recensioni
Antonio Piras, "Visioni di mutamento"
Recensione originariamente pubblicata su Fantascienza. com , Delos Books, a firma Silvio Sosio
Era un po' in effetti che non si sentiva il nome di Antonio Piras, che anni addietro aveva pubblicato l'ottimo romanzo Triguna per Delos Books e aveva collaborato per un po' con FantasyMagazine, e soprattutto aveva vinto i premi Alien e Robot. Da non molto è uscita una sua nuova raccolta di racconti, di difficile classificazione, per l'editore Dialoghi.
Visioni di mutamento. Storie contaminate è una raccolta antologica che riunisce dieci racconti legati al concetto di cambiamento in varie sfaccettature.
Alcuni cambiamenti sono relativi all’interiorità, oppure il mutamento riguarda la realtà esterna entro la quale i protagonisti si muovono. Il sottotitolo, Storie contaminate, slega le narrazioni dall’inquadramento in un genere puro, contenendo esse elementi appartenenti a varie branche del fantastico, dal paranormale al fantasy, dal fantascientifico al mitologico, dall’esoterico al simbolico. In sostanza, le storie contenute nell’antologia rientrano, più propriamente, nella categoria delle contaminazioni letterarie. I molteplici e originali riferimenti storici, filosofici e scientifici fanno sì che ogni racconto permetta al lettore di calarsi in un universo culturale differente.
Antonio Piras è originario di Montenero Val Cocchiara (IS). Laureato in Giurisprudenza, appassionato di filosofie orientali ed esoterismo, ha ideato e condotto per Radio Luna una rassegna di letteratura fantastica, Frammenti dall’Archivio di Pok. Nel 1994 ha vinto il Premio Alien con il racconto Status judicandi e nel 2004 il Premio Robot con il racconto L'enigma del coniglio, finalista anche al Premio Italia nel 2006. La raccolta di racconti Sette ossi di rana (Il Cerchio) è stata finalista al Premio Italia del 1997. Il romanzo Triguna, uscito nella collana Fantascienza.com di Delos Books, è stato finalista al Premio Italia 2004. Sue storie, racconti e saggi sono comparsi in varie antologie, riviste cartacee e online. Ha collaborato con il portale Fantasy Magazine (Delos Books), per il quale è stato responsabile della selezione narrativa e ha curato la rubrica di esoterismo, simbolismo e miti L'iside svelata.
Antonio Piras, Visioni di mutamento, storie contaminate Dialoghi, 174 pagine, euro 18,70, ebook non disponibile.
Wanda Lombardi, "Opera Omnia"
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Wanda Lombardi
OPERA OMNIA
II edizione
Wanda Lombardi è nativa di Morcone (Benevento) dove risiede, tranne una parentesi di vent’anni nel Nord Italia per la docenza negli Istituti Superiori. È dall’inizio di questo millennio che si dedica alla scrittura, occupandosi di teatro, romanzi, narrativa e poesia. Per quest’ultimo genere ha pubblicato una decina di opere, decidendo di realizzare un’Opera Omnia (Guido Miano Editore, Milano 2023, in copertina “Il cammino”, 2020, dipinto su tela di Fabio Recchia). A tal proposito, la nota dell’Editore chiarisce che l’intento è quello di costituire «una ‘memoria’ documentativa e testimoniale degli scrittori contemporanei». Per il successo non è male avere ‘fortuna e virtù’, avverte che a volte arriva per via della moda effimera, altre volte giunge quando meno ce lo aspettiamo, e non mancano esempi (Italo Svevo, Andrea Camilleri). La poesia della Nostra ruota intorno alla sua esistenza molto travagliata.
Maria Rizzi, nella prefazione, chiarisce che il volume raccoglie composizioni delle sillogi, in senso cronologico decrescente, dal 2022 al 2001, in pari sezioni su cui brevemente sosta, facendo alcuni collegamenti con i grandi poeti del passato. In particolare pone l’accento sugli echi leopardiani del ricordo e su un contenuto che sa di «innocenza che commuove», sulla sofferenza che le proviene dalla vita vissuta. La prefatrice entra in sintonia con la poetessa; spiega che le sofferenze l’hanno minata nel corpo e nello spirito, i suoi pensieri si pietrificano; ma ne hanno irrobustito il carattere, così poco per volta il suo Io si fa Noi, e sente dentro di sé il mondo intero, amandolo.
Adesso soffermarsi sui versi di Wanda Lombardi, in modo stringato, non aggiunge molto, sanno di una religiosità profonda (si rivolge al Signore, a Papa Wojtyla, a Padre Pio di Pietrelcina, eleva più volte il canto al suo luogo natio, Morcone e a borghi vicini, e a luoghi visitati). Sanno di amore umanitario, di vocazione musiva. Tutt’e dieci le sillogi della raccolta, direi, sono sulle medesime corde. Ugualmente facciamo delle soste a conferma. Intanto cominciamo a osservare che i titoli delle sillogi, già da soli, promettono ricchezza interiore profonda e aspirazioni mirabili. Possiamo attingere a piene mani e trarne spunti psicosociali, ma mi limito in modo esemplificativo. L’ordine regressivo della raccolta potrebbe ingannarci, perché apriamo da oggi per andare a ieri.
***
Miti e Realtà, 2022. Wanda Lombardi, adesso che è diventata “viandante stanca”, fin dalla prima poesia ci fa palpare il suo contatto con «l’eco di un evento lontano / che in me poco visse» (Vento inclemente, p.14); il desiderio del «sorriso di lei / quel cuore rifugio per tutti» (ibid.) nel bisogno di farsi cullare ancora dalla madre. Si sente “raggomitolata” nel suo dolore, reale, perciò trova sollievo tra i miti classici (Apollo e Dafne, Afrodite ed Enea e la progenie Giulia; Nike e Cassandra). E di tutto ciò si è nutrita.
Volo nell’arte, 2021. Ricorda Federico Zandomeneghi, pittore impressionista; il Canova e la scultura di Paolina Bonaparte, «stella che smise presto di brillare» (Una scultura del Canova, p.31). Ricorda le dolci nostalgiche «note di Beethoven /… il Notturno di Chopin / (…) / ‘Le quattro stagioni’ di Vivaldi» (Nella musica, p.32). Nel cinquantesimo della morte della madre: «Trattengo tra le mani la tua foto» (Mamma, p.34), commentando «Un secolo di affetti perduti» (Un album di fotografie, p.36). Pur di vedere la madre, anche per un solo attimo, farebbe come Orfeo che strappò dalle ombre Euridice. Questa sezione è sull’orma della precedente.
Nel vento dell’esistere, 2020. Haiku in cui la Poetessa evidenzia la gioia attraverso i colori, in particolare del rosso nelle sue sfumature (del ciliegio, dell’alba e degli ardori), gli affetti, gli anni giovani che sono «l’età del sorriso, / l’età più bella” (La giovinezza, p.46). Ma purtroppo osserva intorno che vengono «Negati a molti / una carezza, un pane» (La società, p52), mentre vi sono «Troppo viziati / i figli del benessere» (ivi, p.53).
Il senso della vita, 2019. Qui sembra proseguire le considerazioni precedenti sui giovani. Si fa più intima e toccante la voce, su l’infanzia negata, sull’amicizia resa senza valore. Sembra volere dire che tutto avviene sotto lo sguardo della luna, significando che tutto passa in ombra, forse.
Gocce di rugiada, 2017. La tua voce (p.68) diventa refrain di una vita ridotta in frantumi e desolazione, per una voce che non si fa sentire. Si vive uno stato d’ansia e il passato sembra trasparire dai ruderi, dagli oggetti, dai luoghi vissuti. Vorrebbe parlare, immergersi nel mondo classico, ma la realtà la schiaccia penosamente. Trova sollievo nel «sorriso di un bimbo / o dinanzi a un foglio bianco / inseguendo un nuovo sogno» (Piccole, grandi cose, p.74). Tuttavia sa che l’incomunicabilità rende «vana chimera / un senso alla vita» (Approdo, p.77); perciò si rifugia nei luoghi amati fra le ninfe rupestri.
Attimi lievi, 2018. Come è noto l’haiku è un componimento composto da soli tre versi per complessivi diciassette sillabe (5-7-5), dal senso semplice e compiuto; nato in Giappone nel Seicento e diffuso nel mondo, variamente modificato nei contenuti. Molti sono i nessi con la natura, le stagioni e l’amore, regalandoci sempre nuovi colori ed emozioni. La bella stagione fa nascere l’amore che è «un tuffo al cuore» (L’amore, p.90), e rende «parole traballanti» (ivi, p.91), senza dimenticare i temi sociali.
Voci dell’anima, 2016. Ci confida: «fragile e tormentata è la mia anima» (Fragile e tormentata la mia vita, p.96). Leva un inno alla donna, ma anche un biasimo a tutte quelle donne che uccidono i figli o si addolora per quelle che diventano martiri per mano dei figli. Anche lei: «All’ombra di mura austere son vissuta / con pochi affetti» (Destino, p.100). Considerando che tutte le persone aspirano a un futuro, Wanda Lombardi commenta: «In questo mio dolore / è il senso della vita» (Il senso della vita, p.101). Sarebbe semplice ritrovare la bellezza della natura in un quadro, nell’amicizia «niente offese» (L’amicizia, p.111), e invocare la Musa.
Luce nella sera, 2011. La sua vita è come un barlume: «La vita mi versò da bere / nel calice del dolore / reso più amaro nel fondo/ da una solitudine immane» (Perduti affetti, p.119). Osserva il dispregio verso la natura e il paesaggio; nei borghi oggi «Ovunque case abbandonate» (Natale nel borgo, p.121). Forse vittima di un abbandono, rimasta in attesa di una parola che non giunse, trasferisce la sua infanzia negata in un «Bimbo di prima media, / avevi il cuore spezzato / per i genitori divisi / e cercavi in qualcuno l’affetto, / (…) / e che tanto avrei voluto/ fosse un caro mio figlio» (A Valentino Rossi, p.127). Questi pensieri trovano naturale epilogo in un sentimento umanitario rivolto ai Paesi dell’Est, ai migranti; e religioso rivolto a Padre Pio in «colloquio con nostro Signore» (Il dono di Padre Pio).
Nel silenzio, 2002. Pensa al suo piccolo paradiso perduto, ma sembra che nel silenzio regni l’abbandono; così la terra arida diventa metafora della sua esistenza; così i giovani non guidati spiegano la violenza; mentre gli emigranti sono sorretti dalla speranza. Rivolta alla madre: «ascoltavi in silenzio / le mie amarezze, i miei errori, / (…) / L’umiltà fu la tua grandezza, /la bontà l’ineffabile tuo valore» (A mia madre, p.147). Rivolta al padre: «Scrutatore e ammaliante, / il tuo sguardo mi incantava, / (…) / generoso, attivo, /premuroso, attento, /indimenticabile papà, /uomo senza tempo» (Uomo senza tempo, p.157).
Sensazioni, 2001. In quest’ultima silloge (che in realtà è la prima in ordine di tempo) abbiamo la conclusione (che in realtà si tratta di prodromi) della poetica di Wanda Lombardi. Difatti troviamo il suo pianto e i sogni svaniti; abbiamo la sua attenzione da educatrice rivolta ai giovani, che esorta all’abbandono della droga, spiegando che «La felicità è un delicato fiore, / ha un profumo che ti inebria, / ti stordisce, (…) / È una farfalla che ti sfiora / con lieve frullo» (La felicità, p.171). Troviamo tanti temi sociali attuali del mondo la cui soluzione affida al Signore. Evoca il suo paradiso perduto con tocchi di un pennello, cioè dei luoghi dell’anima (Morcone «All’occhiello del Sannio» e Cusano Mutri), ma anche del Passo Pordoi nella Valle delle Dolomiti, di Saariselkä in Finlandia («terra di Lapponi»), di Capo Nord, della Valle san Marco. Dona la sua tenerezza di donna verso un bimbo, «I tuoi occhi tristi, imploranti, / (…) / Carezzarti vorrei, / darti il mio affetto» (Esile bimbo, p.176). Abbiamo il suo sentimento inespresso che esplode verso il padre «ogni tuo scritto ho riletto / per udire ancora la tua voce» (Smarrimento, p.183).
***
Wanda Lombardi con la sua Opera Omnia di poesia-prosa, si fa coinvolgente, si eleva e tocca il cuore, come quando evoca i genitori e il bimbo Ubaldo «esile fiore anzitempo reciso» (p.150), in cui forse si riflette. Quanto alla versificazione, usa marcatori come voci desuete quale speme, verbi in forma indefinita per prolungarne la durata; abbiamo qualche rima, ma anche parole tronche che, a parere del sottoscritto, stridono quando precedono parole inizianti con altra consonante. Rivela l’impronta pedagogica dell’insegnante, educa ai buoni sentimenti, accenna con garbo qualche precetto. Dallo stato soggettivo umano che l’aveva imprigionata, risorge “Araba Fenice”, un profilo poetico dolce e sognante che la protegge e la rende protettrice allo stesso tempo.
Tito Cauchi
Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.
Alfredo Alessio Conti, "Liriche scelte"
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Alfredo Alessio Conti
LIRICHE SCELTE
Composita per tematiche nettamente diverse tra loro e stati d’animo la poetica che, attraverso i suoi versi chiari, leggeri e icastici, esprime Alfredo Alessio Conti (scrittore di Livigno, SO); tuttavia sia che il Nostro tocchi il tema del pessimismo (che sottende però sempre un riscatto), sia che l’ispirazione sia di tipo amorosa-erotica, sia che sia di stampo religioso, si riscontra in tutte le composizioni un comune denominatore, un filo rosso che è quello di un io-poetante sempre molto autocentrato, che scava nel fondo della propria anima e proprio in questa sede si generano le parole della sua ricerca esistenziale quando dal nulla del mondo emerge un brandello d’essere che può essere una tonalità affettiva o un elemento naturalistico per esempio una foglia nella quale trasformarsi per una magica metamorfosi o un’indicibile gioia davanti a un tramonto o nel dolore nel contemplare il mare per fare qualche esempio.
Conti si esprime attraverso una forma elegante e tutti i componimenti sono raffinati e ben cesellati e risolti con un perfetto controllo.
Il volume Liriche scelte (Guido Miano Editore, Milano 2024) è un testo che scandaglia a fondo il poiein di Conti e presenta oltre la premessa di Guido Miano, tre prefazioni, nel campo della letteratura comparata, a firma di tre diversi critici (Enzo Concardi, Gabriella Veschi, Floriano Romboli) a tre sillogi di poesie accomunate ognuna da una delle tematiche (che sono anche problematiche) dell’autore (problematiche esistenziali, tema dell’amore, e spiritualità).
Se neanche Conti come Montale non può non confrontarsi con il male di vivere, tuttavia trova la forza nella parola stessa che è sottesa alla visione e alla certezza di un ideale trascendente come termine e inizio di una vita infinita al termine del tempo terreno che è sempre breve.
Quindi Conti riesce a fermare il tempo o lo vorrebbe per trovare una risposta alle aspettative di una vita di credente e in un bellissimo componimento intitolato E passeggio scrive: «Fermati, fermati primavera/ il bucaneve/ è già spuntato nel prato/ le giornate si sono allungate/ tra poco fioriranno/ anche le rose con le loro spine/ e gli alberi con le loro gemme/ si risveglia la natura/ sorrido/ chino il capo/ e passeggio/ attendendo l’inverno». Anche il tempo, dunque è un argomento centrale in questo autore; tempo che passa e che è scandito dal susseguirsi delle stagioni in attese, malinconie, gioie e stupori che Conti sa fare vivere anche nelle anime dei fortunati lettori delle sue poesie.
Nelle poesie amorose serpeggia un tu al quale il poeta si rivolge in modo molto sentito come in Non sono più: «L’ho sepolto lì/ in quel piccolo cimitero di montagna/ il desiderio d’incontrarti/ su quelle vette impervie/ ad osservare il cielo/ e il mondo da lassù…».
Sembra che i versi nascano da sogni ad occhi aperti, quasi come se il poeta con una cinepresa virtuale riuscisse a captare i dati più profondi della realtà che non è solo la natura che lo circonda e trasferire questi dati in versi che talvolta hanno qualcosa di epigrammatico.
Tutto l’ordine del discorso è sotteso ad accensioni e spegnimenti improvvisi paralleli nella mente e nelle parole del poeta sempre in bilico tra gioia e dolore e tuttavia c’è la sicurezza che la felicità può essere raggiunta anche con l’intelligenza oltre che con il credere nelle bibliche parole che affermano che chi semina appunto nel dolore mieterà con giubilo.
Raffaele Piazza
Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp.104, isbn 979-12-81351-25-7, mianoposta@gmail.com.
Maurizio Cometto, "Le leggi dell'ordine etico"
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Maurizio Cometto
Le leggi dell’ordine etico
Delos Digital - Pag. 255 - Euro 18
Maurizio Cometto credo che abbia debuttato con il mio Foglio Letterario. Il suo primo libro che ho letto (e pubblicato) era una raccolta di racconti fantastici sullo stile di Italo Calvino e Dino Buzzati: L’incrinarsi di una persistenza. Ma con Il Foglio ha pubblicato anche Il costruttore di biciclette, Cambio di stagione e Magniverne (in catalogo), sempre storie a tema fantastico, suo vero campo di elezione, dove esprime al meglio un talento letterario riconosciuto anche dal grande Valerio Evangelisti. “Se mi chiedessero, a bruciapelo, qual è l’autore italiano di narrativa fantastica che preferisco, risponderei Maurizio Cometto”, diceva il Maestro. E noi chi siamo per contraddirlo? Soprattutto perché dovremmo, visto che Cometto lo abbiamo scoperto e lanciato. Get Back è un’interruzione al filone fantastico, un ottimo romanzo di formazione, una storia insolita per Cometto, di nuovo pubblicata dal Foglio Letterario. Adesso ritroviamo Cometto a dirigere una collana per Delos Digital (Frattali), dedicata al fantastico, a pubblicare fantasy (Il libro delle anime, in 5 volumi) e fantascientifico, o - come dicono quelli che parlano bene - distopico. Le leggi dell’ordine etico è ambientato in un futuro prossimo - il 2072 – quando l’Italia si trova a vivere una sorta di nuovo fascismo, una dittatura che ha costruito la Grande Muraglia Italiana per separarsi dal resto del mondo. Fantapolitica alla George Orwell sulla falsariga di mondi che esistono, ché Cuba la conosco bene e i suoi cittadini vivono in un mondo popolato da spie e piccoli delatori, proprio come nella fantascienza di Cometto. Comanda un Comitato di salute Pubblca, la sola lingua ammessa è l’italiano, non si possono usare termini stranieri, sono vietati gli smartphone e siamo tornati ai telefoni fissi. Questa Italia di fantasia ha prodotto il sogno autocratico di Mussolini, vive di quel che produce, chiusa in se stesa, sfruttando l’energia eolica e diffondendo il nucleare, con un simbolico ritorno all’agricoltura. Una fantomatica Madre della Patria ha salvato l’Italia dalla Terza Guerra Mondiale e adesso si è chiusa a riccio per proteggere i suoi cittadini dai temuti stranieri. Il romanzo - appassionante e ricco di dialoghi, scritto con stile asciutto e rapido - si propone di far capire che cosa esiste al di là della Muraglia, approfondendo un programma social come Empathy che Guido Fossbergher (un pericoloso sovversivo?) sta cercando di diffondere tra la popolazione.
Gordiano Lupi
www.gordianolupi.it
Qui di seguito trovate l'incipit del romanzo Le leggi dell'ordine etico.
In se è quasi un racconto compiuto, e rappresenta la trasfigurazione di un ricordo di quand'ero bambino.
"Il ricordo più nitido che ho di mio papà risale all’inizio del duemilatrentasette, quando avevo quasi cinque anni. Ripensandoci, forse non è soltanto il più nitido: forse è l’unico.
Papà lavorava per un’agenzia immobiliare che aveva interessi nel ponente ligure. Spesso prendeva la sua macchina e partiva per Alassio o per Finale, a incontrare qualche cliente. E certe volte, quando gli affari lo permettevano, mi portava con sé.
Era un tipo allegro. Le sue risate facevano vibrare le pareti delle stanze, e si sentivano fin fuori. Era alto come me adesso, ma aveva una bella pancia rotonda, e, così diceva la mamma, ogni tanto beveva.
Quando viaggiava, papà quasi mai prendeva l’autostrada. Lui amava le statali, ancor più le provinciali. Si vantava di non aver mai fatto la stessa strada per andare da Torino a Savona, o da Torino a Milano. Gli piaceva scoprire nuovi percorsi e attraversare paesaggi inediti.
Quella volta ricordo che doveva andare a Noli, vicino a Savona. Partimmo la mattina presto di un sabato di primavera. Con lui le levatacce erano obbligatorie, e la sera si tornava tardi.
A un certo punto incontrammo il cartello che indicava l’ingresso a Mondovì. Vedere quel nome stampato a caratteri cubitali (avevo già imparato a leggere) mi fece venire in mente un indovinello che avevo sentito da mia cugina Sandra. Glielo recitai:
- Nel mondo vi sono trecento città, una l’ho detta, quale sarà?
L’abitacolo fu invaso dalla sonora risata di mio padre. Si girava a guardarmi, riportava gli occhi sulla strada, e continuava a ridere, ridere, ridere. E la sua risata era così contagiosa, che pure io, che avevo sentore che fosse un poco di scherno, non resistetti e risi.
Smise quando ci fermammo a un semaforo, all’uscita da Mondovì. Prese in mano un oggetto rettangolare e sottile, luminoso. Lo guardò velocemente, e la risata scemò in un sorriso malinconico. Allo scattare del verde ripose l’oggetto in un vano del cruscotto, facendo al contempo ripartire l’auto.
- Nel mondo vi sono trecento città, una l’ho detta, quale sarà? -, ripeté.
- Hai indovinato?
- Fammici pensare… Cuneo?
- No.
- Roma?
- No.
- Firenze?
- No.
- Napoli?
- No.
- Ma è una città lontana o vicina?
- Vicina, papà. Anzi: vicinissima.
Di nuovo scoppiò a ridere. E mi guardava e aveva quasi le lacrime agli occhi. Io non risi più. Lui cessò all’istante. Mi mise la grande mano sui capelli e me li scompigliò. Poi disse:
- Sei un bravo bambino. Dai, non riesco a indovinare. Che città è?
- Davvero non riesci a indovinare?
- Davvero. Dimmela tu.
- È Mondovì!
- Mondovì… “nel mondo vi sono”… -, ripeté, come in trance. Si sbatté la mano sulla fronte. - Già, è vero! Senti un po’, chi te l’ha detto questo indovinello?
- La cugina Sandra.
- La cugina Sandra… - , ripeté lui, perplesso. Lo guardavo aspettandomi che dicesse qualcosa su di lei, o sull’indovinello. Qualcosa di importante, di rivelatore.
Ma non disse nulla. Oppure forse disse altro, ma io non so che cosa. Perché il ricordo si interrompe qui.
Ecco, questo è ormai l’unico ricordo che ho di mio papà. Non so perché sia proprio questo episodio. La memoria segue percorsi strani, a volte.
Papà sarebbe morto l’anno dopo, insieme a tutte quelle migliaia di persone, nell’attacco al Quadrilatero Romano.
Spesso vado al Memoriale e mi fermo davanti alla sua tomba, ma non serve a nulla. La foto di papà, su quella croce, è muta. Lo vedi che potrebbe dirti tante cose, raccontartene di ogni colore, ridere, ma non può farlo.
Quel missile a testata nucleare, il venticinque aprile del duemilatrentotto, gli ha chiuso la bocca per sempre."
Alessandro Del Gaudio, "L'alba del vespero"
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Alessandro Del Gaudio
L’alba del vespero
Pubme/Milos - Pag. 310 - Euro 17
Alessandro Del Gaudio ha pubblicato una ventina di romanzi dal 2001 a oggi, anno in cui ci siamo conosciuti, quando lui aveva appena mandato in stampa Il candore dei ciliegi, romanzo dedicato al Giappone, e io mi pare che mi trovavo a Torino per promuovere un invendibile romanzo horror. La sua produzione varia dal fantastico al romanzo sentimentale, ma nel fantasy la sua penna trova la consacrazione più adeguata. Abile saggista, ricordiamo un bel libro sui supereroi nel fumetto e uno sui manga giapponesi, scrive molto, con stile piano e scorrevole, lineare, senza salti temporali o picchi di astrusa originalità. L’alba del vespero è la storia di Beatriz Cristea, che forse è solo un nome fittizio, così come la persona potrebbe essere tutta una montatura. Beatriz è un Agente Segreto di Indagine Ultraterrena, alle dipendenze di un’organizzazione chiamata il Vespero, ma nessuno si fida di lei e del suo potere, neppure i suoi più stretti collaboratori. Nicodemo Borgonero è l’alleato di Beatriz, un operatore dell’occulto in fuga dopo una missione fallita, braccato dai suoi vecchi alleati. Il romanzo è ambientato in un’Europa di fantasia, popolata da streghe, creature fantastiche, angeli e uomini con poteri soprannaturali. Non poteva mancare un nemico fantastico come il Tarocco, un Killer di agenti segreti, che miete vittime e dev’essere fermato. Nel romanzo ci sono collegamenti con altre storie, tra cui Anello d’Ombra, ma il romanzo si può leggere benissimo senza conoscere le precedenti opere di Del Gaudio, perché le storie sono separate. Abbiamo avvicinato l’autore che ci ha confidato: “Particolare attenzione meritano i personaggi del libro, la cui collocazione all’interno della storia si definisce in corso d’opera, così come il destino. Difficilmente ne L’alba del Vespero si hanno eroi romantici, mentre ogni attore sulla scena si muove rispettando un personale codice e senso di giustizia”. La vicenda sembra condurre, capitolo per capitolo, verso la trasformazione di un mondo che si rivela bene più variegato di quanto inizialmente appaia, in conformità allo stile dell'autore, che ama inventare universi o, quantomeno, reinventare quello che ci circonda. Ecco che il viaggio di Beatriz e Nico sembra condurre alla notte del mondo che conosciamo e all'alba di uno nuovo. L’alba del vespero è un romanzo fantasy ma anche una spy-story dai continui colpi di scena e ricca di azione. Il romanzo ideale per cominciare a conoscere un autore interessante.
Raffaele Gatta, "L'odore del caffe amaro"
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“La prudente follia del riverbero emotivo”con questa premurosa e significativa espressione trascritta nell'intestazione, Raffaele Gatta spiega il suo romanzo L'odore del caffè amaro (Robin Edizioni, 2013 pp. 190 € 13.00). Si tratta di una raccolta di racconti articolata in un ordine di lettura di piccoli capitoli in cui lo strumento creativo della narrazione illumina la riflessione esistenziale, nell'effetto riflesso della condivisione sensibile intorno alle vicende della vita, alla superficie provvisoria delle emozioni. Raffaele Gatta prende a pretesto l'occasione di assaporare il profumo del caffè, come metafora di estrazione culturale, dal sapore intimista e suggestivo, come elemento di complicità e di solidarietà nei confronti del vissuto quotidiano, come interpretazione del piacevole e catartico intervallo dalle difficoltà individuali e dall'insidioso sentore di tematiche importanti e universali come la disagevole precarietà del lavoro, il risvolto ambiguo e contraddittorio della morale, le vicissitudini speculative dell'etica. Scopre, attraverso la consuetudine specifica e simbolica del senso antico e terapeutico del caffè, la magica connessione esplorativa degli incontri, l'affabile espressione di un'invitante peculiarità sociale, intuisce l'acceso desiderio della comunicabilità e l'interessante indagine intellettuale, nella strategia di affascinanti e coinvolgenti storie, nel consolidamento immersivo delle relazioni umane. L'odore del caffè amaro diffonde la gradevole e piacevole attrazione verso il destino dei personaggi, assorbiti nella ritualità di un'occasione vitale in cui la misura ipotecaria del tempo incrocia la sua naturale agilità e supera la vischiosità degli eventi. Il profumo percepibile dei sentimenti circonda l'evoluzione della memoria emotiva, sprigiona la riservatezza della densità affettiva, dona a ogni contesto il sapore della speranza. Raffaele Gatta utilizza l'accurata puntualità dei suoi pensieri e traduce l'essenzialità nella brevità di un'istantanea, ordina la specialità discorsiva di ogni assaggio introspettivo, con accattivante laconicità, giostra la sintesi di una sperimentazione linguistica caratterizzando l'avventura immaginativa nelle parole giuste, l'applicazione ermetica nei dettami provocanti del nondetto, il dettaglio evocativo della confidenza, nel rilievo fondamentale di ogni segreto. Si interroga sull'integrazione dei personaggi intorno alla promessa di abitare ogni nuovo giorno in tutte le sue imprevedibili dinamiche, nelle intenzioni della fiducia, combattere le paure, fronteggiare l'ansia delle sconfitte, proteggere l'incanto dell'amore, nella coerenza filosofica delle esperienze. Il libro analizza il legittimo intervallo di ogni passaggio della vita, accompagna il cammino del sogno, accoglie lo spostamento della luce, protegge il riscatto dei personaggi, nell'intento di rimuovere la deriva della solitudine. Raffaele Gatta conduce la raffinata qualità metaletteraria delle sue micronarrazioni nella struggente e matura consapevolezza della realtà in ogni palpabile e visibile contraccolpo, occupa il luogo intimo d'adozione della narrativa immediata, nella fulminea e impulsiva osservazione dell'ordinario, nella coraggiosa sfida per la determinata direzione nella corrente sinuosa del vivere. Invita il lettore a considerare la fragilità umana della società contemporanea come la qualità straordinaria e necessaria all'ineluttabilità della legge di natura, nella scorrevolezza della comprensione dei punti di forza, quando la vulnerabilità delle sensazioni riceve in dono l'insospettabile meraviglia del cuore.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Mario Santoro, "Viaggio con la madre"
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Mario Santoro
VIAGGIO CON LA MADRE
La figura della madre è sempre stata al centro delle creazioni artistiche umane, anche solo per il motivo che la madre è generatrice di vita e che s’instaura tra madre e figli un rapporto del tutto particolare, analizzato nella modernità con pretese scientifiche dalle varie scuole psicanalitiche. Pittura e scultura, ad esempio, hanno raffigurato in ogni epoca e secondo varie interpretazioni, il dolore di Maria madre del Cristo. La musica ha onorato le stesso tema nei numerosi Stabat Mater composti da autori di ogni scuola. La letteratura e il cinema si sono interessate alle illustrazioni delle figure materne a più riprese: per restare nella contemporaneità possiamo citare la famosissima poesia di Ungaretti, La madre, di profondo significato religioso; oppure il romanzo dello scrittore russo Maxim Gor’kij dallo stesso titolo, in cui si narra la storia di una madre rivoluzionaria che sposa la causa sociale del figlio e dei suoi compagni; od ancora la luminosa, dignitosissima, manzoniana madre di Cecilia nei Promessi Sposi al tempo della peste; ed infine, per le storie narrate dalla “settima arte”, Pedro Almodovar con Tutto su mia madre imbastisce la vicenda dolorosa di Manuela, imperniata sulla morte del figlio giovinetto.
Lo scrittore lucano Mario Santoro in Viaggio con la madre – pubblicato nel giugno 2023 – si inserisce in questo filone tematico con una prosa suddivisa in 54 capitoletti, nei quali invece ricostruisce il rapporto con sua madre morente. Ne nasce una scrittura di carattere autobiografico-memoriale-sentimentale, dove la problematica della comunicazione ed incomunicabilità, allo stesso tempo, tra madre e figlio, occupa uno spazio importante e l’imminente morte di lei svela a lui alcune verità su cui riflette profondamente e che tutte si possono comprendere nell’incipit del libro: “L’amore e i sacrifici quotidiani di una madre li scopri, sovente, quando stai per perderla. Storia di ordinarie quotidianità, quasi gloria postuma alla figura della madre”.
Santoro dichiara di essersi posto sulla scia di autori come Dino Buzzati (I due autisti) e Ferdinando Camon (Un altare per la madre). Le scelte dell’autore sono precise: il racconto di un viaggio esistenziale sia fisico che spirituale, nello spazio e nel tempo, nelle dimensioni individuali e nelle proiezioni collettive. Il linguaggio discorsivo si avvale di soliloqui e dialoghi, di tentativi riusciti di confidenze e di mutismi per l’incapacità a dire le parole nate dentro. Alcuni versi collocati a guisa di introduzione ci rivelano la sostanziale tenerezza del rapporto materno-filiale, versi che ci insegnano anche come il tempo non cancella i sentimenti autentici: “Nei lunghi decenni dell’assenza / sempre un’idea fissa da seguire / recuperare una e una sola foto tua / nel lieve sobbalzo del cuore / da tenere per me, solo. // La tengo ora nel mio studio / nel ricordo degli anni a catena. / E siamo al cinquantuno o forse all’anno prima, / non mi fisso alla data”.
Dall’ambulanza (disegnata in copertina da Pasquale Zamparella) che trasporta la madre morente dall’ospedale romano fino a casa, il figlio, seduto accanto a lei, racconta non solo i tanti episodi della loro vita insieme, ma tutte le riflessioni e le elaborazioni del lutto che sta per sopraggiungere. Si tratta quindi di feedback sparsi nel tempo, senza una cronologia precisa, ma con l’intento di ricostruire il rapporto con la madre attraverso le parole dette e quelle non dette. Ne abbiamo così un materiale umano, psicologico, relazionale di un’anima - quella dell’autore - profonda, tersa, tesa nella volontà di capire a posteriori ciò che prima non aveva nemmeno considerato. Il messaggio si può riunire, alla fine, in una sola espressione: amore materno e filiale. Al lettore scoprirlo nelle belle pagine del libro.
Enzo Concardi
Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"
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Poesie nascoste nella dispensa
Pietro Rosetta
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Questa prima raccolta poetica di Pietro Rosetta naviga a vista tra il canto d’amore e la ricerca esistenziale senza approdi. Per la prima tematica vale tout court il richiamo al leopardiano amore e morte, nel senso di un romanticismo sentimentale che nel nostro autore trova dimora in quasi tutte le composizioni: vedremo più avanti nell’analisi dei testi quante numerose siano le immagini, le espressioni e le atmosfere che ‘affratellano’ l’amore con la morte. Trattasi quindi di un sentimento forte, passionale, che non fa sconti alle banalità e ai luoghi comuni di tanta poesia amorosa contemporanea; che traccia la sua rotta spesso lontano dalla felicità, condizione sporadica e quasi casuale, forse più assenza di dolore al posto di una vera gioia; che appare romanzato e senza un fine, assumendo la forma di un isolato e spinoso canto del transfert realizzato solo parzialmente, poiché vissuto con intensa problematicità.
Talvolta sembra un andare e riandare nella memoria, in bilico fra esperienza ed immaginazione, talaltra s’imbatte - lo sviluppo della scrittura - in una sorta di ermetismo di significati, in quanto il poeta crea delle pièces, anche oniriche, sospese nel vago e nell’indefinito, dove è presente un ‘tu’ nel ruolo di interlocutore che potrebbe essere sia un altro-da-sé, che il suo alter-ego. La mancanza di titoli - sostituiti da asterischi - nella quasi totalità delle poesie, accentua tale impressione di mistero e vaghezza che, tuttavia, conferiscono alle liriche un senso di fascino dell’ignoto.
Per la tematica esistenziale stile e contenuti non si discostano granché da quel che abbiamo detto finora, tanto che si potrebbe definire, l’amore stesso, un fatto esistenziale, parte integrante di una vita concepita come viaggio, avventura umana, naufragio nella follia e nella morte, intese non in senso biologico, ma come condizioni interiori e spirituali. Ma il poeta non vorrebbe naufragare, per cui la lotta fra Eros e Thanatos è incessante e spossante. Le opposte tendenze, la luce e le tenebre, l’angoscia e la speranza e tutto ciò che è dualistico, bipolare costituiscono forze sempre attive, al lavoro nell’io, impedendo la pace in ultima istanza agognata.
Non per nulla la raccolta inizia con un inusuale - per la mentalità odierna - inno al dolore umano maturato nel nascondimento: tale è la lirica d’apertura, I canti delle vedove. Essa è degna di nota per più di un motivo. Innanzitutto vi sono espressioni di una religiosità antica ma popolare che assumono valore poetico, come: «vecchie chiese di periferia», «luci di candele ingiallite», «parrocchie dove c’è un prete solo», «quei vecchi rosari».
In secondo luogo tali canti vengono definiti, di strofa in strofa, in un modo diverso assumendo significati plurimi e connotando la profondità del dolore: sono voci destinate a spegnersi ma senza tempo; sono reiterati come cantilene infinite dai ritmi battenti nell’arcano silenzio; sono disperazione e lucida follia, adombrando la condizione spirituale di chi li vive; sono «…la speranza cieca / che ognuno di noi porta dentro…», ossimoro ad indicare che «…il presente è vietato / ma il futuro è possibile…»; ed infine c’è l’immedesimazione fra i canti delle vedove e la preghiera personale del poeta nel chiuso e nel raccoglimento della sua stanza, similitudine che ci induce a vedere in lui un soggetto travagliato nei gorghi esistenziali dell’avventura umana. Inoltre, il titolo trasformato in anafore all’inizio di ogni strofa tranne l’ultima, assume valore di nenia quasi tragica, richiamante il lutto, il dolore, la morte.
Tale canone metrico, sintattico e contenutistico è il più utilizzato dall’autore in tutto il libro, che prende così la forma di un poemetto unitario, dalle tematiche esperienziali altalenanti ed autobiografiche senza tempo, sempre teso su livelli di comunicabilità intensa e profonda, che immerge il lettore nel suo messaggio traslato come una carica elettrica. Si diceva all’inizio di amore e morte come leitmotiv della sua poesia amorosa, ed ecco le prove. «Ti parlerò ancora / per pochi giorni / poi, come le onde impetuose / s’impennano al vento e muoiono, // anch’io mi confonderò nel mare, / culla e cimitero di tutti noi, / onde della stessa acqua» (poesia senza titolo, p. 18). In un’altra lirica il connubio è esplicito: «Nudi i nostri corpi la passione trascina / lungo il fiume che ha inghiottito / il mio intimo più segreto insieme al tuo / torrida e infinita // fradici i nostri cuori, sulla riva, / rabbrividiscono al confondersi / di amore e morte / gelide ombre mescolate nella corrente» (poesia senza titolo, p. 19). Anche nella lirica «In riva al mare i sogni…» (poesia senza titolo, p. 22) la fine di un amore viene espressa con il verbo morire e sulla spiaggia amara giace l’amore esanime.
Vi è poi la variante dell’amore agonizzante, non ancora morto, ma prossimo alla fine. Bastano due liriche per capirne il respiro. Nella prima (p. 27) la perplessità su una relazione si esprime con immagini forti: «…Non so se le tue mani si confonderanno / alle mie, nelle carezze vellutate / o se la morte lucida già nel marmo / i nostri nomi scolpiti…». Nell’altra (p. 69) immagini marine simboleggiano un imminente naufragio, difficile da evitare: «... e in balia di una zattera / ho abbandonato il nostro amore / che ogni giorno rischia di annegare».
Ma la poesia amorosa di Pietro Rosetta contempla pure l’altra faccia della medaglia, dove l’amore si concede agli amanti, nonostante, talvolta, incontri contrasti. E il poeta ci parla di un amore bello da vedere, di un tempo che è sbocciato per unire corpi e anime, di un tempo che è maturo nonostante aspri e contorti intrecci, di sogni angelici, di assenze dolorose, di notti rubate al sonno, di schiavitù d’amore, di complicità profonde per dar senso alla vita… e finalmente il canto A Paola, l’amore dissetante per una donna: divinità terrena, musa della vita, senso del domani, compagna di viaggio e di ripartenze.
Oltre la dimensione del sentimento umano, il poeta accoglie nella sua sensibilità le vibrazioni esterne dei vuoti interiori, dei deliri e delle follie individuali e sociali, dei pericoli dentro mari tormentati, della paura di solitudini disperate, del rischio di vivere in isole solo per sopravvivere ai naufragi dilaganti.
Sopraggiungono momenti nostalgici di un passato ormai lontano, memorie di radici della terra ora chissà dove abbarbicate e la tenerezza di un volto materno il cui sguardo fa intuire che solo per te, figlio, io ho vissuto.
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Pietro Rosetta vive a Milano; dopo avere conseguito la maturità classica, si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1989, e si è specializzato in Oftalmologia presso la Clinica Oculistica dell’ospedale San Raffaele di Milano. Dopo una esperienza presso la Fondation Rothschild di Parigi, ha lavorato dal 1997 al 2019 presso l’istituto Clinico Humanitas di Rozzano, come specialista nella chirurgia del segmento anteriore e dei trapianti corneali. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche ed ha inoltre partecipato, in qualità di relatore ad innumerevoli congressi nazionali ed internazionali.
Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.
Pier Francesco Grasselli, "La Bambola"
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Entrare nel mondo letterario di Pier Francesco Grasselli è come tuffarsi in un oceano vasto e pieno di sorprese. La sua prosa, ora calma e riflessiva, ora tempestosa e provocatoria, ci conduce in luoghi inesplorati. I suoi scritti spaziano attraverso una gamma sorprendentemente vasta di temi e stili, rendendo ogni sua opera una novità e una sorpresa.
Noto come uno degli autori più provocatori e poliedrici del panorama letterario italiano contemporaneo, famoso per il suo spirito anticonformista e per il suo audace disprezzo per il mainstream, Grasselli è un autore che non teme di esplorare e sovvertire. Stavolta ci regala La Bambola. Cinque racconti, edito da Il Foglio Letterario.
Il racconto che apre dà il titolo alla raccolta, "La Bambola", è una satira pungente sulla direzione presa da mondo moderno. Ambientata in un futuro distopico e iper-erotizzato, la storia ha come protagonista lo scrittore Raimondo Spallanzani (che abbiamo già visto nel romanzo breve “La Musa” (Edizioni Pendragon) e nella raccolta di racconti “Uno scrittore all’Inferno” (pubblicato dall’autore in modo indipendente) e intrisa di critica sociale. Lo stile ricorda le narrazioni di Philip Dick, però in salsa erotica. Alla maniera di Cronenberg, Grasselli utilizza una prosa diretta e senza fronzoli per immergerci in una realtà disturbante, popolata di AI che non solo interagiscono con gli umani ma ne influenzano desideri e perversioni.
Proseguendo, "Tempo pazzo" si rivela un delizioso gioco metafisico, con il clima che si fa metafora delle incongruenze della vita umana. Un divertente racconto che sa tanto di commedia degli equivoci. Grasselli gioca con le aspettative del lettore, creando una trama che si dispiega in modo inaspettato.
Nella vena di Doyle, ma con un pizzico di surrealismo alla Bulgakov, "Sherlock Holmes e il mistero di Villa Liffredi" trasferisce il celebre detective in una Parma contemporanea e paranormale. Grasselli reinventa Holmes in chiave moderna, trasformando il classico investigatore in un disinvolto uomo di mondo con un debole per il soprannaturale.
Uno dei gioielli della raccolta è senz’altro "Breve storia della contessa Matilde di Fossalta", novella che intreccia la narrazione storica con elementi gotici e surreali. Un omaggio ai grandi classici del romanticismo, arricchito da una freschezza tutta contemporanea.
La Bambola è l’ultima fatica di un autore che non teme di esplorare e di sovvertire. A ogni pagina, l'autore destabilizza le aspettative del lettore e reinventa il modo in cui la narrativa può essere sperimentata, offrendo un'esperienza di lettura sempre avvincente, a tratti esilarante. Pier Francesco Grasselli dimostra ancora una volta di essere un maestro nell'usare la letteratura come uno specchio deformante attraverso cui esaminare gli aspetti grotteschi di questa nostra società, con una versatilità e una disinvoltura che rendono questa raccolta di racconti una lettura frizzante e piacevolissima, un'opera perfetta per chi cerca nella letteratura non solo evasione, ma anche stimolo intellettuale e provocazione. La Bambola è anche un viaggio attraverso generi letterari differenti, ricco di trovate sorprendenti e originali, e conferma Grasselli come uno degli autori più interessanti e controversi del nostro tempo.
Per acquistarlo:
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Maria Angela Eugenia Storti, "Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione"
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Maria Angela Eugenia Storti
Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione
Guido Miano Editore, Milano 2023
Maria Angela Eugenia Storti, laureata in germanistica, è nata a Palermo, dove vive e ha insegnato. Opera in attività teatrali a fini didattici; ha pubblicato sillogi poetiche e saggi; alcuni fra questi ultimi sono raccolti nel volume Itinerari di letteratura del Novecento (Guido Miano Editore, Milano 2023), che chiama scrigno dei suoi “sogni più intimi”, è dedicato ai suoi affetti più cari. Il sottotitolo completo specifica trattarsi di “Memorie artistiche a confronto” dei seguenti autori: Mann, Kafka, Woolf, Eliot, Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale. Nella sua nota chiarisce che riguarda autori di cultura anglosassone e tedesca con agganci ad alcuni scrittori italiani di “espressione” europea; non di “comparazioni” si tratta, bensì di “collegamenti”. Spiega altresì che gli artisti, in un certo senso, esprimono le diverse anime della società in cui vivono; tuttavia, esemplificando, osserva che coloro che se ne discostano vengono etichettati, per esempio: di annichilimento (come Kafka), o di rivoluzione (come Brecht, qui non esaminato) o di oscillazione tra realtà borghese e mondo artistico (come Mann).
Quanto alla struttura del volume ci chiarisce la prefazione di Lea Di Salvo, la quale ne indica tre sezioni; e cioè: il Romanzo, attraverso le opere di T. Mann, F. Kafka, V. Woolf e T. S. Eliot; il Teatro, in cui si veicola la comunicazione in ambito di modernismo di portata europea, attraverso F. Wedekind, S. Beckett e L. Pirandello che qui trova collocazione con la sua sicilianità. Infine la terza sezione riguarda la Poesia comprendente insieme E. Montale e T. S. Eliot, i quali prendono le distanze dalle assolutezze, considerano la aleatorietà degli eventi. Insomma il volume mira allo svecchiamento delle letterature ampliandone i singoli confini in cui si inseriscono “squarci di memorie italiane, nel periodo tra le due guerre mondiali (…) preferibilmente attraverso l’impersonalità (…) che spesso dà origine ad una frammentarietà linguistica, al nonsense (…) e infine al silenzio”. Il sottoscritto potrebbe fermarsi qui, tuttavia prosegue sulle orme del volume, omettendo citazioni e riferimenti, per snellire l’esposizione, sia pure zoppicando.
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IL ROMANZO
Paul Thomas Mann (Lubecca, 1875 - Zurigo, 1955). Quanto al Romanzo, Maria Angela Eugenia Storti inizia con lo scrittore tedesco, esaminando, in particolare, l’opera Doctor Faustus (1947), nell’ottica del “lamento” e della “celebrazione”. Il tema del patto con il diavolo è abbastanza noto nei racconti popolari tedeschi e non solo; ma non ha niente a che vedere con il più vecchio “Faust” goethiano (del 1808). Mann trova occasione per denunciare la “decadenza e la fine della civiltà borghese”, con riferimento agli eventi bellici conclusi con la disfatta della Germania.
Tento una approssimativa sintesi. Nel suo romanzo abbiamo andamenti narrativi e saggistici senza distinzione, aggrovigliati in un sapiente gioco di contrasti. Mann prende a pretesto “un compendio romanzato di storia della musica” e un testo di filosofia, argomentando sul linguaggio nei vari ambiti comunicativi, in particolare del suono e della vista, per concludere che è necessario ricercare nuovi modi di espressione.
Il romanzo si svolge in un virtuosismo lessicale di piani a incastro in cui tutti i personaggi sono caratterizzati in modo ben distinguibile, in tutto e per tutto (timbro di voce, aspetto fisico, ecc.). Si fa uso di parodia e di formule tradizionali per farne caricature. I due protagonisti principali sono amici, Adrian e Serenus, agiscono in uno scambio continuo di ruoli, ma assumono un “significato simbolico”: Adrian rispecchia “la figura del musicista tedesco (…) vittima di cerebralismi diabolici”, vuole raggiungere la fama; Serenus è un umanista che contrappone il valore della parola ed è la voce narrante. Tuttavia essi sono le due anime dell’autore, Thomas Mann, che ora estraniandosi osserva la società; ora interprete, ne subisce le contraddizioni (questo è quello che mi pare di capire) nell’eterno confronto tra bene e male, tra Dio e Satana. Metaforicamente Mann si riferisce non (solo) all’uomo, bensì al popolo tedesco. Egli è ora l’uno, ora l’altro dei personaggi, volendo fare percepire la disfatta della Germania “in cui i colpevoli non sono da ricercare solo tra i gerarchi nazisti (…). non si può dire io non sapevo, non è permesso, e solo un occhio ci si può coprire, uno solo”.
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Franz Kafka (Praga, 1883 – Kierling, 1924) è il risultato di una rosa di culture molto diverse tra loro: quella slava (di Praga), quella tedesca (avendo studiato in Germania), quella ebraica (essendo figlio di un israelita), nonché di cultura francese per via delle sue letture. Aveva una formazione ampia con l’inclinazione alla metafisica, alla ironia e all’assurdo, perciò infittisce di oggetti e di personaggi impregnandoli di simbolismo e curandone molto i particolari con forte realismo. Il tutto gli conferisce un’immaginazione demoniaca e assurda.
Insoddisfatto delle sue opere, pubblicò solo il racconto La metamorfosi nel 1916 (traslato in versione cinematografica), con chiara allusione all’isolamento dell’uomo, alla sua alienazione. Gli altri tre romanzi, oltre un Diario, vengono pubblicati postumi. Il Castello, nel 1926, è l’ultimo dei suoi romanzi, rimasto incompiuto; il castello è il luogo della burocrazia dove è difficile entrare e sbrigare delle pratiche gravando alquanto sulla frustrazione degli abitanti; il protagonista, vittima di questo senso di frustrazione, si chiama K. (proprio così), un agrimensore, e la narrazione è affidata all’altra figura di nome Olga. Il processo viene pubblicato nel 1925, è sullo stesso tenore del precedente, perché il protagonista, che si chiama Joseph K., è uno “scrupoloso impiegato”, che viene arrestato improvvisamente senza spiegazione alcuna, condotto in una cava e giustiziato.
Kafka si allontanava dalla letteratura contemporanea giudicata decadente, “ha descritto incubi e pensieri, scaturiti dalla realtà del quotidiano. In tutti gli scritti kafkiani le storie narrate sembrano appartenere al mondo spettrale delle visioni” (La lettera k campeggia nei suoi personaggi).
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Virginia Woolf (Londra, 1882 - Rodmell, 1941). Negli anni Venti le venne chiesto di redigere una relazione avente per oggetto “la donna e il romanzo”, per alcune conferenze da dedicarsi a studentesse dei college inglesi. La scrittrice si allontanò dagli stereotipi attesi, che volevano la donna relegata agli standard domestici; tuttavia la sua ricerca sprona le donne a uscire dal proprio guscio e a rivendicare la propria autonomia culturale e uscire dalla anonimità. Mirava ad una narrazione verticale e non orizzontale, cioè a rappresentare la realtà, specialmente delle donne, “in profondità, piuttosto che in estensione”. Perciò la sua scrittura recupera i “processi mentali dei suoi protagonisti”.
Molte delle sue idee troviamo nel suo saggio Una stanza tutta per sé, con chiara allusione alla autonomia auspicata delle donne. Concepisce la vita nella sua molteplicità di forme e fa uso di simbolismo e di motivi conduttori come tecnica narrativa; concepisce l’arte in chiave di comunicazione. Fra le altre opere ricordiamo Mrs Dalloway. Invita la donna alla riflessione, all’autocoscienza, a superare la loro anonimità, trasformare la loro solitudine nel diritto di riservarsi un momento di scrittura e creativo più in generale. Invita la società a considerare sotto nuova luce stranezze eventuali delle donne, di non rinchiuderle nei manicomi e di non ignorare la loro genialità.
Virginia infatti aveva tendenze suicide e ha lottato per essere riconosciuta nella sua identità. Esortò le donne, sì a scrivere, ma senza dimenticare che “la mente degli artisti è androgina”. Infine, Storti, così conclude: “Lo ‘sbriciolamento’ dell’Io, il suo conseguente ‘flusso di coscienza’, ‘apre le stanze e le finestre’ a nuovi itinerari e costituisce il contrappunto drammatico della trasformazione dell’esperienza creativa femminile”.
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Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, 1888 - Londra, 1965). La letteratura inglese del Novecento fu attraversata da fermenti innovativi ove si inserisce Eliot che si era trasferito in Inghilterra; saggista, critico e poeta, uno fra i più grandi del Novecento. Nuovi movimenti scuotevano gli scrittori europei. Si abbandonava il verso classico a favore del verso libero; ci si staccava dal dolce canto per diventare scopritori dell’animo umano. Lo scrittore americano scrive in modo fluido senza curarsi dei nessi di collegamento, suscitando così degli scossoni interpretativi; e favorendo molte possibilità di collegamenti ipertestuali.
Fra le sue opere ricordiamo la sua prima poesia importante che si intitola Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (del 1911), Poems (1920), “dove gioca sull’opposizione tra passato e presente, tra schemi tragici e farseschi”. Nasce una nuova poesia, che lascia l’Io lirico per farsi Epico e lascia le forme statiche per fare spazio alle necessità della storia. Eliot è aperto a nuove visioni, a una nuova “fioritura delle messi”, ai simbolisti francesi, ai mistici medievali. Si incrociano le varie arti, miti e leggende come nel poemetto Il Re Pescatore (del 1922), un essere tra il divino e un redivivo Tiresia, veggente del mito classico, giustificandone l’esistenza sotto una prospettiva allegorica. Tuttavia il suo capolavoro è La terra desolata (1921) che si ispira al mito medievale del Sacro Graal legato ai temi della decadenza e alla ricerca della resurrezione. Egli si colloca tra l’antico e il moderno.
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IL TEATRO
Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936). M. A. E. Storti apre l’argomento del palcoscenico con uno scrittore fra i più celebri italiani di levatura internazionale. Era un intellettuale, aveva studiato anche in Germania e ha avuto confronti con altri intellettuali del tempo. Cresciuto fra i templi greci della sua città, si è nutrito del mito classico in veste della sicilianità dei suoi tempi, nel fondo teneva uno strato di romanticismo e di filosofia. È riuscito a innovare il teatro e ha “sprovincializzato il teatro siciliano”. Sostenitore di un’arte rivelatrice dei caratteri reali delle persone.
Nelle sue opere abbiamo l’umorismo, cui dedica l’opera omonima L’umorismo (del 1908); abbiamo la comicità, le situazioni assurde, la metafora della maschera dietro cui viviamo, il sentimento del contrario. I suoi drammi evolvono a sorpresa. Sul piano contenutistico, sotto sotto, presenta intenti sociali e denunce (Morire e vivere insieme; mi sovviene Il fu Mattia Pascal).
I suoi personaggi sono tutti caratterizzati psicologicamente, presentano sdoppiamento dentro la vasta gamma dei sentimenti, del pianto, del riso, dell’inganno, del cinismo. È riuscito a fondere forma e contenuto. Infine la Storti conclude così: “Il linguaggio, unica modalità vitale, tradisce se stesso attraverso il dialogo-monologo dei personaggi che, a causa di una mancata comunicazione, testimoniano la disperazione dell’uomo moderno, la cui solitudine tra le cose trova come unico conforto la parola”. (p.54). Credo si riveli in tal modo nell’Agrigentino il “sentimento del contrario”.
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Frank Wedekind (Hannover, 1864 - Monaco di Baviera, 1918), la sua arte viene collocata nell’ambito espressionista. Autore di drammi, fra gli altri, di Lo spirito della terra e di Il vaso di Pandora; in quest’ultima opera, sotto i riflettori, è una donna di nome Lulu, “presentata come l’incarnazione del fascino impossibile da addomesticare per l’ipocrita uomo donatore.” È la donna che incarna l’ambiguità, in ogni senso. Le due opere inizialmente pubblicate insieme furono censurate e in seguito pubblicate autonomamente.
Il nome di Pandora fa esplicito riferimento al mito classico, cioè del sacco che contiene imprigionate tutte le furie per volontà di Zeus. Difatti etimologicamente significa “colei che tutto dona”. Lulu è tutto, nel bene e nel male (è un ninnolo, è Eva, è senza pudore, ha una bellezza angelica e al contrario ha una bellezza demoniaca), gli aggettivi non sono sufficienti a descriverla. Lulu si sente legata soltanto a suo padre, ormai nel regno dei morti.
Nella morale contemporanea di tutti, Lulu (prostituta) non poteva godere del consenso nella società; perciò, per redimersi al giudizio del mondo, l’autore la fa morire per mano di un criminale. Lulu è un “nome balbettato tra l’infantile e l’erotico” che fa tenerezza. La sua ambiguità la porta ad amare un’altra donna, anch’essa segnata da esperienze erotiche. “Sia la Lulu (da tutti donata), che infine la Geschwitz (colei che tutto dona), costituenti due parti indispensabili alla completa costruzione di Pandora, pagano il loro riscatto attraverso una lunga e faticosa catarsi”.
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Samuel Barclay Beckett (Dublino, 1906 - Parigi, 1989), drammaturgo, scrittore, poeta, traduttore e sceneggiatore irlandese. Al contrario di molti autori la sua drammaturgia è ridotta all’osso, si appoggia su eventi minuti insignificanti, quasi senza nessi logici, un paradosso. Il suo viene definito “Teatro dell’assurdo”. Eppure traccia profili umani dei personaggi; specie nelle sue opere teatrali più famose Aspettando Godot (1952) e Finale di partita (1957), egli mette in luce la “crisi di identità tra elegia e parodia giullaresca”.
Sottolinea l’incomunicabilità umana, attraverso un linguaggio comune, quasi dimesso, di tutti i giorni della chiacchiera quotidiana. I suoi personaggi sono fortemente caratterizzati fisicamente e simbolicamente (per esempio con menomazioni fisiche).
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LA POESIA
Ed eccoci alla terza sezione di Itinerari di letteratura del Novecento, di Maria Angela Eugenia Storti. Come si può notare tutti gli autori presi in esame vissero e operarono soprattutto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Dunque nell’ambito della poesia diventa argomento il rapporto tra l’Io (obsoleto) e il Noi (che avanza), il tema dell’esistenza, l’uso del simbolismo, quindi il “correlativo oggettivo”. E cioè giungere al lettore usando forma e contenuto che facciano presa su meccanismi psico sociologici. Ebbene la realtà del mondo senza false illusioni, sono i motivi che accomunano Montale ed Eliot.
Eugenio Montale (Genova, 1896 – Milano, 1981), uno fra i più grandi poeti italiani mette in atto la sua poetica attraverso la sua prima raccolta, Ossi di seppia (1925); dove “ossi” sta per precarietà della vita, da cui deriva “il male di vivere”, l’angoscia di vivere. E anche Thomas Stearns Eliot, di cui si è scritto più sopra, a proposito, in particolare, de Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (1911), esprime il senso della solitudine nella sua prima poesia, in cui Prufrock è (pressappoco) l’uomo che non sa amare e si chiude in sé stesso, ma deve prendere coscienza.
Entrambi scelsero una lingua di uso ordinario (di uno di Noi), uno stile asciutto, ridotto all’essenziale; nondimeno “Di difficile comprensione appare l’opera di Montale per molti, e per altri Eliot fu considerato un poeta elitario, la cui gelida intelligenza gli impediva di condividere le comuni emozioni umane.”
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Maria Angela Eugenia Storti si congeda definendo gli scrittori, coinvolgenti, “apostoli dell’immaginazione”, donatori ai lettori di “pezzi di vita” (mie virgolette). Penso che recensire un volume come Itinerari di letteratura del Novecento, che comprenda una raccolta di saggi, diventi un’impresa ardua. Tratta di otto autori fra i massimi del panorama letterario, di cui sei sono Premi Nobel: Mann, Eliot, Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale (Kafka e Woolf, probabilmente non fecero in tempo). Recensire diventa un impegno non indifferente, una scommessa; argomenti così specifici, anche a procedere a passo d’uomo, come si suol dire, rischiano di fare prendere cantonate.
In chiusura desidero compiacermi della presenza di due poeti italiani, uno del Nord, l’altro del Sud, che rappresentano due realtà diverse, sia pure in tempi differenti. Questi Itinerari meritano certamente molto di più; tuttavia penso che anche una interpretazione zoppa possa tornare utile, quanto meno stimolante e illuminante per imprese analoghe. La lettura è interessante e coinvolgente, perché se ne vorrebbe sapere sempre di più, anche perché i temi trattati sono attuali.
Tito Cauchi
Maria Angela Eugenia Storti, Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione, pref. di Lea Di Salvo, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 82, isbn 978-88-31497-99-2, mianoposta@gmail.com.
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