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luoghi da conoscere

Manzoni a Livorno

4 Agosto 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

È arcinoto che Alessandro Manzoni (1785 – 1873) venne in Toscana per “risciacquare i panni in Arno”.

Come riporta Giulietta, la primogenita ventenne, nel suo diario, dal 10 al 25 luglio del 1827, la famiglia al completo, composta di tredici persone, compresi i domestici - spostandosi con due carrozze, di cui una nel corso del viaggio finì in una scarpata - giunse a Livorno.

Durante il soggiorno a Genova, dove aveva preso i bagni di mare, Manzoni era stato messo sull’avviso riguardo al caldo “oltraggioso” della nostra città e a certe zanzare che davano la febbre e rovinavano la pelle, per cui vi arrivò già prevenuto. Non contribuì a ingraziarlo verso di noi un disguido organizzativo per il quale fu sballottato da un albergo all’altro. Si fermò quindi in via Ferdinanda, cioè via Grande.

Scrivendo all’amico Tommaso Grossi, si lamenta della confusione:

tale è la folla, l’andare, il venire, l’entrare, l’uscire, il gridare, il favellare.”

Sebbene le finestre della camera d’albergo dessero sul retro, esse si affacciavano su una chiostra che apparteneva al Caffè Greco, allora il primo di Livorno, e gli schiamazzi toglievano il sonno a tutta la famiglia.

Sappiamo che nel viaggio Manzoni aveva portato parecchie copie del romanzo, da poco stampato in una stesura antecedente alla revisione linguistica. Il libro, infatti, aveva avuto successo ma non era facilmente reperibile in Toscana. Le vendette quasi tutte.

It is well known that Alessandro Manzoni (1785 - 1873) came to Tuscany to "rinse clothes in the Arno".

As reported by Juliet, the eldest 20-year-old sister, in her diary, from 10 to 25 July 1827, the complete family, made up of thirteen people, including servants - moving with two carriages, one of which during the journey ended in an escarpment - came to Livorno.

During his stay in Genoa, where he had taken sea baths, Manzoni had been warned about the "outrageous" heat of our city and certain mosquitoes that gave a fever and ruined the skin, for which he arrived already prevented. An organizational misunderstanding for which he was tossed about from one hotel to another did not contribute to ingratiate him. He then stopped in via Ferdinanda, that is, via Grande.

Writing to his friend Tommaso Grossi, he complains of the confusion:

 

"Such is the crowd, the going, the coming, the entering, the going out, the shouting, the talking."

 

Although the windows of the hotel room faced the back, they looked out onto a cloister that belonged to the Caffè Greco, then the first in Livorno, and the cackling took the whole family off sleep.

We know that on the journey Manzoni had brought several copies of the novel, recently printed in a draft prior to the linguistic revision. The book, in fact, had been successful but was not easily available in Tuscany. He sold almost all of them.

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D'Annunzio a Livorno

31 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

D'Annunzio a Livorno

Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) conobbe Livorno in gioventù, quando il critico letterario Giuseppe Chiarini lo invitò per un colloquio.

Acquistò una villa a Castiglioncello, fra punta Righini e la baia del Quercetano, per trascorrere i suoi “ozi edonistici” e, dopo una notte d’amore, la ribattezzò Godilonda.

Lo si vedeva spesso all’Ippodromo di Ardenza, esiste una foto del 1907 che lo ritrae insieme all’amica, duchessa Massari.

Lo ritroviamo poi nel 1908 insieme a Mascagni fra gli invitati a un ricevimento organizzato da Guido Chayes.

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Goldoni e Livorno

27 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #teatro

È noto che Carlo Goldoni, il quale esercitava l’avvocatura a Pisa, nel 1748 incontrò a Livorno Gerolamo Medebach, capocomico di una affermata compagnia di attori, marito dell’avvenente Teodora, famosa per la sua bravura sul palcoscenico e per la sua beltà. Si presuppone, anche se non è provato, che abbia alloggiato a Montenero, nella casa di quest’ultimo. Qualcuno sospetta persino che i begli occhi di Teodora non l’abbiano lasciato indifferente. Fu così, in ogni modo, che conobbe l’ameno paesino in cui decise di ambientare la sua “Trilogia della Villeggiatura”.

Scritta e rappresentata nel 1761, è composta da “Le smanie per la villeggiatura”, “La villeggiatura” e “Il ritorno dalla villeggiatura”. La compagnia Medebach recitò nell’unico teatro esistente allora a Livorno, il San Sebastiano, in via delle Commedie.

Di là dall’intrigo d’amore, e dal tema della passione contrapposta alla razionalità illuminista, l’argomento della trilogia è la smania borghese di apparire più altolocati di quanto non si sia e di quanto non permettano le reali possibilità economiche. Quindi si smania per villeggiare a Montenero, per usare carrozze, servitù, bagagli, carte da gioco, argenterie, cavalli, candele, prendendo tutto a credito, nonostante le difficoltà finanziarie.

Montenero era, infatti, la località prediletta dagli abitanti di Livorno per passare le vacanze, nell’immaginario collettivo dell’epoca, doveva avere connotazioni arcadiche. Ne “Le Smanie” si accenna al fatto che i protagonisti spendono più in un mese a Montenero che in un anno a Livorno, che si può far economia in città ma non certo risparmiare in villeggiatura, dove non si deve sembrar meno sfarzosi degli altri.

Pietro Vigo conferma che Goldoni aveva della località solo un’idea superficiale e che non ricordava bene le distanze - oppure, pensiamo noi, non aveva particolare scrupolo di verità – poiché descrisse come lungo e faticoso un tragitto che, dice sempre Vigo, in carrozza non poteva durare più di trentacinque minuti.

Leggendo la trilogia della Villeggiatura vi si trovano accenni che hanno dato ragione a molti di negare non solo che il Goldoni abbia scritto o pensato commedie a Montenero, ma che vi sia stato anche per poco. E veramente, pur fatta ragione dei tempi nei quali la città più piccola e le comunicazioni assai meno facili e più dispendiose facevano troppo più seria ed importante di oggi una gita a Montenero, ci fa meraviglia di leggere che per venire a questo villaggio i ricchi livornesi ordinavano i cavalli alla posta e facevano calde raccomandazioni ai cocchieri, perché pascessero bene le loro bestie, pagando di tasca per esser più sicuri. Ci fa meravigliare e sorridere il leggere la risposta che il signor Filippo nelle Smanie per la villeggiatura dà a Brigida sua cameriera che aveva domandato con chi avrebbe fatto il viaggio da Livorno a Montenero: Tu andrai, come sei solita andare in mare in una feluca colla mia gente; dove, come osserva giustamente il Targioni-Tozzetti, i facoltosi livornesi per questa consuetudine di mandare i famigli in feluca, avrebbero dovuto, per un piccolo tratto di strada imbarcare e sbarcare i bagagli e le supellettili dal navicello per poi caricarli sopra un barroccio che li avrebbe trasportati sul monte. Sicché sarebbero venuti a sbarcare ad Antignano e di qui saliti a Montenero, la qual cosa, aggiungo io, era quasi impossibile in quei tempi, nei quali mancava la bella e comoda via detta delle Pianacce, costruita sotto Leopoldo II, e le comunicazioni fra Montenero ed Antignano non si facevano che per viottoli o per l'aspra via della macchia sotto il Monte Burrone, veramente inaccessibile, pel tratto che più s'accosta a Montenero, al trasporto di carri, bagagli e masserizie.”

Ed ecco uno stralcio da “Le smanie”

Sì, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura di Montenero è una delle più frequentate, e di maggior impegno dell'altre. La compagnia, con cui si ha da andare, è di soggezione. Sono io pure in necessità di far di più di quello che far vorrei. Però ho bisogno di voi. Le ore passano, si ha da partir da Livorno innanzi sera, e vo' che tutto sia lesto, e non voglio, che manchi niente.”

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero” in www.infolio.it

Paola Boffoni, “Montenero: realtà e fantasia” in “Montenero, un colle a capo della città” centro studi Attilio Barucci, Livorno

It is known that Carlo Goldoni, who practiced advocacy in Pisa, in 1748 met in Livorno Gerolamo Medebach, head of a well-known company of actors, husband of the handsome Teodora, famous for her skill on the stage and for her beauty. It is assumed, even if it is not proven, that he stayed in Montenero, in the latter's house. Some even suspect that Theodora's beautiful eyes did not leave him indifferent. It was thus, in any case, that he knew the pleasant village in which he decided to set his "Holiday Trilogy".

Written and represented in 1761, it is made up of "Le smanie per la villeggiatura", "La villeggiatura" and "The return from the holiday". The Medebach company performed in the only theater then existing in Livorno, the San Sebastiano, in via delle Commedie.

Beyond the intrigue of love, and the theme of the passion opposed to the Enlightenment rationality, the topic of the trilogy is the bourgeois desire to appear more high-ranking than one is and the real economic possibilities allow. So one craves to vacation in Montenero, to use carriages, servants, luggage, playing cards, silverware, horses, candles, taking everything on credit, despite the financial difficulties.

Montenero was, in fact, the favorite place for the inhabitants of Livorno to spend their holidays, in the collective imagination of the time, it had to have Arcadian connotations. In "Le Smanie" there is mention of the fact that the protagonists spend more in a month in Montenero than in a year in Livorno, that you can save money in the city but certainly not save money on holidays, where you should not look less gorgeous than the others.

Pietro Vigo confirms that Goldoni had only a superficial idea of ​​the locality and that he did not remember the distances well - or, we think, he had no particular scruple of truth - since he described long and tiring a journey that, as Vigo always says, in a carriage could not last more than thirty-five minutes.

 

“Reading the holiday trilogy, there are hints that have given reason to many to deny not only that Goldoni wrote or thought comedies in Montenero, but that he was there even for a short time. And really, despite the reason of the times in which the smaller city and the much less easy and more expensive communications made a trip to Montenero more serious and important than today, it makes us wonder to read that the wealthy people of Livorno to come to this village ordered the horses at the post office and made warm recommendations to the coachmen, so that they could feed their beasts well, paying out of pocket to be safer. It makes us wonder and smile to read the answer that Mr. Filippo in the Smanie for the holiday gives to Brigida his maid who had asked him with whom he would have made the trip from Livorno to Montenero: You will go, as you usually go to sea in a felucca with my people; where, as rightly pointed out by Targioni-Tozzetti, the wealthy people of Livorno for this custom of sending their servants by felucca, would have had to, for a small stretch of road, embark and unload their luggage and belongings from the ship and then load them onto a barroccio that would have transported them to the mountain. So they would come to land in Antignano and from here go up to Montenero, which, I add, was almost impossible in those times, in which the beautiful and convenient via delle Pianacce, built under Leopoldo II, and the communications between Montenero, were missing and Antignano had only paths or the rough road of the scrub under Monte Burrone, truly inaccessible, due to the stretch closest to Montenero, to the transport of wagons, luggage and household goods. "

 

And here is an excerpt from "Le smanie".

 

Yes, it is too true, whoever wants to appear in the world, agrees that he does what others do. Our holiday in Montenero is one of the most popular, and most demanding. With the company, with which one has to go, I am in awe. I am also in need of doing more than what I would like to do. But I need you. The hours go by, you have to leave Livorno earlier in the evening, and I want everything to be quick, and I don't want anything to be missing. "

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Boccaccio e il Romito

19 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Boccaccio e il Romito

Si dice che Giovanni Boccaccio si sia ispirato alla località del Romito per la decima novella della seconda giornata del suo Decamerone, in cui si racconta della bella Chinzica, rapita da Paganin da Mare presso una certa torre di Montenero. Questa torre era l'antenata medievale del Castello del Boccale.

"Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Riccardo venne disidero d'andarsi a diportare a un suo luogo molto bello vicino a Monte Nero, e quivi per prendere aere dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna."

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Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta

12 Luglio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta
UN PAESE AFFASCINANTE CHE, NONOSTANTE LE DOMINAZIONI SUBITE, HA MANTENUTO LE SUE TRADIZIONI.

L’Uzbekistan è un’affascinante destinazione turistica, non molto nota al turista italiano, ma conosciuta dai veri viaggiatori che, attratti dai paesi dalla cultura totalmente diversa dalla nostra, amano visitare mete alternative ai tradizionali e più noti circuiti turistici.
L’Uzbekistan è attraversato dalla famosa “Via della Seta che, partendo da Venezia, attraverso l’Armenia, l’Iran ed il Kyirgystan, portava fino alla Cina.
La Via della Seta era stata così denominata dai carovanieri e dai mercanti che la utilizzavano per i traffici e scambi commerciali che si tenevano lungo di essa. Quest’importante strada di comunicazione era citata spesso quale punto di riferimento geografico sulle antiche mappe dei primi viaggiatori.
Sin dal Medioevo la via della seta è stata oggetto narrativo di storie, non sempre veritiere, da parte di coloro che al ritorno dei lunghi viaggi raccontavano fantastiche avventure capitate proprio lungo quella leggendaria via di collegamento.
I mercanti intraprendevano lunghi viaggi per acquistare principalmente seta grezza o lavorata, oltre ai bozzoli dei bachi che la producevano, al fine di produrre seta sia nel nostro paese sia nel Nord Europa.
I maestri di filatura e tessitura di quelle località insegnarono anche ai mercanti, al seguito di Marco Polo, l’antica arte dell’allevamento e della tessitura di questa pregiata stoffa.

LA STORIA PIÙ RECENTE…

Dopo il crollo del muro di Berlino, con la conseguente frammentazione di quella che fu la grande Unione Sovietica, l’Uzbekistan ha riaperto al mondo il suo scrigno ricco di preziose meraviglie che hanno segnato una parte della storia strettamente legata alle scoperte di Marco Polo durante uno dei suoi interminabili viaggi.
Geograficamente si trova al centro dell’Asia. Confina a nord con il Kazakistan, a sud con il Turkmenistan e Afganistan, a est con il Tadjikistan e il Kyrgystan
Vi sono circa 25 milioni di abitanti che vivono prevalentemente di agricoltura, una delle principali risorse del paese. L’industria mineraria è molto avanzata e i metodi di estrazione di minerali preziosi quali l’oro e l’argento collocano l’Uzbekistan al quarto paese nel mondo per quantità estratta sia di questi che di altri minerali. Anche l’estrazione del petrolio e l’industria automobilistica è molto sviluppata.
l’Uzbekistan è uno degli Stati dell’Asia Centrale più ricco di storia. Il suo territorio, lambito a nord ovest dal grande lago salato d’Aral, si estende lungo i corsi dei fiumi Syr-Darya e Amu-Darya. Fu terra di conquista di Alessandro Magno nel IV secolo a.C., quindi asservito all’impero persiano poi i turchi occidentali nel VI secolo d.C. vi portarono la religione islamica e l’alfabeto scritto. Nel XII secolo fu invaso dalle orde del mongolo Gengis Khan e nel XIV secolo passò sotto il dominio turco del non meno spietato Tamerlano. Nello stesso secolo alcune tribù mongole iniziarono a chiamarsi “uzbeki”, ripresero il controllo della regione e lo mantennero fino ai giorni nostri. Nel XIX secolo fu stato vassallo di un impero zarista teso ad impedire l’espansionismo inglese e, a partire dalla “rivoluzione d’ottobre” del 1917, divenne regione estrema dell’Unione Sovietica, che vi impose la collettivizzazione e la monocoltura del cotone. Infine, dal 1991, l’Uzbekistan è una repubblica presidenziale indipendente.

TASHKENT LA CAPITALE

Tashkent ha una popolazione di 3 milioni di abitanti. Il clima si può definire molto simile a quello mediterraneo, sebbene in inverno faccia un po’ più freddo ma il terreno è molto fertile e questo particolare clima permette la raccolta del grano 3 volte all’anno.
Il mese più freddo è gennaio e può capitare che nevichi, mentre il più caldo è luglio, la cui temperatura può arrivare fino a 38°, sopportabilissimi perché privi d’umidità.

Questa “moderna” capitale colpisce per i suoi innumerevoli parchi e giardini, tutti ben curati, e il tantissimo verde a disposizione dei cittadini.
Nella zona centrale della città si trovano i più importanti alberghi di varie categorie, ma molte catene alberghiere stanno costruendo bellissimi e lussuosi alberghi dotati di centro congressi, businness center ed altre infrastrutture adatte a uomini d’affari.
La capitale non ha un vero centro storico, c’è solo un vecchio edificio che segna un ipotetico centro. Tashkent è per lo più una città moderna ed i suoi edifici ed alberghi ci ricordano molte città dell’Est Europeo. Tuttavia, lo stile architettonico dei palazzi “Modern-Soviet" fa di Tashkent una capitale davvero interessante
La sua metropolitana merita assolutamente di essere visitata perché si può ammirare un autentico capolavoro stile Decò. Le decorazioni alle pareti, i lucidi marmi, i bei lampadari rendono questo piccolo gioiello un’opera d’arte.

BUKHARA

Durante una lunga traversata di circa sette ore nel sud-est del paese, attraversando immensi campi coltivati a cotone e ortaggi, osservando fiumi e fiumiciattoli che scorrono costeggiando i lati dell’“autostrada”, incontrando paesini agricoli dove ci si può fermare per vedere che quasi in ogni casa l’allevamento “fai da te” di bachi da seta è imperante, si arriva nella bella città di Bukhara. Ogni monumento storico o sito culturale che si vede a Bukhara è la testimonianza del grande talento artistico del popolo Uzbeko, della sua forza creativa nel campo delle scienze, della cultura spirituale, di quella filosofica e religiosa.
Per migliaia d’anni, Bukhara è stata presa come esempio del simbolo della civilizzazione. Ed i mercanti, i pellegrini (i turisti di allora) che vi transitavano per la religiosità dei luoghi, ne hanno fatto un sito sacro, oltre che un importante centro di scambi commerciali. Le numerose cisterne d’acqua che vi si trovano fungevano/fungono da laghetti dove godere un po’ di riposo e di frescura oltre a esercitare la funzione di luoghi di relax, di socializzazione e di divertimento della popolazione.
La città è conosciuta soprattutto per i tappeti, ma all’origine ci fu un equivoco: i “bukhara”, ben noti tappeti conosciuti in tutto il mondo per i loro disegni, colori e tessitura, non provengono da questa città. Sono prodotti in Turkmenistan, ma essendo stata Bukhara uno degli snodi mercantili più vivaci sulla “Via della Seta”, già all’epoca di Marco Polo, è qui che questi manufatti iniziarono ad essere commercializzati e presero il nome della città.
Le moschee, le madrasse, i minareti, le piazze, gli archi, le vie lastricate e i capolavori architettonici dei palazzi, tra cui i palazzi dell’Amministrazione, il Mausoleo dei Samanidi, la Cittadella con il palazzo del Gran Kan (il quale si era fatto costruire un piccolo balcone sul torrione più alto, proprio sopra la piazza, da dove assisteva alle esecuzioni capitali), testimoniano la grande fama di Bukhara. Oggi, dopo tanti anni di abbandono, si assiste alla sua rinascita grazie al restauro e alla conservazione di tutti questi monumenti, riportati al loro originale splendore.
Gli oltre 140 siti museali presenti sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Tra i più importanti, c’è la piazza secentesca Labi-Khaus, con la più grande madrassa (scuola islamica) della città costruita intorno ad una vasca; la moschea e il minareto Kalyan del XII secolo, alto 47 metri, un tempo l’edificio più alto dell’Asia; il mausoleo di Ismail Samani, la struttura più antica e più elegante della città, completata nel 905 d.C. Siamo affascinati dall’architettura relativamente semplice e sobria, ma imponente, dei monumenti.

E se l’immaginazione ci rimanda alla magnificenza cromatica di alcune moschee che abbiamo in mente, rischiamo di rimanere delusi. A Bukhara, proprio per l’antichità del sito, i colori prevalenti sono il beige e il marrone, gli stessi delle numerosissime piccole case dei dintorni. Tra i pochi passanti di un giorno feriale, soprattutto fedeli, si può osservare che gli uomini portano tutti un copricapo quadrangolare nero con disegni floreali bianchi, vestono abiti lunghi e scuri ravvivati dal sash blu o bluette, una sorta di maxicappotto trapuntato. Le donne portano abiti coloratissimi con disegni floreali che coprono i pantaloni, anche questi variopinti. Come riconoscere una donna nubile? Semplice. Se la fanciulla porta treccine tutte raccolte all’interno di un ampio fermaglio decorato, vuol dire che è “da marito”. Altrimenti – se le treccine sono sciolte – significa che è sposata.

Ma Buhkara offre ancora la visita alla moschea e alla madrassa Nadir Divanbegi, con il suo timpano decorato a mosaici rappresentanti uccelli fantastici. Qui ci sono tre bazar coperti. I tappeti, ovviamente, sono l’attrazione principale, ma pure le splendide sushine di seta ricamate a mano da giovani donne. Ve ne sono di tutte le misure, vuoi come eleganti centrotavola, vuoi come tendaggi o come parati in un ambiente etnico. Nell’antichità, a seconda dell’armonia dei disegni, dei colori e della perfezione dei ricami di questi preziosi manufatti, l’uomo decideva chi valesse la pena di prendere in moglie. Una sorta di test prematrimoniale. Qualcuno fa ottimi affari, ma giungere ad un accordo sul “prezzo giusto” è un’arte nella quale pochi di noi sono avvezzi.

LA MITICA SAMARKANDA

Sul Milione sono citate più volte capitali epiche tra le quali anche Samarkanda, una delle città più vecchie del mondo. Fondata oltre 2.750 anni fa, raggiunse tra la fine del 14° secolo e l’inizio del 16° la massima espansione sotto il regno del famoso condottiero Tamerlano. Di quel periodo, purtroppo, ci sono pochissimi riscontri archeologici che possono confermarne il suo antico splendore. Dalle testimonianze storiche della necropoli di Shah-i-Zinda (14° sec.) ed altre d’epoca medievale, si può capire quanto fossero sviluppate l’architettura e il bellissimo mausoleo di Gur Emir, dove ancora oggi si può ammirare la tomba del grande Tamerlano e della sua famiglia, ne sono un esempio.

Nello stesso mausoleo sono sepolte anche le spoglie degli uomini più importanti del paese, tra questi il famoso Ulughbek, insigne astronomo, scienziato, esperto matematico e statista il quale, già nel 1.428, fece costruire un osservatorio astronomico d’elevata precisione (ancora oggi parzialmente visibile) ed a lui si debbono molte scoperte che rivoluzionarono i concetti astronomici di quei tempi.
A Samarcanda si possono ammirare importanti “Madrasse” (scuole Coraniche), e la necropoli di Shakhi Zinda consistente in 11 mausolei decorati con splendide maioliche dai delicati colori che vanno dal turchese al blu cobalto con sfumature di colore lapislazzulo. Ancora oggi sono ben conservati e piuttosto visibili e mostrano un gradevole gioco di forme e di colori.
The Registon Square, è una enorme piazza incorniciata dalle tre più importanti Madrasse, ricche di decorazioni in maiolica dai colori brillanti che variano dal giallo ocra al blu cobalto, dal turchese al verde smeraldo. Queste splendide maioliche impreziosiscono la piazza con i loro riflessi sfumati di colore.
I suoi quattro longilinei minareti, che svettano ai lati, avvolgono le Madrasse come braccia, le cui mani, protese verso il cielo, sembrano essere messe a protezione di questo sacro e imponente mausoleo religioso.
È un’atmosfera magica quella che si respira a Samarkanda anche se, uscendo dal nucleo storico, i riflessi di un’urbanistica di stampo sovietico fanno effettivamente un po’ “a pugni” con l’architettura dei monumenti e la ricchezza cromatica e stilistica degli antichi palazzi. Ma fervono lavori di restauro volti al recupero, alla tutela e all’esaltazione di un patrimonio di inestimabile valore storico culturale.

Della necropoli Shakh-I-Zindeh, con i tre gruppi di mausolei, dell’immensa Piazza Registan, non si finisce mai di ammirare l’azzurro luccicante dei mosaici finemente decorati, dove pure campeggiano antiche scritture e si confondono le simbologie di zoroastriana memoria. Giganteggia la moschea di Bibi-Khanym, un tempo destinata alle grandi assemblee. Fu il gioiello di Tamerlano. Tutt’ intorno il grande bazar: il più spettacolare e suggestivo sito folcloristico di Samarkanda. Un enorme caravanserraglio di vestiti, stoffe, cappelli, turbanti, tappeti. Al coperto, il mercato agricolo con ogni ben di Dio di spezie, vegetali, frutta, frutta secca, melograni, cereali

URGENCH

Volando verso est, si arriva dopo circa 30 minuti di volo ad Urgench, una piccola città resa importante dalla vicina cittadina di Khiva.
Fondata agli inizi del 17° secolo, mantiene intatta la sua fisionomia medievale e i suoi minareti, i suoi vicoli, le sue moschee, le sue scuole coraniche sono ancora in un perfetto stato di conservazione. Tutte le costruzioni sono edificate in mattoni d’argilla e paglia, e il colore della città è lo stesso del materiale che è stato adoperato con sfumature che tendono al nocciola. Le case e i palazzi sono ancora oggi abitati e lungo le strade e nei quartieri della città vengono esercitati mestieri di antica memoria che catapultano indietro nei secoli chi proviene come noi da paesi supermoderni. Sembra di essere capitati in un’opera teatrale ambientata in un mondo arcaico e lontano che non ci appartiene più.

KHIVA

Definita la perla dell’Uzbekistan è contemporanea della fondazione di Roma e risale a 2.500 anni B.C.
Documenti attendibili, invece, ne testimoniano la nascita addirittura a 2.700 anni prima di Cristo. Così come alcune testimonianze confermano la creazione della prima Accademia dell’Asia centrale (chiamata di “Ma’moon”) proprio in questa città e ben 1.500 anni B.C. Oggi tale accademia è assurta a nuovo splendore, grazie a importanti lavori di restauro, ed è stata riaperta al pubblico.

A Khiva, vivono attualmente circa 1.500 persone le quali debbono il loro benessere a questa città, frequentata da turisti, ma che è riuscita a mantenere intatta la sua identità di città fortezza ben difesa dai suoi muri di protezione. I muri la incorniciano nei quattro lati e sono ancora ben conservate sia le porte di accesso sia gli spalti difensivi e gli innumerevoli minareti, il più celebre dei quali è quello incompiuto (sembra che la popolazione si rifiutasse di sponsorizzare l’opera che riteneva brutta e troppo costosa).
Una leggenda vuole che questa piccola città fosse fondata da Sem, figlio di Noè, che qui scavò un pozzo. Khiva era importante sia come fortezza sia come snodo commerciale sulla “Via della Seta”. Si entra dunque all’interno della città più antica, Ichan-Kala, perfettamente restaurata. È un insieme fitto di minareti, come quello di Kalta Minor, ricco di mosaici di colore turchino, di moschee e di madresse.

Colpiscono, in particolare, la fortezza di Kukhna Ark e la moschea Juma sostenuta da ben 212 colonne lignee decorate con disegni floreali e rappresentazioni di animali. Nel XVI secolo Khiva fu capitale sotto il regno dei Timuridi, che la resero tristemente famosa a causa di un fiorente mercato di schiavi. Quando si visita il museo delle carceri si comprende che questa dinastia di governatori si distinse anche per le atrocità inflitte a chi commetteva un qualche reato.

I dipinti dell’epoca alle pareti, raffiguranti sevizie inimmaginabili, sono lì per dare un’idea del terrore che furono in grado di incutere i signori di queste terre. Solo nel XIX secolo i russi riuscirono a sottrarre la città al giogo dei Timuridi.

Oggi il centro storico di Khiva è un luogo turistico molto vivace, pieno di innumerevoli bazar, piccole botteghe e scuole d’artigianato, che si distinguono soprattutto per i lavori di intaglio del legno con cui vengono realizzate porte arabescate, baldacchini, paraventi, leggii e altro.

Salendo sulla torre Kukhna Ark si possono scattare bellissime foto della cittadella, soprattutto al tramonto, quando il sole che scende per “coricarsi”, colora magicamente cupole e mura di cinta.

Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta
Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta
Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta
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Reportage: I Parchi della Tanzania, un preziosissimo patrimonio da proteggere

10 Luglio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: I Parchi della Tanzania, un preziosissimo patrimonio da proteggere
IL SERENGETI, LAKE MANYARA, NGORONGORO, IL PARADISO DEGLI ANIMALI È QUI…E NOI SIAMO DENTRO “QUARK”

Esiste veramente il mal d’Africa? Certo che esiste e sono tante le motivazioni di questo “male” che io definirei anche malessere. Ma in cosa consiste, in realtà, questo “Mal d’Africa” e quali sono i sintomi che ne denotano la sofferenza? A mio avviso è quel senso di struggente nostalgia che ti assale ogni volta che vedi anche un africano nella tua città. E’ la voglia di ritornare in quel continente che riesce a suscitare, anche solo pensandolo, emozioni tanto forti e uniche. E’ quel senso di meraviglia e di felicità che si prova ogniqualvolta si riesce ad osservare la straordinaria natura e i numerosi animali non rinchiusi in una gabbia, ma liberi nel loro habitat naturale.
E’ quel desiderio di non tornare piu’ nella tua città, che ti “ingoia” nella sua vita frenetica e ti fa dimenticare che noi non siamo nati con questo stress o con questa voglia di possedere sempre di piu’ ogni cosa. E’ quel comprendere che certe popolazioni hanno come sola ricchezza il loro territorio, eppure sanno accontentarsi di ciò che questo gli regala (anche se poco). E’ il ricordo di tanti vestiti variopinti, di mercati, di capanne nei piccoli villaggi e di palazzi nelle grandi città.

E’ il rammentare con rimpianto i grandi, scuri e dolci occhi dei bambini, il sorriso delle loro madri e i paesaggi magici che ti lasciano senza respiro. E’ la serenità che si prova davanti a sterminati territori dove regna la tranquillità piu’ assoluta e dove l’unico “rumore” che si avverte è il verso degli animali che ci vivono in completa libertà.
E’ quella voglia di “mollare” la cosiddetta civiltà per rifugiarsi in un mondo che assomiglia a quello dei nostri antenati di tanti milioni di anni fa…ma ci sono ancora tante altre motivazioni!

IL VIAGGIO

La cima innevata del Kilimanjaro ci annuncia che siamo quasi arrivati. Sotto di noi, alle prime luci dell’alba, il paesaggio è tipicamente africano o, perlomeno, è ciò che noi immaginiamo sia tipico dell’Africa: spazi aperti e assolati, immense distese di terra disabitata.
Finalmente siamo in Tanzania, il più vasto paese dell’Africa Orientale ed uno dei meno visitati dagli italiani. L’aeroporto di Kilimanjiaro è piccolo e gli impiegati dello scalo ci accolgono con un cordialissimo “Karibu” e “Jambo” (benvenuti e salve).
Queste due parole, accompagnate da sinceri sorrisi, ci verranno dette molto spesso dai locali nel corso del viaggio.
Terminate le formalità d’ingresso, ci imbarchiamo su un Cessna da 10 posti che ci condurrà nel Parco del Serengeti.
A pochi minuti dal decollo ci rendiamo conto di iniziare un viaggio nel quale il lato emotivo e fisico saranno coinvolti in maniera molto palese e forte.
Subito dopo l’atterraggio, con nostra grande sorpresa, improvvisamente ci sentiamo catapultati nel bel mezzo di un documentario di “Quark”, ma al posto di Piero o Alberto Angela, a vivere in prima persona questa indimenticabile esperienza, ci siamo noi.
È tangibile che non saremo solo spettatori, ma saremo, di volta in volta, protagonisti e attenti osservator
i.

Gli autisti-guide ci attendono con le loro jeep in una savana nella quale “pascolano” indisturbati centinaia di gnu e zebre. Lo spazio tutto intorno è immenso e silenzioso. L’impatto emotivo è forte. I nostri sensi sono allertati dagli odori e rumori presenti nel luogo.

Sono quelli della terra, delle piante e degli animali.
L’Africa è palpabile nell’aria e l’Italia è così tanto distant
e…
I palazzi, le automobili e il rumore del traffico sono già lontani dai nostri pensieri. Qui tutto è primordiale e la bellezza selvaggia dei paesaggi, con gli spazi infiniti dove a malapena si riesce a distinguere l’orizzonte, ci fanno riscoprire un senso di genuinità animalesca – che in città non pensiamo di possedere – rendendoci coscienti di quanto ormai ci siamo staccati da madre natura.
Di questo santuario della natura, di questo mondo remoto e affascinante, all’improvviso ci sentiamo parte integrante. Non proviamo neppure sentimenti di paura ma, istintivamente, prevale in noi un senso di rispetto e protezione per questo habitat selvaggio ma non nemico.

UN PATRIMONIO DA SALVAGUARDARE

In Tanzania la natura è stata veramente generosa e i suoi abitanti ne sono coscienti, un quarto del loro territorio, infatti, è stato protetto. Parchi e riserve naturali sono l’immenso patrimonio che il paese sta proteggendo per la conservazione del suo ecosistema.
Ed è in queste riserve che si possono osservare i cosiddetti “big five”, ossia i cinque grandi animali selvaggi che sono l’elefante, il bufalo, il leone, il rinoceronte e il leopardo.
Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrarli tutti ed è difficile descrivere l’emozione che si prova nel trovarsi a pochi metri da loro. È anche inusuale la nostra condizione di uomini – “ingabbiati” nelle Land Rover – che osservano gli animali, liberi e unici padroni del territorio. In questo mondo primitivo tutt’intorno è silenzio. Le uniche “voci” che si odono sono quelle degli animali che si chiamano, che lottano fra di loro o che, semplicemente infastiditi dalla nostra presenza, reclamano un po’ di intimità.
Il viaggio ci ha portati nel circuito che comprende 3 Parchi: il Serengeti, lo Ngorongoro e il Lake Manyara.
In una settimana abbiamo attraversato sentieri creati dalle Jeep, unici mezzi adatti a percorrere piste spesso simili a quelle dove si svolgono i Rally.
Abbiamo incontrato tutte le principali specie animali africane: zebre, giraffe, gnu, aironi, fenicotteri rosa, ippopotami, gazzelle, struzzi, impala, sciacalli, facoceri, licaoni, babbuini, coccodrilli, leopardi, leoni e uccelli tra i più belli del mondo, come il superb glossy starling. Abbiamo osservato gazzelle, impala, zebre e gnu mentre cercavano un po’ d’ombra e refrigerio ai piedi delle acacie.

Abbiamo visto alberi così carichi di uccelli e scimmie che sembravano “soffocare”. Ci siamo riempiti gli occhi delle immense distese di fiori bianchi che sembravano candida neve caduta sui campi. Abbiamo guardato con curiosità i numerosi ippopotami che sguazzavano nei fiumi, facendo un grande baccano, e i licaoni che si abbeveravano in una pozza d’acqua.

Abbiamo ammirato i pigri leoni, a non più di quattro metri di distanza da noi, che sembravano indifferenti alla nostra presenza e sbadigliavano mostrando i loro pericolosi denti, e le elefantesse con i loro teneri “piccoli” che si nutrivano delle foglie di un albero stando proprio sotto il grosso e protettivo corpo delle madri. Abbiamo avvicinato branchi di babbuini, con la prole aggrappata al loro corpo, intenti alla pulizia reciproca e al gioco.
Abbiamo quasi contemplato a bocca aperta le centinaia di fenicotteri rosa che passeggiavano e volteggiavano sulle rive di un lago e, infine, abbiamo assistito allo straordinario spettacolo del pasto di due leonesse con i loro cuccioli intenti a mangiare uno gnu sfortunatamente caduto dopo un’estenuante corsa in cerca della salvezza.
Quante volte abbiamo potuto osservare questa immagine nei documentari televisivi? Credo talmente tante volte da sapere a memoria tutti i meccanismi che precedono l’abbattimento degli erbivori: dall’appostamento alla corsa frenetica, dall’assalto al colpo di grazia con l’affondo dei denti nel collo della vittima predestinata, niente ci è più sconosciuto di questa legge della natura che fa morire il più debole.
Ma essere lì, a non più di cinque metri dall’evento, è proprio tutta un’altra cosa. È come se ci si sentisse predatori come la leonessa e i piccoli, che stanno “rosicando” le corna dello gnu, sembrano dei grossi gatti. È strano, ma la morte dello gnu non suscita in noi alcun sentimento di pietà. Lì, nella savana, è normale che sia così perché i predatori sono in numero realmente esiguo rispetto alle prede. La sopravvivenza dei leoni non intacca minimamente la specie degli gnu, delle zebre o di qualsiasi altro animale.

I RANGERS

I rangers, figure essenziali per visitare i parchi, perché conoscono i luoghi dove si trovano le varie specie degli animali, vigilano affinché nessuno turista crei danni all’ambiente e si occupano di bruciare in modo controllato l’erba affinché gli animali ne abbiano sempre di fresca. Molti di loro sono anche gli autisti che guidano i fuoristrada durante i safari e la loro presenza è molto importante perché riescono a trasmettere ai visitatori un senso di grande rispetto e di amore per quei territori così ricchi di fauna.

I PARCHI: SERENGETI, NGORONGORO, LAKE MANYARA

La pianura del Serengeti è adibita in gran parte a Parco Nazionale. Paradiso degli animali, rigidamente custodito, si estende su una superficie di 14.500 Kmq. Senza questi provvedimenti, leoni, elefanti ed ogni altra specie di animali sarebbero condannati all’estinzione. Cacciatori e mercanti d’avorio avrebbero annientato ogni forma di vita nella savana. Gli uomini, infatti, hanno sempre fatto stragi enormi di animali. Qui, invece, l’uomo li protegge dagli altri uomini e possono vivere in completa libertà nell’ambiente che è loro congeniale.
In questo luogo l’unica “arma” consentita è la macchina fotografica o la videocamera. È senza dubbio il parco più visitato della Tanzania per la varietà di specie di animali e perché ospita la più grande concentrazione di erbivori del mondo. Il suo nome in lingua Masai significa “spazio esteso” e nel periodo che va da maggio a dicembre è più ricco di fauna in quanto gli animali vi migrano alla ricerca di nuovi pascoli e di acqua. Le varie stagioni: la più secca da giugno a novembre, la più piovosa, da dicembre a maggio, definiscono gli spostamenti degli animali e osservare queste migrazioni è realmente uno spettacolo indimenticabile.
Fra il Serengeti e lo Ngorongoro si trovano le Gole di Olduvai, nelle quali l’antropologo Leakey scoprì i più antichi resti umanoidi risalenti a 3 milioni e mezzo di anni fa. L’altopiano del Serengeti riserva spettacoli naturali, come l’alba e il tramonto, che qui acquistano una raro fascino.
Come non rimanere emozionati, infatti, nell’osservare il sole che si alza lentamente sulla savana e incomincia a colorare i prati e il cielo e, poi, va a riflettersi – dorandoli – negli specchi d’acqua?
Oppure, come non restare affascinati dallo spettacolo del tramonto nella savana. Trovarsi lì, proprio quando il sole inizia a cambiare colore, incomincia a scendere e si nasconde dietro i rami di un’acacia, albero-simbolo dell’Africa, è una grande fortuna. In quel momento il cielo si tinge di rosso, gli animali si nascondono e tutt’intorno si crea un’atmosfera di grande suggestione. Ci si sente in un’altra dimensione, più vera e più magica!
Ma la Tanzania riserva ovunque grandi emozioni e riesce ad imprimere negli occhi e nella mente di chi la visita ricordi indelebili.
Un altro spettacolo pieno di fascino, anzi mozzafiato, è la vista del cratere Ngorongoro, definito dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
Posto a 2286 metri sopra il livello del mare, con un diametro di oltre 16 Km, ha le pareti alte oltre 600 metri dalla base del cratere. Anche questo è per gli animali un Eden dall’ecosistema chiuso.
Se il Serengeti si presenta come una pianura quasi brulla, il Parco Ngorongoro stupisce per la ricchezza della vegetazione e per i paesaggi spettacolari che si susseguono.
Vaste foreste, torrenti, terreni fertili, cascate e piccoli laghi sono il superbo dono che la natura ha regalato a questo luogo quasi idilliaco.
Si percorrono chilometri e chilometri provando un continuo senso di meraviglia e di soggezione di fronte ai grandi spettacoli naturali che si alternano.
Gli abitanti di un così straordinario territorio sono i Masai, popolo orgoglioso e fiero che ha mantenuto una forte identità tribale.
La stessa gente del villaggio ci racconta che ancora oggi i ragazzi di 18/19 anni, per la loro iniziazione, devono uccidere un leone armati solo di una lancia.
I ragazzi accerchiano il leone, lo prendono per la coda e poi lo uccidono.
Il finale della caccia, purtroppo, non va sempre così perché talvolta c’è un morto o un ferito grave tra loro. Ma, narrano ancora i Masai, per fortuna i leoni hanno ormai imparato a conoscere l’odore dei giovani guerrieri e ne stanno prudentemente alla larga!
Meno conosciuto degli altri due, ma non per questo meno interessante da visitare, è il Parco Nazionale del Lago Manyara. Situato nella nota Rift Valley, profonda linea di frattura della crosta terrestre che si estende per oltre 5.000 km dal Mozambico al lago di Baikal nell’Ucraina, è caratterizzato da una rigogliosa vegetazione, da prati e paludi.
Oltre 350 specie di uccelli sono presenti nel Parco ed è anche possibile ammirare leopardi e leoni mollemente adagiati sui rami delle grandi acacie. In questo splendido habitat per gli animali, abbondano bufali, elefanti, impala ed ippopotami.
Nella parte sud del parco, inoltre, sono presenti sorgenti di acqua calda sulfurea.
I luoghi, come tutte le cose, hanno un odore caratteristico. Lake Manyara, forse perché eravamo lì in un giorno di pioggia, profumava di terra bagnata e di vegetazione lussureggiante.
Non abbiamo mai avvertito niente di sgradevole neppure quando eravamo molto vicini agli animali. Chissà, invece, quale tipo di odore avevamo noi uomini per loro!.

Reportage: I Parchi della Tanzania, un preziosissimo patrimonio da proteggere
Reportage: I Parchi della Tanzania, un preziosissimo patrimonio da proteggere
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Spunti di viaggio: Slovenia, un piccolo gioiello a due passi dall'Italia

3 Luglio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Slovenia, un piccolo gioiello a due passi dall'Italia
UN INCANTEVOLE PAESE, RICCO DI BELLEZZE, DI NATURA E DI STORIA.

Pur trovandosi a due passi dall’Italia, la Slovenia, fino a qualche anno fa, non era molto conosciuta alla maggioranza degli Italiani, oppure era conosciuta solo come località termale.
Stato federato della ex Jugoslavia, il 25 giugno del 1991 proclamò, insieme alla Croazia, la propria indipendenza.

A seguito di questo atto unilaterale, mentre in Croazia si sviluppò un aspro conflitto con l’esercito federale jugoslavo, durato alcuni mesi, in Slovenia non ci fu un vero e proprio scontro, tanto è vero che le truppe federali si ritirarono dal territorio sloveno dopo pochi giorni. La Slovenia fu riconosciuta dalla Comunità Internazionale come Repubblica Indipendente nel 1992 e dal 1° maggio 2004 fa parte dell’Unione Europea e della Nato.

Geograficamente la Slovenia confina a nord con l’Austria, a sud-est con la Croazia, a ovest con l’Italia e con il Mar mediterraneo sul quale si estende per circa 45 chilometri. La Slovenia ha una popolazione di oltre due milioni di abitanti ma nella sola Lubjana ce ne sono circa trecentomila.

Questa breve introduzione serve a far comprendere che la Slovenia è sempre stato un paese che ama risolvere i problemi senza violenza. Infatti, tanto per fare un esempio, quando fu affrontato il problema dei confini con la Croazia, esso fu risolto pacificamente cedendo a quest’ultima circa 15 chilometri di territorio, ottenendo in cambio le dovute garanzie e facilitazioni per le minoranze slovene in territorio croato.

Una saggia politica per un paese che aveva bisogno di concentrare le proprie energie per la ripresa economica, cosa che ha fatto e sta ancora facendo. Un settore importante dell’economia slovena è il turismo, sia quello balneare, sia quello naturalistico, culturale e del wellness.

L’ARISTOCRATICA LUBJANA

Sicuramente da visitare la capitale della Slovenia, che lascerà tutti a bocca aperta. Secondo un’antica leggenda, Lubjana fu fondata da Giasone quando, ritornando dalla sua ricerca del vello e navigando sul Danubio, vi si fermò con i suoi argonauti. Lubjana è veramente una città incantevole, la cui elegante architettura la rende una delle città più belle. Somiglia vagamente a Vienna e questo è dovuto al fatto che, dopo aver subito danni per il terremoto avvenuto nel 1895, fu dato incarico di ricostruire ciò che era andato distrutto ad un team di architetti e fra questi vi era il viennese Kamil Sitte.

La città assunse l’attuale aspetto moderno con ampie vie diritte, grandi piazze e spazi verdi, edifici ricostruiti e restaurati su imitazione di quelli di Vienna e Praga. La città è attraversata dal fiume Ljubljianica, su cui sono stati costruiti alcuni ponti.

Il più antico è il triplo ponte Tromostovje, che porta sulla piazza dedicata al più grande poeta sloveno F. Preseren, in memoria del quale è stato eretto un pregevole monumento in stile rinascimentale. Da visitare, anche se interamente ricostruito nel 1960 sulle vecchie fortificazioni.

Da visitare anche il centro turistico di Bled, dove c’è un lago ed è frequentato in ogni stagione dell’anno da una clientela raffinata. Ma la Slovenia ha numerosi luoghi di interesse, da quello naturalistico, come ad esempio il Parco nazionale del Triglav, alle grotte di S. Canziano e ai cavalli di Lipizza.

Ma una meraviglia assolutamente da non perdere è quel capolavoro della natura chiamato “Grotte di Postumia”, caverne nate dalla deviazione del letto dei fiumi sotterranei e modellate dalle infiltrazioni di acqua che, goccia dopo goccia, hanno creato delle sculture naturali conferendo all’ambiente un’atmosfera di magica bellezza. Fino ad ora sono stati scoperti oltre 20 chilometri di sentieri ma, di questi, sono visitabili dai turisti oltre cinque chilometri. A Natale, le grotte si trasformano in un presepe vivente, molte delle grotte, infatti, accolgono tutte le figure del presepe ed è di grande suggestività l’ascolto di musiche natalizie questa scenografia sotterranea.

PORTOROSE: BELLEZZA E MARE

Per chi ama le vacanze estive marittime c'è Portorose, ridente e tranquilla cittadina posta sul Golfo di Pirano, che si trova a circa settanta chilometri da Trieste.
Portorose è conosciuta sin dal secolo scorso come centro termale che sfrutta I fanghi e l’acqua delle saline per la cura della pelle, dei postumi delle malattie reumatiche e delle vie respiratorie.

In realtà, gli effetti benefici dell’acqua delle saline erano conosciute sin dai tempi degli antichi romani quando, iniziando a bonificare la zona, notarono che i salinai non soffrivano di affezioni reumatiche.

In questi ultimi anni è cresciuta anche come centro balneare fino a diventare uno dei luoghi più mondani dell’Adriatico.

Ben attrezzato, con alberghi di varie tipologie, è in grado di accogliere turisti di ogni genere. Durante l’estate vengono organizzate gare sportive, concerti ecc…per rendere il soggiorno ancora più piacevole. Molti scelgono Portorose per la cura della propria persona in quanto la cittadina è diventata uno dei centri wellness più attrezzati e organizzati in Europa.

Per chi ama muoversi, da Portorose si raggiunge facilmente a piedi la deliziosa città di Pirano, un piccolo gioiello separato dal mare da una strada e dove è gratificante sorseggiare una bevanda nel caffè più antico del luogo, ricco di memorie del tempo passato.

Perché scegliere la Slovenia per le proprie vacanze o per un lungo week end?. Principalmente per le sue bellezze naturali, poi per la gentilezza del suo popolo, per l’ordine e la pulizia che regna sovrana ovunque. Infine, per l’amore che dimostra nella conservazione e la divulgazione della propria cultura.

Tutto ciò l’allinea a quei paesi dove ancora la parola civiltà ha un significato. E di questi tempi, in cui l’inciviltà è imperante, non è cosa da poco tornare in un piccolo paradiso e respirare "quell’aria” benefica che da noi non si respira quasi più.

Spunti di viaggio: Slovenia, un piccolo gioiello a due passi dall'Italia
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Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia

30 Giugno 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia

Raramente torno nei luoghi che ho già visitato. Il timore di trovare cambiato ciò che mi è piaciuto, e ha lasciato un ricordo indelebile nella mia mente, mi impedisce di vederli altre volte. Ma l’Iran, così come pochi altri Paesi, ha fugato i miei timori. Non solo mi offre itinerari sempre nuovi e affascinanti, ma qui ho scoperto anche una società che cambia e si evolve positivamente.

Mi ci sono recata in più occasioni ed ogni volta ho scoperto, con entusiasmo e soddisfazione, piccoli ma significativi cambiamenti che avvenivano a distanza di poco tempo. Devo ammettere che la “mia prima volta” in Iran fu un avvenimento eccezionale per la popolazione locale.

Ero con un gruppo di 44 persone, mai così tante insieme nel Paese dopo la riapertura al turismo, e venne persino la televisione locale ad intervistarci.
Ma la cosa che mi rimase più impressa, oltre alle indiscusse bellezze della città e dei siti archeologi, fu la cordialità e il genuino senso di accoglienza della gente. Certo, mi fece un po’ impressione vedere le donne indossare lo spolverino e il foulard o il chador, ma dopo aver parlato con alcune di esse, mi ero resa conto che coloro che indossavano il chador lo facevano per esprimere la propria religiosità.

Il ritorno in Iran, dopo averla visitata quando era governata da 3 Presidenti, mi ha messa nella condizione di osservare se con Kathami, guardato con molta simpatia e con molte speranze dal mondo occidentale, fosse cambiato qualcosa. Dopo il periodo in cui il mondo guardava con poca simpatia il paese, “grazie” all’ex Presidente Mahmud Ahmadinejad, ora, con Hassan Rohani, si avverte concretamente che qualcosa sta muovendosi all’interno del paese.

Innanzi tutto i ragazzi non indossano più quelle camicie un po’ larghe, così come i pantaloni per noi poco eleganti e fuori moda. Oggi portano con grande disinvoltura T-shirt colorate e con disegni sopra i blue jeans. Le ragazze, che indossavano uno spolverino che copriva il loro corpo sino alle caviglie, ora vanno in giro con jeans – anche aderenti – e delle casacche lunghe sino al ginocchio e non tanto larghe da nascondere le loro “forme femminili” (la gioventù irariana è molto bella, soprattutto le ragazze).

Le signore di una certa età, hanno tolto il chador per indossare uno spolverino che le copre sotto il ginocchio.

E’ d’obbligo, comunque – che portino il foulard, ma non più nascondendo tutti i capelli o la frangia. Le donne molto religiose continuano, come prima, ad indossare il chador, ma questa è una loro scelta. Già all’arrivo all’aeroporto di Tehran era visibile un certo “allentamento” e snellimento nei controlli. Durante il tragitto che mi separava dall’aeroporto all’albergo, rimasi con il viso incollato al finestrino dell’automobile pronta a cogliere qualsiasi altra novità, che non si fece attendere.

Rimasi stupita, infatti, nel constatare che alcune ragazze indossavano calze trasparenti e che dai loro foulard spuntavano “impertinenti” frangette brune o bionde. Inoltre, vidi alcune coppie che camminavano mano nella mano.

Sì, indubbiamente qualcosa era cambiato, e queste piccole ma importanti cose mi confortarono molto. Avevo sempre saputo che sotto quell’abbigliamento per noi castigante e troppo austero c’erano donne come me, con gli stessi sentimenti, le medesime passioni, le gelosie, gli amori e le insofferenze alle imposizioni che, in ogni luogo del mondo, regolano la nostra vita.

Queste piccole affermazioni della propria libertà personale mi riempirono ulteriormente di gioia, anche se le avevo già incominciate a notare ai tempi di Khatami.

Questa volta, a differenza delle altre, non ho indossato il mio spolverino nero ed i foulard colorati, ma avevo comprato casacche sopra i pantaloni e neppure tanto larghe. I miei capelli lunghi uscivano dal copricapo e la mia frangetta era a bella vista sulla mia fronte. Non che volessi non rispettare le loro usanze, ma già dalla penultima volta che c’ero stata mi ero resa conto di essere un po’ troppo “castigata” e un po’ simile ad una suora.

Ma ho sempre ritenuto che il rispetto per la popolazione che ci ospita è fondamentale, siamo noi che dobbiamo adeguarci alle loro regole e vestita così mi sentivo più a mio agio perché ero simile alle donne locali. Nessuno mi aveva obbligata a recarmi in Iran, pertanto ho sempre accettato e fatte mie le regole per rispetto nei confronti delle iraniane.

E mi erano sembrate fuori luogo e prive di riguardo alcune turiste italiane, incontrate più di una volta nei vari aeroporti e nel museo di Tehran, che andavano in giro con il collo scoperto e con un fazzoletto per copricapo.

La loro accompagnatrice, piuttosto giovane, aveva dato il cattivo esempio e, di conseguenza, tutte le signore del gruppo si erano adeguate allo “stile” piuttosto disinvolto della tour leader. Più volte ho assistito agli inviti delle donne iraniane, addette ai controlli negli aeroporti, di coprirsi e più volte mi sono vergognata per la loro mancanza di rispetto, immaturità e anche… stupidità.

MASHAD, CITTÀ SANTA

Il mio ritorno in Iran era dettato anche dalla curiosità di vedere città che non avevo ancora visitato. Fra queste la città santa di Mashad, luogo di pellegrinaggio di milioni di musulmani, situata nel nord est del Paese.
Dopo la Mecca e Karbaia, in Iraq, Mashad è il luogo di culto più importante per gli Sciiti perché nel santuario chiamato Astane Ghods–e Razavi vi è sepolto il loro ottavo Imam, l’Imam Reza. Mashad significa letteralmente “luogo del martirio” perché vi fu ucciso nell’817.

Così, quello che precedentemente era un piccolo villaggio di nome Sanabad, dopo la morte dell’imam Reza ha preso il nome attuale ed è divenuta una grande città e luogo di culto.
L’imponente moschea, costituita da un insieme di più edifici, è una costruzione straordinaria che affascina per la ricchezza delle cupole e dei minareti, completamente ricoperti d’oro, e per la bellezza dei suoi color.

È definita, non a torto, una delle meraviglie del mondo islamico e la sua imponenza è pari alla spiritualità che riesce a trasmettere ai fedeli.

Gli interni sono decorati con mosaici di specchi e le porte sono rivestite d’oro e d’argento. All’interno delle costruzioni, che compongono il maestoso mausoleo, si trova un interessante museo nel quale sono esposti antichi Corani e manoscritti d’importanza storica, oltre ad oggetti di notevole pregio. Il museo ospita anche una ricca biblioteca. Fanno parte inoltre di questo insieme la Grande Moschea di Ghoharshad, risalente all’epoca mongola, e il mausoleo di Cheykh Bahai con la Scuola Parizad.
Le donne, anche straniere, per entrare nelle moschee devono indossare obbligatoriamente un chador che alle turiste viene consegnato gratuitamente prima di accedere ai luoghi di preghiera. Ricordo di essere rimasta colpita dal grande silenzio, nonostante il gran numero di persone presenti. Gente proveniente non solo dalle varie regioni dell’Iran, ma anche da altri stati.

Il Mausoleo, infatti, rappresenta per gli islamici ciò che la Basilica Vaticana è per i cattolici. Gente di ogni ceto sociale è unita nella preghiera: gli uomini da una parte e le donne dall’altra. Tra queste spiccano quelle provenienti dalle campagne perché indossano abiti colorati e un po’ più corti ed hanno gli avambracci scoperti. Al di fuori di questo grande e suggestivo insieme di edifici, la città offre altri interessanti luoghi da visitare, quali il Giardino Nazionale e la tomba di Nadir Shah.
A 25 km da Mashad si trova la città di Tus, nella quale è morto e sepolto il grande poeta epico Ferdusi. A lui il popolo iraniano deve la conservazione della lingua persiana. Le invasioni arabe nel loro territorio, infatti, apportarono sia il cambiamento della lingua ufficiale che della religione. I persiani divennero seguaci dell’Islam, però, grazie a Ferdusi, si riappropriarono della loro antica lingua, quella parlata ancora oggi. All’interno del mausoleo un piccolo museo conserva antichi ed interessanti reperti storici.

SHIRAZ, CUORE DELLA STORIA IRANIANA

Non poteva mancare in questo mio ritorno in Iran una nuova visita a Shiraz, definita la città giardino. Le sue origini risalgono all’epoca degli achemenidi (500 a.C.) e deve la sua fama ai più grandi poeti dell’Iran: Sa’di e Hafez ai quali sono stati dedicati due mausolei, mete di visita di iraniani e stranieri.

A Shiraz numerosi monumenti testimoniano una gloria e una cultura millenaria. La città è ricca di splendide moschee, tra le quali mi piace ricordare la Moschea del Venerdì, di Nassir, Chah Tcheragh, o Moschea degli Specchi, una delle più belle e suggestive di Shiraz.
Ancora una volta un mio incontro con alcune donne in preghiera all’interno di questa moschea, come era già avvenuto nel mio primo viaggio, ha riconfermato la volontà universale del cosiddetto “sesso debole” di vivere in pace. A 60 km a nord–est di Shiraz si trova Persepoli, l’antica capitale fondata da Dario il Grande nel 512 a.C.. La città rasa al suolo da Alessandro Magno, conserva i resti dei palazzi dei re achemenidi.

Splendidi bassorilievi, perfettamente conservati, raffiguranti scene di vita militare e di corte, colonne, ampi portali e scalinate, testimoniano un passato glorioso e ricco.
Poco distante da Persepoli c’è Naghsh–e–Rostam, località nella quale sono state scolpite nel pendio di un monte le tombe dei quattro re Achemenidi e il tempio dedicato al dio Zoroastro. Vicino a questo affascinante luogo sorge Pasargad dove è situata la tomba di Ciro il Grande.

ISFAHAN, L’ALTRA METÀ DEL CIELO O DEL MONDO

Chiunque abbia avuto la possibilità di visitarla ne è rimasto affascinato perché è sicuramente una delle più belle città del mondo. È qui che si avverte un senso di spiritualità raramente riscontrabile in altre, ed è qui che si è catapultati in pieno Islam.

Suggestive moschee dalle cupole e minareti rivestiti con piastrelle color turchese, azzurro e bianco, sono il patrimonio più importante della città definita, non a torto, l’altra metà del cielo o del mondo.

Ad Isfahan è tutto ordinato e pulito. Un gran senso di serenità viene trasmesso dai suoi giardini curati, dagli splendidi ed antichi ponti che sovrastano il fiume Zayandeh Roud che la divide in due, e dai ritmi di vita non frenetici dei suoi abitanti.

La città sembra ruotare attorno alla grande piazza Naghsh–e–Jaham, chiamata comunamente piazza Imam, sulla quale si affacciano, oltre a 200 negozi, le più belle moschee di Isfahan, prima fra tutte quella dell’Imam, decorata con finissime piastrelle.

Il Palazzo Ali–Ghapoo, invece, riporta le pitture dei famosi maestri dell’epoca safavide mentre quella di Sheikh Lotfollah ha le pareti interne rivestite con piastrelle di impareggiabile bellezza.

Il più importante monumento storico di Isfahan è la Moschea Jamè o Moschea del Venerdì, la cui architettura risale ai primi secoli islamici ed è eccezionale la varietà dei suoi soffitti.

Il Palazzo Chehel Sotun o Palazzo delle 40 colonne, è situato in un meraviglioso giardino ed è affrescato con mirabili pitture. Oltre alle Moschee, però, nel quartiere abitato dagli armeni ci sono alcune chiese. La più nota è quella di Vank che vanta anche affreschi di pittori italiani.

KERMAN E LA DISTRUTTA BAM, LA CITTÀ–FORTEZZA

Kerman, famosa per i suoi tappeti, è la città che ancora ospita gli antichi iraniani, ossia gli zoroastriani, che possiedono propri templi per il culto della loro religione. Situata in una regione montuosa e desertica, è ricca di monumenti storici che ne testimoniano l’antichità.

Un tempo Kerman era la base di partenza per raggiungere l’antica “città di fango”, ovvero Bam, distrutta da un forte terremoto nel 2003 ed era stata il set che rappresentava la Fortezza Bastiani nel film “Il deserto dei Tartari” .

Attraverso una strada costellata da piccoli villaggi e da una vegetazione tipica delle zone aride, si arrivava nell’antica fortezza, nota per le rovine di una città medievale, ancora molto ben conservate.

La cittadella, costruita con mattoni di fango e paglia, si confondeva con il paesaggio circostante proprio per il suo colore dovuto ai materiali impiegati nella costruzione. Vi si accedeva attraverso una piccola porta d’ingresso ed era impressionante l’estensione di tutto il complesso che, visto dall’alto, mostrava stradine e vicoli che conducevano a resti di palazzi, moschee e caravanserragli. Ma ora sono soltanto rovine e niente più.

TEHRAN, UNA GRANDE METROPOLI

Solitamente Tehran viene visitata molto frettolosamente dai turisti perché è una città frenetica e moderna che, a prima vista, non suscita entusiasmo. Però ci sono tanti luoghi da visitare, primo fra tutti il Museo Archeologico Nazionale, ricco di testimonianze risalenti all’epoca di Dario, poi l’interessante ed unico Museo del Tappeto, nel quale sono esposti rari e preziosissimi tappeti persiani. Inoltre, da non perdere: la residenza estiva dello Scià Reza Pahlavi, la Moschea dell’Imam Khomeini; il Museo del vetro e della ceramica; il Museo e Palazzo Golestan.
Per gustare la visita di tutta la città, si può andare in funivia fino alla vetta di Tochal e da lì ammirare lo splendido panorama offerto dalla vastità della capitale.

Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
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Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza

28 Giugno 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
UNA CITTÀ MULTIETNICA CHE SA OFFRIRE TANTE BELLEZZE STORICHE E ARCHITETTONICHE

Rapiti dall’atmosfera rarefatta e dalla grande intensità luminosa e cromatica di una bella giornata, si ammira il cielo terso e limpido di Marsiglia e finalmente si comprende perché la Provenza, tanto amata dai pittori, soprattutto impressionisti, continui ad essere così impareggiabilmente affascinante. ”Seicento anni prima di Cristo marinai di Focea sbarcarono e fondarono Marsiglia, dalla quale si diramarono in Occidente i raggi della civiltà” è quanto si legge su una placca di bronzo al Porto Vecchio. Marsiglia, infatti, primo insediamento urbano in Francia, con 2600 anni di storia alle spalle, accolse fin dall’antichità una miriade di popoli: Fenici, Greci, Cretesi, Ebrei, Etruschi e Romani.

Ora, le voci del passato portate dal mistral riecheggiano lungo il viale Canebière, attraverso l’intrico dei vecchi vicoli del centro storico, interessante perché è un viale lungo un chilometro circa e ricco di storia. Qui, infatti, nel 1666 fu costruita la prima casa. E le voci rimbombano anche per i quais della Joliette, fino in cima alla collina dove svetta il campanile della Basilica di Notre Dame de la Garde, la “buona madre” che veglia dall’alto.

Costruita nel 1864 in stile neo-bizantino, è ricca di marmi e porfidi provenienti dall’Italia. Marsiglia ha anche una imponente cattedrale, che dal 1906 è stata inserita nella lista dei monumenti storici-nazionali francesi e poi c’è anche la bella Cathédrale Sainte-Marie-Majeure de Marseille detta La Major, costruita in stile misto neo-romano e neo-bizantino, che è stata terminata nel lontano 1890.

Ma c’è ancora da visitare un altro posto molto importante perché vi è la Abbaye de Saint-Victo, costruita nel quinto secolo e anche questa inserita nella lista dei monumenti storici francesi. E’ importante perché è una delle prime costruzioni cattoliche del sud della Francia. Da non perdere anche la visita alla Basilique du Sacré-Cœur che, anche se di recente costruzione (è stata costruita nel ventesimo secolo) rappresenta il mausoleo per i caduti della prima guerra mondiale e per i morti della peste del 1720.

Ma è bello girare per la città e conoscerne i vari aspetti culturali e architettonici. Ci sono quartieri che vale la pena visitare. l”Estaque, un tempo villaggio di pescatori ed ora bellissimo quartiere utilizzato spesso come set cinematografico per i suoi colori. Cezanne lo dipinse e il quadro è ospitato al Museo d’Orsay di Parigi.

C’è un altro quartiere, questa volta popolare, Le Panier, molto pittoresco per le case colorate. Per chi ama visitare i Musei c’è quello costruito nel diciassettesimo secolo, il Musée de la Vieille Charité, dove convivono il museo di arti africane, oceaniche ed amerindie e il museo di archeologia mediterranea. All’interno del Palais Longchamp, datato 1862, si trovano invece il Museo delle Belle Arti, di Storia Naturale e un interessante giardino botanico

E ancora, da non trascurare, il Palais du Pharo che si trova nel quartiere Teste de Moreal, nel porto vecchio e da una sessantina di anni è sede della facoltà di medicina. L’Hôtel de Cabre, invece, costruito nel 1535, è la più antica casa di Marsiglia. Poi c’è la Maison Diamantée, che ospita il Museo della vecchia Marsiglia, costruita nel sedicesimo secolo deve il suo nome alla facciata costruita con pietre a punta.

Quello che oggi è l’Hôtel-Dieu, fino al 2006 è stato il più antico ospedale di Marsiglia e la sua facciata è del diciottesimo secolo.

Chi ama le cose particolari si deve recare alla stazione di Saint-Charles, del 1848, che possiede una bellissima e larga scalinata ornata con lampioni in ferro battuto.

La città possiede molti giardini e uno dei più belli è il Parc Borely. Qui è possibile notare vari stili di costruzione mondiale dei giardini e si possono ammirare quello inglese, francese e cinese. E’ anche molto ricco di statue ed è piacevole passeggiare ammirando la diversa bellezza di ogni sezione.

Marsiglia, con una popolazione di oltre 850.000 abitanti distribuiti nei 111 villaggi che ne compongono il territorio (due volte più grande di quello di Parigi), appare bella e felice, fiera dei panorama mozzafiato che si gode dall’alto dei suoi colli o degli indimenticabili scorci che svelano il blu intenso del mare fra le selvagge asperità del massiccio delle Calanques, luogo privilegiato per passeggiate, scalate, immersioni subacquee e kayak.

La Marsiglia di oggi è una città mediterranea viva e vitale che, ancora spaccata tra la vecchia e la nuova immigrazione, esprime contrasti anche violenti ma, proprio grazie alla sua multietnicità che rappresenta la sua grande ricchezza, cerca di riscattarsi dall’immagine un po’ sordida derivatale dal tradizionale paragone con Algeri o Napoli.

Fortunatamente, da anni, molto si sta facendo per regalare quel prestigio che merita. A Marsiglia, in questi ultimi 20 anni, il settore navale si è considerevolmente sviluppato. Nel ’99, infatti, la città ospitava 156 scali e 148.000 passeggeri rispetto ai 18.000 del 1995, cifre aumentate notevolmente da quando fu inaugurato il nuovo porto croceristico che, accogliendo le più grandi navi del mondo, si è situato tra i più importanti della Francia.

La città si pone anche come destinazione congressuale, grazie alla dotazione di molte strutture, tra le quali, il Palais des Congrès du Pharo ed il Centre des Congrès du Parc Chanot, ideali per eventi di grande portata.

La collaborazione tra il Comitato Regionale per il turismo ed il mondo del calcio, che nel tempo ha già prodotto ottimi risultati in termini di notorietà e commercializzazione turistica, prevede visite guidate allo stadio velodromo.

Non mancano altre opportunità culturali degne di una grande metropoli: oltre ai tanti musei di tipologie differenti. Oltre al teatro dell’Opera (gioiello dell’Art Dèco), ai teatri di prosa con più poltrone per abitante che a Parigi, agli ateliers d’arte, messi a disposizione dei giovani scultori, pittori e musicisti sia marsigliesi che stranieri, valorizzano la grande ricchezza conferita alla città dal mosaico di etnie che la abita.

Esiste un tradizionale antagonismo che oppone i marsigliesi ai vicini abitanti di Aix-en Provence, città considerata dotta e snob rispetto alla più gaudente Marsiglia.

Lo splendore culturale di Aix, come la chiamano semplicemente i suoi abitanti, ha origini remote: La Sainte Victoire, l’aspro monte che domina il paesaggio della città, fu il motivo ispiratore della pittura di Cèzanne, nativo del luglio, che tendeva ad immortalare sulla tela ogni raggio di luce rifranto sulle roccia nelle diverse ore della giornata. La città dalle 100 fontane, famosa fin dall’antichità per i benefici delle sue terme, ospita importanti facoltà universitarie sorte nel xix secolo.

Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
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IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: CERCEMAGGIORE

19 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: CERCEMAGGIORE

Oggi le fotografie di Flaviano Testa ci portano a Cercemaggiore, comunemente Cerce, e non ci parleranno solo di un paesino del Molise che sorge in provincia di Campobasso, ma racconteranno anche di un luogo che vive ancora dei prodotti della terra, avendo un elevato numero di contrade rurali dove si pratica l'agricoltura.

l nome del paese deriva proprio dal latino volgare cercea o quercia, con l'aggiunta dell'aggettivo maggiore per distinguerlo da Cercepiccola, altro centro che sorge poco lontano. L'abitato di Cerce si eleva a circa 950 metri di altitudine e la sua felice posizione gli ha meritato l'appellativo di “sentinella dei Sanniti”, ampio è il panorama che si può godere: Cercemaggiore domina la vallata del Tammaro, volgendo lo sguardo si vedono tutte le alture del Molise fino alle montagne d'Abruzzo e nei giorni di sole, quando nelle pianure sottostanti non è presente foschia, si arriva a scorgere l'azzurro del mare Adriatico.

Un paesaggio tutto da godere e respirare perchè a Cerce si vive bene e a lungo. I dati Istat del censimento 2011 registrarono nel Molise la più elevata percentuale di ultra centenari. I rilievi del territorio comunale garantiscono la presenza di numerose falde acquifere che sgorgano in superficie in varie zone, consentendone un buon utilizzo ai fini agricoli, nelle colline che degradano fino ai 4-500 metri si possono ancora notare i frazionamenti effettuati durante il periodo fascista per l'intensificazione delle colture, allora si trattava maggiormente di grano, oggi si coltivano principalmente foraggi destinati al consumo regionale interno dei bovini allevati per la produzione di mozzarella.

Il Molise è terra antichissima e anche qui sul territorio sono venuti alla luce reperti archeologici che risalgono al Neolitico. Interessanti resti di fortificazioni sannitiche rimangono sul monte Saraceno dove, all'interno della suggestive Grotte delle Fate, sono stati rinvenuti materiali litici, punteruoli, frecce...

Nei dintorni di Cercemaggiore si ergono: la chiesa di S.Maria a Monte, di cui il primo impianto può essere datato tra l'XI e il XII secolo, mentre il bel portale è trecentesco e ancora il santuario di Santa Maria della Libera sorto, secondo la tradizione, sul luogo dove nel 1412 un contadino rinvenne un vaso di terracotta contenente una statua lignea della Madonna, notevolissima scultura del XV secolo. All'interno della chiesa e dell'attiguo convento sono conservate importanti opere di artisti locali, come un affresco e una tela di Nicola Fenico e una scultura di Paolo di Zinno, famoso per la costruzione dei “Misteri” di Campobasso.Giordano Pierro, frate domenicano priore del Convento nella prima metà del '900, ha pubblicato studi storici sul paese e sul santuario.

Ogni anno i paesani per la ricorrenza della festa, accorrono numerosissimi ad assistere e seguire la processione dei devoti che recano fiaccole con l'Effige della Madonna, portata a spalla dalle volontarie che indossano, per l'occasione, abiti tradizionali della cultura popolare. Al termine dei riti religiosi le persone si spostano in località Pianello, dove si trovano giostre, bancarelle, stands gastronomici e dove, per allietare la serata, vengono allestiti palchi per l'esibizione di complessi o cantanti in attesa del gran finale con un suggestivo spettacolo pirotecnico.

Tra sacro e profano le feste continuano a essere celebrate per conservare usi popolari e tenere unito il popolo nelle proprie radici, che vede, spesso, scomparire piano piano le antiche tradizioni in favore di ricorrenze dal sapore esotico che importiamo e che sempre più e tendono a soppiantare le nostre usanze.

Una tematica seguita ancora oggi e tornata alla ribalta in occasione dei festeggiamenti per il 150° dell'Unità d'Italia, è il Brigantaggio del Sud su cui vorrei aprire una piccola parentesi. Fu un fenomeno diffuso anche se in gran parte ignorato dalla storiografia ufficiale, perchè non sempre si trattò di delinquenza comune, anzi, nella maggior parte dei casi fu espressione di una sottaciuta rivolta popolare. La povera gente, dopo l'unificazione si trovò ad affrontare una realtà molto triste:le terre demaniali non erano state espropriate e divise fra i braccianti come nelle promesse della vigilia, ma vendute all'asta e i nuovi compratori scesi dal nord sfruttavano i contadini come e più di prima, erano state vietate le pratiche di uso civico, cioè poter raccogliere in modesta quantità prodotti dai fondi demaniali (legnatico, erbatico). Lo stato sabaudo, tra abbandono, incuria e corruzione morale crescenti, triplicava le tasse, imponeva la leva obbligatoria, togliendo alle famiglie anche il sostentamento delle giovani braccia dei figli che, per non adempiere al dovere militare, diventavano disertori e poi briganti.

La storia è lunga e meriterebbe un ampio capitolo, ma qui mi fermo per raccontare fatti che coinvolsero, nel bene e nel male, personaggi vissuti anche nel piccolo paese di Cerce. Nello specifico, mi riferisco a una donna rimasta quasi sconosciuta per oltre un secolo, Maria Luisa Ruscitti.

Nata a Cercemaggiore il 5 maggio del 1844, giovanetta, fu catturata, durante una delle sue incursioni in paese, da Michele Caruso, brigante. La ragazza era di povera famiglia, versava in umili condizioni, ma era dotata di fascino e bellezza; forse costretta, in un primo tempo a subire i capricci di Caruso, in seguito si donò anima e corpo alla sua causa e, in breve tempo, da lui addestrata all'uso delle armi, divenne un soldato della banda molto più in gamba di altri di sesso maschile. Aveva intuito che la violenta lotta condotta dal suo aguzzino, che forse era divenuto il suo uomo, agognava il riscatto dei contadini molisani dalla schiavitù, una vita civile e più umana per i poveri. Così Maria Luisa divenne una “capitana”, partecipava e guidava le azioni, durante uno scontro a fuoco uccise un ufficiale. Catturata nel 1863, fu condannata dalla Corte di Assise di Trani a 25 anni di reclusione. Uscì dal carcere nel 1888 e, tornata in paese, a Cerce, evitata da tutti, trovò lavoro come domestica soltanto presso la famiglia Salvatore. Condusse da allora vita ritirata e di moralità impeccabile, ma qui nasce la leggenda che la vuole ancora protagonista. Nei si dice delle comari si sussurrò che fu proprio la domestica a portare ricchezza nella famiglia che l'aveva accolta, svelando i nascondigli dei tesori dei briganti. In realtà il Salerno capostipite fu uomo laborioso e ingegnoso che aveva impiantato un negozio di generi vari in paese e serviva tutto il circondario, essendosi impegnato in un commercio di scambio con Napoli. Portava in città con fatica e sacrifici i prodotti della campagna e riportava in paese tessuti e manufatti da rivendere. Così si costituì per la famiglia, dopo quarant'anni di attività, il gruzzolo che consentì loro l'acquisto di parte di un vasto podere, Feudo della Rocca, “invidia” di molti, che alimentò chiacchiere e leggende.

(Alcune notizie inerenti questa storia sono state attinte dal sito di Stefano Vannozzi)

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: CERCEMAGGIORE
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