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storia

NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger (1895 – 1998)

8 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger  (1895 – 1998)

Questo è il diario di un giovane impegnato nelle Fiandre e sul fronte francese durante la Grande Guerra. Lotta e combatte con lo spirito di un guerriero antico in un conflitto moderno dove la morte arriva da lontano, azionata freddamente attraverso macchine potenti. Il devastante conflitto è infatti il regno della tecnica e delle sue armi distruttive:

“Un giorno vedemmo un pilota proiettato, in una lunga curva, fuori dall’apparecchio e cadere dal cielo come un pezzo staccato dalla sua macchina”.

Si usano grandi artiglierie e i terrificanti gas. Ci sono anche le bombe a scoppio ritardato, ordigni divisi in due parti da un diaframma di metallo. In una parte, spiega il memorialista, c’era l’esplosivo, nell’altra un acido che lentamente corrodeva il diaframma metallico determinando poi l’esplosione:

Uno di questi ordigni diabolici fece saltare il municipio di Bapaume, nell’istante in cui le autorità erano radunate per celebrare la vittoria”.

Un sibilo che lacera l’aria può annunciare la distruzione di una compagnia, ridotta a brandelli qualche secondo dopo dall’esplosione:

Mezz’ora prima comandavo una compagnia sul piede di guerra, ora mi trovavo con qualche compagno disfatto a vagare verso la rete delle trincee”.

Perciò le armi si sono fatte micidiali, si impiegano quantità senza precedenti di uomini e mezzi, forze enormi rendono la morte per molti uguale, indistinta, orrenda. Si combatte in massa e si muore in massa.

C'è ancora spazio per l'eroismo individuale in un simile conflitto in cui un ordigno piomba da distante dilaniando molti uomini e un pilota abbattuto appare solo come un pezzo dell’aereo? Il greco Protagora affermava che l’uomo è misura di tutte le cose. Questa asserzione sembra trovare ancora conferma nelle memorie del soldato che concluderà l’esperienza al fronte col grado di tenente. Infatti, in mille azioni sottolinea l'importanza dello stato d'animo, della tempra, del carattere degli uomini che possono decidere l'esito della lotta anche in situazioni quasi disperate e combattendo in posizioni molto precarie.

Forte è l'ammirazione per il coraggio e il valore. Ecco cosa dice (quasi come epitaffio) del soldato Kloppmann, commilitone coraggiosissimo durante le incursioni notturne nelle trincee nemiche e destinato a cadere:

Kloppmann era uno di quegli uomini che non si possono immaginare prigionieri”.

Un ufficiale inglese appena catturato si guadagna subito la sua stima quando si sente tenuto a spiegare che la resa è stata dovuta al fatto di essere completamente circondati e non a una scelta di viltà. Lo scrittore sembra avere il carattere dell'immortalità; ferito quattordici volte, sempre pronto a tornare in trincea, sfiorato da tanti proiettili, ma sempre salvo. La guerra è esperienza unica che offre sensazioni quasi inspiegabili nel momento drammatico ed esuberante dell’assalto:

“ … io mi sentivo, in compenso, completamente estraneo alla mia persona, come se i piccoli proiettili che mi fischiavano alle orecchie avessero sfiorato un oggetto qualsiasi. Il paesaggio aveva la trasparenza del vetro”.

Altrettanto dense sono le sensazioni dopo una ferita grave:

“Mentre crollavo pesantemente sul fondo della trincea, ebbi la certezza di essere definitivamente perduto. Eppure, cosa strana, quel momento è stato uno dei rarissimi in cui possa dire di essere stato veramente felice. Compresi in quell’attimo tutta la mia vita nella sua più intima essenza”.

Il fratello ferito gravemente qualche tempo prima aveva espresso considerazioni simili:

Pensavo alla morte senza che ne fossi turbato. Tutti i legami col mondo mi sembravano tanto semplici da rimanerne stupefatto”.

Si tratta sicuramente di un diario difficilmente accostabile ad altri testi lasciati dai soldati. Il dramma della morte incombente non genera disperazione ma è fonte di conoscenza del proprio sostrato intimo; la vita sembra schiudere i suoi segreti all’individuo nel momento in cui sta venendo meno. Il pericolo desta un’inesauribile volontà di lotta anche davanti ad avversari sempre più agguerriti e ormai nel 1918 ampiamente superiori in mezzi. Non c’è fanatismo, ma eroismo intrepido e senso aristocratico della guerra. Jünger non sempre porta l’elmetto, va all’assalto calzando i guanti, tenendo la pistola nella sinistra e un frustino di bambù nella destra, guadagnandosi una fama di temerarietà e di quasi invulnerabilità. Intrattiene buoni rapporti con i civili belgi come i signori Plancot che per quanto privati di quasi tutto gli mandano dei doni mentre lui è convalescente all’ospedale. I subordinati lo apprezzano e rischiano la vita per trascinarlo via sotto il fuoco nemico quando viene ferito per l’ultima volta sul finire del conflitto. È giusto concludere l’esame di questo complesso libro con alcune sue significative parole che condensano l’etica del diarista:

Durante la guerra mi sforzai sempre di considerare l’avversario senza odio, di apprezzarlo secondo la misura del suo coraggio”.

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Il volo di D'Annunzio su Trieste

31 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Il volo di D'Annunzio su Trieste

Intorno agli anni che videro l’inizio della guerra, Gabriele d’Annunzio, che era già un famoso poeta, stava attraversando un momento cupo della sua vita, afflitto da un periodo di crisi creativa e da problemi economici, era emigrato in Francia per sfuggire ai debiti.

Allo scoppio della Grande guerra, da Parigi iniziò a caldeggiare, per l’Italia, la discesa in campo a fianco delle forze dell’Intesa. Fervente interventista, pronunciò frequenti discorsi proclamando il “sacro” diritto di strappare all’Austria i territori dell’Italia “irredenta”. Rientrato in Italia, rifiutò la cattedra di letteratura italiana che era stata di Pascoli: avventuriero, romantico, un po’ guascone, la sua oratoria lo rendeva un fanatico animatore di folle, e incitava gli Italiani a prendere le armi contro la Germania e l’impero Austro-Ungarico.

All’entrata in guerra dell’Italia, D’Annunzio, pur avendo ormai cinquantadue anni, si arruolò nella cavalleria per poi diventare comandante di MAS e infine aviatore e non si lasciò sfuggire l’occasione per partecipare in prima persona all’azione con impeto e grande coraggio.

Insieme al tenente pilota Giuseppe Miraglia, a bordo di un aeroplano contraddistinto dalla scritta «Iterum leo rugit», il 7 agosto lanciò manifestini tricolori atti a incoraggiare le popolazioni dominate dagli austriaci: «Coraggio, fratelli! Coraggio e fede! Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio». E il 20 settembre fu la volta di Trento, ai cui abitanti i volantini lanciati dal poeta dicevano: «Oggi il pugno bronzeo di Dante si stringe sul tuo capo chino, o popolo di Trento. Sorgi e leva lo sguardo… Il nostro amore, armato di tutto punto, avanza contro la compattezza delle tue rocce e dei tuoi ghiacciai…».

Volò più volte sul Trentino, sul Carso, sulla costa istriana, su Pola e in seguito si rese artefice del clamoroso volo su Vienna, sempre insieme a piloti dotati di altrettanto coraggio, a cui insegnò un grido di sua invenzione, «Eja, eja, alalà».

Nel gennaio del 1916, in qualità di ufficiale operatore, sull’apparecchio pilotato dal tenente Luigi Bologna, nonostante il tempo cattivo e il motore non in perfette condizioni, si preparava all’ennesimo passaggio su Trieste. Nei pressi di Grado, l’aereo, a causa di un incidente, costretto a un atterraggio di fortuna, aveva violentemente urtato sull’acqua e contro una duna sabbiosa. D’Annunzio si ferì la tempia destra e l’occhio, fu ricoverato in ospedale e, nonostante il suo desiderio di tornare immediatamente in azione, fu costretto a sottoporsi a cure per non perdere completamente la vista. Immobilizzato a letto, con gli occhi bendati e dunque immerso nell’oscurità, utilizzando delle sottili strisce di carta preparate dalla figlia Renata, compose uno dei suoi capolavori letterari “Il Notturno”, una raccolta di meditazioni e ricordi. “Ho gli occhi bendati” scriveva con mano insicura “sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi… Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l’annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio…”.
Data la gravità dell’incidente, il processo di guarigione fu lungo, ma nei giorni in cui ricevette notizia della cattura e dell’impiccagione di Cesare Battisti e Fabio Filzi, contro i consigli dei medici, tornò in guerra e continuò a prendere parte ad azioni aeree e di terra. Anche se cieco dall’occhio destro, il 13 settembre partecipò al bombardamento aereo di Parenzo, nuovamente insieme al pilota Luigi Bologna. Di quell’operazione il poeta scrisse: “Quando calammo nel canale di Sant’Andrea e rimontammo lo scivolo, mi parve che i miei giovani compagni aspettanti, nel sollevarmi sopra le loro spalle, mi esaltassero alla cima della loro gioventù e all’apice delle loro ali. Ero rinato.” L’impresa gli valse la citazione dal Ministero della Marina.

Il conflitto, sui campi di battaglia, ebbe termine il 4 novembre 1918, ma se ne aprì subito dopo un altro sui tavoli della diplomazia e, a guerra finita, si sentirà ancora parlare molto del Poeta Soldato, che si prodigava per il riconoscimento della città di Fiume all’Italia gridando nei suoi discorsi all’ingiustizia e alla “vittoria mutilata” e della successiva impresa che consacrarono il mito del Vate.

La guerra era finita, il Piave non mormorava più, Diaz aveva promulgato il Bollettino della Vittoria, senza lontanamente immaginare che il suo “firmato Diaz” avrebbe dato il nome a migliaia di nuovi Italiani. Scambiando “Firmato” per il nome del Generale, nell’euforia di quei giorni furono molti i genitori che battezzarono così i propri figli. Gli strascichi del conflitto furono la disoccupazione, l’aumento del costo della vita e l’impoverimento della popolazione. Gli scioperi e la paventata rivoluzione sulla scia di quella russa, diedero vita a un altro fenomeno del primo dopoguerra lo squadrismo… ma questa è un’altra pagina, io chiudo qui e spero, in queste settimane di avervi tenuto piacevole compagnia.

Il volo di D'Annunzio su Trieste
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Bombardamento aereo

29 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Bombardamento aereo

L’Italia all’inizio della guerra contava su una sessantina di aeroplani, quasi tutti di tipo antiquato e di costruzione francese, e tre dirigibili. La marina aveva in linea quindici idrovolanti e due dirigibili. Tra i personaggi più importanti dell’aerostatica ci fu senza dubbio l’ingegnere aeronautico milanese Enrico Forlanini, che nel 1909 completò la costruzione del suo primo dirigibile F.1, che battezzò “Leonardo da Vinci”, ne seguirono altri e la sua fama, infatti, è legata soprattutto alla realizzazione dei dirigibili semirigidi, che vennero utilizzati nel conflitto.

L’impiego militare del dirigibile era iniziato per l’ Italia con la Guerra di Libia nel 1911 e si esaurì proprio dopo la prima guerra mondiale, quando la disputa che aveva visto contrapporsi i sostenitori del “più pesante” e del “più leggero” dell’aria, vide la completa affermazione dell’aeroplano e il definitivo tramonto degli aerostati.

Durante i primi anni della Grande Guerra si assistette, tuttavia, a un notevole sviluppo dell’uso dei dirigibili nonostante le perplessità che fin dall’inizio ne avevano accompagnato l’utilizzo. Inizialmente le aeronavi erano impiegate per la ricognizione e ancor più per i bombardamenti, ma si arrivò ben presto a constatare come i modelli disponibili risentissero troppo delle condizioni atmosferiche per essere considerati affidabili e venissero facilmente neutralizzati anche senza specifiche difese contraeree, in quanto ingombranti e poco maneggevoli. A ridurne il rendimento inoltre furono i criteri di impiego, che in un primo tempo avevano destinato il dirigibile a supporto delle forze di terra, infatti i migliori risultati si colsero quando si comprese che mezzi tanto vulnerabili e di difficile condotta dovevano essere impiegati contro obiettivi strategici, ad esempio per l’attacco contro i campi di aviazione avversari.

In questo modo, a partire dagli ultimi mesi del 1917, l’azione dei dirigibili, che si concentrava principalmente di notte e in assenza di luce lunare, si conciliò con quella delle squadriglie aeree da bombardamento, che agivano di giorno e nelle notti di luna. Nel 1918 in seguito al perfezionamento tecnico dei mezzi, all’affermarsi di metodi di utilizzo più adeguati e al migliorato livello di preparazione degli equipaggi, si arrivò a un forte incremento del numero delle missioni di bombardamento andate a buon fine e, nel contempo, si ridussero le percentuali di danni e perdite. Gli aerostati furono impiegati in azioni belliche fino agli ultimi giorni di guerra, facendo dell’Italia la sola nazione ad aver utilizzato il “più leggero dell’aria” in attività di bombardamento per tutto l’arco del conflitto.

Fu, tuttavia, l’aereo il vero mito che si sviluppò e prese corpo durante il corso della guerra, grazie al successo delle operazioni condotte, alla velocità, alla maggiore maneggevolezza, e soprattutto all’abilità e all’ardimento dei primi piloti. L’aereo divenne una vera leggenda, le cui origini si possono ritrovare nel “Manifesto del futurismo” del 1909, dove Filippo Tommaso Marinetti, esaltando l’aereo quale simbolo della modernità, scrisse:

“Noi canteremo [...] il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta”.

Non si può parlare dell’aviazione della prima guerra mondiale senza fare un breve accenno al pilota, eroe, Francesco Baracca.

Giovane di bell’aspetto, sempre curato nella persona e nel vestire, dalla personalità ricca di interessi, pieno di slanci e profonde passioni per le donne, i cavalli, le motociclette, si mostrò in ogni occasione coraggioso ed esuberante. Appassionatosi al volo, divenne l’asso del cielo durante la prima guerra mondiale e resta a tutt’oggi un mito per l’aeronautica: “Sono arrivato all’aviazione per modo di dire, (…) ed ora mi accorgo di aver avuto un’idea meravigliosa, perché l’aviazione ha progredito immensamente ed avrà un avvenire strepitoso…

(Tratto da Lettera al padre – Museo Baracca)

“Venustus et audax” indicato sotto al cavallino rampante, era il motto del suo reggimento di appartenenza, Piemonte reale. “Bello e audace”: tutto era già stato scritto dunque nel suo destino.

Il cavallino rampante era lo stemma che Francesco Baracca aveva adottato per il suo aereo, quando dopo aver abbattuto cinque velivoli nemici gli spettò di diritto scegliere un simbolo di distinzione. E così di missione in missione, di successo in successo Baracca, con il suo accattivante sorriso, tornò sempre alla base dopo aver abbattuto 34 aerei nemici diventando l’asso degli assi dell’aviazione italiana. Fu decorato con una medaglia d’oro al Valor militare, con due d’argento e con una di bronzo. Lui e il suo cavallino erano entrati nella leggenda.
Il 19 giugno 1918 nel tardo pomeriggio, tragicamente, l’aereo di Francesco Baracca si schiantò al suolo, il giovane pilota aveva appena compiuto trent’anni. E’ ancora un mistero la vera causa dell’accaduto, non si è mai stabilito se fu abbattuto, o se più verosimilmente venne colpito da un cecchino che sparava da terra contro il suo volo radente. Fu ritrovato dopo due giorni sul Montello e Gabriele D’Anninzio in persona volle pronunciarne l’elogio funebre.
I genitori del Maggiore Francesco Baracca, il conte Emilio e la contessa Paolina, affranti dal dolore, dopo qualche tempo, regalarono lo stemma del cavallino appartenuto al figlio a un pilota che avevano visto correre in auto con disprezzo del pericolo e senza freni, quel pilota era Enzo Ferrari e il cavallino di Francesco non ha mai smesso di correre.

Bombardamento aereo
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Tirate contro di noi!

25 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Tirate contro di noi!

In questa illustrazione, Beltrame ricorda un episodio avvenuto sul fronte occidentale nelle fila degli alleati francesi. Mi piace ricordare questo atto di eroismo anche se non fu compiuto da un italiano, contrariamente i francesi dimenticano spesso quanto siamo stati loro vicini durante il primo conflitto mondiale e preferiscono far studiare ai loro studenti solo l’invio delle truppe francesi in Italia dopo Caporetto per arginare l’avanzata tedesca.

Fu invece in Francia, nella battaglia della Marna, che si decise il destino dell’ Europa: la velocissima avanzata tedesca attraverso il Belgio, l’immobilizzarsi del fronte, la guerra di trincea, le battaglie interminabili, e i rinforzi vennero proprio da noi.

Non si tratta certo di rifare in questa sede la conta di chi offrì più vite per la causa e vedere se furono più francesi o italiani a morire nella battaglia, si ricorda, semplicemente, un evento della nostra storia comune che spesso viene sottaciuto o ricordato con sufficienza.

Nel 1918 dalla primavera fino all’autunno avanzato, cioè fino alla vittoria, i tedeschi sferrarono attacchi in maniera continuativa e sistematica verso la linea del fronte francese, puntando, in uno sforzo finale, a raggiungere Parigi. I nostri soldati mandati a difendere la linea alleata, furono ben 40.000.

Verso la metà dell’estate il generale Ludendorff, essendo oramai giunto a meno di cento chilometri dalla capitale francese, scagliò l’ultima e decisiva offensiva impegnando tutti gli uomini a disposizione appoggiati da una possente artiglieria. I primi in linea a fronteggiare il nemico, che disponeva di forze nettamente superiori, furono proprio gli Italiani. La linea fu salvata resistendo agli attacchi per ben diciannove volte. Le truppe, agli ordini del generale Albricci, risposero con coraggio, con totale sprezzo del pericolo e portarono anche sette contrattacchi per scoraggiare il nemico dilagante. Nella regione di Champagne ove avvennero le battaglie, alla fine si contarono cinquemila morti e almeno altrettanti feriti. Una carneficina, di cui tuttora ci si può rendere conto visitando il cimitero militare di Bligny.

Pierre Milza, storico francese, racconta il significativo caso di un soldato italiano che ha combattuto al fianco dell’ esercito francese. Lazare Ponticelli, morto il 20 gennaio 2008 a 110 anni, ha ricevuto i funerali di Stato a Parigi, in presenza dell’allora presidente Nicolas Sarkozy e di Jacques Chirac. Ponticelli era nato nel 1897 a Bettola, un villaggio dell’Appennino emiliano che aveva abbandonato per emigrare in Francia. Arruolatosi a sedici anni come volontario nella Legione straniera, nel 1915 transitò nell’ esercito italiano e combattè fino al termine del conflitto come alpino. Tornato in Francia, in occasione del conferimento della Legion d’Onore, rifiutò una futura tumulazione al Pantheon dicendo “Non è giusto farmi questo onore, non per me, ma per tutti quelli che sono morti prima di me”.

E’ emblematico che la Francia, immemore del nostro “aiuto”, abbia reso onore al modesto ed eroico rappresentante italiano quale “ultimo superstite” dei veterani francesi della Grande Guerra.

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Sotto la tormenta

23 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Sotto la tormenta

I rifornimenti per le truppe venivano portati in alta quota da colonne di alpini, ma pochi sanno che vi furono donne che, con grandi sacrifici e rischiando la vita, portavano i rifornimenti dalla valle fino alle montagne.

E’ la storia delle portatrici carniche, che si colloca tra l’Agosto del 1915 e l’Ottobre del 1917. La forza media dei soldati presenti in questi territori si aggirava intorno ai 10-12 mila uomini. Essi dovevano essere vettovagliati ogni giorno, riforniti di munizioni, medicinali, attrezzi e così via. I depositi militari e i magazzini erano dislocati nel fondovalle e non c’erano strade per salire che consentissero il transito di automezzi, né di carri trainati da animali. L’unico modo per raggiungere la prima linea del fronte, in alta montagna, era il trasporto a spalla seguendo stretti percorsi fatti di scomodi e pericolosi sentieri.

Furono le abitanti del posto a correre in aiuto dei loro militari impegnati in alta quota e nacquero le portatrici Carniche, così venne costituito un Corpo di ausiliarie formato da donne di età compresa tra i 15 e i 60 anni. Una forza pari a quella di un battaglione di circa 1000 soldati, che non fu mai militarizzata. Per le donne il lavoro non fu disciplinato dalle leggi, né furono mai soggette alle regole militari, ma l’ordine, il rigore, la severità che si imponevano durante le marce fu un raro esempio di ammirevole servizio.

A ogni donna veniva consegnato un libretto di lavoro personale, sul quale ai magazzini di smistamento annotavano le presenze, i viaggi compiuti, il materiale trasportato in ogni viaggio, inoltre indossavano un bracciale rosso recante lo stesso numero del libretto e l’indicazione dell’unità militare per la quale lavoravano. Per ogni viaggio ricevevano il compenso di lire 1,50 centesimi, che veniva corrisposto ogni fine mese.

La mattina si recavano a riempire la loro gerla caricata sulle spalle, poi partivano in colonna e si inerpicavano sulle montagne dirigendosi per gruppi, verso la prima linea. Affrontavano ogni giorno estenuanti marce in salita di due o anche quattro ore, superando dislivelli che andavano dai 600 ai 1200 metri. Scarsamente nutrite, sopportavano i sacrifici della guerra, il pensiero dei mariti o dei figli impegnati a combattere e arrivavano a destinazione stremate dalla fatica, un viaggio che diventava quasi insostenibile durante la stagione invernale, quando camminare richiedeva maggiore energia a causa della neve alta che impediva loro il passo. Scaricato il materiale, si fermavano qualche minuto per riprendere fiato, approfittando per parlare con gli alpini raggiunti, per consegnare loro lettere e notizie dal paese, per riportare biancheria pulita, fresca di bucato, tutti lavori extra, mai retribuiti, fatti per rendersi utili ai soldati e poi ripartivano più contente, col sorriso sulle labbra, certe di aver donato a quei giovani la speranza di non sentirsi abbandonati. Si incamminavano in discesa, per ritornare alle loro case, ai lavori di campagna, ad accudire animali, vecchi e bambini, di cui erano le sole rimaste ad avere totale responsabilità. Un lavoro continuo fino a sera e poi una nuova alba e un nuovo viaggio.

Voglio, in breve, ricordare il fulgido esempio di una di loro, Maria Plozner Mentil, che fu colpita a morte il 15 febbraio 1916. Era una donna dall’animo nobile e gentile, coraggiosa e altruista. Sempre pronta a confortare le compagne impaurite dall’artiglieria austriaca, ogni giorno in prima fila, una donna eccezionale, carismatica trascinatrice, che viene considerata la “bandiera “ delle portatrici carniche. Madre di quattro figli piccoli, mentre il marito combatteva sul Carso, si dedicava alla causa con amor patrio e spirito di sacrificio. Quando venne colpita da un cecchino austriaco appostato a circa 300 metri, a Malpasso di Pramosio, sopra Timau, aveva solo trentadue anni.

Ebbe un funerale con gli onori militari e a piangere Maria Plozner, quel giorno, c’erano non solo i paesani e i militari della zona, ma tutte le amiche con la gerla sulle spalle.

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Marinai d'Italia

21 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Marinai d'Italia

I marinai, furono degni “assi” del primo conflitto mondiale e compirono la loro efficace opera sul mare, ma anche a terra insieme ai bersaglieri e alla fanteria. Dopo la disfatta di Caporetto, reparti di marinai furono inviati a terra, per proteggere Venezia. Al termine della guerra, il Reggimento, al quale Venezia aveva voluto dare la propria bandiera con il leone di San Marco, assunse il nome di Reggimento Marina San Marco e, ancora oggi, i Fucilieri di Marina sono inquadrati in tale reggimento.

Tra le più importanti operazioni della Regia Marina vi fu l’opera di salvataggio prestata in aiuto allo sconfitto esercito serbo. Le stime dei soldati a cui fu portato soccorso vanno dai 150.000 ai 250.000, difficile stabilirne il numero esatto, certo è che mentre i Serbi si ritiravano verso le coste balcaniche vennero raccolti dalle navi italiane che salvarono soldati e tonnellate di materiale.

La marina italiana, era forte di 13 corazzate, 25 incrociatori, 25 cacciatorpediniere, 59 torpediniere e 21 sommergibili. Le principali basi navali erano a Venezia e Brindisi, ma il grosso della flotta era concentrato a Taranto porto più riparato e protetto. Durante il primo conflitto mondiale, a differenza del secondo , furono diverse le operazioni in cui si fece onore la nostra Marina.

Nel 1917, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, Luigi Rizzo penetrò con due MAS nella rada di Trieste e assalì con i siluri le corazzate Budapest e Wien, quest’ultima fu colpita e affondata. A Rizzo venne riconosciuta una medaglia d’oro al valor militare e maggiore fu il riconoscimento per il successo, in quanto le stesse, circa un mese prima, erano state attaccate senza esito mentre bombardavano batterie della marina italiana a Cortellazzo.

Durante il 1918, ultimo anno di guerra, fra gli episodi di rilievo che videro protagonisti uomini della marina italiana, si ricorda:

• In febbraio tre MAS al comando di Costanzo Ciano penetrarono nella base navale di Buccari. Le reti parasiluri impedirono l’attacco e il danneggiamento delle unità ancorate in porto, ma non impedirono ai nostri di prendersi una rivalsa di grande risonanza. All’azione partecipava anche Gabriele D’annunzio, salito sul Mas di Rizzo che lasciò un messaggio di scherno:

In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i Marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.

L’impresa denominata poi la beffa di Buccari, anche se non produsse effetti ai fini militari, ebbe grande importanza, perché ne produsse ai fini del morale delle truppe in una guerra in cui cominciavano ad acquisire gravità e peso gli aspetti psicologici. Uno dei MAS che parteciparono alla spedizione si può vedere oggi esposto nelle sale del Vittoriale degli Italiani, sul Lago di Garda.

• All’alba del 10 giugno 1918 due corazzate austriache furono inviate a forzare il blocco navale del canale d’ Otranto. Nei pressi di Premuda, furono intercettate da due Mas, sempre sotto il comando di Luigi Rizzo. Due siluri colpirono e mandarono a picco una delle due corazzate la Szent Istva. La nave, che doveva il suo nome a Santo Stefano d’Ungheria affondò in sole tre ore con a bordo 89 marinai. L’altra corazzata soccorse i naufraghi, mentre i Mas si dileguarono.

Nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci penetrarono a nuoto nel porto di Pola spingendo uno speciale ordigno chiamato «mignatta» che applicarono alla carena della corazzata Viribus Unitis, facendola saltare in aria.

E infine l’ azione che, scrissero allora i giornali italiani, fu una delle più ardite e che compare nella vignetta di cui sopra. Si deve tener presente che fu ostacolata da eccezionali sbarramenti collocati nel porto, costellato di banchi di torpedini, mine subacquee esplodenti all’urto, di potenti riflettori e vigilanza continua. Era la notte del 14 maggio 1918 quando il comandante Pellegrini con alcuni suoi compagni, superati gli sbarramenti entrò nel porto di Pola, per una importantissima missione che prevedeva l’affondamento di un’altra colossale nave da guerra nemica, del tipo Viribus Unitis. Si erano convenuti speciali segnalazioni luminose per far conoscere l’esito dell’impresa, poiché era prevedibile che il comandante Pellegrini e i suoi compagni, il secondo capo torpediniere silurista Milani, il marinaio scelto Angelini e il fuochista scelto Corrias, avrebbero potuto non fare ritorno. Avevano infatti ordine di distruggere la loro imbarcazione e di gettarsi in acqua a missione compiuta. L’operazione si svolse precisamente come stabilito, si avvertirono distintamente due cupe esplosioni e, quando iniziarono i fuochi di difesa dell’artiglieria nemica, fu chiaramente visto dal largo il razzo illuminante col quale il comandante Pellegrini comunicava “Ho silurato una nave”, subito seguito da un altro che significava: “Distruggo la mia imbarcazione, Ogni opera di soccorso è inutile”. Non vi furono dubbi che la missione avesse avuto esito positivo e solo più tardi si seppe che il comandante e i suoi valorosi compagni erano stati fatti prigionieri. A tutto l’equipaggio fu concessa la medaglia d’oro al valor militare.

Marinai d'Italia
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Le nuove armi.

19 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Le nuove armi.

Fra le nuove tecnologie che vennero usate nella Grande Guerra ci furono i primi modelli di carri armati. I primi esemplari furono costruiti intorno agli inizi del 1900 in Germania, con il perfezionamento del motore a scoppio per le auto.

Durante gli anni del conflitto, furono però gli Inglesi a metterne in uso, sul fronte occidentale, un primo modello sperimentale. Lo denominarono tank (cisterna) proprio per ingannare il nemico che, qualora ne avesse intercettato il nome nei messaggi, altro non avrebbe pensato che a un sistema di rifornimento idrico per le truppe. Si trattava di una grande macchina blindata munita di cingoli in grado di avanzare su ogni tipo di terreno superando difficili ostacoli come le buche scavate per le trincee. All’esterno erano montate delle mitragliatrici che venivano usate da una parte dell’equipaggio, dieci persone in tutto, situate all’interno da dove lo manovravano con grande difficoltà.

Come ricordato nella vignetta di Beltrame, alla comparsa del “mostro meccanico” si creò il panico fra le fila nemiche, ma la riuscita della nuova arma, necessitava di perfezionamenti. Difficili da condurre, perchè poco maneggevoli, quasi tutti i primi carri armati si impantanarono, caddero dentro alle trincee o, in generale, ruppero il motore, dimostratosi poco affidabili. Inoltre, il calore prodotto all’interno dell’abitacolo risultò insopportabile per l’equipaggio dei carri, così come i gas di scarico che non venivano correttamente emessi all’esterno, risultarono letali per i soldati.

Dopo alcuni miglioramenti strutturali si ebbero i primi successi sul campo in occasione della Battaglia di Cambrai, il 20 novembre del 1917. Era nato il British Tank Corps, che con nuovi e più sicuri mezzi contribuì in maniera concreta all’ottima riuscita dell’offensiva.

Sul fronte italiano praticamente non comparvero mai. L’Italia nel 1918 fece scendere in campo sei carri sperimentali, i Fiat 3000, fabbricati dall’industria torinese, ma perfezionati solo negli anni ’20. In alternativa non era raro vedere delle autoblindo, simili a carri armati dotati però di ruote al posto dei cingoli.

L’avvento di tante nuove macchine, di nuove armi: aerei, carri armati, torpedini, armi speciali, cambiarono il volto della guerra e del modo di combattere.

Scrisse Ernst Jünger in merito alle nuove tecnologie: “Là dove la macchina fa la sua apparizione, la lotta dell’uomo contro di essa appare senza speranza.” (da Politische Publizistik).

Anche il grande filosofo e scrittore tedesco fu un combattente della prima guerra mondiale, nell’agosto del 1914 si arruolò volontario in fanteria: combatté sul fronte occidentale e, ferito per ben quattordici volte, talune anche in modo grave, venne decorato con la Croce di Ferro di prima classe.

Ernst Jünger spirito ribelle, anti-borghese, appena diciottenne, era scappato in Francia e si era arruolato nella Legione Straniera, ma fu l’esperienza della guerra alla base della sua formazione. Egli vide nella guerra, proprio perché così vicina alla morte, l’apice della vita stessa, il momento in cui più di ogni altro se ne ha percezione.

Le nuove armi.
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I Carabinieri a Parigi

15 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

I Carabinieri a Parigi

Menzionati più che altro per l’ingrato compito di “accompagnare” i fanti all’assalto, mi piace ricordare al contrario le battaglie in cui i Carabinieri si fecero onore nel corso della 1^ Guerra Mondiale: le battaglie dell’Isonzo, del Carso, del Piave, sul Sabotino, sul San Michele ed in particolare nei combattimenti sulle pendici del Podgora, nell’inseguire il nemico oltre l’Isonzo, unitamente a reparti di Cavalleria.

Così come riportato nel sito dell’Arma, furono i due Squadroni di Carabinieri addetti al Comando Supremo a entrare per primi a Gorizia, il 9 agosto 1916. E ugualmente il 2 novembre 1918, circa 200 Carabinieri furono tra i primi a toccare il suolo di Trieste liberata. Nello spazio di tutto il conflitto persero la vita 1.400 arruolati dell’Arma e i feriti furono 5.000. A reparti e singoli militari, operanti in Patria e all’estero, furono conferiti: 1 Croce dell’Ordine Militare di Savoia, 4 Medaglie d’Oro, 304 d’Argento, 831 di Bronzo, 801 Croci di Guerra e 200 Encomi Solenni, tutti al Valor Militare.

Durante la Grande Guerra non esisteva ancora l’Aeronautica Militare come corpo a se stante, divenne Forza Armata solo nel 1923 e i primi aerei vennero pilotati da militari dell’Esercito, di cui l’Aeronautica faceva parte. Furono 173 gli ufficiali, sottufficiali e carabinieri che entrarono a far parte del Corpo Aeronautico Militare.

Fra questi Ernesto Cabruna, un carabiniere che, divenuto pilota, viene ricordato come un eroe dell’aria.

Piemontese di Tortona a diciotto anni si era arruolato nell’Arma e l’anno successivo, il 1908, fu fra coloro che parteciparono alle operazioni di soccorso delle popolazioni calabresi e siciliane, colpite dal tremendo terremoto di Messina. Nel 1911, vice brigadiere, partecipò volontario all’occupazione del Dodecaneso. Allo scoppio della Grande Guerra era Comandante della Stazione di Salbertrand, in Piemonte: offertosi ancora una volta volontario, venne destinato al fronte sull’altopiano di Asiago, ove si guadagnò una Medaglia di Bronzo per l’attività di soccorso prestata ai feriti durante i bombardamenti degli austriaci.

Nel maggio 1916 divenne aviatore e pilotava aerei da ricognizione sulla Carnia. Nel giugno 1917, promosso maresciallo, fu assegnato quale pilota di caccia sul fronte del Carso e del Piave. Il 26 ottobre abbatté il primo aereo nemico, in totale gliene furono accreditati otto. Grazie a tali positivi risultati, per il coraggio e la fermezza dimostrati in ogni occasione, ottenne la sua prima Medaglia d’Argento.

Il 29 marzo 1918 condusse la sua azione più famosa: volando su Conegliano, avvistò un aereo da bombardamento austriaco scortato da dieci caccia, senza nessuna paura, andò diritto verso il capostormo e lo abbattè, costringendo i gregari a rinunciare alla missione.

Cabruna fece ancora meraviglie nel giugno del 1918 durante la seconda battaglia del Piave o battaglia del Solstizio, come la definì Gabriele D’Annunzio. Affrontato uno stormo di trenta aerei nemici, riuscì ad abbatterne uno, ed era solo il primo giorno, in quelli successivi, riuscendo sempre a cavarsela, abbatté altri due aerei e un aerostato, guadagnandosi la seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’impegno costante, la dedizione, il coraggio e lo sprezzo del pericolo lo videro di nuovo in cielo, il 29 ottobre 1918, riuscendo a colpire e incendiare due caccia austriaci in decollo. Era trascorso meno di un mese da quando in seguito a un incidente occorsogli in fase di atterraggio, era stato seriamente ferito riportando fratture multiple a un braccio.

Al termine della guerra, quale compendio alla totale abnegazione dimostrata, gli venne riconosciuta anche una Medaglia d’Oro al valor militare.

Nel primo dopoguerra partecipò all’impresa fiumana al fianco di Gabriele D’Annunzio e il 6 dicembre 1923 lasciò l’Arma dei Carabinieri per transitare nella Regia Aeronautica, appena istituita. Affezionato al corpo che lo aveva visto crescere, pronunciò un sentito discordo di commiato: “Lascio con dolore i Carabinieri, ma mi propongo di essere, anche lontano, non dimentico figlio di quella famiglia di cui sono stato parte ed alla quale ho coscienza di aver fatto onore. Dovunque e sempre sarò grato all’Arma, maestra di tutti i sacrifici e di tutte le virtù, per quello che seppe insegnarmi”.

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La guerra sui ghiacciai

9 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra sui ghiacciai

Le battaglie e gli scontri avvenuti sulle Alpi durante la Prima guerra mondiale, nel contesto di aspre cime e ghiacciai vengono definiti nel loro insieme Guerra Bianca.

Combattimenti che si tennero, sul fronte orientale, nei settori italiani di Ortles-Cevedale, Adamello-Presanella e Marmolada a quote montane molto elevate e in condizioni fisiche, ambientali e meteorologiche fino ad allora ritenute impossibili e insopportabili. Le quote a cui vivevano e combattevano gli alpini erano molto elevate, assolutamente al di sopra di ogni altro settore, i terreni impervi e le condizioni atmosferiche li posero in estrema difficoltà, al limite della sopravvivenza. Oltre al nemico da temere, tra un assalto e l’altro per la conquista, la perdita e la riconquista di poche decine di metri dalla trincea a quella nemica, ben presto, i soldati si scontrarono contro un temibile e pressoché invincibile avversario: la morte bianca.

Il pericolo principale che gli alpini correvano era quello di morire assiderati o sommersi da un’improvvisa valanga, ogni giorno dovevano garantirsi, prima ancora di pensare al nemico, la possibilità di sopravvivere, fra l’altro con dotazioni di cibo e vestiario spesso insufficienti e coi pidocchi come fedeli compagni.

Avevano, come unica consolazione, la possibilità di ammirare panorami stupendi, distese incontaminate a perdita d’occhio, silenziose vette e dolci vallate che, a volte se pur in minima parte, riuscivano a mitigare le paure e i disagi cui erano sottoposti.

Per ovviare a un addestramento che, dopo il reclutamento sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, si effettuarono principalmente selezioni quasi esclusivamente tra gli stessi residenti: bellunesi, tirolesi, trentini, ladini, tutti pastori o contadini, montanari, che vivevano già nelle zone pedemontane e conoscevano il terreno che sarebbe stato teatro dei loro combattimenti. Una scelta strategica vincente, perché oltre ad essere uomini temprati forti e resistenti, molti si conoscevano fra di loro già prima della guerra grazie ai commerci, al contrabbando, fu facile così dare origine a un naturale cameratismo fra commilitoni. Alcuni, fra loro, erano alpinisti o famose guide alpine e la loro esperienza si rivelò fondamentale in determinate conquiste, quando le azioni militari divennero delle vere e proprie imprese alpinistiche: come gli assalti al monte Cristallo e a Cima Trafoi nel gruppo dell’Ortles, o la presa del Corno di Cavento nell’Adamello.

Alla metà di giugno del 1915, gli Alpini vinsero la prima importante battaglia effettuando la conquista del Monte Nero, davanti alla quale anche i nostri avversari, loro malgrado, si congratularono: “Giù il cappello davanti gli alpini! Questo è stato un colpo da maestro”.

MONTE NERO (canto alpino)

Sul Monte Nero è rossa la neve,
rossa di sangue, sangue italiano,
è l’Austria che la tinge a mano a mano,
ma la vendetta trionferà!

Gioia bella, se tu m’ami
dammi la mano, dimmi addio;
se ti lascio un figlio mio

Trento e Trieste portalo là.

E gli dirai come morì suo padre,
fronte al nemico, bandiera al vento,
e gli dirai che morì contento

Trento e Trieste per liberar.

Gioia bella, se tu m’ami
dammi la mano, dimmi addio;
se ti lascio un figlio mio

Trento e Trieste portalo là. (anonimo)

La guerra sui ghiacciai
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Paolo Petrillo, "Der Riss"

6 Marzo 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #storia

Paolo Petrillo, "Der Riss"

Lacerazione/Der Riss

Paolo Emilio Petrillo

La Lepre

8 Settembre 1943: una data che in Italia è diventata metafora a un tempo della debolezza e della forza morale di una nazione. Che cosa ha rappresentato invece quella stessa data per la Germania, l'ex alleata, che dell'evento fu la speculare protagonista? Come hanno vissuto i tedeschi – le istituzioni, certo, ma ancor di più la popolazione civile e i milioni di soldati in divisa – il “proclama Badoglio”?

Interrogando fonti stampa, la maggior parte delle quali inedite o sconosciute in Italia, e lasciando parlare veterani tedeschi ancora in vita, l'autore cerca di ricostruire quella che, per molti aspetti, è la versione mancante del noto fatto storico e di altre vicende precedenti. A emergere è un'immagine doppia: gli italiani visti dai tedeschi, i tedeschi visti dagli italiani. Un contributo prezioso, non certo per una strumentale polemica revisionista, ma per la costruzione di una coscienza più meditata della tragedia da cui sono nate.

Questo di Paolo Petrillo è un saggio storico particolarmente interessante, così tanto, in effetti, da spingermi a parlarne nonostante non sia solito occuparmi di saggistica. L'interesse nasce da una banalissima domanda, talmente ovvia, in effetti, da sembrare sciocco che nessuno se la sia posta prima: qualcuno ha mai chiesto ai tedeschi cosa pensano dell'8 settembre del 1943? La risposta, prima di questo libro-inchiesta, è no. Esiste un'ampia letteratura sull'argomento, ma del tutto priva di voci diverse da quelle nostrane. Eppure è una data importante nella storia dell'Italia e anche della Germania, anche se per allora l'esito della seconda guerra mondiale era già segnato.

Qualche lettore potrebbe chiedersi perché è interessante parlarne oggi, a settant'anni di distanza, ma la storia, la nostra storia, è importante conoscerla. L'Italia dunque firma l'armistizio con gli alleati e, per usare una vecchia frase sarcastica, si addormenta fascista e si risveglia antifascista. Il malcontento per l'esito della guerra serpeggiava in Italia, che non era assolutamente pronta ad affrontare lo sforzo bellico come invece lo era la Germania, dunque le premesse per un salto di barricata erano già evidenti a noi e ai nostri alleati, come traspare dalle interviste qui riportate.

Più di ogni altra cosa, per capire l'importanza di questo libro, vale la pena ricordare quali sono state le conseguenze dell'esito della guerra sul piano culturale per l'Italia e per la Germania. I nostri alleati infatti, sconfitti su tutta la linea e poi aiutati nella ricostruzione dal piano Marshall, svilupparono un sistema di informazione martellante sulla guerra e sulle loro colpe, su quanto era stato commesso dalla Germania come popolo e nazione. Il risultato di questo processo, durato decenni e portato avanti con proverbiale efficienza teutonica, è pensato per coinvolgere l'individuo dal suo anno zero all'età adulta. Il risultato è evidente a tutti: una delle società più multietniche in tutta Europa, con tutti i problemi di gestione e ibridazione culturale che questo comporta, ma che, nel complesso, ha retto meglio di tanti altri paesi che si sono trovati a dover affrontare gli stessi problemi.

In Italia? Tutto nascosto sotto il tappeto, con lo stile e l'aplomb tipici del nostro paese. Non un condannato dai tribuni internazionali per crimini di guerra, pochissimi, in proporzione agli aderenti al movimento, i processi nazionali contro i criminali fascisti, tutto finì con l'episodio di Piazzale Loreto e il disfacimento della Repubblica di Salò. Eppure Italia e Germania erano alleate, possibile che nessun italiano abbia mai fatto qualcosa di sbagliato?

Una seconda domanda ha chiesto Petrillo ai reduci tedeschi della guerra, e cioè se ci fosse la convinzione che gli italiani fossero traditori. La storia ci insegna che all'inizio della prima guerra mondiale, nel 1914, l'Italia non entrò in guerra da subito, nonostante fosse alleata della Germania, ma solo nel 1915, e al fianco di Francia e Inghilterra. Neanche trent'anni dopo, l'Italia, di nuovo alleata con i tedeschi attraverso la famosa amicizia tra “uomini veri” di Hitler e Mussolini, non entrerà da subito in guerra al fianco della Germania, ma dopo qualche mese, attaccando una Francia già sconfitta dall'esercito tedesco. A questo episodio è legato la famosa frase di Mussolini, “Mi servono cinque o seimila morti per sedermi al tavolo della pace”. Quella di saltare sul carro del vincitore rimane una nostra abitudine, ma in questo caso, come sappiamo, fu l'Italia a rimetterci, perdendo su tutti i fronti militari, costretta a chiedere l'aiuto tedesco in Grecia e in Africa, è stata spesso considerata una delle più grandi cause della sconfitta tedesca. L'aiuto tedesco in Grecia causò infatti un ritardo di otto settimane sulla tabella di partenza dell'operazione Barbarossa, l'attacco tedesco alla Russia, sorprendendo l'esercito senza rifornimenti alle porte di Mosca e all'inizio del terribile inverno russo. L'8 settembre del 1943 segnò infine l'ultimo schiaffo, l'armistizio e il sostegno italiano agli Stati Uniti, trasformandosi, dal giorno alla notte, da alleati a nemici. E poi, anche se era un cambiamento atteso, un conto è arrendersi a un avversario più forte, un conto è trasformare l'amicizia del giorno in prima in imboscate e attacchi alle spalle il giorno dopo. Le basi per sostenere l'idea del tradimento c'erano tutte, cosa pensano le persone che hanno vissuto quegli eventi sulla loro pelle?

Queste domande potrebbero sembrare banali o sepolte dalla storia, o peggio ancora revisioniste, ma l'Europa di oggi, la stessa in cui la Germania ha un ruolo centrale geograficamente e politicamente, nasce dalle ceneri della seconda guerra mondiale. È quindi di fondamentale importanza capire le risposte a queste domande, perché in Italia non c'è stato un progetto educativo di critica al fascismo, come dimostrano le lacune storiche sulle malefatte italiane in guerra, e perché l'Italia è parte di questa Europa che ha dovuto imparare a relazionarsi e superare conflitti ma che, in fondo, non è riuscita a farlo, e le tensioni internazionali fra i vari paesi della Comunità Europea, in particolare fra gli stati fondatori, sono lì a dimostrarlo. La domanda quindi rimane sospesa nell'aria, cosa pensano i tedeschi degli italiani? Der Riss prova a dare una risposta, sicuramente non esaustiva, ma quantomeno sensata e sostenuta dalle voci dei protagonisti.

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