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luoghi da conoscere

Radioblog: "Fuori dalle piste battute dal Tibet al Sahara" di Gianfranco Bracci

9 Dicembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #audioletture, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Chi sono gli uomini ombra? Esseri umani o soprannaturali? E come si fa ad incontrarli? Questa è solo una delle tante storie che ci racconta Gianfranco Bracci nel suo ultimo libro “Fuori dalle piste battute dal Tibet al Sahara” - Fusta Edizioni.

Radioblog vi regala la lettura di questa emozionante avventura in Madagascar!

 

Per contattarci : radioblog2017@gmail.com - www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

 

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Ottaviano è...

30 Novembre 2017 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #luoghi da conoscere


 

 

 

 

 

Mimmo Tuccillo e le sue modelle tra i giardini e le antiche sale della storica “China China Pisanti” lo storico distillato della città di Ottaviano. Continua a sorprenderci lo stilita vesuviano che per ogni sua collezione riesce a trovare sfondi suggestivi, per quella del 2018 ha voluto come sempre suggellare l’amore per la sua città d’origine, Ottaviano. Dunque per la nuova campagna pubblicitaria della linea di abiti da sposa e alta moda ha voluto creare il magico e suggestivo contrasto di bellezza e storia portando le sue splendide modelle con indosso gli abiti di punta della nuova collezione in una delle più antiche e importanti residenze locali. I fiori, i cortili, i vecchi cancelli e le vecchie mura della sua città ecco cosa vuole esprimere in questo sue servizio fotografico. Il nero dei merletti che si sposa con ciuffi di ortensie dalle mille sfumature. Il bianco dei pizzi e dei veli vaporosi impreziositi dalle sete e cristalli dei ricami ad illuminare le vecchie cantine.
Per lo stilista questo servizio fotografico non è solo moda, non è solo eleganza, ma vuole essere un inno alla bellezza e alla donna , come “creatura” da amare , da ammirare e non da uccidere .

PHOTOGRAPHER : MARCO ANNUNZIATA 
MAKE UP :Gianni Avino Narciso
HAIR STYLIST : Gianni del Giudice
JEWELS: Anna Amabile
CASA DEI FIORI Maria Annunziata
MODEL: Jessica Ilaria Auricchio
LOCATION : CHINA CHINA PISANTI
Gemma Anna Tisci

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Il Portogallo di Salazar

1 Novembre 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Salazar non è stato un Capo di Stato carismatico, non possedeva la dialettica fluente di Mussolini, né la carica combattiva di Hitler. Era un uomo mite più adatto forse alla carriera di prete, che pur aveva intrapreso in gioventù, che non a quella di leader politico, ma proprio questa sua mitezza ha fatto di lui un dittatore che fondò il potere esclusivamente sull’amore per il suo Paese e per il suo popolo. Mise in atto riforme per sostituire “la famiglia”, al “cittadino” che, secondo il suo pensiero, è la base portante di una nazione forte e unita e fondò l’intera concezione sociale e statale sul nucleo familiare.

Mi reco spesso in Portogallo e, incuriosita dal personaggio, a me pressoché sconosciuto, ho acquistato alcune biografie fra cui Salazar e o estado novo di Ruy Miguel e Salazar e la rivoluzione in Portogallo di Mircea Eliade, dalle quali ho tratto questo pezzo, che vuole essere una breve ricerca, per trovare spiegazioni e, come piace a me, cercare di capire l’uomo oltre che il politico.

Oggi in Portogallo Salazar è quasi dimenticato, poco conosciuto dalle giovani generazioni, inviso ai più a causa della propaganda di sinistra che ne ha offuscato la memoria anche nei cervelli più svegli, fino a rinnegare ciò che di buono ha fatto per il Paese. “Nunca mais” è la risposta più frequente che ti senti dare se chiedi di lui. Ciononostante il 25 marzo 2007 sugli schermi di Rtp, l’emittente televisiva più importante del Portogallo, è stato reso noto il vincitore del sondaggio televisivo sul più grande personaggio della storia lusitana e il risultato ha lasciato sconcertati molti spettatori: era Salazar, il dittatore che aveva detenuto il potere per 35 anni; ma bisogna parlare coi vecchi, con gli umili, per sentirsi dire che, se è vero che mancavano alcune libertà, è pur vero che c’era più uguaglianza tra i ceti sociali. Il tassista che mi conduceva in aeroporto ha detto “oggi la libertà di stampa ci fa credere che siamo uomini liberi, ma in realtà siamo schiavi di un sistema corrotto che a volte fa rimpiangere gente risoluta ed onesta“ un po' il nostro “si stava meglio quando si stava peggio”. Salazar dunque resta un politico che, per integrità morale e competenza economico-finanziaria, sicuramente la gente comune rispetta.

È difficile parlare di Salazar senza ricordare la sua creatura “o Estado Novo”, è impossibile separare l’opera dall’uomo, lo Stato Nuovo è opera di Salazar ed è la diretta conseguenza del 28 maggio 1926, quando la Rivoluzione gli aprì il cammino e si può dire che fu sicuramente il coronamento del pensiero e dell’azione di Salazar, in un primo momento come Ministro delle Finanze, poi come Capo del Governo.

Prima di essere chiamato a governare il Paese, Salazar aveva già ottenuto una grande notorietà con i suoi discorsi e i suoi scritti, dove indicava la strada per uscire dalla crisi, che le divisioni politiche della prima repubblica avevano accentuato. Una prima repubblica che era stata completamente incapace di promuovere lo sviluppo economico del Paese, di modernizzare la società, di risolvere i problemi della popolazione rurale e che aveva attuato politiche coloniali contraddittorie.

Ma andiamo per gradi, chi era Salazar? Il nome per intero era Antonio de Oliveira Salazar, era nato il 28 aprile 1889 da una modesta famiglia a Santa Comba sulle rive del fiume Dão, in una delle più belle regioni lusitane a circa quaranta chilometri a nord di Coimbra. Un paesino dalle case umili, circondate da giardini e alberi da frutta. Una terra ad economia agricola ricca di uliveti e campi di grano. Ci sono poche informazioni sull’infanzia di Salazar, ma furono senz’altro questo ambiente semplice, di gente onesta che suda e lavora, e il ricordo di una famiglia unita e molto religiosa, a ispirare la sua formazione.

Si sa che era un bambino modello, sempre pronto ad aiutare il prossimo bisognoso, secondo alcuni biografi il piccolo Salazar nascondeva nelle tasche la sua razione di pane per distribuirla ai bambini poveri del paese. Un comportamento sempre irreprensibile, nonostante ciò, a soli undici anni fece i conti con il rigorismo sociale di quei tempi e venne mandato in seminario a Viseu, perché pare che in paese avesse stretto affettuosa amicizia con una ragazzina, figlia di un uomo molto ricco, e i genitori scelsero di allontanarlo, per non far crescere in lui false speranze. Un ritiro che durò oltre otto anni, durante i quali si dimostrò come era sempre stato, uno studente eccellente, serio, riservato e primo della classe. Un ragazzo pallido dal viso leggermente allungato e gli occhi limpidi, con temperamento equilibrato che si dedicava con rigore agli studi e poco ai divertimenti con gli amici. Un suo compagno di seminario lo descrisse dicendo:

non gli usciva mai dalle labbra una frase inutile (…) e nascondeva il suo grande valore intellettuale sotto una modestia così profonda da confondersi con la timidezza”.

Prima di vestire l’abito talare, trascorse un periodo come insegnante al doposcuola del collegio, fu allora che sentì nascere in sé il desiderio, la vocazione, di divenire un educatore per le giovani generazioni e lasciò definitivamente il seminario.

Qualche decennio dopo, asserendo che i portoghesi avevano una formazione culturale inadeguata, scriveva

… poco avrebbe contato il cambio dei governi o dei regimi, se non avessimo cercato, in primo luogo, di cambiare le persone. Avevamo bisogno di persone, dovevamo educarle”

Fu infatti l’educazione dei giovani una delle sue priorità una volta al potere.

Salazar era bravo a scrivere discorsi, una scrittura densa, professorale, ma per nulla a enunciarli, preparava con cura le cose da dire ma non sapeva infiammare le masse. Lui stesso diceva di sé

La natura non mi ha dotato di abilità oratoria”.

Era però un attento osservatore e, fin da giovane, già ai tempi dell’Università, idealizzò le giuste riforme per portare il Portogallo al progresso, vide la salvezza attraverso l’educazione morale del popolo e nelle occupazioni tradizionali, conservatesi ben vive fin dal Medio Evo.

Schivo e dedito allo studio, passava inosservato col suo lungo impermeabile nero che dalle spalle arrivava ai talloni, divisa degli studenti di Coimbra. Trascorse il primo anno di studi senza che nessuno si accorgesse di lui, riservato, tranquillo, sempre seduto all’ultimo banco, non amava mettersi in mostra, finchè un giorno un professore, credendo di scatenare ilarità, gli pose una domanda a cui nessuno degli astanti che gremivano l’aula aveva saputo dare risposta: “potrebbe provarci quel signore là in fondo?” disse con una certa ironia. Salazar si alzò e, senza timore, iniziò a parlare così a lungo, e dimostrando una tale conoscenza della materia, che fu applaudito e in poco tempo divenne famoso in tutta la città universitaria.

Questa la gioventù del dittatore raccontata dai biografi forse di regime, forse obiettivi, non mi è dato saperlo, un personaggio controverso, per valori e modi di essere, di lui scrive il professor Nogueira Pinto.

Bisogna distinguere tra carisma e politica, non c’è nessuno di più lontano da me di Salazar: non aveva una famiglia, non ha mai viaggiato, non leggeva romanzi. Non era certo uno che ispirasse simpatia, per quanto avesse un grande senso dell’humour. Per certi versi siamo proprio agli antipodi. Ma non per questo ignoro la sua grandezza”.

La carriera di stimato professore universitario di Salazar fu brillante, teneva conferenze e, profondamente credente, aveva dalla sua parte la gioventù cattolica portoghese. Nel 1921 si candidò e venne eletto. Entrato per la prima volta in Parlamento, e visto da vicino l’andamento della politica, uomo dedito al dovere, comprese immediatamente l’inutilità di tale istituzione e che in quel luogo, con quelle persone inconcludenti, avrebbe perso tempo, così abbandonò l’incarico dopo due giorni soltanto. Era il 2 settembre e forse Salazar aveva intuito con precisione la precarietà di quel governo, tant’è che la prima delle rivolte, che sfociarono poi nel colpo di stato del 1926, avvenne poco tempo dopo, durante la notte del 19 ottobre (noite sangrenta) in cui vennero uccisi diversi politici sedutisi con lui in quello stesso parlamento. Furono anni di caos, durante i quali il governo “democratico” riuscì a soffocare anche altre rivolte, insurrezioni popolari e colpi di stato militari.

Arriviamo al 16 giugno 1925, quando Salazar durante un discorso tenuto alla Facoltà di Scienze Sociali, forse per la prima volta, lascia scorgere, all’ombra del pensatore, anche l’uomo d’azione, decisamente ispirato al Fascismo di Mussolini in Italia. Egli aveva più volte confessato la sua totale ripugnanza nei confronti delle dottrine marxiste e iniziò ad esprimere il suo progetto politico.

Il perdurare della crisi, l’incapacità di risolvere i problemi, avevano profondamente screditato i partiti democratici nell’opinione pubblica.

Vi era poi, non trascurabile, la questione delle colonie che aspiravano a ottenere gli statuti di autonomia, che i governi repubblicani avevano promesso per contrastare la Monarchia, ma di cui continuavano a rimandare l’attuazione. Dopo i disordini e le sommosse in Angola, il Portogallo aveva concesso speciali regimi alla stessa Angola e al Mozambico, rinunciando al monopolio economico, ma la decisione creò forte scontento fra gli imprenditori portoghesi che avevano interessi in Africa.

Durante i primi mesi dell’anno 1926, l’ondata di dissenso aumentò senza sosta. Nei bar, nelle strade, nelle case, si parlava apertamente di rivoluzione, si sentiva impellente il bisogno di liberarsi di un governo che, anche dalla stampa, veniva definito una “dittatura demagogica”. Il clima si era surriscaldato e, dopo i precedenti colpi di stato, finiti spesso con spargimenti di sangue, il 28 maggio 1926 il generale Gomes da Costa, sostenuto dal popolo, dalla classe media e dalla classe operaia, iniziò la marcia su Lisbona, partendo da Braga. L’operazione non si presentava affatto semplice e di sicura riuscita, ma, mentre alcuni ufficiali tentennavano, ottenne, fin da subito, l’appoggio di molti dipendenti statali come gli addetti ai telegrafi, che sabotarono le misure prese dal governo per contrastare la marcia, diffondendo false informazioni e anticipando in tal modo le adesioni delle guarnigioni ancora indecise. Così mentre da nord Da Costa avanzava verso la capitale, partirono da sud altre truppe rivoluzionarie al comando del generale Oscar Carmona. Nel frattempo il generale Cabeçadas, comandante della piazza di Lisbona, che aveva aderito al movimento rivoluzionario, con operazioni un po’ ambigue cercò di formare un nuovo esecutivo, ma non ebbe successo tanto che raggiunto dai due generali, insieme diedero vita al nuovo governo, una specie di triumvirato ove Cabeçadas era Presidente del consiglio, Da Costa ministro della Guerra e Colonie e Carmona degli Affari Esteri. Il colpo di stato era riuscito.

Ma la sorpresa per la maggior parte dei portoghesi e, soprattutto per i militari fu il nome di Antonio De Oliveira Salazar quale Ministro delle Finanze. Cabaçades era stato avvicinato dal maggiore Pedro de Almeida di Coimbra, che lo aveva convinto a chiamarlo, parlandogli con entusiasmo del valore di Salazar, a suo dire grande esperto di Finanza ed eminente giurista.

Gli ultimi governi erano stati così invisi alla popolazione che l’instaurazione del nuovo regime, conclamata con una marcia trionfale il 6 giugno, venne accolta e applaudita da un tripudio di folla esultante.

Tuttavia la dittatura militare, anti parlamentare, ebbe all’inizio un cammino incerto, difettava di un vero progetto politico, e la mancata libertà di gestione della finanza pubblica indusse Salazar a lasciare l’incarico. Soltanto nel 1928, dopo aver ottenuto dagli altri Ministri carta bianca nella gestione economica dello Stato, riprese le sue funzioni e, in un anno, applicando una rigida politica di contenimento della spesa pubblica, riuscì a portare il bilancio in attivo, risultato che mancava al Paese da oltre un secolo, a stabilizzare la situazione finanziaria e a far ripartire l’economia. Coi risultati, grazie alle sue riforme, arrivarono anche la stima e la fiducia del popolo. Negli anni ’30 l’Europa e l’America erano attanagliate dalla crisi economica, al riguardo lo storico svizzero Gonzague de Reynold scrive:

"Il Portogallo, grazie alla dittatura del grande cristiano Salazar è il solo Stato del globo, il cui bilancio, si chiude, in questi ultimi anni, con un´eccedenza di entrate e con le tasse più leggere d’Europa”.

Consapevole del lavoro che bisognava fare egli aveva da subito iniziato a gettare le fondamenta do Estado Novo basandosi con sacrificio e determinazione sulla sua percezione di ciò che il Paese poteva essere e non era stato. Salazar indirizzava spesso i suoi discorsi agli operai, ai cattolici e, rivolgendosi a loro parlava con la maggioranza del Paese:

Ai cattolici dico che il mio sacrificio mi dà il diritto d’aspettarmi da parte loro questo: essere i primi a fare i sacrifici richiesti e gli ultimi a chiedere favori che non potrò concedere

Allora il Portogallo viveva ancora slanci patriottici esaltanti e quando venne rifiutato senza esitazioni un ingente aiuto economico della Società delle Nazioni, che sarebbe stato concesso solo in funzione dell’invio di alcuni ispettori a verificare e approvare le manovre del Governo, significando di fatto una grave limitazione della sovranità nazionale, il popolo, galvanizzato, accolse trionfalmente anche questo dignitoso rifiuto. La dittatura militare riscosse un clamoroso successo agli occhi dell’opinione pubblica, i portoghesi vivevano un orgoglio di appartenenza sopito da troppo tempo e l’unità della nazione non uscì minimamente compromessa dal mancato invio dei fondi.

Salazar fu uno statista determinato, profondo conoscitore del suo popolo, delle sue molteplici necessità e di tutte le sue potenzialità. Era sempre il primo a dare l’esempio, conduceva un’esistenza umile, una vita ritirata e lavorava molte ore al giorno, in tanti lo criticarono per la sua semplicità “contadina”, quando in realtà questa caratteristica resta uno dei maggiori segreti del suo successo.

Bisognava ridare fiducia e orgoglio alle nuove generazioni e ricordare loro che il Portogallo, al massimo della potenza militare ed economica, nel XVI secolo, si era diviso il mondo con gli spagnoli, in due aree di influenza egemonica, attraverso il trattato di Tordesilhas, esattamente come soltanto dopo la seconda guerra mondiale avrebbero fatto Stati Uniti e Unione Sovietica.

Salazar con l’Atto Coloniale del 1933, secondo cui il Portogallo aveva “la missione storica di possedere, di colonizzare territori d’oltremare e di civilizzarne gli abitanti”, creò una specie di Commonwealth portoghese o meglio un mercato tra madrepatria e colonie, detto zona do escudo. Si può dire dunque che non si limitò a creare un Nuovo Stato, ma che diede vita e impulso a un mondo di cultura e lingua portoghese, idioma che resta a tutt’oggi il più parlato dell’emisfero sud.

Rimessa in equilibrio la Finanza pubblica nei quattro anni durante i quali fu Ministro, nel 1932 Salazar, col pieno consenso popolare, divenne Capo del Governo, ebbe così la possibilità di continuare la sua opera nella ricostruzione nazionale, in tutti i settori. Primo passo fece introdurre, con un referendum (1.292.864 voti favorevoli 6.190 contrari), una nuova Costituzione che gli conferì pieni poteri.

La Costituzione, accettata dai portoghesi, entrò in vigore l’11 aprile del 1933 e regolamentò lo Estado Novo. La formula politica adottata fu una Repubblica unitaria e corporativa, avente come obiettivo primario di stabilire nel Paese: unità morale, coordinare, stimolare e dirigere tutte le attività sociali, cercare di migliorare le condizioni delle classi meno abbienti, considerando la famiglia come cellula sociale la cui formazione e difesa dovevano essere garantite dallo Stato.

Era nato il Fascismo portoghese, analogo nella natura e nei principi corporativi al Fascismo italiano al quale si ispirava apertamente. Il pensiero di Salazar era divenuto azione.

PORTUGAL NÃO DEVE MORRER! Deve vivere per i mondi che ha scoperto, per le nazioni che lo hanno osteggiato a causa della sua grandezza e del suo eroismo!

Non c’è più da scoprire nuovi mondi, né da combattere nazioni straniere, ma c’è un grande lavoro di pace da fare (…) È necessario che i portoghesi di ieri facciano della gioventù, il glorioso Portogallo di domani, un Portogallo forte, un Portogallo istruito, un Portogallo moralizzato, un Portogallo lavoratore e progressista! È necessario per questo amare molto il paese? Oh! dobbiamo sempre amare la Patria e, come amiamo molto le nostre madri, amiamo anche la nostra patria, che è la grande madre di tutti noi! “

A seguire, a grandi linee, le riforme introdotte e i risultati do Estado Novo:

Riforma dell’Amministrazione finanziaria

Salazar instaurò un comportamento irreprensibile nell’utilizzo del pubblico denaro con totale trasparenza, riformò la Corte dei Conti e modificò la struttura del Bilancio dello Stato, rendendolo pubblico ogni anno. Introdusse una importante riforma tributaria riducendo le tasse, portando maggior giustizia sociale nella ripartizione delle imposte e semplificando gli obblighi del contribuente. Fu approvata una revisione generale delle tariffe doganali e, con una profonda riorganizzazione della Cassa Generale Deposito e Prestito e annessa Cassa Nazionale del Credito, facilitò l’accesso delle attività produttive al credito bancario.

Le riforme in breve tempo portarono alla stabilizzazione della moneta e negli anni l’escudo divenne una moneta forte a livello mondiale.

Riforma dell’Istruzione

il Ministero della Istruzione fu riordinato completamente, si chiamò Ministero dell’Educazione Nazionale e la riforma nel suo complesso divenne una missione dello Stato nella formazione delle nuove generazioni. I programmi di istruzione furono integrati con attività propedeutiche alla cura della salute fisica e della salute morale, cercando di dare ai giovani ciò che era considerato una formazione integrale e all’uopo ogni anno furono stanziati sempre un maggior numero di fondi, anche per la costruzione di nuove scuole nei paesi dove non ce n’erano. La preoccupazione di Salazar fu di combattere l’analfabetismo, e per sua volontà la popolazione scolastica passò ad aumentare del 67,5%.

Opere pubbliche

La rete stradale del 1926 era in rovina e pregiudicava tra le altre cose, la necessaria circolazione delle merci aggravandone i costi.

Riparata la quasi totalità della rete stradale nazionale esistente, si passò alla costruzione di nuove strade per un totale di 5.671 km e furono costruiti 392 nuovi ponti. Fra questi una piccola parentesi merita il ponte fatto costruire tra il 1962 e il 1966 a Lisbona che unisce le due rive del Tago. Il giorno dell’inaugurazione, cento milioni di persone in tutta Europa videro in diretta televisiva l’imponente manifestazione. L’inno nazionale portoghese risuonava sulle rive del Tejo finalmente unite, 21 colpi di cannone vennero sparati a salve nel tripudio generale. “Il grande simbolo del futuro”, titolava il giorno successivo il Daily News. Un’opera immensa che colpisce ancora oggi i turisti che giungono a Lisbona: 2300 metri di ponte costruito in soli quattro anni e che prese il nome del fondatore do Estado Novo. Il ponte sul Tago fu ed è la maggiore opera pubblica realizzata in Portogallo, fino ad epoca recente, e restò per molto tempo il ponte più lungo d’Europa. Fu un giorno di grande festa, orgoglio e consapevolezza, di grandi spontanei entusiasmi, tutta la popolazione si era riversata nelle strade si era arrampicata ovunque, aveva raggiunto le colline più alte della città per vedere la sera il ponte illuminarsi, uno spettacolo abbagliante, seguito dai fuochi d’artificio. Le conseguenze della nuova via di comunicazione, furono enormi e tutte indiscutibilmente positive: basti pensare alla crescita urbanistica ed economica della regione negli anni seguenti, e all’impulso dato al turismo. Il traffico fu da subito intenso tanto che il costo del ponte fu interamente recuperato in pochi anni tramite i proventi del casello. La gente dimentica in fretta, ne sappiamo qualcosa noi in Italia, oggi il ponte non si chiama più Salazar, ma è stato ribattezzato “25 aprile” data in cui nel 1974 con la cosiddetta rivoluzione dei garofani cadde il regime.

Furono costruiti nuovi ospedali e investiti molti fondi per la valorizzazione della terra, impianti di irrigazione e ripopolamento forestale. Nel 1948 per celebrare la fornitura regolare di acqua nella zona orientale della città, fu inaugurata a Lisbona  la Fonte Monumental, meglio conosciuta come Fonte Luminosa, una imponente fontana, allora la più grande d’Europa, meta ancora oggi dei turisti che giungono in città. Incastonata nella grande e suggestiva Alameda Dom Afonso Henriques, è arricchita da imponenti sculture, bassorilievi nei pannelli laterali e statue che ricordano la mitologia marittima dei Lusíadas, con Tágides e Nereides, il più grande poema epico portoghese.

Si diede impulso all’ammodernamento della rete ferroviaria e portuale; la rete telefonica passò dai 1060 km del 1926 ai 44451 del 1965 e vennero rinnovati e rinforzati gli equipaggiamenti di Marina ed Esercito. In tutto il Portogallo sorsero case popolari e sulla costa case per pescatori, che contrariamente a quello che sarebbe stato maggiormente economico per la spesa pubblica , non furono realizzate in grandi palazzi con molti appartamenti, ma Salazar optò per la costruzione di piccole dimore indipendenti pensando di rendere alle famiglie un ambiente migliore e più adatto alla crescita dei figli.

Esattamente come in Italia, presero vita i luoghi di “dopolavoro” dove si svolgevano attività e servizi diretti ai dipendenti. Da Salazar i lavoratori si videro garantire anche un periodo di ferie annuali retribuite e le donne la concessione dell’astensione dal lavoro per maternità e fu vietato alle imprese il licenziamento senza preavviso.

In ogni settore si creò un forte sviluppo, Salazar guidò il paese verso un corporativismo statale autoritario, con una linea di azione economica nazionalista. Prese per il Portogallo e le colonie misure di protezionismo e isolamento di natura fiscale, tariffaria e doganale, che ebbero un grande impatto positivo sull’economia del Paese e grande consenso soprattutto fino agli anni ’60, quando il Portogallo cominciò ad aprire all’estero a causa di forti pressioni delle Nazioni Unite, e a causa dei crescenti problemi di gestione delle colonie.

L’opera di cambiamento del Paese fu messa a dura prova nel 1936 con lo scoppio della guerra civile spagnola. Salazar era riuscito a resistere senza difficoltà, agli scarsi tentativi di rovesciamento interno fomentati dai comunisti e, contro questo pericolo fu intransigente:

…non riconosciamo libertà alcuna contro la nazione, contro il bene comune, contro la famiglia, contro la morale… il comunismo raduna insieme tutte le aberrazioni dell’intelligenza e, come sistema, è la sintesi di tutte le rivolte, già viste in passato, della materia contro lo spirito, della barbarie contro la civiltà. Ecco è la grande eresia della nostra epoca. Nella sua furia distruttiva non distingue l’errore dalla verità, il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia...

Salazar intuì immediatamente il pericolo creato dalla vicinissima crisi spagnola, capì che una sconfitta delle truppe nazionaliste iberiche avrebbe provocato eventi a catena anche in Portogallo, con la possibilità di far crollare l’edificio così faticosamente costruito e significando non solo la fine del regime, ma quella di qualsiasi Portogallo indipendente. Fin da subito fu al fianco di Franco nel combattere i rossi.

Pur esibendo una neutralità di facciata, consentiva il passaggio sul territorio portoghese di materiale bellico diretto in Spagna, inviò volontari portoghesi (Viriatos) a combattere sui campi di battaglia iberici, non in corpi separati, ma all’interno dello stesso esercito spagnolo. Al contempo nacque la Legione Portoghese (camicie verdi), organizzazione paramilitare di lotta al comunismo, modellata sull’esempio delle Camicie Nere italiane.

Superata la crisi spagnola, la figura di Salazar ne uscì rafforzata, aveva trasmesso ai portoghesi stile di vita dignitoso e orgoglio oltre che vigore alla moneta. Poco tempo dopo, allo scoppio della seconda guerra mondiale, pur nutrendo profonda stima per Mussolini, ne conservava una fotografia autografata sulla scrivania, e pur essendo idealmente così prossimo al fascismo italiano, Salazar mantenne durante tutto il corso del conflitto l’imperativo della neutralità.

Fu proprio in questo periodo che il cardinale di Lisbona, ritornato da un viaggio in Brasile, fece voto che se il Portogallo non fosse entrato in guerra avrebbe fatto erigere una stata del Cristo Rej identica a quella di Rio de Janeiro. La statua, 75 metri di altezza, fu ultimata nel 1959 e ancora oggi domina la città dalla riva sinistra del Tago.

Salazar firmò un patto di non belligeranza col Regno Unito, ciononostante non fu ostile a Germania e Italia, mantenne le relazioni commerciali, a tutto beneficio dell’industria portoghese, fornendo tungsteno ai tedeschi, mentre in contemporanea consentiva agli Alleati di installare basi militari nelle Azzorre e al Giappone di prendere posizioni in Timor Est e Macao. Diede anche severe istruzioni affinché i propri ambasciatori, nei paesi occupati, non rilasciassero permessi a persone che volevano fuggire. Quando, durante l’estate del 1940 in Francia, il console portoghese di Bordeaux concesse visti a un gran numero di ebrei, Salazar lo rimosse dalle sue funzioni e, anche a conflitto terminato, dopo la rivelazione della Shoah non gli perdonò la sua disobbedienza.

Salazar convinto colonialista continuò a considerare Portogallo anche i territori d’oltremare, ribattezzati “province”, dove i prodotti naturali e del sottosuolo erano infiniti: gomma, cotone, caffè, cacao, zucchero di canna, frutti tropicali, ferro e diamanti. Arrivavano numerosissimi i coloni dalla madrepatria per la coltivazione organizzata della terra, sorgevano città, strade, ferrovie, si costruivano dighe, centrali idroelettriche, raffinerie, fabbriche per la lavorazione del tabacco, industrie alimentari. Lo Stato promuoveva inoltre l’alfabetizzazione degli indigeni e, dopo il Concordato con la Chiesa del 1940, cercò di aumentare la diffusione della religione cattolica. Aveva intravisto il pericolo dell’integralismo islamico:

Il controllo dell’Africa del nord da parte dell’Europa è essenziale per la pace. Senza di esso la sicurezza europea è compromessa (…) Se l’Europa continuerà ad indebolirsi e a perdere il suo coraggio, la sua volontà, quel che le resta d’ideali, il mondo arabo si mostrerà molto minaccioso

Salazar non cedette alle sommosse, ai movimenti indipendentisti, tanto da iniziare nel 1961, contro di essi in Africa, una lunga guerra, (Guerra do Ultramar ) dove gli indipendentisti ricevettero armi e istruttori da Unione Sovietica, Cina e Cuba.

Il regime di Salazar era costantemente stato una spina nel fianco del “sistema russo-americano” e, sempre più isolato e contrastato, il suo successore Marcelo Caetano, destinò più della metà del bilancio statale alle spese crescenti per la guerra. Il popolo portoghese, che viveva il colonialismo come una specie di “relazione sentimentale”, soprattutto dopo il 1968, sentì venir meno questo feeling con “L’Oltremar” a causa degli alti costi pagati (cinquemila morti, trentamila feriti e ventimila mutilati) e la delusione contribuì alla formazione e alla popolarità del movimento anti regime.

La guerra coloniale terminò soltanto nel 1974, quando il Portogallo, con i nuovi leader democratici, riconobbe le rivendicazioni di indipendenza e i contadini, i lavoratori, gli imprenditori portoghesi ivi occupati furono espulsi o fuggirono con propri mezzi abbandonando ogni ricchezza. La decolonizzazione si concluse con numerosi traumi sia in patria, dove, rientrando, i portoghesi si ritrovarono poveri e senza lavoro, sia per le colonie stesse. I paesi africani infatti finirono per lo più sotto l’influenza sovietica e soprattutto Angola e Mozambico vennero sconvolti da sanguinose guerre civili, durate decenni.

António de Oliveira Salazar morì il 27 luglio 1970, anche se la sua fine era iniziata il 3 agosto di due anni prima, presso il Forte di Sao Joao de Estoril, quando una banale caduta da una sedia di tela aveva provocato gravi conseguenze che lo costrinsero ad abbandonare il governo del Paese. Ancora oggi molti storici si domandano se questo episodio sia mai accaduto e ancora oggi si dibatte se il regime salazariano sia stato veramente fascismo. Recentemente con l’autorevole contributo dello storico Luis Reis Torgal in Portogallo si avvalora la tesi che quello di Salazar, pur con le sue naturali incertezze, fu, assieme al fascismo italiano, l’unica forma socio politica corporativa del secolo precedente congruamente realizzata.

I funerali di Salazar si tennero nel Monastero dos Jerominos, che sorge nel quartiere di Beléma Lisbona, gremito, come il piazzale antistante, da una folla commossa. Il Portogallo intero pianse il suo leader, accompagnato al Cemitério Vimieiro, Distretto di Viseu, un corteo sobrio e silenzioso, come era stato lui in vita, si dipanò per le vie del paese fino all’ultima dimora.

Di lui sulle pareti della casa natale, un edificio ormai vuoto e pericolante, rimane una piccola targa che ricorda “l’uomo gentile che ha governato e non ha mai rubato”.

devo à Providencia a graça de ser pobre… Devo alla Provvidenza la grazia di essere povero: senza beni di valore per molto tempo sono stato legato alla ruota della fortuna, né mi sono mancate le occasioni di guadagno di ricchezza o di ostentazione; nella modestia a cui mi abituai e nella quale posso vivere, basta il pane quotidiano, non ho bisogno di coinvolgermi nella rete degli affari o in alleanze compromettenti. Sono un uomo indipendente.” (Salazar)

 

 

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Diego Collaveri, "La bambola del Cisternino"

7 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

La bambola del Cisternino

Diego Collaveri

 

Fratelli Frilli Editori, 2017

pp 297

12,90

 

I noir dei Fratelli Frilli editori si caratterizzano per il loro essere quasi guide turistiche della provincia italiana. Che si parli della Genova di Alessio Piras o della Livorno di Diego Collaveri, ci addentriamo nei meandri di città poco conosciute ai più, o, comunque, in zone non familiari di centri abitati famosi. Almeno nel caso di Collaveri, alcune insistite digressioni turistico- informative, però, proprio nel bel mezzo dell’azione, sono abbastanza improbabili.         

Questa è, comunque, nonostante tutto, la principale virtù di La bambola del Cisternino, del livornese Collaveri. Il suo protagonista si muove nei bassifondi di una città che ama e conosce per averne studiato la storia e i monumenti. Livorno, infatti, la fa da padrona in tutti i suoi aspetti, con i rumori, le esalazioni e i colori, con quel traffico caotico indifferente e ingorgato dalle nuove rotatorie, coi gabbiani che stridono irriverenti al tuo dispiacere, qualunque esso sia, con l’odore dei Fossi, degli scalandroni e dei cunicoli sotto il Voltone, sotto il Mercato delle Vettovaglie, sopra e sotto le campagne a nord e a sud, negli acquedotti di Colognole e di Filettole, nelle Cisterne grandi e piccole.  

Per il resto siamo alle prese con la solita storia intricata, per metà gialla e per metà di azione, e con gli stereotipi del genere. Ecco, dunque, la belle dame sans mercì,  cui attribuire nel finale gran parte della colpa, ecco gli oscuri poteri occulti, che restano occulti per favorire un eventuale seguito, ecco, soprattutto, un commissario come ce ne sono a centinaia nei libri e negli sceneggiati televisivi, tutti più o meno fotocopie sbiadite del nostrale Montalbano, con qualche ammiccamento a Dashiell Hammett e Raymond Chandler.

Alcolista al punto giusto, tormentato e sofferente, con una sovrabbondanza di demoni da combattere, Mario Botteghi fa continuamente i conti con un passato oscuro, con una moglie morta e una figlia estraniata. Come amica ha l’immancabile ostessa della trattoria, come colleghi un paio di agenti convenzionali che maltratta bonariamente, giù giù fino a tutti gli altri cliché del genere, dal medico legale irritante alla collega sexy e bellicosa.

Una vecchia prostituta viene trovata morta al Cisternino, antico serbatoio dismesso nei pressi di un centro di tiro al piattello. Più avanti nella storia spunta un nuovo cadavere, quello di un costruttore edile conosciuto in città. Botteghi indaga, riuscendo a non farsi sottrarre il caso della prostituta. Per lui “uno vale uno”, e un’anziana donna di strada ha la stessa importanza di un notabile. Alla lucciola defunta sono collegati ricordi del passato, un’altra morte altrettanto violenta cui Botteghi ha assistito da bambino. A far da colonna sonora il refrain di una famosa canzone di Patty Pravo degli anni sessanta.

Tutti i personaggi del romanzo, da quelli principali ai comprimari, sono prigionieri di se stessi, dei loro impulsi, dei loro caratteri che li portano ad agire in un certo modo, e la vita non ti fa sconti, mai, nemmeno quando hai già pagato e hai già sofferto. Chi nasce vittima, lo resta per sempre.

La morale è che ognuno è schiavo della vita che fa, del suo karma, o che dir si voglia, come se appartenesse ad una casta dalla quale non può sfuggire.

 

Vittima di quella vita che le aveva chiesto pure il conto, come se non fosse bastato quanto aveva passato”  (pag 283)

 

Ma se ho apprezzato questo libro, è, indubbiamente, per la descrizione della mia città, tanto controversa, tanto bella e brutta allo stesso tempo. I ricordi di Collaveri sono anche i miei, anzi, ai suoi si sommano i miei, ché sono nata quindici anni prima. Anch’io rammento il paninaro vicino al porto, la piazza Attias affollata di giovani e di auto, le vecchie baracchine sul lungomare, le cose che erano là da sempre e, ora che non ci sono più, ci mancano, come ci manca la solidarietà fra la gente di un tempo, la stessa rievocata dai racconti di mia nonna, la stessa che canta Otello Chelli nei suoi romanzi, la stessa che qui rimpiange Mario Botteghi mentre cammina, fumando assorto, lungo i fossi di acqua salata.

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Andersen a Carrara

27 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

 

 

Dopo avervi raccontato le esperienze di Hans Christian Andersen a Livorno, vi proponiamo un gustoso bozzetto del suo passaggio a Carrara.

 

A cura di Vibeke Worm e Patrizia Poli

 

 

Venerdì 4 ottobre 1833.

Il cavallo era malato, il nostro onesto vetturino disse che dovevamo cambiare carro e cavalli e riportarci a Pisa. Era un giovane molto bello che ci guidava, luminosa la luna e gloriosa l’aria. Abbiamo incontrato molte persone a piedi, passato una vecchia fortezza dei tempi romani.

Per vedere la cava in Carrara abbiamo fatto una deviazione. Abbiamo sentito dei colpi di pistola, era l’anniversario di matrimonio del duca. Tutti i soldati avevano rami di mirto nel berretto, c’erano ghirlande appese su un grande edificio. (…) un piccolo fiume chiaro, vicino alla strada, correva oltre. Il marmo era bianco brillante, attraversato da venature verdi. La montagna stessa era una grossa cava di marmo bianco e grigio, vi si trovavano cristalli. Mi sembrava di essere in una montagna incantata dove dei e le dee sedevano imprigionati in grandi masse di roccia bianca e aspettavano potenti artisti come Thorvaldsen e Canova.

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L’ANIMA LETTERARIA DI FERRARA ATTRAVERSO I SUOI ANGOLI SEGRETI

26 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #luoghi da conoscere

 

 

 

 

Sabato 13 e domenica 14 maggio, due giorni dedicati ai curiosi, a quelli che davanti a un portone chiuso iniziano a sognare i giardini che non possono vedere.

 

 

Eleganti corti rinascimentali, orti medievali, oasi fiorite di tranquillità e pace domestica, geometrie zen e labirinti di siepi, rari alberi secolari e arboreti insospettabili, celati alla vista dei passanti dalle facciate degli antichi palazzi: Ferrara custodisce gelosamente uno spettacolare patrimonio di giardini privati. Un patrimonio che eccezionalmente, grazie alla manifestazione Interno Verde, si metterà a disposizione della collettività: ferraresi e turisti sabato 13 e domenica 14 maggio potranno esplorare cinquanta giardini privati. Interno Verde intreccia lo spirito ecologico a quello indelebilmente culturale del capoluogo estense e svela quanto questi angoli di quiete siano stati fondamentali per raccogliere secoli di fantasia. Le impronte degli artisti che hanno raccontato la città sono rimaste vivide sull’erba.

 

LUOGHI D’ISPIRAZIONE

La mattina di sabato, alle 11, il Festival stesso sarà inaugurato dalla presentazione di un libro particolare. Le pagine di Questo non è un ikebana (Renape), di Francesca Popolizio, introdurranno i visitatori all’arte giapponese dell’arrangiamento dei fiori, della ricerca dell’equilibrio e della perfezione. Le tavole originali del volume, insieme ad altre opere dell’artista, saranno in mostra nel luogo dov’è sbocciata l’idea di Interno Verde. Al civico 39 di via del Turco s’incontra un giardino che faceva parte di un antico hortus conclusus, oggi frazionato in più aree verdi, ognuna con un proprio carattere peculiare, dal giardino alimentare, coltivato con i tipici alberi da frutto della tradizione agreste ferrarese, al labirinto zen, contemplativo e minimale. Si accede su un tappeto di trifoglio nanissimo che circonda il labirinto tracciato dal vialetto in ghiaia rossa: caratteristico dell’insieme di ambienti è il gioco prospettico dato dal susseguirsi di varie aperture, cancelli e pergolati, architetture che gli alberi scavalcano e confondono.

Questo è soltanto l’incipit di un cammino ideale che si addentra nell’anima letteraria della città. Ludovico Ariosto coltivava le idee migliori nel giardino rigoglioso della sua parva domus. Appena superato l’ingresso, un piccolo melograno e un romantico pozzo incorniciato dall’edera accolgono il visitatore, insieme ai gelsomini e ai rosai rampicanti; gli stessi che gli saranno valsi qualche verso dell’Orlando Furioso, a cinquecento anni dalla sua prima edizione. I più sognatori si avventureranno alla ricerca de Il giardino dei Finzi Contini: a un secolo dalla nascita di Giorgio Bassani non si è ancora estinto il quesito: esiste o non esiste? Non va tralasciato il pergolato del Tennis Club Marfisa: qui sfidavano gli amici Michelangelo Antonioni e Bassani, che senza dubbio si ispirò alle svariate partite disputate per descrivere i giovani Giorgio e Micol. Il giardino più equivocato di Ferrara è quello custodito tra via Ugo Bassi e via Cisterna del Follo. Vox populi vuole che l’imponente magnolia centrale sia il celebre esemplare descritto da Bassani nella lirica Le leggi razziali:

«Costretta fra quattro impervie pareti / piuttosto prossime crebbe / nera, luminosa, invadente, / puntando decisa verso l’imminente cielo / piena giorno e notte di bigi passeri».

La casa natale dello scrittore si trova nello stesso complesso architettonico, ma l’albero che osservava dalla finestra non è questo, si trova in un cortile interno, invisibile dalla strada. Bassani, però, non fu l’unico a immaginare la penombra di un giardino segreto: quello che si incontra in via Palestro nemmeno si riesce a intuire dalla strada. Solo quando si apre il portone del palazzo cinquecentesco, s’illumina la bellezza del fazzoletto verde che racchiude. Nel Settecento la proprietà passò alla famiglia Scacerni, la stessa a cui è dedicata Il mulino del Po, di Riccardo Bacchelli. Il romanziere spesso si rifugiava a scrivere tra la magnolia e il frassino del loro giardino; perciò decise di attribuire ai protagonisti del suo capolavoro il cognome dei suoi ospiti, in segno di riconoscenza.

Il cerchio si chiude in via Coperta, in un lotto paradisiaco che nel Quattrocento apparteneva al convento di Sant’Agostino, un piccolo eden in mezzo ai ciottoli. I frammenti di vetro incastrati nel muro di cinta rimandano appositamente ai «cocci aguzzi di bottiglia» di Eugenio Montale, al suo «meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto».

 

L’Associazione Ilturco, che ha ideato e curato l’iniziativa, ha raccolto la disponibilità delle famiglie che per un weekend apriranno porte e portoni, permettendo a chi vorrà partecipare all’evento di esplorare il capoluogo estense in modo inedito. Un’occasione unica per scoprire dietro il rosso dei cotti ferraresi un’anima verde tanto ricca quanto capillarmente diffusa. Interno Verde è patrocinato dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, e realizzato grazie all’Istituto per i Beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e al Comune di Ferrara. È sostenuto inoltre da Toyota, Coop Alleanza 3.0, Emil Banca, Zerbini Garden, la cartotecnica Cartesio Fullcard, Ceramica Sant’Agostino, Silla - Materiali e servizi per l’edilizia, Engel&Völkers Italia, Raggio Verde Incoming Italy e Zazie.

 

Per conoscere il programma completo dell’iniziativa e restare aggiornati sugli eventi collaterali si può fare riferimento al sito www.ilturco.it/interno-verde oppure seguire la pagina Facebook dell’associazione Ilturco:https://www.facebook.com/ilturco.it/.

 
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C'era una volta la Romagna: "la vendemmia"

4 Aprile 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

Ogni anno sul finire dell'estate il nonno si eclissava e lo si poteva trovare nella penombra della cantina, intento a brigare fra tini e bigonci. Travasava il poco vino vecchio rimasto in piccole botti, dove sarebbe stato custodito, al fresco dei vecchi muri sgretolati, in un angolo polveroso pieno di ragnatele, fino all'occasione di berlo e doveva essere un giorno importante. Il matrimonio di un parente stretto, la nascita di un nipote maschio, la mietitura.

L'uva era matura e gli zii arrotavano roncole e falcetti, noi facevamo la guardia agli uccelli voraci, affinché non volassero sui tralci a beccare i grappoli.

Il giorno della vendemmia seguivamo gli uomini annusando l'odore dolce e asprigno a un tempo che, stuzzicando le nostre narici, si sprigionava nella vigna, portavamo ognuno un piccolo paniere, una piccola roncola e, pieni di buoni propositi, volevamo aiutare. Gli zii erano in alto sulla scala a tagliare, a raccogliere, le zie a svuotare le ceste sul carro che, pieno d'uva, procedeva lento fra i filari.

Foglie picchiettate di verderame cadevano sulle nostre teste e a quel punto, acquattati fra i pampini, sghignazzando, iniziavamo ad aggredire a morsi i grappoli maturi, il succo colava denso come inchiostro sul mento, lungo le braccia, sul petto. Sento ancora oggi l'acquolina in bocca al ricordo di quel dolce sapore che già sapeva di lambrusco.

I grandi guardavano le nostre faccine sbrodolate, ma nessuno ci sgridava, solo vedendo rincorrerci l'un l'altro, una zia scendeva dal carro e ci toglieva di mano le roncole. Credo che il contatto diretto con la natura, correre, sudare, insegni ai bambini a vivere meglio emozioni e sentimenti, aiuti a essere più autonomi e più spontanei. Eravamo liberi di giocare, di correre a perdifiato, di sporcarci di erba e fango, di sprofondare le caviglie nel fresco della terra umida. Siamo grandi adesso, abbiamo gli stessi occhi, ma non vediamo gli stessi colori.

In poche ore il carro era pieno, il nonno si affacciava sulla porta della cantina e si accertava che lo scarico dell'uva procedesse senza che nemmeno un grappolo andasse perso. E così si ripartiva per un nuovo carico e fino a sera si facevano parecchi viaggi.

Giunti a fine giornata, nessuno di noi aveva fame, sazi d'uva, correvamo in cantina, dove il nonno aveva riempito di grappoli i bigonci e li aveva disposti in cerchio, mentre la nonna arrivava col secchio e costringeva tutti a lavarsi i piedi prima di iniziare la pigiatura.

Appena montavo sul mio mucchietto di grappoli, il freddo contatto coi piedi nudi mi faceva rabbrividire, poi iniziavo a pressare, a calpestare, a schiacciare con tutta la forza come un puledro imbizzarrito e a poco a poco il succo sprizzava dai chicchi, tiepido, ogni disagio spariva e procedevo sempre più forte, sempre più veloce, in gara con i miei cugini a chi scendeva più giù, finché arrivavo a toccare il fondo coi piedi, ubriaca di eccitazione.

Il nonno, di tanto in tanto, veniva a controllare se il lavoro era ben fatto, toglieva i raspi e, quando immergendo la grossa mano nel mosto, si accertava che nessun chicco fosse sfuggito ai miei pedi scarni, mi sollevava con le sue braccia forti e mi deponeva su un altro bigoncio, con un sorriso di malcelato orgoglio.

La pigiatura era un'altra occasione di festa che ci vedeva tutti insieme impegnati a lavorare scherzando, ridendo, le donne cantavano maliziose reggendosi la sottana attorno alle ginocchia, gli uomini si sfidavano in gare di velocità e resistenza, raccontando storielle piccanti. Il nonno era l'unico serio, guardava severo che tutto filasse liscio, ma lasciava fare, fino a quando qualcuno non rallentasse il ritmo per le troppe risate, allora faceva la voce grossa e tutti riprendevano il lavoro a testa bassa. Il silenzio durava pochi minuti, giusto il tempo di sentire il ronzio delle vespe invischiate nei grappoli e lo sciabordio dei piedi nel mosto: un ciac ciac che mi ricordava il rumore delle scarpe nelle pozzanghere quando uscivamo fuori di corsa dopo un violento temporale. Poi tutti ricominciavano a ridere senza un perché.

I primi a crollare dopo tanta ginnastica, dopo tante risate, eravamo noi bambini. Quando la nonna capiva che eravamo troppo stanchi ci faceva scendere, ci lavava di nuovo i piedi viola, raggrinziti, e ci mandava a dormire. Cadevo velocemente in un sonno profondo, stanca, mentre un benefico calore scorreva lungo le gambe.

Nei giorni seguenti sotto l'occhio vigile del nonno si procedeva alla torchiatura e la nonna faceva bollire nel paiolo il mosto per ricavarne la saba, un dolce sciroppo d'uva da utilizzare per i dolci.

Quando aveva finito di preparare raviole ripiene di mostarda e altre leccornie profumate, ci chiamava in cucina a pulire cucchiai di legno, terrine, mestoli e pentole. Un lavoro per nulla ingrato, golosi, in cambio di un mestolo da leccare, ci impegnavamo a compiere tanti lavoretti come portare la “broda” al maiale o raccogliere l'erba per i conigli. Promesse dure da mantenere una volta lasciata la cucina.

Dopo qualche tempo, quando il primo vino nuovo era pronto, il nonno chiamava tutti per l'assaggio, ne dava un bicchiere ciascuno anche a noi bambini. Tracannato d'un fiato, dolce al palato come uno sciroppo, un allegro calore ci investiva le orecchie e ci sbellicavamo dalle risa indicando l'un l'altro i baffi rossi lasciati dal vino subito sopra le nostre labbra e via di corsa a far capriole nell'erba con la testa leggera e le gambe molli.

Da qui nasce la mia passione per il vino. Un percorso di profondità, di bellezza e perfino di storia. Un difficile cammino fatto di pazienza, di dedizione e apprendimento, alla fine sulle labbra rimane l'ombra di un racconto profumato.

Ricordi di serate in allegria, di amici, di risate e di canzoni. Di vendemmie sotto il sole settembrino e di sorrisi complici tra i tralci. Di odori e di bella compagnia, ricordi di un rosso tramonto o di un bianco inverno con le caldarroste e il vin brulé. Del morbido suono di un sughero che viene stappato dalla bottiglia, di una famiglia riunita intorno al grande tavolo delle feste, della sicurezza e della protezione avvertita sulla pelle, delle gioie brindate, dei dolori annegati e della facilità di aprirsi, seduti davanti a un bicchiere. Della semplicità dei gesti, il riscaldarsi dei cuori, la libertà dei pensieri e delle azioni. Il sentimento a volte si annusa, chi ama il vino si inebria, non si perde, lo vive e lo sposa.

 

Giunta al termine della mia rubrica settimanale, del mio nostalgico vagheggiare, concludo la rievocazione di quel culto mistico della terra, di quel remoto paradiso, che a volte mi appare come un sogno perduto, irripetibile, eppure così piccolo, un piccolo pugno di terra racchiuso in una mano piena di calli. Questa è la mia terra fatta di colori e di sapori, terra funesta e mattacchiona, terra di passioni, di impeti estremi, terra che non si manifesta facilmente se non tardi e solo a chi l'ama profondamente.

Questa la cornice in cui si disegnava la nostra infanzia e io mi sono sentita spesso spettatrice e attenta osservatrice del microcosmo di uomini, animali e oggetti che costituivano il mio mondo fatto, come natura vuole, di allegria e dolore, di lavoro e di festa, di vita e di morte.

 

Grazie a tutti per l'attenzione.

C'era una volta la Romagna: "la vendemmia"
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C'era una volta la Romagna: "la primavera"

28 Marzo 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

L’arrivo della primavera è sempre stato un momento importante nell’attività contadina. Quando ero piccola, la notte del 28 febbraio era il giorno del Lòm a Merz (il lume a Marzo) in cui la fine dell’inverno portava danze e balli. Per l’uomo, e soprattutto per l'agricoltore, la primavera è da sempre vista come un momento propiziatorio, in questo contesto il fuoco costituiva il dialogo con le forze vitali e creative della natura, forze che, dopo i rigori dell'inverno, tornavano prorompenti riportando alla vita le piante. All'imbrunire le campagne si riempivano di fuochi scoppiettanti che sembravano occhieggiarsi l'un l'altro a distanza, duravano ore ed ore, anche l’intera notte, mentre uomini, donne e bambini si radunavano attorno per scaldarsi, per propiziare l'arrivo di una buona stagione di raccolti e, mentre la malasorte ardeva tra le fiamme, cantavano e ballavano. Noi bambini spesso accendevamo un fuoco più piccolo, alla nostra portata, che consentisse di saltarlo in lungo e in largo, in una sorta di prova di coraggio, mentre recitavamo poesie dialettali “lom lom a Merz ogni spiga faga un berch...” Un canto augurale, così come ci aveva insegnato la nonna, nell’auspicio che da ogni spiga di grano si potesse alzare una bica intera.

La tradizione dei fuochi si fa risalire al tempo degli antichi romani, quando l’anno iniziava il primo di marzo e con il fuoco si festeggiava la fine dell’anno vecchio e l’avvento di quello nuovo, bruciando il tempo passato e purificando l’arrivo di quello imminente. L'origine di questa tradizione si perde dunque al tempo dei riti pagani, le funzioni che i nostri avi praticavano per onorare e invocare la protezione di Cerere e di Bacco, per noi sfociavano in feste di coinvolgente allegria al ritmo dell'organetto o dell'armonica a bocca.

I primi fiori a spuntare dopo l'inverno erano le violette, le primule, le giunchiglie che facevano l'occhiolino lungo i fossi o all'ombra degli alberi, e per noi bambini di campagna era un vanto poterne raccogliere un mazzolino da portare alla maestra che gradiva sempre il pensiero e, quando gliele porgevamo timidamente orgogliosi, vi affondava le narici e si inebriava di freschezza, sorridendo.

La natura era uno scoppio di colori, le temperature più miti, le giornate più lunghe, gli animali facevano capolino dalle tane e le farfalle ricominciavano a volare di fiore in fiore. Abbracciando con gli occhi l'aia e i terreni intorno era facile vedere piccoli pulcini uscire all'aperto, campi traboccanti di erba e uccellini volare. Il verde dei prati diventava improvvisamente brillante e in noi bambini cresceva la voglia di correre, saltare, ridere, sentivamo sulla pelle il brivido della vita che ricominciava. La maggiore attività fisica aumentava a dismisura il nostro appetito, così spesso mia cugina ed io andavamo alla ricerca di una merenda in più, un uovo raccolto dal nido, liscio, ancora tiepido fra le mani. Ci infilavamo di nascosto nel fienile, una gallina spaventata schizzava via dal suo nascondiglio, lasciando le uova appena deposte occhieggiare tra la paglia. Succhiavamo ingorde il nostro tuorlo, direttamente facendo un piccolo foro sul guscio e, guardandoci negli occhi ridenti, complici, alzavamo il braccio in un brindisi. Le case di città, come cubi di cemento, le auto che ci portano ovunque, ci hanno chiuso in trappola e succede che la primavera passi senza che ne accorgiamo.

Quello di cui ho maggiore nostalgia, pensando alle mie primavere in campagna, è quando vedevo tornare le rondini. Le code a punta, il petto bianco, laboriose, riparavano i nidi fatti di paglia e mota, abbandonati l'autunno precedente, volavano basse garrendo e formavano splendidi cerchi nell'aria, mettendo allegria.

Per i romani le rondini erano una manifestazioni dei Lari, le divinità protettrici della case degli uomini: infatti costruiscono il nido proprio sotto i nostri tetti e vivono vicino a noi. Per il nonno significava l'inizio dei lavori nei campi, dopo l'ozio invernale, la stagione buona stava cominciando. Le rondini fanno parte della nostra vita, “sono sante e benedette” diceva la nonna. Delicate, pazienti e così come loro ci insegnava ad essere nella vita .

Ero così affascinata da questo piccolo e speciale uccello che quando a scuola la maestra ci diede da studiare a memoria la poesia X Agosto di Giovanni Pascoli, mi veniva il groppo in gola e non riuscivo a recitarla

 

Ritornava una rondine al tetto:

l'uccisero: cadde tra spini:

ella aveva nel becco un insetto:

la cena de' suoi rondinini...

 

mi fermavo a questo punto con le lacrime agli occhi.

I mesi trascorrevano allo scandire dei raccolti, dell'intenso lavoro dei campi che si snodavano perenni al ritmo delle stagioni. Nascevano nuovi animali a popolare non solo le stalle ma anche il cortile, le verdure da piantare nell'orto, i campi di trifoglio e la fienagione, molto importante per chi allevava bestiame e per la nonna anche le rose del giardino erano colture altrettanto importanti e andavano curate, perché, quando arrivava maggio, il mese della Madonna, lei voleva averne grossi mazzi da offrire in processione.

Noi bambini invece tenevamo sempre sotto controllo l'albero delle ciliege, era quello che ci premeva di più, appena vedevamo rosseggiare i dolci frutti fra le foglie facevamo a gara ad arrampicarci sull'albero per raccoglierli, per appenderli alle orecchie come orecchini di rubino e per farne grosse scorpacciate. Agili, scattanti, la gara era aperta fra noi e i fringuelli: una guerra all'ultima ciliegia. Poi, col tempo, arrivavano i fichi e le albicocche, tutte delizie preziose e ricche di importanti vitamine per la nostra crescita.

Giunta l'estate, la sera i campi di grano si popolavano di luci intermittenti, piccole lucciole che erano la gioia dei bambini. Spesso prima di andare a dormire correvamo fuori per riempirne un vasetto e usarle come luce di compagnia sul comodino. Le lucine si accendevano e si spegnevano a intermittenza e gli occhi stanchi si chiudevano guardando dentro il vetro incantati dal ritmo, sempre più debole, di piccole stelle che si spegnevano. La prima volta che ho visto una stella cadente è stato un'estate quando ancora non attribuivo significati di reconditi desideri a tale spettacolo. La notte era calata e si stava rientrando con l'ultimo carro di fieno. Il cielo si era acceso, puntellato di stelle, era terso, luminoso, io e mia cugina sul carro, sdraiate sulla montagna di erba odorante, guardavamo in alto assorte in pensieri più grandi di noi, perse in sensazioni che soltanto la meraviglia della natura può ispirare. Pancia all'aria, solleticata dai gambi e dalle foglie dell'erba medica, dondolata dal ballonzolio del carro traballante, ascoltavo, assonnata, il cri cri dei grilli che saliva dai campi e pareva musica assordante nel silenzio della campagna. All'improvviso una lunga scia luminosa, brillante nuvola di fuoco, si distese nel cielo, una luce incandescente nel buio. Una briciola di polvere e roccia staccatasi da un meteorite, a scuola lo aveva spiegato la maestra, ma vederla davvero lasciava senza fiato, una stella cadente e gli occhi si illuminarono, mentre stringevo la mano di mia cugina che guardava a bocca aperta. Fu un breve momento, trattenni il respiro provai ad ascoltare, ma non faceva rumore, provai a odorare e non sentii nessun profumo, eppure è tuttora uno spettacolo indimenticabile che mi riempie occhi, naso e gola ogni volta che ci penso, mentre il brivido di un attimo mi percorre la pelle.

 

LA STRELA CADAINTA

Am son svulté l’eltra not in un pré.....

Dio cum a sira cuntainta

A un semil spetacual a n’ira mega preparé:

a i ò vest una strèla cadainta!

Ad totti ca li èter l’ira la piò bela

Comm una cumatta, con la co iluminé

La sluseva, la fruleva, l’ira la mì strèla

E a l’impruvis l’è vgnù vers ed mé……

La m'à illuminé

La m’à abrazé.....

Mama t’i tè?

Finalmaint t’è dezis ed turner que da me!

 

LA STELLA CADENTE (traduzione)

Mi sono sdraiata l’altra notte in un prato

Dio come ero contenta

A un simile spettacolo non ero preparata:

ho visto una stella cadente!

Di tutte le altre era la più bella

Come una cometa, con la coda illuminata

Luccicava, si muoveva, era la mia stella

E all’improvviso è venuta verso di me….

Mi ha illuminato

mi ha abbracciato

Mamma sei tu?

Finalmente hai deciso di tornare quaggiù.

C'era una volta la Romagna: "la primavera"
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C'era una volta la Romagna: “le mucche”

21 Marzo 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

Il nonno aveva una piccola stalla piena di mucche e ne era orgoglioso, le curava, le puliva, dava loro da mangiare e da bere, due volte al giorno mattina e sera, prendeva una piccola seggiola e si accostava per mungerle. Si sedeva nella posta, poggiava la testa contro il ventre della vacca che lo lasciava fare calma e paziente, poi iniziava a tirare le mammelle ora una, ora l'altra, fino a farne uscire un lungo schizzo di latte che finiva caldo e schiumoso dentro il secchio tenuto stretto fra le ginocchia. Lo schizzo colpiva l'alluminio del secchio con forza e provocava un suono metallico, schizzo dopo schizzo ne usciva una specie di musica che calava di intensità mano a mano che il secchio si riempiva.

Mi raccontava mia madre che durante i lunghi inverni di neve e gelo, ben prima dell'avvento della televisione, le stalle erano state per le famiglie contadine il punto di ritrovo serale. Si andava “a veglia” una sera da una famiglia e una sera dall'altra per stare tutti insieme e le stalle diventavano il centro della vita sociale e familiare. Fuori nel cielo sereno splendeva fredda la luna e dentro si sentiva il vento fischiare da un vetro rotto o dalla fessura di una porta, mentre le mucche, sdraiate, ruminavano piano, e ogni tanto qualcuna lasciava andare un rumoroso respiro che faceva compagnia. Con il caldo delle bestie e la luce di un lume a petrolio, le donne filavano la lana, la nonna era maestra nel far “prillare” il fuso, rammendavano, lavoravano ai ferri creando calzini, guanti e sciarpe, mentre gli uomini, aggiustavano gli attrezzi, intrecciavano ceste di vimini, facevano scope di saggina e quando era festa suonavano l'armonica e giocavano a carte.

A tenere banco però erano i racconti dei vecchi, una sorta di libro orale tramandato di padre in figlio, dal quale trarre favole che i contadini, molti dei quali analfabeti, pur non sapendo leggere, raccontavano benissimo. Le nonne narravano storie di morti che vagavano nella loro terra senza pace, di folletti e di spiritelli che popolavano le campagne e, durante la notte, si infilavano nelle stalle per fare dispetti, così la mattina facevano trovare le criniere dei cavalli annodate in piccole trecce.

La campagna era piena di luoghi dove dicevano che “ci si vedeva” e “ci si sentiva”, specialmente di notte lungo le strade fiancheggiate da siepi o nei pressi di mulini e sotto i ponti.

I bambini più grandicelli ascoltavano a bocca aperta, un pochino spaventati, tornando a casa, a passo svelto, non si allontanavano mai dai genitori e si guardavano intorno circospetti, tenendosi per mano, perché una volta in campagna la notte era veramente buio, un buio nero, avvolgente, che oggi non possiamo nemmeno immaginare.

Quando arrivava l'estate le mucche venivano portate all'aperto, lungo il dorsale della collina c'erano distese di terre non coltivate che, adibite a prato, servivano per il pascolo. Si usciva la mattina ben presto, dopo la prima mungitura, la strada era lunga ma le mucche pareva sapessero da sole dove andare. Il nonno per farsi aiutare addestrava dei cani da pastore. Li chiamava tutti Lupo, perché appena uno invecchiava un poco, aveva sempre un altro cucciolo che lo affiancava e imparava il mestiere. Lupo e Lupino, i comandi secchi, dati in dialetto, facevano scattare i cani che, di corsa, scodinzolanti, andavano davanti al branco e, abbaiando, radunavano le mucche per condurle dove l'erba era più fresca e soprattutto lontano dai campi coltivati a trifoglio, perché, anche se le bestie ne erano golosissime, le faceva gonfiare e stare male.

Ricordo un'estate, il cane era vecchio, si ritirava sotto un carro, dove trascorreva quasi tutta la giornata, raramente ne usciva, non voleva nemmeno mangiare, quasi sentisse di non poterselo più guadagnare. Il Lupo giovane la mattina gli andava vicino festoso, lo annusava e abbaiando lo invitava ad uscire per accompagnare le mucche al pascolo, lui si girava dall'altra parte con gli occhi umidi, le orecchie basse e il muso appoggiato per terra. Solo a sera, al ritorno del branco, si rizzava faticosamente e muoveva qualche passo. Quasi cieco, mezzo sordo, usciva da sotto il carro e aiutava, abbaiando stanco, a far rientrare le mucche nella stalla, poi con la coscienza di aver assolto al suo dovere, ritornava quieto sotto il carro. Una mattina andai a portargli la scodella del latte, ma Lupo non si muoveva, non alzò il suo “musone” triste per salutarmi. Chiamai urlando lo zio che, venuto, alzava le zampe una ad una e le lasciava cadere, “l'è mort” disse senza tante cerimonie e, presolo per la coda, lo tirò fuori da sotto il carro. Lo sollevò tra le braccia e tutti in fila, in silenzio, andammo a seppellirlo sotto una siepe di biancospino. Io faticavo a trattenere le lacrime, mia cugina raccolse alcuni fiori gialli dal campo e li posò sulla terra mossa.

A primavera quando improvvisamente la siepe fiorì, immaginai che fossero le chiazze bianche del pelo di Lupo ad aver ammantato i rovi. Ho imparato tanto nelle mie estati in campagna, le cose belle mi hanno insegnato ad amare la vita, le brutte invece ad affrontarla.

Spesso durante il giorno era nostro compito andare “dietro “ le mucche, il nonno ci diceva come e dove portarle e il Lupo di turno, bravissimo, faceva il resto. Noi in realtà giocavamo, facendo capriole nei prati e la sera quando calava il sole ci avviavamo verso casa, le mucche si fermavano al laghetto per abbeverarsi a lungo e durante l'ultimo tratto in salita io e mia cugina ci facevamo trainare attaccandoci a una coda. Arrivati sull'aia a noi spettava il bagno, e al cane la zuppa, a cui si avvicinava rigorosamente soltanto dopo essersi sincerato che ogni bestia fosse sistemata nella sua posta. Allora si sdraiava, esausto, al riparo da tutti e rosicchiava per ore il suo osso che teneva stretto tra le zampe anteriori. Gli piaceva farsi accarezzare dalla brezza serale, disteso vicino la stalla con la testa in ombra e la schiena verso il tramonto, la coda si agitava, spazzando la terra e sollevando la polvere, appena passava un bambino.

Una sera, ricordo, c'era fermento intorno alla stalla, una delle mucche doveva partorire e noi bambini curiosi ci eravamo precipitati all'interno dove, seduti in prima fila su una balla di fieno, guardavamo lo zio che fungeva da veterinario. Arrivò il nonno, arrabbiatissimo, guardandoci truce e agitando il cappello come faceva quando scacciava le mosche, ci mandò via in malo modo, perché “non erano spettacoli adatti ai bambini”. Ovviamente nessuno di noi pensò minimamente di ubbidire, troppa era la curiosità di vedere un parto in diretta. I più piccoli volevano sapere se avrebbero visto sant'Antonio Abate in persona portare il vitello, perché questa era la versione che raccontava loro la mamma ogni volta che al mattino trovavano un nuovo nato nella stalla. A spinte e gomitate ci sistemammo, assiepati fuori da un finestrone proprio di fronte alla posta dove giaceva la mucca con le doglie. Restammo colpiti a vedere lo zio che si accertava della salute dell'animale e la accarezzava con la stessa dolcezza che usava con noi bambini. La mucca era accovacciata al suolo e mandava muggiti sempre più forti e angoscianti. Una sacca d'acqua color giallastro pendeva da sotto la coda. Gli occhi attoniti, la bocca aperta, trattenevamo quasi il respiro, il momento era giunto, vedemmo prima comparire le zampe anteriori del vitello e subito dopo il naso. La vacca muggiva straziata per il dolore e faticava a fare uscire il suo piccolo, allora lo zio, svelto, accertatosi che fosse disposto in maniera corretta, legò i piedi con una corda e l'aiutò tirando forte. Fu questione di pochi secondi e sgusciò fuori il vitellino tutto ricoperto da una pellicola biancastra. Lo adagiarono vicino alla madre, che cominciò a leccarlo e pochi attimi dopo era asciutto, pulito e tentava di mettersi in piedi, cadendo goffamente sulle ginocchia. Ci abbracciammo, eravamo contenti, le gote rosse per l'emozione. Guardavamo il vitellino, in adorazione, come se fosse figlio nostro. Tra gli adulti spesso sentivamo esprimere grande ammirazione per qualcosa di naturale come una quercia secolare, un grosso toro o un'abbondante nevicata, era la natura a far da padrona in campagna. L'uomo lavorava la terra, la donna lo aiutava e reggeva la casa, le bestie servivano entrambi. C'era una sorta di mutua solidarietà fra uomini e animali e c'era gratitudine nella comune fatica. A ognuno il suo. Quella sera fu difficile addormentarci, la scena era stata eccitante e inconsapevolmente ci rendevamo conto di aver assistito allo spettacolo più bello che la natura possa offrire: il miracolo della vita.

C'era una volta la Romagna: “le mucche”
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C'era una volta la Romagna: "la sfoglieria"

14 Marzo 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

In campagna un'altra occasione di festa si presentava quando l'aia era pronta per la sfogliatura delle pannocchie di granturco.

Il mucchio delle pannocchie era al centro dell'aia e tutto intorno le zie mettevano delle cassette rovesciate che fungevano da seggiolini.

Si accendevano i lanternini a petrolio che venivano appesi fuori dalle finestre, perché la sfogliatura si faceva rigorosamente dopo cena e i vicini arrivavano a frotte, era un'occasione per mantenere, rafforzare i legami della vita comunitaria. Si cantava e si raccontavano storie mentre e, seduti sulle cassette, si iniziava il lavoro. Noi bambini ci ingegnavamo alla meno peggio con le manine inesperte, mentre gli uomini usavano un punteruolo acuminato.

Avevo una passione per le pannocchie un po' acerbe, le cercavo con attenzione nel mucchio, perché conservavano ancora i “capelli” lunghi e colorati e le riponevo da un lato per usarle come bambole.

Il nonno, mentre sfogliava con maestria, iniziava a parlare di aratura e di semina, i ragazzi più grandi di noi invece si avvicinavano piano piano alle ragazze, parlottando loro nell'orecchio. Sentivamo scoppi di risa maliziosi e vedevamo il nonno guardarli burbero, di sottecchi, per accertarsi che, distraendosi, non smettessero di pulire le pannocchie e di gettarle, nude, alle loro spalle, nel mucchio che cresceva piano piano.

La polvere nera del petrolio velava i vetri dei lumi, la luce fioca si faceva rossa e tremolante, ma la luna intanto saliva alta in cielo e illuminava l'aia apparendo tra le fronde delle acacie che si muovevano soffiate dal vento fresco della notte. La nonna si affacciava sulla soglia, accaldata e arrossata in viso, con le crescentine appena fritte e le caraffe di vino, una breve pausa in allegria che consentiva ancora qualche giocoso scherzo fra maschi e femmine. Le ragazze si alzavano svelte e servivano per primi gli uomini che, ridendo a bocca piena, si ingozzavano per nascondere la timidezza.

A notte fonda le teste cominciavano a ciondolare per il sonno e gli occhi si facevano piccoli, lo sguardo vagante, allora per restare sveglie le ragazze provavano ancora a cantare, con voci squillanti, qualche allegro stornello. Io le sentivo a tratti intermittenti, persa nella nebbia del dormiveglia, appisolata in mezzo alle foglie delle pannocchie ammucchiate da un lato, abbracciata alle mie cugine e alle bambole di granturco.

La mattina successiva le pannocchie venivano distese sull'aia e le zie le percuotevano con lunghi bastoni sottili. Sotto i colpi violenti i chicchi saltavano via e, poco distante, i polli guardavano, con l'occhio fisso, in attesa che uno arrivasse nelle vicinanze. Nel pomeriggio il granturco veniva steso a essiccare al sole e questo era il momento di noi bambini. Venivamo comandati a guardia dei polli che si facevano sempre più temerari e noi dovevamo metterli in fuga quando qualcuno, più audace, allungando il collo, beccava un granello e fuggiva a balzelloni.

Ogni tanto uno di noi non resisteva e spiccando un salto si faceva una corsa a piedi nudi in mezzo al granturco tiepido e pungente.

La nonna, da lontano, sotto un albero, ci guardava attenta mentre preparava nuovi sacconi di cartocci (bucce delle pannocchie), che sarebbero stati usati come fragranti giacigli nei nostri letti estivi.

Intanto noi, guardando i biondi chicchi, pregustavamo la polenta che sarebbero diventati. La nonna mescolava lentamente nel paiolo, col grosso mestolo di legno, la farina con l'acqua, affinché non si formassero grumi. Quando la polenta era cotta la rovesciava fumante sul tagliere in mezzo alla tavola, condiva tutto a spicchi, con salsiccia, ragù e parmigiano o costolette di maiale, e poi tagliava le fette con un grosso filo bianco e ognuno si prendeva la parte che gli piaceva di più. Inutile dire che la prima fetta era del nonno e l'ultima dei bambini che si lamentavano, bisticciando per chi aveva avuto la fetta dallo spessore più grosso.

La natura è maestra e ci dona il succo della vita. Ho sempre legato i ricordi a un profumo e ho tante boccette nel cuore: il tabacco del sigaro del nonno, la polenta della nonna, il mosto nella cantina di mio zio, la menta delle caramelline del babbo, lo zucchero a velo di mia madre. Profumi e ricordi insieme, si viaggia nel tempo e scompaiono rughe e capelli d'argento.

C'era una volta la Romagna: "la sfoglieria"
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