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storia

PRIGIONE DI TRINCEE di Giuseppe Cuzzoni (1896 – 2001)

14 Giugno 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

PRIGIONE DI TRINCEE di Giuseppe Cuzzoni (1896 – 2001)

Cuzzoni racconta la sua esperienza nella Grande Guerra, da quando venne chiamato a prestare servizio partendo dalla sua Novara, fino al congedo ricevuto solo a 1920 inoltrato. La scrittura è sobria e controllata, la prosa piana, le emozioni sono espresse in modo sentito ma in forma pacata. Opera come ufficiale di fanteria dopo il corso a Modena, conoscendo vari tratti di fronte; Cadore, Monte Cimone, Carso, Piave. Nel suo memoriale si assapora più la dura vita di trincea che non il lato crudo della lotta, anche se l'autore viene ferito abbastanza seriamente da una fucilata in Cadore. Quello che si racconta è il grande lavoro di un ufficiale inferiore, teso a organizzare i compiti dei subordinati e impegnato soprattutto in continue perlustrazioni notturne lungo la linea. A contatto con i rudi e pazienti fanti, l'ex impiegato di banca impara ad apprezzarli, vedendo i ricoveri malsicuri, la posizione dominante del nemico, le zone martoriate dove

" ... il terreno all'aperto, tutto arso, sconvolto da buche e da fosse, aveva un odore nauseabondo di cose putrefatte ed un colore sanguigno che metteva orrore".

Lo stillicidio di perdite nelle prime linee rattrista, ma non dà luogo a spunti polemici. Chi cade è un eroe che a volte riesce ad avere una tomba grazie alla pietà dei compagni, ma non se ne parla mai come di una vittima. L'autore, infatti, pur non avendo partecipato alle manifestazioni degli interventisti e ostentando un temperamento tiepido e ben diverso da altri coetanei che si presentarono come volontari, considera comunque un dovere etico e civico il prendere parte al conflitto. Questa è la posizione che mantiene e mostra in tutto il memoriale. Tristezza e turbamento sfociano principalmente in una vivissima nostalgia di casa.

Grande è l'amore per i luoghi straziati in cui il suo reparto deve sostare; nel 1916 visita Gorizia finalmente presa elogiando i soldati che la difendono morendo ancora nelle sue vie. Identico è l'affetto per luoghi più desolati sulla Vertoibizza o presso il Piave, durante la ritirata dopo lo sfondamento di Caporetto. Sono luoghi dove si resta per settimane o appostati alla meglio solo per un pugno di ore, ma sono posti bagnati dal sangue e allora divenuti sacri. La descrizione della ritirata è la parte più drammatica e dettagliata del testo; gli uomini del reparto a tratti si sbandano nei vari paesi spopolati, si teme l'accerchiamento, poi si torna a sperare di resistere vicino al Tagliamento per poi proseguire l'arretramento fino al Piave. Poche le notazioni sui civili che ingrossano il numero dei fuggitivi; l'occhio resta puntato sui soldati. Nella descrizione di quelle settimane tragiche prevalgono l'angoscia per il Paese minacciato e il dolore per le conquiste perse, rispetto al senso di sbandamento generale che si trova in altri diari o memoriali. La durezza di quel periodo accresce la voglia di tornare a casa, già raggiunta alcune volte durante brevissime licenze che gli avevano permesso di restare a Novara appena poche ore. Solo nel gennaio 1918 può rivedere la famiglia.

Indimenticabile, tra i passi più tragici del libro, la descrizione di una fucilazione; in mezzo a molti soldati che non se la sentono di guardare, un condannato per diserzione muore in seguito a ben tre scariche di colpi, dopo essere caduto dalla sedia cui era stato legato ed essere finito in un fosso. Cuzzoni conclude così il resoconto dell’episodio:

La truppa venne quindi allontanata lasciando solo pochi soldati che provvidero alla sepoltura di una vita perduta anch’essa, se non a beneficio, a causa della guerra”.

Nel novembre dello stesso anno è nelle retrovie quando apprende la notizia dell'armistizio, ma attenderà fino al 15 maggio 1920 prima di avere il sospirato congedo. La felicità si mescola allora alla mestizia per il terminare di una stagione vissuta intensamente con i compagni; cinquantaquattro mesi indimenticabili e tali da, come scrive, confezionare il

" ... ricordo nostalgico dell'esercito d'Italia che per me ha sempre avuto il volto che gli vidi nella dura e ardua prova".

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“SUIS ITALIA MILITIBUS”.

4 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

“SUIS ITALIA MILITIBUS”.

Dedico questo racconto al mio conterraneo Alfredo Bacchelli, soldato nel 2 reggimento Genio, compagnia 179, nato a Casalecchio nel 1884, residente a Casalecchio di Reno (Ceretolo), morto per enterite in prigionia a Sigmundsherberg il 18 dicembre 1917 e sepolto nel cimitero di Sigmundsherberg.

“SUIS ITALIA MILITIBUS”.

In questo periodo si parla tanto di commemorazione però non tutti i caduti della prima guerra mondiale vengono ricordati in modo dignitoso. Vi è un cimitero di guerra in cui sono custodite le salme di 2398 soldati italiani. È il cimitero del campo di prigionia di Sigmundsherberg che si trova a Waldviertel in Austria. Il campo era stato costruito verso la fine del 1914 per ospitare i prigionieri russi, ma in seguito, specialmente dopo la disfatta di Caporetto, divenne un luogo di detenzione di soli prigionieri italiani. Il centro era progettato per 40.000 uomini, ma ne ospitò sempre un numero maggiore fino a contarne oltre centomila. Gli internati, proprio per evitare l'affollamento, venivano inviati al lavoro esterno e alloggiati in centri di raccolta fuori dal campo, in uno di questi erano rinchiusi gli ufficiali italiani. Sigmundsherberg era servito da una buona rete ferroviaria, cosicchè divenne ben presto un punto di smistamento per la posta diretta non solo ai detenuti del campo ma a tutti i prigionieri dell'Austria-Ungheria, arrivando a selezionare migliaia di pacchi e di lettere ogni giorno, all'interno dell'ufficio postale stesso erano impiegati oltre 500 prigionieri. Altri erano adibiti, come detto, al lavoro esterno, molti (50.000 circa) furono destinati alla costruzione della ferrovia sopraelevata di Vienna, altri vennero inviati presso famiglie delle campagne austriache al fine di sostituire nei lavori dei campi gli uomini impegnati al fronte, altri ancora furono addetti al lavoro in officine, costruite nelle baracche del campo, ove venivano portati gli aerei abbattuti per recuperarne pezzi di ricambio. La vita dei prigionieri era garantita dal rispetto delle norme internazionali: il vitto era assicurato e sufficiente, almeno all'inizio, e vi erano ore dedicate allo svago, allo studio e al riposo, la sanità era curata da quattro medici austriaci coadiuvati da medici e infermieri italiani, (scelti sempre fra i prigionieri) comandati dal colonnello Ettore Castoldi. Il momento più critico si ebbe quando dopo lo sfondamento del fronte italiano a Caporetto furono condotti al campo migliaia di soldati feriti o stremati dalla vita di trincea, poiché coincise con l'aumentare delle restrizioni sia alimentari che di igiene, dovute alla crisi degli ultimi mesi di guerra che colpiva anche la popolazione civile austriaca. Fu in quel periodo che il numero dei decessi aumentò notevolmente. Il comandante cercò di impiantare una coltivazione di prodotti della terra per cercare di soddisfare il fabbisogno interno, purtroppo con scarsi risultati, dato il notevole numero di prigionieri e di soldati addetti alla custodia. Mancava la legna da ardere, mancavano cibo e medicine e in quel periodo la vita dei soldati italiani detenuti divenne davvero dura. Il cimitero costruito dagli stessi prigionieri si riempì e alcune opere funerarie, che si possono ancora oggi vedere all'interno della cappella che affianca il camposanto, furono eseguite da prigionieri che poi non sopravvissero e il loro nome compare oggi nell'elenco dei caduti.
Nel 1922 ebbe inizio il recupero del cimitero per offrire dignità e decoro a quei ragazzi morti lontano da casa e il cippo su cui era stata incisa la scritta “SUIS ITALIA MILITIBUS” fu trasportato all'interno della cappella, con lo scopo di ovviare al degrado dovuto al tempo e alle intemperie. Ai piedi del corpo marmoreo si può vedere che sono state portate due corone, entrambe con la bandiera austriaca, nessuna ghirlanda recante il tricolore invece è stata deposta in quel luogo sacro alla Patria. Lo stato italiano dimentica i suoi caduti anche nel centenario della commemorazione e non c'è da meravigliarsene vista la cura che si prende dei suoi cittadini vivi e vegeti.
Questo mio scritto vuole essere un fiore posato sulle tombe di Sigmundsherberg, un modesto omaggio in ricordo dei nostri soldati dimenticati.

“SUIS ITALIA MILITIBUS”.
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BOLLETTINO DI GUERRA di Edlef Köppen (1893 -1939)

1 Giugno 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #recensioni

BOLLETTINO DI GUERRA di Edlef Köppen (1893 -1939)

Edflen Köppen pubblicò Bollettino di guerra nel 1930, durante la repubblica di Weimar. Fu redattore, scrittore, traduttore, editore. Lavorò in particolare come responsabile delle trasmissioni culturali della prima radio tedesca di Berlino, collaborando tra gli altri con Stefan Zweig e Alfred Döblin. Subì pesanti conseguenze sul piano professionale ed economico per non aver voluto collaborare con il regime nazionalsocialista.

Difficile non scomodare la parola capolavoro per questo romanzo in cui l'autore, artigliere nella Grande Guerra, ripercorre la sua esperienza attraverso il protagonista del libro, Adolf Reisiger, impegnato sul fronte francese e su quello russo. Lo stile è generalmente distaccato; si lascia che l'orrore e le brutture della guerra parlino da sole, senza cadere nella struggente poesia del dolore di un Remarque. Anche se il giovane volontario Reisiger non è un fante ma un artigliere, la descrizione del calvario dei soldati è micidiale. Si passano, ad esempio, dei giorni in piccoli crateri pieni di pantano, senza avere informazioni sulla situazione della battaglia, sperando che i proiettili nemici cadano lontano, dividendosi sigarette e cibo preso da tasche inzaccherate e poi ricominciando a sparare, non appena ci sono elementi sulla posizione delle fanterie proprie e di quelle avversarie.

Lo stile che rende quasi unica l'opera, non è univoco; ci sono passi in cui si usa la terza persona, in altri il giovane artigliere parla in prima persona, evidenziando il proprio travaglio intimo in cui il dovere di obbedire cozza gradualmente col senso di umanità. Ecco come viene presentata la guerra fatta di sanguinosi assalti:

Il macello moderno: si spingono le bestie in un vicolo, largo all’inizio, poi più stretto, poi alla morte, e nessuno può tornare indietro, perché viene sospinto alle spalle”.

L’aspetto originale è dato da una narrazione spesso intervallata da passi di giornali, dichiarazioni di politici e generali, bollettini di guerra e pubblicità del tempo che offrono un insieme completo dell'epoca in cui si svolgevano i fatti, col contrasto tra fronte interno e "fronte vero" e col montare parossistico delle sofferenze alle quali la propaganda rispondeva con il proprio ricco arsenale. Non manca una certa ironia in alcuni punti in cui la magniloquenza ottimistica dei grandi capi supera il limite del ridicolo.

Un altro lato interessante è quello legato alla tecnica; ci si affida ad armi sempre più potenti nell'ambito di una minuta pianificazione a livello di preparazione degli attacchi. Ecco cosa significa sparare a fuoco rapido per un artigliere:

Dopo dieci minuti il battito cardiaco dell’uomo è raddoppiato. Il cuore non batte più nel petto ma in gola. Dapprima il battito ha fatto tremare le membra. Poi queste si adeguano a un comando, diventano di ferro ed entrano a far parte della grande macchina: sei cannoni, una batteria”.

L’uomo diventa un ingranaggio della macchina.

Memorabile la descrizione delle fatiche di Reisiger e dei suoi colleghi prima dell'offensiva del luglio 1918 che sarebbe dovuta essere decisiva; giorni e notti insonni spesi nel definire gli obiettivi di ogni singola batteria. Ogni zona nemica doveva essere bersagliata in modo efficace, per spianare la strada alla fanteria. Fatiche inaudite che prostrano gli ufficiali impegnati nel dettagliare gli ordini per le artiglierie, ma anche sforzi non ripagati, dato che il nemico già conosce i piani dell’attacco. Reisiger viene poi mandato avanti in cerca di informazioni sull’esito dell’assalto della fanteria. Con la maschera antigas il giovane attraversa una foresta straziata dai gas, come straziati dai colpi nemici sono molti suoi commilitoni. Una natura che c'era da tanto tempo è stata sfigurata dall'uomo:

Questo, pensa, è un bosco profanato. Questi sono alberi, betulle, di tre o cinque anni. Che con la guerra non hanno nulla, nulla, nulla a che fare. Che non vogliono scegliere tra francesi e tedeschi. Che non odiano, non uccidono. Che se ne stanno solo lì, e a ogni primavera mettono le foglie, e fioriscono e in autunno perdono la chioma e con grande pazienza se ne stanno a gelare fino alla prossima primavera. Senza fretta ... E ora? - Ora le più grandi bestie che ci sono sulla terra, gli uomini, si sono buttate su queste inoffensive betulle. Un capriccio si è impadronito di questo bosco. Esso muore senza parole, e remissivo, come in nessun'altro omicidio. Certo, c'è un po’ di vento, e per questo gli alberi scrollano ancora un poco il capo. Ma i rami si sono già distesi e piegati. E le foglie starnutiscono, e starnutiscono. E tutto questo non durerà più di ventiquattr'ore, poi ci saranno dei pali nudi. E tutto spoglio, perché così gli uomini hanno desiderato".

Nel giovane qualcosa si spezza per sempre davanti a un simile spettacolo. Reisiger fa in tempo a vedere i primi assalti dei carri armati negli ultimi mesi di lotta in cui la fibra dei soldati sta ormai cedendo.

Si tratta di un libro intenso in cui nel protagonista maturano una lacerazione profonda e una forte ripulsa per la guerra, come capitò all'autore che non ebbe la fama letteraria di Remarque e di Jünger anche per l'ostracismo praticato dalle autorità nazionalsocialiste; tale ostracismo, seppure con aspetti nettamente diversi, proseguì in parte anche nel secondo dopoguerra. Eppure lo stile e l'intensità dell'opera non hanno eguali; da notare, infine, che l'autore, come il protagonista del romanzo, coprì l'intero arco del conflitto, dal 1914 al 1918, passando dalle illusioni iniziali al tracollo finale, vivendo sulla sua pelle e nel proprio spirito, tutta la Via Crucis di un uomo al fronte.

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Stelutis alpinis

29 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #musica

Stelutis alpinis

“Stelutis alpinis” è un canto scritto e composto da Arturo Zardini (1869-1923) durante la Prima Guerra. L'autore, profugo a Firenze, era un maestro di Pontebba, paese che allora si trovava sul confine italo-austriaco. La canzone è una sintesi di sentimenti profondi: sofferenza, fedeltà, affetto, intimità, una canzone semplice che ha fatto presa sull'anima popolare ed è diventata l'inno degli alpini e del Friuli intero, anche durante l'altra guerra.
Il testo originale scritto in dialetto friulano è ricco di diminutivi, vezzeggiativi specifici del parlare friulano, molte sono le versioni tradotte in lingua italiana, pregevole quella del poeta Chino Ermacora che la pubblicò nella rivista “PICCOLA PATRIA” nel 1928.
In seguito, nella traduzione, anonimamente, qualcuno ha aggiunto due strofe che non appartengono al canto originale, prezzo da pagare quando un successo diventa popolare. Anche Francesco De Gregori ne ha tratto una sua versione con una canzone compresa nell'album ”Prendere lasciare”
Qui di seguito riporto una versione di Emilio Maria Boria, molto conosciuta, forse la più nota e che, anche se perde un po' della metrica originale, cerca di rispettare la semplicità del testo e soprattutto di non perdere nella traduzione il ritmo che permetta di "cantarla" in italiano. Ovviamente comprende anche le due strofe apocrife

STELLE ALPINE

Se verrai qui fra le rocce
Dove lor mi han sotterrato
C'è uno spiazzo pien di stelle
Dal mio sangue fu b
agnato.
Come segno una crocetta
È scolpita nelle rocce.
Fra le stelle c'è l'erbetta
Sotto loro dormo in pace.
Prendi su, prendi una stella
Che ricorda il nostro amore.
Dalle un bacio, è così bella.
Poi nascondila sul cuore.
Quando a casa tu sei sola
E di cuor tu pensi a me
Il mio spirito a te vola
Io e la stella siam con te.
Ma un bel dì quando la guerra
Farà parte dei ricordi
Nel tuo cuore là dov'eran
Stella e amore saran morti.
Resterà per me la stella
Che il mio sangue ha già nutrito
Perché splenda sempre bella
Sull'Italia all'infinito.

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Livorno e l'antico Egitto

15 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #storia

Livorno e l'antico Egitto

"Tu squarciasti il velo mistico

che nascose al Nilo in riva

del saper la luce viva"

(Angelica Palli)

Nell'ottocento Livorno era lo scalo dove transitavano i reperti archeologi provenienti dall'Egitto. Nei magazzini di San Marco si raccoglievano e sostavano, in attesa di acquirenti, oggetti provenienti da collezioni destinate poi ad arricchire i musei italiani ed europei. In particolare ricordiamo le collezioni Drovetti, Salt, Nizzoli e Anastasy.

La collezione Drovetti, portata in Italia dal console francese, arrivò a Livorno nel 1818 e rimase in deposito nei due magazzini dell'ebreo Morpurgo. Fu acquistata nel 1924 dal re di Sardegna e costituisce la base del Museo Egizio di Torino. Vivoli, il fondatore dell'Accademia labronica, si recò alla dogana per esaminarne il contenuto. Pare che comprendesse anche modelli in legno di edifici egizi.

Alcuni reperti, a volte, giacevano a lungo dimenticati, com'è stato nel caso del sarcofago in granito di Amenemhat Seneb, donato al granduca Leopoldo II dal console di Svezia in Egitto. Nonostante le numerose sollecitazioni, il sarcofago rimase a giacere nei magazzini Fernandez fino a quando non fu finalmente portato a Firenze.

Visitare le antichità ammassate nei depositi divenne uno svago alla moda. Pare che Angelica Palli, dopo una di queste visite, abbia sognato mummie tutta la notte.

Jean Francois Champollion (1790 - 1832), il fondatore dell'egittologia, primo a decifrare i geroglifici nel 1822, venne di persona a Livorno per trattare l'acquisto della collezione Salt, portata in Italia dal console inglese (cognato di un banchiere di Livorno) comprendente 4000 oggetti, fra i quali una bellissima testa scolpita.

Champollion negoziò l'acquisto dei reperti per il Louvre. Grazie all'interessamento dell'Accademia Labronica, di cui Champollion divenne "socio corrispondente", Angelica Palli conobbe il famoso egittologo e gli dedicò persino una poesia. In cambio, Champollion la rinominò "Zelmire". I due rimasero in contatto epistolare e le loro lettere sono conservate nella Accademia Labronica.

A Livorno Champollion incontrò il pisano Ippolito Rosellini (1800 - 1843), unanimemente considerato il padre dell'egittologia italiana. I due partirono poi insieme per una famosa spedizione.

Rosellini, a sua volta, acquistò molti pezzi sul mercato di Alessandria. Il 22 dicembre 1828, sulla nave "Cleopatra" (e non poteva esserci nome più adatto) arrivarono a Livorno settantasei casse piene di antichità acquistate o scavate in Egitto, che andarono ad arricchire la collezione granducale di Firenze, cosicché il Museo Egizio di Firenze è ora secondo solo a quello di Torino.

Riferimenti

Edda Bresciani, "Il richiamo della piramide" in "La piramide e la Torre", Pacini Editore

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LA PRIMA ESTATE DI GUERRA di Gino Frontali

12 Maggio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA PRIMA ESTATE DI GUERRA di Gino Frontali

Gino Frontali (1889-1963), futuro pediatra di fama, racconta il servizio militare e i primi tre mesi di guerra in Cadore, nel 1915; l'addestramento è all'insegna della mediocrità. Giudica inutile il periodo passato in caserma a Firenze perché si impara poco e non ci sono motivazioni. Intanto il conflitto con l’impero asburgico si avvicina. Sembra invocarlo anche lui, dopo che il socialismo europeo pacifista è fallito:

"Intuivo vagamente che questa grande conflagrazione avrebbe accelerato il ritmo della vita europea, avrebbe affrettato l'evoluzione dei popoli, sarebbe stata molto più rivoluzionaria dell'azione socialista".

Frontali ha formazione umanistica (al fronte leggerà il Rimbaud di Soffici), è nato ad Alessandria d'Egitto e vi ha frequentato le scuole tedesche fino al 1904; il clima opaco della guarnigione lo spinge a distinguersi e a reagire allo scarso rispetto che i soldati devono subire dentro e fuori dalle caserme. Studia medicina e diventa sottotenente medico. Pochi giorni prima dello scoppio della guerra con l’Austria-Ungheria, giunge in Cadore. Frontali rileva l'impreparazione e la mancanza di armi pesanti e mitragliatrici. I mitraglieri, spiega un soldato nei primi giorni al fronte, si stanno addestrando su modelli di mitragliatrice di legno.

Dopo i primi tempi tranquilli tra i pascoli e i boschi delle Dolomiti, inizia il suo duro lavoro poiché i bombardamenti provocano innumerevoli feriti. È un grande osservatore; vede uomini coscienziosi, altri imboscati, un'umanità varia e ricca alla prova del fuoco della guerra. L'esame delle realtà e dei comportamenti è spesso critico, ma pacato e dosato; ogni circostanza è infatti inquadrata nell'ottica del dovere che ciascuno deve adempiere anche in situazioni molto difficili. I buoni ufficiali generano buoni soldati.

In particolare sono due le drammatiche vicende che rimangono impresse. Assiste un soldato morente al quale un maresciallo aveva sparato alla schiena per reagire alla sua insubordinazione. La faccenda si concluderà con un’assoluzione. In un altro caso si parla di un fante che ha denunciato un ufficiale per sevizie (era stato maltrattato durante un’azione di pattuglia). Il comandante di battaglione, il maggiore A., condanna il responsabile a tre giorni di arresti; l’ufficiale si difende vanamente appoggiandosi a certe disposizioni di Cadorna, ma il maggiore ribatte che le disposizioni di Cadorna permettono di passare per le armi il soldato che si sottrae al dovere durante un’azione, ma non di picchiarlo.

La descrizione del maggiore A. ne evidenzia in generale la mediocrità; il cervello del battaglione è invece il giovane e capace tenente Franceschini che sopperisce ai limiti del superiore e ha il carisma per comandare.

La prima dura battaglia (sul Seikofl) viene svolta per volere del comando di brigata all'insegna dell'attacco frontale (anche se Franceschini aveva elaborato un piano diverso, conoscendo il terreno e la zona). I combattimenti, sempre più sanguinosi, rinsaldano gli uomini. Frontali stesso, attento ai vari aspetti psicologici personali e collettivi, si esalta con i commilitoni quando finalmente una mitragliatrice italiana inizia a tirare in mezzo alla battaglia. Prova un misto di sollievo e di gioia, pensando alla sanguinosa opera dell'arma:

"Il divertimento non diminuiva al pensiero che fra le vittime c'era forse qualche italiano irredento. Questa diversità di prospettiva, che si produce artificialmente, dividendo gli uomini in due campi avversi, è forse il fondamento sentimentale della guerra?".

La battaglia consente un piccolo avanzamento, al prezzo di circa quattrocento perdite nel battaglione. Qualche giorno dopo i soldati leggono divertiti il resoconto della battaglia scritto dal giornalista Barzini che trasfigurò l'evento parlando di un vittorioso scontro corpo a corpo in cui gli Austriaci erano stati cacciati... di albero in albero.

Nella parte finale delle memorie (pubblicate da Il Mulino con la prefazione di Mario Isnenghi), il giovane sottotenente lascia brevemente il fronte, provato da tanto lavoro svolto in circostanze sempre più drammatiche; ma non trova particolare sollievo. Lontano dalla battaglia si respira un’aria viziata. L'incontro con un gruppo di ufficiali nelle retrovie lo amareggia, palesando il netto divario tra chi combatte e chi è "imboscato". Alla fine, tornando tra i suoi commilitoni in marcia sul Costone della Spina, si sente a casa:

"Allora sentii davvero di far parte della grande famiglia del mio battaglione. Una famiglia indipendente, che spostandosi recava seco le sue tende e le sue cucine, una famiglia che poteva allontanarsi dal resto del mondo e andare... chissà dove! senza timore, mentre era temibile per i suoi mille fucili, per le sue mitragliatrici, per la solidarietà di capi e gregari che la riuniva in un tutto organico".

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Un duello del duce

10 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #luoghi da conoscere

Un duello del duce

Un giorno di ottobre del 1921, Benito Mussolini è ancora solo un onorevole fra tanti. Ha forti contrasti con Francesco Ciccotti Scozzese, ex compagno del partito socialista ed ex amico. Ciccotti è stato segretario della Camera del Lavoro labronica nel 1902. I due hanno continui scontri e diverbi, Mussolini definisce il Ciccotti - già nominato "Cagoia" da D'Annunzio - "lercio basilisco". Ci si decide per un duello proibito.

Le trattative sono lunghissime, tutte le questure d'Italia si mobilitano per impedire lo scontro. I due iniziano il contrasto a Milano, poi scappano, inseguiti dalla polizia, cercando un posto tranquillo dove potersi sfidare. Una delle macchine inseguitrici, vicino a Piacenza, ha un incidente e finisce contro un carro di fieno. Il pilota della macchina di Mussolini è lo spericolato Aldo Finzi, che ha partecipato con D'Annunzio al volo su Vienna. Vagano per le città dell'Emilia e della Toscana in cerca di un luogo dove convocare Ciccotti. Finiscono ad Antignano, nella villa Perti, oggi scomparsa.

La sfida ha luogo al pian terreno, nel salone, i padrini di Mussolini sono il colonnello Basso e l'onorevole Finzi. Al quattordicesimo assalto Ciccotti entra in affanno, ha una crisi respiratoria. Viene fatto distendere sul letto, i medici gli praticano una iniezione di olio canforato, poi dichiarano l'insufficienza cardiaca e impediscono la continuazione del duello. Mussolini si arrabbia, pensa a uno stratagemma di Ciccotti per sottrarsi alla tenzone.

Ha una ferita a un braccio e la giovane siciliana Elvira, parente del padrino di Ciccotti (il livornese Cesare Guglielmo Pini) lo cura. "Ferito", dice Mussolini guardandola intensamente, "ma curato da una bella infermiera", e le dona la sua spada.

La polizia li sorprende.

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… E ALLORA NON DIMENTICATECI di Arturo Marpicati (1895-1961)

2 Maggio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

… E ALLORA NON DIMENTICATECI di Arturo Marpicati (1895-1961)

Marpicati, scrittore e gerarca nell’ambito del Partito Fascista, racconta la guerra sul Carso, sull'Ortigara, in Valsugana e sul Grappa, in un diario ricco di episodi riportati con buon ritmo. Inquadrato nella Territoriale, parte da Firenze con Giuseppe Prezzolini e finisce nelle prime linee per un errore formale, ma decide di restare a combattere anche quando ha la possibilità di tornare nelle retrovie. Dopo poche settimane è già un veterano; partecipa ad assalti furiosi, fa la dura vita di trincea, riceve una medaglia d'argento. Incontrerà Badoglio, il re Vittorio Emanuele III, diverrà amico di Bottai.

Lo incaricano, in un secondo momento, di occuparsi del vettovagliamento; servono grandi doti organizzative e inesauribile energia. In particolare sull'Ortigara deve prodigarsi nei difficilissimi rifornimenti durante la Strafexspedition. La guerra si fa sempre più bramosa di rincalzi che vengono mandati al fronte sprovvisti di tutto:

"Questi poveri ragazzi del '97 sono violacei e inebetiti dal freddo. Molti non hanno il passamontagna e calzano scarpe leggere".

Nonostante tante situazioni gravi, tra cui una rivolta di soldati duramente sedata, aumentano il suo orgoglio e la sua consapevolezza di ufficiale (pur criticando alcune severe decisioni dei superiori, in particolare del generale Caviglia che dopo un fallito attacco sull'Ortigara si rifiuta di proporre ricompense per i suoi uomini). Si oppone con forza ad alcune pratiche poco limpide nella gestione delle spese, scontrandosi con un colonnello e col suo aiutante maggiore; il denaro a sua disposizione, afferma con successo il diarista, deve essere speso in toto per migliorare il rancio delle truppe e non sprecato. Capacità e carattere non gli mancano e nessuno si lamenta del suo servizio. Diventa capitano dopo un corso per mitraglieri e riprende a comandare una compagnia nel Carso e poi in Trentino (prenderà parte anche al controverso Fatto di Carzano). Si troverà sistemato in un lugubre tratto di trincea ricavato sotto il cimitero di Tolmino, dove il precedente comandante era stato pugnalato durante un attacco di bosniaci:

"Per ripararsi i vivi hanno disturbato anche i morti, di cui affiorano qua e là le ossa".

Quando descrive certe trincee che sono solo modesti ripari, il pensiero corre alle descrizioni che ci ha magistralmente lasciato un altro grande diarista come Carlo Salsa.

La guerra è sempre più cruenta e determina in lui una lenta e laboriosa metamorfosi; il giovane ufficiale che nelle prime battaglie, pistola alla mano, spingeva avanti i recalcitranti e timorosi soldati, ora si interroga su se stesso, sulla sua abilità di mitragliere e tiratore, sulla legittimità del massacro che si compie ogni giorno e ogni notte:

"E' la guerra e si spara: ed è meglio sparar bene che male. Pure serpeggia dentro di me un malessere, un senso di orrore che si va accrescendo a mano a mano che acquisto coscienza ed esperienza del mio nuovo stato di guerriero".

Anche questo disagio, insieme alla sua situazione materiale, lo spinge a non tralasciare gli studi; perfino in trincea, sul suo rozzo tavolo ci sono le scartoffie ma anche i libri di greco e di storia dell'arte. Dà esami a Firenze con Gaetano Salvemini e si laurea in Lettere e filosofia, nel luglio del 1918, a guerra ancora in corso.

Il titolo dell'opera di Marpicati, che esprime un caldo invito alla memoria di ciò che è stato, gli fu ispirato da alcune sue conversazioni nel secondo dopoguerra con dei dotti giovani che quasi nulla sapevano della Grande Guerra e del sacrificio di tanti italiani.

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LA GUERRA VISTA DA UN IDIOTA di Giuseppe Personeni

29 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA GUERRA VISTA DA UN IDIOTA di Giuseppe Personeni

Giuseppe Personeni, notaio bergamasco, racconta la sua esperienza nella Grande Guerra in cui servì come ufficiale di complemento. L'autore è un osservatore attento, un uomo pragmatico, di buon senso. Queste sue qualità, si rileva, stentano a trovare corrispondenza in buona parte dell’organizzazione militare con cui entra in contatto. Vede tante storture e assurdità, perciò è molto critico e si affida all’arma dell’ironia, spesso di stampo manzoniano; non a caso la prima edizione dell’opera venne sequestrata nel 1922 dalle autorità. Ritiene, come afferma nella prefazione appunto alla prima edizione, di aver dipinto uno stato d’animo comune a molti combattenti fino al tracollo di Caporetto. Non risparmia, ad esempio, sarcasmi a danno della cavalleria, rea di essere stata troppo timida e cauta nelle prime settimane di combattimento:

"Era la prima del mondo... a Pinerolo! Ma sull'Isonzo credo abbia dimostrato di essere l'ultima".

Tramontata la speranza di una rapida vittoria, inizia ben presto la fase della guerra statica. Pur non essendo entusiasta del conflitto, ha voglia di combattere e orgoglio da vendere. In questa fase l'ironia è temperata da uno spirito agonistico che mal sopporta la stasi delle trincee:

"Cosa m'importava di morire? Ma volevo morire guardando in faccia il nemico, urlandogli addosso l'ira di cui mi sentivo invaso. Morire così come un insetto schiacciato sotto le ruote di un carro, non mi piaceva affatto".

Le offensive sull’Isonzo si susseguono, ora inconcludenti, ora fruttuose come nel caso della conquista di Gorizia; ma c'è sempre qualcosa a impedire che i successi diventino decisivi. Troppi sono gli errori nella conduzione delle operazioni. Personeni, come in parte aveva fatto un altro soldato e scrittore come Gadda, ne aveva individuati alcuni, trovando conferma nelle considerazioni espresse da qualche ufficiale austriaco prigioniero. Li enumera con cura: l'italiano attacca con impeto, ma si accontenta di piccole conquiste e perde slancio in fretta; quando si dovrebbero affondare i colpi, ecco che invece si rallenta permettendo al nemico di riprendersi. Inoltre, le artiglierie tirano disordinatamente, invece di scegliere bene alcuni bersagli da cannoneggiare in modo breve ma intenso. A ciò va unita la pessima gestione degli uomini, assillati dalle vacue disposizioni di certi comandanti sia in trincea, sia nei turni di riposo. Cadorna non è Napoleone, dice il memorialista; il generale Capello invece gode della sua stima. Una vera calamità sono certi ufficiali superiori che vogliono fregiarsi a tutti i costi di qualche successo; dalla loro ambizione nascono iniziative fallimentari, duramente pagate dai soldati. Ecco come commenta uno degli ordini che è costretto a far eseguire, in uno dei passi più intensi dell’opera, mandando in postazioni allo scoperto qualche fante:

"Non vedevo la convenienza di far uscire tre o quattro soldati per il bel gusto di vederli stramazzare".

Ma non c'è nulla da fare. In quella fase in cui le conquiste si misurano col metro, anche avanzare di dieci metri faceva salire un comandante nella considerazione delle alte sfere. Questa è la guerra che Personeni vede e allora non può che sentire ammirazione per gli umili fanti che sopportano docilmente le peggiori fatiche:

"La maggior parte di essi erano contadini, attaccati come l'edera al tronco, al focolare, al loro campo ... Si poteva fare di loro quello che si voleva: farne dei traditori o mandarli contenti al macello a seconda del solco che sapeva aprire nel loro cuore vergine il lavoratore che doveva seminarvi".

In loro il dovere significa sottomissione, sentita come un fatto naturale. L’inferiorità che provano li porta a tollerare ogni onere, fino a che si comincia a chiedere troppo anche a loro.

Il dovere di combattere per il proprio Paese, nota Personeni, dovrebbe vincolare tutti, non solo una categoria sociale, eppure chi ha appoggi importanti riesce a imboscarsi nelle retrovie. Davanti a tante iniquità e furberie, non gli resta che dichiararsi un idiota, dato che non capisce il senso di molte scelte che considera sbagliate, sciagurate, prive di razionalità. Frequenti sono le critiche all'organizzazione militare in cui tanti vogliono essenzialmente evitare le grane più che svolgere azioni efficaci. "Lei ragiona come un ufficiale di complemento!", si sente dire da un ufficiale effettivo preoccupato solo di evitare noie con i superiori e non di contribuire a rifornire di mezzi le truppe in prima linea. Anno dopo anno, il clima morale peggiora; la fibra del soldato sta per cedere davanti allo spettacolo dello stuolo di imboscati e graduati assenti dal fronte ma coperti di medaglie, mentre molti fanti stanchi aspettano da troppo tempo la licenza. Chi si sente maltrattato non ha voglia di dare nulla agli altri e non fa che accrescere il malumore tra i compagni, nota il memorialista. Il malessere aumenta mentre Personeni si occupa dell'istruzione di alcuni giovani; scartoffie e burocrazia, mancanza di materiale necessario, circolari contradditorie e nemici agguerriti portano al massimo il disagio nelle trincee. Si arriva a Caporetto e la viva descrizione di quei giorni chiude l'opera, lasciando molti interrogativi su come non sia stato possibile arginare un’offensiva sulla quale erano trapelate tante informazioni dettagliate.

La guerra vista da un idiota è un testo fresco, vivace, in cui il sale dell'ironia in parte alleggerisce il dramma; c'è anche un gustoso capitolo dedicato a un asino "portalettere" dell'esercito, quasi una piccola favola nell'orrore, con una rinnovata attenzione per gli ultimi, uomini o animali, decisivi nel portare il peso della guerra, come già aveva notato, ancora una volta, Carlo Gadda.

Personeni resta sempre dalla parte delle vittime di tanto miope sfruttamento e immagina già cosa faranno gli sbandati di Caporetto, riproponendo un atto d’accusa verso le gerarchie:

" ... oso ringraziare il cielo che mi ha risparmiato di assistere alla bestiale rivincita che una folla anonima di abbruttiti e di calpestati ha voluto prendersi contro tutte le insipienze di un'altra folla meno bestiale ma più pervertita che non ha saputo distinguere nel soldato lo spirito dal corpo, che lo ha tenuto sotto il giogo imperioso della sua superiorità materiale, ma che non ha saputo farle apprezzare la sua superiorità morale perché non l'aveva".

Chi è interessato al libro, la cui nuova edizione, realizzata per opera del Comitato “Pro Chiesa di Plave”, è finalizzata alla raccolta di fondi per il restauro della chiesetta dell'ex cimitero militare italiano di Plava, può scrivere a prochiesadiplave@tiscali.it

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L’ULTIMO FANTE di Nicola Bultrini - La Grande Guerra sul Carso nelle memorie di Carlo Orelli

12 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

L’ULTIMO FANTE di Nicola Bultrini - La Grande Guerra sul Carso nelle memorie di Carlo Orelli

Nicola Buldrini raccoglie e riporta la testimonianza di Carlo Orelli (1894-2005), ultimo fante italiano a poter raccontare la sua esperienza nella Grande Guerra. Le sue parole, pur riferite a grandissima distanza dai fatti vissuti, sono importanti per tracciare il quadro che si presentava a un giovane giunto al fronte subito dopo l’apertura delle ostilità, quando ancora c’era ottimismo sulla rapida riuscita delle operazioni militari. Il ventunenne soldato, originario di Perugia, combatté nel Carso nei primi quattro mesi di guerra, senza che il suo reparto ricevesse il cambio. Alla partenza da Napoli, inquadrato nella Brigata Siena, vide le persone per strada commosse:

Sapevano anche loro che andavamo incontro alla morte, come se ormai sapessero quello che sarebbe accaduto dopo”.

Questo mesto aspetto ricorda un punto iniziale del diario di un altro giovane che in treno si avvia verso il fronte. Si tratta di Giovanni Comisso che nel suo Giorni di guerra scrisse:

A un passaggio a livello, un vecchio si tolse il cappello come se passasse un funerale, alcune donne ci salutarono con le mani lentamente”.

Ci spiega come l'equipaggiamento fosse scarso a differenza di quello degli Austriaci, tanto da spingere gli uomini a prendere indumenti intimi femminili nelle case abbandonate, buttando i propri pieni di pidocchi. Si andava all'assalto, talvolta camminando, non correndo, subendo i micidiali colpi del nemico dotato di mitragliatrici e cannoni da 420 millimetri, cui gli Italiani contrapponevano i cannoncini da montagna che gli Alpini trasportavano con grande fatica e coraggio in luoghi impervi. C'erano il filo spinato e le mine davanti alle trincee. Prima dell'attacco gli uomini bevevano un liquore per avere più impeto; Orelli evitava di prenderlo per restare lucido. Soprattutto durante i combattimenti non si guardava ai gradi; ufficiali e soldati erano solidali tra loro. Parla anche di carabinieri con l'incarico di sparare a chi tornava indietro anziché avanzare. Passati i primi tempi in cui il nemico si arrendeva facilmente, gli Austriaci si sistemarono in ricoveri e difese molto solidi; iniziò la lunga e logorante guerra di posizione. Gli italiani, racconta, erano sempre all'offensiva e per questo non si curavano di costruire vere e proprie trincee per ripararsi. Prevaleva la volontà di avanzare e così un giorno il reparto di Orelli si trovò allo scoperto; l’azzardo fu pagato a caro prezzo. La Compagnia fu distrutta e il fante venne ferito per la prima volta. Ma capitava spesso di venire duramente bersagliati già prima di attaccare, quando i soldati si ammucchiavano dietro a modesti ripari in attesa di "fare lo sbalzo". Della Compagnia di Orelli solo lui e un altro si salvarono e tornarono a casa.

Aggiunge che i ricordi della guerra non lo abbandonano mai; pensa che in ogni Paese ci sia una minoranza, poche persone che "non si accontentano mai" e che determinano la guerra, "distruzione dell'essere umano". Non si considera un eroe, ha solo obbedito agli ordini, combattendo senza odio o disprezzo verso il nemico, facendo intravedere la propria superiorità verso la propaganda:

Quando la nostra artiglieria bombardava le posizioni nemiche, spesso alla fine gli austriaci si arrendevano. Perché in fondo erano uomini come noi e non bestie come volevano farci credere”.

Le memorie di Orelli, espresse in forma pacata e sobria, si accompagnano a interessanti approfondimenti di Nicola Bultrini su temi legati al conflitto, quali l’equipaggiamento del fante, il territorio carsico, le trincee, gli armamenti dei due eserciti.

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