Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

storia

LA GUERRA DEL ’15 di Giani Stuparich

29 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA GUERRA DEL ’15 di Giani Stuparich

Giani Stuparich (1891-1961), triestino, fu combattente nella Grande Guerra nell’esercito italiano col fratello Carlo, destinato a una tragica fine nel 1916 sul Monte Cengio. Giani verrà invece fatto prigioniero. Nel dopoguerra sarà attivo come scrittore e curatore delle opere del congiunto e degli scritti dell’amico Scipio Slataper. A Carlo dedicò “Colloqui con mio fratello”. Durante l’occupazione tedesca della sua città nella Seconda Guerra Mondiale, venne rinchiuso nella Risiera di San Sabba.

“Al Portonaccio! Al Portonaccio!”: si apre così il diario di Stuparich che parte con i commilitoni dall’omonima stazione di Roma per raggiungere il fronte. Ex-studente a Praga e Firenze e cittadino dell’Austria-Ungheria, si è arruolato nell’esercito italiano. Aveva da poco scritto un saggio sulla nazione ceca, auspicando l’approdo a un assetto federale della compagine asburgica. Ma dopo i fatti di Sarajevo la penna ha lasciato posto alla spada.

All’inizio c’è un certo entusiasmo, sommato alla consapevolezza dell’aver scelto volontariamente l’arruolamento; per Giani (con lui ci sono il fratello Carlo e per qualche tempo anche Scipio Slataper) si tratta di adempiere una missione “sacra”, quella della liberazione delle terre care all’Irredentismo. I soldati avanzano (nella zona di Monfalcone) come “guerrieri e martiri della croce”, con decisione ma anche con levità, complice un nemico che stenta ad apparire. Alla stazione di Mestre si erano visti parecchi feriti, muti, rassegnati, senza più nulla da dire. Eppure pochi giorni dopo, si parla invece di un facile attraversamento dell’Isonzo da parte delle avanguardie e questo lascia sperare in una guerra rapida. Il pensiero di Giani va sempre alla città natale e alla madre; a mano a mano che ci si addentra nel Carso cresce il flusso dei ricordi legati all’infanzia. All’arrivo nelle zone di combattimento i due giovani triestini ricevono la buona accoglienza degli ufficiali che in generale appaiono vicini alle sofferenze dei loro uomini (il colonnello Coppi in un’occasione delicata riuscirà a far sospendere un attacco che sarebbe sfociato in una probabile strage). Essi stessi, consci della differenza tra volontari e coscritti, fanno un passo avanti se c’è qualche missione pericolosa da compiere (si può leggere un interessante resoconto dell’addestramento per i soldati che di notte andavano a far saltare i reticolati nemici con i tubi esplosivi). Non manca però la diffidenza del loro capitano in una specifica circostanza e ciò crea amarezza; chi ha tradito, potrebbe farlo di nuovo, sembrano pensare alcuni commilitoni.

A tratti il diario si fa cronaca minuta dei movimenti delle truppe, degli attacchi, del correre a perdifiato da una postazione all’altra sotto i colpi dell’artiglieria che diventa la voce principale della guerra: “Ad ogni nuovo sibilo che si avvicina, i corpi si raggricciano ancora di più, le teste si ritirano dentro le spalle, sotto lo zaino, cercano riparo tra i corpi dei compagni, frugano nel terreno come per entrarvi”. Siamo sempre a Monfalcone, quando, durante gli assalti, una bomba fa strage di fanti e allora l’incantesimo della guerra rapida e poco cruenta si rompe di netto: “La grande pianura verdeggiante che abbiamo attraversato baldanzosi, in un’aureola di gloria, si restringe in quella buca terrosa di cadaveri”.

Si muore con facilità e senza vedere il nemico. Stuparich nota significativamente che prima di ogni azione ci si deve “ripreparare alla morte”; non ci si è mai preparati definitivamente. Grande è la severità dell’autore verso se stesso; si critica e mette il dito nella piaga delle proprie umane debolezze. Ha voluto la guerra, ma teme di essere ucciso o ferito; quando è di sentinella ha paura di dover fronteggiare e uccidere in una lotta corpo a corpo un singolo nemico, perché nel confronto diretto a quel punto lo vedrebbe innanzitutto come un uomo, spogliato della divisa. All’inizio Giani riceveva volentieri La Voce, con cui aveva collaborato, ma dopo poche settimane il suo umore è cambiato: “Un nuovo numero de La Voce: un mese fa l’arrivo delle Voci mi faceva ancora piacere, sentivo in questa rivista come l’espressione di qualche cosa che m’era vicina, ora invece la sento estranea, una rivista letteraria d’una città lontana”.

Gli attacchi sono inconcludenti e la città natale resta lontana. Anche i compagni sono mutati; la guerra sarà lunga e soprattutto è doloroso avere la sensazione di morire per niente, dato che non si avanza e si fa da quasi inerte bersaglio ai cannoneggiamenti nemici. Tante sono le immagini vive di una scrittura sempre efficace nell’esprimere la vivacità degli scontri: “Il cielo è una lastra sonora”, annota il diarista durante alcuni duelli di artiglieria.

Dopo due mesi gli Stuparich sono già logori come veterani e hanno visto immagini crude come questa: “Vengono giù i feriti, molte barelle. Interrogherei tutti quelli che possono ancora camminare, reggersi da sé, ma basta guardare le loro facce: non una che mostri coscienza di quel che succede; esprimono, ugualmente, una stanchezza cieca, una fatale passività; sono come delle bestie sfinite, vicine a morire, che non desiderano altro che un angolo appartato, per finir tranquille”. A Giani è capitato anche di individuare due uomini che si erano nascosti sotto sacchi di terra in una trincea, sperando infantilmente di non essere scovati; il disgusto in quel caso si è mescolato alla pietà. Subito dopo questo episodio il fratello gli mostra un portafoglio sporco e alcune cartoline quasi illeggibili; forse è quanto resta di un caduto di cui si riesce solo, nella poca luce, a conoscere il nome di battesimo. C’è quindi chi per paura si nasconde e chi muore lasciando di sé solo alcuni laceri e anonimi oggetti. Per quanto diversi, sono aspetti dello stesso dramma.

Proprio in questo contesto cupo arriva improvvisa la nomina a ufficiali per i due volontari; devono raggiungere le retrovie per svolgere dei corsi. Considerano anche la possibilità di rifiutare, per solidarietà verso i commilitoni che resteranno in trincea. Ma alla fine accettano; hanno dato molto, sono stanchi e hanno la percezione che in quel tratto del fronte (le trincee del Lisert) si muoia inutilmente. Il diario si chiude l’8 agosto 1915 con la parola “irraggiungibile”, riferita alla madre del diarista. Già il 18 luglio il giovane aveva scritto: “Non spero più, come nei primi giorni, di poter arrivare d’un balzo a Trieste: quelle erano illusioni che abbiamo scontate”. Il pensiero va fino all’ultimo ai propri affetti e alla propria città. Lasciano il fronte. Durante il viaggio, trovano cordiale ospitalità presso la casa di alcuni amici, lontano dai pericoli della guerra, in un’atmosfera distesa; ma è proprio questo clima familiare a dare una nota di mestizia ai due soldati. In fondo Carlo e Giani scoprono di avere un’identità “sospesa”; il loro travaglio potrebbe concludersi solo con il ritorno a Trieste che per ora resta appunto “irraggiungibile”.

Il diario termina qui, mentre la guerra continuerà, riservando ai due fratelli i fatti terribili del Monte Cengio nel 1916.

Mostra altro

1915-1919 DIARIO DI GUERRA di PAOLO CACCIA DOMINIONI

9 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

1915-1919 DIARIO DI GUERRA di PAOLO CACCIA DOMINIONI

Il diario è opera di un soldato indomito e volitivo, mai spezzato dalle sofferenze e dalle ferite (non solo fisiche) della guerra. Si comincia con il clima entusiastico della piazza che sta premendo sul Governo italiano per spingerlo a dichiarare guerra all’Austria-Ungheria: la mobilitazione delle componenti interventiste naturalmente coinvolge anche il mondo della scuola e dell’università. Paolo Caccia Dominioni è uno studente non troppo zelante quando nel maggio 1915 c’è sentore che la guerra sia vicinissima anche per il nostro Paese. Il giovane si arruola, come molti altri studenti e inizia l’addestramento. Forte è la smania di raggiungere il fronte dove si hanno le prime offensive italiane. Poco sa il diciottenne Paolo di cosa sia la guerra; un incontro con un soldato in treno gli permette di sapere che sull’Isonzo si è trovata una coriacea resistenza e ci sono stati tanti morti. Il giovane viene inviato sul Carso nel Genio Pontieri e diventerà tenente. Molti suoi amici vengono feriti o uccisi. Il diarista riesce a dare immagini crude ed efficaci della vita al fronte. Ci racconta di un ragazzo, classe 1899, trovato un mattino ferito a morte alla testa, dagli occhi semiaperti, celesti (“sembra un bambino”). In particolare ha notizia di un amico colpito da una pallottola all’intestino; sembra spacciato ma si salva perché non mangiava da oltre trenta ore e allora l’intestino era vuoto. Il soldato è quindi fuori pericolo. Questa è la guerra e il reparto di Paolo deve partecipare a una temeraria e prolungata iniziativa sull’Isonzo; bisogna predisporre i ponti di barche per i fanti che si lanceranno dall’altra parte del fiume. Il lavoro viene svolto sotto il flagello dell’artiglieria nemica. Anche il diarista viene ferito; durante la convalescenza, scosso dalla perdita di tanti compagni, decide di entrare nel reparto lanciafiamme in quanto considerato arma più combattente. Dopo l’addestramento, torna sul Carso e ci descrive con una prosa curata l’ambiente martoriato da due anni di conflitto e in particolare la sua logorante attività di presidio di Quota Innominata. Nell’ottobre 1917 c’è il dramma di Caporetto. Paolo e i suoi compagni evitano la cattura ma grandissima è la sofferenza per il doversi ritirare. Un segno di ripresa viene individuato in un giovane che compie il percorso inverso rispetto alle truppe in fuga; accompagnato dal padre, cerca di raggiungere il suo reparto per combattere, pur non essendo tenuto a farlo dato che era in licenza. Perché Caporetto? Paolo, ne discute con i commilitoni; la responsabilità è degli alti ufficiali che hanno fiaccato gli uomini in inutili attacchi frontali. Caccia Dominioni parla anche di ordini (da lui non eseguiti) che ingiungevano di perquisire i soldati alla ricerca di documenti sovversivi o disfattisti. Si cita invece come figura positiva il generale Venturi, una mosca bianca nell’ambiente: “Lui preparava le azioni passando settimane in trincea, e anche davanti alla trincea, pigliando appunti e notando ogni buca e ogni pietrone (…). Risultato: ha preso il Passo della Sentinella e il Sabotino con perdite irrisorie”. Poco stimato dai superiori per la sua autonomia e la difficoltà a sposare la tattica degli assalti frontali, Venturi verrà allontanato dal fronte.

Nel 1918 c’è una drammatica cesura nella vita di Paolo; muore in un attacco Cino, fratello del diarista. I due fratelli in alcune occasioni si erano incontrati in trincea e il loro rapporto stretto ricorda anche nel destino tragico quello di altre coppie di soldati fratelli come Giani e Carlo Stuparich e Carlo ed Enrico Gadda. Pur essendo di famiglia influente e imparentata con il generale Porro, i Caccia Dominioni non avevano mai chiesto agevolazioni per evitare le prime linee e nemmeno avevano mai pensato di farlo. La fine di Cino significa il termine dell’esperienza bellica del giovane ufficiale; raggiunge infatti la famiglia in lutto a Tunisi e poi viene trasferito in Tripolitania. Il fisico è logorato da tante battaglie, ma il clima da “Fortezza Bastiani” che si respira nella colonia non gli piace. Noia e scartoffie da ufficio lo esasperano. Chiede più volte di tornare in Italia, al fronte, ma senza successo. In terra d’Africa, riceverà la notizia della fine della guerra e della Vittoria.

Mostra altro

KOBILEK di Ardengo Soffici

3 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

KOBILEK di Ardengo Soffici

Ardengo Soffici (1879 – 1964), scrittore, poeta e pittore, fu uno dei protagonisti del vivace ambiente culturale italiano d’inizio secolo. Soggiornò a Parigi dove conobbe tra gli altri Picasso e Apollinaire (anch’egli scrittore e poi soldato nella Grande Guerra); fu uno dei fondatori della rivista Lacerba e convinto interventista. Nel dopoguerra si legò al Fascismo. Sul primo conflitto mondiale ci ha lasciato due diari: Kobilek e La Ritirata del Friuli.

Kobilek racconta la presa del Monte omonimo, nell’ambito di quell’ampia offensiva che nel 1917 permise all’Italia di occupare l’altopiano della Bainsizza. Come tenente partecipò da vicino a quelle operazioni. Si tratta di un diario pieno di verve guerresca, a tratti di ispirazione classica per i rimandi a una grandezza antica e per la ricerca di profili “plutarchiani”; in particolare il maggiore Casati, amico con cui l’autore prima della guerra aveva condiviso molte giornate fiorentine e parigine, risente di questa idealizzazione per la calma e la misura che caratterizzano il suo fermo contegno anche nelle circostanze più delicate. La prosa è potente, legata come stile ad alcune avanguardie artistiche del primo Novecento (Soffici ebbe un tormentato legame col Futurismo); in generale c’è un impatto descrittivo adatto a presentare un campo di battaglia fatto da rocce, sterpaglie bruciate dal sole, fossati, boschi annichiliti dalle artiglierie dove l’afa e la sete tormentavano i fanti. Non mancano le descrizioni liriche: “E oggi ho visto un rosignolo che saltellava ingenuamente sul reticolato, di filo in filo”.

Qualche aspetto può apparire inquietante, come quando si reclama una sorta di diritto dei combattenti a mettere in riga quella parte del Paese (il “putridume”) che non asseconda abbastanza lo sforzo bellico: “Chi ride, scherza, sopporta tanti disagi (…) in faccia alla morte imminente, ha il diritto di essere padrone della vita futura italiana, e se dovesse essere defraudato del suo diritto avrà ragione di divenir terribile”.

Le sofferenze della guerra sono presenti nel testo, ma l’entusiasmo per la lotta e per gli obiettivi da conseguire prevalgono sulla paura e sui disagi. Il diario ci presenta da vicino le manovre dei reparti e tutti i problemi di una complessa offensiva di cui ogni reparto era solo una piccola parte; accade così che gli uomini guidati da Soffici e da Casati (di cui poi lo scrittore diventa aiutante maggiore) sono costretti a fermarsi a lungo perché tre mitragliatrici nemiche bloccano il passaggio, mancano ripari sufficienti per difendersi dai colpi, si rischia di perdere il collegamento con gli altri reparti e ciò determina incertezza e alcuni momenti di panico tra i soldati. Soffici si trova varie volte senza informazioni esatte; nascono equivoci e si crea angoscia. Eppure gli ufficiali e i subalterni rispondono bene alla tensione e alla fine, grazie anche all’artiglieria, le truppe prendono il Kobilek. Soffici, fino a poco prima incerto sulla sorte della sua compagnia, raggiunge pur ferito i compagni sulle alture finalmente occupate e qui c’è il momento più emozionante del diario, in cui i soldati vittoriosi sono su “una specie di anfiteatro favoloso”, appollaiati alla meglio, simili a “uno stormo di avvoltoi che si riposassero da qualche fantastico volo”.

Lo scrittore, colpito seriamente a un occhio, viene portato nelle retrovie. In ospedale riceverà la visita del generale Capello (già incontrato prima e di cui lascia un vivace ritratto) e della Duchessa D’Aosta. Le memorie dell’artista terminano con le parole inviate dall’amico Casati, anch’egli ferito ma felice per il successo dell’avanzata. Si tratta di un diario che racconta una vittoria, con enfasi e qualche momento di retorica, ma non senza umanità e partecipazione come quando in un bosco, accanto al corpo di un austriaco, Soffici trova un libro di Schopenhauer. L’ironia che fa riferimento alla fine del “lettore pessimista” diventa subito rispetto per la vittima: “Ma no, non era il momento di ridere. La morte in battaglia, è così vicina a tutti, che ci si sente portati a rispettarla anche nel nemico”. Poco prima, a proposito di un altro nemico caduto aveva scritto: “ (…) finché dura la battaglia, tutti siamo morti nell’animo”.

Mostra altro

Vite spezzate

22 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Vite spezzate

Sono appassionata di storia, mi soffermo volentieri sulle notizie riguardanti la seconda guerra mondiale e ascoltavo, fin da piccola, i racconti dei nonni sulle battaglie avvenute nel nostro territorio preferendoli alle fiabe dei fratelli Grimm. E' facile dunque intuire quanto mi sia lasciata prendere dal racconto letto nella raccolta anastatica (2000-2009) del “bafion” un giornalino a tiratura locale, trovata per caso in una sala d'aspetto del mio dentista. Nel cimitero di Conselice, giusto alla sommità della 13a arcata del porticato, c'è una lapide con incisi i nomi di quattro giovani morti durante la guerra in terra di romagna: Carlo Quadrati, Mauro Monopoli, Costante Viviani e Franco Lualdi, tutti appartenenti al Battaglione Lupo della X Mas e morti nel 1945, mentre combattevano lungo l'argine del Senio. Il Battaglione Lupo fu costituito tra il gennaio e l'aprile del 1944 a La Spezia e così chiamato per ricordare le gesta eroiche della torpediniera “Lupo”, che era affondata combattendo al largo della Tunisia nel dicembre 1942 (quando già aveva avuto lo stendardo decorato di medaglia d'argento al V.M per un combattimento navale del maggio 1941) Dopo aver operato sull'appennino ligure-emiliano e in Piemonte, l'unità, nel dicembre del 1944, venne schierata contro gli angloamericani sul fiume Senio, in romagna. Furono tre mesi di scontri durissimi, in prima linea senza avere il cambio, contro forze enormemente superiori, soverchianti e le compagnie subirono un altissimo numero di perdite. Nel marzo del 1945 il reparto venne ricostituito e il 20 aprile tornò in linea, per combattere l'ultima disperata battaglia contro il nemico oramai dilagante. Poi venne la resa il 30 aprile, in Padova e il successivo internamento dei componenti del battaglione “Lupo” nel campo 211P.O.W. di Algeri e quindi a Taranto, dove il 16 aprile1946 il comandante Strippoli sciolse l'unità. Vi ho citato brevemente la storia del Battaglione “Lupo”, poiché le vicende umane dei quattro giovani venuti a morire nella campagna romagnola, sono strettamente legate allo stesso. Infatti nel resoconto del comandante Strippoli sullo schieramento del suo battaglione sul torrente Senio, viene raccontato: “Ai primi di gennaio del 1945 la 1a Compagnia si spostò ad Ovest di Alfonsine, lungo l'argine sinistro del Senio, dove da parte nemica era molto intensa l'attività delle pattuglie” e dove Mauro Monopoli offertosi di individuare uno dei centri di fuoco che controllavano le nostre posizioni, consapevolmente e con coraggio, si avventurò su un campo minato... si abbattè al suolo colpito dallo scoppio di una mina.” Nel resto del racconto si trovano notizie anche su Franco Lualdi. “È nel settore di Fusignano dove operava la 2a Compagnia che nella notte dal 15 al 16gennaio 1945 il guardiamarina Cardillo e il sergente Lualdi uscirono dalle linee per un'azione di pattuglia, ma scoperti e bersagliati dal nemico si abbatterono gravemente feriti. Ritrovati da un'altra pattuglia e trasportati in ospedale successivamente vi decedettero.” I quattro giovani erano stati sepolti in un primo momento nel cimitero di guerra tedesco, costruito provvisoriamente nella zona dell'attuale cimitero, poi furono riesumati nel luglio del 1962 e, quando i caduti germanici vennero trasferiti nel sacrario tedesco del passo della Futa, loro furono tumulati in Conselice, dove oggi però riposano solo solo i resti di Costante Viviane e Franco Lualdi. Infatti dai documenti trovati in municipio è stato possibile verificare che dopo le ricerche fatte sulla provenienza dei soldati per restituire le salme alle famiglie di origine: i resti di Carlo Quadrati erano stati trasferiti nel giugno 1970 al cimitero di Massa Carrara, quelli di Mauro Monopoli nel marzo 1970 a Pisogone. Nei dati riportati, il foglio dell'anagrafe recitava così: classe 1926, deceduto l'8 febbraio 1945 in comune di Conselice, residente a Pisogone di Brescia,operaio, celibe, di anni 19 nato da Natale Monopoli e Mastromauro Anna. Ulteriori ricerche svolte a Pisogone hanno poi permesso di rintracciare ancora in vita Luciano Monopoli fratello di Mauro, nato nel 1940. “Avevo quattro anni” ricorda nel corso di una comunicazione telefonica” quando mio fratello si arruolò nella X MAS- 1a Compagnia, Battaglione Lupo. Dopo l'8 settembre del 1943 molti si erano trovati davanti alla scelta di diventare disertori, oppure arruolarsi nell'esercito della RSI, i miei mi raccontarono che mio fratello fece volontariamente quest'ultima scelta. Finita la guerra mio padre, morto poi nel 1957 e mia madre, deceduta alcuni anni fa, fecero ricerche e solo nel 1970 venimmo a conoscenza che mio fratello era sepolto a Conselice. Mia madre potè così finalmente piangere e pregare sulla tomba di Mauro.” Oggi dopo aver letto questa storia, ho sentito il dovere di recarmi sulla tomba dei due soldati in grigioverde a posare un fiore."

Vite spezzate
Mostra altro

ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

14 Luglio 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #storia, #cinema

ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

Tutto comincia in un caldo, caldissimo, venerdì pomeriggio di giugno. Per strada la temperatura “percepita” è ben oltre i 30 gradi, e non me la sento di uscire; affondo nel divano e faccio zapping fra i canali televisivi, finchè incappo in un film che ho già visto –forse anche due volte - ma che mi fa lasciare il telecomando, per un grande Alberto Sordi, fratacchione romano che intima a due poveri prigionieri, poco convinti, di pentirsi dei loro peccati prima di andare a morte.

Il film, lo avrete capito, è “Nell’anno del Signore”, di Luigi Magni, del 1969, con un cast – come si direbbe oggi - “stellare”: Nino Manfredi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Robert Hossein; la storia è quella di Angelo Targhini e Leonida Montanari, due carbonari che, accusati di aver tentato l’omicidio di una spia, vengono ghigliottinati nella Roma papalina del 1825.

Proprio la scena finale, quella dell’esecuzione, mi fa venire in mente qualcosa. Anche se il regista ricorre a immagini “tagliate”, che cancellano i segni della modernità, quando Montanari passa sotto una porta ad arco, a dorso di mulo, con le mani legate, mi pare di riconoscere uno degli ingressi di piazza del Popolo.

E così, una mattina, sabato (quindi niente ZTL), decido di andare a verificare: se quello è il posto, mi pare più che probabile che una traccia ci sia, una lapide, magari una corona appassita, anche solo un ricordo vergato col pennarello.

Parcheggio con comodo e mi avvio a piedi: è presto, eppure la piazza è già piena di turisti che si fanno foto, ne ammirano lo splendore, si infilano nelle due chiese gemelle per un atto di devozione o forse, più probabilmente, per cercare un po’ di fresco.

Mi guardo intorno: fermo all’ombra del caffè Rosati c’è un omone grande e grosso, con una vistosissima maglietta rossa. È lui, mastro Titta, il boia per eccellenza, che fu anche esecutore di Targhini e Montanari; per il caldo, e in omaggio ai tempi, ha sostituito la palandrana rossa, che era segno del suo mestiere e della sua autorità, con una tshirt, ma la somiglianza con l’Aldo Fabrizi, insuperato interprete del personaggio c’è tutta.

Si guarda intorno, scruta i passanti, con occhio fintamente annoiato, ma in realtà vigile; non gli interessa il loro aspetto, la corporatura, l’altezza e il peso; sa che corda e cappuccio appartengono al passato, guarda piuttosto il loro collo, perché è su quello che ormai interviene, con uno strumento che, ironia della sorte, hanno inventato i rivoluzionari francesi ma è stato adottato subito dalla Curia conservatrice e per tutto il resto ostile alle novità.

Probabilmente ripensa a quello che gli ha detto Montanari (almeno così racconta il film), prima di morire: “l'unica cosa al mondo oggi che non puzza de vecchio, de decrepito, è la ghigliottina. Voi siete l'omo più moderno de Roma. A mastro Ti, l'avvenire è vostro !”

Ha ben ragione di essere fiero delle sue 516 vittime (tra suppliziati e giustiziati) in oltre sessant’anni di attività, e sa di non essere più circondato – come una volta - dall’odio del popolino, che ha trovato addirittura espressione in un modo di dire tramandatosi fino ai nostri giorni “Boia nun passa ponte”, per significare che gli era vietato passare dall’altra parte del Tevere (lui abitava in Borgo), salvo che nelle giornate di lavoro.

Allora la voce correva: “Mastro Titta passa ponte” (e anche questo si continua a dire), per indicare un giorno nel quale è prevista qualche avvenimento eccezionale, anche se oggi fortunatamente non più letale per nessuno.

Frattanto, mi ha preso voglia di un caffè, ma da Rosati non ci entro: mi intimidisce la gigantesca figura di quel simil-mastro Titta sulla porta. E allora vado al bar di fronte, sull’altro lato della piazza, l’altrettanto noto Canova.

Mi siedo ad un tavolino all’ombra e ordino un caffè “al ghiaccio”, dimenticando per un momento di essere a Roma, e non nella mia Bari. Mi tocca spiegare allo stralunato cameriere che desidero un caffè “in vetro” (non nella tazzina, ma in un bicchierino… qui dicono così) con l’aggiunta di due cubetti di ghiaccio, che gli danno una piacevole sensazione di fresco, conservano l’aroma e ne fanno cosa ben diversa dalla sciacquatura di caffè che è il “freddo” conservato in anonime bottiglie.

Mentre sorseggio, mi guardo intorno: la piazza si riempie sempre di più; tra un po’ sarà affollata come in un comizio degli anni settanta o a una esibizione di mastro Titta…mancano solo palco e primattore.

La mia attenzione è attratta da una coppia di adolescenti: si tengono mano nella mano, ogni tre passi si fermano per un bacio, una carezza, indifferenti agli altri intorno a loro. Però, arrivati vicino all’ obelisco che troneggia al centro della piazza, lui, veloce veloce, le lascia la mano e, furtivo, si avvicina alla colonna. Trae di tasca un bigliettino, un pezzo di schotch che stacca con i denti e lo fissa ad uno dei leoni.

Un novello Cornacchia/Pasquino? Uno sberleffo al potere, magari in rima? Una protesta contro l’ultimo aumento delle tasse?

Sono curioso: pago e, non appena i ragazzi sono fuori vista, mi avvicino a leggere. Niente di quel che pensavo: solo un banalissimo “Mirko e Deborah uniti per sempre, Roma 14 giugno 2014”

Che delusione! Non posso non ripensare a Manfredi che sgaiattola per i viottoli di una Roma notturna, inseguito dalle guardie di Enrico Maria Salerno, affiggendo qua e là cartelli di sfida

Non sono più i temp ! Oggi chi vuole protestare, e guadagnarsi i suoi quindici minuti di celebrità (ah, Warhol, quanti danni hai fatto!) un microfono e una telecamera li trova sempre…e poi c’è Youtube, Facebook, Twitter.

Mi avvio, con un po’ di amaro in bocca per la delusione, che però sparisce subito quando vedo venirmi incontro una prorompente bellezza “tutta romana”: oggi si direbbe “alla Sabrina Ferilli”, ieri “alla Giovanna Ralli”. A me che ho ancora in mente il film di Magni, viene in mente Claudia Cardinale, che romana non era, ma giusta nella parte, così come lo fu Lea Massari a teatro e Claudia Mori nelle due versioni dell’altro romanissimo “Rugantino”… insomma ci siamo capiti

Mi dirigo da Feltrinelli per prendere l’ultimo Adelphi con “tutto Maigret”, e, a ben vedere, “resto in tema”: anche il pacioso Jules i cattivi li manda alla ghigliottina…..

PS: la lapide c’era; è quella nella foto, su un muro della Caserma dei Carabinieri (all’epoca dell’esecuzione Caserma delle Guardie papaline, a conferma che a Roma tutto cambia, ma…resta uguale)

Mostra altro

I FOGLI DEL CAPITANO MICHEL

13 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

I FOGLI DEL CAPITANO MICHEL

Claudio Rigon si è brillantemente occupato della donazione Michel, ossia del materiale fotografico e documentario presente presso il Museo del Risorgimento di Vicenza e relativo all’esperienza di guerra del pluridecorato capitano Michel (1878 - 1955) sul Monte Ortigara. Si tratta di fotografie e di messaggi scritti (fonogrammi) che i vari comandanti si mandavano tra loro per scambiarsi informazioni sui loro segmenti di competenza di quel duro fronte. Viene così ricostruito circa un mese di guerra, dal 24 giugno al 29 luglio 1916, in cui il capitano che nella vita civile era un professore di storia e filosofia, assunse il comando di truppe rimaste quasi senza ufficiali.

I luoghi di cui si parla nel libro edito da Einaudi sono familiari al vicentino Rigon, buon conoscitore anche delle memorie di Gadda, di Lussu (nel libro si citano vari passi tratti da Un anno sull’Altipiano), dei testi dello storico Pieropan e del maggiore Milanesio. La vicenda del capitano e dei suoi uomini inizia all’indomani di un arretramento austriaco che permette agli Italiani di avanzare. In questa fase alle compagnie giungono ripetuti ordini di attaccare, presupponendo che la ritirata avversaria sia un segno di debolezza e di disaggregazione. In realtà i vari fonogrammi offriranno uno spaccato diverso: gli Austriaci si sono solo riposizionati su una linea arretrata e meglio difendibile. I reparti del capitano vanno varie volte all’assalto contro trincee quasi imprendibili; l’artiglieria non è sufficientemente vicina per mettere in difficoltà un nemico che si sta gradualmente rafforzando. I battaglioni impegnati escono con le ossa rotte dai combattimenti e i vari messaggi devono segnalare grandi perdite oltre a dispersi e a qualche disertore. I fonogrammi lasciano trasparire un rapporto profondo tra ufficiali inferiori e truppa; ci si trova nel medesimo disagio, in trincee solo abbozzate e battute dalle intemperie, con difficoltà ad avere quotidianamente il rancio, mentre il nemico prosegue abbastanza indisturbato i lavori per consolidare le proprie posizioni. Gli alti comandi sono per l’offensiva, quindi reputano implicitamente inutile impegnare risorse e mezzi per migliorare la prima linea.

Qualche frase tratta dal rapporto di una pattuglia mandata in osservazione può aiutare a capire cosa dovevano affrontare i nostri fanti sull’Ortigara,: “ … esistono due ordini di reticolati dell’altezza di due metri e profondi dai quattro ai sei metri ( …) Le trincee, coperte, in parte sono scavate nella pietra e sono a doppio ordine di tiratori con feritoie a poca altezza da terra”.

Contro difese simili si scaglieranno più volte i battaglioni. Per quanto concerne i rinforzi, spesso si tratta di convalescenti o di anziani provenienti dalle retrovie, mandati all’assalto a poche ore dal loro arrivo al fronte. C’è un fonogramma con i nomi dei caduti della giornata in cui a proposito di uno di questi soldati appena arrivati, non si è in grado di indicarne il nome; lo si qualifica genericamente come “uno sconosciuto dell’ottavo”.

In un messaggio il sottotenente Pittavino comunica: “I complementi avuti, essendo completamente deficienti di istruzione e di allenamento fisico, non possono ispirare fiducia nei compagni. Per questo non si possono ottenere dai soldati lo zelo e lo slancio necessari nelle azioni”.

In questo contesto di difficoltà e di sofferenza, le note positive vengono dal senso di umanità che avvicina i soldati; ci si informa se i familiari di un caduto sono stati avvisati, si riferisce di un giovane volenteroso che in un momento di debolezza ha tentato di disertare e si cerca di alleggerire la sua delicata posizione, si mandano i propri saluti ai sottoposti al momento di essere trasferiti. Rigon con il suo lavoro di ricostruzione ci consegna una storia fatta di uomini, azioni, quotidianità. Le articolazioni di queste vicende sono tante e diverse; si spiega come far saltare il reticolato nemico, si chiedono rinforzi in un momento drammatico, si organizza il non facile arrivo delle vettovaglie, si parla dell’orologio che un ufficiale ha spedito nelle retrovie per una riparazione.

Una storia di uomini quindi, scritta dai soldati per comunicare tra loro in quel lontano 1916 sull’Ortigara; ma quei fonogrammi, esili biglietti scritti a matita e in qualche caso con la stilografica, hanno molto da dire anche a noi. Rigon si è recato spesso nelle zone di combattimento per cercare riscontri alla documentazione studiata e opportunamente ci ricorda le parole presenti sul monumento eretto sulla cima del monte che fu teatro di questi drammi: “Per non dimenticare”.

Mostra altro

IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

11 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

Va a Dario Malini il merito di aver recuperato questo diario e di averne curato l’edizione per Mursia. L’opera era già apparsa nel 1917, edita in forma privata e a cura della famiglia del soldato Walter Giorelli. Prima dell’arruolamento, fu allievo del pittore Aristide Sartorio, anch’egli poi impegnato nella Grande Guerra. Nel marzo 1917 ci fu una mostra postuma dedicata ai dipinti del giovane, apprezzata dalla critica.

Questo è uno dei diari più emozionanti e lirici tra quelli che abbiamo letto. Il pittore Walter Giorelli ha appena terminato gli studi e si è già segnalato a livello artistico, pur in età molto verde, quando deve arruolarsi.

Il diario si compone di note e umori diversi: ci sono l’esuberanza giovanile insofferente delle gerarchie, l’ironia del dotto umanista e la viva sensazione di un destino cupo cui non si può sfuggire. Siamo nella seconda parte del 1915; ormai è chiaro che il conflitto sarà lungo e sanguinoso. Giorelli è impegnato nell’addestramento a Bologna e mostra già di avere gli anticorpi verso ogni tipo di retorica. Viene da sorridere quando un tenente, rivolto ai futuri fanti che dovranno attaccare le mitragliatrici nemiche, dà questo consiglio: “Facite ‘a faccia feroce”.

Al fronte il giovane deve portare rifornimenti verso le prime linee, compiendo ogni notte lo stesso tragitto sugli stretti sentieri intorno al Sabotino. In questa fase, nonostante i pericoli, si mostra abbastanza sereno; il paesaggio lo stimola, può parlare di filosofia con alcuni compagni, è contento di saper governare bene il mulo carico che deve condurre verso le trincee. Gli piace ritrarre i commilitoni; un suo superiore ne nota il talento e gli affida l’incarico di disegnare le difese avversarie.

A Cividale ha la possibilità di affrontare un corso per entrare nel Genio; dopo una severa selezione, viene promosso e diventa quindi ufficiale. Da questo momento lavora in una compagnia di Zappatori in servizio a Plava. Ora ha il compito di sistemare ricoveri e camminamenti che le intemperie e i colpi dell’artiglieria austriaca danneggiano. Vede gli attacchi dei fanti, gli uomini impazziti dai bombardamenti che corrono a casaccio contro il nemico, assiste alla fucilazione di due anziani soldati. Intanto Gorizia è stata presa, ma la guerra di logoramento prosegue come prima. Il suo lavoro ricorda le fatiche di Sisifo; aggiustare e sistemare ciò che verrà comunque nuovamente distrutto. L’umore di Giorelli settimana dopo settimana cambia; è come se nel suo spirito si spezzasse per sempre qualcosa, a fronte di una guerra sempre più dura e ingorda di sangue. Interrompe la corrispondenza con una coetanea che insisteva nel parlargli della vivace e frivola mondanità romana. Prosegue a ritrarre i compagni che glielo chiedono, ma la sua arte è mutata, è diventata realistica. Infatti rappresenta i commilitoni come sono, senza nascondere sui volti i segni della fatica, della sofferenza, delle ore di sonno che mancano. L’Isonzo si ingrossa e l’artiglieria nemica è sempre più precisa. Giorelli nota che la sua capacità di guardare, di cogliere con un colpo d’occhio l’essenza del paesaggio è venuta meno: “Dovrei forse descrivere meglio ciò che mi circonda, ma non posso. Guardo tutto di sfuggita e non riesco a fermarmi su niente”. Il pittore si sente disarmato, quasi cieco.

Qualcosa in lui non è più come prima. La guerra sembra avergli tolto tutto. Eppure, anche nella trincea allagata o in mezzo ai camminamenti da risistemare, il giovane trova fino all’ultimo giorno una pausa per scrivere e per lasciare le sue memorie. Il suo diario, così fresco e vivace, è una bellissima vittoria sul tempo, sulla morte, sulla guerra.

Mostra altro

MIRELLA SERRI: UN AMORE PARTIGIANO, STORIA DI GIANNA E NERI, EROI SCOMODI DELLA RESISTENZA

3 Giugno 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni, #storia

MIRELLA SERRI: UN AMORE PARTIGIANO, STORIA DI GIANNA E NERI, EROI SCOMODI DELLA RESISTENZA

Mirella Serri, “Un amore partigiano: storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza”, Longanesi 2014

Mirella Serri, fin qui nota per i suoi apprezzati studi sui rapporti tra intellettuali e politica, affronta un argomento conosciuto, ma ancora, per molti versi, misterioso: l’assassinio dei partigiani Giuseppina Tuissi (“Gianna”) e Luigi Canali (“Neri”), ad opera dei loro compagni di lotta, nelle settimane immediatamente successive alla fine del conflitto.

Lo fa con la sicurezza della studiosa di storia (evitando, però, gli appesantimenti di note, citazioni e riferimenti archivistici), con la capacità di scrittura della ricercatrice di letteratura italiana moderna e contemporanea, ma anche con intuito e sensibilità tutte “femminili”.

Perché, in fondo, di una storia d’amore si tratta, anche se potrà dispiacere a chi preferisce collocare i protagonisti di stagioni irripetibili in un Olimpo nel quale –a differenza di quello greco- i sentimenti sono sconosciuti.

Il “contesto”, come con brutta parola si dice, è quello della Resistenza e della guerra civile italiana: “Gianna” e “Neri” scelgono di schierarsi dal lato “partigiano” e credono di trovare nel mito del comunismo e del PCI un sostituto di quello del fascismo, al quale pure – pare di capire - avevano in qualche modo creduto prima del disastroso esito della guerra.

All’impegno militante si intreccia la loro storia privata, perché i due si innamorano, e non nascondono, benché Neri sia sposato e neo padre di una bambina, la loro storia, sfidando i pregiudizi di un ambiente – quello del PCI “stalinista” dell’epoca - intriso di moralismo laicamente bigotto.

E, poiché, nella realtà, anche gli “eroi” sono fatti di carne, sangue e umane debolezze, succede che, quando vengono arrestati, cedono (“Gianna” certamente, “Neri” probabilmente, e se lo fa, è per salvare la sua donna) alla violenza delle sbirresche torture, rivelando nomi e indirizzi dei compagni di lotta.

La faccenda poi si ingarbuglia: “Neri” riesce ad evadere (forse “aiutato” dai suoi stessi carcerieri), mentre “Gianna” è rilasciata; benchè ambedue siano condannati a morte “per tradimento” dalla giustizia partigiana, nelle convulse giornate che seguono il 25 aprile si trovano sul lago di Como, e in posizione non defilata.

“Neri” verrà addirittura sospettato di essere stato quello che ha dato il colpo di grazia a Mussolini, e “Gianna”, invece, è una delle partigiane incaricate di repertoriare l’ingente quantità di oro e danaro trovato sugli automezzi della colonna fascista in fuga.

Ed è proprio questo incarico che causerà la morte di ambedue (e anche di altri coprotagonisti, che la Serri puntigliosamente elenca): l’uomo, al quale la compagna ha riferito di aver consegnato il “bottino” alla neocostituita Federazione comasca del PCI, prova a chiedere – scontrandosi con bugie e mezze verità - dove sia finito, e dopo violente discussioni, viene fatto “sparire” il 7 maggio, mentre la donna, che si è data alla sua ricerca disperata, ne segue la sorte il 23 giugno, giorno nel quale compie ventidue anni.

Questi, in sintesi estrema, i fatti, che ci richiamano una realtà che oggi appare molto più lontana dei settanta anni trascorsi: la fideistica e totalizzante adesione ad un’ideologia e al Partito che la incarna fa sì che “Gianna” fino all’ultimo si rifiuterà di credere che ad uccidere “Neri” siano stati i suoi stessi compagni di lotta; la commistione tra privato e pubblico – della quale si avrà ancora qualche revival ai tempi della contestazione sessantottina - gioca un ruolo importante nella condanna a morte della donna, accusata di aver “rubato” il marito ad un’altra; le ingenue speranze che il tempo ha cancellato, giustificano la passione di “Neri” per lo studio dell’ “esperanto”, nella convinzione che l’uso di quella nuova lingua comune (della quale oggi non si sa più niente) sia il primo passo verso la pace tra i popoli.

La grande Storia travolge, come un rullo compressore, le piccole vite dei due giovani innamorati; la “ragione di Partito” impedirà che ad essi sia data giustizia, sino all’intervento, nel 2004, del Presidente Ciampi.

Poiché nel libro molto si parla anche delle ultime ore di vita di Mussolini e Claretta, che si intrecciano, come detto, con i destini dei due partigiani, sorge spontanea la riflessione su alcuni parallelismi possibili.

Una moglie tradita e gelosa si muove sullo sfondo in entrambi i casi: mentre, però “donna Rachele” nelle dichiarazioni del dopoguerra manifesterà il suo “perdono” per la rivale di ieri, la vedova di “Neri” ancora nel 2002, quando una “scalinata” sarà intitolata a Como alle due innocenti vittime, pubblicamente dichiarerà la sua “perplessità” sull’accostamento.

Un ruolo non secondario, nelle due vicende, giocano i personaggi secondari che intorno alle due coppie di amanti si muovono: da una parte gli esponenti del PCI condannano la coppia clandestina, e non usano nessun riguardo per evitare a “Gianna”, considerata alla stregua di una poco di buono, la tragica fine; dall’altra i mussoliniani non mancano di imputare, anche in maniera grossolana e volgare, a Claretta, fino all’ultimo, certe indecisioni e incertezze del Capo al tramonto.

Nel sottotitolo, la Serri parla di “eroi scomodi della Resistenza”, ma forse, a ben vedere, gli eroi sono sempre “scomodi” per chi voglia andare oltre la superficie delle cose e le agiografie di maniera.

Mostra altro

TRINCEE - CONFIDENZE DI UN FANTE di CARLO SALSA

15 Aprile 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #recensioni, #storia

TRINCEE  -  CONFIDENZE DI UN FANTE di CARLO SALSA

Il milanese Salsa (1893 - 1962) fu giornalista, sceneggiatore e scrittore. Iniziò l’attività letteraria già prima della sua esperienza di combattente sul Carso durante il primo conflitto mondiale. Nel 1929 è stato tra i fondatori del Premio Viareggio.

Trincee cattura soprattutto per la forza di una scrittura potente, carica di immagini forti, a tratti espressionistica. La violenza della tecnologia militare, generata da armi sempre più distruttive, è ben descritta nel suo impatto sugli uomini e sulla natura; le batterie annullano con i propri lampi la differenza tra notte e giorno, le montagne sono martirizzate dalle artiglierie e costrette a sopportare un’enorme massa di uomini, continuamente alimentata da nuove forze che vanno a riempire i vuoti.

Nel testo si lascia ampio spazio ai dialoghi tra i soldati e ai loro canti per testimoniare gli stati d’animo e gli umori dei fanti. Il tenente Salsa viene gettato nel tritacarne della guerra che non ha nulla di glorioso o epico; già il raggiungimento del reparto, effettuato di notte, avviene all’insegna della confusione, con momenti tragicomici. La trincea è un modesto riparo che protegge poco e costringe gli uomini a una quasi totale immobilità, sempre sotto il tiro dei cecchini, nel fango e nel lezzo dei cadaveri. La contiguità con i morti è inevitabile e peraltro spostare i corpi dei caduti significa esporsi alle fucilate degli Austriaci. Salsa passa da una zona di guerra all’altra (San Michele, Merzli, Hermada e altre) stando quasi sempre in prima linea. In certi punti del fronte il nemico potrebbe anche non sparare, accontentandosi di scaricare grandi massi dall’alto, potendo contare sul vantaggio di posizioni sopraelevate. I combattimenti sono selvaggi, aggravati da ordini irrazionali. L’autore ad esempio commenta così una decisione assurda dei comandanti:

Non si trova un subalterno in tutto il reggimento che comprenda la ragione per cui questa marcia fino a Sagrado, in vista del nemico, venga effettuata in quest’ora, in tutta luce. Ma non si deve indagare; qui bisogna avere fede, come nelle faccende religiose, anche se certi ordini appaiono più impenetrabili del mistero dell’incarnazione”.

Il verbo cadorniano delle spallate contro le linee Austro-Ungariche comporta assalti temerari che si rivelano inutilmente sanguinosi; molti ufficiali superiori sposano pienamente questa linea per non vedere compromessa la propria carriera. Alcuni comandanti, abili nello stare lontano dall’orrore delle trincee, come il capitano A., insistono nel vessare i soldati già prostrati dalle battaglie, gravandoli di inutili lavori e mettendo agli arresti senza adeguate ragioni i subalterni, come capita allo stesso Salsa.

Purtroppo il diario riporta poche date e nella seconda parte diventa, a mio parere, piuttosto disorganico, per quanto la scrittura riesca ancora a essere efficace. Da alcuni elementi si può dedurre che siamo nel 1917 quando l’autore viene fatto prigioniero. Le modalità della cattura sono sintomatiche dello stato d’animo dei fanti. La guerra in due anni è cambiata; le trincee italiane non sono più il passivo bersaglio del nemico e ora le nostre artiglierie sfidano alla pari quelle avversarie. Ma i soldati sono mutati, nota il giovane ufficiale. Piegati nello spirito da inconcepibili sofferenze, non sono più disposti a sacrificarsi come prima, proprio ora che le armi non mancano. Così, durante un assalto ben sorretto dalle batterie e descritto in modo magistrale, il reparto di Salsa resta isolato perché il resto dei soldati di rinforzo non interviene. La cattura è inevitabile e porta a una lunga prigionia nei territori della monarchia danubiana. Qui è la fame a tormentare gli uomini; le descrizioni drammatiche sono attenuate dal resoconto delle varie fughe tentate dai prigionieri, pieni di estro “latino”, coraggiosi e abili nello sfidare e sbeffeggiare il comandante del campo. Mentre si allargano le crepe nel vecchio impero prossimo al collasso, c’è anche spazio per una tormentata storia d’amore tra Salsa e una ragazza del posto.

Poi, finalmente, la guerra finisce. La popolazione del luogo (siamo in Boemia) è solidale e affabile con gli Italiani che si apprestano a rientrare in patria. Si parte in treno verso casa. A Trieste, divenuta da poco italiana, l’accoglienza è dura; gli uomini non ricevono l’assistenza che si aspettavano e alcuni muoiono. Poi si arriva a Padova, con grande trepidazione. Lo scrittore ha passato sedici mesi in Austria e prima oltre un anno al fronte. Anche nella città veneta il comitato di benvenuto è formato da soldati; gli ex prigionieri, bollati come traditori, vengono considerati un problema di ordine pubblico. L’amarezza è grande e fa rivalutare al giovane tenente i carcerieri che dividevano il poco cibo, pane misto a fango, con i prigionieri. L’ultima immagine che il diario ci offre è particolarmente aspra ed è quella delle baionette puntate verso Salsa e i suoi compagni.

Mostra altro

CARLO EMILIO GADDA - GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA

8 Aprile 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni storia, #storia

CARLO EMILIO GADDA - GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA

Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973) scrive questi testi tra il 24 agosto 1915 e il 31 dicembre 1919. L’autore viene da una famiglia della borghesia lombarda, si identifica col convinto patriottismo e con i valori concreti del proprio ceto. Partecipa come volontario al conflitto (negli Alpini), sentendo una sobria avversione per l’autoritarismo austro-ungarico.

Il suo diario è preciso; annota date, località e perfino il luogo di acquisto dei quaderni. Edolo, Vicenza, Asiago e i monti intorno a Caporetto sono le principali zone in cui opera. Le annotazioni sono arricchite da un grande spirito di osservazione dei posti e delle persone; non mancano schizzi e disegni. Vivissima è la sensibilità dello scrittore che non esita a sottolineare la propria umoralità, il senso di tedio di tanti momenti, il fastidio verso le bassezze dell’ambiente in cui si trova. L’uomo e il soldato si intrecciano nella scrittura; troviamo così le relazioni non sempre facili con i commilitoni, l’amore per la lettura, la vita nelle trincee, la cura nello svolgere le proprie mansioni, civili o militari che siano. Una certa amarezza si mescola a un senso di “accidia”, un insieme di mancanza di volontà e di indignazione davanti a tante storture: “Gli egoismi schifosi, i furti, le pigrizie, le viltà che si commettono nell’organizzazione militare … attristano, avvelenano anche i buoni, anche i migliori, i più forti: figuriamoci me! Molte volte cerco di non vedere, di non sentire, di non parlare, per non soffrir troppo”.

Elogia lo spirito di sacrificio dei suoi uomini, mentre non sopporta i lavativi e gli imboscati che vede già pronti a recitare un ruolo da eroi a guerra finita. Altre amarezze vengono dal constatare la povertà dell’equipaggiamento dei soldati e allora Gadda non si trattiene: “Quanta abnegazione in questi uomini sacrificati così a 38 anni, e così trattati! Essi portano il vero peso della guerra … Quanto delinquono coloro che per incuria o per frode li calzano in questo modo”. Da giovane tenente analizza con cura le ragioni dello scarso successo degli attacchi italiani alle trincee austriache, trovando una conferma alle sue conclusioni anche da parte di alcuni ufficiali nemici fatti prigionieri.

A queste note più militari, si accompagna il pensiero della madre e del fratello Enrico (“la parte migliore e più cara di me stesso”), impegnato nell’aviazione e purtroppo destinato a morire nella guerra.

Poi avviene il disastro di Caporetto; lui e i suoi uomini si trovano intrappolati e devono arrendersi, dopo aver reso inservibili le armi. Nella cattura perde una parte dei suoi preziosi diari. I mesi seguenti in Germania sono durissimi. La condizione di prigionia è sentita come profondamente umiliante. Si rifugia nella lettura, nello studio del tedesco, nei rapporti con quei compagni che non cedono all’abbrutimento della situazione. La descrizione di questo lungo periodo è zeppa di sofferenze, aggravate dagli abusi dei carcerieri e dalle scarse notizie sull’andamento del conflitto; c’è il timore di subire il disprezzo dei connazionali per non aver saputo fermare il nemico.

Al ritorno a Milano, c’è la ripresa degli studi accompagnata dalla ricerca di una difficile serenità familiare. Gadda, sensibilissimo ma pieno di risorse, saprà riprendersi e diventerà “Gadda”, ingegnere e scrittore, autore di alcuni capolavori letterari del Novecento italiano.

Mostra altro
<< < 10 11 12 13 14 15 > >>