Beata panzanella

Dal 28 al 30 luglio torna a Montalcino (SI) la Festa titolare del Beato Giovanni Colombini con la seconda edizione di 'Beata Panzanella, gara gastronomica, giocosa ma non troppo, dedicata al tipico piatto povero toscano e al suo inventore
Chiunque potrà partecipare alla tre giorni di festa e al concorso – in programma domenica 29 luglio – con una propria ricetta,
che verrà valutata alla cieca da una giuria di giornalisti ed esperti. Ma anche il pubblico potrà assaggiare e dire la sua.
Fattoria dei Barbi | Loc. Podernovi 170 | Strada Consorziale dei Barbi | Montalcino SI
Montalcino (SI). I Colombini della Fattoria dei Barbi a Montalcino |www.fattoriadeibarbi.it, celebri produttori di Brunello, sono la più antica famiglia documentata a Montalcino: nel 1352 Tommaso costruì il Castello di Poggio alle Mura e dopo pochi anni il Beato Giovanni predicò nella chiesa di S. Agostino.
Per ricordare sei secoli e mezzo di matrimonio con questa bella terra, i Colombini celebrano ogni anno a fine luglio la Festa Titolare del loro Beato: quest’anno in programma saranno tre i giorni di festa, sabato 28, domenica 29 e lunedì 30 luglio, in cui saranno aperte gratuitamente le parti storiche delle cantine di invecchiamento, i giardini privati e il Museo del Brunello a tutti i visitatori.
Da sabato a lunedì compreso ci saranno visite guidate gratuite - con orario 12:00, 15:30 e 17:30 - con racconti, aneddoti e curiosità e, domenica 29 luglio, per il secondo anno, la divertente “disfida della panzanella”, piatto che la leggenda vuole inventato proprio dal Beato Giovanni: un concorso gastronomico – Beata Panzanella - che invita tutti gli appassionati di cucina tradizionale toscana a mettersi in gioco e a presentare la propria interpretazione del piatto.
Chi lo desidera potrà mangiare sia a pranzo che a cena alla Taverna dei Barbi che per l’occasione presenterà la rivisitazione della Panzanella del Beato a cura dello chef Duccio Lorenzini e uno speciale piatto medievale ispirato ai tempi in cui visse il Beato, ma ci saranno anche tanti piccoli assaggi gratuiti per tutti di vini, salumi e formaggi della Fattoria.
Per iscriversi al concorso, prenotarsi per pranzo o cena o per avere ulteriori informazioni sulla Festa titolare del Beato Giovanni Colombini e sulla gara Beata Panzanella:
CONCORSO GASTRONOMICO
'BEATA PANZANELLA 2018 | seconda edizione
GARA GASTRONOMICA, GIOCOSA MA NON TROPPO, DEDICATA AL TIPICO PIATTO POVERO TOSCANO E AL SUO INVENTORE,
IL BEATO GIOVANNI COLOMBINI, NEL GIORNO DELLA SUA FESTA TITOLARE
Chiunque può partecipare alla disfida, purché non sia un professionista della ristorazione e abbia voglia di divertirsi.
Semplice la formula: basta iscriversi (è gratuito) scrivendo a info@fattoriadeibarbi.it o telefonando allo 0577 841111 [oppure sabato e domenica 0577 841205], preparare una panzanella per almeno 6 persone secondo la propria interpretazione, allegando la ricetta e indicando ingredienti, quantità, modi esecuzione e quant’altro ritenuto importante, e portarla entro le 11:30 del 29 luglio 2018 alla Fattoria dei Barbi in Località Podernovi 170 a Montalcino (SI). Una giuria di giornalisti enogastronomici e addetti ai lavori la assaggerà in modo anonimo, stabilendo quale sia la migliore. Ma anche il pubblico potrà assaggiare e dire sua. Una competizione giocosa che vede in palio, per chi salirà sul podio, bottiglie di vino della Fattoria dei Barbi tra cui Sua Maestà il Brunello.
Perché la panzanella
È uno dei piatti estivi più tipici della cucina toscana, semplice e gustosissimo, che la leggenda vuole creato dal Beato Colombini ma che nel tempo ha saputo evolversi in ogni casa secondo la personalità di chi la prepara e gli ingredienti a disposizione. Esistono i puristi della panzanella e chi invece non può concepirla se non arricchita di ogni ben di Dio. Vedremo chi vincerà.
Così nacque la panzanella
"Erano gli anni tremendi di metà Trecento, subito dopo la Peste Nera. Le campagne erano devastate, la gente era stremata. Il Beato Giovanni Colombini guidava una torma di miseri di città in città, affidandosi alla carità per sfamarli. Ma c’era troppo poco e nulla da donare, così Pienza gli chiuse le porte. Il Beato aveva solo due croste di pane per una moltitudine ormai priva di speranza. Con quel poco non poteva far nulla, così alzò gli occhi al cielo e pianse. Le lacrime salarono il pane e, miracolo, un olivo bruciato produsse nuovi frutti. Anche la terra improvvisamente verdeggiò di ortaggi. Il Beato ringraziò il Signore e con le mani spremette le olive traendone l’olio. Con quello condì il pane e gli ortaggi e per almeno una notte sfamò i bisognosi. Fu un miracolo di pietà e i nostri tempi disincantati non credono più a queste belle storie. Prendetelo allora come un gioco e godetevi la buona panzanella, creata dal mio avo Giovanni per amore di chi non aveva nulla”. Stefano Cinelli Colombini
La Festa titolare del Beato Colombini con la seconda edizione di Beata Panzanella prosegue la stagione degli eventi 2018 alla Fattoria dei Barbi programmati con cadenza annuale: qui il calendario completo >> https://goo.gl/rGdjQc
Olivella sposa novella
Sebbene forse meno famosa, c’era anche lei, Olivella sposa novella, della pubblicità Bertolli. La giovane sposa dal moderno caschetto aveva un’amica attempata, segaligna e acida, con una “cofana” di capelli cotonati in testa. Qualunque cosa Olivella cercasse di fare, lei, invidiosa, la imitava, ma con risultati disastrosi.
Qui si ritrova tutto lo schema della fiaba: giovane/figlio minore uguale bello, buono e degno di successo. Vecchio uguale antipatico e maligno. Solo la bontà e bellezza vengono premiate alla fine.
Non capisco perché “tutto vada bene solo a te” si lamentava l’amica acida usando addirittura un ormai defunto congiuntivo.
A pensarci bene, queste degli anni sessanta e settanta erano già tutte pubblicità di content marketing. Messe da parte negli anni ottanta, le pubblicità basate su contenuti seriali sono ora ricomparse di prepotenza. Insomma, non abbiamo inventato proprio niente di nuovo!
Arte al bar: GIORGIO DE CHIRICO le muse inquietanti
Sono qui seduto al bar. Intorno a me gente che entra e che esce, distratta nei propri pensieri. Mi piace trovarmi in un classico bar e parlare di arte, anche per pochi minuti, con gente comune, gente che sicuramente ha tanti di quei problemi quotidiani che l'arte, seppur possa piacergli, non ha tempo né occasione di apprezzarla in toto. Io mi sono preso l'impegno di aprire questo dialogo, convinto che l'arte debba essere disponibile e alla portata di tutti, non solo per chi ne studia, o per gli addetti ai lavori, oppure per una ristretta ed esclusiva parte di appassionati, l'arte è intorno a noi normalmente, solo che non ce ne accorgiamo, e magari si ritiene un museo, o una struttura simile, roba da vecchi. Il luogo comune fra la gente è che l'arte è bella ma non se ne capiscono a fondo i significati, e ora noi della signoradeifiltri vi daremo una mano ad aprire gli occhi su questo fantastico mondo, per fare questo sarò costantemente in compagnia di personaggi vari e variopinti, che vi presenterò di volta in volta e che mi accompagneranno in questa avventura.
Oggi sono in compagnia di Paolo, un impiegato di un'agenzia di assicurazioni, parleremo delle "Muse inquietanti" un'opera realizzata da De Chirico fra il 1917 e il 1918, un olio su tela nel formato 97X67.
1888, 10 Luglio, nascita di Giorgio De Chirico, da allora sembra essere passata un'eternità, 1888 solo a pronunciarlo ha il sapore di antico, l'Italia si era riunificata solo pochi anni prima a colpi di palle di cannone, sciabola e moschetto, eppure, successivamente, dopo un periodo storico relativamente breve, il mondo si sarebbe trasformato modernizzandosi, la guerra, il primo conflitto moderno, avrebbe spinto l'industrializzazione e tutto non sarebbe più stato le stesso.
- Ciao, Paolo, buongiorno.
- Buongiorno a te e a tutti i lettori di signoradeifiltri.
- Paolo, prima che tu vada in ufficio, vorrei parlare con te di un artista e farti andare al lavoro con un po' di colore negli occhi.
- Walter, buona idea.
-L'atmosfera di quell'opera assomiglia un po' a queste prime ore del mattino non trovi?
- Però non dirmi che i due manichini siamo io e te, eh?! E la donna seduta in primo piano senza testa? Non può parlare, non può vedere, non ha le mani, e ha le braccia legate, quest'opera è un capolavoro ma non fa per noi, è veramente inquietanteeee! Walter, pensi che i giovani non conoscano bene Giorgio De Chirico?
- E' normale, i giovani sono troppo presi dalla tecnologia, se solo si entusiasmassero di più per l'arte, scoprirebbero che De Chirico era un artista troppo moderno, anche se nato nell'800, appunto, nato a cavallo fra il passato e il futuro. La vedi quella prospettiva, quel piano che sembra inclinato verso l'orizzonte?
- Sì.
- Bene, è il passaggio dall'era classicheggiante al moderno materialismo, ma sulla destra c'è una lunga ombra che oscura l'architettura e anche te, il manichino in secondo piano con le braccia alzate.
- Ma non voglio essere io!
- E, invece, sei proprio tu, e quello in primo piano sono io, non ho la bocca per parlare e gli occhi per vedere, sono senza braccia, fermo, inanimato, leggermente piegato sull'onda d'urto dell'ombra che sta per attanagliarci, inesorabile raggiungerà il rosso castello Estense di Ferrara, forse risparmierà le ciminiere delle fabbriche troppo lontane, che, però, presto saranno ricoperte dal cielo di un verde plumbeo.
Il manichino seduto in primo piano è una musa dai fianchi larghi, simboleggia una donna con un buco sotto il petto, troppa rabbia nello stomaco per vedere i propri figli andare alla guerra, i due manichini senza volto, senza parola, senza un movimento. Povera umanità, l'intelletto è prigioniero della nuova era moderna prevaricatrice sull'ideale e sull'animo classico, plasmato sull'essere umano che adesso è vittima del progresso e della barbarie.
Nel 1917 la guerra è mondiale, l'ombra di essa offusca le menti, puoi vederlo nel colore spento dell'opera, acceso solo dal grande talento dell'artista, non si può fermare il sogno, la fantasia, tutto quello che vorrebbe dire ma gli viene impedito, riesce a manifestarsi attraverso la tecnica e il simbolismo delle forme, non c'è negatività che possa impedire all'artista di dipingere una scatola in basso ai piedi del manichino, in spicchi bianco, verde, nero, rosso e giallo, tinte vive, forti, senza ombre, senza sfumature, tinte per indicare che non tutto è finito. L'artista spiega a modo suo che la speranza è ancora in piedi, l'ombra lambisce ma non può coprire l'animo di uomini e donne venuti al mondo per vivere in libertà e in armonia.
- Paolo, mi è venuta un idea.
- Quale?
- Togliti giacca e cravatta e saltiamo dentro l'opera, la piazza è in salita ma è grande, io mi rimetto la testa sulle spalle, tu infilati i pantaloncini, prendi un pallone e andiamo a giocare, qualcuno di voi lettori può anche andare in bicicletta, correre a piedi fino al castello, passeggiare portando a spasso il cane, leggere il giornale. Sotto i portici magari troverete un caffè dove chiacchierare, queste sono cose normali, la vita non è fatta per fare la guerra.
- Sono pronto.
- Bene, chi perde paga la pizza ai lettori
- Ma sei pazzo? Sono più di 1000!
- Scherzavo, a questo potrebbero pensarci i nostri sponsor.
- E, con la donna seduta in fondo alla sala che ci è stata a sentire finora facciamo?
- Parla piano, non svegliarla, è Giovanna la Milanese, non vedi alla sua destra la stecca da biliardo?
Se sa che andiamo a giocare a pallone, ci dirà che siamo due stupidi sognatori, a te rimprovererà di fare tardi in ufficio, dai, andiamo sulla piazza di De Chirico, glielo diciamo dopo come è andata.
Forza lettori, che aspettate? Fate un salto, qua la mano, magari là in fondo troveremo pure Giorgio De Chirico per salutarlo... per la pizza scherzavo, eh!
Ci vediamo al prossimo artista, non vi faccio nomi per non guastarvi la sorpresa, noi, intanto, su questa piazza abbiamo altre cose da fare, amici lettori di signoradeifiltri, Walter Fest vi abbraccia con il ciaooo più grande del mondo!!!
Io e Facebook

CENTO39 word story

A quanto pare, narra la leggenda, che poi sia vera oppure no, che, insomma, Ernest Hemingway, una volta, per scommessa sfidò dei suoi amici che avrebbe scritto una storia in sei parole, scommessa che vinse con "For sale: baby shoes, never worn" (In vendita: scarpe da bambino mai indossate). Bene, ora io non sto qua a emularlo, però l'idea mi piace e, invece che scrivere con sei parole, l'ho fatto con 139, è un numero a caso, potevano essere 54 oppure 126. Quindi, adesso, amici lettori della signoradeifiltri, ho scritto per voi questa storia da 139 caratteri che, posso garantirvi, è stata realizzata di getto, ho improvvisato e in soli 139 caratteri, fidatevi c'è molto di più.
BEFFARDI
Un uomo dai bianchi capelli come me mi ha perculato beffardo, beffardo ero anch'io, mi brillavano gli occhi, gli ho girato le spalle, poveraccio non sapeva chi ero io.
A questo punto vi lascio immaginare la scena, vi lascio immaginare i dialoghi intercorsi fra i due, vi lascio immaginare i profili dei due personaggi dai capelli bianchi, vi lascio immaginare il loro passato e il loro presente, ognuno di voi può farlo a proprio piacere, vi lascio sognare orizzonti d'amore o storie personali fatte di esperienze tristi oppure esaltanti. Lo scrittore vi ha aperto una porta, potete entrare, accomodatevi e iniziate a sognare.
La mitologia classica

«Mito» e «Mitologia» sono due parole di origine greca e per gli antichi greci «mito» significava semplicemente «racconto», «storia»; la «mitologia» era l'insieme di questi racconti. Per noi, oggi, la mitologia classica è l'insieme dei racconti mitici di origine greca e romana, appartenenti a epoche diverse.
La mitologia greca è più ricca di quella latina e la influenza moltissimo; tuttavia anche la mitologia romana ha mantenuto una sua originalità e ha conservato e rielaborato storie antichissime, precedenti al contatto con i Greci, come le vicende di Romolo e degli Orazi. La mitologia greca, d'altra parte risente delle influenze delle civiltà del Mediterraneo e dell'Oriente (Cretesi, Siriani, Sumeri, Assiri, Babilonesi, Ittiti...); anche questi contributi esterni, però, hanno raggiunto la loro espressione più alta proprio nell'incontro con la cultura dei Greci, per cui oggi, comunemente, la parola «mitologia» è sinonimo di «mitologia greca».
Quando gli antichi Greci parlavano di miti, si riferivano alle storie tradizionali degli dei e degli eroi, senza preoccuparsi di distinguere gli elementi di verità da quelli puramente fantastici presenti in esse. Solo nel v secolo a. C., storici come Tucidide e filosofi come Platone separarono la narrazione di fatti reali dal semplice racconto, il ragionamento logico dal mito, che spesso era opera di fantasia e quindi non veritiero.
Il significato che hanno oggi per noi espressioni come «il mito del successo» o «il mito della razza», derivano proprio da questa interpretazione dei mito come idea nella quale si crede profondamente, ma che è altrettanto profondamente falsa.
Ezio Cardarelli, "Mario Brega - Biografia"

Ezio Cardarelli
Mario Brega - Biografia
Ce sto io … poi ce sta De Niro
A Est dell’Equatore, 2018
- Euro 14 - pag. 200
www.adestdellequatore.com – info@adestdellequatore.com
Impaginato come un film western degli anni Settanta, diretto da Sergio Leone e interpretato da Mario Brega nei panni del caratterista cattivo, copertina anticata, autori inseriti come in un cast cinematografico, con il produttore (editore) in alto a presentare il lavoro. Se gliel’avessero detto a Mario Brega (vero nome Florestano, nato a Tivoli nel 1923, morto a Roma nel 1994) che qualcuno avrebbe scritto un libro sulla sua vita e sul suo cinema non ci avrebbe creduto, forse avrebbe sbottato in qualche colorita espressione dialettale, pregando l’interlocutore, con il suo consueto savoir faire, di non dire stronzate. Invece Ezio Cardarelli, di mestiere poliziotto, nato nel 1975 in quel di Monterotondo, cresciuto a pane e cinema come molti di noi, dopo aver affrontato vita e opere di Bombolo, si è dedicato a narrare l’epopea di Mario Brega. Pare il momento dei caratteristi, visto che di recente abbiamo letto un gran bel libro su Guido Nicheli - il Dogui di Vacanze di Natale, dove incontra Mario Brega - scritto da Sandro Patè. La biografia di Mario Brega, scritta con l’aiuto di Valeriano, il fratello superstite (morto poco prima che il libro vedesse la luce), si avvale di una prefazione di Marco Giusti, mentre la postfazione è di Carlo Verdone e l’analisi cinematografica di Alberto Castellano, che prevede una solida appendice filmografica. Non manca proprio niente per commemorare un uomo di cinema, un romano verace che tutti ricordano per la mano che po’ esse fero e po’ esse piuma di Bianco rosso e Verdone, ma soprattutto per il comunista così (a doppio pugno chiuso) di Un sacco bello. Cardarelli ricostruisce una vita non facile, il tempo di guerra, le ristrettezze economiche causate dal fascismo, le frequentazioni ai limiti del lecito del protagonista, gli anni del dopoguerra con la scoperta del cinema e le prime interpretazioni con Leonardo Cortese, Pietro Germi, Luigi Capuano, Nanni Loy, Camillo Mastrocinque, fino al cinema western di Leone e ai lavori con Verdone e Vanzina, che lo consacrano caratterista di lusso. Filmografia sterminata, quasi impossibile da decifrare, ma l’opera di Castellano è meritoria, visto che scandaglia titoli quasi dimenticati e difficili da recuperare, dove Brega compare per una manciata di secondi. Cardarelli ricostruisce con stile piano e popolare aneddoti sconosciuti - come la pasta e fagioli mangiata con De Niro ai tempi di C’era una volta in America - e traccia persino una breve biografia di Primo, il padre di Mario, campione olimpico di atletica leggera. Un libro interessante, persino indispensabile per gli appassionati, che conserverò con cura nella mia biblioteca di cinema.
Herodion

Tratto da "Evros".
Colpiti dalle frecce e dalle lance scagliate da lontano, i soldati greci caddero nelle acque del fiume. Molti furono quelli portati via lentamente dalla corrente. In uno degli ultimi assalti, Herodion, il giovane ufficiale, rimase ferito, colpito da diverse frecce. Due conficcate nella gamba sinistra, una sul braccio destro che impugnava la lancia.
I suoi rimasero con lui circondandolo a protezione, formando un circolo per tenerlo coperto dagli assalti, ma lui ordinò, urlando, di ritirarsi. Inutile sprecare tante vite in una volta sola. Lui ormai non poteva salvarsi, si mise al centro del guado e, strappate le frecce dalla carne sanguinante, mise lo scudo dietro le spalle a protezione e, con la spada e lancia nelle mani, si accinse ad affrontare il nemico che lo stava circondando. Si difendeva come un leone. La pesante lancia teneva lontano gli assalitori, quelli che riuscivano ad avvicinarsi cadevano sotto i colpi della sua spada. Gli stessi nemici erano sbalorditi dal coraggio e dalla forza del giovane guerriero. Si mantenevano a distanza, cercando ci colpirlo con le lance. Da lontano, intanto, gli arcieri greci cercavano di assottigliare le file nemiche che stavano pressando l’eroe ferito.
Altre frecce lo colsero, ma lui le strappava e continuava a colpire persiani con la lancia. Le forze man mano però lo stavano lasciando, il sangue, che usciva copioso dalle ferite, lo stava indebolendo sempre di più. Cadde in ginocchio e ancora tentava di tenere a bada i fanti. Ad un certo punto, nonostante le ferite, fra lo stupore degli stessi assalitori, si fermò. Lasciò cadere le armi e si accinse a togliersi l’armatura. I nemici, per una forma di silenzioso rispetto, si fermarono a distanza osservando cosa stava facendo il giovane eroe. Con notevole sforzo, lentamente, riuscì a sfilare la corazza di lame di cuoio che indossava e si mise a torso nudo. Il suo corpo era una maschera di sangue. Le numerose aste di frecce, che lui stesso aveva spezzato, gli davano l'aspetto di un orso irsuto. Sostenendosi con la spada come un bastone, si erse in tutta la sua statura e, rivolto a cielo, invocò il grande Zeus.
"Oh! padre Zeus, ecco! Questo è il mio petto, il mio cuore, questa è la mia vita, la offro a te in segno di ringraziamento per avermi permesso di morire da Spartano.
Salva i miei compagni e la nostra amata Patria. Tu! Padre degli Dei e di noi mortali, fa che il mio nome non sia dimenticato."
Stette ancora l’eroe, eretto, ad invocare il suo Dio, poi, rivolgendosi ai suoi assalitori esclamò:
"Empi codardi, venite ad affondare le vostre lance nel mio petto, è vostro! Che possiate vantarvi, da sciacalli quali siete, di aver ucciso uno spartano.
Venite, iene maleodoranti! Buoni a colpire solo le prede indifese… così muore uno spart..."
Le ultime parole non finì di pronunciarle. I fanti dai lunghi vestiti, passato l’attimo di stupore, si erano fatti avanti per concentrare la loro rabbiosa impotenza contro quel corpo ormai senza vita, martoriandolo con le punte delle loro lance.
Vinto, il corpo del giovane si era accasciato al suolo. Giaceva sulla schiena ancora protetta dal grande scudo. Le ferite che lo avevano piegato erano tutte sul petto.
Dimostravano che aveva affrontato la morte a viso aperto e con onore, di fronte al nemico. Gli uomini, da dietro i ripari, si resero conto della fine del giovane valoroso e, in un impeto di furore vendicativo, si spinsero fuori gridando come forsennati, facendosi largo fra la fanteria nemica. Quelli che ancora si accanivano contro i poveri resti furono fatti a pezzi dalla furia dei soccorritori. Erano usciti dai loro rifugi, questa volta non per difendersi, ma per vendicarsi e trucidare gli autori di quello scempio. Quattro di loro recuperarono il corpo martoriato, sottraendolo all’oltraggio dei nemici. Gli altri decimavano coloro che si erano resi partecipi dell’uccisione del giovane eroe. La furia omicida dei greci fu di breve durata ma molto cruenta. Il suono del corno li indusse a ritirarsi dietro le trincee, non prima, però, di aver portato a termine un altro attacco distruttivo alla fanteria nemica. Da dietro i ripari, le lunghe sarisse colpivano i persiani che non riuscivano nemmeno a vedere i loro assalitori. Dopo quest'episodio ci fu un momento di tregua, in cui anche gli ufficiali nemici, ancora scossi per la violenza della sortita spartana, mandarono uomini a recuperare parte dei loro feriti.
Gigante pensaci tu
Rieccomi a rammentare il ben tempo che fu. Si sa che, dopo una certa età, tutto fa nostalgia. Ve li ricordate Jo Condor, il cattivo sui generis, e il gigante buono dello spot dei Mon Cherie Ferrero?
Adesso negli spot dei cioccolatini ci sono case di lusso e un’irraggiungibile atmosfera alto borghese, (ma non quella simpatica del mitico Ambrogio con la contessa). Qui, invece, avevamo un disegno garbato e romantico di un villaggio dove tutti erano ben inseriti e felici, vegliato da un gigante paterno e gentile, che puniva come si meritava un vecchio condor rompipalle.
E che? Ci ho scritto Jo Condor?
Lo dicevamo tutti, era un tormentone.
Eh, sì, gigante, almeno tu potessi pensarci anche oggi. Sai quanti Jo Condor andrebbero spazzati via?
Emily Barr, "L'unico ricordo di Flora Banks"

L’unico ricordo di Flora Banks
Emily Barr
Salani Editore, 2018
pp 299
15,90
Questo romanzo è una calamita. Avvince nel senso che cattura, avviluppa e non ti puoi staccare. Erano anni che non provavo la sensazione di voler leggere senza smettere mai, forse dai tempi de Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Anche qui la prospettiva, il punto di vista, sono simili e ugualmente distorti.
Flora Banks ha 17 anni ma la sua mente è rimasta ferma ai 10. Una lesione cerebrale le ha causato un’amnesia anterograda e la perdita della memoria a breve termine. Sa come si fanno le cose, sa chi era fino a 10 anni, ma tutto ciò che accade nel presente le rimane in mente per un massimo di due ore, poi se ne va, svanisce. Per ovviare al tremendo inconveniente, Flora prende appunti ovunque, in un quaderno che porta sempre con sé, su dei post it che appiccica dappertutto, e, in primo luogo, scrivendosi direttamente sulle mani. In particolare legge e rilegge una scritta, a quanto pare indelebile, che la invita ad essere coraggiosa.
A un certo punto, però, Flora bacia un ragazzo su una spiaggia, per la precisione il ragazzo della sua migliore amica, e questo ricordo rimane. Tutti rammentiamo il primo bacio ed è così anche per lei. Flora s’innamora e pensa che a questo ragazzo sia legata una possibilità di recupero della memoria. Lo segue in capo al mondo, al Polo Nord, alle isole Svalbard.
Quella di Flora è una storia di coraggio e di viaggio, di ricerca – quella effettiva di Drake, il ragazzo di cui è innamorata– e quella interiore della verità su se stessa, sulla sua famiglia e sul suo passato. È una storia di speranza e di voglia di scoprire il mondo e sentirsi liberi. È, soprattutto, anche una potente metafora del vivere l’attimo.
Colgo l’attimo. Deve diventare una delle mie regole di vita: vivi l’attimo ogni volta che puoi. Non serve avere una memoria per questo. (pag 161)
Il passato non c’è più, il futuro potrebbe non esserci, tutto quello che abbiamo è la possibilità di godere a pieno del momento presente, della compagnia delle persone, della natura, dei viaggi, i cui ricordi inevitabilmente svaniranno per tutti, dell’amore, che diventerà man mano sempre meno acceso e passionale, dell’amicizia che può interrompersi, dell’entusiasmo che può scemare.
Lo stile è agile e scattante, la ripetizione delle frasi, dei ricordi, degli appunti crea un’atmosfera soffocante e claustrofobica che ben si sposa con la situazione ansiogena ed è in linea con la ricostruzione dall’interno dell’età mentale della protagonista. Quante volte, anche in chi non soffre di amnesie, il cervello funziona così, in un loop di pensieri che girano su se stessi in modo ossessivo? Inoltre, l’autrice è bravissima a disseminare qua e là oggetti, indizi, situazioni, parole che l’amnesia dilava ma poi tornano improvvisamente fuori come se fossero novità. Ciò non è un caso e dovrebbe indirizzare il lettore sul metodo d’indagine per arrivare al finale.
Mi viene spontaneo associare questo testo a uno di Niccolò Gennari, letto recentemente, L’incanto del tempo. Lì si affermava che “noi siamo ciò che ricordiamo”. Qui, invece, c’è la tesi opposta. Non serve la memoria, né per vivere né per essere qualcosa o qualcuno. Flora è ancorata al suo passato ma può anche svincolarsene, può essere di volta in volta quello che sceglie di essere, o quello che le circostanze del momento richiedono.
In una parola, senza il gravame del passato, ciascuno di noi potrebbe essere libero, se solo prendesse coraggio e si tuffasse nella vita.
This novel is a magnet. It captivates you in the sense that it grabs, envelops you and you cannot detach yourself. It had been years since I had the feeling of wanting to read without ever stopping, perhaps from the time of The Curious Incident of the Dog in the Nigth. Here too the perspective, the point of view, is similar and equally distorted.
Flora Banks is 17 but her mind has remained at 10. A brain injury has caused her anterograde amnesia and short-term memory loss. She knows how things are done, she knows who she was up to 10 years old, but everything that happens in the present remains in her mind for a maximum of two hours, then it goes away, vanishes. To overcome the terrible inconvenience, Flora takes notes everywhere, in a notebook that she always carries with her, on post-it notes that she sticks everywhere, and, in the first place, writing directly on her hands. In particular, she reads and rereads an apparently indelible writing which invites her to be courageous.
At one point, however, Flora kisses a boy on a beach, to be precise the boyfriend of her best friend, and this memory remains. We all remember the first kiss and it is the same for her. Flora falls in love and thinks that this boy has a chance to make her recover her memory. She follows him to the end of the world, to the North Pole, to the Svalbard islands.
Flora's is a story of courage and travel, of research - the real story of Drake, the boy she is in love with - and the inner story of the truth about herself, her family and her past. It is a story of hope and desire to discover the world and feel free. Above all, it is also a powerful metaphor for living the moment.
I take the moment. It must become one of my rules of life: live the moment whenever you can. You don't need to have a memory for this.
The past is gone, the future may not be there, all we have is the opportunity to fully enjoy the present moment, the company of people, nature, travel, whose memories will inevitably vanish for everyone, the love, which will gradually become less and more passionate, friendship that can be interrupted, enthusiasm that can diminish.
The style is agile and lively, the repetition of the sentences, the memories, the notes create a suffocating and claustrophobic atmosphere that goes well with the anxiety-provoking situation and is in line with the reconstruction from inside of Protagonist’s mental age. How many times, even in those who do not suffer from amnesia, does the brain work like this, in a loop of thoughts that turn on themselves in an obsessive way? In addition, the author is very good at disseminating here and there objects, clues, situations, words that amnesia dilates but then suddenly come out as if they were new. This is no accident and should direct the reader on the investigation method to reach the end.
I spontaneously associate this text with one by Niccolò Gennari, recently read, L'incanto del tempo. There it was stated that "we are what we remember". Here, however, there is the opposite view. You don't need memory, either to live or to be something or someone. Flora is anchored in her past but she can also be released from it, she can be from time to time what she chooses to be, or what the circumstances of the moment require.
In a word, without the burden of the past, each of us could be free, if only we took courage and plunged into life.
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