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luoghi da conoscere

L'Avana Amore mio

15 Maggio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

L'Avana Amore mio

L’Avana amore mio - Taccuino avanero e storie cubane

Il Foglio - Pag. 180 - Euro 12

Fotografie originali di Orlando Luís Pardo Lazo e Stefano Pacini.

Raccontare L’Avana attraverso le pagine dei suoi scrittori: Carpentier, Piñera, Gutiérrez, Valdés, Estevez... E nella seconda parte una selezione di storie cubane. Un libro di viaggio, una passeggiata per L’Avana più vera e cadente, meno turistica e più cubana.

Non posso essere fedele a una causa persa, ma posso esserlo a una città perduta."

Questa è L’Avana di Cabrera Infante: una città perduta che lo scrittore non riesce a ritrovare. Forse era proprio quello che temeva, scriveva di Cuba per esorcizzare la paura di morire prima di rivedere il suo mare. Povero Cabrera Infante, morto tra la nebbia di Londra sognando un bambino che si arrampica come un gatto su una palma reale. L’Avana per un infante defunto suona adesso come un titolo beffardo, un sogno irrealizzabile di rivedere palazzi e porticati, guaguas affollate, biciclette e Chevrolet sul lungomare, Lada e sidecar che sfidano buche sul selciato, sensuali trigueñas e mulatte dai fianchi larghi. Niente è più possibile, resta solo la fedeltà a una città perduta, espressa in milioni di parole gettate in faccia al vento e disperse tra le braccia della storia”.

’Avana, io non so se ritorneranno quei tempi/ L’Avana, quando cercavo la tua luna sul Malecón/ L’Avana, quando potrò vedere di nuovo le tue spiagge/ L’Avana, e rivedere le tue strade sorridere/ L’Avana, nonostante le distanze non ti dimentico/ L’Avana, per te sento la nostalgia del ritorno (da Zoé Valdés, La vita intera ti ho dato).

lupi@infol.it

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In giro per il mondo: Cipro

18 Aprile 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: Cipro

SPIAGGE, MARE, SITI ARCHEOLOGICI, STORIA, CULTURA, BUON CIBO E DIVERTIMENTO FANNO DI CIPRO UNA META IDEALE PER LE VACANZE.

Omero nei suoi racconti fa spesso riferimento ad Afrodite, dea dell’amore e della bellezza, nata dalla schiuma del mare in una località chiamata Paphos (dal greco: luogo della luce), che si trova sulla costa Sud-Ovest di Cipro. L’isola, che è la terza per grandezza del Mediterraneo, sin dall’antichità era meta di turismo da parte delle popolazioni che si affacciavano sul bacino del grande mare. Il suo clima mite e le sue bellezze naturali venivano spesso associate alla beltà della dea stessa. Cipro si estende per 240 km da ovest ad est e per 90 km da nord a sud con due imponenti catene montuose che racchiudono la vasta pianura della Mesaoria. Il paesaggio è ricco di contrasti che spaziano dalle verdi colline alla maestosa valle dei cedri, dalle numerose spiagge sabbiose alle montagne che nascondono piccoli e caratteristici paesi, ognuno dei quali ha il proprio particolare fascino e le proprie tradizioni.
La vegetazione, ricca di agrumi, cedri, banani, olivi e vigneti dà l’idea di una terra fertile e ben coltivata. L’isola, la cui archeologia risale all’era neolitica, custodisce ancora testimonianze dell’antica Grecia e del periodo romano ma in tutto il territorio sono ben conservati monumenti, chiese bizantine, castelli, palazzi risalenti ai tempi dei crociati e monasteri. Inoltre, le splendide mura di cinta della capitale Nicosia, vecchie più di quattro secoli, sono la testimonianza del dominio veneziano.

Nella città è interessante visitare il Museo Bizantino, contenente una importante collezione di icone molto antiche; l’Arcivescovado, centro della chiesa ortodossa cipriota; la Cattedrale di san Giovanni, completamente affrescata e il Museo Municipale. All’interno delle mura si trovano le vie Ledra e Onassagorov, che costituiscono la linea di demarcazione che divide in due la città, la cui parte settentrionale è stata occupata di turchi dal 1974.
Da Nicosia, in circa trenta minuti, è possibile raggiungere i Monti Todros, ricoperti di magnifici boschi che difendono l’intimità di chiese e monasteri bizantini.
Larnaka, una delle città più importanti di Cipro, è “adagiata” in una baia che prende il suo nome e il suo lungomare – fiancheggiato da numerose palme – è “brulicante” di caffè, taverne e negozi. Dotata di un porto molto attrezzato, può dare ormeggio a numerose barche e yachts che vengono usati per le escursioni alle varie spiagge dell’isola.

Nella città sono ancora visibili le mura ciclopiche del XII secolo a.C. e la chiesa di San Lazzaro, che contiene le vestigia del santo patrono di Larnaka, che arrivò lì dopo la sua resurrezione eleggendola a sua seconda patria. La città è famosa anche per le celebrazioni della Pentecoste greco-ortodossa, che richiama i ciprioti da ogni parte dell’isola per le celebrazioni.
Ad un’ora di macchina dalla città si trova il grazioso paese di Lefkara, centro rinomato per la lavorazione dei merletti fatti a mano che vengono esportati in tutto il mondo. Si racconta che Leonardo da Vinci, visitando questo villaggio abbia acquistato una tovaglia d’altare e l’abbia donata al Duomo di Milano.

Dirigendosi verso la parte ovest di Cipro si incontra la città di Choirokotia, che conserva i resti di uno dei più importanti insediamenti neolitici del Mediterraneo orientale risalenti al 6800 a.C., ed alcuni dei reperti ritrovati nel sito possono essere ammirati nel Museo di Nicosia.

Proseguendo verso sud-ovest, percorrendo una buona autostrada, si arriva a Limassol, la più grande città balneare dell’isola che sin dal medioevo era conosciuta dai mercanti per i suoi vini e la canna da zucchero che veniva coltivata qui. Oggi è un centro turistico con la più vivace vita notturna e dove si svolgono eventi di rilievo. Naturalmente ci sono numerosi hotel oltre a pub, discoteche e night club.

Le spiagge sono tutte attrezzate ma è possibile trovarne alcune deserte. Nelle vicinanze del nuovo porto si trova il Castello di Limassol dove nel 1191 Riccardo Cuor di leone sposò Berengaria di Navarra incoronandola regina.
Ad un’ora di auto si trova l’antica città-stato di Kourion, che gode di uno splendido panorama sull’estesa spiaggia di sabbia fine della baia di Episkopi, e che conserva un teatro greco-romano utilizzato ancora oggi per le rappresentazioni di antichi drammi greci e di Shakespeare oltre a concerti di musica classica.

Un’altra bella località di Cipro è Pissouri, ricca di agrumeti, vigneti e luogo di riproduzione di fenicotteri e uccelli acquatici perché qui hanno trovato il loro habitat ideale. Ad ovest dell’isola si trova invece la bella città di Paphos, la cui vita ruota attorno al piccolo porto dove è possibile mangiare dell’ottimo pesce in uno dei tanti caratteristici ristoranti. Non mancano però importanti siti archeologici, ed essendo Paphos il luogo nel quale è nata Afrodite, si può ancora ammirare il tempio a lei dedicato e che era adibito a santuario di feste pagane.
La città fu per ben sette secoli la capitale di Cipro e di quel periodo, storicamente molto importante per la città, conserva molti reperti archeologici tra i quali gli splendidi mosaici raffiguranti scene mitologiche, oltre a tombe e catacombe dei re. Paphos è stata dichiarata dall’Unesco “patrimonio culturale mondiale” e non si può non essere d’accordo. Storia, mitologia, religiosità, tradizioni, monumenti, chiese, monasteri e bellezze naturali sono l’essenza di Paphos.
Ma se dobbiamo giudicare l’isola le daremmo sicuramente un voto molto alto. L’ospitalità della sua gente, il clima dolce 8 mesi l’anno, la buona cucina accompagnata da qualche bicchiere di ottimo vino locale, il sole, le belle spiagge, un mare cristallino, gli alberghi di alto livello, storia e cultura ne fanno una destinazione sicuramente adatta alle esigenze del turista italiano e raggiungerla non è affatto un problema.

In giro per il mondo: Cipro
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Donne che Emigrano all'Estero

17 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #il mondo intorno a noi, #luoghi da conoscere

Donne che Emigrano all'Estero

Donne che Emigrano all’Estero

Da un progetto di Katia Terreni

Amazon

pp 289

Non stupisce più che la rete faccia incontrare, aggreghi e dia vita a progetti che escono dal virtuale (ma esiste davvero questo universo?) per diventare reali. È il caso di Donne che Emigrano all’Estero, raccolta di trentaquattro testimonianze – brani estrapolati da blog, post pubblicati su un’apposita pagina Facebook, frammenti d’interviste e diari – di donne expat, ovvero italiane che, per scelta, per motivi professionali o familiari, si sono trasferite all’estero. Le autrici hanno età e professioni molto diverse da loro, vivono attualmente in paesi sia dell’unione europea sia non comunitari. I testi non sono accompagnati da immagini e sono liberi, ognuna si racconta parlando di ciò che più le aggrada, di aspetti molto diversi della vita nel paese d’adozione. Tante sono emigrate perché qui da noi non trovavano lavoro, a causa della crisi che ci ha colpito dal 2008 e che, forse, solo adesso sta cominciando ad attenuarsi. Altre hanno cercato un luogo meno provinciale, meno moralista, molte, infine, hanno seguito un amore.

Le donne expat, quelle che trovano dentro di sé la grinta e il coraggio per lasciare i propri luoghi di origine, accettando incarichi lavorativi altrove o inseguendo un amore in terra straniera, o semplicemente spinte dal desiderio di ricostruirsi una vita, hanno una grande forza che le contraddistingue. Si mettono in gioco e ripartono da zero. Affrontano le difficoltà di adattamento e le differenze culturali, non come donne guerriero, ma con la dolcezza, il sorriso e la voglia di conoscere la nuova terra che chiameranno “casa”. (pag 69)

Fondamentale, appunto, il concetto di “casa”. Per l’una è quella che si è lasciata alle spalle:

Oggi casa, per me, significa tutto: dentro c’infilo tutti gli affetti che ho lasciato in Italia, i negozianti di fiducia, il bar dove prendevo il cappuccino la mattina, le vie e le strade che percorrevo ogni giorno, tutto ciò che mi sono lasciata alle spalle nel momento in cui sono salita su quell’aereo. Se fino a ieri la casa era l’abitazione del corpo, oggi è l’abitazione del cuore.” (pag 118)

Per l’altra è la nuova, a cui non saprebbe più rinunciare perché, magari, lei è una di quelle expat che si sentono apolidi e cittadine del mondo, più che italiane.

Donne che Emigrano all'Estero è, in primo luogo, un “libro coach” per donne espatriate, ma anche un testo utile per noi lettori rimasti a casa, per farci comprendere usi e costumi stranieri conosciuti solo da chi ci vive. Spesso c’è da trarre esempio ma non siamo per forza perdenti nel confronto.

Oltre l’interesse culturale e geografico, colpiscono i sentimenti di queste donne, lo slancio, l’entusiasmo con cui, forse, celano qualche malinconia. Molte hanno nostalgia del paese di origine, altre non ne hanno per niente e questa cosa non ci piace. L’Italia è una nazione che ha molto da imparare, in termini di civiltà, da altri paesi ma anche qualcosa da insegnare.

Le emozioni principali sono la voglia di scoprire, il desiderio e le difficoltà di integrarsi nel nuovo paese, il senso di solitudine, lo sprint del nuovo inizio, i sensi di colpa verso i figli sradicati e le famiglie abbandonate. Alcune hanno sofferto emarginazione e razzismo, altre si sono sentite subito integrate e accettate in società multiculturali. Tutte sono passate dal desiderio di mimetizzarsi nella nuova nazione a quello, successivo, di rimanere se stesse, diverse ma non estranee.

Di là dal discorso espatrio, emigrazione e adattamento culturale, è interessante vedere come procedono le vite, come si sviluppano, come si aprono e si chiudono le sliding doors, come a fiorire, imprevisti, siano a volte proprio i rami secondari, come le cose importanti siano costruite con pazienza e dedizione, sì, ma anche, spesso, capitino per caso. Perché "il destino è destino".

Sempre in bilico fra nostalgia e voglia di guardare avanti - specialmente per il bene dei figli - fra entusiasmo e depressione, queste donne mostrano soprattutto coraggio, quello che ci vuole a tagliarsi i ponti alle spalle, smettere di parlare la propria lingua, rinunciare agli orizzonti che ci limitavano ma, pure, ci definivano; e il libro vuole aiutarle, fare da supporto emotivo alle mille sfaccettature di un’operazione così sconvolgente.

La vita da immigrata è un’altalena di emozioni, un giorno sei triste, il giorno dopo sei al settimo cielo, il giorno dopo ancora vorresti mollare tutto e tornare a casa. Le cose che ti rendono felice adesso, possono svanire nel nulla cinque minuti più tardi. Il più piccolo dei problemi può apparire come un ostacolo insormontabile.” (pag 127)

Lo stile degli interventi è molto piacevole, alcuni sono scritti veramente bene, con piglio da scrittore, come, ad esempio, quello della "snob berlinese".

Per concluder, precisiamo che al libro è collegato il sito web http://donnecheemigranoallestero.com e che il ricavato della vendita sarà devoluto in beneficenza ad una Onlus che si occupa di infanzia in difficoltà e adozioni internazionali.

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In giro per il mondo: Polinesia

12 Aprile 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: Polinesia

ISOLE CHE SONO NELL’IMMAGINARIO DI OGNI PERSONA. NATURA, MARE, SPIAGGE E LA NATURALEZZA DEGLI ABITANTI SONO UN GRANDE RICHIAMO COME LE “SIRENE” PER ULISSE.

Suoni, profumi, sapori, libertà, bellezza, sensazioni…sono queste le unicità delle isole che ognuno di noi vorremmo visitare una volta nella vita. Sono lontane da noi ed il viaggio è lungo, ma ciò che si ha la fortuna di ammirare compensa della stanchezza del lungo volo. Polinesia, il solo nome evoca un paradiso non ancora perduto e che ci si augura resti ancora naturale nel suo paesaggio e nella sua popolazione.
Non a caso molte persone ci si sono trasferite per recuperare quella naturalità perduta nelle città, e per riacquistare quella pace e serenità che la vita quotidiana ci ha fatto perdere da tempo. Polinesia, luogo incantato nel quale è possibile ritrovare sé stessi, il proprio io, la propria “animalità” o il vivere senza le costrizioni che c’impone il vivere nei paesi cosiddetti industrializzati.
Ma incominciamo parlando un po’ della storia di queste isole uniche.
I primi europei che approdarono nelle isole della Polinesia avranno sicuramente pensato di essere arrivati nel paradiso terrestre. Lo sanno bene i protagonisti dell’ammutinamento più famoso di tutti i tempi, reso noto dalle versioni cinematografiche. Ma i marinai del Bounty non furono i soli a perdere la testa per queste terre. La cupidigia e la violenza degli occidentali, infatti, arrivarono in poco tempo a devastare e a distruggere tutto ciò che volevano conquistare. Fortunatamente queste isole magiche si sono salvate e ancora oggi rappresentano il sogno di un luogo incontaminato e sereno comparato al grigiore delle nostre città.
La Polinesia è una macroarea che comprende diversi arcipelaghi sparsi nell’Oceano Pacifico, a ridosso dell’Equatore tra la Nuova Zelanda e l’America Centrale: quelle che vengono definite Polinesia Francese, Hawaii, Tonga, Samoa Occidentali e Sporadi Equatoriali.
Sono cinque i gruppi di isole che costituiscono la Polinesia Francese. Abitate, secondo alcuni, da popolazioni provenienti dall’America Centrale, furono scoperte nel 1521 dalle prime spedizioni spagnole, ma solo nel 1595 ebbero i primi contatti con gli abitanti, che conobbero, oltre all’uomo bianco, anche le armi da fuoco e la sifilide.


Nel XVIII° secolo s’intensificarono le spedizioni scientifiche degli inglesi; nel 1767 Samuel Wallis trovò Tahiti, cominciando la colonizzazione degli europei. Gli indigeni persero pian piano la potestà sulle terre che nel 1880 vennero date in dono dal loro re alla Francia, mentre dinastia regnante e larga parte della popolazione di Tahiti si erano convertire nel frattempo al cristianesimo. Ne è nata una società multiculturale nella quale si sono poi integrati diversi popoli orientali, portati dagli europei come braccianti nelle piantagioni.
Nelle isole della Società, l’aeroporto internazionale di Tahiti-Faa, della capitale Papeete, e il suo porto rappresentano le porte della Polinesia nel mondo. Tutti i turisti che arrivano passano di qui. L’arcipelago è diviso in due gruppi: le isole del Vento, con Tahiti e Moorea, più densamente popolate, e le Isole di Sotto Vento, con Bora Bora, Raiatea, Tupuai.


Prevalentemente montagnose e di origine vulcanica presentano la particolarità di una vegetazione rigogliosa che lambisce le spiagge sabbiose e bianchissime. L’isola di Tahiti, la più grande della Polinesia francese, incantò i viaggiatori francesi che descrissero le meravigliose cascate di acqua purissima e l’estrema fertilità di quelle terre.
I visitatori che amano la montagna non possono fare altro che avventurarsi in luoghi nascosti e impervi alla ricerca delle tre cascate di Tiarei, ai piedi una foresta di bamboo.
A Tahiti il pittore Gauguin visse molti anni, affascinato dai colori di questi luoghi e, non secondario, dalla grande bellezza delle vahiné tahitiane che ha ritratto in tante opere. L’artista scrisse: ”Nessun uomo, neanche il più felice, può resistere al loro sguardo”. A lui, europeo che l’ha amata molto, l’isola ha dedicato un museo che raccoglie molte opere originali che, insieme ad altre esposizioni, attende i viaggiatori che vogliono conoscere la cultura e le tradizioni di queste popolazioni.
Ma sono le spiagge e il mare cristallino che attirano i turisti, e non solo quelli che amano “oziare" sulla sabbia, ma anche quelli che praticano il surf. La spiaggia di Papara, infatti, vede riunirsi i giovani amanti della tavola con i migliori surfisti mondiali.
Per chi ama invece le immersioni e la fotografia subacquea, l’isola ideale è MOOREA, con le spiagge di sabbia bianca, i meravigliosi fondali e la ricchezza della fauna sottomarina, abitata – un tempo – così come si racconta – da una gigantesca lucertola gialla che con la sua coda creò le baie di Cook e di Opunohu.
Ma per chi ama trascorrere lunghi e rilassanti momenti sull’acqua, non si può perdere un giro in piroga nella cristallina purezza della laguna di Bora Bora. A RAIATEA, culla della civiltà polinesiana, regna la sacralità.
Ogni luogo, lì, è dominato dal mito e il monte Temehani è l’Olimpo polinesiano che veglia su questo angolo di mondo per preservarlo da ogni intervento esterno. Sotto il Tropico del Capricorno, decentrate rispetto a Tahiti, le isole Australi sono quelle che hanno mantenute uno stile di vita più autenticamente polinesiano.
Dal clima più fresco, l’arcipelago è un insieme di colori per le splendide abitazioni color pastello, costruite in pietra corallina. Tra la gente permane un diffuso sentimento religioso e nell’isola di Rurutu, nel mese di gennaio, gli antichi riti terminano con una tradizionale gara di sollevamento pesi, cui partecipano uomini e donne.

Segno, forse, della lontananza dell’uomo bianco e della presenza della natura incontaminata, le balene si trovano in queste acque ed è possibile ammirarle tra giugno e ottobre.

L’arcipelago delle Gamblier è quello che reca le maggiori tracce dell’arrivo degli europei. Furono i gesuiti a distruggere i resti della cultura politeista preesistente con la costruzione, al posto dei tradizionali luoghi di culto, di imponenti edifici religiosi.
La sua morfologia ha caratteristiche eccezionali, perché il 95% delle isole sono atolli, una percentuale unica nella Polinesia francese. Per questo l’arcipelago è noto per essere la culla delle perle polinesiane. La perla nera è invece caratteristica dell’arcipelago delle TUAMOTU, famose anche per essere il paradiso del diving.
RANGIROA, che significa “cielo infinito” per la continuità del colore azzurro del cielo che si rispecchia nelle numerose lagune, è l’atollo più grande della Polinesia francese, con 240 motu (isolotti), separati da più di 100 piccoli canali.
Squali grigi, mante, pesci napoleone, cernie, sono solo alcune delle creature che popolano le acque circondate da questo nastro di isole. Henua Enana, “terra degli uomini”, così venivano chiamati dai nativi dell’arcipelago delle Marchesi, ma oggi, l’esiguo numero della popolazione che le abita è concentrata in poche delle 12 isole di cui è composto l’arcipelago. A 1500 chilometri da Tahiti è il gruppo situato più a nord, in prossimità dell’Equatore. Qui è nata l’antica arte del tatuaggio.
Continuando il nostro viaggio arriviamo a TONGA, forse l’unica terra del pacifico a non essere stata colonizzata.
Gli abitanti erano guerrieri valorosi e seppero salvarsi dalla conquista degli europei che a più riprese giunsero sulle loro coste.

La cultura di questi popoli, governati da una monarchia ereditaria, si è sposata pacificamente con la religione cristiana, cui hanno aderito con fervore. Le terre di Tonga sono costituite da 171 isole e atolli, di cui solo 40 abitate e si dividono in quattro gruppi: Tongatapo, He’apai, Vava’u e Niuas.

Queste isole conservano ancora la tradizionale cordialità e benevola e festosa accoglienza, insieme ad un patrimonio naturale unico: foreste pluviali, laghi vulcanici e bocche eruttive – che possono essere visitati in lunghe escursioni.
Immersioni subacquee e discese alla corda sulle pareti delle scogliere attendono i più avventurosi che potranno ammirare anche due specie di iguane molto rare, volpi volanti, pipistrelli considerati sacri e protetti nelle sette aree tutelate, tra parchi naturali e riserve marine.
Il 4 luglio si festeggia il tradizionale Heilala festival, festa del fiore nazionale. Nella capitale Nuku’alofa, “dimora dell’amore”, si fondono gli elementi caratteristici della tradizione autoctona, i Palazzi e le Tombe reali, le antiche e magnifiche chiese cristiane, testimonianza della cultura occidentale.
Il Tongatapo orientale conserva la più grande concentrazione di siti archeologici del pacifico, resti delle tombe delle antiche dinastie.
Ecco, quando pensiamo alla Polinesia, la mente va subito al mare e alle spiagge ma, se si desidera capire un po’ di storia degli atolli e vedere oltre il mare, anche qui è possibile farlo.
E’ sempre il paradiso desiderato da tutte le persone, ma si deve andare anche oltre quello che ci hanno sempre mostrato. C’è molto di più.

Liliana Comandè

In giro per il mondo: Polinesia
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In giro per il mondo: Seychelles

11 Aprile 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: Seychelles

UN ARCIPELAGO ANCORA INCONTAMINATO LA CUI BELLEZZA FA RIMANERE SENZA FIATO.

Il nome è indubbiamente melodioso e ricco di fascino esotico e chi non ha mai visitato anche una sola delle tante isole che ne compongono l’arcipelago, non può immaginarne la grande bellezza. Una bellezza che spazia dal mare limpido e cristallino alle bianchissime spiagge, dalla vegetazione rigogliosa, piena di colori e di profumi, alla popolazione creola ben predisposta all’accoglienza del turista. Nel mondo, fortunatamente, ci sono ancora alcuni luoghi incontaminati e le Seychelles, a pieno diritto, possono definirsi tali. Un Governo lungimirante, infatti, da molti anni ha a cuore la conservazione del suo ecosistema impedendo anche la costruzione di nuove strutture alberghiere per non alterarne l’equilibrio.

Niente turismo di massa, quindi, nessun sovrappopolamento in ogni periodo dell’anno. Tutto rimane circoscritto nell’ambito di un turismo che non altera l’armonia delle isole, della loro flora, della loro fauna e della loro popolazione.

Le Seychelles sono un grande patrimonio naturale da rispettare e conservare per tutta l’umanità. È questo il compito che i seychellesi si sono prefissati da tanti anni e che ogni “buon” turista, consapevole dell’importanza del mantenimento di un simile paradiso, dovrebbe aiutare a proteggere e a conservare. Un turista con una coscienza ecologica è il miglior turista che queste meravigliose isole possano ospitare.

CONOSCIAMONE UN PO’ LA STORIA…

Le Seychelles, oltre 65.00 abitanti distribuiti su una trentina di isole in parte coralline e in parte granitiche, si trovano nell’Oceano Indiano a 1.100 Km circa a nord est del Madagascar e poco più a sud dell’equatore. Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo, furono colonizzate dal francese L. Picault, inviato dal governatore delle Mascarene, che le chiamò inizialmente “Boudonnais”. Nel 1756 passarono alla Compagnia Francese delle Indie Orientali con il nome di Seychelles, derivato dal cognome dell’intendente generale delle finanze sotto Luigi XV, Moreau de Seychelles. Sotto Napoleone, invece, divennero luogo di deportazione di detenuti politici. Con il trattato di Parigi del 1814 le Seychelles vennero cedute agli inglesi ma nel 1976 hanno ottenutol’indipendenza. I primi abitanti si stabilirono alle Seychelles un paio di secoli fa ed erano costituiti da schiavi liberati dalle navi negriere, da coloni di origine francese, da indiani e cinesi. Tutte queste unioni hanno dato origine alla bella razza creola che vive soprattutto a Mahè, e in particolare a Victoria, capitale e centro vivacissimo con il suo mercato pieno di banchi di pesce, di frutta esotica, di oggetti di artigianato locale e con un’incredibile miniatura del Big Ben londinese “ che campeggia” nella piazza centrale.

LE PRIME IMPRESSIONI…

Appena si esce dall’aeroporto di Mahé, non si può fare a meno di notare che il paesaggio è molto più bello di quello che viene descritto da chi già ha avuto la fortuna di visitare le Seychelles. Si rimane stupefatti davanti alla vegetazione lussureggiante e varia. Ovunque palme, banani, felci, enormi acacie dai fiori rossi, fiori profumati, filodendri che si arrampicano sulle palme, alberi del pane, takamaca – tipico albero locale che cresce e quasi si adagia con il suo tronco e le verdi foglie sulle candide spiagge – e tantissime piante, che da noi raggiungono a malapena il metro di altezza, e qui, invece, sono alberi “vigorosi”.

Lontani dal traffico delle città, e liberi di respirare aria priva di smog, è facile farsi condizionare dai ritmi lenti e rilassati degli abitanti del luogo. Un inconsueto profumo di terra, piante, fiori e mare permea l’aria dell’isola più grande, così come quella di Praslin e La Dique – le altre due isole più conosciute dell’arcipelago.

Qui è tangibile il trionfo della natura rispetto all’uomo. Gli occhi si beano di tanto splendore e non possono fare a meno di ammirare le lunghissime e candide spiagge – orlate da alte palme e da takamaca – il mare, veramente incontaminato e di un colore che si fonde facilmente con quello del cielo; la fitta vegetazione, la varietà di uccelli che volano a bassa quota e sembrano non aver paura dell’uomo.

Vale proprio la pena di girare le isole e conoscerne sia i luoghi più nascosti e più belli, sia gli abitanti e il loro modo di vivere semplice e a stretto contatto con l’habitat. Al tramonto, in un’atmosfera che ha il sapore di tempi lontani, è facile incontrare gruppi di pescatori che, sulla riva di una qualsiasi spiaggia, scaricano dalle loro barche il pesce appena pescato. Nessuno grida, nessuno ha fretta, e il pesce viene spostato dalle piccole imbarcazioni con la massima calma.

Le semplici case dei seychellesi sono circondate da giardini nei quali gli alberi di papaya e banani sono carichi di buoni frutti. I bambini sono molto socievoli belli, con la loro pelle vellutata e gli occhi scuri, e si lasciano fotografare volentieri anche quando si incontrano all’uscita della scuola. Come in ogni altro posto del mondo – tranne in Italia – Indossano tutti ordinatamente la divisa scolastica, anche i ragazzi delle scuole superiori.

COSA SI PUÒ FARE?

Oltre alle escursioni che si possono effettuare all’interno di Mahé, è consigliabile quella al Parco Marino di Sainte Anne. Un’immersione nel suo reef, con maschera e boccaglio, è una delle esperienze più entusiasmanti che si possano provare. La barriera corallina pullula di vita e la moltitudine di pesci e coralli variopinti la fanno quasi somigliare ad un giardino fiorito.

Il paesaggio sottomarino è quantomai affascinante: coralli rossi, blu, neri e bianchi, a gruppi o isolati, formano una specie di scenografia unica nel suo genere, mentre pesci di piccole e medie dimensioni e dai nomi curiosi, come quello di pesce-leone, pesce-angelo, pesce-Picasso – nuotano tranquillamente fra questi organismi viventi.

A chi piace tuffarsi in un mare dal colore inimmaginabile, ma non protetto dal reef, per cui è spesso “mosso” con delle alte onde, non deve perdere l’occasione di farlo ad “Anse Intendence”, dotata anche di una larga e bianca spiaggia sulla quale si può sostare in tutta tranquillità.

PRASLIN, CANDIDE SPIAGGE E FORESTA PRIMORDIALE

Non si può andare alle Seychelles e non soggiornare o visitare la sua seconda isola, per grandezza, Praslin. Di origine granitica e meno montagnosa di Mahé, Praslin ha le spiagge sabbiose di un colore bianco così abbagliante che è quasi impossibile guardare la sabbia senza indossare gli occhiali da sole. E’ ricoperta da una fitta e insolita vegetazione che raggiunge il suo culmine nella Vallée de Mai, foresta incontaminata e unico posto al mondo – e unica isola delle Seychelles – dove cresce spontaneamente quel frutto raro che è il “coco de mer”, così somigliante agli organi genitali maschile e femminile da suscitare sempre tanto stupore fra le persone che hanno la fortuna di osservarlo da vicino. Una leggenda locale narra che il suo nome derivi dal fatto che fosse il frutto di un grande albero sottomarino, mentre un’altra – più affascinante ma non credibile – racconta che l’accoppiamento delle due palme avviene nelle notti di tempesta e solo in quest’isola. Ma nessun essere umano può assistere all’incontro amoroso perché ne riceverebbe sciagure.

Nella Vallée de Mai è stato creato un percorso che permette di osservare questa specie di jungla primordiale nella quale, in alcuni punti, a malapena riesce a trapelare la luce. Fa impressione quando il vento fa muovere le palme perché le foglie, nello sbattere, riproducono un suono quasi metallico – simile a quello delle lamiere. Nella Vallée si ode soltanto il canto solitario di qualche uccello che rompe il silenzio di quel luogo incantato la cui bellezza selvaggia attira ogni anno numerosi turisti

Ma Praslin è nota anche per la bellezza di quella che qualcuno definisce la spiaggia più bella del mondo il cui nome, Anse Lazio (si, avete letto bene, è proprio Anse Lazio), ci sembra familiare perché è uguale a quello di una delle nostre regioni. Situata a nord ovest dell’isola, su questa bianchissima spiaggia c’è addirittura un piccolo lago nel quale si riflette il verde della vegetazione che ricopre un’altura situata alla sua sinistra.

Fa impressione vedere quello specchio d’acqua incastonato nella sabbia, ma anche le formazioni granitiche che si trovano sia a destra che a sinistra dell’ampia spiaggia, e che, se ci s’inoltra nei piccoli passaggi che ci sono nelle rocce – sulla parte sinistra – si può sostare nelle splendide insenature, tutte circondate da alti alberi di cocco i cui frutti cadono sulla sabbia. Descrivere lo splendido colore del mare e gli incontri “ravvicinati” che si effettuano con i suoi coloratissimi pesci potrebbe sembrare esagerato e ripetitivo, ma è la pura verità. Si può soltanto dire che è meraviglioso e indimenticabile poter nuotare in posti simili!

LA DIGUE, I SUOI GRANITI E LA SUA BELLEZZA UNICA…

A circa 30 minuti di barca da Praslin c’è la Digue, intatto atollo dalle granitiche sculture e dalle inimmaginabili spiagge solitarie lambite da un mare trasparentissimo. Il suo fascino maggiore consiste nell’aver conservato l’antica atmosfera coloniale rifiutando – nei limiti del possibile – la modernità dei mezzi di trasporto meccanici.

Poche automobili sono adibite al trasporto delle merci, mentre per lo spostamento delle persone sono utilizzate le biciclette e alcuni carri trainati da buoi. Ma anche andare a piedi è piacevole perché in un’ora si riesce ad arrivare da una parte all’altra dell’isola. A La Digue, come in tutte le isole delle Seychelles, le palme sono le regine incontrastate della vegetazione, ma qui sono più alte che nelle altre isole.

Se ci si va a fine ottobre-novembre si possono osservare anche le numerose varietà di orchidee selvatiche che crescono nei cespugli che costeggiano i sentieri. La Digue è naturalmente protetta dal reef e le sue spiagge sono circondate dalle rocce granitiche che sembrano quasi volersi congiungere con il mare.

È su quest’isola che sono stati girati film come “Robinson Crosue” ed “Emanuelle”, perché ritenuto l’ambiente ideale per rappresentare una natura incontaminata.

Le sue spiagge sono bianche o bianco-rosato e sono ricche di conchiglie e coralli (che è proibito, però, raccogliere). L’isola è nota per la lavorazione del cocco e della vaniglia ed è interessante visitare la “fabbrica” dove le noci di cocco vengono vuotate del guscio per prepararle alla trasformazione in olio da esportare poi all’estero. All’interno dell’isola, una grande roccia granitica e la visione di tartarughe giganti merita senz’altro una escursione.

TANTI MOTIVI PER TORNARE ALLE SEYCHELLES…

Se si disponesse di molto tempo si potrebbero visitare anche le altre isole che compongono l’arcipelago perché ognuna è diversa dall’altra. Si potrebbe andare, ad esempio, a Denis Island, meta d’obbligo per chi pratica la pesca d’altura; a Bird Island, isola prediletta degli ornitologi e di chi ama il bird watching.

Da maggio a settembre, infatti, è il regno di oltre due milioni di uccelli che vi nidificano. Aldabra, inoltre, non è da trascurare perché è considerata una delle ultime meraviglie “al naturale”. È il più grande atollo al mondo – protetto e gestito dalla Fondazione isole Seychelles – nel quale vivono ancora allo stato selvaggio le tartarughe giganti. Ormai solo ad Aldabra e alle Galapagos si possono osservare queste enormi testuggini che altrove si sono estinte.

Ma le Seychelles meritano più di una visita anche per la loro gastronomia. La cucina creola, infatti, è l’esaltazione dei profumi e dei sapori dei prodotti naturali delle sue isole. Naturalmente gli ingredienti base sono il pesce e il riso sapientemente combinati con l’aggiunta di spezie esotiche. La frutta, poi, è veramente saporita: dalla papaya al mango, dal frutto della passione alle banane e all’ananas, si possono fare delle vere “scorpacciate” senza il timore di ingerire concimi chimici o OGM.

Liliana Comandè

In giro per il mondo: Seychelles
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Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

3 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #fantasy

Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

Thingvellir: alle spalle il contrafforte di basalto nero, davanti l’immenso prato ricoperto di lichene dove si svolgeva l’Althing, il parlamento a cielo aperto degli islandesi. Nell’aria fredda e odorosa di zolfo, in questa terra di lava color asfalto, fra dune di pomice e sbuffi di geyser, necessita compiere una classificazione di ricordi e associazioni mentali che ci si affastellano confusi nella testa.

Cominciamo con l’Edda.

Il termine Edda, al plurale Eddur, si riferisce a due testi in norreno entrambi scritti in Islanda durante il XIII secolo. L’Edda poetica, o Edda antica, e l’Edda in prosa, quella di Snorri.

L’Edda antica trae origine dal Codex Regius, manoscritto composto nel XIII secolo, di cui si sono perse le tracce fino al 1643. La parte iniziale è la nota Völuspa, la profezia della veggente, fonte preziosa di conoscenza della mitologia e della cosmogonia norrena. La veggente parla con Odino e gli narra della creazione del mondo e del Ragnarök, il suo catastrofico destino. All’interno della Völuspa sei stanze sono dedicate a un elenco di nomi di nani, da cui Tolkien ha attinto a piene mani per la sua trilogia. Nel 2009 la Harper e Collins ha pubblicato un lavoro postumo di Tolkien sull’Edda poetica, intitolato La leggenda di Sigurd e Gudrun, in un inglese che cerca di riproporre il metro allitterativo del norreno.

L’Edda in prosa, scritta attorno al 1220 da Snorri Sturluson, poeta e politico facente parte dl parlamento islandese, comincia con una rievocazione dei miti e delle leggende già presenti nell’Edda antica ma poi evolve in un manuale di poetica, mirato a far capire i meccanismi della poesia scaldica.

Derivata dalla voce islandese skald, cioè poeta, la poesia scaldica è complessa, intricata, allitterativa, spesso composta in lode di un particolare signore. Abbonda in Kenningar, cioè metafore ermetiche, perifrasi poetiche e immaginative che sostituiscono il nome di una cosa. L’uso della Kenning è comune nella letteratura norrena, celtica e anglosassone, se ne ritrovano esempi anche nel Beowulf, e la poesia scaldica si avvicina a quella trobadorica e provenzale.

Snorri è anche noto per aver sostenuto che gli dei non fossero altro che capi militari poi venerati (in questo riproponendo la teoria del filosofo Evemero).

Occupiamoci adesso delle Saghe degli islandesi.

La forma letteraria più vicina al romanzo moderno avutasi nel medioevo, capace addirittura di coniare un termine nuovo, è, appunto, la “saga”, che ha nella sua radice il verbo “dire”.

Le Islendigasögur sono storie di famiglia - scritte su velli di pecora in un periodo dal dodicesimo al quattordicesimo secolo - che parlano di persone realmente esistite, di fatti accaduti alle prime generazioni di coloni trasferitesi dalla Norvegia in Islanda, di viaggi avventurosi in Groenlandia e Nordamerica (prima di Cristoforo Colombo), dell’insofferenza verso i re norvegesi e danesi, delle razzie compiute per conquistare terra, bottino e indipendenza.

La società descritta è simile alla borghesia del diciottesimo secolo in cui prenderà piede il genere del romanzo.

The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen”. (Robert Kellog)

Dalle saghe apprendiamo la storia, la geografia ma anche dettagli minuti della vita quotidiana dell’epoca, le complicate relazioni familiari, il concetto di onore, il potere dei godi, a metà fra preti e capi politici.

Sia i due libri dell’Edda che le Saghe Islandesi sono tentativi di conservare la tradizione del passato pagano operati durante un medioevo già cristiano.

Contemporanee di Chrétien de Troyes, di Chaucer e di Dante, non sono scritte per un pubblico aristocratico ma per gente comune, proprio come il romanzo. Le saghe sono il prodotto del popolo, di agricoltori e pescatori che sedevano attorno al fuoco la sera e rievocavano le gesta di antenati e persone famose. I protagonisti non sono eroi semidivini ma contadini e possidenti terrieri, un universo maschile di rudi combattenti e fuorilegge, sebbene alcune storie diano spazio anche ad eroine femminili.

Se in spirito ricordano l’epica, non sono in versi bensì in una prosa che mescola ironia, umorismo e nostalgia. Si differenziano dal romance medievale per la poca attenzione data alla fantasia e all’amor cortese e per la mancanza del lieto fine.

Ospitano, tuttavia, molti elementi magici e fantastici, alcuni dei quali sono stati ripresi da Tolkien: i trolls, i fantasmi, i Berserker, ovvero feroci guerrieri scandinavi che avevano fatto giuramento a Odino.

La più famosa è l’Egils saga, da molti ritenuta opera di Snorri. Egil Skallagrimsson fu il più grande scaldo islandese. Molti degli eroi di cui si narra nelle saghe erano anche poeti, capaci di recitare versi celebrativi, ma non falsamente adulatori, in onore dei loro sovrani. E tuttavia le parole erano usate anche come armi per ferire e umiliare.

Gli autori delle saghe sono ignoti e le storie sono state prima tramandate oralmente e poi, solo successivamente, raccolte in forma scritta, dopo l’ introduzione della scrittura sull’isola nel XII secolo ma, anche su questo, non c’è nessuna certezza. Lo stesso concetto di autore è molto diverso dall’attuale, indicando solo “l’iniziatore” di una storia, che non impronta di sé e del suo stile personale la materia trattata.

Una prosa come quella delle saghe era rara nella letteratura del periodo, se si eccettuano il Decamerone e la vulgata francese del ciclo arturiano.

“The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe.” (Robert Kellog)

Le storie non iniziano mai in medias res ma cercano di raccontare gli eventi in ordine cronologico. Il linguaggio è diretto e semplice, grande spazio è dato al dialogo. I personaggi sono introdotti da una complicata genealogia e dal patronimico, che Tolkien riprenderà e svilupperà nelle appendici. Una delle funzioni delle saghe era anche la trasmissione di queste genealogie, ed esse avevano un intento didascalico oltre che d’intrattenimento.

Di solito la saga si apre bruscamente, con un’introduzione banale: “C’era un uomo di nome etc”. La precisione nella localizzazione geografica del racconto e nell’individuazione dell’esatto contesto storico è massima. La storia racconta di un conflitto, nato per questioni banali e comuni, del suo sviluppo sanguinoso e di faide e vendette successive. I personaggi, tuttavia, mantengono qualcosa di mitico, capacità magiche nel loro canto, potere divinatorio.

Sebbene, come abbiamo detto, siano in prevalentemente in prosa, contengono al loro interno anche dei versi, inizialmente visti come una fonte d’informazione e autorità storica, in seguito divenuti mezzo di espressione della mente e dei pensieri dei protagonisti.

Concludiamo con il molto più recente Kalevala.

Nel 1835 Elias Lönrot riordina e pubblica sotto forma di poema una vasta collezione di ballate eroiche in careliano. La versione successiva, del 1849, è più completa. I Careliani sono finnici che hanno avuto contatto – guarda caso – con i vichinghi. La loro lingua, appartenente al gruppo ugrofinnico, non è di origine indoeuropea. Kalevala significa “Terra di Kaleva”, ossia, appunto, Finlandia.

Anche in questo caso si tratta del recupero di antiche tradizioni e antichi canti. Il poema è tuttora cantato da alcuni anziani bardi con valenze sciamaniche.

Fu tradotto da Igino Cocchi nel 1909 e nel 1010 dal livornese Paolo Emilio Pavolini (padre del famoso gerarca Alessandro). Quest’ultima versione, in ottonari - il metro originale del testo finnico - è disponibile in un’edizione curata da Roberto Arduini e Cecilia Barella per la casa editrice Il Cerchio di Rimini.

La storia dell’eroe e poeta Väinamöinen, del fabbro Ilmarinen e del guerriero Lemminkäinen ha in parte ispirato il poeta americano Longfellow, il compositore Sibelius e, infine, Tolkien con Il Silmarillion e la struttura delle lingue elfiche. Tutto gira intorno alla ricerca di una sposa per gli eroi protagonisti, e del Sampo, un mulino magico che assicura ricchezza a chi lo possiede.

Molti gli adattamenti e riduzioni per ragazzi, in particolare ci piace ricordare quella edita nel 1961 per i tipi di Malipiero, di cui riportiamo uno stralcio:

L’intrepido vegliardo Vainamonen, immensamente forte, era il cantore di Kalevala” (Per cantore intendiamo uno scaldo, un eroe poeta simile a quelli presentii nell’Edda e nelle Saghe islandesi, che ha nel suo canto anche capacità magiche e taumaturgiche). “Il suo canto era come il cielo: copriva tutta la grande regione di Kalevala, e la copriva di giorno e di notte, come un vento gagliardo capace di profferire parole musicate che tutti udivano anche chiusi dentro le capanne. La sua fama giunse lontano, come un’acqua che si spande nelle pianure. Giunse così fino alle terre di mezzogiorno, nei luoghi di Poiola.

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Riferimenti

Robert Kellog, Introduzione a “The Sagas of Icelanders”, Penguin 2000

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In giro per il mondo: il Queensland

28 Febbraio 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: il Queensland
Fra noi e l’Australia ci sono 12.000 chilometri, ma vale la pena di mettersi l’animo in pace e trascorrere un bel po’ di ore a bordo di un aereo per raggiungerla. Il Queensland è forse la parte più bella e conosciuta di questo enorme paese che, da terra di nostri emigranti, è diventata terra di vacanza.

Iniziamo a parlare di Cairns, una delle più importanti città del Queensland settentrionale. La città è nata nel 1876 come punto di raccolta per l’approvvigionamento merci, ad uso delle varie miniere d’oro e di zinco esistenti nell’entroterra della zona. Cairns è considerata la “capitale” della grande barriera corallina australiana, e le sue bellissime spiagge las rendono un luogo di vacanza tra i più ambiti del mondo, grazie anche ad un importante porto dal quale partono tutte le navi da crociera, e alle navi di appoggio utilizzate per chi vuole fare immersioni nella barriera corallina più estesa del mondo.
Una meraviglia naturale, quest’ultima, che si sviluppa per una lunghezza di oltre 4.500 chilometri (copre una superficie grande quanto il Regno Unito e l’Irlanda) di cui oltre 2.000 km solo nella regione del Queensland. Nella zona, inoltre, si contano circa 100 isole e isolotti.
Cairns, quindi, rappresenta un ideale punto di partenza e di arrivo per i turisti interessati a visitare il grande continente australiano.
Gennaio è il mese più umido del periodo considerato meno buono che va da novembre a marzo. Sono frequenti gli acquazzoni che si abbattono sulla regione e che i locali usano scherzosamente definire “the liquid sunshine"
Il primo contatto con il mare australiano avviene in una zona residenziale dove gli australiani amano trascorrere le loro vacanze estive. I numerosi alberghi e i vari locali di intrattenimento, oltre allo splendido mare con le attività ad esso connesse, rendono questo posto molto ambito e di gran moda.
Il clima sub tropicale e le piogge abbondanti favoriscono lo sviluppo di una rigogliosa vegetazione, che si estende per buona parte della costiera del Queensland del nord che, oltrepassando Cape Tribulation, arriva fino a Cape York penisula, estrema punta dell’Australia Nord-est e facente parte delle aree protette della Daintree Rain Forest National Park, un territorio occupato esclusivamente da qualche insediamento di tribù aborigene.

UNA NATURA INTATTA

Nella rain forest vivono in totale libertà molti animali acquatici ed uccelli, e nei numerosi corsi d’acqua nuotano indisturbati pericolosi coccodrilli molto temuti dai locali. Ma l’uomo, si sa, non conosce limiti né si fa vincere dalla paura e, quindi, ha costituito dei bellissimi e confortevoli Resort e Lodge, tutti rigorosamente in legno e completamente immersi nella vastità della foresta pluviale. Le costruzioni, però, sono state progettate per essere in piena armonia con l’ambiente naturale e la vegetazione circostante.

Molto suggestivi i resort, le cui pareti-vetrate della sala da bagno sono circondate dalla vegetazione che protegge da occhi indiscreti e dà una sensazione di piena libertà. Immergersi nella vasca da bagno ed essere circondati da un’impenetrabile foresta è una sensazione davvero bellissima, e trascorrere una o più notti in uno di questi resort è veramente molto emozionante. I rumori e i suoni degli abitanti di questa fitta jungla riempiono gli spazi del silenzio notturno, e le “voci” degli animali e degli innumerevoli uccelli fanno da controcanto alle rane gracidanti che cercano di attirare il partner di sesso opposto. Trovarsi in un luogo così unico, e rendersi conto così intensamente delle meraviglie circostanti, fa sì che il soggiorno nei Lodge sia un’interessante esperienza da vivere soprattutto per chi ama il vero contatto con la natura incontaminata. E qui lo è veramente!

LE JELLY FISH BOX

Prima di intraprendere un viaggio è importante sapere se i luoghi che si andranno a visitare sono soggetti a fenomeni naturali che, però, non sono ideali per chi vuole trascorrere solo un periodo di vacanza tipicamente balneare. Il mare, infatti, nel periodo che va da novembre a marzo, è interessato dal fenomeno delle meduse. Ce ne sono di diverse specie ma la più conosciuta e pericolosa è la “Jelly Fish Box”, così chiamate per la sua forma a scatola.

La medusa, pur essendo grande pochi centimetri, ha dei filamenti lunghi oltre un metro molto urticanti e pericolosi per l’uomo se vengono a contatto con la pelle. A volte possono causare la morte se non si agisce i tempo con un antidoto. Nelle spiagge più frequentate ci sono aree circoscritte da reti di protezione entro le quali si può fare il bagno in tutta sicurezza. Nella malaugurata circostanza di contatto con la Jelly Fish Box, i bagnini sono attrezzati per un pronto soccorso rapido ed efficiente. A tal proposito, non di rado si incontrano persone che fanno il bagno in mare vestendo una specie di tutina, leggerissima e colorata, a protezione sia dei raggi solari che da eventuali contatti urticanti. Inoltre, anche nel periodo interessato dal fenomeno, se ci si allontana poche centinaia di metri dalla costa, le meduse non ci sono più in quanto non sono assolutamente presenti in tutta la barriera corallina.

IL PARADISO DEI SUB

L’esperienza di un’immersione con le bombole in queste acque – considerate l’ottava meraviglia del mondo ed incluse nella lista del Patrimonio Naturale Mondiale – dona un’emozione indescrivibile. Tutto ciò che i documenti naturalistici ci mostrano non descrivono a sufficienza quello che si vede a pochi metri di profondità con i propri occhi. I coralli vivi e di tutti i colori, le Tridacne Giganti che misurano un metro di larghezza e che si chiudono di scatto non appena vengono sfiorate; le migliaia di pesci multicolori che, incuriositi, ti girano intorno sfiorandoti appena; un mare cristallino che permette una buona visibilità fino a 60 metri di profondità; una moderna e confortevole barca di appoggio superattrezzata e un equipaggio di professionisti formato da esperti trainer, sono il “plus” per chi si vuole cimentare in una “Scuba Diving experience”, adatta anche a dei neofiti che si immergono per la prima volta, attratti dalla moltitudine di pesci che nuotano sfiorando la superficie del mare.

UN PAESAGGIO VARIEGATO

Lasciando il mare e andando verso Sud, in direzione della bella e moderna cittadina di Townsville – costeggiando parte delle Black Mountains – si incontrano tanti piccoli paesi caratterizzati dalle tipiche abitazioni di legno a due piani e con i tetti spioventi. La parte inferiore delle case è lasciata aperta, senza pareti, in modo da permettere il passaggio dell’aria che consente una buona climatizzazione della casa sovrastante.

La zona pianeggiante, molto verde, è stata colonizzata dai contadini (Farmers), dediti alla coltivazione e alla lavorazione della canna da zucchero che, in un tempo non molto lontano, era una delle industrie primarie del Queensland. A est, di fronte a un mare di colore turchese, si ammirano le bianche spiagge di Mission Beach di Tully, nota cittadina vacanziera della costa e, in lontananza, si delineano le silouette delle isole di Dunk Island, Hinchinbrook Island e Orpheus Island.

I KOALA NEL LORO HABITAT

Da Townsville si raggiunge, in 25 minuti di traghetto, Magnetic Island. La leggenda vuole il suo nome legato agli strumenti di bordo della nave del Capitano Cook, il quale, mentre navigava alla scoperta delle coste Australiane, in vicinanza dell’isola, vide letteralmente “impazzire” gli strumenti per la forte attrazione magnetica delle rocce. La causa risiedeva nella forte presenza della magnetite contenuta in queste ultime.
Nel suo parco naturale e protetto non è difficile incontrare Koala solitari o in compagnia dei loro piccoli, oltre a una grande varietà di piante e uccelli. Sull’isola, inoltre, è possibile praticare numerosi sport acquatici ed altre attività per trascorrere una bella vacanza e impegnare il tempo libero.

Ritornando invece a Townsville, oltre alla visita dell’acquario HQ Acquarium, nel quale si possono ammirare esemplari di coralli di tutte le specie, in una sezione adiacente si può vedere il relitto della nave “HMS Pandora”. Il nome non ci dice niente, però la HMS Pandora è la nave che diede la caccia agli “ammutinati del Bounty”, resi noti da un bel film interpretato da Marlon Brando e, nella realtà, catturati a Tahiti. La nave naufragò contro la barriera corallina mentre riportava in patria il comandante e l’equipaggio del Bounty.

UN “SANTUARIO” PER GLI ANIMALI

Un posto consigliato per un’interessante visita è il Billabong Sanctuary che si trova a 17 km a sud di Townsville. In un parco si possono osservare animali di specie protette che vengono curati e nutriti. Qui, oltre a vedere coccodrilli e canguri, si possono coccolare, tenendoli in braccio, dei cuccioli di koala. Gli animali hanno la pelliccia profumata di balsamo di eucalipto – dovuto al fatto che mangiano grandi quantità di foglie di quest’albero – e quando si prendono in braccio istintivamente si aggrappano al collo delle persone come se fossero bambini che hanno paura di cadere.

E’ motivo di grande emozione l’incontro ravvicinato con questi animali a serio rischio di estinzione, così come lo è quando si prova a tenere in braccio un “baby Wombat o cucciolo di Diavolo della Tasmania”, un orsacchiotto dal pelo ispido color marrone, anch’esso purtroppo in via di estinzione. Socievolissimo, si assopisce con la massima tranquillità in braccio agli uomini, proprio come fa un bambino con i propri genitori.

TRASPORTI AVVENIRISTICI

Ma è tempo di rimettersi in viaggio per visitare nuove località. I mezzi di trasporto del Queensland, non hanno niente a che vedere con

quelli che siamo abituati a utilizzare in Italia e la differenza è veramente notevole. Provate ad immaginare di essere seduti su una comoda poltrona e di avere davanti un piccolo tavolo estratto dallo schienale della poltrona di fronte a voi. Dallo stesso schienale potete estrarre anche uno schermo a cristalli liquidi da cui si può conoscere l’orario di partenza e di arrivo, si può osservare la mappa del territorio che si sta attraversando, conoscere il nome delle fermate, la velocità di crociera, i chilometri percorsi e quelli che mancano per giungere alla meta.

Inoltre, mentre si può osservare tutto ciò che si incontra lungo il tragitto – per mezzo di una telecamera istallata in posizione frontale – una hostess vi chiede se desiderate un giornale o qualcosa da bere. Bene, avrete senz’altro pensato ad un viaggio in aereo, e invece no, non è così. Non si tratta di un tragitto effettuato a bordo di un aeromobile ma di un treno, denominato “Tilt Train”, che collega molte città della costa. Il nome equivale al nostro vecchio “Pendolino”, ma sicuramente in comune ha soltanto il nome e non i servizi!

UN ARCIPELAGO MOZZAFIATO

Da Townsville, in 15 minuti di elicottero, si atterra ad Airlie Beach, l’aeroporto dell’arcipelago delle Whit sunday Island, di cui fanno parte isole meravigliose ed incontaminate tra le quali è doveroso citare Hayman Island, Hook Island, Hamilton Island, Lindeman Island, Pentecost Island, e dove si è sviluppata una rigorosa vegetazione tropicale formata da palmeti.

Il nome Whit sundays deriva dal giorno in cui il capitano Cook attraversò lo stretto che collegava la terra ferma con i mari dei coralli. Quel giorno era detto “Whit Sunday” letteralmente (inerzia domenicale) e così fu chiamato quest’arcipelago. Queste isole, considerate un vero paradiso terrestre, offrono quanto di meglio si possa desiderare per una vacanza in pieno relax. Le strutture alberghiere sono di buon livello e dotate di ogni confort. La ristorazione offre piatti internazionali e la cucina è ottima e ricercata in tutti gli alberghi. In mare si può praticare ogni tipo di sport e la barriera corallina, poco distante, è raggiungibile con una barca o con un idrovolante. Gli appassionati di diving o snorkeling possono addirittura soggiornare su una nave ancorata sulla barriera. Vicino alla nave, una piattaforma galleggiante e attrezzata di tutto punto riesce ad esaudire qualsiasi richiesta dei patiti delle immersioni.

I NUMEROSI LAGHI DI FRASER ISLAND

50 minuti di volo, ancora in direzione sud, e si arriva a Harvey Bay. Da qui, con un traghetto si raggiunge Fraser Island, una delle isole più caratteristiche formata da sola sabbia e ricoperta di vegetazione cresciuta su dune di sabbia alte fino a 400 metri. L’isola, nella parte est, è contornata da una spiaggia lunga oltre 100 km, che viene usata come pista di decollo e atterraggio per aerei mono e bimotore.

Dal punto di vista naturalistico è un vero paradiso.

Qui si trovano ancora i dingos, una particolare razza di cani che vive allo stato selvaggio e numerosi uccelli. Si può nuotare in piccoli laghi naturali di acqua dolce dal colore turchese intenso, circondati da spiagge di sabbia di un biancore quasi accecante. Il famoso lago McKenzie, raggiungibile con un fuoristrada 4×4,attraverso una lussureggiante foresta di eucalipti, permette a quanti lo vogliono di nuotare nelle sue acque dolci e fare picnic sulle sue candide rive. Un “must” da non mancare è il pranzo a base di pesce nel ristorante Happy Valley e una visita al relitto della nave tedesca Maheno, arenata nel 1935 mentre veniva rimorchiata per essere demolita, e andata poi alla deriva per la rottura della catena che la trainava.

BRISBANE, LA CAPITALE DEL QUEENSLAND

Un altro tratto di pullman (circa 4 ora da Maryborough), via Nosa, lungo la statale n.1 sud, e si arriva a Brisbane, la capitale del Queensland. La città ha conservato il suo carattere “old english fashion”, e in alcuni quartieri si possono vedere ancora delle case coloniali in perfetto stato di conservazione, così come i cimiteri monumentali circondati da prati curatissimi e senza recinzioni di sorta.

Nata come colonia penale nel 1824, Brisbane divenne capoluogo dello stato indipendente. Il fiume Brisbane River, navigabile e che l’attraversa per tutta la sua lunghezza, ha svolto un ruolo decisivo per lo sviluppo della città, concepita a misura d’uomo, dove vivono appena 1.500.000 abitanti. Piccola metropoli dall’architettura moderna, già centro commerciale e finanziario del Queensland, oltre ad avere l’aeroporto più grande dello Stato, vanta anche il principale porto marittimo.

Brisbane offre anche svaghi e divertimenti e le strutture alberghiere garantiscono una gamma di livelli adatti a qualsiasi esigenza turistica, sia congressuale che individuale. La storia di Brisbane ebbe inizio nel 1824 quando nacque come colonia penale e,quindi abitata soprattutto da delinquenti deportati dalla lontana Inghilterra. La città è dotata di numerosi parchi che, insieme al fiume che la attraversa, permettono ai suoi abitanti di praticare numerosi sport sia di terra che acquatici. Sono tanti i circoli velici che impegnano gli sportivi di tutte le età.
Lo sviluppo turistico va assumendo un’importante voce nel bilancio economico della città. Brisbane, infatti, è considerata la porta della “Gold Coast” uno dei luoghi di villeggiatura più frequentati dell’Australia.

Secondo quanto affermano gli stessi Australiani non esiste altro posto con così tanti luoghi di divertimento, tanti negozi, pensioni, ostelli, alberghi e una vasta scelta di attività di sport acquatici. Il centro turistico più importante della Gold Coast è “Surfer Paradise” che, adotta il logo delle 3 S: Sun Sand Surf (sole, sabbia, surf), ed ha di fatto iniziato ad essere popolare già dagli anni quaranta.

La sua vivace vita notturna, e le tante opportunità diurne per trascorrere il proprio tempo libero senza annoiarsi, hanno reso questa città unica, tanto da sembrare nata all’insegna del divertimento e della vacanza. Non a caso il nostro stilista Versace ha voluto costruire il suo “palazzo” proprio qui, e oggi l’hotel è unanimemente riconosciuto come uno dei luoghi turistici di culto di tutta la Golden Coast. Ma assieme ai divertimenti e alla modernità, Surfer Paradise permette ai turisti di ricrearsi nei “santuari” naturali.

Subito fuori città, infatti, la grande Rain Forest si presenta nuovamente con tutta la sua maestosità. Immensi e verdi boschi lambiscono il mare cristallino e la sua barriera corallina. L’Australia, e in questo caso, lo stato del Queensland ci convincono che la natura incontaminata qui è ancora la padrona assoluta e l’uomo, che tenta di colonizzarla ed abitarla, ne costituisce soltanto una piccola interferenza. Gli ampi spazi, il mare turchese, le lunghe spiagge, la più bella barriera corallina esistente al mondo, la vegetazione rigogliosa, i numerosi animali – anche rari – le belle città, i deserti, i divertimenti in maniera “easy”, rendono affascinante per chiunque questo continente ormai… non più tanto lontano.

Liliana Comandè

In giro per il mondo: il Queensland
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In giro per il mondo: India

26 Febbraio 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: India

Mistero e religiosità affondano le radici nell’origine dei tempi, custoditi da un popolo semplice ma fiero di questa immensa ricchezza che viene sempre più capita ed apprezzata da quanti si accostano a questo vasto territorio. E’ l’India, un grande Paese, o meglio, un vero continente dove il passato incontra il presente. Una delle più antiche civiltà con una varietà caleidoscopica ed una ricca eredità culturale. Un territorio che va dalle altezze nevose dell’Himalaya alle foreste tropicali del sud, alle spiagge dalla candida sabbia e dal mare cristallino.

Visitare l’India è come vivere un sogno. Tuffarsi in un mondo che parla a tutti con la diversità di razze, di culture, di linguaggio, di ambiente.

Palazzi del Maharaja, lussuosi alberghi, bungalow nelle riserve faunistiche, folkloristici mercati, musicanti nelle strade, templi, deserti, spiagge, montagne, testimonianze di tutte le dominazioni, si offrono all’ammirazione e alla meditazione di ogni visitatore da qualunque parte del mondo provenga.

Parlare dell’India e tracciare un itinerario è troppo limitativo per la grandiosità e la ricchezza di questo meraviglioso Paese. Allora? Ecco alcuni luoghi da visitare.

VARANASI, LA CITTÀ SANTA

Ci si avvia verso la “Città Santaper eccellenza dell’Induismo, cuore spirituale dell’India: Varanasi, una delle più antiche città ancora esistenti al mondo, già vecchia quando Roma fu fondata, fiorente centro commerciale nel 500 a.C., quando il Sadda venne Samath a predicare il suo credo per la prima volta.

Conosciuta anche come Bernares o Kashi (la città eterna), situata sulle rive del fiume sacro Gange, è uno dei luoghi più importanti di pellegrinaggio dell’India.

Nello stato centro-settentrionale del Mudhya Pradesh, Khajuraho è un villaggio unico e irripetibile nell’architettura religiosa indiana.

Degli 85 templi costruiti dai sovrani della dinastia Chandela tra il 950 e il 1050, che fecero di Khajuraho la loro capitale, oggi ne restano 22 suddivisi in tre gruppi (l’Occidentale, l’Orientale, il Meridionale) famosi per le sculture in pietra che riproducono, con rara abilità artistica, la spiritualità dell’epoca, la musica, la danza, la caccia, le celebrazioni, le emozioni umane (paura, dubbio, gelosia, amore, passione).

Sensualità e spiritualità in questo luogo ove gli scultori hanno immortalato la vita dell’India nei diversi aspetti, così com’era mille anni fa (divinità, guerrieri, musicisti, animali reali e mitologici) e con temi più ricorrenti: le donne e il sesso (in ogni tempio sono presenti delle “Aspara”, le fanciulle del cielo).

TAMIL NADU IL PAESE DEI TEMPLI

Stato meridionale dell’India, bagnato dal golfo del Bengala, Tamil Nadu, patria dell’antica civiltà dravidica, ha una delle culture più antiche e complesse del mondo. I Tamil sono un popolo gentile e affascinante: corpi scuri, occhi brillanti, alte fronti rispecchiano l’intelligenza dei Tamil famosi in tutta l’India per la capacità matematiche e scientifiche. Le donne vestono sari dai colori brillanti e ornano i lunghissimi capelli neri con fiori freschi di stagione.

La capitale è Madras, conosciuta come “l’accesso per il Sud”. Itinerari turistici suggeriscono visite a Kanchipuran, Mahablipuran, Tanjavur, Trichi, Maturai (città ricche di templi), ed a Kanniyakumarai, sul mare, e Kodaikanal, sui monti, nonché nelle riserve naturali. Madras fondata nel 1640 dalla Compagnia delle Indie Orientali, è per grandezza la quarta città dell’India e conserva il fascino caratteristico dell’eredità e degli usi dell’India meridionale.

La grandiosità nelle attrattive dell’India non ha limiti. C’è Bikaner, avamposto del deserto settentrionale, antica capitale fondata nel 1488 da RaoBikaji, poi il Lalgarh (Red Fort o Forte Rosso), trasformato in parte in lussuoso albergo, è un palazzo del 19° secolo in mezzo a grandi prati.

Ed ancora: la porta verso il deserto Thar. Jodhpur, splendida città fortificata, cinta da 10 chilometri di altissime mura, e fondata nel 1459 da Rao Jodh, capo dei Rathore che si dichiaravano discendenti diretti del famoso eroe epico indiano “Rama”. Maestosi palazzi decorati e noti per le grate di arenaria rossa, mausolei, templi, laghi, paesaggio desertico e il forte ne fanno una delle città piu’ interessanti da visitare.

Jaipur, la capitale dello stato del Rajasthan, è famosa per gli edifici di arenaria rosa. Fu fondata dal re astronomo Sawaii Jai Singh II° e costruita secondo il Shilpa Shastra, antico trattato indù sull’architettura e scultura. Circondata da mura, su cui si aprono sette porte, Jaipur rivive con lo storico passato le leggende degli antichi Raiput.

Al colore degli edifici, si aggiungono quelli degli abiti delle donne, dei turbanti degli uomini, dei pittoreschi bazar. Una spettacolare fortezza, che appare improvvisamente nel deserto come un miraggio, è Juisalmar, la città d’oro racchiusa tra mura di arenaria gialla: Città medievale con viuzze strette ed impotenti edifici chiamati “Haveli”, la cui popolazione custodisce intatte le antiche tradizioni. Fondata nel XII secolo da Rawal Jaieal, capo Raiput che si proclamava discendente della luna, Jaismar, invece, è particolarmente apprezzata per i palazzi e gli edifici, splendidamente scolpiti e decorati, la cui bellezza è accentuata in modo suggestivo all’alba e al tramonto.

L’incanto dell’India continua nella visita dello Stato del Kerala nella costa sud-occidentale di 575 km, sul mare Arabico, paradiso tropicale che prende il nome da “Kera”, la palma da cocco che qui cresce ovunque. Vi si trovano resti delle diverse influenze straniere (Fenici, Egizi, Arabi, Cinesi per arrivare agli Olandesi, Portoghesi, Inglesi). Commercianti di tutto il mondo sono sempre stati richiamati dalla ricchezza del legno di sandalo, tek, legname e spezie

orientali (zenzero, cannella, cardamomo e pepe).

Oggi migliaia di turisti vengono a godersi una vacanza indimenticabile su queste spiagge dorate ornate da palme. Le più importanti località turistiche del Kerala sono Cechia e Trichur nel centro, Trivandrum e Kovalam Beach nell’estremità meridionale, il Parco Nazionale Periyar e Thekkady ad est, Calicut (Kezinodo) al nord.

I LAGHI DI UDAIPUR

Nel Rajasthan meridionale, tra le verdeggianti Aravalli Hills, ecco la città più romantica dell’India: Udaipur, famosa per i suoi laghi di un blu splendente, per i palazzi di marmo bianco e le verdi colline. Fondata nel 1599 dal Maharana Udai. Circondata da mura, su cui si aprono diverse porte, a soli 48 km c’è il famoso santuario Hindù di Nothdware dedicato a Shri Nathji, un’altra forma del Dio Krishna.

Bangalore, la città-giardino dell’India del sud, è la capitale dello stato del Kamataka, con un clima ottimo tutto l’anno.

Città-fortezza nel 18° secolo, oggi è sede di importanti industrie. Ma sono tante le attrattive che offre ai visitatori: monumenti: Palazzo e Forte di Tipu Sultan; giardini botanici Lalbagh; Cubbon Park; Bull Temple (in stile dravidico con un toro scolpito in un blocco unico di granito grigio); il palazzo di Bangalore al centro della città, unico edificio che si ispira al Windsor Castle costruito in stile Tudor; il Gouvernment Museum (uno dei pochi musei indiani con una stupenda collezione di monete, antichi dipinti e interessanti reperti archeologici).

Mysore, la città dei palazzi, della seta e del legno di sandalo, ex capitale di un principato, ha una ricca eredità artistica e culturale ed un clima salubre. Per dieci giorni, in settembre-ottobre, la Festa Oussehra fa rivivere lo splendore del Maharajà ed è motivo di richiamo per i turisti.

GOA LA PERLA D’ORIENTE

E’ una delle località più amate dai turisti di tutto il mondo. Goa, sulla costa occidentale, offre 100 km di finissima sabbia bianca sul mare Arabico. E’ un vero paradiso delle vacanze con i villaggi turistici e tutti i sport acquatici. Nel 16° secolo e durante la dominazione portoghese, Goa divenne sede del cattolicesimo nell’est e anche una grande potenza.

Dal 1961 fa parte dell’India, mantiene però un “sapore” portoghese nelle tipiche “plazas”, le tavernette, le vie intonacate di bianco, l’architettura coloniale e le grandi chiese.

Agra è la città del famosissimo “Taj Mahal” un monumento all’amore costruito ne l652 dall’imperatore Mogol Shah Jahan in memoria dell’adorata moglie Mumtaz Mahal, morta prematuramente.

Ammirare questo monumento all’amore è uno spettacolo che incanta; forse la visione più commovente si ha da una torre ottagonale della Fortezza oltre il fiume Jamuna dove l’Imperatore Shah Jahan imprigionato e visse fino alla morte fissando la tomba di sua moglie.

Il palazzo, costruito in ventidue anni dai migliori artisti dell’epoca è in marmo bianco incastonato di pietre preziose e contiene i cenotafi dell’Imperatore e della moglie nascosti dietro una graziosa grata in pietra.

Agra è a 56 km dalla Riserva Ornitologica di Bharatpur e a 200 km da Delhi via Matura.

DELHI, MUMBAI, CALCUTTA

Per tutti, però, l’India si identifica nelle tre città: Delhi, Mumbai, Calcutta.

Città vecchia e città nuova, storica città ricca di splendori e di gloria: New Delhi ha una storia che risale ad oltre tremila anni ed è indicata nel leggendario poema indiano “ Mahabharata” come visione dell’antica “Indraprastha”. Sette volte Delhi combatté per la propria sopravvivenza, e ogni occupazione, indu, mussulmana, mogol, inglese, lasciò una ricca eredità culturale e architettonica in templi, palazzi, fortezze, mercati, monumenti, torri, ecc.

Fu a Delhi che l’Imperatore persiano Nadir Shah si portò via il magnifico “Trono del Pavone” e il famoso diamante Kohineer da ammirare con i gioielli della corona britannica.

Nel 1911 gli inglesi spostarono la loro capitale da Calcutta a Delhi. Poche capitali possono vantare più di 1500 monumenti storici e tanti parchi e giardini come Delhi.

Porta dell’India, città di grattacieli è Mumbai. Situata in una splendida baia naturale, Mumbai era formata da sette isole i cui abitanti, i pescatori Koli, chiamarono “Mumbai” dal nome della loro dea, Madre Mumba. Portata in dote dalla principessa portoghese Caterina di Braganza al marito Carlo II d’Inghilterra, Mumbai restò sotto il dominio coloniale britannico dal 1665 fino al 1947. In un quarto di millennio, Mumbai si è trasformata da un gruppo di sette isole in una grandiosa città. Talvolta chiamata la “Mini Manhattan” dell’India. Capitale dello stato del Maharashtra, Mumbai è un grande centro industriale e commerciale.

Calcutta, una metropoli che suscita molta ammirazione e conserva molti degli antichi splendori. Fondata nel 1690 da Job Charnock per conto della Compagnia inglese delle Indie Orientali, con i tre villaggi di Sutanati, Govindapur e Kalikata, sulle rive del fiume Hoeghly, è una delle città più popolate del mondo. Considerata capitale intellettuale dell’India, Calcutta è una città da cui emana un’atmosfera unica ed una vitalità traboccante.

Andare alla scoperta di questa città sorprendente è molto interessante: la

Cattedrale Saint –Paul in stile neo-gotico, la chiesa di Saint-John, la più antica di Calcutta; il Victoria Memorial in marmo bianco, inaugurato nel 1921, che per maestosità e grandiosità voleva essere comparabile con il Taj Mahal; l’Indian Museum, il Birla Planetarium, il tempio del fuoco e numerose sinagoghe che si trovano ancora in Ezra Street, la Moschea Nakhoda, la casa natale dello scrittore Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1913, il giardino botanico di Shibpore. Ma c’è tanto altro da vedere, da scoprire, anche con lo shopping e con le feste. La più meravigliosa delle feste è senza dubbio il “Durga Puja” all’inizio di ottobre, l’omaggio alla Dea Durga nella città illuminata.

India, terra di molte religioni, fascino e mistero di un Paese che ha sempre richiamato masse di visitatori; atmosfera piena di misticismo e di religiosità, di profonde culture e tradizioni, di grande ospitalità con la parola di saluto “Namaste” pronunciata a mani giunte ed a capo chino.

Un Paese che non si dimentica. Una terra dove si vuole presto ritornare, è questo il mistero che avvolge ogni visitatore come una dolce musica nel ricordo delle movenze del corpo, dell’espressione del viso e della gestualità delle mani nella danza indiana dalla quale scaturisce un fascino coinvolgente e misterioso.

Liliana Comandè

In giro per il mondo: India
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In giro per L'Italia: Guardalfiera

23 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #postaunpresepe

In giro per L'Italia: Guardalfiera


Guardialfiera è un paese molisano che si trova in provincia di Campobasso e conta circa 1180 abitanti, anch’esso negli anni interessato, come tanti centri della piccola regione, da un forte fenomeno migratorio.
Situato a un’altezza di 280 metri sul livello del mare, sulla parte sinistra dei fiume Biferno, si specchia sul grande lago artificiale del Liscione. Guardialfiera divenne famosa negli anni settanta proprio grazie a questo invaso costruito nel suo territorio per l’innalzamento di una diga, eretta allo scopo di fornire acqua potabile ai paesi circostanti per uso domestico, agricolo e industriale. Lo specchio d'acqua è attraversato al centro, in tutta la sua lunghezza (circa 8 km) da un ponte, notevole opera ingegneristica, che per la sua peculiarità è stato spesso usato per girarvi scene cinematografiche o spot pubblicitari.
Quando le acque del fiume Biferno allagarono i terreni per la costruzione della diga, furono sommersi anche i resti di un antico ponte chiamato ponte di Annibale, sulle cui arcate, secondo la leggenda, marciò Annibale, diretto in Puglia durante la seconda guerra punica.

Oggi tutta la zona è conosciuta come luogo da cui si diramano itinerari escursionistici nella natura e sentieri per il fitness. Il lago ospita capanni per osservare gli uccelli acquatici che qui sostano durante i lunghi voli migratori ed è l'ideale anche per praticare la pesca sportiva, grazie alle numerose specie di pesci autoctone, quali il cavedano e il luccio, ma di particolare interesse sono alcune specie in via di estinzione come l’alborella appenninica e la scardola tirrenica, predate dalle trote comuni, dalle carpe e dai pesci gatto. Il lago e il fiume Biferno sono meta di appassionati pescatori provenienti da ogni parte. Durante il mese di agosto si svolgono feste con spettacoli pirotecnici fra “cielo e lago”.

Il territorio comunale è principalmente agricolo, coltivato a frumento, vigneti, uliveti e in parte boschivo, di notevole attrattiva è l’area del Bosco San Michele, attrezzata per i pic nic.

In paese, di notevole interesse artistico, è la chiesa dell’Assunta, edificio medievale poi ristrutturato in età barocca e nel secolo scorso. Numerosi sono gli elementi trecenteschi sui muri esterni nei quali si aprono due importanti portali in stile gotico, ma di maggiore interesse resta la cripta, una delle più antiche costruzioni della regione, databile al secolo XI nella parte originaria e ampliata nel XIII secolo. In questa cripta ogni anno si rappresenta uno dei più bei presepi viventi della regione: tutta la parte antica del paese, le vie del borgo, le case, le botteghe, si animano e si trasformano come per incanto nell’antica Betlemme. Scene di vita quotidiana che fanno magicamente apparire un lembo di Galilea in Molise e ogni anno, durante le festività, Guardialfiera diventa il “paese del Natale”. Sono rappresentate figure di mestieri da sempre esercitati dall’uomo: l’oste, il falegname, le filatrici di lana, il venditore di pane, lo scalpellino che lavora la pietra come nell’antichità. Chi visita il presepe, avvolto da mistica atmosfera, viene accompagnato lungo il percorso di stretti vicoli illuminati da fiaccole dal suono delle zampogne e si sente avvolto da odorosi profumi naturali quali la fragranza del fieno, del vino in botte, del latte fresco appena munto e del pane fragrante di forno.
L’origine del nome del paese, sorto intorno al X secolo, è incerta e fonte di diverse interpretazioni: Guardialfiera, come “guardia degli Alfieri”, che la vuole come una sorte di custode della valle, oppure “guarda Alfano” deriverebbe dunque dal suo affacciarsi verso il monte Alfano, o forse il nome deriva semplicemente da “Adalferio”, Conte di Larino, che, nel 1049, al tempo della dominazione Longobarda, era Feudatario di Guardialfiera e del territorio circostante
Piatti tipici da gustare in special modo durante le feste paesane sono, oltre ai prodotti genuini della terra, ai formaggi e agli insaccati: la misischia, che si cucina con carne di pecora tagliata a pezzi, condita con aglio, origano, finocchio, prezzemolo e peperoncino, cotta in forno a legna ben caldo per circa due ore; la pasta con la mollica, fatta con bucatini lessati, conditi con mollica, grattugiata da pane raffermo, preventivamente insaporita con pepe ed olio d’oliva, ed appena passata a gratinare, magari con aggiunta di baccalà.

Le foto sono di Flaviano Testa

In giro per L'Italia: Guardalfiera
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In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano

14 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano

Inizierò a raccontare di Ferrazzano parlando del suo più illustre cittadino d’oltremare: Robert De Niro. Già perché è certificato che il luogo dal quale partirono i nonni paterni Giovanni Di Niro e Angiolina Mercurio alla fine del XIX secolo è proprio questo paese del Molise che ha assegnato all’attore la cittadinanza onoraria e lui ne è stato così grato da aver richiesto l’iscrizione nelle liste elettorali del Comune. Durante una puntata di “Domenica in”, qualche anno or sono, gli furono consegnate le chiavi del paese e, vedendo le fotografie dei luoghi, non poté nascondere una grande commozione. Il legame con le sue origini è così saldo che, scrivono i biografi, De Niro scambia la lingua italiana con il dialetto di Ferrazzano che sentiva parlare in casa sua dai nonni. In origine il cognome della famiglia era Di Niro, ma a causa di un errore di trascrizione dovuta probabilmente al fatto che in inglese la "e" si pronuncia "i", il cognome fu trasformato in De Niro.L’ associazione “C’era una volta Ferrazzano”, che ha sede in paese, ospita una rassegna di film dedicata all'attore che ogni anno viene invitato ma che non è mai riuscito a partecipare. Ha acconsentito però a registrare come protagonista un cortometraggio ispirato alle emigrazioni, girato a Ellis island, l’isolotto di New York che è stato per decenni il punto di approdo degli immigrati che, sbarcati negli Stati Uniti, vi venivano inviati in quarantena.

Negli ultimi anni si accostano nella rassegna cinematografica del “Ferrazzano Festival” anche i film del grande Totò, poiché anche lui vantava un’appartenenza ai luoghi. Il castello della famiglia Carafa, situato al centro del borgo, sarebbe stato in passato di proprietà dell’aristocratica famiglia De Curtis e l’attore rivendicava fra i suoi blasoni uno stemma situato appunto all’interno del castello.

Ora che abbiamo fatto un po’ di gossip, tanto di moda, passiamo a parlare di Ferrazzano, ridente paesino, di circa 3400 abitanti, che sorge in provincia di Campobasso. Borgo medievale costruito su una roccia, la pietra bianca è la caratteristica di tutti gli edifici, si è conservato architettonicamente quasi intatto per secoli con le case attaccate l'una all'altra, fra numerosi vicoli e tortuosi saliscendi.

Per la sua posizione dominante sulla vallata circostante è chiamato “la sentinella del Molise” o, più confidenzialmente, “lo spione”, poiché sembra guardare, scrutare, vigilare tutto il territorio, in realtà era punto di riferimento sicuro e preciso per il viandante.

Situato a pochi chilometri dal capoluogo, si affaccia su un’altura circondata da una fresca pineta da cui si gode un panorama che spazia dalla catena delle Mainarde a quella del Matese, fino alla Maiella, oltre che sulla città di Campobasso e, più o meno dalla stessa altitudine, (superiamo gli 800 metri sul livello del mare), guarda il castello Monforte, il monumento che domina il capoluogo molisano dal suo centro storico. Le due località sono collegate da una panoramica pista pedonale, un percorso “della salute” frequentato da tutti i cittadini.

Nella parte antica di Ferrazzano, dove diversi sono i portali con incisi stemmi, date e motti latini, si segnala la chiesa di Santa Maria Assunta, pare ricostruita nel XIII secolo su un preesistente edificio di culto risalente al 1005 e poi radicalmente trasformato nel XVIII secolo; alla seconda fase costruttiva si attribuiscono il notevole portale romanico, la lunetta sul battistero e lo splendido ambone all’interno, dove si può ammirare anche un pulpito del 1200 di scuola pugliese.

Altro edificio di pregio è il quattrocentesco castello summenzionato, appartenente alla famiglia Carafa, che presenta evidenti tracce di successivi interventi. Nell’Antiquarium sono conservati, fra gli altri, sculture e frammenti architettonici, antiche testimonianze della storia ferrazanese e del suo territorio.

Al termine della salita che porta al centro del paese vi è un magnifico belvedere da cui si gode uno splendido panorama e da cui si affacciava Luigi Antonio Trofa, poeta e narratore molisano, che già nel 1928 pubblicò RIME ALLEGRE, "Scorribanda scapigliata nella politica, nell'arte e nelle varie manifestazioni di vita locale".

Ferrazzano è un paese ricco di antiche tradizioni, non ultima quella dei suonatori di mandolino, della lavorazione del tombolo, un pizzo fatto a mano con il sapiente intreccio di appositi ferri, in paese vi è una scuola permanente che insegna a conservare questa antica tradizione. Inoltre è presente da qualche anno l’ Associazione folcloristica “lu Passarielle” che, con costumi d’epoca, canti e balli tipici, porta a conoscenza del pubblico molisano, e non solo, i balli e i canti di antica tradizione, come “il ballo dell’aia”, una specie di saltarello che riscuote grande successo di pubblico e di adesioni ai corsi.

Ferrazzano ospita uno dei più piccoli e bei teatri italiani, il teatro del Loto (libero opificio teatrale occidentale) il cui direttore artistico e fondatore è Stefano Sabelli, attore molisano che lasciò la sua terra a 18 anni per frequentare l’accademia di arte drammatica. Ritornando nel suo paese si è proposto come scopo, attraverso il teatro, la missione di far approdare nella incantevole cornice ferrazzanese culture di tutto il mondo e di offrire ai giovani una nuova possibilità di crescita con la scuola propedeutica di arte scenica.

La campagna circostante è ricca di zone rurali e gli abitanti amano conservare la loro identità culturale. L’economia di un paese costruito con testardaggine su una roccia, pietra su pietra, non poteva essere che l’agricoltura alla cui quotidiana fatica ha dedicato intere esistenze di generazione in generazione.

È attiva sul territorio l’associazione “Arca Sannita” che si adopera per recuperare il patrimonio arboreo autoctono del Molise e, un po’ come l’arca di Noè, ha salvato dall’estinzione semi di piante oramai quasi scomparse, di frutti, legumi e cereali: antiche piante di fico e ulivo, peri e meli. In Molise oggi, grazie a questa attività, ci sono 70 tipi diversi di pere e 90 di mele.

Ricca di sapori conseguentemente è la gastronomia di Ferrazzano, da ricordare la produzione di insaccati, più famosa la soppressata, di latticini, con caseifici che lavorano latte di produzione del luogo e la cui specialità è la pasta filata, quindi mozzarella e cacio cavallo. Piatti tipici sono pizza e minestra, alimento molto povero, fondamentale nell’antichità, a base di granturco, fagioli con le cotiche, pasta e ceci rigorosamente cucinati con pasta fatta in casa. Sugo con le tracchiole (costolette di maiale) per condire i famosi cavatelli molisani. La colazione dei contadini era la ciambotta a base di peperoni, pomodori e salsiccia, trippa cace e ova, cipolle arracanate, che sono cipolle gratinate con mollica di pane, rustico a base di formaggio “lu caciatiello”, e poi i dolci come le famose ferratelle, le pastarelle, i pepatelli e le zeppole, il tutto bagnato da un buon vino locale la tintilia di uva nera.

Franca Poli

In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano
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