Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Bari vecchia

24 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #giacinto reale

In giro per l'Italia: Bari vecchia

Giacinto Reale è un amico, un uomo colto e sensibile. La sua cultura si evince dai suoi articoli, la sua sensibilità la dimostra avendo raccolto il mio appello per parlare della sua città. Dalle sue parole traspare amore peri vicoli, per i muri, per le usanze, le tradizioni e la cucina di un luogo che ha lasciato oramai da tanti anni, ma che porta ancora nel cuore. Nel suo accompagnarci a spasso per Bari Vecchia, ha saputo cogliere odori e colori come solo il cuore “innamorato” di chi vi è nato e cresciuto avrebbe saputo fare. E’ un piacere avvicinarsi a luoghi sconosciuti quando tanta familiarità ci viene trasmessa dal nostro accompagnatore. Aspettiamo dunque il prossimo tour che l’amico Giacinto ci ha già promesso.(Franca Poli)

BARI VECCHIA

Fino a qualche (un bel po’, in verità) anno fa, avventurarsi per il dedalo di viuzze di “Bari vecchia” poteva essere un’avventura, per il rischio di perdersi tra stradine che giravano in tondo, e per la possibilità di essere oggetto delle attenzioni di qualche malandrino interessato alla borsa della vostra compagna o a un orologio da polso molto “appetitoso”. Ora la situazione è migliorata: sono bastati una bella imbiancatura generale alle mura, una discreta opera di dissuasione su qualche irriducibile malavitoso, un po’ di incentivi a bar, ristoranti, pub e locali che volessero lì iniziare l’attività. Il quartiere è così rinato a nuovo splendore (e i prezzi dei pochi appartamenti disponibili sono saliti di conseguenza) e “locali” e turisti si avventurano tra strade strette e tortuose per impedire al vento di mare di flagellare i passanti, case addossate le une alle altre per tenere al caldo la gente, archi che riparano dalle intemperie e ospitano edicole votive oggetto di culti secolari. Passeggiando, si è accompagnati dal chiacchierio delle donne che, davanti alla porta di casa, pelano patate, lavano pentole, preparano orecchiette che poi stenderanno al sole ad asciugare… Sedie e panchetti non mancano, e, se è estate e vi prende il coccolone, nessuno vi rifiuterà una sosta e un bicchiere d’acqua. Acqua che arriva fresca e buonissima dal “basso”, caratteristica casa a pianoterra, difesa da una porta che si sbarra solo a sera, quando “rientra” pure l’immaginetta di San Nicola (o anche il laicissimo ferro di cavallo) che vi è appesa e alla quale è affidata la protezione contro invidia e malocchio. A difendere l’intimità familiare, quando è necessario (nelle ore dedicate al riposino post prandium, per esempio) basta una porticina a vetri opachi o coperta da una tendina, sicuro riparo anche contro il maltempo, talora sovrastata da un balconcino con balaustre panciute, quasi barocche. Le inferriate di tali balconcini sono prudenzialmente spesso coperte da panni e da cartoni, che danno loro un’immagine vagamente spagnoleggiante, ma hanno lo scopo di impedire che qualche sguardo malizioso possa dalla strada indovinare le nascoste virtù delle bellezze meridionali che vi si affacciano. Dicevo delle immaginette “antimalocchio”… Ricordo di aver letto che, su una porta di via della Quercia, la stessa funzione è affidata ad una grezza testa di pietra coronata da un turbante che la fa sembrare, appunto, una ”cape du turchie” (“testa di turco”). L’immaginario popolare allude ad un turco malandrino che, chissà come e chissà perché, qui ebbe la testa mozzata dai fedeli cristiani, forse perché intenzionato a violare la sacra intimità domestica. Si è fatta quasi ora di pranzo, ed entro in uno di quei caratteristici locali di cui vi dicevo: orecchiette con le rape, braciola di cavallo e un buon vino locale mi accompagneranno ad un riposino indispensabile…prossimamente, però penso di tornarci, c’è ancora tanto da vedere e …da scrivere. (Giacinto Reale)

Mostra altro

Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza

3 Marzo 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza

Bali, Lombok, Java, Jakarta, Sumatra… c’è ancora tutto un mondo da scoprire.

L’Indonesia, con le sue 14.000 isole allineate a semicerchio lungo l’immaginaria linea di confine che virtualmente separa l’Oceano Pacifico dall’Indiano, è un mosaico di popoli e culture in cui ogni isola è diversa dalle altre e, tuttavia, ciascuna di esse si riconosce nelle radici di una comune origine geologica che a tutte ha donato, con eguale generosità, una natura insospettatamente fertile e al tempo stesso selvaggia, che ovunque si sposa con una cultura antica, profondamente radicata nei culti magici e nelle tradizioni popolari, sopravvissuti miracolosamente intatti alle aggressioni del turismo internazionale.

Uno spensierato turismo balnearvacanziero, al quale l’Indonesia deve la sua straordinaria crescita economica e lo sviluppo di una mentalità imprenditoriale che hanno portato gli operatori turistici delle “località minori”, stanche di vivere all’ombra del mito balinese, a rivendicare, forse con un pizzico d’ingratitudine, una maggiore attenzione da parte delle autorità governative.

E’ vero, l’Indonesia non è solo Bali. E tuttavia, proprio al richiamo esercitato dall’indiscutibile fascino di Bali, l’isola degli dei, l’Indonesia deve molto. I flussi turistici e valutari diretti verso quest’isola “regina”, oltre a consentirle di giocare il ruolo di prima donna nelle programmazioni sull’arcipelago e di dotarsi di uno standard alberghiero di tutto rispetto, hanno altresì trainato lo sviluppo economico di un Paese altrimenti dedito ad un’agricoltura abituata a venerare la montagna come la vera divinità dispensatrice di una ricchezza faticosamente conquistata con un sapiente lavoro di terrazzamenti coltivati a riso (in Indonesia, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, la pesca è poco praticata se non per la ricerca del corallo, utilizzato a scopo ornamentale dal ricco artigianato locale).

Indiscutibilmente bella tra le belle, il primato di Bali è oggi insidiato dall’iniziativa degli operatori delle isole minori, consapevoli che vulcani, foreste, mare limpido, spiagge invitanti, antichi templi e, soprattutto, tradizioni e folklore locale sono “atout” comuni anche ad altre splendide destinazioni dell’arcipelago, colpevoli solo di essere rimaste ai margini delle iniziative promozionali che hanno portato l’inarrivabile sorella alla ribalta dei circuiti consigliati al turismo internazionale.

L’Indonesia è una Repubblica attualmente suddivisa in ventisei province, a loro volta ripartite in distretti (kabupaten) che fanno capo ad un ufficio governativo. La popolazione, che dopo aver subito la dominazione olandese, negli anni sessanta, ha finalmente ottenuto l’indipendenza, è un miscuglio di razze in cui convivono armonicamente influenze cinesi, indù e polinesiane.

LOCALITA’ TURISTICHE:

Il fascino di Bali è indiscutibile ed unico. Basta visitarla per comprenderne le ragioni: la sua tradizione induista, in un Paese altrimenti di stretta osservanza musulmana, ha eretto nel corso dei secoli più di mille templi ed accompagna, scandendone i lenti ritmi quotidiani dalla nascita sino alla morte, i riti millenari di un popolo la cui straordinaria vena artistica trova libero sfogo in danze, musiche e creazioni artigianali ispirate dalla sorprendente bellezza dei paesaggi balinesi.

L’ospite (Tamu, in lingua balinese) è sempre il benvenuto in un’isola che la sua gente considera proprietà degli dei, e resterà rapito dalle spiagge protese verso un mare ancora incontaminato, avamposti di un mondo che, nel suo interno, nasconde fresche colline vulcaniche ed insospettati tappeti di risaie dal verde accecante.

Partendo da Denpasar, centro amministrativo e commerciale dell’isola, si possono effettuare alcune interessanti estensioni. A Besakih, nell’interno, sorge il più antico santuario di Bali: un complesso templare situato a circa 1.000 metri di altezza, lungo le pendici del vulcano Gunung Agung.

Ai piedi del vulcano Batur, uno dei tanti rilievi vulcanici che movimentano i paesaggi indonesiani, si trovano l’omonimo tempio ed il villaggio Kintamani, entrambi distrutti e ricostruiti in seguito all’eruzione del 1926.

Altre escursioni da non perdere fanno tappa a Tampakiring, dove sorge il tempio di Gunung Kawi (risalente all’XI secolo), a Bedugul dove, su un promontorio che si affaccia sul lago Bratan, si può ammirare il tempio di Ulu Danu (dedicato a Dewi Danu, la dea delle acque) ed a Mengwi, ex capitale dell’isola, con il tempio di Pura Taman Ayun.

Con pochi minuti di volo da Bali, alla cui vicinanza deve parte della sua notorietà e da cui ha mutuato tradizioni religiose e stili architettonici, si raggiunge Lombok, che in lingua locale significa sincero.

Agli amanti del “diving” Lombok offre la possibilità di indimenticabili immersioni tra barriere coralline di rara bellezza, popolate da flora e fauna tropicali uniche al mondo. Questi sono gli ingredienti con cui quest’isola propone una vacanza balneare che gli amanti del “diving” non dimenticheranno e che tuttavia non esclude la possibilità di immersioni, questa volta a carattere culturale.

A Lombok, l’influenza di Bali è presente un po’ ovunque: dal Palazzo Taman Mayra, sede della corte reale del precedente regno balinese, con l’adiacente tempio di Pura Meru, al vecchio Palazzo d’Estate di Narmada, residenza estiva del re, circondato da splendidi giardini e da fontane con suggestivi giochi d’acqua.

Infine, la zona sud-orientale di Lombok, con i cui villaggi, permette di entrare in contatto con l’antica tribù dei Sasak, le cui donne, avvolte nei loro neri costumi tradizionali, sono depositarie di ancestrali tecniche di lavorazione di tessuti e terracotta.

Java è l’isola più popolata dell’arcipelago e la quinta per estensione. Il tour dell’isola non può che partire da Jakarta, la capitale dell’Indonesia. Affacciata sul Mare di Giava, Jakarta è una metropoli moderna che, oltre ad offrire ottime opportunità di shopping, conserva numerosi spunti d’interesse storico-culturale tra cui la Chiesa portoghese, che risale al 1693, lo Stadthuis, eretto nel 1627 per ospitare la sede della Compagnia delle Indie Orientali, e il Museo Centrale, voluto dagli olandesi nel 1778, in cui è possibile ammirare alcune delle più belle vestigia della cultura indugiavanese.

Per chi ama la vita notturna, la città offre una vasta scelta di locali notturni e di ristoranti tipici. L’itinerario giavanese può quindi proseguire con una sosta alla meno caotica, deliziosa Yogyakarta.

L’antica capitale del sultanato, distesa nelle fertili pianure del centro-sud dell’isola, oltre alla possibilità di visitare il Palazzo del Sultano e di ammirare le tecniche di realizzazione dei famosi batik e di altri oggetti tipici dell’artigianato locale, la città offre l’opportunità di effettuare un’escursione al vicino tempio di Borobudur, il più grande complesso buddista del Sud-Est asiatico, ed a Prambanan, dove si trova il più esteso gruppo di tempi induisti dell’isola, composto di oltre 240 edifici, tutti risalenti al IX secolo.

Infine, vale la pena approfittare di un viaggio in Indonesia per ammirare le foreste di sandalo di Sumba, i vulcani di Timor, i villaggi di Sumatra, con le sue case a forma di barca abitate dai Batak, uno dei popoli più antichi dell’arcipelago, e l’isola di Komodo, dove sopravvivono alcune colonie di varani, discendenti diretti dei dinosauri ed attualmente classificati tra le specie animali più antiche del mondo.

Per concludere, una sosta a Celèbes (Sulawesi). Partendo da Ujung Pandang, nella zona meridionale dell’isola, ci si può spingere fino a Tanah Toraya, la regione dei Toraya, alla scoperta di una popolazione vissuta, sino a tempi non remoti, in un isolamento che le ha permesso di conservare intatte le sue antiche tradizioni tribali, le sue interessanti tecniche edilizie ed i suoi antichi usi funerari.

In ricordo delle migrazioni per mare che dalla Malesia li spinsero sino a Celèbes, i Toraya vivono tuttora in curiose e tipiche case fatte a forma di barca.

Liliana Comandè

Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza
Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza
Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza
Mostra altro

IN GIRO PER BOLOGNA: IL PALAZZO, LA PROFEZIA E IL PAPA

24 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

La maggior parte delle case antiche di Bologna aveva il portico con le colonne in legno. Col tempo le colonne vennero rivestite con mattoni o sostituite integralmente da strutture in cotto. In un gran numero di documenti della fine del XVII secolo e degli inizi del XVIII risulta come, in occasione di richieste di ristrutturazioni, i proprietari di edifici venissero invitati a sostituire le colonne in legno con elementi in pietra (arenaria o, appunto, cotto). Era in passato prassi consolidata quella di interporre tra la base della colonna in legno e la superficie del suolo un blocco di selenite, pietra che, per la bassissima porosità, proteggeva così il legno dalla risalita capillare dell’acqua piovana. Aggirandosi tra le vecchie case della città troviamo un palazzo, situato in via del Monte n. 8, che venne costruito tra gli inizi e la metà del XVI secolo su disegno di Jacopo Barozzi, detto il Vignola, per volere della ricca famiglia Boncompagni. Un palazzo che ha all’interno affreschi di pregio, colonne e capitelli in arenaria attribuiti ad Andrea Marchesi da Formigine, e che aveva nel portale l’elemento più importante e prezioso. Alcune foto di Alinari (primi anni del ‘900) mostrano le colonne, i capitelli e le decorazioni della casa ancora in un buono stato di conservazione. Nel 1960 il portale era ancora integro, mentre oggi, a causa degli inquinanti atmosferici, è molto deteriorato. C’è un’antica profezia, una delle tante che hanno scandito la vita dei cittadini bolognesi, che riguarda questo palazzo. Pare che un veggente avesse previsto, in tempi non sospetti, che quella casa sarebbe divenuta la dimora di un Papa. La profezia si avverò e questa costruzione, oggi nota come palazzo Benelli, infatti deve la sua importanza maggiormente al fatto che fu residenza di un Papa bolognese. Dentro quelle mura, nel 1502, ebbe i natali Ugo Boncompagni, figlio di un commerciante benestante. Ugo crebbe tra discreti agi, si laureò in legge, esercitò l’attività di docente, condusse una vita abbastanza spregiudicata ed ebbe anche un figlio senza contrarre matrimonio, che chiamò Giacomo. All’età di 36 anni, improvvisamente, si convertì. C’è chi è disposto a giurare che fu una scelta cinica, perché proprio allora il Senato cittadino gli aveva rifiutato un aumento di onorario come docente. Comunque, vocazione o no, Ugo intraprese la carriera ecclesiastica e divenne prete all’età di 40 anni e dopo trent’anni era addirittura salito al soglio pontificio col nome di Gregorio XIII. E la profezia sulla sua casa natale si era avverata. Ancora oggi questo Papa è ricordato come uno dei più importanti della storia moderna. Fu un energico promotore della Controriforma, in opposizione alla Riforma Protestante e fece istituire il calendario gregoriano, ancora universalmente in uso, che sostituì quello giuliano. Fu proprio in seguito alla sua nomina che venne affisso sull’architrave del portale di palazzo Boncompagni lo stemma papale a tutto tondo con l’arme della casata. Papa Gregorio, all’avanguardia su molte cose, fu mecenate degli esponenti più “illuminati” della comunità scientifica della sua epoca e aiutò il filosofo matematico Girolamo Cardano ad ottenere una cattedra all’Università di Bologna. Sotto il suo pontificato ci fu grande impulso allo sviluppo della scienza e delle arti, che favorì apertamente, sostenendo le idee e il lavoro di molti uomini di cultura. Contemporaneamente, come tutti i Papi era interessato al consolidamento del potere temporale della Chiesa e si fece promotore anche del movimento che, dopo il massacro di San Bartolomeo, nel 1572, dilagò per tutta la Francia portando all’uccisone per mano dei cattolici, di oltre trentamila persone, indiscriminatamente fra uomini e donne, di fede calvinista. Un vero olocausto, definito dagli storici, con buona pace di molti che hanno solo memorie recenti ,“il peggiore dei massacri religiosi del secolo” ( H.G. Koenigsberger- G.L. Mosse – C.Q. Bowler ). Una volta divenuto Papa Gregorio XIII, fece anche un’altra cosa per cui viene ancor ricordato, legittimò il figlio Giacomo e lo nominò comandante delle Guardie pontificie a Bologna. Si racconta che il cardinale Borromeo, che lo aveva caldamente sostenuto durante il Conclave, non fu d’accordo con lui in questa “circostanza” così lontana dai parametri religiosi e gli rinfacciò che se lo avesse saputo non avrebbe caldeggiato la sua nomina. Per niente intimidito, pare che Gregorio rispondesse: “Non ve ne fate cruccio, lo Spirito Santo lo sapeva benissimo eppure ha permesso la mia elezione!” 

STATUA DI PAPA GREGORIO XIII ,PARTICOLARE DEL PALAZZO COMUNALE DI PIAZZA MAGGIORE

STATUA DI PAPA GREGORIO XIII ,PARTICOLARE DEL PALAZZO COMUNALE DI PIAZZA MAGGIORE

PALAZZO BONCOMPAGNI

PALAZZO BONCOMPAGNI

Mostra altro

Brasile: paese dalle tante bellezze

20 Febbraio 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Brasile: paese dalle tante bellezze

Natura, chiese e magia sono il mix affascinante di una nazione conosciuta soprattutto per l’allegria della sua gente.

Forse non esiste al mondo un altro paese ricco di contrasti e vario come il Brasile.

Un paese immenso, esteso per 8 milioni e mezzo di Kmq., 27 volte l’Italia, modernissimo per certi aspetti, come si può notare vedendo i grattacieli di San Paolo o la capitale Brasilia, gioiello di urbanistica ed architettura, “nata” il 21 aprile 1960 sul Planalto a 1100 metri d’altezza, laddove c’era una distesa di terra rossa punteggiata di radi alberi, oppure ricco di sapore coloniale, con chiese e palazzi in stile barocco lusitano, come si può vedere in città come Salvador de Bahia, Recife, Olinda e Ouro Preto.

O ancora, luoghi dove la commistione tra una natura selvaggia e i monumenti della civiltà trapiantata dall’Europa sorprende il visitatore, come a Manaus, nel cuore dell’Amazzonia.

Vetrina e quintessenza di questo mondo composito è Rio de Janeiro, porta del Brasile, per chi giunge in aereo e dall’altro può ammirarne l’ampia e sinuosa baia sovrastata dal Pao de Azucar, il Pan di Zucchero; approdo naturale, come fu anche per i navigatori portoghesi che qui giunsero cinque secoli fa.

Rio è famosa per il carnevale. Ma il suo spirito festoso aleggia tutto l’anno in luoghi celeberrimi come Copacabana, dove grandi alberghi e lussuose residenze si affacciano su una spiaggia perennemente affollata di bellezze femminili dalla pelle con differenti gradazioni di colore o di ragazzi che giocano al pallone sperando di emulare il “mitico Pelè.

Altra stupenda spiaggia è Ipanema. Ci si può fermare sorseggiando, in uno dei tanti bar, una “caipirinha”, tipica bevanda brasiliana a base di limonino e distillato alcolico di canna da zucchero, o gustando una “feijoada”, una fagiolata tutta speciale.

Si può salire al Corcovado per rendere omaggio alla gigantesca statua del Cristo Redentore e godere dall’alto la magnifica vista della città oppure sul Pan di Zucchero, all’ora del tramonto, per ammirare il suggestivo spettacolo della baia tutta illuminata dalle luci degli yacht e delle barche ormeggiate.

Merita una visita il Giardino Botanico, che ospita innumerevoli piante esotiche.

All’interno, in una foresta subtropicale al confine con l’Argentina e Paraguay, raggiungiamo le cascate di Iguazu, immensa massa d’acqua che precipita in uno strapiombo largo tre chilometri, sollevando nuvole di spruzzi. Qui, la natura, si esibisce in una delle rappresentazioni più belle del mondo.

Per molti, invece, il vero cuore del Brasile è costituito dal Nordeste, dove l’incanto della natura, il clima perennemente estivo, la presenza di città ex coloniali dal fascino ineguagliabile, la mescolanza delle razze, bianchi discendenti dei primi conquistatori, neri discendenti dagli schiavi africani, indios autoctoni, hanno creato un sorprendente cocktail di culture e di folclore, al di là degli inevitabili problemi sociali.

Il Brasile vanta ottomila chilometri di coste, dove si ritrova, appena fuori dalle città, un susseguirsi di spiagge, dune e scogliere contro cui si infrangono fragorose onde oceaniche; oppure la furia del mare si stempera dolcemente laddove promontori e scogliere, formando tranquilli bacini, fanno meglio assaporare l’aspetto selvaggio dei luoghi.

Da Ilheus, capitale mondiale del cacao, a Salvador de Bahia e, spostandoci ancora più su , verso Aracaju, Recife, Olinda, Natal, Fortaleza e avanti fino a Belem, abbiamo infinite spiagge, dove si incontrano piccoli villaggi di pescatori e alcuni villaggi turistici, spesso esclusivi, che appena scalfiscono la stupenda solitudine dei luoghi.

Visitiamo le città. Recife, con le belle chiese del centro storico, o la vicinaOlinda, rimasta intatta, sulla collina tra gli alberi, con antichi palazzi, conventi e una dominante cattedrale. O, ancora, la celebrata Bahia, con le spiagge, i forti portoghesi sul mare, il colorito Mercato Modelo, e l’affascinante parte alta, raggiungibile con un ascensore blu in “art decò”, che si raccoglie attorno alla piazza del Pelourinho, quartiere totalmente restaurato. Bahia è la patria del “candomblè”, miscuglio di magia e sincretismo religioso, per cui si venerano gli “orixas”, divinità di origine africana, accanto a santi cattolici, e i riti si stemperano in pratiche di magia, ma anche in feste e balli, come il samba.

Bahia è la più grande città sulla costa nord-orientale del Brasile e prima capitale coloniale. La città è una delle più antiche del paese e ill suo centro storico, chiamato Pelourinho, è noto per la suaarchitettura coloniale e per i monumenti storici. Dal 1985 l’Unesco l’ha dichiaratoPatrimonio dell’Umanità. Oggi è ricco di locali e di ristoranti dove si può mangiare, cantare e ballare all’insegna della più sfrenata e contagiosa allegria.

E ancora, Natal, con il grandioso forte dos Reis Magos e le infinite dune di sabbia dorata dove si possono effettuare escursioni a bordo di piccole jeep. E Fortaleza,con un fronte di moderni grattacieli lungo la spiaggia. Infine Belem, alla foce del Rio delle Amazzoni, porta verso l’immensa foresta amazzonica, dedalo di fitta vegetazione, fiumi e paludi, dove vivono tribù indigene isolate ed una fauna svariata: giaguari, tapiri, armadilli, rettili, aironi, pappagalli e scimmie. Nelle acque, caimani, delfini e tantissimi pesci, tra cui i piranha. La maggiore attrazione è costituita dal Pantanal, ai confini con la Bolivia, zona palustre estesa per 100 mila kmq, dove convivono 600 specie di uccelli.

Liliana Comandè

Brasile: paese dalle tante bellezze
Mostra altro

IN GIRO PER BOLOGNA: I Templari

19 Febbraio 2014 , Scritto da Franca poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER BOLOGNA: I Templari

Sono tanti i misteri e le storie che si raccontano sotto gli antichi portici di Bologna e che si perdono tra il reticolo dei suoi vicoli medioevali. E’ la città detta la “dotta” sede della prima università del mondo e in pochi sanno che dopo l’incendio del 53 d.C. fu l’imperatore Nerone a ricostruire una Bologna che era rasa al suolo. E fra i tanti altri c’è un mistero, mai chiarito, che ancora richiama curiosi e storici:si dice che sotto le fondamenta di qualche edificio in città si nasconda il tesoro sotterrato dai Templari, forse sepolto nel rettangolo di strade tra Strada Maggiore, via Torleone e vicolo Malgrado. Gli ori e i preziosi che appartennero ai cavalieri sono stati oggetto della più lunga e infruttuosa ricerca della storia bolognese e tuttora la vicenda è rimasta un enigma. Certo è che i Templari di ricchezze ne avevano messe da parte tantissime al punto da risultare, sul finire del Trecento, uno degli ordini più benestanti della città. La loro storia comincia nella prima metà del Duecento quando Bologna ribolle di fervore religioso. Nell'arco di pochi anni vi si incrociano Sant'Antonio da Padova, San Francesco e San Domenico. Un entusiasmo che si colora di politica con il predominio dei guelfi e che viene da lontano se già il papa Urbano II, alla vigilia della prima crociata, nel 1096, si sente in dovere di frenare l'ardore dei bolognesi ansiosi di imbarcarsi per Gerusalemme. I Templari crescono in questo fermento e ne rappresentano il braccio militare. Bologna e Ravenna sono gli avamposti dell’Occidente cristiano per le spedizioni in terra santa in arme, i cavalieri bolognesi si coprono di gloria e di conquiste nel corso della quinta crociata. Intorno al 1300 sono tra gli ordini più potenti della città. Correva l’anno1455 e, secondo Achille Malvezzi, signorotto della città, I Templari bolognesi, prima di essere arrestati durante la persecuzione dell’Inquisizione, avvenuta più di cento anni prima, avevano nascosto e abbandonato un tesoro nel sottosuolo di Bologna e, sempre secondo i suoi calcoli, si trovava proprio sotto il campanile della chiesa di Santa Maria del Tempio, vicino la sua dimora. Per questo motivo, con la scusa che la costruzione gli impediva la visuale e con l’intento di scavarvi sotto le fondamenta, diede disposizione affinchè il campanile venisse spostato. Fu incaricato dell’ingrato lavoro Aristotele Fioravanti, un ingegnere già famoso all’epoca, al quale pagò ben centocinquanta monete d’oro. Nonostante nessuno credesse nella riuscita dell’impresa, l’ingegnere provetto portò a termine il lavoro e, con la manodopera di diversi operai, riuscì a sollevare la torre campanaria nella posizione eretta, a posizionarla su alcuni cilindri di ferro precedentemente poggiati su dei binari fatti con fusti di abeti. In questo modo trainando l’insolito carro, il campanile, dritto, “camminò” per più di tredici metri su strada Maggiore e cioè dal sito originario a fianco la chiesa, fino alla zona absidale della stessa. Si racconta che gli operai, quando videro il campanile muoversi, si spaventarono e non volevano più partecipare alle manovre temendo che la torre campanaria, cadendo, li avrebbe travolti. Fioravanti, sicuro di sé, fece salire il figlio sul campanile a provare che non correvano nessun rischio e, all’arrivo, il ragazzo suonò la campana in modo che tutti sapessero che il traguardo era stato raggiunto. Una lapide all’edificio 82 di Strada Maggiore ricorda l’accaduto “nell’anno 1455 Aristotele Fioravanti bolognese, con nuovo ardimento, qui trasportò per ispazio di più di tredici metri la torre di Santa Maria della Magione, alta venticinque metri, che fu demolita nel 1825.” Il tesoro dei Templari non è mai stato trovato nonostante i numerosi tentativi effettuati nel corso dei secoli fra i quali l’abbattimento, appunto, del campanile stesso e della chiesa. E, Infine, il resto della presenza dei Templari è stato cancellato dalle bombe alleate nel '44. Comunque non si è ancora finito di pensarci, recentemente qualcuno ha avanzato la proposta di un progetto di scavo sempre nella zona ove risiedeva il suddetto campanile, ma fortunatamente l’opposizione di un comitato cittadino ha sventato il pericolo dell’ennesimo sventramento del suolo bolognese. Così il "tesoro", a patto che esista davvero, forse rimarrà per sempre sottoterra. L’ingegnere Fioravanti godeva di ottima fama, oramai conosciuto in tutta Europa come “l’uomo che faceva camminare le torri” , i suoi servigi erano richiesti a Firenze come a Venezia e fu chiamato anche alla corte del re di Ungheria, dove fu incaricato di costruire castelli e ponti fra cui il famoso ponte di Buda. Fu nominato cavaliere del regno e venne coniata una moneta con la sua effige. Al suo ritorno a Bologna questo gli costò addirittura l’arresto, perché, pagando con monete dove era impresso il suo volto, fu accusato di essere un falsario. Una volta risolto il problema grazie al’intervento dello stesso re, partì per la Russia dove innalzò opere grandiose al servizio dello zar. Nonostante i ripetuti appelli di tornare in patria non fece mai ritorno e non si sa come e quando sia morto l’ingegnere bolognese scomparso in Russia, antesignano di un destino comune a molti Italiani che in seguito furono ammaliati dal sogno della primavera sovietica e non fecero mai più ritorno.

Mostra altro

Abruzzo: polmone verde d'Italia e d'Europa

18 Febbraio 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Abruzzo: polmone verde d'Italia e d'Europa

Una Regione verdissima dove i Parchi sono un baluardo per molte specie di animali e dove la natura custodisce tesori botanici unici.

Un blocco calcareo di circa 2400 metri gravita sulla testa di chi affronta gli 11 km del traforo che collega l’Aquila a Teramo. Percorrendoli si avverte distintamente la sensazione di trovarsi nel ventre della montagna, ammirata la sua imponenza poco prima di essere ingoiati dalla bocca scura del tunnel. Il Corno Grande, austero gigante della dorsale appenninico sopporta i transiti automobilistici ed è tollerante anche nei confronti di chi quotidianamente spinge ancora più in basso, nelle sue viscere dove il silenzio è assoluto, per raggiungere il laboratorio di fisica nucleare del Gran Sasso d’Italia.
Poco distante, al centro del Fùcino, ampia conca intermontana strappata alle acque di quello che fu il terzo lago d’Italia, le parabole di Telespazio fungono da ponte di collegamento con il cosmo e sbirciamo il movimento delle dirimpettaie turbine eoliche che a Collarmele, paese del vento, accumulano energia alternativa.
L’alta tecnologia sfida così l’immagine oleografica di quell’Abruzzo dagli assolati pianori su cui regnano greggi al pascolo e strappa la regione da un contesto bucolico che ha fatto il suo tempo. L’Abruzzo è cresciuto ed ora ha voglia di far valere tutte le sue potenzialità, soprattutto in ambito turistico. Su una superficie di oltre 10 mila km2 si concentrano le massime elevazioni della dorsale appenninica che fanno dell’Abruzzo una delle regioni più montuose dello Stivale, mentre nei 130 km abruzzesi il litorale adriatico alterna tratti di arenile dalla sabbia fine a piccole cale movimentate da scogliere.
Morbide colline tappezzate di ulivi e viti, valli fluviali dai contorni corrugati e balze montane bonarie si animano di centri artistici dalla bellezza schietta, che custodiscono preziosità di un’arte sobria, in cui il romanico-cistercense ha dato il meglio di sé. Ma è sul piano della natura che l’Abruzzo offre un’immagine unica e da repertorio: tre Parchi Nazionali, un parco regionale e 37 riserve naturali (tra cui alcune costiere e lacustri) fanno di questa porzione centro-peninsulare d’Italia il polmone verde d’Europa con oltre il 30% di territorio protetto.
Il Parco Nazionale d’Abruzzo, storico emblema della salvaguardia ambientale, è stato ovunque degno ambasciatore della regione ed ha fornito gli stimoli per la creazione del Parco Nazionale Gran Sasso-Monti della Laga e del Parco Nazionale della Majella, istituiti nel 1991.

Dei tratti più caratteristiche di queste aree protette si possono citare quelli che determinano una sorta di primato: il Corno Grande del Gran Sasso il tetto dell’Appennino con i suoi 2912 metri, racchiude il ghiacciaio più meridionale d’Europa, costantemente monitorato per analizzare l’andamento climatico della terra. Poco più in basso, sul versante aquilano a 1800 metri di quota l’altopiano di Campo Imperatore (intitolato a Federico II che in Abruzzo lasciò un buon ricordo di sé) si snoda solenne per molti km ed ha fornito scenari di grande effetto per diversi film (Lo chiamavano Trinità, Lady Hawk, Francesco, La piovra 8, King David, Il viaggio della sposa) ed alcune spot pubblicitari.
A sud-est le ultime propaggini del Gran Sasso toccano le sponde del fiume Pescara, immediatamente oltre il quale si estende il Parco della Majella, la Domus Christi di petrarchesca memoria per la frequentazione di santi ed eremiti, primo tra i quali Pietro da Morrone che nelle vesti di Celestino V promulgò la Perdonanza (indulgenza plenaria per i fedeli al passaggio della Porta Santa di Collemaggio – L’Aquila – il 29 agosto di ogni anno). Nel visitare gli eremi da lui ricostruiti, le cui mura assecondano i fianchi di una montagna contaminata di sacralità e dal fascino irresistibile, è facile capire perché Celestino volesse ritornare alla Montagna Madre dopo il “gran rifiuto” proclamato ad appena cinque mesi dall’elezione al soglio pontificio. I selvaggi valloni e gli estesi pianori carsici d’alta quota custodiscono, inoltre, il tesoro botanico della Majella, stimato in oltre 1800 specie tra cui moltissime esclusive di questa montagna, mentre orsi, lupi, camosci, cervi, caprioli, aquile e lontre danno segni confortanti della loro presenza.
L’impegno ambientalista abruzzese ha vinto molte battaglie, eppure sono occorsi decenni per comprendere che tutelare un territorio naturale non significa divieto assoluto, ma protezione e gestione di un patrimonio unico ed irrepetibile. Certo non è facile né meccanico convivere con direttive che sembrano relegare l’uomo all’ultimo posto, eppure il tempo ha dato ragione.

Se non si fosse strenuamente difeso il concetto di conservazione ambientale, oggi il Parco Nazionale d’Abruzzo non potrebbe vantare milioni di turisti che, con il loro continuo movimento, garantiscono un ritorno economico alle popolazione locali e non sarebbe riuscito a dare sufficiente stimolo al Gran Sasso, alla Majella e alle riserve che proteggono gli ecosistemi più disparati.
I parchi d’Abruzzo, custodi di retaggio di biodiversità montana e costiera disseminati di tesori artistici da scoprire, oltre a delineare l’identità più vera di questa regione per troppo tempo insicura della sua immagine, si apprestano ad essere il traino portante di un’economia turistica in cui ambiente, qualità della vita e turismo ecosostenibile, più che semplice orientamento formale, rappresenta un preciso modo di essere.

Naturalmente genuino.

Liliana Comandè

Abruzzo: polmone verde d'Italia e d'Europa
Abruzzo: polmone verde d'Italia e d'Europa
Mostra altro

IN GIRO PER BOLOGNA : LA MONTAGNOLA

11 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER BOLOGNA : LA MONTAGNOLA

A Bologna nel ‘200 la città era in forte espansione, economica, demografica, urbanistica. Nasceva l’esigenza di nuove abitazioni, di sedi per le istituzioni e di spazi aperti per gli scambi commerciali. Nel 1219 l’amministrazione cittadina scelse l’ampio spazio che è quello occupato oggi dalla Montagnola, piazza VIII Agosto, più le zone circostanti fino a via del Pallone, via Augusto Righi e Via Indipendenza, per farne un grande “campo (o piazza) del mercato”, dove nel corso dei secoli si contrattò la vendita del bestiame ogni sabato e dove si tennero le più grandi fiere. Fu un luogo di notevole importanza dove si potevano radunare “duemila para di bestie grosse, vacche e anco cavalli, e grandissima quantità di porci, asini ed altri animali” come citato dal Masini nella sua “Bologna perlustrata”. Nulla è cambiato ai nostri giorni nella piazza del mercato e nel Parco della Montagnola visto il degrado raggiunto dagli stessi oserei dire che la quantità “umana “di questi ultimi “animali” è rimasta invariata. Si raccontano alcuni episodi assolutamente autentici riguardo al mercato dove fin da allora non mancavano “i furbi”, pronti a turlupinare i villani che scendevano dalle montagne per la vendita del bestiame e ingenuamente si lasciavano depredare del loro guadagno, si creò così attorno alla piazza una fiorente attività per procurare agli inesperti montanari donne “giovani e leggiadre” . Nel 1304 un tal Venuto riuscì a truffare un campagnolo fermandosi a parlare con lui dopo averlo visto tenere in mano un bel gruzzolo di monete, ricavato di una vendita. Gentilmente gli offrì un lembo della sua camicia per farne un fagottino e conservare meglio il denaro. Lo sprovveduto, ringraziò, ma appena allontanatosi però sentì gridare “al ladro , al ladro!” venne inseguito e catturato. Verificato, poi, che la camicia era strappata e il lembo in mano al fuggitivo corrispondente, si creò il malinteso, a Venuto venne restituito il “maltolto” e il povero contadino condannato all’impiccagione se non poi graziato per gentile intercessione del “derubato”. Per oltre sette secoli la Montagnola è stata uno dei luoghi più importanti della città: mercato, agone, piazza delle esecuzioni per le condanne a morte e, fin dalla seconda metà del Seicento nel parco si recavano le carrozze eleganti per la “pubblica passeggiata” durante la quale le carrozze si fermavano e i cavalieri scendevano a fare due chiacchiere con le dame con quella “libertà” consentita solo dalla penombra della notte. Nel corso dei secoli il mercato e il parco videro tutte le esposizioni fieristiche organizzate in città, le feste, gli spettacoli per i bambini, le mostre di fiori, vi furono fatti i primi fuochi d’artificio, organizzate delle vere e proprie corride coi tori che poi sarebbero stati macellati, le corse dei sacchi, le corse dei cavalli, il gioco del pallone, la ruzzola e le parate militari, fino al volo delle prime mongolfiere. Agli inizi dell’Ottocento Napoleone volle che lì sorgesse un grande parco per il popolo, per chi non si poteva permettere i magnifici giardini delle ville residenziali dei ricchi, così, da una parte si creò il parco, e dall’altra rimase solo la piazza del mercato, quasi com’è ancora oggi. Nella giornata dell’8 agosto 1848 la Montagnola fu il teatro della rivolta dei bolognesi contro gli Austriaci, in città a difesa del l Papa, che vennero cacciati e per decenni la gente ricordò con orgoglio quella data che ancora è intestazione della piazza. In seguito fu eretto a ricordo il monumento che si trova ai piedi della Montagnola. Nel 1893 fu dato inizio alla costruzione della grandiosa scalinata del Pincio che doveva fare da sfondo alla piazza per ricevere degnamente chi arrivava dalla stazione diretto in centro, un’opera che oggi, percorrendo Via Indipendenza, viene guardata distrattamente, ma che fu in realtà un lavoro colossale. Vi furono addetti centinaia di operai per tre anni, furono scavati 30.000 metri cubi di terra, messi in opera 800 metri cubi di marmi e graniti e il tutto fu adornato con 72 lampioni di ghisa. Poi al centro del parco fu collocata la grande fontana con le statue dei leoni e le tartarughe e la ninfa chiamata dai bolognesi la moglie del “gigante” (il gigante per bolognesi è la statua del Nettuno del Gianbologna situata in piazza Maggiore). Nel tempo, dopo la costruzione delle via adiacenti, la Montagnola venne lentamente abbandonata dai cittadini per il nuovo parco dei Giardini Margherita più ampio e meno soffocato dal traffico. Durante la prima guerra mondiale fu usata come accampamento militare e subì un grave degrado, soltanto negli anni trenta fu riportata agli antichi splendori dal Podestà Manaresi, che ricostruì la fontana che era andata distrutta, fece erigere lungo le gradinate i busti di tutti i bolognesi illustri, riportando ordine e eleganza nel parco anche con la costruzione del padiglione della mostra della Direttissima Bologna-Firenze, la galleria che stupì il mondo intero per la sua eccezionale lunghezza. Durante la seconda guerra mondiale la Montagnola fu di nuovo al servizio dei bolognesi:nel sottosuolo furono scavati tre rifugi anti aerei per ospitare i cittadini durante le incursioni degli alleati che rasero al suolo la zona circostante la stazione e sopra fu fonte di legna da ardere per scaldare le case degli abitanti in città in quanto fu dato il permesso di abbattere gli alberi del parco. La Montagnola del dopoguerra tornò a essere il luogo riservato ai bambini e ai ragazzi, divenne per anni sede del Luna Park e furono costruite al suo interno scuole per l’infanzia, fino a quando anch’essa non fu travolta dal “progresso”e divenne meta di frequentazioni serali e notturne poco raccomandabili. Oggi è divenuta sede di spacciatori e tossicodipendenti che, incuranti della luce del giorno, delle scuole tuttora presenti, e delle persone, ne hanno fatto il loro regno. La Montagnola si avvia a compiere gli otto secoli di vita, e merita l’attenzione degli amministratori bolognesi affinché possa recuperare dignità e ruolo che le spettano e torni a essere il cuore pulsante e vivo della città.

Mostra altro

Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.

8 Febbraio 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.

Il nome è indubbiamente melodioso e ricco di fascino esotico e chi non ha mai visitato anche una sola delle tante isole che ne compongono l’arcipelago, non può immaginarne la grande bellezza. Una bellezza che spazia dal mare limpido e cristallino alle bianchissime spiagge, dalla vegetazione rigogliosa, piena di colori e di profumi, alla popolazione creola ben predisposta all’accoglienza del turista. Nel mondo, fortunatamente, ci sono ancora alcuni luoghi incontaminati e le Seychelles, a pieno diritto, possono definirsi tali. Un Governo lungimirante, infatti, da molti anni ha a cuore la conservazione del suo ecosistema impedendo anche la costruzione di nuove strutture alberghiere per non alterarne l’equilibrio.

Niente turismo di massa, quindi, nessun sovrappopolamento in ogni periodo dell’anno. Tutto rimane circoscritto nell’ambito di un turismo che non altera l’armonia delle isole, della sua flora, della sua fauna e della sua popolazione.

Le Seychelles sono un grande patrimonio naturale da rispettare e conservare per tutta l’umanità. È questo il compito che i seychellesi si sono prefissati da tanti anni e che ogni “buon” turista, consapevole dell’importanza del mantenimento di un simile paradiso, dovrebbe aiutare a proteggere e a conservare. Un turista con una coscienza ecologica è il miglior turista che queste meravigliose isole possano ospitare.

Conosciamone un po’ la storia…

Le Seychelles, oltre 65.00 abitanti distribuiti su una trentina di isole in parte coralline e in parte granitiche, si trovano nell’Oceano Indiano a 1.100 Km circa a nord est del Madagascar e poco più a sud dell’equatore. Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo, furono colonizzate dal francese L. Picault, inviato dal governatore delle Mascarene, che le chiamò inizialmente “Boudonnais”. Nel 1756 passarono alla Compagnia Francese delle Indie Orientali con il nome di Seychelles, derivato dal cognome dell’intendente generale delle finanze sotto Luigi XV, Moreau de Seychelles. Sotto Napoleone, invece, divennero luogo di deportazione di detenuti politici. Con il trattato di Parigi del 1814 le Seychelles vennero cedute agli inglesi ma nel 1976 hanno ottenuto l’indipendenza. I primi abitanti si stabilirono alle Seychelles un paio di secoli fa ed erano costituiti da schiavi liberati dalle navi negriere, da coloni di origine francese, da indiani e cinesi. Tutte queste unioni hanno dato origine alla bella razza creola che vive soprattutto a Mahè, e in particolare a Victoria, capitale e centro vivacissimo con il suo mercato pieno di banchi di pesce, di frutta esotica, di oggetti di artigianato locale e con un’incredibile miniatura del Big Ben londinese “ che campeggia” nella piazza centrale.

Le prime impressioni…

Appena si esce dall’aeroporto di Mahé, non si può fare a meno di notare che il paesaggio è molto più bello di quello che viene descritto da chi già ha avuto la fortuna di visitare le Seychelles. Si rimane stupefatti davanti alla vegetazione lussureggiante e varia. Ovunque palme, banani, felci, enormi acacie dai fiori rossi, fiori profumati, filodendri che si arrampicano sulle palme, alberi del pane, takamaca – tipico albero locale che cresce e quasi si adagia con il suo tronco e le verdi foglie sulle candide spiagge – e tantissime piante, che da noi raggiungono a malapena il metro di altezza, e qui, invece, sono alberi “vigorosi”.

Lontani dal traffico delle città, e liberi di respirare aria priva di smog, è facile farsi condizionare dai ritmi lenti e rilassati degli abitanti del luogo. Un inconsueto profumo di terra, piante, fiori e mare permea l’aria dell’isola più grande, così come quella di Praslin e La Dique – le altre due isole più conosciute dell’arcipelago.

Qui è tangibile il trionfo della natura rispetto all’uomo. Gli occhi si beano di tanto splendore e non possono fare a meno di ammirare le lunghissime e candide spiagge – orlate da alte palme e da takamaca – il mare, veramente incontaminato e di un colore che si fonde facilmente con quello del cielo; la fitta vegetazione, la varietà di uccelli che volano a bassa quota e sembrano non aver paura dell’uomo.

Vale proprio la pena di girare le isole e conoscerne sia i luoghi più nascosti e più belli, sia gli abitanti e il loro modo di vivere semplice e a stretto contatto con l’habitat. Al tramonto, in un’atmosfera che ha il sapore di tempi lontani, è facile incontrare gruppi di pescatori che sulla riva di una qualsiasi spiaggia scaricano dalle loro barche il pesce appena pescato. Nessuno grida, nessuno ha fretta, e il pesce viene spostato dalle piccole imbarcazioni con la massima calma.

Le semplici case dei seychellesi sono circondate da giardini nei quali gli alberi di papaya e banani sono carichi di buoni frutti. I bambini sono molto socievoli belli, con la loro pelle vellutata e gli occhi scuri, e si lasciano fotografare volentieri anche quando si incontrano all’uscita della scuola. Come in ogni altro posto del mondo – tranne in Italia – Indossano tutti ordinatamente la divisa scolastica, anche i ragazzi delle scuole superiori.

Cosa si può fare?

Oltre alle escursioni che si possono effettuare all’interno di Mahé, è consigliabile quella al Parco Marino di Sainte Anne. Un’immersione nel suo reef, con maschera e boccaglio, è una delle esperienze più entusiasmanti che si possano provare. La barriera corallina pullula di vita e la moltitudine di pesci e coralli variopinti la fanno quasi somigliare ad un giardino fiorito.

Il paesaggio sottomarino è quantomai affascinante: coralli rossi, blu, neri e bianchi, a gruppi o isolati, formano una specie di scenografia unica nel suo genere, mentre pesci di piccole e medie dimensioni e dai nomi curiosi, come quello di pesce-leone, pesce-angelo, pesce-Picasso – nuotano tranquillamente fra questi organismi viventi.

A chi piace tuffarsi in un mare dal colore inimmaginabile, ma non protetto dal reef, per cui è spesso “mosso” con delle alte onde, non deve perdere l’occasione di farlo ad “Anse Intendence”, dotata anche di una larga e bianca spiaggia sulla quale si può sostare in tutta tranquillità.

Praslin, candide spiagge e foresta primordiale

Non si può andare alle Seychelles e non soggiornare o visitare la sua seconda isola, per grandezza, Praslin. Di origine granitica e meno montagnosa di Mahé, Praslin ha le spiagge sabbiose di un colore bianco così abbagliante che è quasi impossibile guardare la sabbia senza indossare gli occhiali da sole. E’ ricoperta da una fitta e insolita vegetazione che raggiunge il suo culmine nella Vallée de Mai, foresta incontaminata e unico posto al mondo – e unica isola delle Seychelles – dove cresce spontaneamente quel frutto raro che è il “coco de mer”, così somigliante agli organi genitali maschile e femminile da suscitare sempre tanto stupore fra le persone che hanno la fortuna di osservarlo da vicino. Una leggenda locale narra che il suo nome derivi dal fatto che fosse il frutto di un grande albero sottomarino, mentre un’altra – più affascinante ma non credibile – racconta che l’accoppiamento delle due palme avviene nelle notti di tempesta e solo in quest’isola. Ma nessun essere umano può assistere all’incontro amoroso perché ne riceverebbe sciagure.

Nella Vallée de Mai è stato creato un percorso che permette di osservare questa specie di jungla primordiale nella quale, in alcuni punti, a malapena riesce a trapelare la luce. Fa impressione quando il vento fa muovere le palme perché le foglie, nello sbattere, riproducono un suono quasi metallico – simile a quello delle lamiere. Nella Vallée si ode soltanto il canto solitario di qualche uccello che rompe il silenzio di quel luogo incantato la cui bellezza selvaggia attira ogni anno numerosi turisti

Ma Praslin è nota anche per la bellezza di quella che qualcuno definisce la spiaggia più bella del mondo il cui nome, Anse Lazio (si, avete letto bene, è proprio Anse Lazio), ci sembra familiare perché è uguale a quello di una delle nostre regioni. Situata a nord ovest dell’isola, sulla sua bianchissima spiaggia c’è addirittura un piccolo lago nel quale si riflette il verde della vegetazione che ricopre un’altura situata alla sua sinistra.

Fa impressione vedere quello specchio d’acqua incastonato nella sabbia, ma anche le formazioni granitiche che si trovano sia a destra che a sinistra dell’ampia spiaggia, e che, se ci s’inoltra nei piccoli passaggi che ci sono nelle rocce – sulla parte sinistra – si può sostare nelle splendide insenature, tutte circondate da alti alberi di cocco i cui frutti cadono sulla sabbia. Descrivere lo splendido colore del mare e gli incontri “ravvicinati” che si effettuano con i suoi coloratissimi pesci potrebbe sembrare esagerato e ripetitivo, ma è la pura verità. Si può soltanto dire che è meraviglioso e indimenticabile poter nuotare in posti simili!

La Digue, i suoi graniti e la sua bellezza unica…

A circa 30 minuti di barca da Praslin c’è la Digue, intatto atollo dalle granitiche sculture e dalle inimmaginabili spiagge solitarie lambite da un mare trasparentissimo. Il suo fascino maggiore consiste nell’aver conservato l’antica atmosfera coloniale rifiutando – nei limiti del possibile – la modernità dei mezzi di trasporto meccanici.

Poche automobili sono adibite al trasporto delle merci, mentre per lo spostamento delle persone sono utilizzate le biciclette e alcuni carri trainati da buoi. Ma anche andare a piedi è piacevole perché in un’ora si riesce ad arrivare da una parte all’altra dell’isola. A La Digue, come in tutte le isole delle Seychelles, le palme sono le regine incontrastate della sua vegetazione, ma qui sono più alte che nelle altre isole.

Se ci si va a fine ottobre-novembre si possono osservare anche le numerose varietà di orchidee selvatiche che crescono nei cespugli che costeggiano i sentieri. La Digue è naturalmente protetta dal reef e le sue spiagge sono circondate dalle rocce granitiche che sembrano quasi volersi congiungere con il mare.

È su quest’isola che sono stati girati film come “Robinson Crosue” ed “Emanuelle”, perché ritenuto l’ambiente ideale per rappresentare – in quanto la ha – una natura incontaminata.

Le sue spiagge sono bianche o bianco-rosato e sono ricche di conchiglie e coralli (che è proibito, però, raccogliere). L’isola è nota per la lavorazione del cocco e della vaniglia ed è interessante visitare la “fabbrica” dove le noci di cocco vengono vuotate del guscio per prepararle alla trasformazione in olio da esportare poi all’estero. All’interno dell’isola, una grande roccia granitica e la visione di tartarughe giganti merita senz’altro una escursione.

Tanti motivi per tornare alle Seychelles…

Se si disponesse di molto tempo si potrebbero visitare anche le altre isole che compongono l’arcipelago perché ognuna è diversa dall’altra. Si potrebbe andare, ad esempio, a Denis Island, meta d’obbligo per chi pratica la pesca d’altura; a Bird Island, isola prediletta degli ornitologi e di chi ama il bird watching.

Da maggio a settembre, infatti, è il regno di oltre due milioni di uccelli che vi nidificano. Aldabra, inoltre, non è da trascurare perché è considerata una delle ultime meraviglie “al naturale”. È il più grande atollo al mondo – protetto e gestito dalla Fondazione isole Seychelles – nel quale vivono ancora allo stato selvaggio le tartarughe giganti. Ormai solo ad Aldabra e alle Galapagos si possono osservare queste enormi testuggini che altrove si sono estinte.

Ma le Seychelles meritano più di una visita anche per la sua gastronomia. La cucina creola, infatti, è l’esaltazione dei profumi e dei sapori dei prodotti naturali delle sue isole. Naturalmente gli ingredienti base sono il pesce e il riso sapientemente combinati con l’aggiunta di spezie esotiche. La frutta, poi, è veramente saporita: dalla papaya al mango, dal frutto della passione alle banane e all’ananas, si possono fare delle vere “scorpacciate” senza il timore di ingerire concimi chimici o degli OGM.

Liliana Comandè

Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.
Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.
Mostra altro

IN GIRO PER BOLOGNA: Le Sette Chiese

5 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER BOLOGNA: Le Sette Chiese

Il complesso di Santo Stefano , detto “le sette chiese” ,è uno dei luoghi più antichi di Bologna, porta questo nome perché inizialmente era composto da sette chiese che col tempo sono state distrutte e non ricostruite, oggi se ne conservano quattro . Ancora più antico è l’appellativo “Santo Stefano detto Gerusalemme”, la Sancta Hierusalem bolognese, e con tale dicitura la troviamo negli atti notarili della città, fin da quelli antecedenti l’anno Mille. Pare che in antichità nel luogo dove sorgono le chiese vi fosse un tempio dedicato a Iside. Si narra che nel 1299 scavando nella piazza antistante le sette chiese sia stata ritrovata una lapide di epoca romana con un’iscrizione che celebra il gesto del liberto Aniceto che innalzò un altare a Iside. La lapide è ancora visibile all’esterno di uno degli edifici, ma c’è anche chi sostiene sia stato portata lì in un secondo tempo e non ritrovata in sede. Il complesso Santo stefano è situato nella piazza che dà vita alla omonima via ed è senza dubbio una delle costruzioni religiose più affascinanti della città. Fu Petronio , vescovo di Bologna tra il 431 e il 450 e odierno patrono della città , a disporne la costruzione dopo un viaggio in Terra Santa, quando volle costruire ,la basilica del Sepolcro a immagine del santo Sepolcro di Gerusalemme. Fino al XIV secolo rimase Santo Stefano la chiesa di Bologna che custodiva il culto del vescovo Petronio, che rimase sempre caro alla città e ai suoi cittadini. La questione cambiò quando nel 1388 il Comune decise di costruire una nuova basilica dedicata esclusivamente a San Petronio, affacciata sulla piazza principale della città, piazza Maggiore, dove la vediamo tuttora e dove oggi giacciono le sue reliquie. Ancora oggi camminando all’interno delle chiese , si arriva nel cortile di Pilato , rappresentazione di dove fu condannato Gesù, e al centro c’è il grande catino, che vuole essere la copia esatta di quello in cui il prefetto romano “si lavò le mani”, ora posto al centro del giardino interno, inizialmente era destinato a raccogliere le offerte dei fedeli per le celebrazioni liturgiche. Sul muro antistante la basilica è affissa una pietra che racconta una leggenda. Chiunque pronunci una menzogna davanti a essa verrà scoperto perché la pietra cambia di colore , spesso gli innamorati vi sostano davanti e si scambiano promesse scrutando eventuali mutazioni della pietra. Visitando il complesso si incontra ancora la basilica sei santi Vitale e Agricola con resti di pavimento a mosaico romano. L’altare stesso è un’ara pagana rivoltata e addossata alla parete, quindi la chiesa della Trinità, incompiuta, che fu adibita a battistero , e dove fino al 1950 era custodito un frammento della croce di Cristo. Di notevole interesse la cappella dell’adorazione dei Magi che contiene il presepe più antico al mondo con statue lignee a grandezza naturale risalenti al 1200. Oggi l’unica chiesa in cui si può ancora ascoltare la messa è quella del Crocifisso chiamata anche di San Giovanni Battista, al tempo della dominazione longobarda era considerata la loro cattedrale. Vi sono custoditi affreschi e statue di notevole valore artistico e vi sono diverse colonne di varia fattura, una di queste, si distingue dalle altre , perché completamente di marmo nero, è chiamata “la colonna della flagellazione” e identificherebbe l’esatta altezza di Gesù , circa un metro e settanta. Un’altra curiosità, siamo nella seconda metà dell’ottocento Joseph Renan scrittore francese, storico delle religioni, di passaggio a Bologna volle visitare la città e trovatosi presso “le sette chiese” di fronte alla colonna di cui sopra, si mostrò incredulo riguardo all’altezza di Cristo. Allora Enrico Panzacchi , bolognese, suo accompagnatore nella visita, lo apostrofò dicendo “Non potete crederci perché era più alto di voi!?” Ultima notizia che risale ai tempi nostri chi volesse incontrare l’onorevole Prodi, potrà farlo facilmente proprio nel piazzale di Santo Stefano perché spesso la domenica è presso questa chiesa che va ad assistere alla messa.

Mostra altro

In giro per Bologna: le torri

3 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per Bologna: le torri

Bologna è nota in tutto il mondo per le sue torri. Se ne contano ancora oggi ventisei sparse per il centro storico, erano parecchie di più, ma molte sono andate distrutte nel corso dei secoli. Non è ben chiaro il motivo per cui ci sia stata una così ampia costruzione di torri, se ne ritrova l’origine quando le famiglie per dispute di prestigio avevano dato luogo a questa “gara” di insolite costruzioni, ma anche per motivi di difesa, essendo delle vere e proprie fortificazioni. Non si conosce il numero esatto delle torri presenti nelle varie epoche ma si stima che fossero tra le ottanta e le cento. L’ultima a essere eretta nel1257, fu torre Galluzzi, anno in cui a Bologna veniva abolita la schiavitù, con seicento anni di anticipo sul resto del mondo. Torre Galluzzi si trova all’interno di un complesso di edifici, vicino piazza Maggiore e non è ben visibile dall’esterno, mai bolognesi sanno bene dov’è e conoscono la macabra storia che la contraddistingue. Anche Bologna ha avuto la sua tragedia shakespeariana: l’amore proibito di Virginia e Alberto. La loro storia non è una leggenda, ma pura realtà, nel 1200 circa, i conti Galluzzi erano una famiglia tra le più potenti in città, di fazione guelfa e fedelissimi al Papa. I Carbonesi, invece, erano una famiglia altrettanto potente, ma della fazione opposta, ghibellini e fedeli all’imperatore. La figlia dei conti Galluzzi, Virginia, era una bellissima ragazza e si innamorò di Alberto Carbonesi .Il loro amore, ovviamente contrastato, trovò in alcuni amici confidenti i complici per riuscire a incontrarsi di nascosto e in seguito a sposarsi in gran segreto. Non bastò il matrimonio a tacitare l’ira del padre di Virginia che, saputolo, uccise Alberto a sangue freddo e dopo di lui tutti i suoi familiari. La fine della triste storia presenta due versioni, una in cui i fratelli di Virginia, dopo aver assassinato anche lei, inscenano un suicidio, e un’altra in cui è lei che, saputo della morte di Alberto, impazzisce di dolore si impicca al balcone di palazzo Carbonesi.

Le torri più famose comunque restano le due che sono l’emblema della città: Garisenda e Asinelli. I nomi deriverebbero dalle famiglie che le hanno erette intorno al 1100, ma in realtà anche sull’origine delle famose “due torri” ci sono molti dubbi. Leggenda vuole che la torre Asinelli, quella più alta, debba invece il suo nome a un giovane che andava con un carro trainato da alcuni somarelli a caricare ghiaia nel fiume Reno. Il ragazzo si innamorò perdutamente di una fanciulla che vedeva durante il tragitto, figlia di un nobile che ovviamente rifiutò la sua mano a un nullatenente, liquidandolo con la frase ”Avrai mia figlia soltanto se costruirai la torre più alta della città”. Fu così che il ragazzo innamorato e fortunato, dopo aver trovato, scavando ghiaia del fiume, un sacchetto di monete d’oro, fece erigere la torre che ancora oggi svetta nel cuore di Bologna e finalmente poté sposare la sua amata. La torre è situata all’incrocio di due delle strade principali della città, è alta novantasette metri, il suo aspetto caratteristico è leggermente pendente, ma ci si può ancora salire fino in cima, percorrendo 498 gradini e, una volta sopra, si gode il panorama più bello della città. Si vedono i tetti delle case che rendono famosa Bologna proprio per il loro colore rosso acceso, si vedono i portici che salgono fino a San Luca e, in un giorno sereno di sole lo sguardo si stende per tutta la pianura fino all’ Adriatico. Proprio a fianco alla torre degli Asinelli, sorge la Garisenda, più pendente e spezzata. Guardandola, se viene avvolta da una nuvola dalla parte pendente, la torre per uno strano fenomeno ottico sembra inchinarsi. Tale particolare viene ricordato anche da Dante nella Divina Commedia nel XXXI canto dell’Inferno: “Qual pare a riguardar la Garisenda sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada sovr’essa sì, che ella incontro penda…” La torre Garisenda è rimasta ben salda al terreno fino ad oggi nonostante la forte pendenza, non può essere visitata come la vicina Asinelli, ma certamente insieme alla “sorella” è uno degli edifici che rendono unica Bologna.

Mostra altro
<< < 10 20 21 22 23 > >>