pietre disseminate alla rinfusa nelle loro terre. Il lato negativo della partenza di chi assicurava ordine e leggi era, adesso, che tutte le tribù stavano riprendendo gli antichi odi razziali, le contese accantonate per anni e anni, tutto tornava a riemergere nel vuoto di potere che si era venuto a creare. Ogni tribù si sentiva in diritto di accampare pretese di comando e allora erano battaglie, agguati, violenze da parte di tutti. Non mancavano anche invasioni di popolazioni ostili, gente come i sassoni e gli angli, che abitavano di là del braccio di mare che divide la Britannia dal continente. In quel tempo così buio e difficile da vivere, molte di quelle tribù interne, che abitavano nel cuore del territorio, dove anche i romani avevano faticato non poco A domare le popolazioni, avevano ripreso antichi riti ancestrali. Era uso comune, dopo le vittorie sul campo di battaglia, organizzare delle grosse feste che in prevalenza si riducevano a orge e bevute di birra, la bevanda preferita dai guerrieri. Tutta la notte si brindava al capo che aveva portato gli uomini alla vittoria. Nei grandi fuochi che illuminavano la notte erano arrostiti, non solo animali per sfamare le truppe, ma molto spesso anche parti di organi dei prigionieri più valorosi. Era una prassi in uso in diverse tribù della zona. Anche i Caledoni della confinante Caledonia erano usi a questi cerimoniali. I druidi, che dirigevano le operazioni, erano convinti che il cuore, il fegato e il cervello di uomini valorosi e senza paura potessero trasmettere le stesse doti di coraggio a quelli che li avrebbero mangiati. Questo tipo di superstizione faceva sì che fosserono in molti a cercare di accaparrarsi gli uomini migliori catturati, per potersene cibare. La cerimonia prevedeva un rituale ben definito, gli uomini si vestivano di pelli animali, che a quelle latitudini consistevano per la maggior parte in tori dalle lunghe corna. Le bestie erano uccise senza rovinare le pelli che erano usate per le cerimonie. Quando tutto era pronto, le donne danzavano fino allo sfinimento al suono di tamburi e flauti di canna, i precursori delle future cornamuse. I capi si limitavano a osservare, i druidi si preoccupavano di soprassedere alla cottura delle carni. Capitava spesso che la materia prima richiesta fosse scarsa, i prigionieri erano solo dei semplici soldati e non valeva la pena interessarsi delle loro carni, allora si poteva assistere a duelli all’ultimo sangue, fra membri della stessa famiglia, fratelli, parenti, tutti si battevano per arrivare a prendere qualche pezzo pregiato del nemico ucciso. Le leggi romane, ovvio, non permettevano questo tipo di barbari rituali e i britanni, costretti a vivere in un modo inusuale per loro, fremevano. Erano stati troppi gli anni passati sotto le dure leggi romane, ora che finalmente erano liberi stavano sfogando tutta la loro forza e ferocia in lotte intestine e le antiche usanze erano state ripristinate. Le guerre più violente erano contro i sassoni che, in quanto a ferocia e violenza, non erano secondi a nessuno. Loro conoscevano bene le usanze barbare dei britanni e, in ogni scontro, cercavano di portarsi via i cadaveri dei loro morti in battaglia. Gli scontri fra questi due popoli erano sempre molto cruenti, i sassoni non facevano prigionieri, massacravano tutti quelli che incontravano sul loro cammino, lasciandosi dietro scie di sangue, i britanni invece portavano con loro i prigionieri, proprio per usarli nei loro festini. Dopo ogni battaglia la notte s’illuminava dei falò e l’aria si riempiva dell’odore acre delle carni arrostite. Spesso i prigionieri venivano messi al fuoco ancora vivi e le loro urla riempivano il buio della notte. Dopo ogni festino che si teneva nei luoghi più impensati, quello che restava sul campo era di un orrore infinito. Resti di arti, corpi semibruciati, uno scempio che dava fastidio anche solo alla vista. Le anime dei morti, non potendo raggiungere la loro dimora celeste perché i corpi non erano interi, si aggiravano ululando fra gli alberi. A volte si potevano vedere delle croci, quelle celtiche, con l’anello che chiude la croce, ma erano poche, in relazione al numero dei morti. Erano quelle dei collaborazionisti dei romani, vittime designate dalle tribù più intransigenti. I superstiti si accollavano l’impegno, ma erano come gocce nel mare. Le foreste erano disseminate di tanti di quei resti che dopo le battaglie, i druidi fecero in modo da vietarne l’accesso per molti anni, fino a quando l’ondata di ferocia non si placò con la pace stretta fra britanni e sassoni.
La resilienza

Il sogno

Il sogno era ricorrente. Non passava una notte senza che quella sensazione di vuoto non lo assalisse durante il sonno e, ogni volta, si svegliava nel cuore della notte in preda all’ansia e con il fiato corto. Il suo rapporto con Cecilia era finito ormai da oltre due mesi e, da quel giorno, si era presentato il sogno assurdo. Nel sogno lui camminava lungo una ferrovia e fin qui non succedeva nulla, poi, mentre lui proseguiva, all’improvviso i binari lo portavano in cielo, circondato da nuvole di ogni tipo e lui si sentiva leggero, non camminava sulle nuvole, ma sempre sui binari e questi erano sospesi nel vuoto, ed era proprio quella sensazione di poter cadere, di precipitare al suolo da un momento all’altro che lo faceva destare. Stava cominciando ad avere paura di addormentarsi perché non voleva più provare quelle emozioni. Voleva andare da uno psicologo, ma lui era sicuro di sapere il perché di quel sogno. Doveva essere il distacco da Cecilia, quell’addio scandito l’ultima sera passata insieme, lo aveva lasciato privo di sicurezza, la solitudine della casa vuota lo faceva sentire a disagio e, da quel disagio, poi il sogno. Doveva a tutti i costi parlare con la donna che aveva diviso con lui parte della sua vita, sapere cosa faceva e soprattutto il motivo che l’aveva spinta ad abbandonarlo: aveva trovato un altro amore? Possibile, si chiedeva, non le bastava quello che lui le aveva dimostrato sempre e in ogni momento? Come fare, non sapeva nulla più di lei, dov’era e cosa faceva. Dopo aver trascorso ancora molte notti insonni, l’ultima volta che si era addormentò, dopo aver lottato invano contro il sonno, si ritrovò come di consueto sui binari che si perdevano fra le nuvole; stava per provare la solita sensazione di vuoto, quando, fra le nubi bianche, in fondo all’orizzonte, apparve un puntino nero. Si avvicinava lentamente, e, man mano che veniva avanti, stava assumendo la forma di una figura umana. Lui, incuriosito da quella novità, si fermò a guardare. Quella che si stava avvicinando era una figura vestita completamente di nero. Un mantello con cappuccio che nascondeva la faccia. Quando arrivò abbastanza vicino a lui, con un senso di paura, si accorse che aveva le mani scheletriche, ebbe un moto di disgusto e un tremore lo prese improvviso, era la morte! Era venuta prendere lui? Non era possibile, lui stava bene in salute, stava per obiettare, anche se sapeva bene che con quella signora in nero non si poteva discutere, quando arrivava, il tempo era finito. A un tratto la figura in nero abbassò il cappuccio che copriva il capo e apparve la faccia pallida e delicata della sua Cecilia. Aveva una faccia triste, gli occhi chiusi. Guidato dall’istinto e dall’amore che ancora provava per lei allungò una mano per accarezzarla, ma, come una bolla di sapone, la figura scomparve. A quel punto si svegliò e si ritrovò sudato e atterrito dalla piega che aveva preso il sogno. Dopo mesi di continue passeggiate sulle nuvole ecco che rivede la sua Cecilia. Pensò che proprio da poco aveva deciso di rintracciare la ragazza e ecco che lei appare nelle vesti della morte. Un lugubre presagio! Che significato poteva avere quel sogno cambiato improvvisamente, non lo seppe spiegare. Il giorno dopo, poco prima delle dieci di mattina arrivò una telefonata. Era la madre di Cecilia, anche dopo la rottura lei aveva conservato un buon rapporto con quel ragazzo educato e sensibile. Lo avvisava della dipartita della figlia. La ragazza era morta, durante il ritorno dal lavoro, investita dal treno che tutti i giorni prendeva come pendolare.
Stefano Iachetti, "Laura Morante, in punta di piedi"

Stefano Iachetti
Laura Morante, in punta di piedi
Edizioni Sabinae - CSC Cineteca Nazionale, 2018
Pag. 170 - Euro 22
Grande formato - Illustrato - carta patinata
Stefano Iachetti è autore che conosco bene per aver apprezzato un suo pregevole testo su Asia Argento e soprattutto un libro di interviste alle protagoniste del cinema thriller italiano degli anni Settanta (La paura cammina con i tacchi alti, Il Foglio). Non delude neppure in questa agile ricostruzione della carriera cinematografica di Laura Morante, attrice in punta di piedi perché i suoi primi passi - è proprio il caso di dirlo! - li ha mossi come ballerina. Il libro analizza la vita artistica di un’attrice raffinata, a me cara sia per aver avuto i natali a Bagnore di Santa Fiora (luogo proustiano della mia infanzia), sia per averla apprezzata per la prima volta - in tutta la sua selvaggia bellezza - in Bianca di Nanni Moretti. Iachetti parla dei primi anni sulle tavole del palcoscenico teatrale con Carmelo Bene, delle frequentazioni cinematografiche con Giuseppe Bertolucci (Oggetti smarriti, La tragedia di un uomo ridicolo) e Nanni Moretti (Sogni d’oro, Bianca, La stanza del figlio...) - che la trasforma in attrice simbolo - ma anche dei film con Pupi Avati (Il nascondiglio, Il figlio più piccolo...), Carlo Virzì, Gabriele Salvatores... Non mancano note critiche e ricordi sulle due prove da regista di Ciliegine e Assolo, film risolti e convincenti, che hanno avuto poco pubblico ma molta critica entusiasta. Laura è attrice che piace a Nanni Moretti perché non ruba i primi piani e sa gestire il suo ruolo senza essere invadente, mentre Pupi Avati le contesta un eccesso di partecipazione alla scrittura, che non ritiene compito di un attore. Attrice sui generis, vocazione da scrittrice per il momento repressa, ma allevata come nipote prediletta di Elsa Morante (La storia, Il mondo salvato dai ragazzini...), quindi dobbiamo attenderci opere da autrice, come già fa notare la sua ambizione a diventare regista. Laura Morante ama affrontare nuove sfide, perché ogni volta che ricomincia da capo le sembra di ritornare adolescente e di dedicarsi a un mondo nuovo e inesplorato, lo dimostra la sua carriera: danza, teatro, cinema, regia, senza soluzione di continuità. Il libro di Iachetti è corredato di molte foto a colori e in bianco e nero tratte dai film di Laura Morante e dal suo album privato, stampato benissimo su carta fotografica, di grande ed elegante formato, come i classici libri di cinema curati dal Centro Sperimentale. Molte interviste, tra le quali spicca per la sua assenza (inspiegabile) Nanni Moretti, il regista che ha lanciato Laura, forse - come fa notare Iachetti con spirito citazionista - avrà pensato che non partecipando si sarebbe notato di più. Ma ci sono Pupi Avati, Carlo Verdone, Michele Pacido, Gianni Amelio e molti altri che hanno guidato Laura Morante, così come la protagonista commenta la sua carriera con arguzia e intelligenza, ricordando la famiglia e gli anni giovanili. Un libro imperdibile per i fan della Morante e per gli amanti del cinema italiano. Costa solo 22 euro (edizione di pregio) e li vale tutti.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
La scelta sbagliata

Partiti dalla lontana Scozia erano arrivati a Londra su una macchina sgangherata. Tutta la famiglia e tutti i beni degli ‘O Connor erano su quella macchina. Si erano decisi a recarsi nella capitale, causa la necessità di far iscrivere la figlia maggiore all’Università. Il capofamiglia, uomo diffidente e austero, dietro le continue insistenze della figlia spalleggiata dalla moglie, alla fine aveva ceduto e aveva acconsentito a intraprendere quel lungo e faticoso viaggio. Arrivarono di sera inoltrata, un tempo umido e freddo che aveva consigliato parecchi londinesi a restarsene in casa. Nonostante fosse venuto diverse volte in città, il signor ‘O Connor non conosceva bene le strade e, nel gelido silenzio di quella sera, si perse in vicoli oscuri. Si aggiravano spaesati in strade deserte e viscide di umidità. La loro meta era un albergo che avevano prenotato via internet, ma che al momento non riuscivano a trovare, unico punto di riferimento che avevano era che si trovava nelle vicinanze della torre sul London Bridge. Lasciarono il carro in un punto centrale, nei pressi di un incrocio dove erano a vista, qualsiasi emergenza poteva essere tenuta sotto controllo. Pensavano che, bene o male, in quell’incrocio qualcuno sarebbe passato. Il figlio maggiore e la madre rimasero a fare la guardia, mentre il padre e la figlia s’incamminarono verso la torre che avevano avvistata da lontano, perché si stagliava alta nel cielo. Quello era il monumento da tenere presente nella loro ricerca. Sapevano che era al centro della città e, dirigendosi verso quel punto ,speravano di trovare risposte alla loro necessità. Il loro albergo era nelle vicinanze e non sarebbe stato difficile rintracciarlo. Per la cena non si preoccupavano, sul carro avevano tutto il necessario portato da casa, non valeva certo la pena spendere dei soldi per del cibo. Arrivarono ad un punto dove bisognava attraversare una grande piazza. Per comodità di chi camminava a piedi, per evitare di incorrere in incidenti dovuti al traffico di auto, erano stati istituiti dei sottopassi, bastava scendere pochi scalini e percorrere un corridoio che si sbucava dall’altra parte, un percorso breve che alleviava i disagi di attraversare una piazza in mezzo al traffico. Padre e figlia adesso erano all’imbocco del sottopassaggio indecisi, non tanto la ragazza, ma l’uomo era fortemente propenso a non scendere sotto quel cunicolo oscuro. Erano fermi già da un po’, il timore del silenzio e di quel budello oscuro gelò l’entusiasmo di trovarsi nella città simbolo della nazione.
"Dai papà scendiamo, che problema c’è? Sono stati creati appositamente per farci passare le persone, per agevolare il passaggio verso l’altra parte della piazza, non ci può essere niente di male. Allora, cosa hai deciso, andiamo o torniamo indietro?"
"Aspetta un momento figlia mia, non sono mica stupido, so bene che è un sottopasso e a che cosa serve, ma tieni presente che siamo in una grande metropoli, è sera, il tempo è uno schifo, finora non abbiamo incontrato anima viva, possibile che sia una città deserta? Londra può essere tutto ma non è certo una città fantasma, le persone ci sono e a questa ora delle notte ci deve essere qualcuno per strada, no? Metti che sono là sotto aspettando chi passa per derubarlo? Non sto dicendo fesserie, ho letto molto su questi fenomeni. La sera, quando scende il buio, tutto rientra in una specie di coprifuoco, le persone sono a casa, i poliziotti hanno smesso il loro turno e quelli che delinquono ne approfittano. Senti, io là sotto non ci passo va bene? Siamo venuti in città per degli impegni che dobbiamo onorare e ho addosso molti soldi, se ci rubano è finita, per me, per te e per tutti. Visto che non c’è traffico, non dovrebbe essere complicato raggiungere l’altra parte. Perché non attraversiamo la strada, o quello che c’è da attraversare in superficie, così arriviamo lo stesso dove vogliamo?"
"Va bene papà, però tieni presente che non sono d’accordo, si poteva scendere tranquillamente. Allora andiamo?"
I due si avviarono. C’era una piazza molto grande da passare. Erano lì sul ciglio della strada, davanti a loro l’ampio spazio deserto della piazza, il selciato era lucido come se avesse piovuto e rifletteva la fioca luce dei lampioni. Non avevano fatto nemmeno due passi verso il centro della piazza che improvvisamente alle loro spalle, provenienti da una via laterale immersa nell’oscurità, apparve un gruppo di uomini dalle facce patibolari. Messi alle strette e sotto la minaccia di coltelli, furono costretti a svuotare le tasche. Rubarono tutti i soldi che aveva messo da parte per la figlia e se ne andarono soddisfatti del bottino. Ridevano in modo sguaiato e uno di loro fra una risata e l’altra commentò ad alta voce:
"Ve lo avevo detto che conveniva aspettare qua e non là sotto, la maggior parte delle persone ha paura di entrare nel buio e sceglie di attraversare la piazza sicuri che all’aperto non può succedere niente di male, mentre noi, invece, li aspettiamo proprio qua."
Aldo Dalla Vecchia, "La capra crepa"

La capra crepa
Aldo Dalla Vecchia
Pegasus Edition, 2018
pp 84
12,00
Ho visto nascere e crescere questo libro giorno per giorno su Facebook, essendo io uno dei contatti di Aldo Dalla Vecchia, scrittore, giornalista e autore televisivo, di cui seguo le sorti letterarie fin dal romanzo d’esordio, Rosa Malcontenta. Aldo è un gentiluomo d’altri tempi, un signore che – lavorando lui in campo televisivo – mi piace accostare a personalità del tipo di Corrado, Magalli e del povero Frizzi: gentile, educato, all’antica e ironico, di quell’ironia caustica ma buona ed elegante. Ogni giorno pubblicava un post in cui elencava le espressioni che, a suo dire, gli “facevano venire la psoriasi”. Da questi post è nato La capra crepa, un libello in cui vengono mostrate 333 di queste sgradevoli locuzioni. Alcune sono veri e propri strafalcioni grammaticali, altre sono modi di esprimersi entrati nell’uso comune, che, però, fanno accapponare la pelle. Vedi le italianizzazioni delle parole inglesi (tipo defolloware, unfriendare), vedi le abbreviazioni, spesso meneghine, dei termini italiani, come se a finire la parola si perdesse troppo tempo. Vedi i cliché abusati e le frasi fatte di cui si è perso anche il significato originale.
In effetti, pure io ho avuto l’impressione che, ormai, le persone “aprano bocca e diano fiato”, come diceva mia nonna, nel senso che nessuno - nemmeno in televisione o persino al telegiornale - si chiede più se quello che sta dicendo è corretto o se è solo un vago sentito dire.
D’altra parte non si può nemmeno fare i puristi a oltranza, perché la lingua è in movimento e si evolve, nessuno si sognerebbe di comunicare nell’italiano di Dante e neppure in quello dei nostri nonni nati nell’ottocento. Ci vorrebbe, però, almeno un minimo di regola, un accordo comune, in modo che parlare non diventasse una questione privata, insomma un’opinione. Personalmente cerco di non impoverire l’italiano usando sempre l’espressione corrispondente inglese, bensì adoperando quest’ultima come un sinonimo, come una possibilità in più.
Le capre del titolo siamo tutti noi quando ci lasciamo irretire da slang, da scorciatoie linguistiche, da neologismi che durano lo spazio di una stagione. E queste nuove capre, questi neo analfabeti, si trovano a tutti i livelli, come dicevamo, anche fra chi scrive per mestiere, chi fa televisione, chi parla in pubblico. E, se si fa loro notare che sbagliano, apriti cielo, si è “saccenti” e “pedanti”, non si capisce il bisogno di libera espressione e scrittura di getto, la vena artistica inarrestabile.
Ovunque, in campo linguistico, vige un’anarchia spaventosa e pericolosa, l’ignoranza è stata “sdoganata”. (Ecco, ci sono cascata anch’io, perché sdoganare è, appunto, una delle parole che Aldo aborre.) Io penso che questo vada di pari passo con la fine della vergogna. Tutto è approssimativo e lecito, nessuno si vergogna più di nulla.
Intervista a Tony Mal

Amici lettori della signorasenzafiltri, oggi Walter Fest ha il piacere di presentarvi Tony Mal, un personaggio del fantasioso spettacolo teatrale e cinematografico Internazionale e, dato che i miei consueti appuntamenti si svolgono in luoghi all'aperto, oggi io e Tony Mal andremo a disquisire di cose varie e di cinema, vedendo per voi il film Avengers: Infinity war.
- Ciao, Tony.
- Ciao, Walter, hai portato qualcosa da sgranocchiare?
- Sì, pop corn, patatine e birra.
- Birra? Ma almeno è gelata?
- Sì, come un gelato.
- Ah, cominciamo bene!
- Tony Mal, puoi parlarci del tuo personaggio?
- Certamente, ecco, vedi, io sono un tipo timido ma anche un po' sarchio, un tipo sveglio ma anche un po' mollicone, finché non ho incontrato Tatiana.
- Un incontro determinante al buio.
- Più che altro a luci rosse, la prima volta che ci siamo conosciuti abbiamo fatto il kamasutra del rock and roll ed è stato lì che è nata la scintilla.
- E poi?
- E poi ho iniziato la mia carriera tutto sesso pazzo a tutte le ore.
- Una grande opera comica.
- Sì, comica e anche futuristica, ma non posso dire di più senza il consenso dell'editore.
- Capisco, senti, Tony, allora puoi parlarci dell'esperienza teatrale?
- Ti confesso che in teatro abbiamo avuto qualche problema con le attrici, se, da un lato, la compagnia risparmiava sui costumi perché le attrici erano nude, da un altro esse si lamentavano perché sentivano freddo, io ho provato a riscaldarle con del vero sesso ma non hanno accettato perché si allungavano i tempi di recitazione e così abbiamo risolto tutto con la scenografia.
- Io ne so qualcosa.
- Eh, già.
- Insomma, questo nuovo sesso moderno e innovativo ha funzionato?
-Sì, certamente, era ora di dire basta con il solito tran tran sessuale, grazie a Tony Mal con tutto il resto della compagnia scoprirete un nuovo mondo.
- Farai un film?
- Beh, sì, dopo gli ultimi miei successi "Amore mio non vedo il foro", "All'alba ne avevamo fatte sei" e "Due tette sotto il letto di latta" gireremo "Tony Mal sesso pazzo a tutte l'ore". Con un sovrapprezzo di 100 euro alla cassa potrete avere anche la versione 3d con uno sconto del 10% per comitive, vi consigliamo di prenotare, dopo lo spettacolo pasta e fagioli per tutti... a proposito, Walter, puoi passarmi un po' di pop corn?
- Certo... che ne dici di questo film che stiamo vedendo?
- Avengers: infinity war, ne saranno felici gli appassionati dei super eroi, bello, ricchissimo di effetti speciali, ho l'impressione che in certe scene si rischi di dormire, alcune per i miei gusti sono troppo buie, influisce anche la colonna sonora un po' retrò, poi di colpo ti risvegli con le azioni super veloci che ti tengono incollato alla poltrona. Leader del film, anche grazie alla sua prestanza fisica, è Thanos, uno dei protagonisti, un falso buono che ti manda apparentemente in confusione perché ti fa quasi commuovere, ma poi alla fine ammazza tutti e pure mezzo pianeta.
- Pure l'Uomo ragno?
- Sì, anche lui, anzi, uno alla volta annienta quasi tutti i protagonisti del bene, questo film è un grande alternarsi di azioni, di battaglie, di personaggi che, alla fine, sconfitti usciranno di scena; 149 minuti dopo i quali sembra che per l'umanità non ci sia scampo, ma c'è un colpo di scena e quello che succederà nel futuro lo scopriremo a quanto pare, coming soon nel 2019.
- Fiùùùù... meno male!.. Dai, Tony, adesso salutiamo i nostri amici lettori della signorasenzafiltri, vi aspettiamo alla prossima intervista pazza e in teatro... tutti nudi... tutti nudi?... Ma no, scherzavo! Venite pure vestiti di tutto punto ma ricordatevi che con Tony Mal il sesso diventa pazzo a tutte l'ore.
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