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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

storia

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

4 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

1998, 320 p.

Curatore Masutti Nella

Editore Marsilio (collana I tascabili Marsilio)

Questo libro racconta la terribile storia di un giovane partito volontariamente per l’Unione Sovietica e che fu prima mandato al confino in mezzo alla steppa russa, poi,in seguito all’ingiusta accusa di propaganda antistalinista, rinchiuso in un gulag, dove trovò la morte. In una serie di lettere che Emilio Guarnaschelli scrisse al fratello maggiore Mario, rimasto in Italia, vengono efficacemente descritti la tragica vicenda della sua vita e i suoi sentimenti. Sono narrati dalla viva voce del protagonista i tormenti di un ragazzo illuso dal paradiso di uguaglianza e giustizia che avrebbe dovuto trovare raggiungendo quel paese, quando l’Unione Sovietica era ancora considerata la terra promessa dei lavoratori di tutto il mondo e molti italiani si erano trasferiti volontariamente in Russia fra il 1920 e il 1935, ma che, al contrario, si rivelò per lui un inferno. Questo tristissimo libro racconta anche una bella storia d’amore fra Emilio, un entusiasta, intelligente, brillante, pieno di spirito e Nella, innamorata di lui che, contro la volontà dei genitori, lo raggiunse da Mosca, fino al confino di Pinega. “Pensai che Nella aveva certo bisogno di cibarsi, di pulirsi, ma io non avevo nulla da offrirle. Nulla ho detto e mai come in quel momento soffrii per la mancanza di…cosa? Di tutto perdio!” scriveva Emilio al fratello in quell’occasione. I due innamorati si sposarono e vissero in una camera che era un buco infestato da scarafaggi, cimici e topi, riuscendo a nutrirsi scarsamente, rubarono un po’ di fieno per fare due cuscini da poggiare su un letto di paglia, e soffrirono ogni giorno freddo e fame. Ricevere un po’ di rubli dall’Italia, quando riuscivano ad averli, perché non sempre venivano loro consegnati, significava poter comprare farina, cereali e fiammiferi, cose di prima necessità. Un pacco poi era sicuramente un regalo inatteso e insperato “Eravamo tanto contenti che non ti dico (….) io mangiai subito un fico e Nella ha succhiato una caramella…” riusciva a scherzare Emilio davanti a un pacco ricevuto dal fratello. Dopo la situazione divenne anche peggiore, quando Emilio fu trasferito in un gulag, alla moglie fu impedito di seguirlo e di lui poi non si ebbero più notizie. Il libro vide la luce grazie alla testardaggine di Nella Mansutti, determinata a far conoscere a tutti la tragica vicenda del suo Emilio. Al suo ritorno in Italia riuscì, dopo tanti dinieghi, a ottenere le lettere spedite dal marito al fratello Mario e presentò il rapporto epistolare completo alla casa editrice Feltrinelli per farlo pubblicare. Passò del tempo, ma non ebbe risposta alcuna, attese alcuni anni, poiché nessuno voleva offuscare l’immagine specchiata che il Partito comunista conservava in Italia. Alla fine si decise a farsi restituire le lettere dalla Feltrinelli e le presentò, nel 1979, a una casa editrice francese che pubblicò subito il libro intitolandolo “Une petite pierre”, libro che divenne un grande successo editoriale. Solo nell’82 “Una piccola pietra “ fu pubblicato anche in Italia da Garzanti. Una testimonianza ancora oggi conosciuta da pochi, negata da molti, una goccia nel mare di menzogne che hanno soffocato coloro che hanno provato a raccontare ciò che successe. ”Così stanno le cose , cari compagni. Vi devo dire l’atroce verità:ci siamo sbagliati!” .Questo è il testamento spirituale di Emilio Guarnaschelli.

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L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

30 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

Edizioni Settimo Sigillo Europa – 2009

Giacchetti Boico Gulia- Vignoli Giulio

II libro è scritto a quattro mani da Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli. Giulia è nipote di deportati e vive e opera a Kerc in Crimea. Giulio Vignoli è docente all'Università di Genova. Scrive Giulia: "Tutta la strada da Kerc al Kazakistan è irrigata dalle lacrime e dal sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno ne tombe, né croci". In questo libro si narra dell’olocausto dimenticato di una minoranza di Italiani che si era stabilita in Crimea fin da tempi antichissimi. Le prime presenze risalgono addirittura all’Impero Romano, per arrivare alla Repubblica di Genova e Venezia, ma è in epoca moderna che si ebbe il più importante flusso migratorio, si trattava di circa duemila persone provenienti soprattutto dalla Puglia. Erano italiani poveri dediti principalmente all’agricoltura. Partivano verso quello che per loro appariva come un nuovo Eldorado: clima mite, terre fertili, mari pescosi. La comunità si inserì perfettamente nel tessuto locale, si stabilì principalmente nei pressi della città di Kerc e, in pochi decenni, divenne una delle più ricche e ammirate grazie alle sue grandi capacità imprenditoriali e commerciali. I problemi cominciarono con la Rivoluzione d’Ottobre. “Espropriati della terra e privati della possibilità di professare la propria fede” molti italiani ritornarono in Patria. A quelli che rimasero fu imposta la “russificazione” : era loro vietato parlare italiano e furono costretti a cambiare i cognomi. La storia della piccola comunità in Crimea si intrecciò con la complessa tragedia del comunismo sovietico. Nell’ambito del piano di collettivizzazione delle campagne, le autorità sovietiche promossero nei pressi di Kerch la costituzione di un colcos italiano dal suggestivo nome “Sacco e Vanzetti”. I nostri connazionali, piccoli proprietari terrieri, provarono a resistere e continuarono a lavorare alacremente la terra come sapevano fare loro, senza adeguarsi troppo alle restrittive regole di quella che era una specie di cooperativa agricola di produzione. Accadde così che nel fallimentare deserto della collettivizzazione sovietica, il colcos italiano primeggiò e superò tutti gli obiettivi pianificati risultando, grazie all’efficienza dei nostri agricoltori, il più produttivo di tutta la Crimea. Questa prerogativa fu causa, insieme alla relativa agiatezza dei coloni e alla religione professata, di invidie e sospetti. Furono proprio i dirigenti italiani del Comintern che cominciarono a tenere sotto stretto controllo la comunità di Kerch, in quanto le qualità degli italiani, la loro capacità produttiva, la relativa indipendenza dai nuovi dettami che riuscivano a conservare nel lavoro, risultava essere poco consona alla disciplina del partito. Proprio per educarli ai nuovi metodi, fu inviata a Kerch una delegazione speciale di controllo. Capo della missione rieducativa, che poi si rivelò punitiva, fu Paolo Robotti, cognato di Togliatti, presidente del “club degli emigrati” a Mosca e responsabile delle innumerevoli sparizioni di connazionali, avvenute durante le purghe staliniane grazie ai suoi verbali delatori consegnati a chi di dovere. Di ritorno a Mosca, dopo l’importante incarico avuto, scrisse nel suo resoconto di aver sistemato al meglio la situazione al colcos italiano, di aver dato la giusta impronta in modo che avrebbe ripreso nuova vita e prosperità, di aver chiuso la scuola religiosa e rispedito il prete in patria. In realtà la visita di Robotti rappresentò il primo atto della tragedia degli italiani in Crimea. La “pulizia”, da lui guidata con l’ausilio degli agenti del NKVD, condusse alla deportazione di intere famiglie, alla divisione e lacerazione di altre e alla sommaria esecuzione di molti innocenti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione precipitò. Gli italiani di Crimea furono considerati automaticamente nemici e fascisti, vennero deportati nei gulag in Siberia e in Kazakistan. Intere famiglie dovettero sostenere prima viaggi allucinanti nei vagoni piombati poi lunghe marce nelle steppe congelate dell'Asia, ridotti alla fame, soggetti a privazioni e stenti che condussero alla morte di molti, in particolare di quasi tutti i piccoli. Una volta giunti a destinazione, i deportati vennero collocati in baracche sperdute e nutriti con erbe e radici. In tali condizioni i decessi nelle località d’arrivo, dopo quelli avvenuti durante il viaggio, furono numerosissimi e la comunità di Kerch fu cancellata. Oggi sono in tutto meno di 400 gli Italiani rimasti, hanno costituito il circolo culturale “Il Cerchio”, dove la infaticabile presidente Giulia Giacchetti Boico tiene vivo il lume delle origini. Predispone corsi di lingua italiana, intrattiene rapporti culturali col nostro Paese, organizza scambi di studio per i ragazzi di Kerch, perché anche visitare la Penisola, seppur solo per un breve soggiorno, non è facile per i figli e i nipoti dei sopravvissuti ai gulag. Giulia si batte per ottenere il riconoscimento alla cittadinanza italiana e lo status di minoranza deportata all’intera comunità, poichè con i documenti distrutti e i nomi cambiati, tornare ad essere cittadini italiani è diventato “un sogno”. Da qualche anno l’associazione, il 29 gennaio, per non dimenticare gli Italiani uccisi o scomparsi, tiene a Kerch la “Giornata del Ricordo Italiano”, organizzando una toccante cerimonia col rito dei garofani rossi gettati nel Mar Nero congelato. È a dir poco commovente l’adesione conservata e rinnovata alle tradizioni di origine e a un Paese che, almeno finora, non si è meritato tanto attaccamento, visto che che l’Italia ufficiale non si è ancora fatta viva per riconoscere e ricordarsi di questi Italiani prima perseguitati e poi ignorati. “Molti di noi non sono mai stati in Italia, eppure se glielo chiedi ti risponderanno che quella è la loro Patria,” dice Giulia Giacchetti Boico “La deportazione degli italiani non è stata ancora riconosciuta ufficialmente dall’Ucraina e in Italia non se ne sa quasi niente” La pubblicazione, arricchita da importantissimi documenti e da testimonianze inedite, vuole far conoscere i terribili eventi patiti dagli Italiani e sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica dell'Italia e dell'Ucraina. Per questo il libro è scritto in italiano, russo e ucraino: “perché tutti intendano, anche chi non vuole intendere.” II volume vuole essere dunque “un grido di aiuto dei superstiti, dopo tanti anni passati dalla strage, perché venga riconosciuto il loro olocausto, un grido che squarci il velo di indifferenza e di oblio”.

La cerimonia dei garofani

La cerimonia dei garofani

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Diario di Guerra - Dalla Libia all’Isonzo 1913 - 1919 di FELICE FOSSATI

28 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

Diario di Guerra - Dalla Libia all’Isonzo 1913 - 1919 di FELICE FOSSATI

Felice Fossati (1893 – 1964), nato da famiglia italiana a Romans, in Francia, studiò a Nancy e poi a Milano dopo il rientro nel nostro Paese con i genitori. Volontario in Libia, poi mandato sull’ Isonzo allo scoppio della Grande Guerra, nel 1919 torna finalmente a Milano, dopo un anno di prigionia in Austria.

Il diario (edito da Nordpress), piuttosto breve, inizia ripercorrendo l’addestramento del giovane militare. Dapprima viene mandato a Perugia, poi a Napoli; ha modo di apprezzare la maestosità delle città d’arte, ma anche di rimanere colpito dalle aree di degrado. Il testo contiene un riferimento al terribile terremoto di Messina di alcuni anni prima, in cui ci furono ben ottantamila morti. La scrittura è semplice, ordinata, precisa; impegnato in Libia contro i ribelli, si porta nello zaino Thérèse Raquin di Zola che si accinge a leggere per la quinta volta. I ritmi della vita militare nella colonia sono piuttosto lenti; le giornate sono animate dal Ghibli e dalle marce verso le postazioni interne da difendere dagli attacchi nemici. Ma gli scontri con la guerriglia sono poca cosa rispetto al fronte dell’Isonzo in cui Fossati viene mandato nel 1916. A Grado i soldati consumano del “buon pesce fritto”; ma nello stesso giorno, a San Canziano, vedono i segni della guerra, in particolare la chiesa scoperchiata in cui si sono rifugiati i pochi abitanti impauriti. Assalti alla baionetta, il fuoco delle mitragliatrici, bombardieri che dal cielo non danno tregua ai fanti sono il pane quotidiano. Sia da parte italiana che austriaca, gli attacchi sono condotti con la stessa folle temerarietà; le trincee si prendono e si perdono in pochi giorni. Nella zona di Doberdò, teatro di aspri scontri, furono presenti durante la guerra anche Mussolini e D’Annunzio. Lo scoramento davanti ai morti e ai feriti fa comunque apprezzare al giovane l’attitudine alla lotta del soldato italiano: “ … il soldato italiano nel corpo a corpo … è il migliore combattente, forse, perché più emotivo e facilmente eccitabile”. Emerge, larvata, la polemica verso gli imboscati che si trattengono nelle retrovie, lontano dalle trincee.

Nei pressi di San Giovanni di Duino, durante uno sfortunato assalto, nota: “ … molti nostri feriti giacevano vicino a feriti nemici, assistiti da due infermieri austriaci. Una parentesi di umanità nell’infuriare della guerra”. Ancora l’autore parla di azioni volte a prendere Trieste, ma in realtà la guerra resta statica e si continua a morire per conquistare pochi metri. Poi viene il disastro di Caporetto; Felice e il suo reparto ripiegano precipitosamente a Pozzuolo del Friuli dove offrono una dura resistenza al nemico, dopo che un’automobile con alcuni ufficiali è partita precipitosamente. Qui assiste al suicidio di due commilitoni: “ … il comandante la cavalleria e il nostro maggiore … quasi simultaneamente si puntarono la pistola alla tempia”. Fossati e i superstiti, rimasti senza munizioni, si devono arrendere. In Austria la prigionia si accompagna alla fame e alla noia, finché i prigionieri non ottengono il permesso di lavorare in una fattoria, dove Felice si lega a una donna ungherese. La notizia della fine della guerra arriva improvvisa. Si rientra finalmente in Italia e qui vengono inattese amarezze. I vinti di Caporetto sono oggetto di disprezzo e ciò ferisce chi ha fatto il proprio dovere. A Trieste e Pola alcuni civili insultano gli ex-prigionieri. In particolare i soldati devono subire un’umiliante inchiesta: “Evito di parlarne perché questa sorta di processo è il più vergognoso della nostra vita di combattenti”. In seguito a uno screzio con un ufficiale, Fossati viene trasferito in Sardegna.

Finalmente, alcuni mesi dopo, ottiene il congedo e l’11 settembre 1919 (la guerra è finita da quasi un anno) torna nella sua Milano, con ben poca nostalgia per la vita militare.

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GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

2 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #storia

GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

Originario di Treviso, Comisso (1893 - 1969) prese parte alla Grande Guerra e poi all’esperienza di Fiume con D’Annunzio. Molto legato alla sua città, fu giornalista e affermato autore di reportage di viaggio per vari quotidiani. Vinse il Premio Viareggio nel 1952 con Capricci italiani e lo Strega nel 1955 con Un gatto attraversa la strada.

Lo scrittore in Giorni di Guerra ci parla della sua esperienza nel conflitto in cui operò, dal 1915 al 1918, come soldato e poi come sottotenente del Genio, svolgendo il suo lavoro con grande scrupolo e coraggio; spesso dovette intervenire nelle zone battute dalle artiglierie nemiche per ripristinare preziosi collegamenti telefonici, mentre in altre fasi conobbe la monotonia della vita nelle retrovie.

L’esperienza al fronte di Giovanni Comisso non ci fa respirare il truce clima delle trincee e la paura della morte che può colpire in ogni momento il povero fante. Non troviamo una specifica impostazione “ideologica” affine alla guerra o contraria ad essa. Si tratta del diario di un giovane che a poco più di vent’anni si trova immerso in una “avventura” dove il drammatico trova spesso un inatteso contraltare nel grottesco.

Ad esempio ci racconta di una famiglia di contadini che parlano quasi in modo lieto di una cannonata caduta vicino alla propria casa, come se si trattasse di una piacevole novità. Oppure ci descrive una demenziale sparatoria in cui si prende di mira un aereo; anche gli ufficiali tirano con la pistola, alcuni dal tetto della cucina. Poi, finita la confusione, si viene a sapere che il velivolo era italiano. Anche nella tremenda ritirata di Caporetto, in cui dominano marasma e anarchia, Comisso riesce a farci sorridere parlando di un ufficiale che nella fuga si trascina via decine e decine di scarpe colorate, mentre altrove ci sono postazioni di soldati che non vengono avvisati dell’imminente arrivo del nemico. Quella ritirata è una piccola Anabasi, drammatica ma non priva di fasi bizzarre o di momenti lirici, come quando l’autore sogna di fermarsi per sempre in una valle spopolata con una donna appena conosciuta.

Altri passi interessanti sono quelli che si riferiscono alle battaglie del 1918 intorno al Piave, sempre con l'oscillare tra registro tragico e registro leggero. Le grandi artiglierie appostate tra gli alberi sono affiancate dai contadini che continuano a lavorare i campi vicini nonostante gli scontri. Tra i bagliori notturni delle cannonate e dei razzi, alcune donne osservano che a Nervesa doveva esserci la sagra. Un generale ordina di sparare sui fanti che fuggono; mentre ancora si combatte duramente, dietro a una chiesa si scavano fosse, destinate non ai caduti, ma ai disertori che dovevano essere fucilati.

Le ultime righe del libro sono un omaggio ai soldati vittoriosi, resi arcigni dalla sofferenza, quasi una "razza" a parte, forgiata dalla guerra e destinata a subirne le conseguenze:

"Neri, come di fumo, sporchi, stracciati, con fasciature spicciative alle mani e alla testa, sfiniti nel volto, ma accesi di sangue alle labbra e di vita negli occhi, cercai di imprimerli nella memoria, perché ormai ero certo che aspetti simili non sarebbe stato possibile rivederli più. Pareva avessero impegnata tutta la loro forza per fare all'amore o per una corsa accanita e sorridevano pesantemente come non sapessero essi stessi cosa avessero fatto e perché”.

In fondo la guerra, per chi la fa è quasi sempre una sconfitta, per il prezzo enorme che costringe a pagare. Al momento della chiamata al fronte, uno zio del giovane, già protagonista delle battaglie risorgimentali, lo ammonisce così: “Noi, appena finite le guerre, ci siamo trovati con un pugno di mosche, pensioni misere, appena guardati in faccia, mentre gli altri che erano rimasti a casa avevano pensato a farsi ottime sociali sfruttando la situazione che noi avevamo creato con il nostro sangue”.

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Stalin e il genocidio dei lituani

22 Febbraio 2014 , Scritto da Biagio Osvaldo Severini Con tag #biagio osvaldo severini, #storia, #recensioni

Stalin e il genocidio dei lituani

Siamo abituati a sentir parlare dell’Olocausto degli Ebrei, degli oppositori politici, degli indesiderati, operato dalla dittatura di Hitler.

Letteratura e storia hanno documentato che circa sei milioni di persone furono uccise dai nazisti tedeschi nei campi di concentramento e di sterminio, dopo torture, privazioni e sofferenze di ogni tipo.

Le pubblicazioni sull’argomento sono copiose, e a giusta ragione.

Ma tutto questo ha messo in ombra, anzi ha nascosto, ciò che in quello stesso periodo storico succedeva ad Oriente, nell’Unione Sovietica di Stalin: “il mondo non ha la minima idea di quello che ci stanno facendo i sovietici”, scrive Ruta Sepetys.

La Sepetys nel suo romanzo verità ci svela la tragica realtà di un genocidio a danno dei popoli baltici, ossia della Lituania, della Lettonia e dell’Estonia.

Il romanzo è intitolato “Avevano spento anche la luna” ( Mondadori, 2012). La storia narrata è reale e si basa su testimonianze e confessioni di alcuni sopravvissuti, ed è per di più sostenuta da ricerche storiche faticose compiute dalla Sepetys, desiderosa di riscattare la dignità del suo popolo.

L’autrice, infatti, è una lituana, figlia di rifugiati in Michigan.

Ella afferma che Stalin, durante il suo regno del terrore, abbia fatto uccidere più di 20 milioni di persone.

Le tre Nazioni baltiche persero, quindi, più di un terzo della loro popolazione in conseguenza delle deportazioni operate dai sovietici.

Il piano di Stalin, preparato nel 1940, era, appunto, quello di annettere all’Unione Sovietica i tre Stati baltici, eliminando gli oppositori.

I nomi dei personaggi del romanzo sono inventati, tranne quello del dottor Samodurov che nell’Artico salvò molte vite.

La protagonista principale è Lina, sopravvissuta al viaggio della deportazione – ma in realtà della morte - in Siberia, compiuto quando lei aveva 16 anni (c’erano anche il fratello, la madre e il padre, questi due ultimi morti).

Il 14 giugno 1941 iniziò la deportazione dei Lituani in Siberia. I soldati dell’NKVD, la polizia segreta sovietica, entravano prepotentemente nelle case, impugnando fucili a baionetta, e concedevano solo venti minuti agli abitanti per prepararsi, altrimenti li avrebbero uccisi all’istante.

Poi, “davai!”, avanti in fretta e furia li caricavano sui camion, che li trasportavano alla stazione ferroviaria. Qui venivano spinti bruscamente dentro vagoni usati per il trasporto di mucche e maiali.

Queste persone erano, infatti, definite “porci borghesi antisovietici”, per cui dovevano essere imprigionate o deportate in stato di schiavitù in Siberia, e sterminate in un modo qualsiasi.

Nelle liste delle persone antisovietiche finirono medici, avvocati, insegnanti, membri dell’esercito, professori universitari, scrittori, imprenditori, musicisti, artisti e bibliotecari.

Il viaggio verso la Siberia fu lungo (dovettero attraversare tutta la Russia da ovest ad est per 440 giorni, fino a Trofimovsk, al Polo Nord), penoso, tormentato dalla fame, dalla sete, dal freddo e dai pidocchi.

I deportati erano ammassati nei vagoni gli uni accanto agli altri, in maniera tale che dovevano stare in piedi quasi sempre e dormire a turno, stesi sul pavimento di legno. Per gabinetto dovevano usare un buco nel pavimento del vagone e, ovviamente, i bisogni corporali bisogna farli davanti a tutti.

Molti morivano durante il viaggio in treno, per mancanza di cibo, di acqua e di cure. I loro corpi venivano abbandonati ai lati dei binari, e diventavano cibo per gli animali.

Finalmente, arrivarono in un Kolchoz, una grande azienda agricola collettivizzata, dove si coltivavano patate e barbabietole.

Furono distribuiti in baracche di tre metri per quattro, del tutto insufficienti per il numero dei presenti. Le baracche erano prive di qualsiasi arredamento.

Dovevano lavorare dodici ore al giorno per scavare, con attrezzi rudimentali e con le mani, patate e barbabietole che non potevano mangiare. I soldati “si divertivano a picchiarci e a prenderci a calci nei campi”.

Il loro cibo era costituito da 300 grammi di pane secco al giorno, quando lavoravano; quando c’erano le tempeste di neve e non lavoravano, non ricevevano nemmeno quello.

Mangiavano qualche patata o barbabietola, solo quando riuscivano a rubarla, con grave rischio per la loro vita, perché, se scoperti, venivano puniti selvaggiamente.

Racconta Lina: “Una mattina sorpresero un vecchio a mangiare una barbabietola. Una guardia gli strappò gli incisivi con le pinze”.

Erano costretti a frugare tra i rifiuti e la spazzatura delle guardie: “Insetti e vermi non scoraggiavano nessuno. Un paio di colpetti con le dita e ce li ficcavamo in bocca… eravamo diventati animali dei bassifondi, che si nutrivano di schifezze e marciume… cercavamo intorno come galline in un cortile… bucce di patate marce, abbassai la testa e le mangiai”.

Si pensi che fu una festa grande, quando Lina e un’amica trovarono nella neve un enorme gufo morto e lo arrostirono su una stufa improvvisata: “Il sapore della carne cotta era divino, … facemmo finta di essere a un banchetto reale!”.

Bevevano acqua piovana o derivante dallo scongelamento della neve.

Per riscaldarsi o, meglio, per attenuare appena la morsa del gelo artico erano costretti a rubare pezzi di legno o a nascondere sotto i vestiti le sterpaglie raccolte nei campi.

Era vietato fare disegni (ma Lina ne faceva spesso e li nascondeva) o scrivere lettere.

Un lituano prigioniero, scoperto dagli agenti dell’NKVD, fu inchiodato alla parete dell’ufficio del Kolchoz con un palo che gli aveva trafitto il petto: “Le braccia e le gambe penzolavano inerti come quelle di una marionetta. Aveva la camicia inzuppata di sangue, che gocciolava formando una pozza sotto di lui. Le poiane banchettavano sulla carne delle sue ferite da proiettili. Una gli beccava l’orbita oculare vuota”.

La morte era causata anche dalla dissenteria e dallo scorbuto per malnutrizione. A queste patologie si aggiungeva il tifo petecchiale che si manifestava con febbre alta, eruzioni cutanee e delirio e che si diffondeva rapidamente tra i prigionieri, perché non si potevano lavare, né cambiare la misera e sporca biancheria.

I cadaveri, come al solito, venivano abbandonati sulla neve.

Lina scrive di un suo compagno di sventura: “… vidi il corpo nudo, a occhi sbarrati, ammucchiato in una catasta di cadaveri. La mano semicongelata non c’era più. Le volpi artiche gli avevano squarciato l’addome, esponendo i suoi visceri e macchiando di sangue la neve”.

Eppure, ogni tanto Lina trova il modo di allontanarsi da questa funerea atmosfera, trovando la forza di parlare di pittura e in particolare del suo artista preferito, Munch, e dei suoi dipinti: l ‘”Angoscia”, la “Disperazione”, le “Ceneri”, “L’urlo”.

Lina esprime la sua personale valutazione: “Le sue opere erano deformate, distorte, come se fossero state dipinte in uno stato nevrotico. Ne ero affascinata, anche se qualcuno l’aveva definita arte degenerata”.

E continua riportando il commento, con cui concorda, di un critico d’arte: “Munch è principalmente un poeta lirico del colore. Lui sente i colori, ma non li vede. Invece vede il dolore, il pianto e l’inaridimento”.

In sintesi, i dipinti di Munch esprimevano alla perfezione e con genialità i sentimenti delle persone, sopraffatte dalla inumanità e ferinità di Hitler e Stalin e dei loro seguaci aguzzini!

Altro motivo di consolazione lo trova nella lettura di Dickens: “Il circolo Pickwick” e “Dombey e figlio”. Lettura fatta sempre di nascosto.

Brilla e illumina per un attimo il cielo nero e tempestoso il raggio di sole dell’amore per Andrius: “Gli appoggiai le muffole sulle guance, attirai verso di me il suo viso e lo baciai… Sentii un vuoto allo stomaco. Mi ritrassi…”.

Lina voleva vivere: “Volevo rivedere la Lituania… Volevo annusare il mughetto nella brezza sotto la mia finestra. Volevo dipingere nei prati. Volevo ritrovare Andrius… Volevo sopravvivere… Era l’unica cosa di cui non avevo mai dubitato”. Lina e Andrius si sposeranno.

L’autrice conclude la ricostruzione di questa drammatica vicenda con queste semplici e nobili parole: “… l’amore è l’esercito più potente. Che sia amore per un amico, amore per la patria, amore per Dio o anche amore per il nemico, in ogni caso l’amore ci rivela la natura davvero miracolosa dello spirito umano”.

I tre paesi baltici hanno conquistato l’indipendenza nel 1991.

Scrittura lineare e chiara. Lettura piacevole e scorrevole.

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Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"

17 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"

Chi scrive di storia e' non soltanto appassionato della materia di cui
scrive, ma e' percorso a mio avviso da una sorta di febbre da ricerca alla
quale per l'intera sua esistenza non puo' sottrarsi. E per quanto tantissimo
venga scritto quotidianamente e diffuso con mille veicoli in tutto il mondo,
egli sarà sempre stimolato da nuove scoperte, da eventi grandi e piccoli, a
conferma che mai si finirà di dire e di scoprire. Come l'archeologo non sa
mai cosa apparirà esattamente rimuovendo la terra o le pietre, come in quel
momento si accende in lui la speranza di trovare ciò che intuiva di poter
reperire, chi si occupa della storia, quella degli eventi drammatici che
forgiano il corso dell'umano procedere, scava perennemente negli archivi,
legge tomi dimenticati, sfoglia carte ingiallite e vecchie immagini
nascoste nei luoghi piu' diversi , cercando la documentazione che confermi
quegli eventi e i suoi perche'. Se si può sintetizzare in poche parole il
significato di questo stimolo inarrestabile,si può parlare di ricerca della
verità, questo e' il vero motore che da secoli spinge chi scrive di storia.
Nella mia lunga esperienza editoriale nel settore, una delle persone che ho
incontrato che piu' rappresenta il ricercatore storico, e' stato Daniele
Lembo. Mai fermo nel suo sforzo incessante di portarci a conoscenza di
qualche dettaglio, di qualche immagine,di qualche intuizione o di qualche
prova che gettasse nuova o ulteriore luce su qualche evento storico.Il
periodo di cui si occupava era il Novecento, con attenzione particolare per
la seconda guerra mondiale, ma soprattutto per gli eventi italiani, di cui
mai credo abbia cessato un solo giorno della sua non lunga vita di occuparsi
e di studiare, producendo una serie di opere sul tema a ritmo serrato, quasi
avesse il presentimento che il tempo non gli sarebbe bastato per tutto ciò
che la passione lo spingeva a fare.
Quest'opera e' l'ultima che Daniele Lembo mi ha consegnato prima della sua
scomparsa prematura, un tema a lui molto caro, perché per lui dolorosissimo,
come dovrebbe esserlo per ogni italiano: quell ' 8 settembre che lui ha
definito così bene,così lapidariamente, come ' il giorno in cui mori' la
Patria".
Una sintesi degli eventi, questa narrata da Daniele Lembo, che, sono
certo, rimarrà a lungo nelle biblioteche non solo dei cultori di storia,ma
di chiunque abbia a cuore il nostro paese. Un punto di riferimento essenziale
a testimonianza del lavoro incessante e appassionato di uno storico dei
nostri tempi.

L' editore

Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"
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Il piroscafo Andrea Sgarallino

25 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #storia

Il piroscafo Andrea Sgarallino

L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.
Nel 43, durante la seconda guerra mondiale, fu requisito dalla Regia Marina, armato, dotato di livrea mimetica, e adibito a servizi militari.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne di nuovo destinato a prestazioni civili, soprattutto con il compito di riportare a casa i militari smobilitati e favorire gli approvvigionamenti dell’isola. I tedeschi, che occuparono l’Elba il 18 settembre, però, gli fecero battere bandiera nazista.
Il 22 settembre, a una settimana di distanza dal rovinoso bombardamento che distrusse gli stabilimenti dell’Ilva, lo scalo e parte del centro storico di Portoferraio, l’Andrea Sgarallino fu colpito a morte.
Sono le 9,30, il piroscafo è ormai in vista della costa, in località Nisportino. Un sommergibile della marina britannica incrocia poco distante. Il capitano Herrik vede la bandiera nemica e la livrea militare e non ha dubbi: ordina l’immediato affondamento. Un paio di siluri colpiscono la nave e la spezzano in due tronconi.
Il piroscafo è avvolto dalle fiamme e da un fumo denso. Gli abitanti dell’Elba assistono impotenti, impietriti: a bordo ci sono i loro familiari, i soldati che stanno tornando a casa e che non riabbracceranno mai più. Il vento porta le urla dei disperati. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi perché si teme che il sommergibile sia ancora nelle vicinanze, pronto a colpire di nuovo. Poi le fiamme si spengono, la nave scompare sott’acqua. A decine i corpi vengono distesi sul molo e gli abitanti attoniti li rivoltano, per identificarli. Le donne portano lenzuola per coprire i cadaveri.
Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione ma si aggirò intorno alle trecento unità, sopravvissero solo quattro persone, quasi ogni famiglia elbana pianse un morto a bordo dello Sgarallino.
Il relitto oggi giace a 66 metri di profondità, al largo della costa. Nel 2003 è stato raggiunto da un gruppo di sub che ha deposto una targa commemorativa in ricordo delle vittime.
Esiste anche un canto popolare, di dubbia attribuzione: Il siluramento dell’Andrea Sgarallino che, nel ritornello, ricorda molto La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini.

“Eran tutt’a bordo, eran ben stipati
Eran più di trecento e non son più torn
ati”

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