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storia

Il Milite Ignoto

14 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Il Milite Ignoto

“La Madre chiama: in te comincia il pianto, nel profondo di te comincia il canto, l’inno comincia degli imperituri”. (G.D'Annunzio)

Da pochi giorni è trascorso l'anniversario della vittoria della prima guerra mondiale avvenuta il 4 novembre 1918. In Italia, contraddistinta da scarsissimo animo patriottico, tale festa è stata declassata a “giornata delle Forze Armate”, abolita da tempo dal calendario come festività nazionale, è divenuta giornata lavorativa, l’Italia preferisce continuare a festeggiare il 25 aprile, che ricorda una sanguinosa guerra civile e non la conclusione del Risorgimento con Trento e Trieste restituite alla Patria. La memoria ufficiale è corta, ma non è possibile seppellire completamente i morti e, tra voci discordanti di chi ritiene la Grande Guerra un'inutile carneficina, e chi esalta gesta eroiche e patriottismo, si è conclusa anche la celebrazione del suo centenario.

Io, ormai fuori termine, voglio ricordare oggi la storia di una donna e di suo figlio, un soldato morto durante la Grande Guerra, la cui vicenda, come spesso accade, è dimenticata o poco conosciuta.

Antonio Bergamas, caduto venticinquenne sull’altopiano di Asiago, era un giovane maestro elementare di Trieste, un militante mazziniano, degli ideali repubblicani, del primo futurismo e dell'irredentismo. Era un volontario, protagonista di manifestazioni interventiste, che scelse di arruolarsi come fante nella Brigata Re, ma era un volontario particolare, perché disertore dall’esercito austro-ungarico, essendo egli residente in una città ancora sotto il dominio austriaco. Era determinato a combattere la sua guerra per l'Italia e non condivideva con altri volontari come Cesare Battisti o Nazario Sauro soltanto l'amor di Patria, la certezza del rischio che avrebbe corso, ma anche la cieca vocazione al sacrificio che traspare da alcune righe di una sua lettera inviata alla madre dal fronte.

"Domani partirò chissà per dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. […] Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio, se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra davanti al nostro Carso selvaggio, cercando di indovinare se non lo rivedrò il vostro mare, e cercando di rievocare i vostri volti venerati e tanto amati." Si firmava Tonin. (Fabio Todero, "Morire per la Patria")

Ci sono libri che di questo giovane raccontano la storia precisa, il suo viaggio a Roma, l’addestramento militare a Venezia, la smania interventista, il battesimo di guerra sul monte Podgora, la vita di trincea al Monte Sei Busi. E poi le lettere ai familiari, alla sorella, ai genitori che gli avevano trasmesso sentimenti di italianità e anche le discrete lettere a una innamorata mai dichiarata; fino alla morte, avvenuta sul Monte Cimone nel giugno 1918, mentre andava all'assalto di un nido di mitragliatrici austriache.

Tra il 1920 e il 1921 in tutti i paesi vittoriosi del primo conflitto mondiale, fu istituita una solennità nazionale in ricordo dei soldati deceduti e in Italia si fece strada l’idea di tributare onoranze solenni alla salma sconosciuta di un soldato che ricordasse i 650.000 caduti. Un’apposita commissione, presieduta dal gen. Giuseppe Paolini e della quale facevano parte anche quattro ex combattenti, fu incaricata di reperire, percorrendo i campi di battaglia in ogni zona del fronte, undici salme di soldati non identificate, una delle quali sarebbe stata scelta e tumulata a Roma nel Vittoriano, il complesso monumentale appena costruito, durante quella che è stata probabilmente una fra le più importanti commemorazioni nazionali nella storia dell’Italia unita.

Le bare tutte uguali vennero poste in fila nella navata centrale della Basilica di Aquileia e una donna, una madre fra duecentomila i cui figli erano caduti e di cui mai si erano ritrovati i resti mortali, fu destinata a scegliere quale fra undici dovesse rappresentare tutte le altre. Durante una toccante cerimonia, Maria, madre di Antonio Bergamas, entrò in Chiesa sfilò fra i feretri esposti e, davanti alla decima bara che passava in rassegna, si accasciò in lacrime fra la commozione generale. Il suo gesto fu interpretato come una scelta e quella da lei indicata è ancora oggi la salma del Milite Ignoto che riposa nella capitale. Non si trattava sicuramente di suo figlio, non poteva e non doveva esserlo, per rappresentare tutti i caduti, l'eroe sublime e puro che racchiudesse in sé ogni migliore virtù del soldato italiano, doveva restare ignoto, ma in ogni cittadino quel gesto suscitò un sospiro, una lacrima e profonda partecipazione.

Maria si annullò come donna per essere madre di ognuno di loro e ora riposa tra i cipressi dietro l’abside della basilica paleocristiana di Aquileia, circondata dalle tombe dei dieci caduti sconosciuti, che non partirono per Roma.

La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore, fu deposta in un carro ferroviario, appositamente disegnato, che la portò da Aquileia fino a Roma. Il feretro fu scortato da soldati che lo vegliarono in turni di guardia per tutta la durata del viaggio. Milioni di italiani si raccolsero spontaneamente lungo i binari e il convoglio lentissimo giunse a destinazione accompagnato da due immense ali di folla. Nel corso di una sontuosa cerimonia a cui presero parte, oltre a una folla oceanica, la famiglia reale e il governo al completo, fra il rullo dei tamburi fasciati a lutto, il rimbombo delle salve di artiglieria che esplodevano in tutti i forti della città, e lo scampanio di ogni chiesa di Roma, la salma, accompagnata dai decorati, salì i gradini del Vittoriano, seguita da madri e vedove di guerra. Vittorio Emanuele, visibilmente emozionato, appuntò sulla bandiera che copriva la bara la Medaglia d’oro al Valor Militare concessa “motu proprio”. Una volta inumato il feretro, il monumento cessò di essere il Vittoriano e divenne Altare della Patria, era il 4 novembre 1921.

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UOMINI IN GUERRA di Andreas Latzko

7 Novembre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

UOMINI IN GUERRA di Andreas Latzko

Uomini in guerra è un insieme di episodi con protagonisti diversi, tutti posti davanti all'orrore del primo conflitto mondiale. L'autore, nato in una famiglia ebrea a Budapest nel 1876, pubblicò in forma anonima il libro già durante la guerra, nel 1917, mentre era convalescente in Svizzera dopo aver combattuto sull'Isonzo con la divisa asburgica. I suoi scritti, apprezzati da Karl Kraus, saranno banditi dalla Germania nazista; costretto a emigrare, morirà povero a New York nel 1943.

È impressionante soprattutto l’episodio ambientato in prima linea, sul fronte italiano; in esso si sviluppa un duro contrasto tra il maturo capitano Marschner e l’aitante sottotenente Weixler. Quest'ultimo crede nella guerra e nel suo ruolo di comando; redarguisce gli uomini più che spronarli, li considera dei vili da disciplinare col pugno di ferro, spara ai nemici feriti perché a casa ci sono già abbastanza affamati senza aggiungere a essi i prigionieri. Chiama i soldati “materiale umano”, propone punizioni per chi mostra paura sotto il fuoco nemico, si muove in trincea con calma e autorità, “leggero come l’organizzatore di un ballo”, di contro all’apprensione angosciosa del suo superiore. Il capitano invece pensa alla sua famiglia e vede nei soldati dei figli da custodire.

La dialettica tra i due cresce mentre ci si avvicina all'epilogo drammatico; è un contrasto raccontato attraverso la viva interiorità di Marschner che soffre, si nasconde per non vedere i soldati morire e per non dover dare ordini, mostrando un'attitudine imbelle e non adatta al comando. La rabbia repressa del sottotenente, la sua smania di combattere, i suoi toni glaciali sconcertano, ma Marschner riconosce che il giovane fa funzionare bene la compagnia perché mette in soggezione gli uomini. La sua rigida efficienza è necessaria.

Il capitano, all'opposto, non è ancora stato impoverito come persona dagli orrori della guerra e questo lo indebolisce, togliendogli capacità di decisione e forza; brilla per umanità e sensibilità che risaltano di fronte alla freddezza del sottotenente. Restano comunque degli aspetti che rendono il dualismo non banale.

L'interrogativo che in effetti emerge è quello riguardante il fatto che forse non tutti possono fare la guerra ed essere utili in prima linea. Il padre di famiglia sembra fuori posto; Weixler, pur spietato, è nel suo elemento, combatte e lo fa bene. Pur reo di molti eccessi, è più necessario del superiore, perché ha sposato la brutalità della guerra e si muove di conseguenza. Il barbaro conflitto in corso richiede bestie più che uomini. La ferocia domina. In un mondo di violenza senza pietà, gli uomini devono stare a casa e lasciare posto alle belve.

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GRODEK di Georg Trakl

26 Ottobre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #poesia, #storia

GRODEK di Georg Trakl

Grodek è una poesia del poeta salisburghese Georg Trakl (1887 - 1914) che pubblica le sue prime opere sulla rivista Der Brenner nel 1912.

Negli ambienti culturali di Vienna conosce Karl Kraus, Wittegstein e Kokoscha. La vocazione poetica si accompagna a vari sfortunati tentativi di trovare un impiego stabile. I suoi ultimi slanci si spengono nei primi mesi della Grande Guerra in cui serve come medico in Galizia.
I massacri del conflitto lo traumatizzano; le nuove armi (artiglierie e mitragliatrici) mostrano effetti micidiali ai soldati.

Godrek è una poesia scritta dopo l'omonima battaglia sul fronte orientale combattuta contro i russi nel 1914; Trakl termina di scriverla pochi giorni prima di morire in ospedale a Cracovia.

Come medico si trovò ad assistere con mezzi minimi molte decine di feriti, subendo uno shock enorme.

Venne ricoverato dopo aver tentato di uccidersi.

La sera risuonano i boschi autunnali
di armi mortali, le dorate pianure
e gli azzurri laghi e in alto il sole
più cupo precipita il corso; avvolge la notte
guerrieri morenti, il selvaggio lamento
delle loro bocche infrante.
Ma silenziosa raccogliesi nel saliceto
rossa nuvola, dove un dio furente dimora,
Il sangue versato, lunare frescura;
tutte le strade sboccano in nera putredine.
Sotto i rami dorati della notte e di stelle
oscilla l’ombra della sorella per la selva che tace
a salutare gli spiriti degli eroi, i sanguinanti capi;
e sommessi risuonano nel canneto gli oscuri flauti dell’autunno.
O più fiero lutto! Voi bronzei altari,
l’ardente fiamma dello spirito nutre oggi un possente dolore,
i nipoti non nat
i.

Nel testo si descrive un mondo fisico e storico giunto al tramonto; il bosco è immerso nei colori cupi di una sera d'autunno, il sole sta sparendo (per sempre?). Si parla di guerrieri morenti e lamenti aspri che escono da bocche squarciate. Una nuvola rossa mostra un dio irato che guarda lo spettacolo di nefandezze costruite dall'uomo, oppure egli stesso vi partecipa.

La nuvola rossa che ospita la divinità, infatti, è nel saliceto, in mezzo all’orrore.

Un senso di freddo, di atmosfera gelida domina la lirica. Nella parte finale il concreto della sofferenza (“guerrieri morenti” e “bocche squarciate”) si fa più sfuggente e astratto; si parla enigmaticamente dell'ombra della sorella che se va (il poeta ebbe un rapporto intenso con la sorella che si ucciderà qualche anno dopo la sua morte) e di anime degli eroi, per tornare poi all'immagine forte delle teste sanguinanti; nell'apocalisse del mondo (austriaco e non) nulla resta, neanche il suo unico conforto affettivo e familiare rappresentato dalla sorella.

All'inizio c'erano ancora l'azzurro e l'oro del sole; poi tornano dominanti i colori scuri e cupi e la sublimazione di un dolore senza rimedio. L'ultima riga dice: " I non nati nipoti", quasi un'epigrafe; i guerrieri morenti non lasciano nessuno dopo di loro.

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Valentino Appoloni, "La ferocia - Dall'Adige all'Isonzo nella Grande Guerra"

24 Ottobre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

Valentino Appoloni, "La ferocia - Dall'Adige all'Isonzo nella Grande Guerra"

LA FEROCIA – Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra

Valentino Appoloni

ilmiolibro.it

Il libro La ferocia - Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra racconta la vicenda di un giovane veronese che resiste all'orrore del conflitto ricorrendo alle sue armi; la cultura umanistica, l'ironia, le lezioni napoleoniche. Assiste, stando in prima linea, al regredire dell'uomo verso uno stato di animalità proprio di tempi molto antichi. Il soldato infatti vive dentro a tane, non si lava, deve uccidere. Dopo una delle tante azioni sanguinose, il protagonista commenta così:

"È stato feroce il sottotenente? D’altronde la Patria gli chiede anche questo; sparare e gettarsi avanti con una vanghetta in mano per colpire con un colpo secco alla gola il nemico, combattendo come un uomo delle caverne".

Eccone un breve estratto dedicato al momento più terribile per il fante, quello dell’assalto.

Siamo in trincea da ieri sera e c’è l’aria che precede gli assalti; zaffate di alcolici, puzza di vomito e urina. Le trincee che occupiamo erano in mano a un reparto di ungheresi; ce lo ripetiamo per convincerci che sono avversari battibili. Sono state girate verso il nemico e ora si punta a sfondare ancora. Non ho trovato quasi nessuno dei miei cari amici della compagnia. Guerriero e Filosofo sono a Monfalcone dove pure là l'aria è calda. Guiderò due plotoni di complementi e veterani, vecchi e giovani, sbarbatelli e topi di trincea.

Abbiamo avuto solo poche ore per riprenderci dal viaggio e per conoscere il terreno. Bruttezza e asprezza della zona devono essere parse così grandi anche a Dio tanto da compensarle creando il Lago di Pietrarossa, in cui ogni fante spera di andar presto a fare il bagno, come premio per tante fatiche e tanti pericoli. In attesa di potersi tuffare nel mare di Trieste, ci si accontenterà di un lago. Chi si salva, farà il bagno, si diceva stamattina. Sembra il premio promesso a degli scolari prima di un duro esame. È grottesco.

Guardo avanti verso il nemico; la calura e il sudore rendono il sottogola dell’elmetto particolarmente fastidioso e appiccicaticcio. Chiudo gli occhi e spero che sia già finita. Il capitano Romano, mio superiore, mi si è presentato così: “Sono Romano di nome e di virtù”. Bene! Abbiamo Giulio Cesare.

Ieri sera un ufficiale dei bombardieri è passato per controllare ancora la linea avversaria e scrivere i dati di tiro. Sembrava sicuro e pieno di fiducia nella sua arma che fino a poco fa ha tirato. Quei giavellotti che volano sono terrificanti. Ma ora è il nemico che per quanto squassato cerca di farci male. Qualche cannoncino sbraita, qualche arma stanca cerca di affondare le sue unghie su di noi; certi ricoveri sono colpiti, ma la linea resta ferma.

Non è merda!” gridò un ufficiale napoleonico, indicando le palle di cannone in arrivo sui suoi uomini immobili come statue sotto il bombardamento nemico.

Nulla può impedire l’attacco. L’attaccante in certi casi sente di avere una superiorità materiale e morale sull’avversario, forse figlia solo del vecchio assunto che chi attacca per primo dimostra più coraggio e forza.

Cerchiamo di restare fermi, come per mostrare un’unica volontà a quelli che ci aspettano là fuori. Scorrono i minuti lentamente, come trascinati da ruote quadrate. Si attende, mentre l’ansia genera piccoli brividi che scuotono il corpo pieno di sudore. Un poeta scrisse: “Si vive aspettando qualcosa. È ridicolo. Irrita”.

Cosa aspettiamo? Un secondo giro di anice?

Mi volto e guardo le trincee più arretrate; anch’esse sono gremite di uomini, spuntano elmetti e baionette. Un ufficiale non dovrebbe girarsi. Se noi che siamo davanti non avremo successo, starà a loro provare. Il cielo è biancastro e omogeneo, come un’enorme pietra chiara sospesa su di noi. Questa immaginaria pietra là in alto ha un potere semplificante; quello del destino che incombe sulle nostre teste. Qualcuno prega, altri hanno bisogno di muovere braccia e gambe e urtano i compagni, come animali messi in un recinto troppo stretto. Cresce il nervosismo. Si uscirà uno per volta, con gli altri alle spalle a sospingere, come bestie al macello. La paura riempie ogni particella d’aria; respiriamo pura angoscia. Guardo i volti dei miei compagni. Quando si attacca?

Le facce assumono di continuo nuovi lineamenti, guance e zigomi si piegano come se fossero maschere di gomma. La paura è la regina; un giovane sottoposto due o tre volte a una simile tensione invecchia brutalmente, perde forza, fiato, spirito. La giovinezza viene estratta dai corpi e dalle anime per lasciare ai superstiti involucri consunti e logori. Ma la guerra è affare per giovani! Non potrei essere altrove. Fuori dalla trincea, non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà. Non potrei stare ancora a guardare da lontano i commilitoni sul punto di attaccare, come feci sul Calvario.

Questo pensiero, all’insegna del rispetto verso me stesso e della responsabilità che mi lega agli altri, mi dà animo; lo stringo in me come una preziosa scoperta, come un’inattesa riserva di energia. Mi fortifico intorno ad esso.

Guardo il capitano Romano, guardo la terra di nessuno, brulla e giallastra; l’ufficiale sembra non sentire il peso degli sguardi su di sé. Mormoro qualcosa agli uomini più vicini in modo che si tengano pronti. È questione di secondi, ogni uomo lo sente sulla pelle il momento dell’attacco. I nervi si tendono al massimo, le unghie graffiano le canne dei fucili, i colli si allungano verso l’alto e finalmente il fischio del capitano taglia l’aria come una spada affilatissima. Tutti fuori!

Il romanzo, dedicato al soldato Angelo Appoloni, è disponibile in cartaceo su ilmiolibro.it; come e-book su Amazon e su Feltrinelli.it

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Carlo Bini

28 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #storia

“Città di pittori, Livorno neanche sospetta di aver avuto tra i suoi figli migliori anche qualche buon poeta. Incuriosa di sé e della sua storia, ferma ai miti del Fattori e del Mascagni (gli unici a suo avviso – che le servono a tener testa alla boria delle consorelle toscane), Livorno si è dimenticata così anche di Carlo Bini.”g>

Così Giorgio Fontanelli esordisce nella prefazione a Il forte della Stella di Carlo Bini, (1806 – 1842) un altro dei personaggi dimenticati e trascurati della storia e della letteratura, non solo livornese ma nazionale.

Democratico e romantico, fu brillante, intelligente, creativo, ma di carattere irrequieto, indocile e ribelle. Nacque da famiglia umile, in Via delle Galere, frequentò il collegio dei barnabiti, dove conobbe il Guerrazzi, ma fu costretto a interrompere gli studi e dedicarsi controvoglia al banco di granaglie e cereali del padre, cosa che lo umiliò e condizionò per tutta l’esistenza, frustrando le sue aspirazioni politiche e intellettuali. Continuò a studiare da autodidatta, imparando da solo greco e latino ma anche tedesco, francese e inglese, traducendo Byron e Sterne

Insieme a un gruppo di giovani di buona volontà, fra i quali Guerrazzi e Mazzini, fondò nel 1829 L’indicatore livornese, giornale politico ma anche letterario, il cui motto era Alere flammam, alimentare la fiamma! Lo diresse con Guerrazzi fino al trenta, poi attirarono l’attenzione del granducato per la loro vicinanza a Mazzini e alla Giovane Italia e per il proselitismo negli ambienti popolari. Bini amava frequentare, infatti, i quartieri più umili della città, mescolandosi a operai e navicellai, restando coinvolto nelle zuffe in bettole e taverne fino a esserne seriamente ferito. Come afferma Mazzini: “La sua gioventù trascorse fra i rozzi e rissosi popolani della Venezia.” C’è chi sostiene che l’arresto fu dovuto anche ad un articolo scritto da Bini contro l’accademia culturale labronica, che, a suo dire, si occupava solo di "cianciafruscole in prosa ed in rima". Gli accademici livornesi fecero giungere l'eco delle loro querele per gli oltraggi del Bini sino all'orecchio del Granduca.

Nel carcere di Portoferraio, in cui rimase da settembre a dicembre del 1933, Bini scrisse le sue due opere principali. La più conosciuta è il Manoscritto di un prigioniero, che è rimasto famoso nella memorialistica risorgimentale come scritto rivoluzionario per l’epoca, perché rivendicava i diritti dei poveri alla stregua del Saint Simon, il fondatore del socialismo.

Una ferma volontà di rigore stilistico, col proposito di alleggerire e sollevare la materia in un romantico arabesco di riflessioni ironiche, di fantasie e di umorismo alla Sterne, si vede […] nel Manoscritto di un prigioniero (1833) del livornese CARLO BINI, ma dietro lo scintillio di quell’arte ancora immatura e apparentemente svagata sta uno spirito serio, pensoso, preoccupato delle ingiustizie sociali” (Natalino Sapegno)

L’altra opera è Il forte della stella, atto unico teatrale di cui furono pubblicati solo pochi esemplari.

Messere, io non ho mai visto la giustizia; però non so dirvi se ella sia cieca, o se abbia vista di lince, o se porti gli occhiali. La vedrei bensì volentieri cotesta matrona; la vedrei volentieri non per altro, badate, che per baciarle le mani. Solamente vi dirò, che a Livorno un contadino una volta affacciandosi a un tribunale a dimandare se stesse lì la Giustizia, gli fu risposto aspramente: - Fuori, fuori; qui non ci sta la Giustizia.” Carlo Bini, “Il forte della Stella” (pag.226)

Anche quando frequentò i salotti, Bini vi trasferì il suo gusto guascone, l’irriverenza labronica, il sarcasmo che mitigava la retorica romantica, la capacità di trasformare in cultura il quotidiano - forse tutte caratteristiche dovute ai suoi trascorsi da venditore - ma seppe arricchirle di uno spirito intellettuale tutt’altro che provinciale, bensì europeo.

Oltre agli scritti politici, produsse anche testi privati, come l’accorata lettera al padre e le settantotto epistole per Adele Perfetti, adultera alto borghese, sua amante per un anno, poi deceduta. La morte di Adele lo gettò nello sconforto e lo allontanò dalla politica, suscitando lo sdegno morale del Guerrazzi.

A rivalutarlo, invece, fu Mazzini, che scrisse una prefazione anonima ai suoi scritti, dopo la sua morte, avvenuta nel 1842.

Riferimenti

Giorgio Fontanelli, prefazione a Carlo Bini, Il forte della Stella, Successori Le Monnier, Firenze, 1869

www.intratext.com/IXT/ITA2438/_P6.HTM

Democratic and romantic, Carlo Bini was brilliant, intelligent, creative, but restless, indocile and rebellious. He was born of a humble family, in Via delle Galere in Livorno, he attended the college of the Barnabites, where he met Guerrazzi, but was forced to interrupt his studies and unwillingly devote himself to the father's grain and cereal stand, which humiliated and conditioned him throughout the existence, frustrating his political and intellectual aspirations. He continued to study as a self-taught, learning Greek and Latin alone but also German, French and English, translating Byron and Sterne

Together with a group of young people of good will, including Guerrazzi and Mazzini, he founded the Indicatore livornese, political but also literary newspaper, whose motto was Alere flammam, to feed the flame! He directed it with Guerrazzi until the thirties, then they attracted the attention of the Grand Duchy for their proximity to Mazzini and for Young Italy and for proselytism in popular circles. In fact, Bini loved to frequent the humblest districts of the city, mixing with workers and shipbuilders, getting involved in the scuffles in taverns until he was seriously injured. As Mazzini states: "His youth was spent among the rough and quarrelsome people of Venice district." There are those who argue that the arrest was also due to an article written by Bini against the Labronic cultural academy, which, according to him, dealt only with "pranks and rhyming jokes". The Livornese academics sent the echo of their lawsuits for Bini's outrages to the ear of the Grand Duke.

In the Portoferraio prison, where he stayed from September to December 1933, Bini wrote his two main works. The best known is the Manuscript of a prisoner, who remained famous in the Risorgimento memorials as a revolutionary writing for the time, because he claimed the rights of the poor in the same way as Saint Simon, the founder of socialism.

 

"A firm will of stylistic rigor, with the aim of lightening and raising the material in a romantic arabesque of ironic reflections, fantasies and humor as the one of Sterne, can be seen [...] in the Manuscript of a prisoner (1833) by CARLO BINI from Livorno, but behind the sparkle of that still immature and apparently absent-minded art lies a serious, pensive spirit, worried about social injustices "(Natalino Sapegno)

 

The other work is Il forte della stella, a single theatrical act of which only a few copies were published.

 

Sir, I have never seen justice; so I can't tell you if she is blind, or if she has a lynx sight, or if she wears glasses. I would rather see this matron willingly; I would gladly see her for nothing else, mind you, to kiss her hands. Only I will tell you, that in Livorno a farmer once looking out to a court to ask for justice, was replied harshly: - Outside, outside; here there is no justice. " Carlo Bini, "The Fort of the Star" (pag.226)

 

Even when he frequented the literary salons, Bini transferred there his Gascon taste, the Labronic irreverence, the sarcasm that mitigated the romantic rhetoric, the ability to transform everyday life into culture - perhaps all characteristics due to his past as a seller - but he was able to enrich them with an intellectual spirit that is anything but provincial, rather European.

In addition to political writings, he also produced private texts, such as the heartfelt letter to his father and the seventy-eight epistles for Adele Perfetti, an adulterer of the bourgeois, his lover for a year, then deceased. Adele's death threw him into despair and turned him away from politics, arousing Guerrazzi's moral indignation.

 

To revalue him, however, was Mazzini, who wrote an anonymous preface to his writings, after his death, which occurred in 1842.

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DOBERDO’ di PREŽIHOV VORANC

20 Settembre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

DOBERDO’ di PREŽIHOV VORANC

Prežihov Voranc nasce nel 1893 nella Carinzia slovena; partecipa alla Grande Guerra combattendo sul Carso e ad Asiago. Nel 1916 diserta e raggiunge le linee italiane. Tenuto in una blanda prigionia per circa due anni, solo nelle ultime settimane di guerra ottiene finalmente il permesso di combattere contro l’Austria in una apposita legione. Successivamente aderisce al comunismo e diventa un funzionario del Comintern; inizia una vita non facile di clandestino o di esule. Studia da autodidatta. Nel 1929, con la svolta autoritaria di re Alessandro, lascia la Jugoslavia. Nel 1939 torna nella terra natale e vive ancora da clandestino; nel 1943 viene preso dagli italiani e consegnato ai tedeschi. Internato nei campi nazisti, si salva ma muore pochi anni dopo, nel 1950, a Maribor. È considerato uno dei massimi scrittori di lingua slovena.

Sicuramente il mondo asburgico di Voranc non è quello di Joseph Roth. Doberdò illustra l’Impero come carcere per le varie nazionalità; in particolare sloveni, croati, ucraini e bosniaci ne sono le vittime. L'opera è un romanzo corale e si divide in quattro parti; Battaglione complementi, in cui si presenta nelle sue mille articolazioni etniche il malfamato Battaglione n. 100, Doberdò, in cui c'è l'impatto con la guerra sul Carso, poi Lebring e Judenburg, in cui appaiono in primo piano dolori e vicissitudini dei soldati (o dei relitti umani) reduci dal fronte e tenuti in appositi campi dalle autorità, in attesa di decisioni sulla loro sorte personale (congedo, ritorno a combattere o rimando di ogni decisione). In buona parte si descrivono caserme, ospedali, campi di raccolta per convalescenti; luoghi chiusi e sorvegliati, istituzioni (quasi) totali come le definirebbe la sociologia. Lo spirito pacifista è palese; uomini di modesta estrazione, con un passato difficile, politicamente sospetti, finiscono in un battaglione accanto a pochi elementi "tedeschi" considerati fidati. Come succede al giovane Amun, sloveno, la notizia di essere finito sul "libro nero" delle autorità asburgiche arriva in modo del tutto inaspettato e non fa che spingerlo verso la diserzione.

Nel capitolo Doberdò l’orrore del fronte risalta con la forza di una prosa semplice ma dettagliata nel descrivere l’impatto dei lunghi bombardamenti italiani sui fanti nemici. In molte fasi il dramma della guerra è soprattutto vissuto sul piano individuale. C'è paura e soggezione verso gli ufficiali. I soldati stentano a confidarsi tra loro, anche tra sloveni; chi fugge e raggiunge le linee nemiche come Amun lo fa da solo, pur temendo che gli italiani saranno i padroni di domani al posto degli Asburgo. Verso la fine del conflitto emerge una prima larvata coscienza politica collettiva; la parola Jugoslavia comincia a farsi strada tra i logori soldati. La narrazione si focalizza gradualmente sull’elemento sloveno, pur non dimenticando del tutto le altre nazionalità (in particolare quella ucraina).

I reduci dal fronte russo portano una speranza nuova (quella della rivoluzione bolscevica), ma sono principalmente il trattamento tirannico riservato ai soldati e le infinite sofferenze materiali ad accendere lo spirito ribelle. Una grande rivolta nel campo di Judenburg viene duramente domata, come accadde anche storicamente nel maggio 1918.

Da sottolineare come alcuni di questi uomini, pur nell'orrore quotidiano, conservino scintille di umanità; così ad esempio si soccorrono gli italiani falcidiati dalla fucileria a Doberdò e si riflette sul fatto che anche i nemici sono là a combattere perché costretti a farlo.

Il finale riprende il sottotitolo del libro, "Gli umili nell'impero austro-ungarico", a indicare una dicotomia di fondo tra ufficiali e soldati peraltro non esclusiva dell’esercito imperiale. Un graduato sloveno che si è astenuto dal prendere parte alla sollevazione esprime, infatti, parole di pentimento per la passività sua e degli ufficiali che hanno lasciato i soldati soli con la propria esasperazione, condannandoli a una rivolta velleitaria.

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Il piroscafo Andrea Sgarallino

10 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

Il piroscafo Andrea Sgarallino

L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.

Nel 43, durante la seconda guerra mondiale, fu requisito dalla Regia Marina, armato, dotato di livrea mimetica, e adibito a servizi militari.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne di nuovo destinato a prestazioni civili, soprattutto con il compito di riportare a casa i militari smobilitati e favorire gli approvvigionamenti dell’isola. I tedeschi, che occuparono l’Elba il 18 settembre, però, gli fecero battere bandiera nazista.

Il 22 settembre, a una settimana di distanza dal rovinoso bombardamento che distrusse gli stabilimenti dell’Ilva, lo scalo e parte del centro storico di Portoferraio, l’Andrea Sgarallino fu colpito a morte.

Sono le 9,30, il piroscafo è ormai in vista della costa, in località Nisportino. Un sommergibile della marina britannica incrocia poco distante. Il capitano Herrik vede la bandiera nemica e la livrea militare e non ha dubbi: ordina l’immediato affondamento. Un paio di siluri colpiscono la nave e la spezzano in due tronconi.

Il piroscafo è avvolto dalle fiamme e da un fumo denso. Gli abitanti dell’Elba assistono impotenti, impietriti: a bordo ci sono i loro familiari, i soldati che stanno tornando a casa e che non riabbracceranno mai più. Il vento porta le urla dei disperati. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi perché si teme che il sommergibile sia ancora nelle vicinanze, pronto a colpire di nuovo. Poi le fiamme si spengono, la nave scompare sott’acqua. A decine i corpi vengono distesi sul molo e gli abitanti attoniti li rivoltano, per identificarli. Le donne portano lenzuola per coprire i cadaveri.

Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione ma si aggirò intorno alle trecento unità, sopravvissero solo quattro persone, quasi ogni famiglia elbana pianse un morto a bordo dello Sgarallino.

Il relitto oggi giace a 66 metri di profondità, al largo della costa. Nel 2003 è stato raggiunto da un gruppo di sub che ha deposto una targa commemorativa in ricordo delle vittime.

Esiste anche un canto popolare, di dubbia attribuzione: Il siluramento dell’Andrea Sgarallino che, nel ritornello, ricorda molto La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini.

Eran tutt’a bordo, eran ben stipati

Eran più di trecento e non son più tornati

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Il collegio dei Barnabiti

6 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #luoghi da conoscere

Il collegio dei Barnabiti

I chierici regolari di San Paolo sono detti Barnabiti e pospongono al loro nome la lettera B. Quello dei Barnabiti è uno degli ordini regolari più antichi, il cui nome deriva dalla casa madre, presso la chiesa di San Barnaba a Milano. Sottostanno a voti di carità, di ubbidienza, di castità, e al giuramento di non ricoprire cariche di nessun genere.

Risale al XVII secolo la presenza a Livorno dell'ordine. Durante la peste del seicento, si distinsero come soccorritori e fu loro concessa come ricompensa la possibilità di costruire la chiesa di San Sebastiano, protettore, appunto, degli appestati.

Nel 1779 divennero custodi della Biblioteca comunale di San Sebastiano, ma la loro funzione precipua fu di educatori. Il loro collegio istruì la migliore gioventù labronica, non tutta, però, solo quella appartenente alle famiglie più facoltose, com'è ancora nello spirito dei collegi Barnabiti d'Italia.

Nell'ottocento, la loro scuola, considerata da molti giovani tetra e oppressiva, formò, e mise in contatto fra loro, molte di quelle che sarebbero poi diventate le personalità di spicco della cultura risorgimentale labronica, da Carlo Bini a Francesco Domenico Guerrazzi.

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La tragedia di Marcinelle

22 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La tragedia di Marcinelle

L'8 agosto 1956, in Belgio, a Marcinelle, in miniera, avvenne una vera catastrofe che fece 262 vittime di cui 136 italiani.

Il grave incidente si verificò a causa di un incendio divampato nel pozzo uno, che serviva anche per l'impianto di aerazione dell'intera miniera. Non esisteva un pozzo di salvataggio, così, in pochi minuti, tutte le gallerie divennero un’immensa camera a gas. Il calore dell’incendio aveva fatto fondere tutte le funi d'acciaio dei montacarichi e nessuno poteva risalire, la miniera era divenuta una trappola mortale per i lavoratori.

De Gasperi, nel 1946, aveva firmato un accordo con il Ministro belga Van Hacker che prevedeva l'acquisto di carbone a un prezzo di mercato, in cambio dell'impegno italiano di mandare 50 mila uomini per il duro e pericoloso lavoro in miniera. Tra il '46 e il '57, in Belgio arrivarono 140 mila italiani.

Il contratto prevedeva 5 anni di miniera, con l’obbligo tassativo di lavorarne almeno uno. Chi si rifiutava di scendere in miniera, durante il primo anno, veniva arrestato e, in prigione, oltre ai maltrattamenti, gli facevano soffrire anche la fame per indurlo a scegliere di tornare a lavorare. Chi si ammalava a causa del lavoro, non era retribuito e perdeva il diritto all'alloggio. La vita degli uomini nella miniera non valeva granché, solo nel 1948, finalmente, furono superate le maggiori differenze tra gli operai italiani e quelli belgi.

Alla fine della seconda guerra mondiale, le condizioni economiche in Italia erano precarie, il paese, pesantemente bombardato dagli alleati, era semidistrutto, l'industria aveva subito una forte perdita di macchinari, impianti e scorte di materie prime, la fortissima inflazione faceva lievitare a dismisura i prezzi, la disoccupazione e la delinquenza comune erano in crescita. Il manifesto della Federazione delle miniere belghe, che era stato affisso nei comuni italiani, a moltissimi disoccupati apparve come una manna dal cielo. La fame, la necessità, fecero sì che molti disperati accettassero l'invito di De Gasperi a emigrare in Belgio. Erano uomini che avevano ancora dei valori in cui credere: l’amore per l’Italia, per la patria, la fiducia nella vita, e la speranza di potersene costruire una al di fuori della miseria e della distruzione . Erano giovani in cerca di futuro, padri di famiglia con responsabilità verso mogli e figli e furono scambiati a peso con il carbone: in base agli accordi l'Italia riceveva la possibilità di acquistare 200 kg di carbone al giorno per ogni minatore inviato.

Il Belgio aveva promesso trattamento dignitoso e alloggi per il ricovero degli operai:

l’impresa belga si impegna a fare tutto quanto è nelle sue possibilità per procurare all’operaio un alloggio conveniente, provvisto di mobili necessari, al prezzo di fitto praticato nella regione e rispondente almeno alle condizioni previste dal codice di lavoro belga”.

In realtà, le autorità decisero di acquistare vecchi campi di prigionia, costruiti durante e dopo la guerra per alloggiare i prigionieri russi e tedeschi che lavoravano nelle miniere. Campi costituiti da fatiscenti baracche edificate in luoghi insalubri.

Dagli abitanti del luogo e dai minatori belgi gli Italiani venivano trattati come appestati, come prigionieri. Non potevano entrare nei bar, né provare ad affacciarsi nei pochi cinema o luoghi di spettacolo pubblico. Dovevano restare nei campi a loro riservati e venivano chiamati “Machaques”, nomignolo preso in prestito da una razza di scimmie. Nella regione carbonifera del Belgio, dal 1946 al 1963, durante l’accoro “uomo-carbone”, nel bacino di Charleroi morirono in totale 867 minatori italiani per incidenti, abruzzesi e pugliesi pagarono il maggiore tributo di sangue. Altre migliaia persero la vita, negli anni successivi, a causa degli effetti devastanti sulla salute provocati della polvere di carbone. Polvere che avevano respirato sotto le gallerie anche per dieci ore al giorno. La memoria di questi italiani va onorata e non dimenticata, furono usati come merce di scambio dal nuovo governo democratico del nostro paese e sacrificati in cambio del carbone necessario a far ripartire industrie ed economia.

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I PIRANDELLO E LA GRANDE GUERRA

16 Giugno 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #racconto

I PIRANDELLO E LA GRANDE GUERRA

Iniziamo parlando della Grande Guerra in casa Pirandello. Nel 1915 Stefano Pirandello si arruola volontario, parte per il fronte e viene fatto prigioniero nel 1917 durante l'offensiva di Caporetto, come scrive a un amico il famoso padre:

"Sappi che la mattina del 2 novembre, alle 7 1/2, dopo una notte di fuoco, egli è stato fatto prigioniero, nella battaglia d'Oslavia, ferito al petto, per fortuna leggermente. Un'altra ferita aveva ricevuto il giorno avanti; gli avevano dato alcuni giorni di licenza per farsi medicare; rifiutò la licenza sapendo che la notte si sarebbe rinnovato l'attacco, e fu fatto prigioniero. Sono ormai circa due mesi! Fra tutte le sciagure che potevano toccargli (è vivo per miracolo!), questa è certo la minore … Coraggio, Stefanuccio mio: non abbandonarti troppo alla meditazione e lavora, lavora quanto più puoi: non c'è rimedio migliore a questo male della vita. Nessuno meglio di me lo sa per prova.".

Il giovane passerà mesi durissimi a Mauthausen e poi a Plan, in Boemia: il grande scrittore cercherà di aiutarlo inviandogli cibo e anche sigarette. Si scriveranno spesso, di solito lettere brevi per evitare la censura che altrimenti le avrebbe bloccate. Anche lo stesso figlio conforterà il padre, alle prese con la pazzia della moglie e con le difficoltà nel proseguire l'attività letteraria. Ci si potrebbe chiedere se in fondo non fossero ambedue prigionieri. Il rapporto tra loro sarà sempre difficile, faticando Stefano a trovare una sua strada artistica nell’ambito del teatro, lontano dall'ombra del grande Luigi. Ricorrerà anche a uno pseudonimo. Chi vuole approfondire questi temi, può leggere il libro Il Figlio prigioniero che riporta parte dell'intenso carteggio tra i due.

Tutto ciò fa da sfondo al lungo racconto Berecche e la guerra. Siamo agli inizi della Prima Guerra Mondiale. Un padre, Federico Berecche, innamorato della Germania come principio etico sinonimo di disciplina, metodo, rigore, autocontrollo, ha il figlio Faustino che vorrebbe l’intervento dell’Italia contro l’Austria e la Germania. Nessuno a parte lui ama il mondo tedesco; si scatenano liti molto aspre. Berecche è solo nelle sue posizioni, in casa come tra i parenti e i conoscenti. La famiglia si sta sfasciando mentre l'Italia resta neutrale; ci sono isterie, individualismi, personalismi. Il padre, buffo e teatrale, è l'unico che nonostante tutto ha una certa flessibilità; in un precario equilibrio rivede le proprie amate convinzioni filotedesche, cercando una difficile ricomposizione con Faustino che è partito per combattere in Francia. Berecche ripete spesso all'amico medico "Io ragiono ...", ma il dottore, sonnolento e laconico, non risponde al suo straparlare, come se la scienza fosse muta davanti alla sua quasi follia. Vuole andare a combattere anche lui nonostante i cinquantatré anni e la pancia. Qui tutto diventa assurdo e spassoso come nel miglior Pirandello; pensa di comprare di nascosto un cavallo, studia in una notte i principi dell'equitazione e si reca in un maneggio per apprendere, spera in poche ore, come cavalcare. Si vede già vicino a Faustino, in battaglia sul fronte francese, contro i tedeschi. Ma una brutta caduta lo rende temporaneamente privo della vista; medicato, abbandona i progetti avventurosi e passa bendato il suo tempo con la figlioletta cieca, condividendo con lei il non poter vedere le brutture della realtà cui la ragione e la volontà non pongono rimedio.

Diversi interrogativi sorgono da questa novella. Può essere meglio non vedere quello che non si può cambiare? La generazione vecchia deve restare a casa facendo spazio ai giovani, lasciandoli liberi anche di sbagliare? Berecche è a suo modo un piccolo eroe che crede nella famiglia, oppure va compatito per aver rivisto le convinzioni di una vita, senza ricavarci nulla se non solitudine e infortuni?

Il racconto è anche una piccola risposta della passionalità mediterranea al rigore e al razionalismo teutonico, tanto osannati all'inizio dal protagonista (lo stesso Pirandello visse alcuni anni in Germania). La vicenda individuale del padre riporta anche il dramma di tanti caduti e delle loro famiglie, frammenti di una storia più grande così spietata con le piccole vicende personali che rischiano di cadere nell’oblio:

"Così tra mille anni, pensa Berecche, questa atrocissima guerra che ora riempie d’orrore il mondo intero, sarà in poche righe ristretta nella grande storia degli uomini; e nessun cenno di tutte le piccole storie di queste migliaia e migliaia di esseri oscuri, che ora scompaiono travolti in essa, ciascuno dei quali avrà pure accolto il mondo, tutto il mondo in sé e sarà stato almeno per un attimo della sua vita eterno, con questa terra e con questo cielo sfavillante di stelle nell’anima e la propria casetta lontana lontana, e i proprii cari, il padre, la madre, la sposa, le sorelle, in lagrime e, forse, ignari ancora e intenti ai loro giuochi, i piccoli figli, lontani lontani".

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