L’eco e il narciso

Narciso, a quindici anni, faceva innamorare chiunque lo guardasse. Era un giovane di una bellezza irresistibile e tutte le fanciulle lo desideravano, ma Narciso non si curava di loro e disprezzava quelle attenzioni. Amava soltanto cacciare e vivere libero in mezzo ai boschi.
Quando era nato, sua madre aveva chiesto a Tiresia, un famoso indovino, di rivelarle il destino del figlio.
Narciso avrà una vita lunga e felice, se non conoscerà se stesso! - fu la risposta di Tiresia.
Per molto tempo quelle misteriose parole rimasero senza spiegazione, poi ciò che accadde le rese chiare a tutti ...
Narciso passava il tempo nelle selve e le ninfe accorrevano per guardarlo e cantavano la sua bellezza.
Le ninfe erano fanciulle stupende; non vivevano eternamente, ma la loro esistenza durava molti secoli, e anche la loro giovinezza. Abitavano nelle grotte più ombrose, negli alberi più antichi, nelle fonti più chiare, nei fiumi più freschi, nel mare più calmo. Dove la natura era bella e intatta, lì stavano le ninfe e passavano il tempo filando, cantando e nuotando nelle acque
Un giorno una di loro, di nome Eco, vide il bellissimo cacciatore mentre inseguiva i cervi nel folto di una selva e si innamorò perdutamente di lui.
Eco aveva uno strano destino: non poteva mai parlare per prima ma doveva sempre ripetere le ultime parole che venivano dette dagli altri.
Un tempo era stata una ninfa molto loquace, che sapeva narrare bellissime storie. I suoi racconti erano così piacevoli che incantavano chiunque li ascoltasse.
Spesso Giove, quando si innamorava di qualche bella fanciulla, pregava Eco di intrattenere sua moglie Giunone con lunghe favole e la regina dell’Olimpo, affascinata dalle parole della ninfa, non si accorgeva dell’assenza dei marito.
Ma un giorno Giunone si rese conto della trappola. Allora andò su tutte le furie e, rivolta alla fanciulla, le disse:
Sei riuscita a ingannare me, la regina dell’Olimpo, con le tue parole! Da ora in poi non potrai più usarle secondo la tua volontà -
Da allora Eco può solo ripetere suoni e parole create dagli altri …
Quando la ninfa si innamorò di Narciso, aveva ormai perduto la sua bella voce, perciò si mise a seguirlo in silenzio, ovunque andasse. Avrebbe voluto chiamarlo, dirgli ciò che sentiva per lui, esprimergli tutto il suo amore, ma non poteva: la maledizione le impediva di parlare per prima; però stava all’erta, pronta ad afferrare le parole degli altri!
Un giorno d’estate, durante la caccia, Narciso si allontana dai suoi compagni per inseguire un grande cervo. Dopo una lunga corsa, il giovane si ferma e si guarda intorno: è rimasto solo! Allora chiama a gran voce i compagni: C’è qualcuno? -
Ed Eco, pronta, gli risponde:
Qualcuno ... -
Narciso, pieno di meraviglia, cerca con gli occhi, ma quel luogo è deserto; allora grida: Chiunque tu sia, vieni qui! –
Vieni qui ... - risponde la voce, ma nessuno compare.
Perché mi sfuggi? Ti prego, stai con me!- prega il giovane.
Stai con me ... - ripete Eco.
Poi si fa coraggio: esce dal bosco e abbraccia Narciso! Il bel cacciatore fugge via gridando: Che cosa cerchi? Vattene! Amo la vita libera, in mezzo ai boschi e alle selve, non voglio te! -
Voglio te ... - risponde all’infinito la voce della ninfa.
Eco ha perso la sua battaglia: piena di vergogna, si nasconde fra gli alberi e nelle grotte. Non vuole più vedere nessuno, sta sola con il suo dolore; piange, piange e questo tormento la consuma, la distrugge ogni giorno di più, finché di lei non rimane che la voce!
Ora nei boschi e sui monti non si vede più correre la bella ninfa, ma si sente ovunque la sua presenza: il suono attraverso il quale Eco vive per sempre ...
Intanto Narciso continuava a farsi amare da tutti senza ricambiare mai nessuno, finché un giorno una delle fanciulle che egli aveva disprezzato, si rivolse agli dèi dicendo: Punitelo! Fate in modo che anche lui si innamori di qualcuno che non possa corrisponderlo! -
E questa giusta preghiera fu accolta.
Nel bosco dove Narciso cacciava, c’era una fonte dalle acque limpide e trasparenti, circondata da erbe freschissime e da fitti rami che la proteggevano dal sole. Era una fonte pura: nessun animale o uccello o essere umano l’aveva mai toccata ...
Narciso, stanco e accaldato, giunge alla fonte e si china per dissetarsi. Ed ecco, mentre beve, vede nell’acqua un'immagine meravigliosa, un volto che lo attrae, che gli fa battere il cuore in modo strano e sconosciuto!
Il bel cacciatore si stende per terra e si avvicina a quel volto bellissimo: gli occhi sono due stelle, i capelli morbidi e biondi, il collo candido, la bocca e le guance sembrano i petali di un fiore.
«Ecco chi aspettavo da sempre! Ecco perché non potevo amare nessuno: solo questa immagine è degna del mio amore!»
Così pensa Narciso, e tuffa le mani nell’acqua per toccare quell’essere bellissimo, ma non ci riesce ... Prova ancora, ma tutto è vano ... Eppure sono così vicini, così uniti: quando Narciso sorride, anche quel volto sorride; quando Narciso piange, quegli occhi bellissimi si riempiono di lacrime; quando Narciso stende la mano, dall’acqua un’altra mano si protende verso di lui …
Il giovane soffre, si dispera ... e alla fine capisce l’inganno!
Ma questo sono io! - grida, mentre guarda ancora una volta l’immagine nascosta nell'acqua - Quello che vedo è il mio viso! Che cosa devo fare? Come sono infelice: non potrò mai essere amato da quella bella immagine perché ... sono io! E io non posso vivere senza il suo amore!
E mentre parla, guarda nell’acqua e piange, piange senza darsi pace: le sue lacrime cadono nella fonte e cancellano l’immagine! Allora Narciso si lamenta ancora più tristemente.
Eco lo vede soffrire come lei soffriva, ma non è felice della punizione e prova un gran dolore per lui. Così, ogni volta che il giovane si lamenta: Ahimè, come sono infelice!- anche Eco piange:
Sono infelice … - e rimanda il suo dolore per tutta la selva.
Il tempo passa e Narciso è ormai allo stremo delle forze.
Mia dolce immagine tanto amata, addio!- dice con un filo di voce, guardando per l’ultima volta nell’acqua.
Addio ... - risponde Eco.
Poi il bel cacciatore reclina il capo sull’erba verde, stanco, senza più voglia di vivere.
Allora gli dèi ebbero pietà di lui e, quando le ninfe dei fiumi e dei laghi, sue sorelle, vennero a prenderlo per preparargli il rogo funebre, non trovarono il corpo di Narciso, ma un fiore giallo in mezzo, con i petali candidi e la corolla rivolta verso lo specchio dell’ acqua ...
Radio Blog: Pee Gee Daniel
"...storie che riescono a dare il senso e l'atmosfera della fine del West che io ho sempre concepito come una sorta di Medioevo tardivo vissuto nel Nuovo Mondo".
Con i consigli di lettura di oggi veniamo catapultati nell'avventuroso mondo dei romanzi western e lo facciamo in compagnia dello scrittore Luigi Straneo in arte Pee Gee Daniel, già ospite di Radio Blog con il suo "Breve compendio sopra gli umani caratteri" - Catartica Edizioni.
Pee Gee Daniel ci parlerà prima di tutto del suo ultimo romanzo "Il messia di Orogrande" - Santi Editore e poi ha scelto per noi:
- Meridiano di sangue di Cormac McCarthy - Einaudi editore
- Le opere complete di Billy The Kid di Michael Ondaatje - Garzanti Libri
Buon ascolto!!
A cura di Chiara Pugliese
Musica: www.incompetech.com
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Non ci si mette a discutere su un vento d'aprile

Amo molto il lusso, ma questo non ha niente a che vedere con lo sfarzo, con la vistosa esorbitanza delle normali comodità, con la sovrabbondanza, con l'eccesso nel modo di vivere e con le spese superflue volte solo a soddisfare ambizione e vanità. Il vero lusso non giace nella ricchezza e nel fasto, ma risiede nella squisitezza, nella raffinatezza, nel buon gusto di modi e costumi, nelle espressioni ricercate e soprattutto nella totale assenza di volgarità. Non c'è lusso se pur navigando nell'oro mancano la cultura e l'educazione, la finezza, la signorilità e la nobiltà spirituale. Voglio qualcuno che mi tratti coi guanti bianchi, è metafora del desiderio di quella profonda gentilezza che va scomparendo, sostituita dalla volgarità delle parole e dei modi. Volgarità è la più brutta espressione della nostra lingua e del nostro vivere.
Chiudo citando Ezra Pound “Parlo della bellezza, non ci si mette a discutere su un vento d'aprile. Quando lo s'incontra ci si sente rianimati. Ci si sente rianimati quando si incontra in Platone un pensiero che corre veloce, o un bel profilo in una statua.”
JoJo Moyes, "Me before you"

Me before you
JoJo Moyes
Penguin Books
Prima edizione 2012
Ci sono libri che forse non saranno capolavori della letteratura ma ti fanno riscoprire il piacere puro e semplice della lettura, non solo per il desiderio di dedicar loro ogni momento libero, ma anche perché finisci per viverci dentro, per sentirti parte della vicenda, come se la storia fosse anche tua. Ti svegli al mattino già immersa in quell’emozione e con quell’emozione vai a letto la sera.
Ultimamente non mi è successo con Our souls at night (Le nostre anime di notte) di Kent Haruf, non mi è successo con The remains of the day (Quel che resta del giorno) di Katsuo Ishiguro - pur se un nodo alla gola alla fine me l’ha provocato il cristallino “at that moment my heart was breaking”, che racchiude la deflagrazione di tutto un sentimento trattenuto per l’intero romanzo, interpretata al cinema dalla maschera imperscrutabilmente espressiva di Antony Hopkins - mi è successo invece col best seller Me be for you (Io prima di te).
Se, personalmente, non avrei scelto di spezzare la tensione spostando sporadicamente il punto di vista da Louisa ai personaggi minori - dei quali, francamente, c’interessa poco - non trovo, comunque, in questo bel romanzo, tutti i difetti evidenziati in altre recensioni, anzi, mi è sembrata una storia travolgente. JoJo Moyes può essere forse prigioniera di certi cliché cinematografici, ma ha una scrittura lussureggiante e visiva, che ti trascina all’interno di scene fatte non solo di pensieri e dialoghi ma anche di gesti, rumori, odori e sapori.
Di là dai risvolti sociali, e dalle argomentazioni pro e contro il suicidio assistito e il fine vita, questo romanzo è – a detta della stessa autrice – una grande storia d’amore. Anzi, è ancora una volta la storia de La bella e la Bestia, dove la bella è Louisa Clark e la bestia il sensuale quadriplegico Will Traynor.
Di Will non conosciamo direttamente i pensieri, se non per una lettera finale nella quale vien detto poco o nulla, ma si lascia intravedere parecchio. Egli giganteggia, bello e immobile sulla sua sedia a rotelle, con i suoi cateteri, le cannucce per bere e gli occhi di ghiaccio, con il suo cibo sminuzzato, le sue medicine e la sarcastica gentilezza. Ci ricorda il bel vampiro di Stephenie Meyer.
Louisa, invece, è una cenerentola, la ragazza poco amata, dalla bassissima autostima che lui, novello Pigmalione, schiude alla vita. E mentre lei prende coscienza di se stessa e dispiega le ali, lui si avvicina a gran passi alla morte. Invece di essere lei a stimolare la voglia di vivere di lui, avviene il contrario, sarà lui, prigioniero della sua paralisi e dei suoi infiniti tormenti, a insegnarle la bellezza della vita.
Per tornare a Katsuo Ishiguro, anche qui il sentimento è trattenuto per tutto il romanzo. Da parte di Will lo sarà fino all’ultimo. Non può amare Louisa perché la sacrificherebbe e perché dovrebbe amarla a metà, mentre lui vuole essere se stesso tutto intero, il se stesso di una volta. Lei, dal canto suo, è fidanzata con un uomo che non la merita e solo lentamente si accorge di quanto i sentimenti per il suo assistito mutino e maturino, fino a che lo strazio non la sopraffa.
E qual è, vi chiedo, la forma di amore più sublime, più trascendente e romantica, se non quella che non si consuma, che brucia in un eterno desiderio inappagato? Come Bella Swan (almeno nel primo libro della serie Twilight) non può coronare il suo sogno erotico con Edward perché forse ne morrebbe, così la goffa, impacciata, ma segretamente brillante, Louisa non può unirsi a Will.
E nella straziante scena finale - quando, a un passo dal suicidio di Will nella clinica svizzera, lei cerca di fondersi con lui, imprimendosi addosso, non solo nella mente ma anche nel corpo, molecole di lui, sperando che diventino parte di lei e continuino a vivere attraverso lei - ammettiamolo, c’è amore allo stato puro, eros misto a thanatos, un suggello erotico che sappiamo continuerà per sempre, oltre la vita e la morte.
Radio Blog: Stefania Nicolai
"Ho scelto dalla mia libreria tre romanzi che lasciano, ognuno a modo proprio, un segno tangibile in chi legge, perché il vero fine di un libro è quello di emozionare, far riflettere e magari anche mutare le proprie decisioni".
Dopo averla conosciuta su Radio Blog attraverso un estratto del suo Paleolithic Romanzo - Edizioni Espera, abbiamo chiesto a Stefania Nicolai di parlarcene e di suggerirci altri due libri per lei molto significativi.
La sua scelta è stata:
- Un giorno perfetto di Melania G. Mazzucco - Rizzoli
- Il vecchio che leggeva romanzi d'amore di Luis Sepulveda - Guanda Editore
Buon ascolto!
Fotografie di Stefania Nicolai
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Ho voglia di mare

Ho voglia di mare
delle sua onda continua spezzata e respinta dal rigido scoglio
della sabbia bagnata che scompare e riappare fra i flutti
il rumore rabbioso di un moto perpetuo di vita e di morte.
È un abbandono latente, un ritorno, una carezza continua
che inquieta pensando al futuro incerto e caduco.
Ho voglia di mare
sono pronta coi pugni contro la vita che continua a sfidarmi
farò fronte all'inverno col ricordo del sole negli occhi
nella lotta si arrendono i deboli, chi è forte trionfa
Ti aspetto un giorno, ovunque sarà, come l'onda
in un solo attimo prende e regala l' eternità.
Radio Blog: Nadia Banaudi e Silvia Algerino
I rimedi di nonna Rosa: detergente per il bagno
Ciao dalla vostra rossa Nicole, Rouge per gli amici.
Sono sempre implacabilmente single, soprattutto dopo una pietosa avventura con un amico appiccicoso che poi non si è rivelato una bella persona.
Ecco a voi un detersivo per il bagno fatto in casa.
Un bicchiere di sapone per piatti, mezzo di candeggina, e uno e mezzo di aceto bianco. Mescolare tutto e sgrassare le mattonelle. Magari potete anche metterlo in un vaporizzatore ma è meglio se non vi respirate la candeggina. Comunque è un detergente economico e universale.
A bientot
Scrivete a nicole.sdf@tim.it dispenso consigli su tutto e per tutti!
Radio Blog: GeaBook
Ancora una bella chiacchierata con una blogger molto interessante, Gea Petrini che gestisce il blog GeaBook.
Giornalista per professione ma con una grande passione per il libri, ci parlerà di come è nato il suo blog e di come attraverso di esso cerca di trasmettere il suo amore per la lettura. Ci parlerà dei libri che le piace leggere, ma anche di quelli che non le sono piaciuti!
I libri di cui Gea ci parlerà sono:
- Un feroce dicembre di Edna O'Brien - Einaudi editore
- Il giro dell'oca di Erri De Luca - Giangiacomo Feltrinelli Editore
- Sei ancora qui di Daniel Waters - Sperling & Kupfer
Buon ascolto!
A cura di Chiara Pugliese
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Cessata attività

Ieri pomeriggio sono andata al mio paese, ci torno sempre quando ho voglia di ritrovarmi. C’è una merceria all’angolo della piazza, un piccolo negozio dove mia nonna comprava il lino per cucire il corredo ai figli, dove mia madre si fece confezionare l’abito di matrimonio e dove, mi raccontava spesso, passando là davanti vide per la prima volta un paio di calze di nylon. C’è un negozio all’angolo della piazza del paese dove anch’io, nei miei anni di peregrina in giro per l'Itala, andavo quando tornavo a casa. Acquistare qualcosa lì, era come portare con me un po’ della mia terra, un pezzo di tradizione, un centrotavola fatto all'uncinetto, una tovaglia ricamata a mano, un golf di pura lana confezionato ai ferri, un articolo artigianale, spesso unico, da regalare a un'amica o da conservare in ricordo. Adesso lo gestisce Valentina, la nipote dell’anziana proprietaria che conoscevo, è una ragazza che ha l’età di mia figlia, ha dedicato tutte le sue energie a rinnovare il negozio di famiglia e ne ha fatto un ambiente confortevole, caratteristico, dove si respira un'atmosfera di calda intimità, una “bomboniera”. E’ accogliente, fresco, pieno di articoli nuovi, di classe, tessuti di qualità accostati al caldo legno degli scaffali e dell’antico bancone: è di buon gusto. C’è un piccolo negozio all’angolo della piazza del paese, o forse dovrei dire c’era, perché quella ragazza mi ha informata che, strozzata dalla crisi, dalle tasse, dalla concorrenza dei grandi centri commerciali, degli outlet sorti come funghi a pochi km di distanza, a fine anno cesserà l’attività, che era stata di sua madre e prima ancora di sua nonna e indietro per generazioni fino a che si ricordi. “Questo è uno di quei giorni che vorresti non arrivassero mai, ma che arrivano e ti portano via con la furia di un uragano”, mi ha detto salutandomi con le lacrime agli occhi. C’era un piccolo negozio all’angolo della piazza, memoria storica di un’epoca che non c’è più, ha resistito con testardaggine e attaccamento alle tradizioni fino a che ha potuto. Oggi si è dovuta arrendere e sarà un’altra saracinesca chiusa, un altro pezzo di storia del mio paese che se ne va sotto lo sguardo indifferente degli amministratori, per far largo ai negozi cinesi con la loro puzza di plastica, di colori chimici, le loro chincaglierie a buon mercato e alle bancarelle di ambulanti pakistani e marocchini coi loro articoli dai colori sgargianti, che accontentano una clientela sempre più grezza, sempre più povera.
L'emorragia di attività di vicinato non si ferma, tornando a casa riflettevo. Edicole, librerie indipendenti, salumerie, piccoli alimentari, macellerie, calzolai, erboristerie, pescherie, pelletterie. La crisi dei piccoli negozi è un cancro che congiunge il Paese da nord a sud, senza far sconti a nessuno. La Confesercenti ha dichiarato che nel 2017 hanno chiuso senza essere sostituite circa diecimila imprese del commercio al dettaglio in sede fissa, al ritmo di un negozio sparito ogni ora.
E a sparire sono soprattutto i negozi tradizionali, unici, come quello di Valentina.
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