recensioni
Fabio Dainotti, "L'albergo dei morti"
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Fabio Dainotti
L’albergo dei morti
L’albergo dei morti è una miscellanea di liriche del poeta, nativo di Pavia, Fabio Dainotti, poi trasferitosi al Sud – una sorta di emigrazione a rovescio – e stabilitosi a Cava dei Tirreni nel Salernitano. Il libro ha visto la luce nell’ottobre del 2023 ad opera di Manni Editori. Stranamente non vi si legge una prefazione, mentre Nicola Maglino è il curatore di una succinta postfazione. È proprio qui che possiamo apprendere alcune notizie sugli interessi culturali del poeta, o almeno su alcune letture giovanili degli endecasillabi di Camillo Sbarbaro, delle perplessità letterarie di Sergio Corazzini, di un paio di opere di Arthur Rimbaud: Vocali e Battello ebbro, così come dell’incontro fecondo con il romanzo di Alain Fournier Le grand Meaulnes, in cui trovò un’immedesimazione ideale con i sogni, i progetti, le illusioni dell’adolescenza. Interessi che si allargarono al cinema (film di Bergman) e alla musica classica (Bach, Mozart, Beethoven).
Nonostante l’acquisizione di un certo spessore culturale, il linguaggio poetico di Dainotti non è influenzato, se non in minima parte e marginalmente, da strutture metriche e costruzioni stilistiche accademiche o complesse, frutto di un labor limae sulla parola: possiamo considerarlo certamente un cesellatore istintivo, primitivo e naif, ovvero un poeta dall’ispirazione spontanea, diretta, senza mediazioni intellettuali. Il lessico volutamente non curato, assume forme spesso sperimentaliste accessibili tuttavia alla massa dei lettori, che si possono ritrovare in questo cantore del minimalismo quotidiano specchiati nei loro reconditi pensieri. I suoi nonsense rappresentano accostamenti imprevedibili, sorprendenti di immagini analogiche e sinestetiche, mentre altri termini diminutivi rimati e le atmosfere a cui ci rimandano sovente le sue creazioni, sono indubbiamente di sapore crepuscolare, sia nel significato poetico del termine (tendenza letteraria del primo Novecento), sia nel senso etimologico, ovvero aggettivo di crepuscolo, che tende al tramonto, al termine della vita terrena.
Le sue creazioni poetiche, talora con la misura dei brevi poemetti, sono altrettanti quadretti di vita vissuta, intrisi di autobiografismo, di rimpianti memoriali per la giovinezza trascorsa e non più rievocabile, di ‘racconti’ di affetti familiari non retorici ed originali, di raffigurazioni di una serie di personaggi pervasi in gran parte da un indefinito senso di fallimento esistenziale, portatori di esistenze ‘sgangherate’, del contemporaneo ‘male di vivere’, quasi catalogabili – con diverse motivazioni – alla stregua dei ‘vinti’ verghiani, ma senza l’afflato storico-drammatico dello scrittore catanese. Il titolo del libro non è ovviamente beffardo, ma reale, poiché quasi tutte le sue figure ritratte sono già morte e questo albergo dei morti gli appartiene, è il luogo dove può radunarle, ricordarle, sempre con affetto e grande sentimento, anche quando l’ironia o la satira sembrano indicare l’opposto. Lui si sente quasi un sopravvissuto precario a parenti e amici defunti, coi quali rimane un legame indissolubile. L’umanità dispersa di Dainotti rappresenta l’anelito ad andare oltre, all’amore, al fondo dell’umano per sentirci tutti insieme in questa avventura terrena misteriosa ed inesplicabile: «La bianca gleba sotto i ginocchi / pastosa, friabile avevo; / ma vuoto il cielo, se alzavo gli occhi; / Signore non ti vedevo» (Un cielo vuoto).
Tra i versi più significativi del ‘male oscuro’ esistenziale si trovano questi: «... dover andare dove / non ti aspetta nessuno / quanti fiori ho calpestato / quanti amori ho rifiutato» (Viaggi); «… e moriamo ogni giorno, ogni momento; / ma il faut tenter di vivre (verso di Paul Valery), sì, tentare / di vivere sapendo di vivere” (L’albergo dei morti); «… Distesi sotto terra, allineati / o sovrapposti, a strati, / allungati, con le mani in croce; / placidi, con la luce / fioca del sorriso, / ci aspettano laggiù i nostri morti» (Musica d’altri tempi); «... E non ci andrò mai più in quella casa, / dove c’eri tu, la mia seconda madre, madre buona, / dove risuonava la tua voce, / come una musica dolce e segreta. // Tutto questo eri tu per me, per noi; / e ora che sei partita per sempre, con te / tutta la nostra casa è seppellita» (Lamento per la morte di Gina: epicedio non corale per l’amata zia Gina). Segnalo ancora Pioggettina, quadro naif di un interno; Sera, 38 pièces amoroso-esistenziali; Campane di Lombardia, commoventi nostalgie di gioventù; Novecento, accattivanti immagini dai tavolini d’un caffè; Ritorno, la perdita delle radici; Sospensione, il vuoto del non-amore; Cimitero marino, ironica poesia sul suo luogo di sepoltura in riva al mare.
Enzo Concardi
Valeria Masoni-Fontana, Opera Omnia, vol. II
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Valeria Masoni-Fontana
Opera Omnia, vol. II
Guido Miano Editore, Milano 2024
Al primo volume dell’Opera Omnia di Valeria Masoni-Fontana, dedicato alle sue poesie, l’editore Guido Miano fa seguire questo secondo volume, che ne raccoglie gli scritti in prosa. Le sei parti che compongono il volume ci presentano un insieme che non è autobiografia, ma contiene molti tratti autobiografici; non è racconto, ma si legge come uno scorrevole romanzo misto di fantasia e realtà; non è cronaca, ma fornisce dettagli di vita con accattivante taglio giornalistico.
La prima parte raccoglie articoli apparsi tra il 1941 ed il 1943 sulla Rivista del Circolo Studentesco di Lugano, “Il Mosaico”: interventi brevi, al massimo due pagine, ricchi di osservazioni e riflessioni. Nella seconda parte sono raccolte prose degli anni 1941-1944 (più un testo in Francese del 1968), quasi tutte inedite. Ricordanze è la terza parte del libro: un epistolario immaginario datato tra il 18 aprile 1971 ed il 25 dicembre 1975, con una serie di ricordi di famiglia, come chiarisce il sottotitolo L’amore di figlia, di moglie, di madre nei sogni di Valeria: dialogo coi cari defunti; comprende anche alcune poesie (tra febbraio e maggio 1972 e a Natale del 1973); il tutto è caratterizzato da grande scorrevolezza, con qualche vena di pacata nostalgia, come in questa ‘letterina’ del 1 gennaio 1973, che chiude in modo tanto semplice e struggente: “Da piccina, quante volte, in questo giorno, vi auguravo buon anno? E sospendevo di botto i giochi per corrervi incontro! Oh adesso, quel mio corrervi incontro… Buon anno, buon anno. Come allora!”.
La quarta parte, Nebbie sul Breggia, riporta articoli apparsi sul quotidiano “Gazzetta del Ticino” nel 1978 (a cadenza settimanale o bisettimanale), senza le revisioni fatte dall’autrice per la successiva pubblicazione ne La mantide nell’ambra (1995); invece la quinta parte riporta quelli dell’intero periodo 1978-1995, come rivisti e corretti dall’autrice prima della sua morte, avvenuta nel 2020. La sesta ed ultima parte raccoglie altri scritti de La mantide nell’ambra sotto il titolo Du côté de chez… rien: una sorta di memoriale – come annota Enzo Concardi nella Prefazione al libro – a metà tra un’Antologia di Spoon River in prosa ed una proustiana Recherche, ma ben più scorrevole del ponderoso romanzo (alla cui prima parte fa il verso il titolo scelto dalla scrittrice).
Valeria Masoni-Fontana ci offre in questo libro un insieme composito, si diceva. Ci sono ricordi che corrono lungo tutta la vita dell’autrice, riguardanti fatti personali, persone di famiglia (come i genitori e la nonna Teresa), raramente personaggi pubblici (come “il nostro Sindaco: il signor Elvezio”), spesso altre persone che semplicemente l’autrice ha conosciuto (la “signorina Romilda nel suo delizioso negozio di sigarette”, o “il signor Pietro con doña Luisita, tornati dall’Argentina”, o il “dottore di famiglia, dottor Francesco, burbero e rude, pronto ad accorrere sempre con la «erre» rotante, le parole rade, le mani pallidissime” – per far tre soli esempi). Ci sono brevi racconti, che si disegnano davanti agli occhi dei lettori come Arabeschi; commenti di vario genere e sensazioni, come questa, che la scrittrice pone quasi a contrasto della citazione che lei fa per esteso di Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo: “Bizzarro umore il mio invero quello di stasera. Perché io vivo oggi fuori dalla mia realtà individua. Io vivo oggi, negli altri”. Ci sono anche descrizioni della natura (come le Betulle bianche), ma soprattutto ‘pennellate’ di Chiasso e delle sue vie, dove scorre la vita che la scrittrice ci riporta “viva”; poi confidenze, sogni, eventi memorabili (come il Ricordo di 17 anni: gennaio 1942).
Rivive così la poliedrica personalità di Valeria Masoni-Fontana, la cui professione “principale” fu quella di avvocatessa e di notaia, ma che fu anche scrittrice di talento, trasfondendo nei suoi scritti tanta freschezza elegante, piena di verve e di personalità, per il diletto dei suoi fortunati lettori. Una freschezza che attraversa tutta la sua opera, dagli scritti giovanili più ingenuamente retorici (come Nel 650° anniversario della fondazione della Confederazione) a quelli della maturità, più profondi ma ugualmente spontanei.
André Gide sosteneva che nessuna parola dovrebbe uscire dalle labbra di qualcuno prima che fosse passata nel suo cuore – e a maggior ragione ciò dovrebbe valere per la parola scritta. Pare proprio di trovare realizzato in queste pagine di Valeria Masoni-Fontana il pensiero dello scrittore francese.
Marco Zelioli
Valeria Masoni-Fontana, Opera Omnia, Volume 2 - Prose, premessa di Guido Miano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 504, isbn 978-88-31497-80-0, mianoposta@gmail.com.
Meuccio Bertarione, "Tra Valchiusella e Messico in giro per l'Olivetti"
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Tra Valchiusella e Messico in giro per l'Olivetti di Meuccio Bertarione (Hever Edizioni 2023 pp. 116 € 20.00) è la narrazione sensazionale e avventurosa della tematica poetica del viaggio, inteso come metafora della vita, alla ricerca del fortuito e inconsueto peregrinare nella fedeltà emotiva degli affetti fraterni e duraturi. Il protagonista ricorda la promessa fatta da bambino, nel momento in cui alla sua famiglia viene recapitata una lettera con la notizia della scomparsa dello zio Pietro in Messico. Il sincero e accorato impegno di riportare i resti mortali nella città di Vico, in Valchiusella, è il motivo avvincente di una trama che trae il suo sentimentale spunto dal valore romantico, spinge la qualità iniziatica dell'affermazione esistenziale e della scoperta dinamica di ogni altrove, ritrovato nelle testimonianze della travolgente biografia. Il libro, corredato magnificamente da superbe immagini d'epoca e interessanti illustrazioni a tema, dipinge la cornice struggente e commovente della storia, ripercorre il destino inesplorato nella direzione temporale di quattro viaggi, tutti mossi dall'esigenza di tradurre nella chiave storico - geografica la relazione attendibile delle scoperte unite dai legami, dal desiderio di conoscere e sapere la volontà documentaria del parente scomparso. Meuccio Bertarione alimenta il suo spirito di osservazione attraverso la peregrinazione appassionata di una storia con risvolti inattesi e sorprendenti, ammalia il lettore con un rendiconto entusiasmante e riflette, nello stile lineare e semplice, la vocazione di interiorizzare l'itinerario privato, di misurare lo stimolo della funzione narrativa e di controllare lo spazio dell'esperienza ancestrale, proiettando la miracolosa ed eccezionale prospettiva del sentire nel passaggio sconfinato della ricerca familiare. L'autore custodisce con riserbo e tenerezza la nostalgia delle emozioni, ricostruisce il cammino della memoria con il recupero ancestrale di avvenimenti fondamentali e di incroci determinanti sul senso di appartenenza, cura il dettaglio coraggioso e intraprendente di ogni confine del mondo alla scoperta di luoghi dell'identità. Il libro dilata la monografia relazionale dello zio con la combinazione di altre storie, degli studi e della carriera nella società Olivetti, annota gli episodi caratterizzati dalle incursioni imprevedibili della vita, i suggerimenti passionali delle ispirazioni dirette in giro per il mondo, dedica alla sequenza indicativa delle fotografie l'intensità emotiva della bellezza, assorbe l'impatto istintivo nelle parole della speranza, nel coinvolgimento di ogni persuasione aderente al racconto. L'esposizione autobiografica racchiude il tempo carezzevole dei ricordi dagli anni quaranta fino al 2001. Meuccio Bertarione ripercorre le tappe di una possibilità fiduciosa nell'emigrazione, nell'investimento seducente di un sogno, per cercare fortuna, per sottrarsi alla limitazione della povertà, per integrare l'orgoglio e la rispettabilità di un percorso sviluppato nella solidità e nel conforto del successo. Il ruolo altruistico dell'Olivetti contribuisce, nell'indimenticabile vicenda, alla solidarietà nobile e umana, alla disponibilità di una caritatevole generosità e al raggiungimento della felice conclusione. Il libro concentra il profumo della risolutezza, nelle pagine pervase di temerarietà e di grande forza d'animo, racchiude la calorosa e amorevole condivisione per la famiglia rendendo complice il lettore in un'incantevole spirale di armonia, di avventura, di dramma e di gioia, rappresenta l'itinerario di una formazione umana sostenuta nell'intensità dell'amore oltre le attese, i dolori e le soddisfazioni.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Doc nelle tue mani
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Sono arrivata alla fine della terza stagione di Doc nelle tue mani, medical drama strepitoso – probabilmente ce ne sarà una quarta, visto il successo – ma l’ultimo episodio mi ha molto scontentata. Dopo una “puntatona” grandiosa come la sesta, quella del terremoto per capirci, degna delle migliori serie americane e del capostipite E. R., sono rimasta delusa dal finale.
Nelle altre puntate si era creata una suspence incredibile, tutti lì ad aspettare di conoscere i motivi per cui Doc aveva lasciato la moglie, e gli intrighi di potere che lo coinvolgevano insieme alla sua ex e a un politicante senza scrupoli, per avere alla fine una spiegazione debole e acquosa.
E poi, diciamolo, tutti parteggiavamo per Giulia Giordano (alias Matilde Gioli), da sempre innamorata di Doc (al secolo Luca Argentero). Per tre stagioni aveva atteso che lui si rammentasse della loro storia d’amore cancellata dall’amnesia, e che si liberasse del fantasma della ex moglie (non considerata per niente ex da lui) ed ecco che, quando finalmente i due si ritrovano, Doc si riavvicina ancora una volta alla moglie, minacciata da una mortale recidiva di un vecchio tumore. Ma povera Giulia! Il suo sguardo nell’ultima inquadratura è tutto un programma.
Peccato, dicevo, che il finale sia così insoddisfacente, perché questa fiction ci ha tenuti incollati allo schermo – tv, tablet o telefonino che sia– per tre stagioni, a seguire difficili e intriganti casi sanitari ma, soprattutto, le vicende di straordinari personaggi impersonati da straordinari attori. Medici preparati, professionali, innamorati del proprio mestiere, che si prendono a cuore le vicende di ogni malato come fosse un loro parente. Una squadra giovane, affiatata, fatta di bella gente dall'enorme carica emotiva, con sulle labbra sempre la parola adatta a tirarti su il morale e farti ritrovare la strada, non solo della salute ma anche della vita.
Fra tutti spicca il grande successo di pubblico e di carriera di Pierpaolo Spollon, che interpreta il dottor Riccardo Bonvegna, con una protesi di metallo al posto della gamba e un pezzo d’oro fuso al posto del cuore. Ma, soprattutto, in primo piano c’è lui, il protagonista principale, Andrea Fanti, ispirato a una vicenda realmente esistita.
Bello, sexy e dal sorriso dolce, sogno erotico di sane e malate, Fanti è un prefrontale, costretto a dire sempre la verità a causa di un incidente, capace di entrare in empatia anche col tubo dell’ossigeno. Da un microscopico dettaglio – da come gratti la punta del naso o sbatti le ciglia – ti fa all’istante una diagnosi salvifica. Insomma, il medico che chiunque vorrebbe trovare sul suo cammino.
Impossibilitati a pensare di non rivederlo ancora all’opera, attendiamo fiduciosi il riscatto, nella prossima stagione, di un finale decisamente appiccicaticcio.
Valore morale delle radici e amore per la vita nella poesia dialettale di Domenico Minardi
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Domenico Minardi
(Quando eravamo ragazzi)
È noto come il processo di crescita personale di ognuno comporti un distacco inevitabile dal proprio contesto adolescenziale, necessiti di una sostanziale “rottura delle radici” quale premessa della maturazione intellettuale-morale, quale condizione irrinunciabile per la conquista di una sana autonomia individuale, contraddistinta in seguito da aspirazioni ideali, progetti di vita, programmi di lavoro, impegni umani e professionali progressivamente meglio definiti, più precisamente determinati.
Nella stagione dell’esistenza in cui sembra attenuarsi tale tensione progettuale, quando si avvicina l’età della pensione, appare spontaneo il bisogno di tornare indietro nel tempo, di “ricomporre le radici”, di riappropriarsi delle antiche esperienze, in un delicato recupero memoriale vòlto ad assicurare loro una collocazione adeguata all’interno di un itinerario, i cui valori si intende consegnare ai discendenti, chiamati alla funzione di una preziosa, confortante testimonianza, come credo sia capitato al medico veterinario Domenico Minardi nei riguardi della figlia Lucia e della diletta nipote Daniela, le quali hanno curato la pubblicazione per i tipi dell’Editore Guido Miano di una raccolta di versi originariamente redatti nel dialetto nativo della Romagna faentina, e specificamente in quello di Castel Bolognese, e poi accompagnati dalla traduzione in italiano. Il libro si intitola dal componimento incipitario Quand ’ca sémia burdèl (Quando eravamo ragazzi): “Tot’gnì quèl l’era bon: cun un scjòp rot / andimia a càza par ciapé un usél: / par un amìg us potèva fer al bôt / cun gnìnt ’as divartèma e l’era bel! / L’era bel a corer drì e vapòr / ’che fiscjéva e us pardéva a fè d’la strȇ, / l’era bel t’la not, senz’armòr canté, / cardénd d’essar guinté di ré” (“Ogni cosa era buona: con un fucile scassato / andavamo a caccia per uccidere un uccello, / per un amico si poteva fare a botte, / con poco ci divertivamo ed era bello! / Era bello rincorrere il treno a vapore / che fischiando si perdeva in fondo alla strada, / era bello nel silenzio della notte cantare, / sognando di essere diventati dei re”).
Un grande storico francese, Lucien Febvre, ha sostenuto che gli uomini non ricordano mai meccanicamente la loro storia, bensì la rielaborano sempre, ripensandola in base alle nuove problematiche etico-civili che il tempo presente propone di continuo; ritengo che qualcosa di analogo avvenga anche nella memoria del singolo, che si rivela giocoforza selettiva a seconda delle sollecitazioni psicologico-affettive dell’età adulta: “Era un correre per comprare un pallone, / una ciambellina, un bel trenino; / ci sfiatavamo a soffiare in una grossa piva, / ci facevamo in quattro per avere un bel giocattolo. / Tutto quel correre, da grandi dura ancora / perché nella vita manca sempre qualcosa: / quel giro che da ragazzi facevamo allora / dura sempre, / ed è sempre bello!” (Speranza, da ora citando solo in lingua). Ne consegue un’indubbia curvatura nostalgica: “Voglio tornare a cantare senza pensieri, / voglio tornare in braccio alla mia mamma, / voglio ancora correre quei sentieri / e cantare gli stornelli alla castellana”, La voce del gallo), con prevedibili esiti “idillici”: “Quando crescevano tanti e tanti bimbi, / con le mani che abbracciate al cielo / sembrava cercassero una loro strada: / una strada in un mondo che fosse sempre bello!” (Ritorno).
L’autore sa comunque costruire il discorso lirico in una forma più complessa, poiché non elimina le note malinconiche (“Quando ti guardo, o bella fontanina, / mi sovviene il ricordo di un mondo che non può tornare: / l’avevo in mente l’altra mattina / e mi venne il groppo in gola”, Vecchia Pocca), curando l’esattezza delle rappresentazioni descrittive (“Il grillo scappa via quatto quatto / la lucertola è distesa al sole, / la cicala chiacchiera inquieta, / la cavalletta si è librata in volo”, Ritorno in Romagna), aprendosi altresì – in testi come Un intervento o Chiamata notturna – a situazioni di curioso divertissement, che assicurano alla silloge varietà tonale e felice equilibrio compositivo. D’altronde, nonostante che la vita ci riservi prove e dolori, la stessa non è mai priva di splendide sorprese: “Un giorno mi ha sfiorato la morte in una cantina / e poi ecco la pagina più bella: la mia donna / e poi le carezze della mia bambina / e l’interminabile rosario della nonna” (La statuina).
Floriano Romboli
Domenico Minardi, Quand ’ca sémia burdèl (Quando eravamo ragazzi), prefazione di Enzo Concardi, postfazione di Pier Guido Raggini, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-11-0, mianoposta@gmail.com.
Fabio Dainotti, "L'albergo dei morti"
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Fabio Dainotti
L’albergo dei morti
L’albergo dei morti è una miscellanea di liriche del poeta, nativo di Pavia, Fabio Dainotti, poi trasferitosi al Sud – una sorta di emigrazione a rovescio – e stabilitosi a Cava dei Tirreni nel Salernitano. Il libro ha visto la luce nell’ottobre del 2023 ad opera di Manni Editori. Stranamente non vi si legge una prefazione, mentre Nicola Maglino è il curatore di una succinta postfazione. È proprio qui che possiamo apprendere alcune notizie sugli interessi culturali del poeta, o almeno su alcune letture giovanili degli endecasillabi di Camillo Sbarbaro, delle perplessità letterarie di Sergio Corazzini, di un paio di opere di Arthur Rimbaud: Vocali e Battello ebbro, così come dell’incontro fecondo con il romanzo di Alain Fournier Le grand Meaulnes, in cui trovò un’immedesimazione ideale con i sogni, i progetti, le illusioni dell’adolescenza. Interessi che si allargarono al cinema (film di Bergman) e alla musica classica (Bach, Mozart, Beethoven).
Nonostante l’acquisizione di un certo spessore culturale, il linguaggio poetico di Dainotti non è influenzato, se non in minima parte e marginalmente, da strutture metriche e costruzioni stilistiche accademiche o complesse, frutto di un labor limae sulla parola: possiamo considerarlo certamente un cesellatore istintivo, primitivo e naif, ovvero un poeta dall’ispirazione spontanea, diretta, senza mediazioni intellettuali. Il lessico volutamente non curato, assume forme spesso sperimentaliste accessibili tuttavia alla massa dei lettori, che si possono ritrovare in questo cantore del minimalismo quotidiano specchiati nei loro reconditi pensieri. I suoi nonsense rappresentano accostamenti imprevedibili, sorprendenti di immagini analogiche e sinestetiche, mentre altri termini diminutivi rimati e le atmosfere a cui ci rimandano sovente le sue creazioni, sono indubbiamente di sapore crepuscolare, sia nel significato poetico del termine (tendenza letteraria del primo Novecento), sia nel senso etimologico, ovvero aggettivo di crepuscolo, che tende al tramonto, al termine della vita terrena.
Le sue creazioni poetiche, talora con la misura dei brevi poemetti, sono altrettanti quadretti di vita vissuta, intrisi di autobiografismo, di rimpianti memoriali per la giovinezza trascorsa e non più revocabile, di ‘racconti’ di affetti familiari non retorici ed originali, di raffigurazioni di una serie di personaggi pervasi in gran parte da un indefinito senso di fallimento esistenziale, portatori di esistenze ‘sgangherate’, del contemporaneo ‘male di vivere’, quasi catalogabili – con diverse motivazioni – alla stregua dei ‘vinti’ verghiani, ma senza l’afflato storico-drammatico dello scrittore catanese. Il titolo del libro non è ovviamente beffardo, ma reale, poiché quasi tutte le sue figure ritratte sono già morte e questo albergo dei morti gli appartiene, è il luogo dove può radunarle, ricordarle, sempre con affetto e grande sentimento, anche quando l’ironia o la satira sembrano indicare l’opposto. Lui si sente quasi un sopravvissuto precario a parenti e amici defunti, coi quali rimane un legame indissolubile. L’umanità dispersa di Dainotti rappresenta l’anelito ad andare oltre, all’amore, al fondo dell’umano per sentirci tutti insieme in questa avventura terrena misteriosa ed inesplicabile: «La bianca gleba sotto i ginocchi / pastosa, friabile avevo; / ma vuoto il cielo, se alzavo gli occhi; / Signore non ti vedevo» (Un cielo vuoto).
Tra i versi più significativi del ‘male oscuro’ esistenziale si trovano questi: «... dover andare dove / non ti aspetta nessuno / quanti fiori ho calpestato / quanti amori ho rifiutato» (Viaggi); «… e moriamo ogni giorno, ogni momento; / ma il faut tenter di vivre (verso di Paul Valery), sì, tentare / di vivere sapendo di vivere” (L’albergo dei morti); «… Distesi sotto terra, allineati / o sovrapposti, a strati, / allungati, con le mani in croce; / placidi, con la luce / fioca del sorriso, / ci aspettano laggiù i nostri morti» (Musica d’altri tempi); «... E non ci andrò mai più in quella casa, / dove c’eri tu, la mia seconda madre, madre buona, / dove risuonava la tua voce, / come una musica dolce e segreta. // Tutto questo eri tu per me, per noi; / e ora che sei partita per sempre, con te / tutta la nostra casa è seppellita» (Lamento per la morte di Gina: epicedio non corale per l’amata zia Gina). Segnalo ancora Pioggettina, quadro naif di un interno; Sera, 38 pièces amoroso-esistenziali; Campane di Lombardia, commoventi nostalgie di gioventù; Novecento, accattivanti immagini dai tavolini d’un caffè; Ritorno, la perdita delle radici; Sospensione, il vuoto del non-amore; Cimitero marino, ironica poesia sul suo luogo di sepoltura in riva al mare.
Enzo Concardi
Poesia 23 - Gennaio/Febbraio
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Poesia 23 - Gennaio /Febbraio
Crocetti / Feltrinelli
Pag. 130 - Euro 14
Poesia di Crocetti è diventata una rivista libro ormai da cinque anni, mantenendo la sua caratura internazionale e la volontà di presentare voci meno note della lirica mondiale accanto a poeti più conosciuti, pubblicati in traduzioni originali e fedeli. In questo numero si comincia con la scandalosa poesia di Forugh Farrokhzad (1934 - 1967) che sconvolge l’Iran con immagini intense di erotismo al femminile. Sono poesie degli anni Cinquanta che solo adesso escono per Bompiani grazie a Domenico Ingenito. Poetessa tormentata, una vita costellata da molti tentativi di suicidio, internata in manicomio, osteggiata dalla cultura ufficiale, muore a soli 33 anni in un incidente d’auto. Passiamo a Elena Švarc (Leningrado, 1948 - Pietroburgo, 2010), che si faceva chiamare Schwarz, tradotta da Alessandro Niero e presentata da Marco Sabatini, per rileggere il mito di Pietroburgo e Leningrado. Donna impulsiva e ribelle, interessata a teatro, musica e cinema grazie alla cultura della madre, resta una voce originale e fuori dal coro con la sua poesia provocatoria che trova spazio in patria solo dopo Gorbaciov (1989). Interessante una sua monografia su Gabriele D’Annunzio ma tutto il suo corpus poetico merita una riscoperta per complessità e profondità di temi. Uscito adesso per Bompiani Mattino della seconda neve. La terza poetessa che scopriamo è la russa Marina Cvetaeva (Mosca, 1892 - Elabugo, 1941), pure nel suo caso morte per suicidio. Un itinerario letterario orgogliosamente autonomo, lontano da mode e scuole, caratterizzato da poesia - fiaba tendente al folclore, poemi lirici, tragedie su temi attuali e lirica pura. Paolo Galvagni, che la introduce e traduce, afferma che buona parte della critica contrappone Cvetaeva ad Achmatova per il suo stile inquieto. Silvio Ramat ci fa riscoprire Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871 - 1919), un poeta non molto noto vissuto tra le Alpi Apuane e La Spezia, una gloria delle sue terre (dove spesso è stato ristampato da piccoli editori) che vanno dalla Lunigiana all’Appennino Modenese. “Poeta per intero, anche se non si rese mai conto dei suoi mezzi”, scrive Montale. I suoi temi sono la storia e la natura, soprattutto il racconto della tanto amata Luni, il metro preferito è il sonetto. Blu Temperini, invece, è una giovane poetessa, presentata da Davide Brullo in modo poetico e originale come un’autrice da leggere e scoprire, molto più antica di quanto non dica l’anagrafe e non in perfetta sintonia con il suo tempo. Geoffrey Chaucer è una lieta riscoperta che avrebbe fatto la gioia di Pasolini con i suoi Racconti di Canterbury presentati e tradotti da Massimiliano Morini. Nelle pagine successive apprezziamo - per contrasto - la poesia moderna e simbolista di Valeria Rossella (1953). Molto interessante Delmore Schwartz (tradotto da Angelo Guida) con il suo America! America! che ricorda Walt Whitman, grande poeta di cui ricalca lo stile. Un poeta del fiume Hudson, che si sente americano perché discende da immigrati, in una terra composta da immigrati, un ebreo di origine rumena. Il pezzo forte della rivista è la presentazione di un gioiello come Bei cipresseti, cipressetti miei - Poesie per bambini vecchi e nuovi, a cura di Nicola Crocetti e Vivian Lamarque, un libro prezioso nel quale il lettore potrà ritrovare le poesie amate nell’infanzia e nella giovinezza. La scelta di testi segue la prefazione poetica di Vivian Lamarque che va da parvemi riveder nonna Lucia a l’albero ove tendevi la pargoletta mano, fino a T’amo pio bove e la nebbia agli irti colli, passando per Fiocca la neve lenta lenta lenta. Bellissime le poesie pubblicate, da Il padre di Sbarbaro alle filastrocche di Scialoja, passando per Orfano di Pascoli, Goal di Saba (da sempre la mia preferita), fino a La noia di Cappello e Per lei di Caproni. Un libro da leggere e conservare. La rivista termina con Rudyard Kipling poeta, tradotto e presentato da Davide Brullo, che ammonisce il lettore in procinto di compiere un’esperienza nuova: “Per leggere Kipling bisogna entrare nel fango, camminare a piedi nudi, abbandonare il salotto”. La poesia di Kipling va cercata, individuata e apprezzata, perché si trova sempre nascosta nel racconto e nella fiaba.
Gordiano Lupi
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Zoé Valdés, "Anatomia dello sguardo"
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Traduzione di Gordiano Lupi
Ho tradotto quasi tutta l’opera poetica di Zoé Valdés, dalle rime giovanili de La gana sagrada e la prima raccolta consapevole Respuestas para vivir, fino a Tradurre la notte (dal francese, insieme all’amico Patrizio Avella), passando per Todo para una sombra e Breve beso de la espera. Sono un suo lettore assiduo di narrativa, dai tempi in cui Frassinelli e Giunti la pubblicavano in Italia (fine anni Novanta); mi sono innamorato di Cafè nostalgia, Te dí la vida entera e La nada cotidiana, romanzi che raccontavano tutte le contraddizioni di una Cuba post rivoluzionaria. Zoé Valdés è una scrittrice cubana che ha saputo rappresentare il dolore dell’esule e la tristezza dell’abbandono di una patria con gli strumenti della letteratura, traducendolo in poesia. Anatomia de la mirada comincia da José Martí e Juana Borrero, veri simboli poetici, perché (proprio come lei) si sono misurati fino alle estreme conseguenze con amicizia, amore e passione, esperimentando il tradimento, l’abbandono, persino l’esilio. La poesia fluisce languida sul filo del rimpianto per un paese perduto, soffusa di amarezza per una terra dove arrestano i poeti, per un mare lontano, irraggiungibile, per le strade d’una città che sono vive - proprio come il ricordo della madre - soltanto nel sogno. I versi passano da Parigi, con i caffè all’aperto e i locali dove non si incontrano più le persone d’un tempo, al pensiero della sua Avana perduta, luogo dell’anima dove libertà significa sogno, citando Kavafis, ricordando un Malecón illuminato dalle fioche luci della sera e da una luna malinconica. Zoé Valdés non rimpiange niente di Cuba, le restano poche cose: una figlia, un marito, i fratelli nel New Jersey, i suoi libri, i film, le poesie, un cugino all’Avana che sogna con la paura. Le poesie testimoniano il grande amore per la figlia Luna, adolescente irrequieta che sostiene in un dito la primavera, così diversa da lei (ma così simile alla nonna) che non è mai stata a un concerto rock e non possiede il suo accento francese. La raccolta passa senza soluzione di continuità dai toni sentimentali e dolenti, al ricordo per i genitori sepolti in un cimitero lontano, alla dolcezza per una figlia che cresce, al rimpianto per gli amici perduti, per un parco infantile soltanto da immaginare, per sfociare nella rabbia contro una dittatura che ha cambiato un paese, modificando il corso della storia, costringendo intere famiglie a un triste esilio. Amara la consapevolezza che aleggia sull’intera opera di dover morire senza poter tornare a guardare la luna alta nel cielo, gigante giallo, come una notte di tanti anni fa, sulla riva d’un bacio, innamorata e ardente, sul lungomare del suo paese.
Floriano Romboli, "Il fascino e la forza della letteratura" vol 3
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Floriano Romboli
Il fascino e la forza della letteratura, vol.3
Saggi su Antonio Fogazzaro, Dante Alighieri, Arturo Graf, Alfred Tennyson, Giosuè Carducci, Luigi Capuana
Guido Miano Editore, 2024
Salutiamo con vivo interesse e dichiarata curiosità la pubblicazione del terzo volume de Il fascino e la forza della letteratura del critico toscano Floriano Romboli, lavoro che esce nella collana Il Cammeo dell’Editore Guido Miano di Milano. Tale riferimento - sebbene già espresso dall’autore nella sua premessa - è importante ribadirlo, poiché la collana si prefigge lo scopo di avvicinare il lettore - cittadino, studente, appassionato - al mondo delle lettere, miniera inesauribile di cultura, conoscenza, storia, stimoli personali e sociali. La divulgazione è opera meritoria, tuttavia non può non rispettare certi canoni di profondità, serietà, competenza, documentazione che Floriano Romboli garantisce fino in fondo, data la sua statura di studioso di livello universitario e oltre, la sua pluriennale militanza teorico-pratica nell’insegnamento e nella ricerca storico-testuale, concretizzata anche dall’abbondanza di pubblicazioni, saggi, esposizioni seminariali: il tutto sorretto da una personale ed autentica passione per la sua materia, nella quale si è specializzato considerando gli autori - poeti, scrittori, saggisti, filosofi - prima di tutto come uomini contestuati nel loro tempo e nella loro cultura, di cui non vanno trascurate le vicende biografiche che possono aver inciso sulla loro visione del mondo, dei quali mette in risalto le luci ma anche le ombre con giudizi pacati ed obiettivi, dettati da un’apertura mentale che si addice ad uno studioso che fa parlare i suoi personaggi.
Infatti, uno dei metodi di analisi del critico consiste nel citare spesso brani originali delle opere oggetto di studio, così che anche il lettore – questo soggetto che non dobbiamo mai dimenticare – può rendersi conto di “ciò che ha veramente detto” il tal poeta o il talaltro narratore. Rientra nello stile analitico di Romboli anche la scrupolosità nel porre in evidenza le fonti delle citazioni – per un rimando ad ulteriori approfondimenti – e quell’altro prezioso humus culturale rappresentato dalla letteratura comparata, ovvero il confronto tra autori simili in alcuni concezioni, ma appartenenti ad alvei ideologici ed epocali diversi, oppure l’accostamento tra autori fra loro contemporanei rilevandone le somiglianze tematiche o stilistiche, piuttosto che le divergenze di pensiero od estetiche. Vengono così alla luce le influenze reciproche, le coniugazioni nazionali filtrate dal retaggio della tradizione, i nuclei tematici e i motivi ispiratori dei singoli autori, ognuno dei quali imprime, anche all’interno di una medesima scuola di pensiero, il proprio marchio personale: basta citare per questo volume l’ultimo saggio dedicato da Romboli a L’arte “impersonale” e l’opera romanzesca di Luigi Capuana nell’ambito di una pubblicazione intorno a Il verismo italiano fra naturalismo francese e cultura europea.
In precedenza, nei primi due tomi, egli aveva trattato le più svariate esperienze letterarie, dimostrando una buona dose di ecletticità nei suoi interessi e nelle sue preferenze: dai classici ai meno frequentati autori dalla critica e dal pubblico; dal Medio Evo alla contemporaneità; dalla poesia alla narrativa alla saggistica filosofica; da scrittori italiani ad altri europei. Merita menzionarle - tali suddette esperienze - in questa prefazione, per verificare ciò e constatare poi la continuità e le novità con il presente volume. Nel libro del 2021 apparivano: Incontri con Dante e la Commedia: la lettura critica di alcuni interpreti di grande autorità culturale; Aspetti del linguaggio poetico del Tasso; Arturo Graf, la scienza positiva, il darwinismo sociale; Zola e Fogazzaro, paragrafi per un confronto; Il personaggio di Ulisse nell’opera poetica di Nazario Pardini. Nella rassegna successiva pubblicata nel 2023, ecco entrare in scena: Fogazzaro e i suoi due “Piccoli Mondi”; L’opera di Dante nelle riflessioni storico-culturali ed etico-religiose di alcuni Papi contemporanei; La prospettiva evoluzionistica e l’avvenire dell’uomo. Alcune note sulla letteratura italiana al passaggio dall’Ottocento al Novecento; La Grande Guerra nelle pagine di scrittori italiani del primo Novecento: Federico De Roberto, Curzio Malaparte, Gabriele D’Annunzio; A proposito di Francesco De Sanctis; Il tema della natura nella narrativa di Bino Sanminiatelli.
Risulta ora agevole constatare la presenza continua, nei tre volumi pubblicati, delle figure di Dante, Fogazzaro, Graf e del personaggio mitologico di Ulisse, mentre le novità di questa terza proposta sono costituite da Tennyson, Carducci, Capuana. Dei saggi che qui il lettore potrà visitare, estraggo quelle che ritengo ‘curiosità interessanti’ per invogliare alla lettura.
S’inizia con: Il commiato di Fogazzaro. Alcune proposte critiche per Leila, pubblicato in “Letteratura e pensiero” (Anno V, ottobre-dicembre 2023, n°18, Il Convivio Editore, Castiglione di Sicilia, CT). Romboli parla di ‘commiato’ in quanto Leila, apparso nel 1910, costituisce ‘il canto del cigno’ dello scrittore vicentino (morirà nell’anno successivo), e scritto, secondo la critica più accreditata, per allontanarsi dal tema religioso de Il Santo (1905), nonostante che il protagonista maschile – Massimo Alberti – sia un discepolo del Santo. Egli s’innamora di Leila ma, su questo filone sentimentale, s’innesta il cammino spirituale dei due, nel quale l’Alberti prende gradualmente le distanze dalle dispute teologiche, rientrando nel seno materno della Chiesa, a condizione che questa stia dalla parte dei poveri e degli ultimi e si liberi dalle pesanti strutture formali che imbrigliano la fede. A differenza de Il Santo - libro condannato dal Vaticano - Leila si svolge spesso in chiave di commedia, trovando posto sia il comico che le macchiette di contorno. Tuttavia il Fogazzaro non riesce per nulla nel suo intento riparatorio: la Chiesa mette all’indice pure quest’ultima sua opera, la quale suscita le critiche anche dei modernisti.
Tra le peculiarità romboliane di questo saggio vi sono le antitesi che sottolinea, tra cui: buio-luce, che si proiettano sugli stati d’animo e sul paesaggio; sensualità-religiosità, ovvero la lotta interiore tra bisogni istintuali e ideali spirituali (belle le pagine sulla femminilità di Leila, sull’amore sensuale vissuto con Massimo, la scena del bagno notturno della protagonista che, sola, s’immerge nelle acque… audace per quell’epoca) ed altrettanto significativa la parallela ricerca dei due amanti della autentica testimonianza cristiana… Romboli esemplifica poi con dovizia di citazioni le altre numerose antitesi contenute nel testo riguardanti il linguaggio che, nel contempo, afferma e nega; tradizione-modernismo, dibattito teologico-religioso-ecclesiale che tra fine Ottocento e inizi Novecento ha caratterizzato il cattolicesimo, tra i fautori della conservazione e i sostenitori di una profonda riforma spirituale secondo un Vangelo sine glossa: Fogazzaro dapprima è tra i polemisti anticlericali (famoso il suo invito al Papa ad uscire dal Vaticano) per poi attestarsi sulle posizioni di un modernismo più moderato, in quanto per lui la triade Dio-Uomo-Chiesa restava, in ultima analisi, intoccabile. Infine mi paiono importanti le conclusioni di Romboli sullo spirito di modernità del Fogazzaro, contenente il «... relativismo conoscitivo, la mobilità polipsichica, l’assenza sconsolante di riferimenti paradigmatici per il pensare e per l’agire» e, per rendere ancor più chiari tali concetti, cita un passaggio di Arte e coscienza d’oggi (1893) del fuori campo - nel senso di appartenenza ideologica - Luigi Pirandello: «Ci sentiamo come smarriti, anzi come perduti in un cieco, immenso labirinto, circondato tutt’intorno da un mistero impenetrabile. Di vie ce ne sono tante: quale sarà la vera?...». Sempre attuale.
Si prosegue con il saggio Alle radici storiche dell’opera artistico-culturale di Dante: due recenti biografie, pubblicato nella rivista “La Nuova Tribuna Letteraria” (numero: luglio-settembre, 2021, Venilia Editrice, Lozzo Atestino, PD). I testi ai quali si riferisce il critico sono esattamente: Dante. Il romanzo della sua vita (2012) di Marco Santagata e Dante (2020) di Alessandro Barbero. Alternando le citazioni dell’uno e dell’altro e inserendo proprie considerazioni storico-esegetiche, Romboli fa luce su alcuni aspetti della vita di Dante che possono aver inciso ed influenzato i contenuti delle sue opere. Troviamo dunque la descrizione della Firenze dei tempi di Dante fino al suo esilio (1302); notizie sulle sue modeste condizioni economiche; l’ammissione nella ristretta cerchia dell’aristocrazia di letterati pensatori, tra cui Guido Cavalcanti, «uno dei più altezzosi e violenti» (Barbero); l’opinione di Romboli sul carattere di Dante, a cui attribuisce «... un illimitato senso di sé, … un ego smisurato, … una vivissima auto-stima», probabilmente perché nella Commedia egli si erge a giudice dei suoi contemporanei, dannandoli senza appello o salvandoli senza averne l’autorità. L’impegno civile di Dante viene bollato dal Santagata come se fosse «stato posseduto dal demone della politica», passione che lo condurrà fino alla tragedia dell’esilio. Curiosa la parentesi dedicata al Boccaccio - ammiratore del grande fiorentino - citato per il suo rimprovero a Dante, che avrebbe perso tempo a sposarsi e a metter su famiglia, togliendo così energie al lavoro intellettuale. Mentre Barbero propende per definirlo politicamente un popolano, seppur moderato, gli altri due mettono maggiormente in luce il salto dal municipalismo alle concezioni universali del De Monarchia, basate sulla preminenza dell’Impero. Al termine del saggio Romboli accenna alla concezione della nobiltà d’animo e non di sangue di Dante - comune agli stilnovisti - rivoluzionaria per l’epoca, e si auspica: «... che il grande poeta, dopo la morte, abbia avuto conforto per le pene patite e trovato finalmente quiete al suo tormento immedicabile sulla terra».
Il terzo saggio non è dedicato ad un autore in particolare, ma tratta di una tematica che si sviluppa sempre sulle antitesi che spesso Romboli analizza: Il principio di causalità e i diritti dello spirito, pubblicato in “Letteratura e pensiero” (numero: Anno V, luglio-settembre 2023, n°17, Il Convivio Editore, Castiglione di Sicilia, CT). In apertura egli si avvale del pensiero di Roberto Ardigò, maestro del positivismo italiano, per definire la mentalità scientifica del determinismo, principio che quest’ultimo pone in contrapposizione a «i sogni mendaci dei dogmi religiosi» (La morale dei positivisti, 1879). Viene poi chiamato in causa Pirandello che irride alla cultura scientifica del suo tempo e d’altro canto, dopo aver ridimensionato il «pianetino terra» e l’essere umano ad un nulla, dichiara la vita senza scopo ed in balìa della «legge universale della causalità», attaccando i tentativi di Graf e Fogazzaro di conciliare scienza e religione, ovvero i diritti dello spirito richiamati da loro in opposizione ai limiti dell’atteggiamento «materialistico e scientizzante» (Romboli). In particolare Graf parla delle ragioni del vivere come la ricerca religiosa dell’uomo e Fogazzaro (non discendiamo dai bruti, ma ascendiamo da loro) ipotizza la possibilità - come del resto Graf - di una conciliazione fra materia e spirito, fra evoluzione e religione. Tale problematica è sviluppata da quest’ultimo - verso cui Romboli nutre forti simpatie - anche nel romanzo di idee Il riscatto (1901) che costituisce un graduale avvicinamento alle dimensioni del mistero.
A dimostrazione del feeling intellettuale Romboli-Graf, ecco che il successivo lavoro si sofferma ancora sullo studioso nativo di Atene: Arturo Graf e la morte di Ulisse (Con una nota su Tennyson). Altri episodî nel percorso tematico-letterari, pubblicato in “Soglie. Rivista quadrimestrale di poesia e di critica letteraria” (numero: Anno XII, n°1, aprile 2010, Badia San Savino - Cascina, PI). Dopo l’iniziale sintesi sul mito operativo di Ulisse che ancora oggi agisce sia nella cultura che nell’immaginario collettivo (simboleggiando di volta in volta l’astuzia, il coraggio, l’intelligenza, la sete di sapere, lo spirito d’avventura, la ricerca dell’ignoto) il critico toscano raffronta le varie raffigurazioni del personaggio. C’è l’Ulisse omerico (Iliade, Odissea), quello virgiliano nell’Eneide, quello dantesco nell’Inferno della Commedia. La fortuna letteraria del “Laerziade” prosegue con altre rielaborazioni effettuate, ad esempio, dal Tasso nella Gerusalemme Liberata, da Primo Levi in Se questo è un uomo (un capitolo del libro s’intitola proprio Il canto di Ulisse), da Pascoli e D’Annunzio. Tuttavia l’analisi di Romboli si sofferma più a lungo sul contributo di Arturo Graf, riscontrabile nel poemetto L’ultimo viaggio di Ulisse, parte della raccolta poetica Le Danaidi. Il racconto in versi di Graf va dalla noia di Ulisse per la quotidianità domestica dopo il ritorno ad Itaca, fino alla sua morte a seguito del “folle volo”: ricalca quindi il modello dantesco di un Ulisse pienamente consapevole del ruolo di faro dell’umanità nella ricerca del vero. Nel mezzo Romboli ci mette un accostamento all’Ulysses (1833) di Alfred Tennyson, nel quale riscontra non poche somiglianze con il personaggio grafiano; la narratività del poemetto con annotazioni filologiche: endecasillabi a rima baciata, ripetizione lessicale o sintagmatica in un verso o in gruppi di versi, le indicazioni cronotopiche, l’uso dell’enjambement…; l’emergere nell’essenza umana di due componenti compresenti: l’animale di natura e l’animale di cultura; il carattere di conquista della spedizione dei marinai greci grafiani, i quali sono in numero di 200 e in sette navi (non un unico vascello come quelle dantesco); la presenza della natura come elemento cupo e minaccioso incombente sul destino umano… Il vortice marino che distrugge le navi dell’avventura dell’Ulisse grafiano è un monito all’impeto smisurato insito nell’uomo nel voler sfidare la Natura e la Divinità. Il saggio si conclude con la sottolineatura da parte di Romboli dello sguardo interessato di Graf verso il «programma di rinnovamento teologico-religioso dei modernisti» con l’accoglienza favorevole del romanzo Il Santo di Fogazzaro e, infine, accreditandolo come anticipatore di forme e motivi poetici novecenteschi.
Giunge ora l’interessante indagine su particolari aspetti dell’età giovanile, e delle relative opere, del poeta maremmano: Carducci nell’epistolario e nella poesia, pubblicato in Carducci e il Basso Valdarno alla metà del XIX secolo (Atti del convegno di studi a San Miniato, 26 ottobre 1985. Biblioteca della «Miscellanea Storica della Valdelsa» vol. 8, Società Storica della Valdelsa, Castelfiorentino 1988), indagine che permette di conoscere eventi e scritti assai poco divulgati dalla pubblicistica letteraria. Tra essi sintetizziamo: le difficoltà economiche del giovane Carducci; le aspirazioni sempre nutrite per la gloria letteraria e i sacrifici per arrivare al successo; il doloroso evento del suicidio del fratello Dante e la lettera toccante scritta dal poeta; la venerazione dei contemporanei e la graduale demitizzazione post mortem; l’ispirazione patriottica con l’accusa di nazionalismo solo libresco e l’involuzione monarchica; il suo antiromanticismo dovuto anche al Risorgimento incompiuto; la polemica contro il presente sociale; il suo realismo classico con modelli danteschi, stilnovistici, leopardiani… E Romboli conclude: «... possiamo indicare proprio in certe pagine dell’epistolario le prove più felici e più sicuramente preludenti alla futura, grande arte carducciana».
Il sesto e ultimo saggio è ancora comparativo fra differenziazioni all’interno di una stessa corrente letteraria: L’arte “impersonale” e l’opera romanzesca di Luigi Capuana, pubblicato nel volume AA.VV. Il verismo italiano fra naturalismo francese e cultura europea, a cura di Romano Luperini, Editore Manni, Lecce 2007. Capuana si rifà ai modelli francesi, sposando il romanzo verista come genere tipico della sua epoca: l’arte oggettiva, dimenticando l’artista. Tuttavia, mentre il naturalismo francese è di denuncia sociale e talvolta scandalistico, il verismo di Capuana è liberale-conservatore, scarsamente sensibile ai problemi sociali e raffigura le genti di Sicilia con un occhio etnologico. Per i francesi è una visione del mondo, per Capuana un metodo di analisi: vi è in lui una componente idealistico- hegeliana.
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Floriano Romboli (Pontedera, 1949) ha compiuto i suoi studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa ed è stato per tanti anni insegnante di materie letterarie e latino nei licei. Si è interessato alla cultura rinascimentale, studiando soprattutto l’epica del Tasso; è poi passato ad occuparsi della letteratura italiana ed europea fra Otto e Novecento, nonché di narrativa e poesia contemporanee. È stato docente di letteratura italiana presso la Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario (SSIS) dell’Università di Pisa. Tra le sue numerose pubblicazioni: Un’ipotesi per D’Annunzio. Note sui romanzi (1986); Le ragioni della natura. Un profilo critico di Bino Sanminiatelli (1991); La letteratura come valore. Scritti su Carducci, D’Annunzio, Fogazzaro (1998); Fogazzaro (2000); Natura e civiltà (2005); L’azzardo e l’amore. La ricerca poetica di Nazario Pardini (2018). Ha curato l’edizione dei Racconti di Fogazzaro (1992) e di opere di Bino Sanminiatelli, di Eugenio Niccolini, di Dino Carlesi, nonché del diario dell’ufficiale pontederese Gualtiero Del Guerra alla prima guerra mondiale. Collabora a riviste specialistiche e a periodici di cultura generale e politica. Ha prefato i volumi di Nazario Pardini: Le voci della sera (1995), Le simulazioni dell’azzurro (2002), Scampoli serali di un venditore di arazzi (2012), I dintorni della vita. Conversazione con Thanatos (2019); ha scritto la postfazione della raccolta Alla volta di Lèucade (1999) prefata da Vittorio Vettori. Con Guido Miano Editore ha pubblicato i libri di saggistica: Il fascino e la forza della letteratura, vol.1 (2021), vol.2 (2023), vol.3 (2024). Nel 2020 ha conseguito il premio “Una penna a Pontedera”, 32a edizione per l’anno 2019.
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Floriano Romboli, Il fascino e la forza della letteratura, vol.3, pref. di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 192, isbn 979-12-81351-26-4, mianoposta@gmail.com.
Gabriele Centorame, "Il Niente" II Parte
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IL NIENTE - II Parte
Riflessioni filosofico-scientifiche sull’origine del mondo
Gabriele Centorame
Guido Miano Editore, 2024.
L’autore precisa che quest’opera, Il Niente - II Parte, segue altri due testi: Prolegomeni al Niente (tuttora inedito) e Il Niente - I Parte (pubblicato nel 2016). E così riferisce: «Il tutto in forma di saggio e di cronaca. Prolegomeni abbraccia il periodo dal 4 gennaio 1991 al 15 agosto 1991, Il Niente - I Parte dal 6 gennaio 1992 al 29 gennaio 1998 e Il Niente - II Parte dal 4 febbraio 1998 al 26 aprile 2021. Vengono trattati avvenimenti storici, politici e principalmente filosofici, seguendo un percorso mentale che tende all’affermazione del “Niente” come principio eterno e assoluto, verità completa, fondata e incontestabile».
Non v’è dubbio che si tratti di uno scritto alquanto originale, sia dal punto di vista formale che da quello contenutistico. La struttura letteraria scelta è quella di un diario nel quale, tuttavia, vi sono pochissime narrazioni autobiografiche, mentre sono preponderanti le dissertazioni filosofiche e scientifiche sulle origini del mondo, soprattutto dovute al superamento della fisica classica da parte della fisica quantistica.
Per rendere la prosa relativa ad argomenti così concettuosi, scorrevole e divulgativa, i suoi ragionamenti sono concisi e sufficientemente leggibili dai molti, e quindi quasi didattica. Infatti egli si avvale anche spesso di una scrittura tautologica, in modo che il lettore possa interiorizzare e memorizzare i tanti principi teorici contenuti nel libro. In altre parole egli accompagna l’interlocutore alla scoperta dell’affascinate mondo delle ipotesi e teorie elaborate da filosofi, pensatori e scienziati circa i misteri della vita e dell’universo. Tutto ciò assomiglierebbe quasi al metodo espositivo galileiano se avesse utilizzato anche forme dialogiche.
Un altro punto positivo di tale scrittura riguarda la suddivisione in brevi capitoletti, che sono quasi tutti leggibili in modo autonomo, poiché si tratta di dissertazioni concluse in sé: anche aprendo le pagine a caso è possibile trovare materia per riflessioni profonde sulla condizione umana, senza dover scorrere avanti o indietro per cercare nessi logici. Frammiste all’assidua ricerca per la dimostrazione del Niente - un niente per l’autore assoluto, filosofico, cosmico, fatto di materia e antimateria e che non ha nulla a che vedere con il nihilismo niciano e che non implica una negazione di Dio - vi sono pagine che parlano dell’assurdità delle guerre, della nostalgia di paesi esotici dei paradisi caraibici; che contengono osservazioni naturalistiche, previsioni sul futuro dell’umanità, pillole di saggezza per il vivere bene, commenti sulla situazione politica ed economica italiana e mondiale; che trattano fenomeni come le migrazioni, le disuguaglianze sociali, la corruzione e il declino della società italiana, capitalismo e comunismo, il terrorismo distruttore… Penso che si possa quindi anche considerare tale tipo di letteratura una sorta di Zibaldone sul modello leopardiano, visto anche che Centorame colloca il Leopardi tra i sui autori preferiti.
Nonostante l’affermazione dogmatica iniziale, ad una attenta lettura del libro, si può affermare che l’impostazione ideologica di Centorame non sia da considerarsi solo razionalistica, ma anche umanistica: si riscontra una tensione ad unire ragione e valori umani, scienza e coscienza, sapere e bellezza, spiritualità e laicità. Infatti accanto agli scienziati e al loro pensiero (Pierre e Marie Curie, Charles Darwin, Paul Dirac, Albert Einstein, Benjamin Franklin, Isaac Newton, Max Planck, Carlo Rubbia, Emilio Segrè, Antonino Zichichi… tanto per citarne solo alcuni tra i più noti al grande pubblico) egli cita spesso poeti, scrittori, teologi cristiani, santi, pensatori antichi, verso i quali nutre stima, considerazione e spesso condivisione di idee: ci parla delle illusioni leopardiane come uniche realtà del mondo; della grandezza di Dante e dell’Infinito finito; della rivoluzione cristiana dell’amore, volàno per il miglioramento dell’uomo; del pregio della regola benedettina ora et labora; dello spessore di Sant’Agostino; di “Eros e Thanatos” in Freud; dell’influenza di Santa Caterina da Siena nella sua epoca; dei sempre indispensabili Socrate, Aristotele, Platone, Eraclito, Pitagora, … E, in un passaggio del capitoletto Super Stringhe, argomenta: «... Nel prologo del Vangelo secondo Giovanni è scritto all’inizio: “Nel principio era la parola, la parola era con Dio, e la parola era Dio”… L’origine è un suono, una vibrazione nel mare del Niente. La vibrazione primordiale creatrice è presente nelle culture antiche e nelle religioni, ed oggi affiora in modo meraviglioso nella scienza moderna, con la teoria delle stringhe, vibranti all’origine della materia». Sembra quindi non esserci nessuna contraddizione tra Nuovo Testamento e scoperte scientifiche attuali.
L’autore trae poi le sue conclusioni derivanti dalla rivoluzione scientifica moderna, che sottopongo all’attenzione del lettore nell’intento di invogliarlo a leggere Il Niente, che, per paradosso, contiene il Tutto: «Porre al centro d’interesse filosofico le relazioni anziché le individualità implica un cambiamento anche in campo etico. Al posto dell’individualità accesa e dell’auto referenzialità poniamo le relazioni umane e l’armonia tra le parti. Gli obiettivi da perseguire sotto tale nuovo aspetto sono: 1) uguaglianza economica tra i cittadini; 2) eliminare le guerre, magari costituendo un unico esercito su tutto il globo terrestre; 3) nei limiti del possibile cambiamenti positivi in campo ecologico e per finire 4) eliminare le centrali nucleari del pianeta.
Nel momento in cui perseguiamo con convinzione ed onestà tali obiettivi, finalmente siamo degni di rispondere in modo credibile alle fatidiche tre domande tradizionali della filosofia. A) Chi siamo? Un insieme di relazioni. B) Che dobbiamo fare? Agire per il bene comune, che è pure il nostro bene; e in riferimento alla domanda finale... C) Cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro? Un mondo migliore, il contrario di quello che sta accadendo dal 24 febbraio 2022 con la guerra in Ucraina”.
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Gabriele Centorame è nato nel 1950 a Città S. Angelo (Pe) dove attualmente risiede. Laureato nel 1972 in Lettere e Filosofia, ha insegnato Storia e Filosofia nei Licei delle province di Teramo e di Pescara, e materie letterarie nell’Università della Terza Età. Ha conseguito il Diploma di Micologo e attualmente insegna micologia al fine di preparare i cercatori di funghi e di evitare eventuali intossicazioni. Ha pubblicato varie raccolte poetiche tra cui Briciole (1997), Polline in volo (2000), Luce nella notte (2005), Il sentimento della Natura (2022). È inoltre autore di numerosi saggi filosofici pubblicati su riviste specializzate. Da molti anni è Presidente del “Premio D’Annunzio”, poesia e narrativa, a Pescara e a Città Sant’Angelo (Pe).
Gabriele Centorame, “Il Niente” - II Parte (Riflessioni filosofico-scientifiche sull’origine del mondo), premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 180, isbn 979-12-81351-23-3, mianoposta@gmail.com.
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