La struttura de Le Metamorfosi di Ovidio

Chi legge le Metamorfosi ha l'impressione di trovarsi di fronte a un'opera molto varia, ma anche profondamente unitaria e armoniosa. Questa unità è dovuta alla presenza di alcuni elementi che si ripetono costantemente:
a) Tutti i racconti hanno due temi comuni: la trasformazione di esseri umani in forme sempre nuove, e l'amore, narrato in tutti i suoi aspetti: la fedeltà fra marito e moglie, l'affetto fra genitori e figli, il desiderio di avventura, la passione.
b) La trasformazione avviene sempre attraverso il cambiamento degli stessi elementi fisici: dimensione, posizione, volume, numero degli arti, colore della pelle, voce; inoltre si verifica generalmente di pomeriggio, quando il caldo è più intenso, e vicino a un fiume, a una fonte o in un bosco, dove i protagonisti della storia giungono assetati e in cerca d'ombra.
c) L'amore passa sempre attraverso gli occhi: i vari personaggi si innamorano al primo sguardo, affascinati dalla bellezza di giovani e fanciulle.
Non sempre però l'amore è corrisposto e spesso le fanciulle cercano di sfuggire ai loro innamorati; quindi, un altro elemento costante è l'inseguimento, che spesso si conclude con una trasformazione quando le belle fuggitive stanno per essere raggiunte.
d) Ogni storia è collegata all'altra e i legami che più di frequente le uniscono, sono:
• la somiglianza o la diversità dei temi (alcuni racconti hanno tutti per tema l'amore o la vendetta o l’amicizia, mentre altri contrappongono il rispetto per gli déi all'empietà, la generosità alla cupidigia...);
• il personaggio (i racconti hanno io stesso protagonista);
• la parentela (il protagonista di un racconto è padre o figlio o marito… di quello del racconto successivo);
• il luogo ( le avventure dei vari personaggi si svolgono nello stesso luogo).
In molti casi i racconti sono incastonati gli uni negli altri: mentre si svolge una vicenda, i personaggi narrano altre storie per alleviare la fatica del lavoro, per farsi conoscere meglio, per divertire, per consolare, per dare insegnamenti.
Ogni storia, quindi, richiama l'altra, in modo da tenere viva l'attenzione di chi legge. Infatti ciò che interessa Ovidio è proprio raccontare, all'infinito: questo grande poeta è un «mitologo» nel senso più antico del termine, cioè un «narratore di storie». E sempre per garantire questa curiosità, questa tensione del lettore, Ovidio non fa coincidere la fine di una storia con la fine di un libro, ma la continua nel successivo, dove ha inizio una nuova vicenda.
Inoltre, per intere pagine i verbi sono al presente, allo scopo di rendere il lettore partecipe del racconto: tutto avviene sotto i suoi occhi. Anche le descrizioni che Ovidio fa di luoghi, personaggi, fenomeni naturali, sono ricche di particolari: chi legge, deve anche «vedere» ciò che accade. C’è un legame molto stretto fa le scene descritte dal poeta e antiche statue greche e romane o affreschi ritrovati a Pompei. Probabilmente Ovidio conosceva queste opere e ne fu colpito; certamente le sue storie ispirarono in seguito artisti come Botticelli, Tintoretto, Tiziano, Veronese,Raffaello, Rubens, Bernini.
Anche in questo modo Ovidio, e soprattutto i miti, continuano a vivere e a raccontare le loro eterne, affascinanti storie.
L'ethos "ammazza-mori" della Spagna

di Guido Mina di Sospiro
tradotto da Patrizia Poli, originalmente pubblicato in inglese da New English Review con il titolo Spain’s “Moor-slaying” Ethos
[In Spagna sono pubblicato con vari libri tradotti dall’inglese, ai quali contribuisco lavorando a fianco del traduttore o dei traduttori; parlo spagnolo (castigliano) fluentemente e sono stato intervistato alla radio e alla televisione nazionali spagnole, così come dai maggiori giornali del paese; mia moglie è di discendenza spagnola (Basca, galiziana e cantabrica) e lo spagnolo è la sua madre lingua; sono un Grande di Spagna, (titolo concesso a un mio antenato da Carlo V); leggo avidamente libri in spagnolo, particolarmente un sottogenere revisionista in espansione che racconta le conquiste militari della Spagna lungo i secoli; e ho viaggiato in lungo e in largo attraverso la Spagna più che in qualsiasi altro paese europeo, Italia inclusa. Detto ciò, nel saggio seguente ho cercato di offrire al lettore un distillato: alcuni aspetti, più o meno famosi, o famigerati, che sono emblematici di un certo spirito spagnolo.]
Due enormi autobus si sono appena fermati e hanno parcheggiato vicino al santuario. Mi volto verso mia moglie e le dico, “Ci sono i cinesi! Svelta, andiamo a porgere i nostri rispetti alla Vergine finché abbiamo il posto tutto per noi.“ E che posto: Nostra Signora di Covadonga è un santuario mariano dedicato alla Vergine Maria, a Covadonga, nelle Asturie, nel nord ovest della Spagna. Le Asturie sono una regione strana che, per la maggior parte della gente, non richiama alla mente la Spagna stereotipata: un misto fra le Dolomiti e l’Irlanda, molto verde perché molto piovosa, scarsamente popolata, eccetto che per le due città principali, Oviedo e Gijon, e molto bella. È stato qui che, all’inizio del VII secolo, la nobiltà visigota si ritirò dopo essere stata sconfitta dai Mori che stavano conquistando l’intera penisola iberica. Pelagio, o Pelayo, fondò il regno delle Asturie, e quattro anni più tardi guidò ciò che restava dell’esercito visigoto contro i Mori che avanzavano, e li fronteggiò a Covadonga; una statuetta della Vergine Maria era stata segretamente nascosta in una delle grotte sopra la cascata (Cova Donga, dal latino Cova Dominica, cioè Grotta della Signora). Miracolosamente, Re Pelagio e i suoi uomini riuscirono a sconfiggere i Mori, e ogni visigoto credette che fosse stato grazie all’aiuto della Vergine. Era il 722, una data celebrata in tutta la Spagna come l’inizio della Reconquista, la Ri-conquista, che, dopo 800 anni di guerra costante, portò all’espulsione dei Mori dalla Penisola Iberica.
Come poi si è scoperto, gli autobus non erano pieni di turisti cinesi, ma di bambini delle elementari spagnole. Erano là per un pellegrinaggio che unisce il nazionalismo al marianesimo. Abbiamo sentito i loro insegnanti raccontare di Pelagio e della Vergine che lo aiutò, della nascente Spagna contro i Mori che conquistavano tutto; poi hanno spiegato che la Reconquista è nata lì; infine, non senza un certo orgoglio, hanno parlato degli otto gloriosi secoli che seguirono, ricchi di battaglie che si conclusero con l’espulsione dei Mori, con l’unificazione della Spagna, e con l’inizio della Conquista, cioè l’impero spagnolo. Come una capsula di storia e metastoria, (la fine della Reconquista coincide, quasi in modo soprannaturale, con l’inizio della Conquista nell’anno 1492), potrebbe essere risultata pesante per i bambini, ma sembravano assorbire le informazioni con attenzione. Erano silenziosi e ascoltavano. Il luogo stesso, alla fine di una lunga galleria scavata nella roccia a strapiombo, sopra una cascata sull’orlo di un precipizio, è straordinario. E la piccola statua della Vergine di Covadonga, che qualcuno potrebbe ritenere kitsch, sembrava operare la sua magia sui ragazzi (e su mia moglie e me, ma questa è un altro discorso).
Abbiamo domandato a una delle insegnanti se portare i bambini a Covadonga è qualcosa che fanno solo le scuole asturiane; ci ha risposto, “No, portano qui bambini da tutta la Spagna. È un monumento nazionale. Qui sono stati sconfitti i Mori per la prima volta; qui è dove ha avuto inizio la Reconquista.”
L’Estremadura, nell’ovest della Spagna al confine col Portogallo, è una terra di conquistatori che ha prodotto più famosi (o famigerati, a seconda del punto di vista) Conquistadores di qualsiasi altra regione della Spagna. Trujillo oggi è principalmente ricordata per due dei suoi figli: Francisco Pizarro, che conquistò l’impero Inca; e Francisco de Orellana, il primo a navigare l’intero corso del Rio delle Amazzoni, da principio chiamato Rio de Orellana: 4345 miglia verso l’ignoto. Ma ben prima di allora, Trujillo ha contribuito anche alla Reconquista.
Mentre Alfonso VIII iniziò a testare la resistenza dei Mori nell’area, fu Ferdinando III “el Santo” il monarca che, nel 1232, riconquistò Trujillo alla fede cristiana grazie a un intervento sovrannaturale: la Vergine, con in braccio il bambin Gesù, apparve sopra le mura del castello moresco, nel punto più alto della città, e perciò la battaglia fu vinta dai soldati di Alfonso VIII. Da quel momento in poi, l’intero esercito si rivolse alla Vergine col titolo “La Victoria” (la Vittoria), come santa patrona e avvocato della Reconquista. Fu messa sul trono in cima alla porta principale che porta al castello, dove fu creata una cappella per lei.
Ferdinando III “il Santo” (el Santo) – re di Castiglia dal 1217 e re di León dal 1230 come pure re di Galizia dal 1231 – fu uno dei capi militari di maggior successo durante la Reconquista. Era anche un uomo devoto, sempre pronto ad ascrivere le sue vittorie contro gli “infedeli”, sia militari sia diplomatiche, a Dio o, come mostrato, alla Vergine. Secoli dopo la sua morte, papa Clemente X lo canonizzò. La Valle di san Fernando, vicino a Los Angeles, nel sud della California, porta il suo nome.
Le feste patronali in onore di Nostra Signora della Vittoria sono tenute ancora oggi a Trujillo tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Contemporaneamente, ci sono festival di musica, danza e teatro. La cittadina si anima e attrae visitatori da tutta la regione. 786 anni dopo che Nostra Signora della Vittoria aiutò gli spagnoli a sconfiggere i Mori e riconquistare la città, la sua memoria continua a vivere in modo molto tangibile. Un estraneo penserebbe che Pizarro o de Orellana siano stati scelti dalla città per cantare la sua gloria. Certamente molto vien celebrato su di loro e sui Conquistatori, ma il capitolo che riguarda la Reconquista, con l’intervento, niente meno, di Nostra Signora della Vittoria, è ancora quello festeggiato e sentito di più.
Al pari di Trujillo, Zamora, in Castiglia e Leon sulle rive del Duero, è un’altra città che difficilmente sarà visitata da orde di turisti parlanti lingue misteriose. Quando ci siamo stati, abbiamo incontrato solo visitatori spagnoli, e pochissimi dal vicino Portogallo. E tuttavia, Zamora è sia una gemma sia una stranezza molto emblematica. Annovera ventiquattro chiese del XII e XIII secolo, tutte in stile romanico, così come altri edifici non religiosi nello stesso stile. Nessun’altra città al mondo è abbellita da così tante chiese romaniche – sono ovunque. Ce n’è persino una in miniatura (non del tutto) nel centro della plaza mayor .
Durante i secoli della dominazione moresca nella penisola iberica, Zamora, allora alla periferia del regno delle Asturie, divenne una roccaforte strategica per la Reconquista dei Cristiani. Dall’inizio dell’ottavo secolo fino alla fine del decimo, cambiò di mano dai Cristiani ai Mori attraverso feroci contrasti militari; furono costruiti edifici difensivi e ogni sorta di fortificazione. Durante il dodicesimo secolo il combattimento s’intensificò. La città, in quel momento parte del regno di Leon, fu finalmente riconquistata e tolta agli Almoravidi e Almohadi. Fu allora che si decise di popolare la città di cristiani provenienti da altri centri, e costruire un numero impressionante di chiese, tutte più o meno nello stesso momento e perciò tutte nello stile corrente, il romanico. La straordinaria, grande ed estremamente composita cattedrale fu costruita in soli ventitré anni.
Mentre si viaggia da nord a sud, le chiese in Spagna diventano più “recenti”, poiché quest’ultima regione fu riconquistata più tardi. In nessun altro luogo più che a Zamora è evidente che la costruzione delle chiese era più di una affermazione religiosa; implicava, in modo abbastanza esplicito, il trionfo sugli “infedeli” e la costruzione della nazione. Liberando città dopo città dalla dominazione moresca, la Spagna gradualmente divenne la Spagna. Con l’eccezione di alcune chiese preromaniche nelle Asturie, quasi ogni chiesa in Spagna è una testimonianza della Reconquista. La Spagna visigota era cristiana (all’inizio ariana, poi, dopo che Recaredo, il re visigoto di Toledo, si convertì al cattolicesimo nel 587 d.c., ci fu un tentativo mai riuscito di cattolicizzare l’intera penisola iberica) e produsse alcune chiese. Ma poi i Mori o le trasformarono in moschee o le distrussero, così, una volta riconquistato il territorio, molte chiese dovettero essere costruite da zero oppure le moschee convertite in chiese.
La Galizia, una vasta e verdeggiante sotto-regione di montagne, colline, rias, (cioè piccole baie, estuari e fiordi), oceano, spagnoli di origine celtica e zampogne, è dove si trova Santiago di Compostela. Nel mio libro La metafisica del ping pong scrivo: “... per festeggiare il mio quarantesimo compleanno in un luogo mitico che avevo sempre desiderato visitare, mi ero imbarcato nel pellegrinaggio alla cattedrale di San Giacomo, a Santiago di Compostela, insieme a mia moglie. Era stato un incredibile pellegrinaggio di cinquanta metri – quanti ne distava l’albergo dalla cattedrale – percorsi tutti a piedi e senza alcuna sosta, malgrado il tempo inclemente: un’acquerugiola.” A dispetto della mia leggerezza, Santiago de Compostela è uno dei più importanti santuari della cristianità, e di gran lunga il più famoso pellegrinaggio del mondo occidentale. Decine di migliaia di pellegrini di tutte le nazionalità e di tutte le fedi (incluso nessuna) percorrono faticosamente ogni anno il cammino di Santiago, dalla Francia, o dal Portogallo, o da qualsiasi altro posto in Spagna, centinaia di chilometri a piedi. Se ce la fanno, alla fine raggiungono la Plaza de Obradoiro [la piazza della (completata) opera d’oro, un appellativo con chiare sfumature alchemiche], dove sorge la grandiosa cattedrale. Molti, se non la maggior parte, dei pellegrini rimangono scioccati quando, una volta entrati nella cattedrale, s’imbattono nella statua di Santiago (San Giacomo) a cavallo di un destriero bianco che brandisce una spada. Non sanno che, dietro il verde provvidenzialmente collocato per decisione della chiesa cattolica, ci sono statue di Mori che si contorcono sul terreno mentre vengono trucidati dal santo. L’iconografia di Santiago, con la quale tutti diventano familiari, è quella di un primigenio hippy vagabondo, barbuto e comprensibilmente arruffato, con un bastone da passeggio, un ampio cappello e la distintiva conchiglia (che i francesi chiamano coquille Saint-Jacques, per la precisione). Sembra uscito da una comune hippy dei tardi anni sessanta. Dentro la cattedrale, d’altro canto, i pellegrini contemporanei s’incontrano con quest’altro Santiago, il Matamoros, letteralmente, san Giacomo ammazza-Mori.
Giacomo era uno dei dodici apostoli di Gesù, ed è considerato il primo apostolo a essere stato martirizzato. È il santo patrono sia degli spagnoli sia dei portoghesi, chiamato rispettivamente Santiago o São Tiago. Il suo mito come guerriero dalla parte dei cristiani contro i musulmani deriva da quella che sembra essere una finta battaglia, presumibilmente combattuta vicino a Clavijo, tra i cristiani, guidati da Ramiro I delle Asturie, e i musulmani, guidati dall’emiro di Cordoba. In essa, Santiago Matamoros (ammazza-Mori) apparve all’improvviso e aiutò un esercito cristiano in minoranza numerica a raggiungere la vittoria. La data assegnata alla battaglia, l’834, fu più tardi cambiata in 844 per adattarsi a dettagli storici più plausibili.
Sebbene nata da un incidente che, nella migliore delle ipotesi, è spurio, la storia del culto di Santiago procede di pari passo con la storia della Reconquista, e incarna una delle più formidabili icone ideologiche dell’identità nazionale spagnola. “iSantiago y cierra, Espana!” e cioè, “Santiago e addosso, Spagna!” o “Santiago e contro di loro, Spagna!” divenne il grido di battaglia degli eserciti spagnoli che combattevano contro i Mori [e continuò a essere usato, più tardi, dai Conquistatori, con Santiago Matamoros opportunamente trasformato in Santiago Mataindios (ammazza-indiani), ma questa è un’altra storia]. L’Orden de Santiago, cioè l’ordine di San Giacomo della spada, fu fondato nel dodicesimo secolo. Il suo scopo era proteggere i pellegrini del Camino de Santiago, difendere la cristianità, ed espellere i mori dalla penisola iberica. Il suo emblema era la cruz espada, la croce di San Giacomo, cioè una croce che somiglia molto a una spada. Infine, Santiago fu un tema importante delle arti, nella pittura come nella scultura, e si trova in un’infinità di chiese, palazzi e musei in tutta la spagna contemporanea.
Entrando finalmente nell’impressionante cattedrale di Santiago di Compostela, la maggior parte dei pellegrini sono stupiti nel vedere Santiago trasformato dal classico vagabondo in un ammazza-mori che brandisce la spada. Nel 2004, poco dopo l’attentato al treno di Madrid, l’attacco terroristico di Al-Qaeda che sterminò 192 persone e ne ferì circa 2000, la chiesa cattolica decise di rimuovere la statua di Santiago Matamoros dalla cattedrale, per non offendere la sensibilità dei musulmani (tardivamente?). Ci fu un sollevamento popolare contro tale rimozione, e si trovò un compromesso, coprendo di piante i mori uccisi, cosa che è stata mantenuta fino ad oggi. I pellegrini, siano essi cattolici, agnostici, umanitari o ipertolleranti globalisti politically correct, pensano che niente potrebbe essere più contrario agli insegnamenti di Gesù dell’idea che uno dei suoi discepoli venga glorificato come assassino. Probabilmente nessuno ha detto loro delle lettere di Bernardo di Chiaravalle ai Templari, o Liber ad milites templi de laude novae militiae (Libro dei cavalieri del Tempio, in lode del a nuova milizia), scritte fra il 1120 e il 1136.
San Bernardo scrisse tale lettera/libro per i cavalieri templari demoralizzati, che nutrivano seri dubbi sul ruolo dei guerrieri cristiani, specialmente riguardo all’atto dell’ammazzare, che consideravano non etico. Dimostrando la sua eloquenza, e partendo dalla premessa della teoria della guerra giusta di Agostino di Ippona (jus bellum iustum), San Bernardo, nel suo libro, introdusse il concetto di mali-cidium (l’uccisione del male). I Milites Christi, i guerrieri di Cristo, non potevano commettere homi-cidum (omicidio, alla lettera uccisione dell’uomo), che è proibito dal quinto comandamento. Ma, siccome il bene superiore dello sradicamento del male lo richiedeva, il malicidium del musulmano “infedele” (l’uccisione del male dentro di lui) era giustificata.
Nel medioevo ogni sorta di divinità cristiana fu reclutata per il bene delle Crociate e, in Spagna, ben prima di allora, anche della Reconquista: Santo Cristos de las Batallas (Santo Cristo delle battaglie, tutt’oggi un culto molto seguito particolarmente a Salamanca, Avila, e Cáceres), portato in forma di statua sui campi di battaglia quando si combattevano i Mori; la Vergine, in varie apparizioni (ho menzionato quella decisivo a Covadonga, e un’altra a Trujillo); così come, ovviamente, Santiago Matamoros.
Mentre la chiesa cattolica era occupata a mantenere la sua cortina di verzura alla base della statua di Santiago Matamoros, è avvenuto l’attacco di Barcellona, che ha ucciso 13 persone e ne ha ferite almeno 130, la cui indiretta responsabilità è stata attribuita allo stato islamico dell’Irak e del Levante (ISIL)
Dato il suo passato, dato il fatto che la Reconquista è vivamente commemorata fino ad oggi in tutto il paese, e il suo fondamentale significato inculcato nelle menti di tutti i cittadini a partire dai bimbi delle elementari, trovate la correttezza politica occidentale, che sfiora la tolleranza ad ogni costo, adatta o non adatta alla Spagna?
I am published in Spain with various books in translation from the English, to which I contribute by working alongside the translator(s); I speak Spanish (Castilian) fluently and have been interviewed on Spanish national radio and television, as well as by the country’s major newspapers; my wife is of Spanish descent (Basque, Galician and Cantabrian) and Spanish is her mother tongue; I am a Grandee of Spain (a title bestowed upon an ancestor of mine by Charles the Fifth); I avidly read books in Spanish, particularly in a burgeoning revisionist subgenre that recounts Spain’s military feats down the centuries; and I have traveled across Spain more than across any other country in Europe, Italy included. Having said that, in this essay I have endeavored to offer to the anglophone reader a distillate: a few aspects, more or less famous, or notorious, that are emblematic of a certain Spanish spirit.
Two huge buses have just pulled up and parked near the sanctuary. I turn to my wife and say, “The Chinese are here! Quick, let’s go pay our respects to the Virgin while we’ve got the place ourselves.” And what a place: Our Lady of Covadonga is a Marian shrine devoted to the Virgin Mary at Covadonga, Asturias, in north-west Spain. Asturias is strange region that for most people does not call to mind stereotypical Spain: a mix between the Dolomites and Ireland, it is very green because it is very rainy, sparsely populated except for its two main cities, Oviedo and Gijon, and very beautiful. It was here that, at the outset of the 7th century, the Visigothic nobility retreated after being defeated by the Moors, who were conquering the entire Iberian Peninsula. Pelagius, or Pelayo, founded the Kingdom of Asturias and four years later led what was left of the Visigothic army against the advancing Moors, and met them at Covadonga; a small statue of the Virgin Mary had been secretly hidden in one of the caves above the waterfall (Cova Donga, from the Latin Cova Dominica, i.e., Cave of the Lady). Miraculously, King Pelayo and his men managed to defeat the Moors, and every Visigoth believed it was thanks to the aid of the Virgin. It was 722, a date that is celebrated all over Spain as the beginning of the Reconquista, the Re-conquest, which, after eight hundred centuries of constant fighting, led to the expulsion of the Moors from the Iberian Peninsula.
As it turned out, the buses were not full of Chinese tourists, but of Spanish elementary school children. They were there on a pilgrimage that unites nationalism with Marianism. We overheard their teachers tell them about Pelayo and the Virgin who helped him, and nascent Spain, against the all-conquering Moors; next they explained that the Reconquista was born there; finally, not without pride, they elaborated about the eight glorious centuries that followed, rich in battles, resulting in the expulsion of the Moors, in unified Spain, and in the beginning of the Conquista, and that is, the Spanish Empire. As a capsule of history and metahistory (the end of the Reconquista coincides almost preternaturally with the beginning of the Conquista in the year 1492), one would have thought that it might be overwhelming for the children, but they took the information in stride. They were quiet, and listening. The place itself, at the end of a long tunnel dug into sheer rock, over a waterfall above a precipice, is stunning. And the little statue of the Virgin of Covadonga, which some may qualify as kitsch, seemed to work her magic on the children (and on my wife and me, but that’s beside the point).
We asked one of the teachers if taking the children to Covadonga was something done only by Asturian schools; she replied, “No, school children are taken here from all over Spain. It’s a national monument. The Moors were defeated here for the first time; this is where the Reconquista began.”
Extremadura, in Western Spain at the border with Portugal, is a land of Conquistadors that produced more famous (or notorious, depending on one’s view) Conquistadores than any other region in Spain. Trujillo is today chiefly remembered for two of its sons: Francisco Pizarro, who conquered the Inca Empire; and Francisco de Orellana, the first to navigate the entire length of the Amazon River, at first named Rio de Orellana: 4,345 miles into the unknown. But well before their time, Trujillo contributed also to the Reconquista.
While Alfonso VIII began to test the resistance of the Moors in the area, it was Fernando III “el Santo” the monarch who, in 1232, re-conquered Trujillo to the Christian faith thanks to a supernatural intervention: the Virgin, holding baby Jesus in her arms, appeared above the walls of the Moorish castle situated at the highest point in town, and thereafter the battle was won by Fernando III’s soldiers. From that moment on, the whole army addressed the Virgin with the title “La Victoria” (The Victory), as the patron saint and advocate of the Reconquista. She was enthroned on top of the main door that leads into the castle, and a chapel in it was created for her.
Ferdinand III “the Saint” (el Santo)—King of Castile from 1217 and King of León from 1230 as well as King of Galicia from 1231—was one of the most effective military leaders in the Reconquista. He was also a pious man, ever willing to ascribe his victories against the “infidels”, be they military or diplomatic, to God or, as illustrated, to the Virgin. Centuries after his death, Pope Clement X canonized him. The San Fernando Valley, near Los Angeles, in Southern California, is named after him.
The patron saint festivities in honor of Our Lady of Victory are held to this day in Trujillo between the end of August and the beginning of September. At the same time, there are festivals of music, dance, and theater. The small town comes alive and attracts visitors from all over the region. 786 year after Our Lady of Victory helped the Spaniards defeat the Moors and re-conquer the city, her memory lives on in a very tangible way. An outsider would think of either Pizarro or de Orellana as being chosen by the town to sing its own glory. To be sure, much is made about them and the Conquistadors, but the chapter pertaining to the Reconquista, with the intervention of Our Lady of Victory, no less, still is the one that is celebrated, and felt, the most.
Like Trujillo, Zamora, in Castilla y León on the banks of the Duero, is another town unlikely to be visited by hordes of tourists speaking mysterious languages. When we were there, we only came across Spanish visitors, and a very few from nearby Portugal. And yet, Zamora is both a gem and a highly emblematic oddity. It numbers twenty-four churches from the 12th and 13th century, all in Romanesque style, as well as some other non-religious buildings in the same style. No other city in the world is graced with as many Romanesque churches—they are everywhere. There is even a diminutive one (not quite) in the center of the plaza mayor.
During the centuries of Moorish rule in the Iberian Peninsula, Zamora, then at the periphery of the Kingdom of Asturias, became a strategic stronghold for the Christians’ Reconquista. From the early 8th century to the late 10th century it was a city changing hands from Christians to Moors through fierce military engagements; defensive buildings and all sorts of fortifications were built. During the 12th century, the fighting intensified. The city, by then part of the Kingdom of León, was finally re-conquered from the Almoravids and the Almohads. It was then that it was decided to populate the city with Christians from other towns, and build an impressive number of churches, all more or less at the same time and therefore all in the then current style, the Romanesque. The stunning, large and extremely composite cathedral was built in only twenty-three years.
As one journeys from north to south, churches in Spain become more “recent”, as the latter region was re-conquered later. Nowhere more than in Zamora is it evident that church-building was more than a religious statement; it implied, quite explicitly, triumph over the “infidels” and nation-building. By liberating city after city from Moorish domination, Spain gradually became Spain. With the exception of a few pre-Romanesque churches in Asturias, almost every church in Spain is a testament to the Reconquista. Visigothic Spain was Christian (at first Arian; then, after Reccared, the Visigothic king in Toledo, converted to Catholicism in 587AD, there was a never completely successful attempt to Catholicize the entire Iberian Peninsula) and did produce some churches. But then the Moors either turned them into mosques or tore them down, so, once the territory was re-conquered, most churches had to be built from scratch, or mosques would be converted into churches.
Galicia, a vast and green sub-region of mountains, hills, rías (i.e., inlets, estuaries, fiords), ocean, Spaniards of Celtic heritage and bagpipes, is where Santiago de Compostela is found. In my book The Metaphysics of Ping-Pong I note: “To celebrate my fortieth birthday and go to a mythical place I’d always wanted to see, I too had embarked on the pilgrimage to St James’s Cathedral, in Santiago de Compostela, with my wife. It’d been an incredible fifty yards, from the hotel straight to the cathedral, nonstop and all on foot despite the inclemency of the weather: a drizzle.” Notwithstanding my levity, Santiago de Compostela is one of the most important shrines in Christendom, and far and away the most celebrated pilgrimage in the western world. Tens of thousands of pilgrims of all nationalities and all faiths (including none) trudge every year along the Camino de Santiago, from France, or Portugal, or elsewhere in Spain, hundreds of kilometres on foot. If they make it, they eventually reach the Praza do Obradoiro (the Square of the [completed] Work of Gold, an appellation with distinct alchemical overtones), where the grandiose Cathedral stands. Many if not most pilgrims are shocked when, once inside the cathedral, they come across a statue of Santiago (St. James) mounted on a white horse and wielding a sword. Little do they know that behind the greenery providentially placed there by decision of the Catholic Church, are the statues of writhing Moors on the ground being slaughtered by the saint. The iconography of Santiago all pilgrims become familiar with along the way is that of the prototypical wandering hippy, bearded and understandably a little dishevelled, with a walking stick, a large hat and the distinctive scallop on it (which the French call coquille Saint-Jacques, precisely). He looks straight out of a hippy commune in the late 1960s. Inside the cathedral, on the other hand, the contemporary pilgrims meet with that other Santiago—Matamoros, literally, St. James the Moor-slayer.
James was one of the twelve apostles of Jesus and is considered the first apostle to be martyred. He is the patron saint of both Spaniards and Portuguese, respectively called Santiago or São Tiago. His myth as a warrior on the side of the Christians against the Muslims derived from what seems to be a fictional battle allegedly fought near Clavijo between the Christians, led by Ramiro I of Asturias, and the Muslims, led by the Emir of Córdoba. In it, Santiago Matamoros (the Moor-slayer) appeared suddenly and helped an outnumbered Christian army to gain victory. The date assigned to the battle, 834, was later changed to 844 to suit more plausible historical details.
Although born out of an incident that is spurious at best, the history of the cult of Santiago goes hand in hand with the history of the Reconquista, and incarnates one of most formidable ideological icons in Spain’s national identity. “¡Santiago y cierra, España!” and that is, “Santiago and close, Spain!” or “Santiago and at them, Spain!” became the battle cry of Spanish armies when fighting against the Moors (and continued to be used, later on, by the Conquistadors, with Santiago Matamorors morphing opportunely into Santiago Mataindios [Indian-slayer], but that’s another story). The Orden de Santiago, i.e., the Order of St. James of the Sword, was founded in the 12th century. Its aim was to protect the pilgrims of the Camino de Santiago, to defend Christendom, and to expel the Moors from the Iberian Peninsula. Its emblem was the cruz espada, the Cross of St. James, and that is, a cross that looks very much like a sword. Lastly, Santiago was a major theme in the arts, in paintings and sculptures alike, and is found in countless churches, palaces and museums all over contemporary Spain.
Upon entering at long last the overwhelming cathedral of Santiago the Compostela, most pilgrims are astonished to see Santiago transformed from the prototypical wanderer to a sword-wielding Moor-slayer. In 2004, shortly after the Madrid train bombings (or 11-M), the Al-Qaeda terrorist attack that killed 192 people and injured around 2,000, the Catholic Church decided to remove the statue of Santiago Matamoros from the cathedral, not to offend the sensitivity of Muslims (belatedly?). There was a popular uproar against such a removal, and the compromise was found of covering the slain Moors with greenery, which is kept up to this day. Pilgrims, be they Catholics, agnostics, humanitarians or politically correct hypertolerant globalists feel that nothing could be more contrary to the teachings of Jesus than the idea that one of his disciples would be glorified as a murderer. Nobody must have told them about St. Bernard of Clairvaux’s letter to the Templars, or Liber ad milites templi de laude novae militiae (Book to the Knights of the Temple, in Praise of the New Knighthood), written between 1120 and 1136.
St. Bernard wrote that letter/book for the demoralized Knights Templar, who were having serious doubts about the role of Christian warriors, and especially about the act of killing, which they deemed unethical. Displaying his eloquence, and starting from the premise of Augustine of Hippo’s just war theory (jus bellum iustum), St. Bernard introduced in his book the concept of mali-cidium (the killing of evil). The Milites Christi, the warriors of Christ, could not commit homi-cidum (homicide, literally the killing of man), which is forbidden by the fifth commandment. But since the higher good of the eradication of evil demanded it, the malicidium within the Muslim “infidel” (the killing of evil inside him) was justified.
In the Middle Ages, all sorts of Christian divinities were recruited for the sake of the Crusades and, in Spain, well before that time, of the Reconquista: Santo Cristo de las Batallas (Holy Christ of the Battles, to this day a very followed cult particularly in Salamanca, Ávila, and Cáceres), carried as a statue in battlefields when fighting against the Moors; the Virgin, in various incidents (I have mentioned the seminal one at Covadonga, and another at Trujillo); as well as, of course, Santiago Matamoros.
While the Catholic Church was busy keeping its curtains of greenery around the base of the statue of Santiago Matamoros, there occurred the Barcelona Attacks, that killed 13 people and injured at least 130 others, whose indirect responsibility was attributed to the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL).
Given its past, given the fact that the Reconquista is vividly commemorated to this day all over the country and its fundamental significance inculcated into the minds of all citizens starting with elementary school children, do you find the western political correctness trespassing into tolerance à outrance well- or ill-suited to Spain?
"Le Metamorfosi" di Ovidio

Le Metamorfosi (Le Trasformazioni), sono un poema in 15 libri e comprendono miti e leggende di origine greca e romana: in circa 250 racconti, Ovidio riassume tutto l'antico mondo della mitologia, che va da Omero fino ai poeti dell'età di Augusto. Ovidio infatti si propone di narrare una «storia dell'universo» attraverso le trasformazioni che in esso sono avvenute, e per far questo, si ispira a tutta la mitologia classica, ma soprattutto a quella dell'età ellenistica.
La letteratura dell'età ellenistica ebbe, infatti, un interesse molto vivo per il tema delle trasformazioni e in particolare per l’eziologia (dai greco «aition» = causa), cioè la ricerca della causa, dell'origine di alcuni fenomeni. I racconti eziologici erano destinati a spiegare fatti sorprendenti: cerimonie particolari, strane usanze, nomi di luoghi, di piante, di animali ecc., dei quali si era perduto il significato e che perciò apparivano misteriosi, incomprensibili.
Partendo dall'osservazione dei fenomeno e tenendo conto delle sue particolari caratteristiche, si costruiva una storia fantastica che ne dava una spiegazione e una motivazione.
La letteratura ellenistica, inoltre, utilizzava la tecnica di incastonare racconti in altri racconti o di raggruppare una serie di storie indipendenti l'una dall'altra ma con in comune uno stesso tema.
Nelle Metamorfosi, Ovidio usa queste tecniche narrative e rielabora con la sua fantasia i racconti mitici tradizionali, nelle loro versioni più rare, raffinate e sconosciute.
I miti, in realtà, hanno ormai perduto da tempo il loro valore religioso. Gli dèi descritti da Ovidio non regolano le sorti dei mondo dall'alto dell'Olimpo, ma scendono spesso sulla terra, amano, sono gelosi, si adirano, hanno sete di vendetta; queste passioni, così umane, coinvolgono e travolgono giovani, donne, fanciulli, e sono spesso causa della loro trasformazione. La metamorfosi, quindi, crea un legame fra il mondo degli dèi e quello dei mortali che dà nuova vita ai miti perché li fa diventare storia della natura e dell'uomo: infatti in ogni fiore, in ogni scoglio si nasconde una storia che ha per protagonisti amanti infelici, donne innamorate, fanciulli imprudenti.
La metamorfosi può essere un premio (ad esempio Ercole, per il suo coraggio, viene trasformato in divinità e assunto in cielo); il rimedio a un errore commesso dagli déi o a un'ingiustizia degli uomini (ad esempio Giacinto, ucciso involontariamente da Apollo, e Leucotoe, condannata a morte dal padre infuriato, divengono piante odorose); una punizione (ad esempio il feroce tiranno Licaone è mutato in lupo): in ogni caso, anche se sotto nuova forma, buoni e cattivi continuano a esistere come elementi della natura.
Inoltre, questi esseri trasformati, anche dopo la metamorfosi non dimenticano chi erano e perché sono diventati così: il girasole continua ad amare il Sole, la pernice non ha più il coraggio di volare in alto, lo scoglio di Perimele desidera ancora gli abbracci del suo innamorato. Animali, piante, rocce conservano quindi la loro umanità.
Arte al bar: ALBERTO BURRI Il grande cretto di Gibellina
Eccoci, amici dell'arte, ad un nuovo appuntamento, la signoradeifiltri si arricchisce di una nuova opera, nel suo genere una delle più grandi al mondo. Oggi parleremo di un artista italiano, Alberto Burri, e del grande cretto di Gibellina.
Sto aspettando Bice e Alice, le due sorelle ex maestre in pensione, prima di recarsi al nostro bar devono fare il loro abituale giro fra i gatti di strada. Come in quasi tutti i quartieri, nei nostri paraggi vive una colonia felina: detto fra noi, oltre l'amore e la simpatia che si ha per tutti per gli animali, il gatto può considerarsi al servizio della società, detenendo un'importanza strategica perché, quando manca il gatto, si sa che i topi ballano, quindi, anche se non a tutti piacciono, in realtà sono anche molto utili.
Ecco vedo arrivare le due sorelle.
- Walter, possiamo salutare anche noi i nostri amici lettori del blog? Carissimi amici della signoradeifiltri, siamo felici di essere qui con voi e vi auguriamo buona lettura.
- Bice e Alice, come stanno i nostri amici con i baffi a quattro zampe?
- Walter, sono sempre affamati e, con questo caldo, non possiamo fargli mancare l'acqua, a nessuno deve mancare l'acqua. Senti, ma oggi di chi parliamo?
- Di un medico.
- Un medico? Ma guarda che noi stiamo benone, eh!
- Ma non è per voi, e poi, diciamo che in questo caso la medicina ha perso un medico ma noi abbiamo acquistato un grande artista, parleremo di Alberto Burri (Città di Castello, 12 marzo 1915 – Nizza, 13 febbraio 1995), vissuto in un periodo storico nel quale gli eventi belligeranti dominavano la vita di tutti i giorni. Era un giovane medico e venne arruolato nell’esercito. Volete sapere perché un medico sia divenuto artista?
- Beh, sì, se era un medico doveva curare i malati.
- Bice, hai ragione, ma nessuno di noi conosce in anticipo il proprio destino. La vita scorre da sé e, a volte, siamo obbligati a lasciarla andare al caso. Dopo essere stato impiegato su vari fronti di guerra, insieme al suo reparto venne fatto prigioniero dagli Inglesi in Tunisia ma, per uno scherzo del destino, fu trasferito nel Texas in un campo di prigionia Americano. Circondato da filo spinato, gli tolsero tutto l’armamentario medico, si ritrovò spogliato del giuramento di Ippocrate e la cosa non dovette piacergli affatto. Oltre che prigioniero, era un uomo sconfitto nell’anima. Ma, se voleva continuare a vivere con dignità, aveva un'unica ciambella di salvataggio, affidarsi alla fantasia e così, nel campo, approfittando delle varie opportunità offerte ai prigionieri di guerra per occupare il tempo, scelse di iniziare a dipingere.
- Ma, scusa Walter, se era un medico perché nel campo di prigionia iniziò a dipingere?
- Alice, hai ragione, possiamo immaginare che Burri abbia iniziato a dipingere perché aveva bisogno di comunicare il suo disagio, alleviando il suo stato d'animo. Dipingere è stato, già dai tempi degli uomini primitivi, un mezzo di comunicazione naturale, anche i bambini sin da piccolissimi fanno gli scarabocchi proprio per esprimere quello che frulla loro per la testa. Forse poteva anche esserci un'altra motivazione pratica: tenendo presente che era un prigioniero di guerra, svolgere un'attività culturale, magari agli occhi del nemico, che lo teneva prigioniero, era un fattore che lo faceva passare maggiormente inosservato, e chissà se avrà anche ricevuto qualche trattamento di favore in cambio delle sue opere. Intanto il tempo passava più rapidamente e, piano piano, si innamorò di questo nuovo linguaggio, quello dell’arte.
L’essere prigioniero di guerra, oltre che farlo avvicinare all’arte, gli diede la consapevolezza di aver visto, fuori del suo paese, letteralmente un altro pianeta, gli Stati Uniti d’America, una nazione moderna che già allora si era dimostrata una grande potenza proiettata nel futuro, visioni che condizionarono non poco il suo lavoro. E così, terminata la guerra, si trasferì a Roma: la sua vita era cambiata e anche il suo io.
A Roma iniziò a frequentare gli ambienti artistici e a lavorare di fatto per creare opere d'arte, con la fame di esprimere il dramma utilizzando materiale atipico che però sprigionasse aliti di emozioni, sapeva che doveva uscire dagli schemi, andare oltre il passato e così, attraverso materiali di largo consumo, usati, laceri, diventava testimone e messaggero di un urlo di dolore, un'espressività moderna per esorcizzare la crudeltà. Era originale e sapeva farlo bene, rischiando molto, perché a quei tempi la critica legata alla tradizione schifava le avanguardie, ne soffrì ma ormai il solco era tracciato, era una persona mite ma, come un invasato, continuò a sperimentare. Nonostante la sua arte venisse definita “povera", Burri andò avanti per la sua strada con coraggio e convinzione; il materiale che usava per le sue opere era semplicemente parte di questa vita, quindi umanità, quindi essenza naturale, arte povera? No, era solo arte e fortunatamente ne venne ampiamente gratificato esponendo apprezzato in tutto il mondo.
- Walter, perché nessuno è profeta in patria?
- Bice, purtroppo è così, nessuno è profeta in patria, però nel 1985, proprio nel nostro paese, da un luogo che non ti aspetti, qualcuno lo chiamò. Era il sindaco di Gibellina, Ludovico Corrao, una persona che voleva ridare una nuova luce al paese completamente distrutto nel 1968 da un tremendo e drammatico terremoto, e così chiamò a raccolta una serie di artisti e architetti a Gibellina, nel paese che venne ricostruito a circa 20 Km dal luogo originario. Risposero all'appello, fra gli altri, Guttuso, Accardi, Schifano, Burri, Paladino, Consagra, Quaroni, Mendini, Pomodoro, Thermes, Paladino, Isgrò, Lupertz, Boetti, Purini.
«Andammo a Gibellina con l'architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l'idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest'avvenimento. »
(Alberto Burri, 1995)
E' così che si espresse l'artista umbro dopo aver visitato la città nuova. L'idea di Alberto Burri era di riciclare tutte le macerie abbandonate rigenerando nuova materia per la realizzazione della sua opera, il cui significato non era cancellare, ricoprire, nascondendo il dramma vissuto, bensì, come avviene per il terreno, ararlo per ossigenarlo e renderlo fertile. Il cretto era per lui una tecnica già sperimentata in passato in vari formati logicamente inferiori, questa sarebbe diventata un'impresa enorme ma necessaria per diversi motivi, doveva realizzare da un lato un monumento alla memoria, da un altro un monumento alla vita, questo grande cretto, un basamento di cemento intramezzato da profondi solchi.
All'epoca nessuno, viste le dimensioni, poteva immaginarne l'impatto visivo ma Burri, abituato agli scenari Americani, consapevole che la modernizzazione, come negli Stati Uniti, sarebbe sopraggiunta anche in Italia, già ipotizzava che le nuove generazioni avrebbero potuto osservare anche dall'alto questa grande opera, che poteva rappresentare un ricordo indelebile a rispetto della natura, e che il dramma sociale sarebbe rimasto nella memoria del luogo. Pertanto, dopo questo fatto, si doveva fare tesoro di questa triste esperienza e attuare nuove regole di costruzione, prevedendo norme antisismiche atte a scongiurare simili drammi.
Attraverso l'arte era possibile mantenere il ricordo per guardare al futuro con ottimismo.
-Walter, ma perché gli artisti sono così matti?
- Alice, non mi ricordo chi, forse Picasso, disse che gli artisti riescono a vedere quello che gli altri non possono vedere, quindi non è che sono matti ma hanno una mente diversamente aperta. Sai che disse il sindaco di allora di Gibellina?
- Che disse?
- “Cosa sarebbe l’uomo senza il soffio rigeneratore dell’arte?” Queste le parole dell’ex sindaco Ludovico Corrao, impresse sulla facciata di un edificio abbandonato di fronte al cretto di Burri.
Amici lettori della signoradeifiltri, con questa bella frase io, Bice e Alice vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, torneremo molto indietro nel tempo per incontrare Giotto.
Chi siamo

Veniamo da un mondo (dove siamo, tuttora) dove sveniamo al pensiero di assumerci le nostre responsabilità!!!
Dieci domande a: Giuseppe Scilipoti

Amici lettori, è impossibile non conoscere Giuseppe Scilipoti! I suoi commenti fanno parte della storia di ogni racconto pubblicato quotidianamente sul sito Letture da metropolitana. Sono sicuro che nessun autore possa farne a meno: le sue disamine sanno descrivere, con un tono appassionato, le atmosfere di ogni lavoro. Dobbiamo ammetterlo, amici autori, che, senza di lui, i nostri testi avrebbero qualcosa in meno. Gli stessi lettori sanno che, oltre alla pubblicazione, potranno avere a disposizione un dettagliato e arricchito contorno, che li aiuterà a capire meglio quello che a volte sfugge alla lettura e, per di più, con una bella dose di ironia che fa del nostro Scilipoti una figura unica.
Ecco quello che ho pensato di chiedergli:
1) Giuseppe, sarò banale... in che modo hai ricevuto l'illuminazione per scrivere?
A 16 anni, una mattina d’estate, durante una bellissima giornata di sole, mentre contemplavo dalla finestra (abito al terzo piano) il suggestivo panorama. A sinistra si vede il mare, a destra le montagne, finché, ad un certo punto, un leggero e piacevolissimo venticello mi sussurrò “scrivi e racconta!”
Infatti, da ciò ebbi lo spunto per scrivere “Il volo”, il mio primissimo racconto che tengo gelosamente nel cassetto e di conseguenza ancora inedito qui su Letture da Metropolitana.
2) In cambio di quale libro offriresti un cannolo Siciliano doppio?
Il Principe del Gosplan dello scrittore russo Viktor Olegovič Pelevin, un libro praticamente introvabile, che ha vari rimandi con "Prince Of Persia", uno dei miei videogiochi preferiti. Se riuscirai a trovarmelo, il cannolo Siciliano doppio sarà tuo!
3) Che sensazioni provi quando commenti un testo?
Io i testi non li commento ma li recensisco, in quanto, prima di diventare scribacchino, ero e sono recensore cinematografico, sebbene in questi ultimi due anni abbia ridotto moltissimo a favore della scrittura, per svariati impegni, soprattutto di tipo lavorativo. Comunque, i componimenti, che siano poetici o in prosa, non li leggo ma… li VIVO!
4) Preferisci un cinema più letterario che d'effetto?
D’effetto tutta la vita!
D’effetto e d’affetto se si parla di romance. Ad ogni modo “amo” moltissimo gli action, le commedie, gli Sci-fi, e soprattutto i polizieschi, in quanto il mio più grande desiderio mai realizzato sarebbe stato quello di diventare un poliziotto.
5) Stavi sognando, ti svegli e sei diventato... ?
Steven Seagal, oggi spacco… il mondo!
6) Che ne pensi degli scrittori di insuccesso?
Sicuramente non consiglierei di “darsi all’ippica”. A mio avviso, anche se risulta molto ma molto difficile, il consiglio sarebbe quello di analizzare i fallimenti e cambiare rotta alle prossime storie da scrivere.
7) Domandami una domanda.
Come ne Le Iene ti potrei domandare… umh, vediamo un po’, ah sì, ecco: “Posizione preferita per fare l’amore?” dai, scherzo, niente, ti volevo chiedere: “Come mai sei finito su Letture da Metropolitana? Per puro caso o tramite pubblicità di qualcuno?”
W.F.: Devo ringraziare Dario De Santis. Quasi due anni fa, e qui subentra il caso, lessi una sua storia pubblicata da letture da metropolitana, gli chiesi informazioni sul come, quando e perché, mi attizzò il fatto del testo breve da 30 secondi max 5 minuti e, grazie alla sua dritta, iniziai questa avventura. Successivamente, durante il percorso, ebbi modo di confrontarmi ed entrare in contatto con altri bravi autori e posso dirti che siamo una gran bella famiglia.
8) Preferisci testi lenti o veloci?
Preferisco i testi veloci, non amo molto le cose troppo criptiche, sibilline o ermetiche. Una lettura deve rilassarmi, magari anche far riflettere, ma senza ridurre il mio cervello in tilt o farmi girare le palle come se fossero uova strapazzate.
9) Uno slogan per i nostri lettori, una battuta, volendo anche un saluto.
Va bene anche una citazione in forma parodistica di una canzone di Jovanotti?
“Serenata rap, serenata da Letture Da Metropolitana, leggi con me, sono circa 20 racconti a settimana.”
Colgo l'occasione per salutare gli amici di Letture da Metropolitana, lunga vita e prosperità a noi e al sito.
10) Il titolo del tuo prossimo libro?
Se sarà un romanzo, prendendo come spunto Le Tribolazioni di un cinese in Cina, di Jules Verne, uno dei miei scrittori preferiti, lo intitolerò “Le Tribolazioni di un Messinese a Catania” mentre, se sarà un’antologia di racconti, “Pane, racconti e fantasia!”. Infatti, uno dei racconti parlerà del mio TOTALE diniego nel fare il panettiere, un mestiere che non farei mai al mondo e che qualcuno in passato cercò di spingermi a fare. In verità adoro il pane ma… solo per mangiarlo!
Molto bene amici lettori, salutiamo Giuseppe Scilipoti, lo ringraziamo in coro e lo aspettiamo a mezzanotte quando escono i testi sul sito Letture da metropolitana, freschi di stampa e, per rimanere in tema, freschi come il pane con il nostro caro amico siciliano pronto a commentarli.
Arena del mare di Sapri… scenario unico di arte, musica e spettacolo

La storica arena, da sempre protagonista di grandi eventi, si impreziosisce dei colori della moda e si inebria sulle note della musica di grandi artisti della scena nazionale e internazionale. Ad aprire la serie di spettacoli ci sarà il grande concerto di Nino D’Angelo il 20 Agosto e, a seguire, il giorno dopo, sullo stesso palco il grande evento di moda sotto le stelle, dove sfileranno i capolavori di Alta Moda e di Abiti da Sposa del celebre stilista Mimmo Tuccillo, protagonista dei grandi eventi della Moda Italiana e stilista di famosi personaggi dello spettacolo e della televisione. Le sue illustri firme, abbellite da pregiati pizzi e ricercati cristalli, saranno accompagnate dal peculiare e grande lavoro dell’hairstylist “Nicola Mariani” e “Lineaemme” e dai gioielli di luce di “Luce di Pegaso”. Essi contribuiranno a creare delle opere d’arte che sfileranno in passerella sotto gli occhi di centinaia di persone. La serata sarà allietata dall’intervento di artisti dello spettacolo, tra cui l’ambasciatrice della musica napoletana nel mondo, la grande Anna Merolla e il famoso Giosuè Bernardo del gruppo “Nojazz”, e dalla presenza della dilettevole Maria Bolignano, regina del cabaret direttamente da Made in Sud. Esibizione di spicco sarà quella del giovane cantante italiano di bachata “Cosimo”, che, dopo la sua partecipazione canora ai mondiali in Russia, si fa portavoce nella sua terra della musica latina che gli ha permesso di conquistare il pubblico della bachata, e non solo, in giro per il mondo e, in tale occasione, presenterà il suo nuovo singolo Tormento.
Ma le sorprese non finiscono qui, numerosi saranno gli ospiti che prenderanno parte all’evento e lo renderanno unico nel suo genere… però non sveliamo i particolari!
Arte al bar: MARINA ABRAMOVIC The artist is present
Amici lettori della signoardeifiltri, è mattina presto, al bar solita gente che distrattamente va e viene. E' Estate e noi cerchiamo, attraverso l'arte, di far sorridere un po' di gente perché, mentre aspetto Dalia, leggo le ultime consuete e immancabili brutte notizie sul giornale. Purtroppo così è la vita ma, di controparte, tutte le arti, ad ogni latitudine, hanno il pregio di colorarvela e di alleggerirvela in certi momenti difficili. Per oggi abbiamo concordato che andremo a parlare di arte presso il negozio di Monica la parrucchiera, vi descriveremo un ricordo, coinvolgendovi, attraverso la cronaca di una nostra spedizione a New York, in una fantasiosa esperienza fatta nella Primavera del 2010, per raccontarvi, amici del blog che sta all'arte come CR7 sta al calcio, la cronaca della performance dell'artista Marina Abramovic.
Ecco arrivare Dalia.
- Dalia, buongiorno, sei pronta?
- Sì, lasciami prendere un caffè alla parmigiana e andiamo... senti, ma di chi hai detto che parliamo oggi?
- Marina Abramovic.
- Sarà dura, vero?
- Uelà, se serve di menare le mani io ci sono, eh!
Ecco a voi Giovanna la Milanese, con la sua proverbiale carica agonistica, anche se dell'arte non gliene frega niente, rimane sempre con le orecchie ben drizzate.
- Vengo anch'io, la partita al biliardo la finisco dopo!
- Veramente, andiamo a parlare di arte al negozio di Monica, se ti fa piacere, vieni anche te.
- Ma sì, mentre voi raccontate le vostre cose, io mi farò una ritoccatina all'acconciatura e magari anche al resto.
Marina Abramovic è un artista nata a Belgrado (30 Novembre 1946), dopo gli studi all'accademia di belle arti è nel cuore degli anni '70 che inizia la sua ricerca verso nuove forme espressive. La sua carriera avrebbe dell'incredibile, in realtà è quasi ossessiva sperimentazione, attraverso un nuovo linguaggio che vada al di là della staticità di una tradizionale opera d'arte.
Se, da un lato, è stata coraggiosa a rischiare feroci critiche, da un altro punto di vista è stata geniale nel trovare sempre l'approccio ideale con il pubblico, senza la paura di venire messa in discussione. A livello mondiale è considerata una vera e grande artista, sicuramente non è facile per tutti poterla identificare come tale, ma è innegabile che Marina Abramovic ha permesso alla gente di avvicinarsi al mondo dell'arte, di toccarla con mano, con tutta la propria anima, provando una serie di emozioni contrastanti ma in ogni caso vive. Altra sua prerogativa è che è volutamente uscita dallo schema artista = artigiano. Piuttosto artista che lavora in squadra, coadiuvata da diversi collaboratori che utilizzano strumenti audiovisivi. Marina Abramovic non è l'artista chiusa in uno studio, solitaria, concentrata sulla sua singola opera ma è al lavoro in una continua e dinamica costruzione di un'opera alla quale può partecipare chiunque.
- Dai, incamminiamoci, il negozio di Monica è dietro l'angolo, entriamo.
- Buongiorno a tutti, state pure comodi, sono qui per raccontarvi come è andata quella faccenda artistica. Monica, tu lavora tranquillamente.
- Ciao, Walter, ciao Dalia, ciao Giovanna.
La gente nel negozio sembra non essere interessata a noi, la musica nel locale è soft, devo solo iniziare.
Questa è una storia di qualche anno fa, insieme a me c'erano Mario il benzinaio, abituale consulente artistico, e Franco il gelataio, in qualità di testimonial. Eravamo partiti per gli Usa per andare ad assistere alla performance The artist is present, messa in mostra dall'artista Marina Abramovic, nella Primavera del 2010, al Moma di New York, performance durata tre mesi nella quale i visitatori avevano la possibilità di sedersi di fronte all'artista e guardarla in silenzio per pochi minuti. Durante il mese di Marzo l'artista aveva indossato un abito blu, nel mese di Aprile un abito rosso e in Maggio un abito bianco, era una performance intensa, lenta nell'azione ma vissuta con grande emotività, tutto si svolgeva in un grande ambiente vuoto, presente solo l'artista, seduta impassibile su una semplice sedia razionale di legno chiaro, al centro un tavolo, sul lato opposto il visitatore di turno, anch'egli seduto su una sedia uguale a quella dell'artista.
L'atmosfera che si respirava era una miscellanea di calore bollente diffuso in un assoluto silenzioso immobilismo, i visitatori, come un mantra, aspettavano il contatto con l'artista e ogni loro pensiero era una moltiplicazione di energia. Potevamo leggere nei loro volti il punto interrogativo del vedere, sapere e cercare dove era l'arte, si chiedevano inconsciamente perché si trovavano lì, qualcuno rinunciava, qualcuno voleva a tutti i costi affrontare la prova, nella quale nessuno sarebbe stato vinto o vincitore.
L'artista, protagonista della scena insieme al suo spettatore di turno, era decisa a dare tutta se stessa in pasto al mondo, consapevole che alla fine tutti saranno uniti in un grande abbraccio. Ma in tutto questo l'arte dov'è? Dov'è la bellezza, la costruzione, la visione, la materia, dov'è l'arte da vedere con gli occhi per assaporarne i colori, dov'è la fantasia, dov'è il talento dell'artista, volendo anche la visione tradizionale del vocabolo "Arte"? Che sia tutta da trovare nella semplicità di un incontro? Nell'incrocio fra due sguardi? In verità qui tutti erano protagonisti e l'essenza dell'arte era il momento stesso, questo fantastico abracadabra dell'evento, l'emozione che scuote la nostra vita, il visitatore non è più fruitore passivo ma può scambiare il fluido di energia con l'artista Marina Abramovic, in un breve e intenso tempo da apparire eterno.
Il solo limite, anch'esso pura essenza artistica, è il silenzio, e il tempo che viene fermato. Entrambi i performer, l'artista e lo spettatore, devono lottare con se stessi, vincere quella forza magnetica che li vorrebbe attrarsi, toccarsi, parlarsi, forse anche respingersi... no, tutto deve essere energia invisibile e, quando si alzeranno dalla sedia razionale di legno, saranno più forti, anche se sfiniti nel cuore e nelle membra. Questa è arte per la vita, in questo caso bisogna scegliere fra questo misterioso anelito vitale oppure la materia, quella tradizionale da vedere e da toccare di fronte alla parete di un museo. Alla fine della giostra noi umani, che vorremmo essere dominatori, in conclusione siamo solo una piccola parte di una cosa più grande di noi, la terra viva, l'aria, l'acqua, il fuoco e ogni altro elemento naturale in un continuo interscambio di fluido spirituale. Al confronto non siamo nulla, lo dobbiamo ammettere, e forse solo unendo le nostre paure e le nostre virtù diventeremo migliori, questo è quello che, secondo me, ho trovato nella ricerca di Marina Abramovic.
A questo punto io, Mario e Franco, abbiamo fatto un po' i furbastri, c'era una bella attesa per il nostro turno, serviva un escamotage, avevo con me la tessera giallorossa dell'AS Roma, lo so, ora direte che è una cosa vecchia, che lo fece pure Alberto Sordi in una scena di un film, sì, ma che ci posso fare, a ognuno la sua arte, sta di fatto che, mentre stavamo in fila ad aspettare, ho mostrato il documento, giustificandomi che Franco zoppicava in quanto infortunato, ed io e Mario, in quanto Assistenti Romani addetti al suo sostegno fisico, non avremmo potuto sostare a lungo in piedi, quindi, maramaldi noi birbanti, abbiamo eluso la fila e preso il posto davanti all'artista, sedendoci non sulla sedia razionale ma su una panchina fattaci portare dal personale Americano.
A questo punto l'artista ci guardava, noi la guardavamo come da copione, fermi e muti, ma c'era un problema, come la mettiamo con la libertà di espressione? In teoria non ci doveva essere contatto di nessun tipo, ma noi volevamo uscire dagli schemi e dire liberamente la nostra opinione, e così abbiamo tirato fuori dei fogli, dove avevamo fatto un disegno esplicativo, in quanto non potevamo usare le parole, quindi io avevo disegnato un piatto di spaghetti e, con mimica teatrale, muovendo a rotazione indice e medio della mano destra, volevo fare intendere all'artista "Dopo ci andiamo a far due spaghetti?
Franco, invece, che durante la trasferta era sempre stato molto scettico, aveva disegnato una tazzina di caffè fumante e così, guardando Marina negli occhi, indicando il caffè con il pollice destro, la invitava ad andare a prenderlo insieme perché voleva dirle due parole a quattrocchi. Mario ha semplicemente disegnato un punto interrogativo, alzando gli occhi al cielo come a dire "E adesso che facciamo?" Avevamo superato la barriera, infranto un muro invisibile, Marina Abramovic rimase prima logicamente sorpresa poi iniziò a ridere, a ridere, e tutti i visitatori intorno iniziarono a loro volta a ridere, era un colpo di scena, è la vita che va così, noi siamo piccoli attori sul palcoscenico di fronte all'universo, e così ci siamo alzati e diretti fra la gente intorno, che ci guardava e ancora rideva. Forse un giorno l'umorismo potrà salvare il mondo.
- Ma non vi hanno messo in prigione?
- Dalia, con la fantasia tutto è permesso, e poi l'arte è bella proprio nello squilibrio, anche la nostra in fondo era una performance.
- Una che?
- Giovanna, la performance è un'azione artistica, un nuovo modo espressivo.
- Uè, fessacchiotto, ma questa roba qua mica si incornicia e si appende al muro.
- A parte il fatto che dopo vengono realizzati libri, manifesti, fotografie e video che verranno distribuiti, l'arte è un qualcosa a 360°.
- Ah, ho capito, beh, almeno non bisogna spolverarle queste opere d'arte.
- Dalia, le emozioni trasmesse dall'arte si possono vivere in tanti modi.
Non ci eravamo accorti che ne frattempo tutti avevano smesso di lavorare per ascoltare noi, beh, possiamo dirlo senza ombra di dubbio che il nostro racconto era stata una bella performance artistica e tutte le donne presenti in quel momento nel negozio stavano a coppie provando la stessa opera di Marina Abramovic.
C'era in quel negozio una bella energia diffusa, diciamo che dalle nostre parti questo tipo di fare arte si stava realizzando in maniera un po' più spiritosa e allegra. Bice e Alice si guardavano e si davano i pizzicotti sulle guance, Adele e Francesca facevano le facce buffe, Pina e Tatiana si tenevano per mano, Monica e Beatrice si grattavano entrambe la testa, perfino Giovanna, con in bocca il suo sigaro spento, davanti a Dalia era molto interessata, in sintesi avevano tutte stravolto il messaggio originario, si era creata l'evoluzione dell'arte.
Amici lettori della signoradeifiltri, io alla chetichella lascio tutte le ragazze nel negozio di Monica la parrucchiera a proseguire la loro performance artistica, forse senza volerlo è quello che fanno tutti i giorni senza accorgersene, la vita è senza sosta una reale e continuativa incredibile opera d'arte. Ci rivediamo al prossimo artista sempre su questo blog che parla umano con parole colorate.
Intanto qui al bar stiamo organizzando con la fantasia una comitiva che partirà con il nostro celeberrimo bus a tre piani, alimentato ad energia solare, perché dal 21 Settembre 2018 al 20 gennaio 2019 l'artista Marina Abramovic sarà protagonista dello speciale appuntamento Marina Abramović Speaks, organizzato dalla Fondazione Palazzo Strozzi, presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. L'artista, in conversazione con Arturo Galansino, curatore della mostra e direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, affronterà alcuni temi del suo percorso esistenziale e creativo, ripercorrendo le tappe della sua carriera, dagli esordi in Serbia alle ultime grandi performance in tutto il mondo. La mostra racconterà il percorso creativo dell'artista Montenegrina, si tratta di una mostra itinerante già inaugurata lo scorso 20 aprile presso la Bundeskunsthalle di Bonn.
"The Cleaner”, questo il titolo dell’esposizione, nasce in collaborazione diretta con l’artista e riunisce oltre 100 opere, offrendo una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Settanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance, che si terranno nel corso delle giornate di apertura, attraverso un gruppo di performer, specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra. Marina Abramović, che si è autodefinita "nonna della performance", si confronterà per la prima volta con un'architettura rinascimentale, sottolineando lo stretto rapporto che ha avuto e continua ad avere con l'Italia.
La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. L'evento è già sold out pertanto scaldate la fantasia e preparatevi a seguirci.
Ovidio, la vita e le opere

Ovidio nacque a Sulmona. All'età di dodici anni venne a Roma col fratello e frequentò le migliori scuole di grammatica e di retorica. Il padre, infatti, avrebbe voluto farne un avvocato e avviarlo alla carriera politica, ma Ovidio era attratto in modo irresistibile dalla poesia: egli stesso dirà che qualunque cosa cercasse di scrivere, gli veniva in versi!
Ovidio fu dunque poeta per istinto, per autentica vocazione.
Terminate le scuole, andò ad Atene per perfezionarsi negli studi, come facevano di solito i giovani romani di buona famiglia; qui venne a contatto diretto con la cultura, l'arte, le tradizioni della Grecia e ne rimase affascinato. Ai suo ritorno a Roma rinunciò alla carriera militare e a quella di avvocato per dedicarsi interamente alla poesia.
Ovidio, oltre a essere molto capace nello scrivere versi, aveva un aspetto piacevole: lo sguardo era vivace e intelligente, il volto sereno, la corporatura delicata e i gesti disinvolti. Vestiva in modo molto curato e raffinato, senza però eccedere negli ornamenti e senza far sfoggio di ricchezza; riscuoteva quindi simpatia e ammirazione ovunque andasse.
A poco più di venti anni, aveva già composto opere geniali e brillanti, che lo avevano reso famoso: Amores (Gli Amori), una raccolta di poesie dove cantava la sua passione per una fanciulla di nome Corinna; e le Heroides (Le donne leggendarie), lettere d'amore in versi scritte da antiche eroine come Penelope, Elena, Didone, ai loro innamorati.
Ovidio aveva 25 anni quando l'imperatore Augusto promulgò tre leggi volte a ristabilire nella società un tipo di vita che aveva per modello la virtuosa famiglia romana dei passato.
Queste leggi prevedevano ricompense per i padri di almeno tre figli, punivano severamente l'adulterio, vietavano di costruire abitazioni troppo sfarzose, di indossare abiti provocanti o fatti di stoffe preziose come la seta e la porpora, di imbandire cene troppo sontuose...
Ovidio, come molti altri della sua generazione, non desiderava affatto una vita diversa da quella splendida e lussuosa che stava conducendo, perciò i giovani lo consideravano il loro poeta, lo ammiravano e preferivano a Orazio e Virgilio, che elogiavano la politica dell'imperatore.
Augusto conosceva sicuramente le opere di Ovidio, nelle quali spesso il poeta faceva ironia sulle leggi severe riguardanti il lusso, il matrimonio, l'adulterio; sottovalutava le virtù militari, dichiarava di non desiderare il ritorno alla tradizione, alla vita domestica, alla sobrietà dei costumi. L'imperatore non era certamente soddisfatto di lui, tuttavia non ho fece perseguitare, né impedì che le sue opere fossero pubblicate: Augusto desiderava essere stimato protettore delle arti e delle lettere e Ovidio era un poeta amato e celebrato non solo a Roma, ma anche nelle più lontane citta dell'impero.
Così per molti anni ancora Ovidio continuò a scrivere versi che avevano come argomento l’amore, la bellezza, il piacere di vivere, finché, all'età di quarantatrè anni, decise che era giunto il momento di iniziare un'opera più importante, di più vasto respiro, dove fossero presenti i miti c le leggende greche e romane che egli tanto amava.
Con quest'opera Ovidio si proponeva di dare al lettore emozioni sempre diverse, ma anche la sensazione di una grande unità, perciò stabilì che tutte le storie avrebbero avuto un tema comune: la trasformazione degli uomini in altri esseri, animati o inanimati.
Un'opera simile non era mai stata scritta a Roma. In Grecia, invece, Omero, ma soprattutto i poeti dell’ epoca ellenistica (così si chiama il periodo storico che inizia dopo la morte di Alessandro Magno), avevano raccolto miti e leggende che parlavano di trasformazioni.
Ovidio possedeva i loro libri o poteva facilmente trovarli nella ricca biblioteca imperiale.
Così, per sette anni almeno, dal 2 d. C. all' 8 d. C., il poeta lavorò a quest'opera che non smise mai di rivedere, affinare, modificare, nel contenuto e nella forma.
Quindi iniziò la scrittura dei Fasti (I giorni fasti). Avrebbero dovuto essere dodici libri, uno per ogni mese dell'anno: in ciascuno di essi venivano elencate le feste religiose, spiegate le origini di riti, divinità...
Quest’opera, dedicata ad Augusto, si interruppe al sesto libro perché, inaspettatamente, Ovidio fu condannato all'esilio.
La ragione di questa improvvisa condanna, che si abbatteva su un poeta famoso e ormai vicino alla vecchiaia, rimane ancora un mistero; forse Ovidio si trovò coinvolto in uno scandalo di corte che riguardava la nipote di Augusto, Giulia Minore, accusata di condurre una vita non onesta e certamente contraria alle leggi dell'imperatore. Augusto, amareggiato da queste vicende familiari che venivano utilizzate contro di lui dagli avversari politici, decise di dare una prova evidente della sua fermezza e di mostrare a tutti che anteponeva gli interessi dello stato a quelli personali.
Così esiliò Giulia Minore nelle isole Tremiti e l'altro nipote, Agrippa, anche lui dedito al lusso e ai divertimenti più sfrenati, nell'isola di Pianosa; infine, nel dicembre dell'anno 8 d. C., firmò l'editto che relegava Ovidio a Tomi, un piccolo presidio militare sul Mar Nero, corrispondente oggi alla città di Costanza.
Quel luogo era arido, desolato e malsicuro per i predoni che facevano scorrerie nelle campagne, perciò Ovidio soffrì molto in esilio: non tollerava il clima e le acque malsane, la sua abitazione era priva di comodità, non aveva amici ed era tormentato dai ricordi della vita raffinata che conduceva un tempo e dalla nostalgia per la moglie lontana. Sentiva che la sua capacità di creare versi bellissimi era perduta per sempre, perciò scrisse agli amici di distruggere le Metamorfosi perché non avrebbe più potuto correggerle; per fortuna circolavano già varie copie dell'opera e questo ha impedito che andasse perduta.
L'esilio del poeta durò otto anni, durante i quali egli non cessò mai di supplicare Augusto e poi il suo successore, Tiberio, affinché lo richiamassero a Roma o almeno lo trasferissero in un luogo meno selvaggio e lontano. Ma i suoi tentativi rimasero sempre vani.
Il poeta infatti morì a Tomi, nei 17 d. C., all'età di sessanta anni. Le sue ceneri non vennero portate a Roma, come egli aveva chiesto e sperato, ma furono sepolte in quella terra lontana.
Ovidio però continuò a essere celebre e ammirato, nonostante l'esilio e anche dopo la sua morte.
Si realizzò così ciò che egli aveva scritto nei Tristia (Le Tristezze), un libro di poesie composte a Tomi:
« ...Tutto quanto poteva essermi tolto, mi fu strappato: la patria, le persone care, la casa, ma l'ingegno no: esso è il mio solo amico e il mio solo conforto; contro di esso, Augusto non può nulla. Che questa vita mi sia pure tolta: la mia fama durerà eterna e la mia opera sarà letta finché Roma dominerà il mondo».
Palla pallina
Palla pallina su un piede sto
e mille salti con te farò
Il 1968 è un anno fatidico che ha significato molto per tanti: la contestazione studentesca, la liberazione sessuale, i vecchi definiti “matusa”, etc etc. Ma io avevo sette anni, ricordo solo il gioco “palla pallina” lanciato da Rita Pavone. Lo rammentate? Una piccola palla di plastica dura e un lungo cordino terminante in un cappio da infilare alla caviglia. Con un piede la si faceva roteare e con l’altro bisognava saltare la cordicella. Non era poi così facile mantenere il ritmo, ma ci ho provato per giorni e giorni nelle interminabili estati sulla terrazza che dava sui tetti. Canottiera e mutandine, ginocchia sudice e sbucciate, piedi feriti dal cemento dei bagni o da qualche spina di riccio, il tempo si dilatava come in un buco nero, le vacanze duravano dalla metà di giugno fino al primo di ottobre, la noia, sì, la benedetta e santa noia, oggi sconosciuta ai bambini, era capace di farmi giocare da sola i giochi di società, persino la dama, interpretando entrambe le parti senza barare, cercando di vincere contro me stessa. Annoiarsi era un valore, non una mancanza di stimoli. M’induceva a leggere, a trovare risorse in me stessa, a lavorare con la fantasia, a trasformare il niente in tutto, a diventare creativa.
Non pressate di stimoli continui i vostri figli, non giocate tutto il giorno con loro, non sballottateli qua e là come pacchi fra ludoteche, gonfiabili e compleanni, non intromettetevi nei loro trastulli, lasciateli essere bimbi fra bimbi, lasciateli frignare per la noia in una stanza o in un cortile, che gli fa bene!
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