Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

luoghi da conoscere

C'era una volta la Romagna: il raccolto

7 Marzo 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #poesia

 

 

Al tempo della mietitura si andava tutti nei campi, anche i bambini, presi dall'euforia dell'occasione, si rendevano utili spostando mannelli, piccoli fasci di spighe, o portando da bere ai mietitori. Finito il raccolto si trasportavano a casa i covoni e si faceva una grossa bica (o barcone) a forma di parallelepipedo con grandi spioventi. Il giorno della trebbiatura era una vera festa. Si sentiva in lontananza il battito di un trattore che si avvicinava lentamente trainando una lunga carovana composta da macchina per la trebbia, scala, carretto dei carburanti e lubrificanti. Enorme, arancione, si presentava come una grande cassa di legno, montata su un carro a quattro ruote della lunghezza di circa sei o sette metri, e arrivava nell’aia come un mostro, impegnandola quasi completamente. Al seguito venivano tutti gli uomini a salario che avrebbero aiutato nel compito di prendere i covoni, scaraventarli dentro una specie di grosso imbuto in cima a quel diavolo rumoroso e ansimante, che sbuffando faceva uscire inspiegabilmente da sotto il grano in chicchi, mondato dalle spighe, mentre la paglia usciva da dietro, raccolta in balle legate col filo di ferro. Noi bambini restavano a bocca aperta nel vedere tale trasformazione e confabulavamo chiedendoci chi fosse nascosto dentro quel grosso cassone, e quanta fatica doveva fare per lavorare così bene, in fretta e al chiuso. Spesso, troppo spesso, si rompeva la grossa cinghia di trasmissione che dal trattore faceva funzionare la macchina trebbiatrice, e allora si sentiva volare dalla bocca degli operai addetti ogni sorta di imprecazioni per santi e madonne. A noi scappava, maliziosamente, da ridere, e il nonno, arrabbiato, ci prendeva a scappellotti perché, misteri della fede, “un uomo in un momento di nervoso poteva anche bestemmiare, ma un bambino mai e poi mai doveva sentire!”

Gli uomini, col cappellaccio calato fin quasi sugli occhi per difendersi dalla polvere e dalla pula che volavano intorno, si proteggevano il viso con grossi fazzoletti legati dietro la nuca, che coprivano naso e bocca, tanto da sembrare quei banditi che vedevamo sui giornaletti di Tex Willer assaltare le diligenze. Così fantasia su fantasia ci mettevamo anche noi il fazzoletto e iniziavamo a correre battendo la mano sul sedere come se stessimo incitando un cavallo e giocavamo a rincorrerci, “indiani e cowboy”, urlando e saltando per tutta l'aia.

Mente noi giocavamo, per parecchie ore si udivano, martellanti, il battito frenetico del trattore e il rombo cupo della trebbiatrice. Anche in lontananza si poteva vedere il polverone sollevato, mentre le biche dei covoni calavano e contemporaneamente crescevano i pagliai.

Il grano raccolto in grossi sacchi di tela di juta veniva accatastato nel granaio e sarebbe stato in parte venduto dal nonno al mercato e in parte portato al mulino per ottenere la farina necessaria alla famiglia tutto l'anno: pane e pasta si facevano ancora in casa.

Infine una parte di grano si conservava per la semina successiva. Il nonno faceva depositare questa grande quantità di chicchi in una stanza vuota della casa vecchia, la stanza veniva riempita per tutta l'ampiezza e quasi per metà in altezza. Alla porta d'ingresso mettevano di traverso un grosso asse di legno che non consentisse al grano di spandersi all'esterno, ma per noi era perfetto da usare come trampolino per piacevolissimi tuffi nella nostra “piscina privata”. Incuranti della polvere del grano che mordeva le carni, affondando nei chicchi profumati e morbidi che si modellavano lentamente sotto il nostro peso, immaginavamo di essere al mare e di nuotare incalzati dalle onde verso l'isola del tesoro.

 

AMO LA TERRA

“Amo la terra che mi ha

partorito:terra di pianura,

nera e grassa che alimenta i

tralci e matura le messi.

Terra umida in cui è dolce

affondare le mani e piantare

profonde radici.

Amo la terra di rossa creta

dove correvo l’estate

graffiandomi i piedi,

“calanchi” che scivolano a

valle, si sciolgono, si

increspano, ondulati come il

mare.

Amo la terra secca e brulla

quando d’inverno il gelo

disegna arabeschi sulle zolle

nude e un giorno vi farò

ritorno:

lei si aprirà accogliendomi

nel suo seno e non avrò

freddo, non avrò paura nel

caldo abbraccio di mia

madre.

E poi sarò di nuovo viva: sarò

albero, sarò fiore.”

Affresco di Nicoletta Mainetti

Affresco di Nicoletta Mainetti

Mostra altro

C'era una volta la Romagna: vita da fanciulli

28 Febbraio 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

 

D'estate era bello vivere in campagna, niente scuola, niente levatacce, niente compiti, si andava per i campi in cerca di lucertole e girini. Al fiume ci divertivamo a camminare sui sassi del greto, aspettando il primo che scivolava in acqua, per ridere tutti a crepapelle. A metà mattina la nonna ci chiamava a perdifiato, c'era da portare la “colazione” agli uomini che lavoravano nei campi lontano da casa.

Per loro la giornata era iniziata all'alba, con zuppa di pane raffermo nel caffellatte, così venivamo incaricati di portare borse piene di ogni ben di Dio. Al nostro arrivo si sedevano all'ombra di un frondoso olmo, ce n'era sempre uno al centro del campo per consentire ristoro dalla calura estiva. Dalla borsa di corda preparata dalla nonna uscivano piatti capovolti uno sull'altro per conservare i cibi al caldo e legati con un tovagliolo per evitare si rovesciassero. Dentro c'erano per lo più uova fritte con prosciutto o pancetta e friggione (un intingolo di pomodoro e cipolla) poi nella borsa trovavano posto, oltre a pagnotte di pane, bottiglie di acqua e di vino che si appannavano al sole, perchè erano state conservate al fresco del pozzo. Il nonno e gli zii bevevano il vino da un unico bicchiere che veniva sciacquato con l'acqua prima di passarlo al vicino, poi si pulivano con la manica la bocca e la faccia sudata. Noi li guardavamo, restando in attesa di riportare le stoviglie a casa e nel frattempo eravamo bersaglio dei lazzi degli zii che si godevano quei pochi minuti di riposo. Un sassolino tirato di nascosto, giochi di parole, sciocchezze per farci ridere. Da me che ero la “cittadina” si pretendeva che imparassi il dialetto. E l'ho imparato talmente bene che mi è più facile esprimere in dialetto sentimenti ed emozioni di livello personale, mentre con l’italiano cerco di scovare la società e le sue contraddizioni. La campagna era silenziosa si sentiva il rumore del pane masticato in fretta e il ronzio delle mosche. Gli uomini dopo lo spuntino sarebbero tornati a casa per il pranzo e per un breve riposo all'ombra degli alberi, sdraiati nell'aia su un sacco “d'ortica” col cappello calato sugli occhi, per poi riprendere il lavoro nel pomeriggio, dopo le ore più calde, e ritirarsi a tarda sera. In quei rari momenti di tranquillità, nell’accecante silenzio della calura pomeridiana, quando anche i miei cugini sonnecchiavano, mi sedevo sotto il tiglio dietro casa e, accompagnata dal frinire sordo delle cicale, leggevo un libro ad alta voce, cantilenando le storie alla mia bambola di pezza.

Quando, tornando a casa dai campi, rompevamo un piatto, perché qualcuno non era stato attento o aveva sgambettato a bella posta chi portava la borsa, la nonna, non sapendo chi punire, puniva tutti. La sculacciata era la punizione generale, toccava aspettare il proprio turno e prenderla, poi fra di noi pareggiavamo i conti, perché chi si sentiva punito ingiustamente si faceva giustizia a suon di calci e sberle e dai lividi del giorno dopo la nonna sapeva chi era stato il colpevole.

La sera, spossati, sporchi, ci spogliavamo sull'aia e ci lavavamo dentro catinelle di acqua scaldata al sole, era una specie di bagno comunitario, come nelle piscine termali di oggi. Finita l'immersione serale, ci spettava una bella tazza di latte fresco col pane e si andava a letto. Erano notti calde, dormivamo con la finestra aperta, tre o quattro per letto, e la luna faceva capolino tra i guanciali toccando con una lieve, pallida carezza i nostri visini ubriachi di sole e di stanchezza. Gli occhi si chiudevano presto in sogni di immensi campi di papaveri e grano, echeggianti di grilli neri come la notte, mentre le mani stringevano avidamente l'ultimo tozzo di pane rimasto.

La domenica veniva veramente una sola volta a settimana e il nonno comandava di andare a Messa, vestiti a festa, puliti, pettinati, era vietato sporcarci. Al ritorno, si mangiava il brodo, la carne e a a volte anche il dolce, se la nonna aveva avuto il tempo di prepararlo e noi immancabilmente litigavamo per la fetta più grande. Mi piaceva molto di più quando, durante la settimana, mordevamo lo stesso panino seduti sui gradini di casa, con i nastri sciolti in testa, i vestiti un po' laceri, la maglietta della sorella più grande e i pantaloni macchiati d’erba sulle ginocchia. Mi piaceva di più quando ridevamo per ogni stupidaggine e urlavamo correndo per casa. Mi piaceva perché ci volevamo bene, non si litigava per il pezzo più grande della torta. La domenica ci facevano belli e diventavamo cattivi.

C'era una volta la Romagna: vita da fanciulli
Mostra altro

C'era una volta la Romagna: il capofamiglia

21 Febbraio 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

 

Le famiglie erano numerose, spesso nella medesima casa i bambini vivevano con tanti zii, tanti fratelli e nella famiglia patriarcale il nonno era l'unico, indiscusso, capofamiglia, l'unica vera autorità riconosciuta da tutti. Comandava sui figli, sui nipoti, sui lavori da compiere, decideva quali le bestie da vendere, e quali le spese da fare al mercato. Nella piazza del paese, dove si svolgeva ogni settimana il mercato agricolo, il nonno andava a trattare l’acquisto e la vendita del raccolto o degli animali, erano contrattazioni estenuanti che potevano durare per ore, poi, improvvisamente, il tutto si concludeva con una stretta di mano, una pacca sulle spalle e l’accordo tra galantuomini era fatto.

Aggrappata alla giacca di mio nonno assistevo alle trattative e ricordo che quando lo sentivo parlare della vendita di un capo di bestiame mi chiedevo quale mucca sarebbero venuti a caricare per portarla al macello. Io davo un nome a tutte Bianchina, Milva, Bionda, Negra, Gina, Pina, Gioconda e le riconoscevo una per una, quando poi si trattava di un vitellino allora piangevo. Il nonno aveva un portafoglio grande fatto come un organetto e quando lo apriva pensavo a quale musica abbinarci a seconda del tempo che lo teneva aperto o lo richiudeva o lo riapriva, mentre parlava coi commercianti, trattando sul prezzo. Il nonno era tirchio, “tirava” anche sul costo di una dozzina di uova e ci ha insegnato l'amore per la terra, il valore dei soldi, dei sacrifici, della fatica e del sudore della fronte.

Dopo ogni mietitura, ordinava a noi bambini di andare a “spigolare”. Si trattava di percorrere i campi dove il grano era stato mietuto in cerca di spighe cadute dai covoni e rimaste a terra. Nulla doveva andare perduto. Noi ubbidienti facevamo a gara a chi arrivava prima correndo ognuno col suo secchio, incuranti delle ferite che ci procuravano le stoppie acuminate nelle gambe nude. Raccoglievamo grano da portare a casa che sarebbe servito per i polli e, pulendo una manciata di chicchi, li masticavamo tenendoli in bocca. La crusca formava una specie di colla dolciastra tanto da farla sembrare una gomma americana. Era la nostra gomma americana certamente più salutare e ricca di vitamine e, quando eravamo stanchi di masticare, la ingoiavamo contenti.

Negli anni il nonno si era fatto scarno, era rimpicciolito, non era più l'uomo imponente che ci prendeva a “scappellate” quando eravamo troppo monelli, stava quasi tutto il giorno tra i pagliai dietro casa, seduto con lo sguardo fisso. Si sentiva stanco e si vergognava di non essere più utile per lavorare la terra, si rifugiava nella stalla e quando non andava su e giù fra le bestie, con un forcale sulle spalle, se ne stava su una sedia spagliata, ai piedi di una posta vuota tra nidiate di pulcini pigolanti. Cominciò a declinare piano piano. Mi sembra ancora di vederlo, col suo vincastro, ormai utile solo ad allontanare le mosche, mentre le vacche ruminavano quiete. Il sigaro toscano sempre a lato della bocca, avvolto da una nube azzurrina di fumo, il pastrano addosso e il cappello a larghe falde calato in testa. Baffi rossi come i capelli, la sua ombra si allungava, tremolante in mezzo alla stalla. Il suo ricordo è forte e presente come l’ultima volta quando ci siamo salutati tanti anni fa e lui è andato ad amministrare una tenuta in Paradiso.

Mostra altro

C'era una volta la Romagna

14 Febbraio 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

"Se ignori quello che è successo prima che tu nascessi, sarai sempre un bambino".

(Cicerone)

 

Spesso mi rendo conto che per molte persone non esiste comunità aldilà delle comunità virtuali e, se questo è vero, niente ha più senso. Stiamo perdendo di vista il contatto diretto, la comunicazione, per dare spazio all'irrealtà del non tempo, del non luogo. Io credo fermamente che occorra far parte di una comunità reale, e provare a partecipare alla sua formazione, al suo sviluppo per non cadere nel tranello che ci rende schiavi di questo sistema globalizzato e globalista. L'isolamento della rete è il trionfo del sistema, è la fine della civiltà del nostro popolo, dobbiamo recuperare valori umani a partire dalla nostra identità territoriale. Chi passa la vita in solitaria alienazione, davanti al PC e alla tv, viene descritto dai vicini come una brava persona, uno tranquillo, anche quando si scopre che in un giorno di lucida follia ha ucciso moglie e figli, mentre il “viveur” che ospita rumorose feste con amici e rincasa ogni notte con una donna diversa facendo rumore per le scale del condominio, per il pensare comune rasenta il crimine.

So di aver avuto la possibilità di vivere durante il passaggio tra due epoche e non è cosa da poco. Da piccola ho conosciuto “la civiltà contadina”, fondata sulla legge della natura, semplici regole poggiate sul principio “raccoglie chi semina”, poi sono cresciuta assorbita dall'epoca attuale “nasci, consuma, muori”, basata sulla tecnologia, col suo enorme potenziale al servizio del progresso e dello sviluppo socio-economico.

Due importanti “civiltà” nel cammino dell'uomo, ma anche enormemente distanti fra loro e il passaggio è stato troppo veloce, il passo troppo lungo, il distacco troppo repentino per conservare quello che di buono c'era da salvare e valutare bene il nuovo prima di tuffarsi a capofitto in una sconvolgente variazione di stile di vita.

Mi ritengo dunque fortunata, dicevo, per aver potuto conoscere entrambe le realtà, aver avuto modo così di confrontarle e di riflettere, ripercorrendo un viaggio in un mondo che mi ha sfiorato, ma di cui ho il ricordo vivo e, se a volte non personale, tramandato nei racconti dei miei genitori.

Quando i contadini erano tanti e gli operai pochi, quando si mangiava la carne solo la domenica, quando un ragazzo arrossiva dicendo ti amo, quando un viaggio in città era un'avventura emozionante da raccontare agli amici e quando la povertà era spesso sinonimo di onestà.”

Le contadine di trent'anni allora stremate dai parti e dalla fatica, bruciate dal sole, sembravano averne cinquanta, mentre oggi le cinquantenni, spesso restaurate dalla chirurgia estetica, ne dimostrano trenta. I bambini hanno l'Hi-pad al posto del pallottoliere, i viaggi su traballanti carrozze con sedili di legno hanno lasciato posto a voli transcontinentali e, quando muore il nonno, i soldi non si cercano più sotto il materasso, ma si va a vedere se aveva investito in Borsa. Le verdure non si raccolgono nell'orto ma si compra il minestrone liofilizzato e le vitamine della frutta e del sole si assumono con gli integratori.

Passi da gigante sono stati fatti nel campo della medicina e della scienza, non si muore più per un'appendicite, ma si può morire di inquinamento, perchè la logica del profitto e del capitalismo stanno portando alla distruzione della terra. Quando è morto Steve Jobs, l'ideatore dell'I PHONE, la notizia ha tenuto banco per settimane nel mondo mediatico e televisivo, celebrando una sorta di santificazione planetaria, mentre abbiamo ignorato che lo stesso giorno moriva l'illustre sconosciuto Wilson Greatbatch, inventore del pacemaker, un giocattolo che ha salvato e salverà milioni di vite umane.

Non tutto è sbagliato nel nuovo, ma non tutto andava cancellato del vecchio.

La fine della civiltà contadina è purtroppo sempre più accompagnata anche da un'autentica mutazione del paesaggio e della sua realtà antropica. La campagna viene spogliata della propria vegetazione, i campi di pannelli solari prendono il posto dei vasti frutteti, le case contadine isolate, oramai ridotte a ruderi e scheletri, sono solo il vago ricordo delle aie brulicanti di vita e lasciano spazio ad agglomerati di villette unifamiliari dove ognuno recinta il suo orticello e litiga col vicino per un metro di terra, mentre distese di campi incolti e abbandonati si perdono malinconicamente all'orizzonte.

I paesi dopo un lento e inarrestabile declino demografico sono ora invasi da una immigrazione massiccia e confusa che sta trasformando questi centri abitati in una babele di lingue, costumi, culture diverse, storie di persone che arrivano attratte come falene dal luccichio di un mondo che manda segnali sempre più vuoti e falsi. Gente che non si ambienterà mai, ma che piano piano stravolge le nostre usanze.

L'antico mondo contadino fatto di povertà ma anche di condivisione ha perso la sua anima, è in atto uno sconvolgimento che sta mettendo in discussione le nostre stesse radici.

Vorrei lanciare un messaggio come si faceva una volta affidando una bottiglia al mare e spero non si perderà nel vuoto dell'etere ma che viaggi spiegando le ali al vento degli ideali e della speranza, per salvaguardare la memoria storica delle nostre strade, delle nostre campagne e l'anima di gente umile ma orgogliosa: non arrendiamoci. Cerchiamo di difendere i nostri valori, le nostre tradizioni tentando di ricostruire l'antico orgoglio comunitario che ci vedeva padroni del nostro territorio.

È a questo scopo, forse inutile, sicuramente velleitario, che dedicherò qualche pubblicazione inaugurando una rubrica dal titolo C'ERA UNA VOLTA LA ROMAGNA, in cui racconterò, di volta in volta, usanze e vecchie tradizioni della terra dove vivo, sperando di tramandare ai più giovani che leggeranno un po' della nostra storia di popolo orgoglioso e matto. Ricordi indelebili delle lunghe estati trascorse dai nonni.

Mostra altro

In occasione della morte del lider maximo

27 Novembre 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

RISTAMPA AGGIORNATA DI ALMENO IL PANE, FIDEL! NEL DECENNALE DELLA SUA USCITA

2006 - 2016

Almeno il pane, Fidel! - Cuba quotidiana, il periodo speciale, il potere a Raúl

Historica, 2016 - Pag. 250 - Euro 14.

Seconda edizione riveduta e ampliata di Almeno il pane Fidel!, guida alternativa alla Cuba turistica, da cartolina, che tanto piace al regime. Un libro che rappresenta una sincera analisi di un paese allo sbando che ha abbandonato da tempo il sogno della Rivoluzione Socialista, con un Fidel Castro ormai ridotto al ruolo di mummia da esporre in televisione. Il volume si apre con un reportage di viaggio datato 2005, l’ultimo prima che Gordiano Lupi venisse dichiarato dal regime persona non gradita, si avventura in una ricostruzione della storia cubana, traccia un quadro dei problemi quotidiani e racconta gli ultimi anni caratterizzati dalle riforme di Raúl Castro. Un capitolo finale scritto da Domenico Vecchioni dimostra come niente sia cambiato per il cubano medio nonostante un nuovo rapporto con gli Stati Uniti. Sono pochi gli elementi di novità per una Cuba che vorrebbe cambiare, per un popolo stanco, con il pensiero rivolto alla fuga, annichilito da cinquant’anni di dittatura, incapace persino di ribellarsi. UN articolo finale di Domenico Vecchioni.

IL VECCHIO STRILLO DI STAMPA ALTERNATIVA

Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana nel periodo speciale – Pagine 192 - euro 10,00 – Stampa alternativa – Viterbo, 2006 (esaurito)

Quella raccontata in questa anti-guida, non è la Cuba di cui parlano i cucador italiani a caccia di facili avventure erotiche, e nemmeno quella di cui parlano dai loro pulpiti i frequentatori delle stanze del potere e del comando castrista, da Gianni Minà fino a Diego Armando Maradona, fino ai marxisti nostrani da salotto televisivo. È invece Cuba quotidiana, quella del popolo che dovrebbe vivere con una manciata di dollari di stipendio al mese, mentre una lattina di Coca Cola (che, nonostante l’embargo, si trova a ogni angolo di strada) costa un dollaro. Una Cuba vera, reale, indispensabile da conoscere per chi davvero l’ama e intende visitarla, oppure già c’è stato. Gli argomenti: Il vero volto di Cuba - Appunti di viaggio (luglio 2005), I problemi quotidiani: La disillusione rivoluzionaria, La santería, più di una religione, La comida , Divertimenti e filosofia, La famiglia, I mezzi di trasporto e crisi energetica, La razza cubana, I rapporti tra sessi, L’omosessualità, La prostituzione, Le fughe, Le case cubane, La spiaggia, Il quotidiano, Giochi di strada, Le fiabe, Polizia e diritti umani, Superstizioni, La vita in campagna, La moda, La scuola, L’informazione. Intervista a una jinetera. Tra mito e realtà: La triste fine di Salvator Allende, Cuba libre? Solo una bevanda, Cuba si apre ai gay: l’ultima propaganda, Democrazia cubana e modello statunitense, La verità su Cuba, Notizie dalle carceri di Fidel Castro, Una Cuba post comunista, Fidel Castro tra cinema e realtà, Dissidenti e mistificazioni.

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta, Vita da jinetera, Cuba particular – Sesso all’Avana, Adiós Fidel, Il mio nome è Che Guevara, Mister Hyde all'Avana, Il canto di Natale di Fidel Castro, Caino contro Fidel – Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole. Lavori recenti di argomento cubano: Nero Tropicale, Cuba Magica – conversazioni con un santéro, Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana, Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe, Avana Killing, Mi Cuba, Sangue Habanero, Fame - Una terribile eredità, Fidel Castro – Biografia non autorizzata. Ha tradotto La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante, La patria è un’arancia di Felix Luis Viera, Fuori dal gioco di Heberto Padilla (2011), Il peso di un’isola di Virgilio Piñera, Hasta siempre Comandante - Opera poetica di Nicolas Guillén. I suoi romanzi Calcio e acciaio - dimenticare Piombino (Acar) e Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano (Historica) sono stati presentati al Premio Strega.. Sito internet: www.infol.it/lupi - mail: lupi@infol.it.

POSTFAZIONE PERSONALE

Perché scrivo poco di Cuba

Non mi occupo molto di Cuba da un po’ di tempo a questa parte. Qualcuno mi fa notare che è un male, che potrebbe essere interpretato come un segnale di un certo tipo. Bene. Mi fa piacere che qualcuno abbia a cuore le sorti di quel che dico e di quel che faccio, più di quanto le abbia a cuore io. Vorrei spiegare anche a me stesso il motivo per cui mi occupo meno di Cuba da un punto di vista politico, ma non smetto di leggere e tradurre letteratura cubana, né di vedere pellicole caraibiche, né di ascoltare buona musica che proviene dall’Isola. Vorrei spiegarmelo il motivo, ma non ci riesco, almeno non ci riesco in maniera convincente e definitiva.

Provo a buttare lì qualche argomento, ma si tratta solo di esempi.

In Italia vivono moltissimi cubani, quasi nessuno fa politica, pochi conoscono l’esistenza dei blogger indipendenti, la maggioranza dei cubani esuli pensa solo a mandare soldi a casa, cercando di avere meno problemi possibili con il regime. Parola d’ordine: “Non mi occupo di politica!”. Io, in compenso, per scrivere della loro terra, ho perso la possibilità di rientrare a Cuba.

I dissidenti cubani spesso non sono migliori di chi li governa (male), molto spesso raccontano balle degne di Fidel Castro (che almeno le sapeva dire), in tanti casi inventano di sana pianta, diffondono cattiva informazione, rendono incredibili persino le cose credibili. Per esempio, la stampa alternativa racconta la storia di un’attrice cubana picchiata a sangue da agenti in borghese perché colpevole di simpatie anticastriste. Come si fa a prendere la notizia per oro colato, visti i precedenti? Chi mi assicura che la verità stia nei racconti dei dissidenti e non nella versione ufficiale di una donna malmenata per una lite dai vicini di casa? Mi pare che una volta l’abbia scritto Leonardo Padura Fuentes (voce autorevole della cultura cubana): “Servirebbe una vera stampa libera e indipendente perché sia i giornali di regime che i periodici alternativi non sono affidabili”.

Aggiungiamo un’altra postilla.

Mi scrivono da una località italiana dove organizzano un festival di cinema che vorrebbero invitare Yoani Sánchez e proiettare Forbidden Voices, la blogger cubana dovrebbe parlare anche a nome della blogger cinese e di quella iraniana. Ora, a parte che io non sono l’agente di Yoani ma solo il traduttore, mi domando come potrebbe Yoani Sánchez parlare a nome di situazioni che non vive e che non conosce? Forbidden Voices è un buon film di cui per primo ho parlato in termini entusiastici, ma fin da subito ho sottolineato che tra un dissidente cubano e un cinese (o iraniano) corre una differenza abissale in termini di rischi e di sicurezza personale.

Concludiamo dicendo che ultimamente il blog di Yoani Sánchez non è che regali quelle perle di originalità, di realismo e di letteratura che in precedenza aveva elargito ai lettori. Crisi? Aggiungo: crisi sua o crisi mia? Non ho certezze, come vedete, ma solo tanti dubbi, che affiorano e che da un po’ di tempo a questa parte si sono fatti insistenti, inquietanti, opprimenti. E la cosa mi pesa, se non ne scrivo, con grande franchezza, come sono abituato a fare. Anche perché - a differenza di molti, schierati per interesse da una parte o dall’altra - non ho in ballo niente da tutelare, né il mio nome, né la mia credibilità, né un posto di potere, né una carriera costruita su menzogne e incantamenti.

In ogni caso, lontano da Cuba, ho riscoperto il cinema italiano del passato, le pellicole che ho sempre amato, mi sono dedicato a un’altra delle passioni della mia vita, la sola cosa che mi accomuna al grande Guillermo Cabrera Infante. E mi sono occupato della mia piccola Piombino, la mia città, riscoprendo la sua storia, le sue leggende, il suo passato. Sono andato alla ricerca del tempo perduto, consapevole che parte di questo tempo passa anche lungo le strade polverose di Cuba, nonostante tutto.

Mostra altro

Interno verde

10 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #luoghi da conoscere

Interno verde

Sabato 10 e domenica 11 settembre, due giorni dedicati ai curiosi, a quelli che davanti a un portone chiuso iniziano a sognare i giardini che non possono vedere.

Eleganti corti rinascimentali, orti medievali, oasi fiorite di tranquillità e pace domestica, geometrie zen e labirinti di siepi, rari alberi secolari e arboreti insospettabili, celati alla vista dei passanti dalle facciate degli antichi palazzi: Ferrara custodisce gelosamente uno spettacolare patrimonio di giardini privati. Un patrimonio che eccezionalmente, grazie alla manifestazione Interno Verde, si metterà a disposizione della collettività: ferraresi e turisti sabato 10 e domenica 11 settembre potranno esplorare quaranta giardini privati.

Interno Verde intreccia l’anima ecologica a quella indelebilmente culturale del capoluogo estense e svela quanto questi angoli di quiete siano stati fondamentali per raccogliere secoli di fantasia. Le impronte degli artisti che hanno raccontato la città sono rimaste vivide sull’erba.

In primis Ludovico Ariosto, che coltivava le idee migliori nel giardino rigoglioso della sua parva domus. Appena superato l’ingresso, un piccolo melograno e un romantico pozzo incorniciato dall’edera accolgono il visitatore, insieme ai gelsomini e ai rosai rampicanti; gli stessi che gli saranno valsi qualche verso dell’OrlandoFurioso, a cinquecento anni dalla sua prima edizione. I più sognatori si avventureranno alla ricerca de Il giardino dei Finzi Contini: a un secolo dalla nascita di Giorgio Bassani non si è ancora estinto il quesito: esiste o non esiste? Non va tralasciato il pergolato del Tennis Club Marfisa: qui sfidavano gli amici Michelangelo Antonioni e Bassani, che senza dubbio si ispirò alle svariate partite disputate per descrivere i giovani Giorgio e Micol. Alla sua memoria sarà dedicato il gran finale:domenica 11, alle 19, in vicolo del Parchetto la compagnia teatrale Ferrara Off metterà in scena un omaggio alla sua opera letteraria.

Bassani non fu l’unico a immaginare la penombra di un giardino segreto: quello che si incontra in via Palestro nemmeno si riesce a intuire dalla strada. Solo quando si apre il portone del palazzo cinquecentesco, s’illumina la bellezza del fazzoletto verde che racchiude. Nel Settecento la proprietà passò alla famiglia Scacerni, la stessa a cui è dedicata Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli. Il romanziere spesso si rifugiava a scrivere tra la magnolia e il frassino del loro giardino; perciò decise di attribuire ai protagonisti del suo capolavoro il cognome dei suoi ospiti, in segno di riconoscenza.

Il cerchio si chiude nel vasto e curato parco che circonda Villa Zappaterra, noto soprattutto perché ha ospitato, per sei secoli, le tombe di dieci membri degli Estensi, che tuttora si possono vedere nel sottobosco, non lontano dall’abitazione.

L’associazione Ilturco, che ha ideato e curato l’iniziativa, ha raccolto la disponibilità delle famiglie che per un weekend apriranno porte e portoni, permettendo a chi vorrà partecipare all’evento di esplorare il capoluogo estense in modo originale e inedito. Un’occasione unica per scoprire dietro il rosso dei tipici cotti ferraresi un’anima verde tanto ricca quanto capillarmente diffusa.

Interno Verde è patrocinato dal Comune di Ferrara e dall’Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna. È sostenuto inoltre da Emilbanca, Zerbini Garden, Silla, Altraqualità, hotel Santo Stefano, enobar Maracaibo. La sua realizzazione è stata possibile grazie alla partecipazione attiva di numerosi enti, associazioni e imprese: Amici della biblioteca Ariostea, Arci, Centro Idea, Cinema Boldini, Fai Giovani, Garden Club, Geometrica.Botanica, Ibs – Libraccio, Legambiente, Lipu, Listone Mag, Museo archeologico nazionale di Ferrara, Musei civici di arte antica di Ferrara, Nuova Terraviva, Orto Botanico di Unife, Punto 3, Teatro Ferrara Off, Urban Center, youngERcard.

Per conoscere il programma completo dell’iniziativa e restare aggiornati sugli eventi collaterali si può fare riferimento al sito www.ilturco.it/interno-verde oppure seguire la pagina Facebook dell’associazione Ilturco: https://www.facebook.com/ilturco.it/.

Interno verde
Interno verde
Mostra altro

Un restauro in mezzo al mare

30 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #luoghi da conoscere

Un restauro in mezzo al mare

Accade a volte anche in Italia che un piccolo tesoro artistico che rischiava di andare perduto sia salvato da un gruppo di privati, spinti in questo caso dall’amore per un angolo di Toscana bellissimo e prezioso.

E’ avvenuto a Capraia, una delle sette isole dell’Arcipelago toscano, dove lo splendore della natura e del mare circonda la chiesa di Sant’Antonio e l’ex convento di San Francesco, uno dei complessi di maggiore rilevanza architettonica e artistica di tutto l’arcipelago.

Capraia è un luogo speciale dove non è sempre facile armonizzare lo sviluppo con la necessità di conservarne la bellezza. Diventa dunque importante evitare che quanto già esiste, e ha un grande valore artistico, vada perduto. Questo vale tanto più per la chiesa di Sant’Antonio, che fa parte della storia di quest’isola. Costruita a metà del ‘600 per iniziativa dei capraiesi che la dedicarono al patrono dei pescatori, e proprio dalla comunità di Capraia mantenuta per i successivi due secoli, non ha subito nel tempo nessun significativo intervento architettonico che ne abbia alterato il rigore e la purezza.

Dal desiderio di salvare questo luogo unico è nata la Fondazione Amici della Chiesa di Sant’Antonio che, in sinergia con il Comune, ha reso possibile il restauro della splendida facciata che richiedeva un intervento urgente. Il progetto dell’arch. Franco Maffeis ha ricevuto l’approvazione della Sovrintendenza ai Beni Architettonici e, grazie ai finanziamenti della Fondazione Livorno, della Regione Toscana, della Camera di Commercio di Livorno e del Comune, è stato possibile iniziare i lavori di restauro che sono stati appena ultimati.

La cerimonia d’inaugurazione avverrà il 6 agosto alle ore 18.30 e sarà accompagnata da un concerto della pianista Bice Costa Horszowski e dalla proiezione di un Live video mapping sulla facciata della Chiesa.

La felice conclusione di questa iniziativa lascia sperare che l’opera di restauro, iniziata con la facciata, possa proseguire con un intervento più ampio che coinvolga tutta la Chiesa di Sant’Antonio.

https://amicidisantoniocapraia.com

Un restauro in mezzo al mare
Un restauro in mezzo al mare
Mostra altro

Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

11 Luglio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

A chi appartieni

Ettore Scola -Trevico

Di Giuliana Caputo-Mariangela Cioria

Non si può parlare di Ettore Scola se non partendo da un simbolo, vale a dire un sontuoso albero di tiglio, simbolo di Trevico, paese natio del noto regista cinematografico. Simbolo ben raffigurato nella foto che occupa una delle prime pagine del libro. Il tiglio è allo stesso tempo memoria e speranza per gli abitanti del piccolo paese situato tra i monti dell’Irpinia, descritto dettagliatamente nel libro citato.

ciò che maggiormente piaceva ai due fratelli (Pietro ed Ettore Scola trasferitisi a Roma da bambini)) erano le serate fredde e nevose dell’inverno, trascorse vicino al caminetto con nonno Pietro che raccontava le storie dei briganti e le leggende. Ricordavano spesso con nostalgia anche quel giorno in piena estate in cui il nonno li aveva portati vicino alla Cattedrale lungo via Roma ad osservare un bell’albero di tiglio”.

Ecco il simbolo del paese di cui si narra nel libro fin nei minimi particolari. Simbolo ben raffigurato nella foto, che occupa una delle prime pagine del libro, del dott. Vito Isidoro Calabrese De Feo, un vero appassionato di fotografia, autore anche di un catalogo intitolato Cento scatti a Trevico e... venti altrove pubblicato nel 2006.

Il tiglio, come altrove la quercia, ritenuto sacro dai popoli slavi, simbolo delle forze invisibili della natura ma anche della coesione sociale, nei suoi mille anni di vita è il testimone più accurato delle decisioni prese in piazza sotto i suoi folti rami sulle questioni comuni come anche per amministrare la giustizia, cosa che avveniva presso i popoli germanici perché si pensava che sotto le sue fronde fosse difficile mentire e che le sue proprietà ispirassero serenità e giudizio. Sempre sotto il tiglio si praticavano le contrattazioni commerciali.

Tale considerazione per il tiglio si consolida anche nelle popolazioni meridionali, forse ad opera dei Longobardi.

Un intrecciarsi di miti, usi, simboli che attraverso questo albero secolare offre uno particolare spaccato delle tradizioni locali, sempre oscillanti tra evoluzione e ritorni al passato, tra voglia di cambiamento e nostalgia.

Ma non sono i particolari, ricercati sicuramente con attenzione da Mariangela Cioria attraverso la memoria vivente degli anziani o attraverso i documenti, che danno valore alla narrazione, bensì il senso generale del recupero della memoria quale terreno fertile per costruire o ricostruire le radici di un passato da cui sono nati meravigliosi frutti. Non si tratta di sapere come si viveva, di che cosa ci si nutriva oppure quali mestieri si praticavano, quanto di perpetuare il senso di riti e miti, come il valore sacro del rispetto reciproco, il gusto del desco condiviso, il conforto reciproco in fatiche spesso disumane, il sostegno spontaneo nelle immancabili disgrazie della vita.

Sicché possiamo dire che la biografia romanzata così capillarmente creata da Giuliana Caputo rappresenti non la realtà di quanto ci si aspetta di ascoltare o di leggere, ma la sua metafora, vale a dire tutto ciò che è sedimentato nella memoria, tutto ciò che si riscopre avendolo immaginato, tutto ciò che è potuto accadere o anche se non è accaduto non è lontano dal senso generale delle cose. Direi che allora questo volumetto ha un pregio storiografico, secondo l’insegnamento dello storico Tucidide, che ammoniva a non cercare con il lanternino se i fatti accaduti corrispondessero a quanto scritto o descritto ma a coglierne il senso generale. Solo in questo senso la storia poteva essere uno ktema eis aiei, un possesso perenne.

E dunque emerge dalla descrizione il ritratto di un paese povero, ma forte, umile e orgoglioso al tempo stesso, sottoposto ai travagli della sorte, ma con la caparbia volontà di risalire la china. Nessuno ignora le devastazioni della guerra, benché avvertita come lontana - come mirabilmente descritto nella storia di Rocco, ricca di pathos - la piaga della povertà, il fardello dell’emarginazione inutilmente scrollata di dosso nei viaggi della speranza di migliorare altrove le condizioni di vita.

Ben ce lo racconta Ettore Scola nel film-documentario Trevico-Torino del 1972/3, proiettato nelle piazze di tutta Italia, in cui si evidenziano i disagi concreti, il senso di smarrimento e di alienazione, di frustrazione per la scarsa o nulla considerazione del protagonista da parte della gente del posto e l’enorme nostalgia della propria terra. Difficoltà tutte aggravate da un mezzo di comunicazione quanto mai oscuro ed emarginante quale doveva apparire ai torinesi il dialetto irpino. Sicché il rischio è la perdita dell’identità.

La conseguenza di ciò per molti emigrati, soprattutto della classe operaia, era la rivoluzione sempre più vagheggiata, per altri un difficile e umiliante adattamento a realtà sentite come estranee, per altri il ritorno al paese natio.

Paese perfino bistrattato da scelte politiche inopportune, che però ha temprato generazioni e generazioni di individui che, una volta allontanatisi con fortuna, hanno portato in giro per il mondo il tratto della loro identità formatasi tra qui monti e quelle valli. Una forma mentis che non si cancella mai, neppure con l’andar del tempo, anzi trasferisce nelle nuove vite e nelle nuove realtà di appartenenza quelle tracce antiche che saranno i motori propulsori dell’impegno tenace, della creatività originale, in una parola del segno di provenienza da terre dure, granitiche e non facili a soccombere. Forse chiamiamo pazienza questa qualità, che è un po’ il segno distintivo della gente del sud, che ad altri sembrerà inclinazione alla sottomissione, all’essere proni a qualcuno, è invece l’atteggiamento filosofico che proviene da antiche scuole che dall’antica madrepatria trasferì nel meridione d’Italia la sapienza greca.

A ciò si aggiunga, come evidenziato in precedenza, la capacità di accogliere, accettare, condividere, il senso di altruismo e generosità gratuiti ravvisabili non solo nella povera gente per una sorta di comunanza di condizione, ma anche nei nobili, come Don Giuseppe, il papà di Ettore e Pietro Scola, medico condotto che non esitava ad accorrere gratuitamente, laddove il bisogno lo chiamasse per un parto improvviso, o per l’aggravarsi di una salute malferma. Sicché tutte le scelte che indirizzavano l’educazione dei propri rampolli erano nel senso del rispetto, della relazione umana inclusiva, come leggiamo in un altro passo di questa bella storia... donna Dina che sostiene moralmente e materialmente una ragazza madre, da tutti additata come la peccatrice.

Ma non è facile tirar su i figli e forse non lo fu neppure per il dott. Giuseppe che avrebbe voluto che la sua professione fosse seguita dai due figli maschi. Ma Ettore, al contrario di Pietro, non voleva saperne, attirato com’era da altri interessi che trovavano la leva principale nella sua fertile curiosità. Probabilmente fu proprio lo spirito di osservazione già avanzato per la sua età che gli fece cogliere con puntualità le differenze, gli aspetti reconditi, le particolarità di un ambiente semplice come quello di Trevico che, a confronto con la città, prima Benevento dove la Famiglia Scola si trasferì per breve tempo, poi Roma in cui venne definitivamente catapultato, lo orientò verso il cinema, linguaggio a lui più consono per comunicare così come il fumetto satirico a cui si dedicò ben presto. Si immedesimò dunque Ettore nella vita, nelle vite, e prese a raccontarle da regista scrupoloso, mentre su altri binari un oriundo irpino dava luogo alle fantastiche avventure di spaghetti western, Sergio Leone.

Le vicende si ingarbugliano, la vita procede con i suo alti e bassi, ma ormai la carriera di Ettore aveva spiccato il volo e si avviava a raccogliere riconoscimenti meritati e statuine d’oro.

Ma Trevico non scivolò mai dal suo cuore. Per essa un atto d’amore, con il beneplacito di Pietro e delle stesse figlie di Ettore, decise a far crescere nel paesino irpino, il più altro dell’Irpinia, la pianta della cultura e l’amore per il cinema, con la donazione al Comune della casa gentilizia, trasformata in un centro attivo per convegni e incontri culturali, secondo le disposizioni testamentarie del dott. Giuseppe, padre di Ettore. Ma con la clausola che la dimora non fosse conservata “come un museo o un ossario", soggiunse Ettore in un incontro con rappresentanti culturali del Comune qualche mese prima della sua dipartita ma come “uno spazio di aggregazione di giovani e anziani per conservare le tradizioni, con una biblioteca, una sala computer e una sala conferenze”, invitando da ultimo i giovani a considerare casa Scola come casa loro.

Era stato programmato un evento che celebrasse a maggio appena trascorso il suo ottantacinquesimo genetliaco proprio nella sua abitazione d’origine. Il destino ha disposto altrimenti. Rimarranno i suoi film a perpetuarne il ricordo.

Ma il fatto che noi siamo qui riuniti per celebrare Ettore dimostra che il programma ideale affidato alla sua gente continuerà nel tempo, solo se sapranno, con la stessa curiosità che animò il Nostro e con la stessa disposizione mentale, aprirsi al confronto, all’accoglienza, all’arricchimento anche attraverso l’altrui esperienza.

Mostra altro

Gordiano Lupi, "L'Avana, amore mio"

8 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #luoghi da conoscere, #il mondo intorno a noi, #recensioni

Gordiano Lupi, "L'Avana, amore mio"

L’Avana amore mio

Gordiano Lupi

Edizioni il Foglio, 2016

pp 161

12,00

Che sia Piombino, che sia L’Avana, la nostalgia di ciò che è perduto strazia Gordiano Lupi allo stesso modo. Nel primo caso si tratta di qualcosa di lontano nel tempo, che non può tornare perché non esiste più, cioè la città natale di quando l’autore era ragazzo. Nel secondo è un luogo che non si può riavere, perché distante nello spazio e proibito, l’Avana che Lupi non deve visitare in quanto “persona non gradita”, L’Avana che sua moglie Dargys si è portata dietro nell’abbandonarla, consapevole che salire sull’aereo significava dare un taglio al passato, rompere i ponti con la famiglia e con tutto il mondo conosciuto fino a quel momento. È la stessa Avana di tanti poeti e scrittori esuli, invisi al regime e desiderosi di libertà, una libertà che ha un sapore non dolce bensì dolciastro, quasi stucchevole, mentre le memorie si tingono del rosso acceso degli alberi flamboyant, del sangue dei tramonti, del muro sgretolato del Maleςon.

Sia che parli di Piombino, sia che rimembri i giorni perduti dell’Avana, Gordiano Lupi ha la stessa marcia struggente, la stessa malinconia che ti afferra, lo stesso stile fatto di ripetizioni estenuanti, di parole reiterate, che mi fa venire in mente come Anne Rice descrive la sua New Orleans.

L’Avana è un luogo amato perché vi si è amato, un luogo di cui, per apprezzarlo a pieno, bisogna sentire la mancanza, magari morendo esule fra le nebbie di Londra. Lupi si riconosce nel dolore degli scrittori, specie di quelli proscritti, Carpentier e Cabrera Infante, ci racconta la città attraverso le loro parole, parafrasandole, riprendendole qua e là come in un contrappunto, una melodia triste e sensuale.

L’Avana affacciata sul mare, sgretolata, fatiscente, fetida di odori scaldati dal sole, eppure bellissima per chi sa vedere, per chi ama le cose come sono e non come dovrebbero essere. Sole spietato, belle donne dai fianchi sensuali, jineteras maliziose, vicoli e colonne, facciate di vecchie case coloniali mai restaurate, rovine del tempo di Battista e penosi cartelloni pubblicitari di un regime che ha “nazionalizzato la miseria”. A Cuba io sono stata di recente e posso confermare che c’è giustizia sociale, nel senso che stanno male tutti allo stesso modo.

Fanno sorridere le idee dei propagandisti della fame, della serie a Cuba non c’è niente ma sono tutti felici. Felici un cazzo. Vorrei vedere voi, razza di cretini, vivere con dieci dollari al mese in tasca in un posto dove per campare decentemente ne servono almeno cento. I cubani hanno un buon carattere, questo è vero, ma non ci dimentichiamo che soffre anche chi prende la vita per il verso giusto.” (pag 84)

È proprio così, i cubani sono sereni e gentili, uno mi ha detto, con uno sguardo malinconico dove si leggeva il contrario: “Non mi manca ciò che non conosco”. Ma la vita sull’isola è dura se non hai soldi in tasca, se i negozi sono vuoti e sprovvisti di tutto, se solo ai visitatori è riservato il meglio, se essere laureato significa fare la fame e bisogna inventarsi guida turistica per campare.

Andarsene, però, comporta il rischio del dolore perenne, della rinuncia, della delusione di un consumismo che riempie la pancia ma non il cuore, di perdere per sempre “la felicità di una notte di luna piena con una bottiglia di rum e un registratore che suona un bolero spagnolo.”

Mostra altro

Sergio Costanzo, "I racconti della mano destra".

18 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

Sergio Costanzo, "I racconti della mano destra".

I racconti della mano destra

Sergio Costanzo

Marchetti Editore, 2016

pp 170

12,00

ognuno viva il proprio tempo e io mi tengo il ricordo dei miei giorni andati. A quella purezza scanzonata, a quella leggerezza della mente, è piacevole talvolta ritornare.”

I Passi, quartiere a nord di Pisa, periferico, esposto a tramontana, delimitato da ferrovia e fiume, un mazzo di case moderne e squadrate, disegnate a tavolino e divise da strade che s’intersecano come decumani e cardi. Agli inizi degli anni sessanta vi si trasferiscono giovani famiglie con bambini piccoli e qualche vecchio al seguito. Le celle dell’alveare pian piano si riempiono a formare una comunità, con i suoi negozi, la chiesa, il cinematografo dell’oratorio, i campi di calcio improvvisati. Qui cresce Sergio Costanzo, autore de I racconti della mano destra e di molti romanzi storici, fra i quali Io Busketo, dedicato alla cattedrale della sua città. Costanzo è pisano ed è orgoglioso di esserlo (tocca proprio a me che sono livornese ricordarlo, ahimè). Costanzo è un ragazzo del popolo, padre operaio e madre casalinga che arrotonda lo stipendio del marito con lavori di cucito.

Intelligente, discolo quanto basta e, soprattutto, sveglio, il ragazzino sperimenta la vita, l’amicizia, la solidarietà del quartiere. Impara dagli altri, dai ragazzi più grandi, dai vecchi, dagli artigiani che tramandano conoscenze ed esperienze. Intorno, c’è il mondo del sentito dire: quella Storia con la esse maiuscola, colata attraverso i telegiornali, le riviste, le conversazioni captate con disinteresse infantile che, tuttavia, scavano e seminano nell’animo ricettivo del ragazzo. E Costanzo filtra la storia attraverso il suo personale sentire, non si perita di rivelarci il suo pensiero, il suo credo che mi pare non sia frenato da preconcetti ma sappia vedere tutti i lati della medaglia. Intorno, c’è anche lo sport che aggrega e disciplina, c’è, soprattutto, per questo ragazzino precoce, la tempesta degli ormoni, suscitata, più che altro, dal fatto di non sapere, non avere accesso, desiderare senza poter ottenere. E la mano destra, allora, impara a muoversi guidata dalla fantasia, che alimenta pure la sessualità degli adulti, quando questi siano intellettualmente vivaci.

Il clima è quello che si respira nel film Malizia di Salvatore Samperi. La sensualità del protagonista è fatta di sovraeccitazione mentale, d’ipersensibilità agli stimoli, siano essi visivi, olfattivi, tattili. Emana da luoghi e oggetti apparentemente insignificanti. Una calza velata, l’orlo di una gonna a rivelare paradisi inconoscibili, il profumo e il tepore d’un cappotto tenuto fra le braccia, il fruscio d’una stoffa, la morbidezza d’una sottoveste intravista da uno spiraglio, bastano a scatenare un erotismo soffuso, raffinato, d’altri tempi come i calendarietti del barbiere, come le gambe affusolate delle Kessler. Una lascivia tutta nella gola, nel battito del cuore, carnale ed estetizzante insieme.

Un colpo, un’emozione, un profumo acuto e penetrante, ancor prima di vederla. Era un aroma volatile, indefinito. Lieve, pareva sfiorare la mia pelle e subito evaporare lasciandomi occhi, labbra, bocca secca come fossi stato abbandonato nel deserto. Penetrava nella mente all’inizio del respiro, poi, inalando l’aria, si perdeva.” (pag 79)

L’eleganza è la cifra di questo erotismo vecchia maniera e impronterà il futuro gusto dell’autore. Saranno, perciò, scarpe “alte di tacco” e scollate sul piede, foulard svolazzanti nel vento, grandi occhiali da diva e gonne a tubo a creare quell’alone di mistero senza il quale l’attrazione viene a mancare. Sarà, di rimando, stile di scrittura fulgido e poetico, capace di trarre languore spirituale anche dalle più semplici parole toscane e annodarti la gola.

e più d’una partita percepii puppe appoggiate sul mio corpo e sorrisi e baci. Ed eran corse a casa e bocca asciutta dai lupini e abiti puzzolenti di sudore e mani salate dalle bucce delle seme e pelle calda e rossa per il sole e sensi all’erta e somma eccitazione.” (pag 133)

L’altra grande componente del libro è la nostalgia. Ho già fatto notare come, leggendo testi di autori vicini a me per età o anche più grandi, si riscontri dirompente, nei loro scritti, il richiamo, più o meno doloroso, del rimpianto.

Ciò che appare distante, rimosso, finito, riemerge con potenza e prepotenza.” (pag 31)

In certi casi è lo strazio del tempo che non torna più, del tempo fuggito e ritrovato solo nella memoria, della madeleine dolce perché trasfigurata dal ricordo che, come ha detto qualcuno, sa vedere “il bello del brutto”, sa farti affezionare a “un metro di sconnesso marciapiede e lì sognare”. Per altri è una rievocazione divertita, dolceamara, scanzonata e, come in questo caso, anche occasione di confronto fra le passate generazioni e le presenti, fra il mondo che fu e quello, non per forza sbagliato ma comunque molto diverso, dei propri figli.

Forse oggi, in un mondo estremamente frammentato e segmentato, questa idea di aggregazione sembra improbabile, ma noi eravamo tutto e il tutto era in noi, eravamo lavagne pulite sulle quali le molteplici esperienze lasciavano segni. Assorbivamo il bene e il bello, percepivamo il giusto e lo sbagliato e questo nostro essere ovunque e in perenne movimento ci permise di acquisire senso critico, visione più ampia, molteplicità di espressione.” (pag 30)

Sì, quelli erano tempi dove i genitori, i nonni, gli zii, i maestri, i preti ti mostravano la netta divisione fra Bene e Male, fra Giusto e Ingiusto. Giusto era rispettare gli anziani, dar loro il posto sull’autobus, onorare il padre e la madre, essere leale con gli amici, guadagnarti il pane onestamente. Erano tempi dove la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.

(c’era comunque nelle famiglie italiane) l’idea dell’educazione al rigore, al rispetto delle leggi, degli altri, dei disagiati, degli anziani. C’era il rispetto dei migliori, di quelli che si meritavano le cose perché si impegnavano, di quelli che lavoravano perché avevano studiato. C’era l’idea di un mondo giusto se si fossero rispettate le norme. Se pure si aspirava a emancipazione e libertà, le regole morali e civili erano sacre e il rispetto veniva dall’esempio, dal buon comportamento degli adulti, da una rettitudine e osservanza delle forme, tradotte in tangibile sostanza.” (pag 68)

Per chi non l’avesse capito, questo libro mi è piaciuto immensamente, per i bei ricordi, per le atmosfere così ben ricostruite, per lo sguardo romantico sulla vita in cui sempre mi rispecchio, per la prosa con tutti i ritmi giusti e lo stile che è, insieme, poetico (“quando le lucciole ritmano i respiri”) ma anche povero, attaccato alle piccole cose di tutti i giorni, capace di restituire pregnanza alle parole, alte o basse che siano, italiane o vernacolari, capace di farti sentire odori e sapori, di farti rievocare ambienti e stati d’animo, di farti vedere i ragazzi che non scendono dall’autobus, bensì “esondano”.

Forse I racconti della mano destra mi è piaciuto così tanto perché anch’io mi ritrovo in ciò che afferma Costanzo: “Non sono un giovane d’oggi e non voglio giudicare, mi tengo i miei ricordi, li custodisco e ne sono assai geloso”

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 > >>